Davide Orecchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/davide-orecchio/ un blog di approfondimento culturale Mon, 16 Jul 2018 07:49:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Davide Orecchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/davide-orecchio/ 32 32 Storia e Ucronia nei libri di Davide Orecchio https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storia-ucronia-nei-libri-davide-orecchio/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storia-ucronia-nei-libri-davide-orecchio/#comments Mon, 16 Jul 2018 06:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37777 Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui l’autore recupera e approfondisce libri che abbiano almeno tre mesi di vita. Stavolta è il turno di "Mio padre la rivoluzione" (minimum fax) di Davide Orecchio.

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Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui l’autore recupera e approfondisce libri che abbiano almeno tre mesi di vita. Stavolta è il turno di Mio padre la rivoluzione (minimum fax) di Davide Orecchio.

 

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Quando racconterò Pietro Migliorisi? Me lo domando da molto mentre accumulo materiali, fonti edite e inedite, primarie, secondarie e annuso l’epoca come se un archivio ne custodisse gli aromi. Il passato è solo carta? Oggetti impolverati? Bombe inesplose? Camposanti? L’ho osato chiedere a Guillermo Viera durante un seminario tenuto a roma dall’insigne storico argentino la cui risposta avrei dovuto già conoscere e per questo segue nell’inciso – la tomba di un mondo che ospita uomini e donne, una comunità: cerca i loro risvegli, le domeniche al parco, i sapori -. Ma le questioni non sono finite e allora: è possibile che siano tutti spariti?

Con queste parole inizia il racconto Episodi della vita di Pietro Migliorisi (1915 – 2001) di Davide Orecchio, contenuto nella raccolta Città distrutte, recentemente ripubblicato per il Saggiatore. Ed è forse proprio dalla domanda relativa al passato che è necessario partire per comprendere la scrittura di Davide Orecchio e le scelte che portano alla forma racconto che utilizza. Prima però di arrivare a Mio Padre la rivoluzione e ai racconti pubblicati nei suoi libri, bisogna fare alcune premesse, alcuni riferimenti stilistici e strutturali che permettono di collocare e fornire un contesto utile al funzionamento di questo discorso.

Il passo in dietro porta necessariamente a uno dei padri della forma racconto del ‘900 letterario: J.L. Borges che in Altre Inquisizioni scrisse:

Chuang Tzu sognò che era una farfalla e durante quel sogno non era Chuang Tzu, era una farfalla. Come potremo, aboliti lo spazio e l’io, vincolare quegli istanti a quelli del risveglio e all’epoca feudale della storia cinese? Ciò non vuol dire che non sapremo mai, almeno in modo approssimativo, la data di quel sogno; vuol dire che la fissazione cronologica di un fatto, di qualunque fatto del mondo, è estranea ad esso, ed esteriore. In Cina, il sogno di Chuang Tzu è proverbiale; immaginiamo che dei suoi quasi infiniti lettori, uno sognò d’essere una farfalla e poi di essere Chuang Tzu. Immaginiamo che, per un caso non impossibile, questo sogno ripeta puntualmente quello che sognò il maestro. Postulata tale uguaglianza, si può chiedere: codesti istanti che coincidono, non sono lo stesso istante? Non basta un solo termine ripetuto per disordinare e confondere la storia del mondo, per affermare che questa storia non esiste?

Qui Borges si interroga sulla natura della storia e del tempo. Come si può lavorare sulla storia nel momento in cui la storia entra in relazione con il sogno e soprattutto: come si affronta il rapporto tra un fatto, ammesso che sia tale, e la fissazione cronologica del fatto stesso?
Come diventa, quindi, analizzabile la storia in maniera letteraria? O, in senso ancora più radicale, è possibile una storia che non sia letteratura?

In questo senso i racconti di Davide Orecchio affrontano il meccanismo storico con una forza e uno sguardo cruciale. Innanzitutto perché il meccanismo storico non si presenta come un meccanismo temporale, ma al contrario personale. In secondo luogo perché alla rappresentazione storica si lega la rappresentazione mitica nel senso più letterale del termine.

In Mio Padre la rivoluzione, infatti, questi due meccanismi di rappresentazione trovano il compimento nell’ucronia che si colloca in un certo senso prima della storia, perché ne anticipa le conseguenze e il ribaltamento, e dopo la storia stessa, perché può realizzarsi solo a fronte di una storia realizzata e riconosciuta con la quale rimane in costante dialogo. Ed è proprio su questo riconoscimento fondato sui documenti che gioca la scrittura di Davide Orecchio:

Prima del carattere, prima della storia, l’esistenza la muove la sorte, e sull’elenco si deve scrivere: questa è la più importante tra le forze per la vita di un uomo, ma l’elenco è un foglio probabilmente, il colore della carta è bianco probabilmente, il colore dell’elenco è un inchiostro nero probabilmente, quindi sull’elenco non si può dire la seconda forza più importante nella vita di un uomo, perché lei è trasparente, lei non va nell’inchiostro, è personale, è una moltitudine, la seconda forza più importante nella vita di un uomo varia da individuo a individuo, ce n’è una per ciascuno degli esseri, così si può dire la forza non nell’elenco ma solo col raccontare la vita particolare, che è mossa dalla sua forza particolare, che però resta invisibile senza il racconto di questa vita, di questo uomo, quindi occorre allontanarsi da discorsi generici, forse è meglio dimenticare l’elenco, del partigiano Kim si dica che la sua vita ebbe il motore nell’enorme interesse per il genere umano […].

In questo incipit del racconto Partigiano Kim, all’interno di Mio Padre la rivoluzione, Davide Orecchio lavora ancora una volta sul rapporto tra singolo avvenimento e la storia. Il Partigiano Kim ovviamente lega il lettore alle pagine di Italo Calvino, tuttavia è necessario rimanere ancora un po’ sul testo, perché la scrittura di Orecchio non esplicita mai il distaccamento dalla storia, anzi ricerca, anche lì dove l’ucronia si mostra con maggior forza, un attaccamento agli eventi o a personaggi realmente esistiti o dei quali si posseggono documenti.

Esempio ne è il testo meno narrativo della raccolta intitolato Cast, nel quale Orecchio propone citazioni che vanno da Marx a Trockij, da Lenin a Hanna Arendt e molti altri, per intessere una storia fatta di documenti, lì dove il documento è inteso come testimonianza di coloro che sono stati presenti. Ma Dislocando le citazioni dai loro contesti, è il documento stesso a diventare altro. In questo senso torna utile, ancora una volta, il riferimento a Calvino, perché nelle Lezioni Americane, nel capitolo dedicato alla Rapidità, scrisse sul rapporto tra gli oggetti e la narrazione:

Nella narrativa realistica l’elmo di Mambrino diventa la bacinella d’un barbiere, ma non perde importanza né significato; così come importantissimi sono tutti gli oggetti che Robinson Crusoe salva dal naufragio e quelli che egli fabbrica con le sue mani. Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti visibili. Il simbolismo d’un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico.

Si può considerare, allora, all’interno dei racconti di Davide Orecchio, il documento come un oggetto magico in grado di creare un campo magnetico attorno al quale vortica tutto il racconto generando uno spazio tempo nuovo e non conforme.

In questo rapporto il mito gioca un altro ruolo fondamentale, perché diventa il dispositivo attraverso il quale scardinare il meccanismo storico e portarlo altrove, rendere possibile ciò che non è accaduto e generare il meccanismo ucronico.

Il documento e il mito consentono a Mio Padre la rivoluzione di sviluppare e affinare ciò che in realtà è presente anche in Città distrutte, perché in entrambi i testi è dalla storia che nasce il testo. Come scrive Goffredo Fofi nella postfazione di Città distrutte:

Davide Orecchio si è affermato tra i nostri scrittori come uno dei pochi e più coraggiosi nella volontà di raccontare storie dentro la storia, tenendo bensì conto di un tempo mutato. Fa letteratura non rinunciando a farlo. Si interroga sulle bizzarrie della storia e ne fa oggetto della sua letteratura.

Così prendono vita le storie di Rodari in viaggio nell’unione sovietica; di Trockij non più assassinato, ma sopravvissuto sino alla caduta dell’unione sovietica; ci sono le storie di Bob Dylan e del partigiano Kim, ci sono Lenin, Hitler e molte altre figure che si mischiano e si relazionano. La scrittura di Orecchio mostra una voce decisamente unica nel panorama italiano, innanzitutto per la scelta della forma breve, che conferisce alle storie un ritmo necessario allo svolgimento degli eventi e in secondo luogo per lo stile e la capacità di composizione narrativa. Come sempre tutto orientato verso una comprensione storica che gioca su ciò di cui la letteratura da sempre si è cibata: i fantasmi del passato.

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Città distrutte, le biografie infedeli di Davide Orecchio https://minimaetmoralia.it/letteratura/citta-distrutte-davide-orecchio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/citta-distrutte-davide-orecchio/#comments Wed, 02 May 2018 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37082 “Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”

Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

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“Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”

Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

Quando lessi le sei biografie infedeli contenute nel libro, per la prima volta, ne fui profondamente colpito, non sapevo nulla di Davide Orecchio. Rimasi affascinato dalla prosa chiara ma non banale, dal ritmo, dalla bravura nella gestione dei tempi verbali e dei tempi, nel senso di date, nel senso di andare e venire, nel senso di raccontare una vita con delle verità storiche ma reinventandola, nel senso di mischiarla ad altre. I sei personaggi, o le sei persone se preferite, che fossero esistiti o meno, rendevano comprensibile la storia vera accaduta in un dato luogo, in un dato momento. E il luogo poteva essere l’Argentina, e il luogo poteva essere la Sicilia, e il luogo poteva essere l’Unione Sovietica, e il luogo poteva essere Roma, e il luogo poteva essere il Molise. E il tempo poteva essere quello della dittatura di Videla, e il tempo poteva essere quello del fascismo, e il tempo poteva essere quello del sindacato e del PCI. Il tempo e il luogo potevano essere lo spazio della poesia e del cinema; e ancora del compiuto e dell’irrisolto.

[…] le si forma una ruga che le attraversa verticalmente la guancia e come una punizione appare solo quando ride, occupa il tempo tra gli agrumi del padre e immergendosi in bagni caldi, a causa di una psoriasi deve tagliare i capelli, indossa camicie a maniche lunghe e biancheria intima di cotone, ha molto tempo per leggere e s’appassiona all’opera di Mario Benedetti[…].

Non scrissi nulla del libro allora, ma pensai con la speranza del senno di prima chissà cosa e come avrebbe scritto Orecchio, chissà quando. Ora anche la speranza ha la sua giusta certificazione, perché Davide Orecchio ha scritto tre libri in cui la letteratura si nutre della storia, la usa come concime, ne prende possesso, ci va a braccetto a prendere un gelato, a togliere la polvere.

Pensate a un volume d’archivio, pensate a quel librone gigantesco tirato giù da uno scaffale, pensate a qualcuno che lo porti davanti a una finestra e che alla luce nuova del sole lo sfogli, ci annoti a matita qualcosa, aggiunga un nome, una vita e da quel nome, da quella vita che non c’era, ma che ora c’è, racconti quello che invece c’è stato. A quel punto un torturatore mai vissuto o vissuto con altra faccia potrà mostrare per mano dello scrittore l’orrore della tortura e del sopruso.

È questo il senso profondo della scrittura di Davide Orecchio. C’è un lavoro mostruoso di ricerca e di documentazione che compie lo scrittore romano, e riconosciamo la pazienza dello storico, la precisione dell’archivista, la curiosità dello studioso e del giornalista; tutto questo fuso a un talento per la prosa per il quale provo ammirazione e non riesco a trovare paragoni, e nemmeno ho voglia di cercarli.

Il tempo non esiste se non per misurare. Al di fuori di noi c’è solo spazio. Maturare, crescere, cambiare: cosa c’entrano le lancette? Decomporsi e morire, non c’è calendario che lo spieghi.

Se il tempo non esiste, esiste però la sospensione di queste sei storie, una dimensione in cui fantasia e cronologia possono stare insieme, così come l’orrore e la grazia, è di questo che è fatta la vita, è così che si è accumulata la storia, anno per anno, secolo per secolo. Troveremo qui Éster Terracina a Buenos Aires negli anni della dittatura, donna coraggiosa e ribelle, donna che lotta e che sa amare, donna dal passo a cui molti non potranno mai ambire, la vedremo in carcere, torturata, preda e rifugio del suo torturatore, donna capace d’amore e capace di salvare. Incontreremo Eschilo Licursi, il cui percorso è raccontato per intralci, ma ne vediamo le debolezze ma anche le capacità politiche, le sconfitte e le rinunce, vedremo il fascismo e la guerra, vedremo la solitudine, vedremo i contadini e la campagna, vedremo quello che è stato del socialismo e quello che non è stato.

“È famoso. Questo lo porterà a Roma, dove non fece nulla se non morire. Il più tragico degli atti mancati, la morte invece del compimento”.

E poi ci si parerà davanti un regista straordinario che non si compie che non può compiersi, che sarà inconcludente ma geniale, forse perché troppo conclusa è la terra da cui viene, compiuta nel bene e nel male la sua saga familiare e sarà “un cosmonauta che non può rientrare alla base”; Mosca non lo vuole, Roma e il cinema non sanno che farsene. Arriverà l’incredibile storia di Pietro Migliorisi, poeta, fascista, comunista, padre senza figlio, marito senza moglie. Un uomo che insegue per tutta la vita i suoi tormenti.

“Veniva fuori il poeta, quello che avrebbe voluto riempire l’uomo per intero ma non ci riuscì”.

E più avanti Betta Rauch, e la sua vita destinata a correre, a immaginare, ad amare, a trovare e a perdere, ma a scrivere pure, a determinare e a essere allontanata e ad allontanare. Così come fa la vita, così come vuole la storia. E Kauder infine e il sogno di lasciare libri che gli sopravivranno, accadrà? Non accadrà? Ci saranno intanto viaggi, lettere  e qualcosa che somiglia a una vita.

Ognuna di queste biografie ha in fondo una nota di Orecchio, che spiega se necessario ma che aggiunge bellezza. Quello che sorprende da sempre di Davide Orecchio è il vortice in cui tutto si compie a un ritmo che accompagna come un miraggio, come davanti a un panorama che abbiamo conosciuto ma che ci pare cambiato, che ci sembra più bello. L’incanto della letteratura rende più sopportabile la storia? Direi di no, ma di certo la rende più comprensibile facendo lumi tra i sentimenti che a volte sfuggono agli archivi.

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