De Amicis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/de-amicis/ un blog di approfondimento culturale Tue, 27 May 2014 20:40:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg De Amicis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/de-amicis/ 32 32 L’Apocalisse della Belle Époque https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lapocalisse-della-belle-epoque/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lapocalisse-della-belle-epoque/#respond Wed, 28 May 2014 05:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21027 Pubblichiamo un articolo di Edoardo Castagna uscito su Avvenire ringraziando l'autore e la testata.
di Edoardo Castagna

Scrive lo storico Norman Stone che «in quattro anni il mondo passò dal 1870 al 1940» (La Prima guerra mondiale. Una breve storia, Feltrinelli). In pochissimo tempo si assistette a una tale rivoluzione – negli stili di vita, nella tecnologia, nel contesto ideale, nella politica: insomma, nella visione del mondo dell’intera popolazione europea – che fu avvertita immediatamente, con acuta sensibilità, dai contemporanei e alla quale la letteratura diede la voce più chiara, marcando come nota dominante quella della nostalgia. Una nostalgia che, nel caso della Grande Guerra, richiamava quel mondo ordinato e borghese non a caso definito, a posteriori, Belle Époque: proprio per rimarcare tale nostalgia, anche a costo di velarne alcuni difetti. Avrebbe scritto Robert Musil nell’Uomo senza qualità: «Onestà, continenza, cavalleria, musica, la morale, la poesia, la forma, il divieto, tutto ciò non ha altro scopo più profondo che dare alla vita una forma limitata e precisa».

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Pubblichiamo un articolo di Edoardo Castagna uscito su Avvenire ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Edoardo Castagna

Scrive lo storico Norman Stone che «in quattro anni il mondo passò dal 1870 al 1940» (La Prima guerra mondiale. Una breve storia, Feltrinelli). In pochissimo tempo si assistette a una tale rivoluzione – negli stili di vita, nella tecnologia, nel contesto ideale, nella politica: insomma, nella visione del mondo dell’intera popolazione europea – che fu avvertita immediatamente, con acuta sensibilità, dai contemporanei e alla quale la letteratura diede la voce più chiara, marcando come nota dominante quella della nostalgia. Una nostalgia che, nel caso della Grande Guerra, richiamava quel mondo ordinato e borghese non a caso definito, a posteriori, Belle Époque: proprio per rimarcare tale nostalgia, anche a costo di velarne alcuni difetti. Avrebbe scritto Robert Musil nell’Uomo senza qualità: «Onestà, continenza, cavalleria, musica, la morale, la poesia, la forma, il divieto, tutto ciò non ha altro scopo più profondo che dare alla vita una forma limitata e precisa».

In Italia quest’attitudine letteraria è stata meno marcata che altrove; Paese giovane e con una tradizione letteraria unitaria ancora in costruzione, concentrò gran parte della sua attenzione sull’aspetto di denuncia delle storture dei processi in corso, sia dal punto di vista materiale sia da quello dello spirito della nazione. La polemica – che oggi appare ingenerosa – contro l’“Italietta” giolittiana, le ambizioni moderniste e imperialiste del futurismo, le denunce sociali del verismo lasciarono spazi marginali alle narrazioni più positive dell’età post-unitaria.

Gli spunti – che pure ci furono, e di grande successo di pubblico: da Cuore del massone De Amicis a Piccolo mondo antico del cattolico Fogazzaro – non ebbero seguito nel dopoguerra, dove l’attenzione dei letterati s’incentrò piuttosto, da un lato, sulla denuncia del massacro bellico, e dall’altro si proiettò in avanti, prefigurando nuove palingenesi sociali o nazionali.

Quell’Italietta era la frangia povera di un’Europa che venne rimpianta come sobria, ordinata, affidata a una pubblica amministrazione poco pagata ma onesta e coscienziosa, a un senso di solidarietà umana tangibile. Il Paese in cui più acutamente è stata avvertito questo passaggio epocale, che più dolorosamente ne ha narrato la parabola, è stato l’Austria, anche per la contingenza politica che da grande impero continentale l’aveva ridotta a un pulviscolo di staterelli di poco o nessun peso.

La “Cacania” eternata da Musil d’improvviso si ritrovò non solo troncata della gran parte del suo territorio, ma svuotata di senso storico e di identità. Ciò che era sensato definire “austriaco” nel contesto dell’Impero austro-ungarico, nella piccola repubblica alpina del dopoguerra si ritrovò improvvisamente e banalmente solo “tedesco”; e alla Germania vera e propria non fu riunito solo per non premiare la potenza sconfitta. La costruzione di un’identità nazionale specificamente austriaca fu un processo non breve né piano – nel 1938 l’annessione al Terzo Reich dell’austriaco/tedesco Hitler fu salutata con entusiasmo da gran parte della popolazione – e si nutrì anche, e in modo decisivo, dell’elaborazione letteraria del mito della Cacania.

Spiegava Musil: «I sudditi di questa imperiale e regia imperial-regia bimonarchia si trovavano davanti a un compito difficile; dovevano sentirsi patrioti austro-ungarici imperiali e regi, ma contemporaneamente regio-ungarici o imperial-regio-austriaci […]. Ma occorrevano per questo maggiori forze agli austriaci che agli ungheresi. Gli ungheresi infatti erano per prima cosa e per ultima soltanto ungheresi […]. Gli austriaci invece non erano in origine e in primo luogo proprio nulla».

L’Austria come nazione nacque cioè come rimpianto. Il più lucido affresco di questa nostalgia lo tracciò Joseph Roth, che dedicò gran parte della sua opera a narrare quelli che Karl Kraus avrebbe chiamato Gli ultimi giorni dell’umanità. Nella Marcia di Radetzky sembra che Roth voglia dare concretezza a quel concetto – perduto – di “umanità”, individuandone la massima espressione proprio nell’Austria prebellica: «Allora, prima della Grande Guerra, non era ancora indifferente se un uomo viveva e moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto».

È il mondo, dorato e rarefatto, della Montagna incantata di Thomas Mann, non a caso collocata dall’autore «molto lontana nel tempo […], già coperta di nobile patina storica». Eppure Mann aveva iniziato a lavorare al suo capolavoro ancor prima della guerra: ma già in corso d’opera s’avvide che il conflitto aveva stravolto ogni coordinata, ogni punto di riferimento; che quell’“incanto” cosmopolita e alto borghese, fatto di piccole ritualità quotidiane e di sogni intellettuali, andava «raccontato nel tempo del più remoto passato». L’ultima pagina del romanzo balza senza soluzione di continuità dal lussuoso sanatorio svizzero al fango della trincea: lo stesso straniamento che Roth esprimeva nella Cripta dei Cappuccini con quella frase ricorrente, «la morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili». Nella nostalgia di Roth trova spazio il presagio, costruito a posteriori, della carneficina imminente: «Dai nostri cuori grevi nascevano le battute spensierate, dalla sensazione di essere votati alla morte un folle desiderio di qualsiasi affermazione di vita; di balli, feste popolari, ragazze, pranzi, gite, stravaganze d’ogni genere».

Lo sguardo del narratore sulla Belle Époque è lo sguardo dell’innocenza perduta, che la rimpiange nel dolore della consapevolezza che non potrà più tornare. Lo dichiara Walter Benjamin nel saggio “Per una critica della violenza”, raccolto in Angelus Novus: «Nell’ultima guerra, la critica della violenza militare è assurta a punto di partenza di una critica appassionata della violenza in generale, che mostra, se non altro, che essa non è più esercitata o tollerata ingenuamente». È l’ingenuità, più ancora di qualsiasi condizione ideale o materiale, l’oggetto del rimpianto più acuto.

Quel mondo fiducioso e sereno è al centro anche di tanta letteratura inglese, nella quale la civiltà perduta nelle trincee è stata quella della Londra vittoriana, narrata sì da grandi opere, ma forse con ancor maggior schiettezza in quelle ritenute minori, dai racconti di Sherlock Homes di Arthur Conan Doyle ai romanzi umoristici di Jerome K. Jerome. Il mondo di Sherlock Holmes rimase cristallizzato all’anteguerra, anche nei racconti pubblicati successivamente (l’ultimo nel 1927), con le sue carrozze e i suoi fattorini, i suoi salotti borghesi e le sue plebi cenciose. Così Jerome in Tre uomini in barca affrescò un’Inghilterra serena, tanto nell’ordinata Londra quanto nei bucolici paesaggi del Tamigi; e in Tre uomini a zonzo descrisse una Germania pacifica e prosperosa, ben lontana da quella che sarebbe divenuta il Nemico.

Due autori, Doyle e Jerome, anche personalmente toccati dalla Grande Guerra: Doyle vi perse un figlio, nel 1918; Jerome – sebbene all’epoca già ultracinquantenne – prestò servizio per la Croce rossa francese. «La vista dei campi di battaglia – ha scritto Manlio Cancogni – lo sconvolse al punto di fargli perdere ogni fiducia nella fondamentale bontà della natura umana. Al ritorno in patria era un uomo dal morale spezzato». E, abbandonato per sempre alla nostalgia il mondo incantato dei Tre uomini, scrisse Tutte le vie conducono al Calvario. 

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Carmelo Bene visto da Claudio Abate https://minimaetmoralia.it/fotografia/carmelo-bene-visto-da-claudio-abate/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/carmelo-bene-visto-da-claudio-abate/#comments Wed, 16 Jan 2013 14:42:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12477 Pubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, sulla mostra Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate in corso al Palazzo delle Esposizioni a Roma e vi invitiamo domani, giovedì 17 gennaio, alle 18.30 alla libreria Arion Esposizioni per un incontro speciale dedicato a Bene con Emiliano Morreale, curatore di Contro il cinema, e Giuseppe Sansonna. (Immagine: Claudio Abate. Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio '66, Teatro Centrale, Roma 1966.)

Nel decennale della scomparsa di Carmelo Bene, per la prima volta viene presentata al Palazzo delle Esposizioni a Roma una parte dell'immenso archivio fotografico di Claudio Abate a lui dedicato. Delle tremila foto scattate in un decennio, dal 1963 al 1973, la mostra romana ne presenta una selezione accurata e ragionata. “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”, questo il titolo della mostra aperta fino al 3 febbraio 2013, non è solo la testimonianza di una stagione artistica irripetibile. Le foto non riproducono, bensì illuminano, colgono dettagli, aprono squarci. Almeno in questo caso, l'atto estremo del fotografo (lo scatto, per intenderci) è solo l'ultimo anello della catena di una lunga opera di avvicinamento e condivisione con Bene e il suo mondo: ore di pause, silenzi, osservazioni... da cui poi nasce un'immagine che si aggiunge alle altre già raccolte.

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Pubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, sulla mostra Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate in corso al Palazzo delle Esposizioni a Roma e vi invitiamo domani, giovedì 17 gennaio, alle 18.30 alla libreria Arion Esposizioni per un incontro speciale dedicato a Bene con Emiliano Morreale, curatore di Contro il cinema, e Giuseppe Sansonna. (Immagine: Claudio Abate. Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio ’66, Teatro Centrale, Roma 1966.)

Nel decennale della scomparsa di Carmelo Bene, per la prima volta viene presentata al Palazzo delle Esposizioni a Roma una parte dell’immenso archivio fotografico di Claudio Abate a lui dedicato. Delle tremila foto scattate in un decennio, dal 1963 al 1973, la mostra romana ne presenta una selezione accurata e ragionata. “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”, questo il titolo della mostra aperta fino al 3 febbraio 2013, non è solo la testimonianza di una stagione artistica irripetibile. Le foto non riproducono, bensì illuminano, colgono dettagli, aprono squarci. Almeno in questo caso, l’atto estremo del fotografo (lo scatto, per intenderci) è solo l’ultimo anello della catena di una lunga opera di avvicinamento e condivisione con Bene e il suo mondo: ore di pause, silenzi, osservazioni… da cui poi nasce un’immagine che si aggiunge alle altre già raccolte.

Queste foto si collocano, con forza, in un preciso rapporto dialettico con la “macchina attoriale” Carmelo Bene. Come scrive Jean-Paul Manganaro nell’introduzione al catalogo della mostra edito da Skira (a cura di Daniela Lancioni e Francesca Rachele Oppedisano): “Le fotografie di Claudio Abate testimoniano gli istanti particolari in cui C.B., dal 1963 al 1967 e fino al 1973, dopo la parentesi cinematografica, ha assunto la potenza delle sue decisioni sceniche.”

In queste immagini, che ritraggono momenti dalla scena o “prima della scena”, si percepisce tutta l’eccezionalità del teatro di Carmelo Bene: il suo essere costantemente uno spazio vuoto votato al superamento di un altrove. Bene, come scrive ancora Manganaro, “non vuole un teatro che si compiace ancora nel suo provincialismo, che ripete all’infinito una lezione classica ormai logora”. Allo stesso tempo, “non vuole nemmeno un teatro che comincia, in quel periodo, a situarsi nel potere della persuasione mediatica e nelle sfere di divisione di potere culturale. (…) Ripensa invece il teatro come globalità, reinterpretando antiche modalità già espresse.” In questa globalità, l’attore diviene “artefice”, un Demiurgo sui generis che raccoglie in sé il regista, lo scenografo, il fonico…

Quello di Carmelo Bene non è un teatro della ripetizione, che si limita ad esempio alla “messa in scena” dei classici. È piuttosto un teatro della loro “disiscrittura”, che crea un vuoto, sventra, dissacra, e poi ricostruisce (o abbozza la ricostruzione di) qualcosa di nuovo. È così nel lavoro su Shakespeare: si pensi alla lunga meditazione su Amleto, prototipo dell’attore “vuoto”. Si pensi al lavoro sulla “phoné”, da Leopardi a Majakoskij. Si pensi al suo “Salomè” da Oscar Wilde.

In mostra, tra l’altro, c’è un bellissima foto che ritrae  Carmelo Bene e Franco Citti dietro le quinte, al Teatro delle Muse a Roma, nel marzo del 1964. Un dietro le quinte che svela il teatro, e la potenza del teatro, quasi quanto la stessa scena: il Citti dell’“Accattone” pasoliniano diventa il Giovanni Battista del “Salomè” beniano (“un disgraziato analfabeta”).

Ma si pensi anche al suo “Pinocchio”, alla profonda riflessione sulla lingua di Collodi, e sul burattino (alter ego dell’attore) che non vuole diventare adulto. Il Pinocchio di Bene, dice ancora Manganaro, vorrebbe “un’infanzia eternamente gioiosa”. Vorrebbe rimanere nel paese dei balocchi e dell’utopia (il paese del teatro); non vorrebbe essere ricondotto alla società e alle regole dettate dagli adulti (dagli Stati e dai Padri), dopo essere passato nel ventre della balena. C’è una considerazione fulminante (riportata nel catalogo) fatta da Carmelo Bene in una intervista rilasciata a “Paese sera” nel 1966: “Almeno due terzi dei seicentomila morti sulle trincee alpine della prima guerra mondiale avevano nello zaino il ‘Cuore’ di De Amicis. Sono sicuro che se avessero avuto Collodi forse ne sarebbero tornati almeno la metà.” Qui ci sono due fanciulli: quello che si sacrifica come giovane adulto sull’altare dell’ideale nazionale edificato dai “grandi” (dalla “Piccola vedetta lombarda” al “Tamburino sardo”); e quello che se ne distacca nel gioco. Carmelo Bene sta con il secondo, ovviamente, anche se sa che la tragicità di Pinocchio è tutta nell’essere inevitabilmente, necessariamente, condotto verso il primo polo. Contro tale processo il teatro non può niente: può solo creare un momento di sospensione, una zona libera, proprio come si può appurare da queste foto… Viceversa, ci sono tanti spettacoli mortuari, pressoché inutili, proprio perché non producono nessuna distanza rispetto alla realtà, alla sua lingua, alle sue regole; oppure perché, nell’atto di “far rivivere” i classici, li uccidono sotto il peso di una recita insopportabile, della ripetizione, delle gabbie.

Molte foto ritraggono, poi, “Nostra Signora dei Turchi”: opera-totale, e allo stesso tempo destabilizzante, che ruota intorno a quello che Bene definiva “sud del sud dei santi”. Il romanzo (scritto nel 1964, pubblicato nel 1966) si fece teatro nel 1966 (al Teatro Beat di Roma), cinema nel 1968 (premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia) e ancora teatro nel 1973 (al Teatro delle Arti, sempre a Roma). Letteratura, teatro, cinema: tutte facce di un prisma che non sono la riproduzione l’una dell’altra, bensì stanno tra loro in un rapporto di dinamica tensione.

Le foto di Abate seguono l’evoluzione della “macchina attoriale” lungo tutto un decennio, fino alla prima metà degli anni settanta. A rivederle ora, soprattutto quelle in un bianco e nero essenziale, provocano un effetto straniante. Il teatro di Carmelo Bene (come quello di Kantor o di Grotowski) è ancora lì, a illuminare vie che possono condurre a qualcosa di diverso.

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