democrazia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/democrazia/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:29:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg democrazia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/democrazia/ 32 32 La Costituzione, in prima persona. https://minimaetmoralia.it/arte/la-costituzione-in-prima-persona/ https://minimaetmoralia.it/arte/la-costituzione-in-prima-persona/#respond Tue, 28 Jan 2014 00:23:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17957 Oggi, martedì 28 gennario alle 17 e 30, presso il Dipartimento di Filosofia, a Villa Mirafiori, nell'aula XII, Via Carlo Fea 2, 00161 Roma, Tomaso Montanari terrà una relazione dal titolo Patrimonio artistico e democrazia come primo incontro del seminario permanente, organizzato dalla Cattedra internazionale Emilio Garroni dedicato al tema di una “Topologia del senso comune”. Questo è il sito del progetto. Chi non ha avuto la fortuna di ascoltare Emilio Garroni quand'era vivo, si guardi almeno questo video. Questo qui sotto è l'abstract dell'intervento.

Il più importante repertorio di immagini della prima età moderna – l’Iconologia di Cesare Ripa – contiene un’allegoria della Conservazione il cui senso è che la «durazione» delle cose si può assicurare solo a condizione di una «trasmutazione».
È proprio così: l’ambiente e il patrimonio storico e artistico della nazione italiana dureranno solo se gli italiani «trasmuteranno» la loro mentalità. Per farlo abbiamo bisogno di pensieri diversi, di parole che non siano quelle – fruste, inefficaci, fallimentari – che affondano ogni giorno il discorso pubblico italiano. Di un altro modo per guardare alla funzione della cultura.

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Oggi, martedì 28 gennario alle 17 e 30, presso il Dipartimento di Filosofia, a Villa Mirafiori, nell’aula XII, Via Carlo Fea 2, 00161 Roma, Tomaso Montanari terrà una relazione dal titolo Patrimonio artistico e democrazia come primo incontro del seminario permanente, organizzato dalla Cattedra internazionale Emilio Garroni dedicato al tema di una “Topologia del senso comune”. Questo è il sito del progetto. Chi non ha avuto la fortuna di ascoltare Emilio Garroni quand’era vivo, si guardi almeno questo video. Questo qui sotto è l’abstract dell’intervento.

di Tomaso Montanari

Il più importante repertorio di immagini della prima età moderna – l’Iconologia di Cesare Ripa – contiene un’allegoria della Conservazione il cui senso è che la «durazione» delle cose si può assicurare solo a condizione di una «trasmutazione».
È proprio così: l’ambiente e il patrimonio storico e artistico della nazione italiana dureranno solo se gli italiani «trasmuteranno» la loro mentalità. Per farlo abbiamo bisogno di pensieri diversi, di parole che non siano quelle – fruste, inefficaci, fallimentari – che affondano ogni giorno il discorso pubblico italiano. Di un altro modo per guardare alla funzione della cultura.
Un modo che riprenda le parole e lo spirito della Costituente: e soprattutto che ne riprenda lo sguardo felicemente presbite, e cioè libero dall’angoscia del presente e capace di guardare lontano. È di quel punto di vista che abbiamo disperatamente bisogno se vogliamo rompere l’opprimente stato delle cose nell’Italia di oggi: abbiamo bisogno di uno sguardo pieno di fiducia e di amore, di un progetto carico di futuro.
Per questo non parlerò di ‘beni culturali’, ma di ‘patrimonio’. Il patrimonio non è un’entità amministrativa, né una categoria economica: è, letteralmente, il retaggio dei padri, l’eredità delle generazioni che ci hanno preceduti. È ciò che ci definisce come famiglia, come comunità. «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»: l’articolo 9 della Costituzione si lega all’articolo 1 («la sovranità appartiene al popolo»), perché, conquistando la sovranità, il popolo acquista anche un patrimonio, quello che un tempo era nella disponibilità del re. Così, parlando di patrimonio parliamo di cittadinanza, di sovranità popolare, di uno Stato inteso come comunità. Durante un dibattito televisivo del dicembre 2013, un mio occasionale interlocutore ha esortato gli italiani a «non fidarsi della Pubblica amministrazione», e a fare invece da soli: rimboccandosi le maniche in prima persona per salvare il patrimonio artistico, magari riunendosi in associazioni. Il mio intervento vuole ricordare che Difficilmente potremmo inventarcene di migliori: perché solo la Repubblica può permettere al esiste già una associazione per la difesa dell’ambiente e del patrimonio storico e artistico della nazione: quella associazione si chiama Repubblica italiana.
patrimonio di svolgere la sua vera funzione. Che non è assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali. E a garantirlo è lo statuto di questa speciale associazione di cittadini: la Costituzione, appunto. L’impegno di ogni cittadino è prezioso: e mai come ora c’è bisogno di un’assunzione di responsabilità in prima persona. Ma il frutto di quell’impegno individuale non può essere la pietra tombale su ogni speranza di esistere come comunità: non possiamo condannarci a mimare ogni giorno il ruolo dello Stato, a ricostruirne malamente le funzioni in una sorta di bricolage personale. Al contrario, l’impegno personale dei cittadini deve aiutarci a riprendercelo, lo Stato. Insieme a quelle per la scuola, l’università e la salute pubblica, la lotta di resistenza per la difesa del patrimonio culturale è uno dei mezzi attraverso i quali dobbiamo riuscire a riportare la Repubblica a res publica.
Sono consapevole che si tratta di un messaggio controcorrente. L’intera scena politica italiana sembra infatti caratterizzata da un unico estremismo: quello antistatale. Così la pensa quel che resta della destra berlusconiana, così il centro post-montiano, così anche ciò che un giorno fu la sinistra, e che oggi si è affidata al neoliberismo ritardatario di Matteo Renzi. Quasi tutti i partiti rappresentati in Parlamento affermano che lo Stato non può essere la soluzione dei nostri problemi, perché esso stesso sarebbe il problema. Paradossalmente, questa convinzione rischia di mettere d’accordo la destra e ciò che era la sinistra: i neoliberisti con i fautori di una visione anti-pubblica del diritto dei beni comuni.
Una simile, radicale, sfiducia nello Stato fu espressa esattamente con quelle parole il 20 gennaio del 1981 da Ronald Reagan, nel discorso di insediamento del suo primo mandato alla Casa Bianca: «In this present crisis, government is not the solution to our problem; government is the problem». Ed è questa la dottrina che ha distrutto, in Europa, ogni idea di giustizia sociale e solidarietà, rimpiazzandola con la «modernizzazione», che è stata la parola d’ordine dell’età di Tony Blair: un’età a cui Renzi si ispira esplicitamente e programmaticamente, e la cui «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, … [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra»1. Luciano Gallino ha spiegato che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – del mercato dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio»2. Così – mentre negli Stati Uniti economisti, storici e filosofi come Joseph Stiglitz, Tony Judt o Michael Sandel rilanciano il ruolo dello Stato e un’idea forte di interesse pubblico collettivo – l’Europa e con essa l’Italia sembrano condannarsi a guardare al passato, ripetendone errori e tragedie. Ciò che manca, ovunque si guardi, è un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica italiana del futuro, la capacità di render finalmente concreto l’attualissimo disegno contenuto nella Costituzione: quella vera. E questa idea manca perché oggi sembra impossibile avere un’idea dell’uomo che non sia ridotta alla sola dimensione economica. Far evadere il patrimonio culturale dalla prostrazione materiale e morale in cui è stato confinato dal totalitarismo neoliberista significa rimettere in circolo uno dei pochi antidoti a questo dogma. Perché le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possano liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un idea di comunità che ci permettano di costruire un futuro diverso.

Bibliografia minima

Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Torino 2013

Ernst Gombrich, «Discipline umanistiche sotto assedio. La crisi delle università», in Argomenti del nostro tempo. Cultura e arte nel XX secolo, Einaudi, Torino 1991

Tony Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2010

Alice Leone, Paolo Maddalena, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente, Einaudi, Torino, 2013 2 Ibidem.

Roberto Longhi, Critica d’arte e buongoverno, Sansoni, Firenze 1985

Ugo Mattei, Contro riforme, Einaudi, Torino 2013

Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi, Torino 2011

Tomaso Montanari, Le pietre e il popolo, minimum fax, Roma 2013

Erwin Panofsky, «La storia dell’arte come disciplina umanistica» [1940], in Il significato nelle arti visive, Einaudi, Torino 1962

Michael J. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Feltrinelli, Milano 2013

Salvatore Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, Torino, 2002

Salvatore Settis, Paesaggio, Costituzione, cemento, Einaudi, Torino, 2011 Salvatore Settis, Azione popolare, Einaudi, Torino, 2012

Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2013

David Foster Wallace, «Questa è l’acqua», in Questa è l’acqua, a cura di Luca Briasco, Einaudi, Torino 2009

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Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/ https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/#comments Sun, 17 Nov 2013 09:17:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16411 Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò […]

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Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò che auspicano) il livello di disuguaglianza reale nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti. Ottenuti i risultati del sondaggio, i due studiosi li hanno messi a confronto con il reali valori di disuguaglianza presenti nel paese. Ciò che emerge è sufficiente a far sorgere (o a confermare) i peggiori dubbi sul tipo di sistema in cui viviamo, ed è molto ben spiegato e documentato in questo video.

Praticamente il 40% dei cittadini americani meno abbienti (circa 120 milioni di individui, una fetta enorme di popolazione che va dai disoccupati, agli operai, agli insegnanti, a non pochi professionisti) possiede lo 0,3% della ricchezza. L’1% al vertice della piramide sociale concentra nelle proprie mani una quantità di ricchezza di molto superiore alla somma della ricchezza di tutto il primo 80%. Altro dato interessante è che il 93% degli elettori democratici e il 90,5% degli elettori repubblicani vorrebbero (come si vede nella clip) un sistema di distribuzione della ricchezza completamente diverso da quello reale. Anche questo fa sorgere dubbi sull’ipotesi che i regimi democratici sotto determinati profili siano sempre più una questione di onomastica. L’Italia. In Italia si va per famiglie e non per individui. In Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene il 50% della ricchezza nazionale. La Grecia. Quante famiglie, quanti milioni di individui ha distrutto e fatto soffrire la crisi greca? Il patrimonio personale dei primi cinque o sei uomini più ricchi del pianeta coprirebbe il debito greco. L’Europa. “L’aspetto realmente triste è che l’euro avrebbe dovuto avvicinare i paesi europei, in modi sia sostanziali che simbolici. Avrebbe dovuto incoraggiare rapporti economici più stretti, e promuovere un senso di identità comune. Invece ha determinato un clima di risentimento e di sdegno, sia da parte dei debitori che dei creditori”, Paul Krugman, recentemente sul «New York Times».

Se la democrazia è bloccata o in certi suoi ingranaggi semplicemente non è più tale, con quali mezzi si può evitare che il mondo torni un luogo dove la linea di confine principale separa gli schiavi dai padroni?

Secondo gli ultimi sondaggi, Alba Dorata è oggi il partito più popolare in Grecia.

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Altro che Crescitalia, ovvero il Paese di domani si costruisce oggi nelle biblioteche https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/#comments Thu, 05 Apr 2012 07:10:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6998 di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

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di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

Ciò che io leggo nel disegno è, innanzitutto, l’opacità di un mondo del quale non capiamo più nulla: la società è diventata opaca, sempre più ci sentiamo vittime di forze incontrollabili che modellano il nostro destino (la globalizzazione, la finanza internazionale, l’Unione Europea) rinchiudendoci dentro muri cognitivi invalicabili. Ed è abbastanza paradossale che questo avvenga proprio nel momento in cui, grazie alla rete, ci illudiamo di poter ottenere istantaneamente qualsiasi informazione sullo schermo del nostro telefonino.
L’uomo del disegno sembra guardare lontano: è arrivato a sollevarsi in cima al muro grazie a una pila di libri e mi piace pensare che sia stato un compito lento e difficile trovare i libri e trovare il modo di salirci sopra. Forse la scena che vediamo nasconde i molti sforzi precedenti, innumerevoli fallimenti. Forse la persona che vediamo è un prigioniero e i libri sono quelli accumulati per molti anni in cella: uno all’anno, per 25 anni. Era più facile evadere dalla prigione del conte di Montecristo che da quelle mentali in cui spesso ci autorinchiudiamo.
Mai come oggi arrivare in cima al muro e capire il mondo che ci circonda è difficile: trovo fantastico che l’artista abbia saputo dirci con pochi tratti di matita come sia impossibile uscire dalla nostra cella senza l’aiuto dei libri. In fondo, i libri sono solidi, durevoli e non hanno bisogno di batteria, quindi ci si può salire sopra, cosa che non riusciremmo a fare impilando 25 iPad uno sopra l’altro.

Viviamo  in tempi di diffidenza, quando non aperta ostilità, verso i libri. Tra le giovani generazioni serpeggia la pericolosa illusione di non dover imparare più niente, perché la cultura viene gentilmente offerta già confezionata sotto forma di pagine Wikipedia. Basta cercarle e scaricarle e l’italiano sarebbe anch’esso superfluo perché esistono i correttori ortografici.
Recentemente si é letto della flessione dei cosiddetti “lettori forti”, cioè i cittadini che leggono almeno un libro al mese: nel 2011 sarebbero diminuiti di 723.000 persone, quali sono le possibili ragioni di questo calo?
Chi sono gli italiani che leggono? Sono quel “ceto medio riflessivo” che negli anni scorsi aveva il suo zoccolo duro nel settore pubblico (insegnanti, docenti universitari, studenti) e nelle professioni creative (editoria, giornalismo). Sono proprio i settori più penalizzati negli ultimi anni, che hanno visto crescere la vulnerabilità economica e sociale di queste categorie.
Un insegnante che ha 1200-1400 euro al mese per pagare l’affitto, mangiare e vestirsi avrà anche i 15 o 20 euro per comprarsi un libro? Solo se non ha famiglia: al Nord con queste cifre non si vive  in due (e non parliamo di figli). I consumi voluttuari, e quindi anche quelli culturali, sono spariti da tempo nelle famiglie monoreddito.
Lo stesso si potrebbe dire per gli studenti o i giovani precari che riescono a mettere insieme 7-800 euro al mese: non c’è spazio per acquisti di libri o giornali e non a caso c’è stata una forte reazione proprio da parte di queste categorie alla legge sul prezzo fisso del libro, che limita gli sconti al 15 %.

Ciò che dobbiamo capire oggi è che l’impoverimento economico porta con sé anche isolamento sociale (ci si vergogna di non poter più fare molte delle cose che si facevano prima, se si perde il lavoro si perdono anche gli amici) e impoverimento culturale (non si va al cinema, non si comprano libri, non si leggono giornali). Tutto questo provoca un chiudersi in se stessi, un rifiuto progressivo dei diritti/doveri della cittadinanza: la vulnerabilità porta con sé risentimento e rabbia verso ciò che esiste di più visibile del mondo esterno, le istituzioni. Poiché non sapremmo come prendercela con i “mercati” coltiviamo il rancore verso il governo, i politici, gli amministratori locali, i sindacalisti. Tutti i diversi da noi diventano dei “privilegiati”

Chi ha a cuore non solo le sorti delle biblioteche ma della democrazia deve capire che occorre contrastare questa deriva pericolosa e c’è un unico modo per farlo: far partecipare i cittadini.
Dobbiamo rassicurare senza illudere, coinvolgere  per costruire insieme.
La frontiera del nuovo welfare sta qui. Il problema è come fare e quale ruolo possono giocare le biblioteche.
Prima di entrare nel merito, però, vorrei chiedere ai parlamentari in sala, se ce ne sono, come arrivano a varare emendamenti o leggine a cui manca un requisito fondamentale: il buon senso. Su proposta dell’ex ministro Brunetta, il parlamento ha approvato martedi un emendamento secondo il quale tutti i rapporti fra la pubblica amministrazione e i cittadini dovranno avvenire, entro il 2014, on line.
Mi chiedo cosa ci fosse nella testa di chi lo ha votato: il 50%, ripeto il CINQUANTA PER CENTO, delle famiglie italiane non ha internet. Un quarto della popolazione italiana, nel 2014, avrà più di 65 anni, quindi molto probabilmente non usa il computer se non per ricevere le foto dei nipoti.

Vorrei ripeterlo per gli amministratori affaccendati per essere presenti su Twitter o FB: il Italia il 50% della popolazione non ha accesso alla rete e spesso si tratta proprio di quella parte di popolazione che ne avrebbe più bisogno per migliorare la loro condizione professionale, o semplicemente difendere il proprio tenore di vita.
Il luogo dove chi non sa come usare internet, non possiede un computer o non è in grado di compilare e spedire un curriculum utile, è la biblioteca. Le biblioteche americane sono state, in questi tre anni di crisi, ciò che ha salvato milioni di persone dalla miseria e dall’emarginazione.
Le biblioteche sono un’ancora di salvezza, come ho scritto nel mio libretto indirizzato ai sindaci, non perché possiedano dei computer collegati alla rete (in ogni caso ne possiedono troppo pochi ed è assurdo che alcune chiedano agli utenti di pagare per usarli così come é assurdo che vietino l’accesso ai social network) ma perché esse sono uno SPAZIO COMUNE.
Da qualche tempo si parla molto di “beni comuni”, facendo una gran confusione tra gli acquedotti e le opere d’arte, fra il museo del cinema e le piscine comunali. Io penso che sia più utile definire la biblioteca uno spazio comune, cioè una risorsa a disposizione della comunità. Una risorsa “aperta”, non autoreferenziale o gestita nel modo gerarchico e burocratico tipico del settore pubblico italiano.
Biblioteche come  “piazze del sapere” e una piazza è uno spazio in cui ci si può incontrare, si possono mettere in comune risorse, ci si può organizzare. La biblioteca è uno spazio NEUTRALE, quindi un luogo accogliente, dove domande di cultura e risorse di cultura possono incontrarsi, dove le domande sociali possono trovare le COMPETENZE necessarie per realizzarsi.
Voglio sottolineare la neutralità della biblioteca perché essa è un territorio frequentato da tutti i ceti sociali, da tutte le età, da tutte le nazionalità. Non è la stessa cosa organizzare un incontro nella sede di un partito o di una associazione oppure nella biblioteca civica.
La biblioteca è un luogo dove si incontrano italiani e immigrati, studenti e professori, casalinghe e pensionati.
Ha una VOCAZIONE a ricevere tutti su basi di uguaglianza.
Questa caratteristica permette di mettere insieme competenze diverse: noi bibliotecari non dobbiamo trasformarci in assistenti sociali ma dobbiamo sapere che i facilitatori e gli operatori dei servizi sociali hanno competenze che potrebbero essere usate meglio in biblioteca  che altrove. La nostra capacità di trovare informazioni, ampliare i contesti, dare spessore alla ricerca può essere messa al servizio di esperimenti di partecipazione  che coinvolgano operatori del welfare, utenti, cittadini. [esempio Sala borsa]
Il welfare tradizionale è in crisi non solo per il calo di risorse ma anche per la sua struttura burocratica, per i suoi meccanismi che premiano più chi ha l’abilità di accedere al sistema che chi ha veramente bisogno. Questo problema va affrontato in termini di apertura e di rifondazione, due strategie a cui la biblioteca può dare contributi preziosi.
Un tempo esistevano le sezioni dei partiti di massa che erano potenti dispositivi di integrazione sociale, la sezione era un luogo di informazione, di formazione, di convivialità e la sua scomparsa è stata una grave perdita per la democrazia. Oggi dobbiamo ricreare dei luoghi di eguaglianza, di informazione, di cooperazione.
Il “vecchio” welfare ha essenzialmente due grandi voci: le pensioni e la sanità, il resto sono briciole. Forse agli amministratori che si propongono di tagliare i fondi alle biblioteche andrebbe spiegato che chi ha una vita culturale attiva è più sano e vive più a lungo, come ha dimostrato uno studio norvegese che ha coinvolto  oltre 50.000 persone. Andare a teatro, cantare in un coro, leggere storie ai bambini in biblioteca rendono le persone meno depresse, migliorano la qualità della vita e le fanno vivere più a lungo. E questo è particolarmente vero per le attività creative, quindi è meglio suonare il pianoforte che andare semplicemente  al cinema.
Possono sembrare questioni marginali ma non lo sono: in Italia c’è stato un boom del consumo di psicofarmaci, per gli antidepressivi l’aumento è del 310% tra il 2000 e il 2008.

Di nuovo: ricordiamoci che nel 2015 un italiano su quattro avrà più di 65 anni: avere degli anziani attivi, che si mantengono per quanto possibile in buona salute mentale e fisica è l’unico modo per prevenire un’esplosione della spesa sanitaria. La biblioteca può essere il luogo dove non solo si promuovono stili di vita più sani ma anche quello dove si dà un senso alla giornata di molti pensionati che come unica alternativa avrebbero il bar o il televisore in salotto. Questi miglioramenti SONO MISURABILI in termini di minor spesa sanitaria e la Regione dovrebbe pensarci prima di ridurre ulteriormente i già magri stanziamenti per la cultura.
L’welfare definisce la natura stessa della democrazia moderna.

A Milano é stata effettuata una ricerca che ha interessato un campione della popolazione milanese, analizzando la relazione esistente fra stili di vita e il benessere psicologico individuale, con particolare riguardo all’accesso culturale, allo scopo di fornire una stima possibile dell’impatto della partecipazione culturale sulla percezione soggettiva del benessere. La cultura è nel nostro Paese considerata generalmente  “intrattenimento”, quindi ricondotta al superfluo. Se assurge a fattore determinante per il benessere delle persone, seconda solo alla salute fisica e comunque strettamente a questa correlata,  prima delle variabili reddito, età e occupazione, cambia le prospettive strategiche del welfare.
La salute dipende da come l’essere umano vive nel suo contesto e come partecipa alla società. La cultura è una risorsa per la costruzione di occasioni di sviluppo della società e di prevenzione del disagio,
La biblioteca è un luogo dove affluiscono persone con risorse culturali molto diverse: fare in modo che queste risorse vengano almeno parzialmente condivise è una forma di welfare di nuovo tipo, un tentativo di auto organizzazione della società sempre più necessario.
Questo Nuovo Welfare si deve porre due obiettivi: uno è l’emergenza, l’aiuto ai cittadini in difficoltà attraverso la messa in comune di risorse culturali e partecipative, di cui ho già parlato. L’altro è l’obiettivo di lungo periodo di costruire una cittadinanza informata e competente.
Gli amministratori che oggi pensano di tagliare i bilanci delle biblioteche non si rendono conto di stare segando il ramo su cui sono seduti: non ci possono essere consumi culturali per il museo del cinema, per i teatri o i concerti se non c’è un’educazione  paziente alla conoscenza e al godimento di questi prodotti. Non saranno i telefonini, e putroppo neppure la scuola in crisi, a creare gli acquirenti di libri, i frequentatori di balletto o i visitatori del  museo  di domani.
I consumi culturali hanno bisogno di un ecosistema favorevole, continuamente alimentato da iniziative diverse, da un’offerta ricca e attraente. Possiamo creare questi nuovi consumatori solo se offriamo ai giovani la possibilità di entrare in contatto con un’offerta culturale diversa da quella veicolata dalla televisione o dalle multinazionali della musica.
Una biblioteca che voglia essere un hub del Nuovo Welfare non può permettersi di stare chiusa, tanto più nel momento attuale. Eppure i tagli significano un’Italia piena di istituzioni culturali aperte poche ore la settimana, o addirittura  saltuariamente. Da anni non si assume più nessuno, il che significa un personale mal retribuito, sempre più anziano, spesso demotivato.

Gli ultimi cinque anni sono stati un incubo per tutti i valorosi colleghi che ogni giorno fanno molto più del proprio dovere, senza neppure prospettive di riconoscimento professionale perché l’unico modo per progredire, negli enti locali, sarebbe fare un concorso da dirigente abbandonando la biblioteca.
Da qualche anno, a fianco dei lavoratori in organi sono comparse le cooperative. I dipendenti delle cooperative che integrano il personale permettendo di aggirare le limitazioni imposte dal governo alle assunzioni e consentendo la gestione di varie istituzioni culturali. Le cooperative ottengono l’appalto con il massimo ribasso e costano poco: ci sono numerosi casi che gridano vendetta, di cooperative che pagano gli operatori 5 euro netti l’ora o anche meno, o che non pagano il trattamento di fine rapporto pur avendolo intascato.
Nessuno può amare il proprio lavoro se la paga è da fame e poi la precarizzazione produce professionalità spesso modeste perché nessuno decide di investire su se stesso se il rapporto con mondo produttivo é così labile.
Una biblioteca è fatta del suo personale, molto prima che delle sue collezioni.
Purtroppo, i manuali di biblioteconomia non contengono istruzioni su come essere gentili con gli utenti, come aiutare un pensionato in difficoltà, consolare un bambino che si è sbucciato un ginocchio. Per far questo abbiamo bisogno di personale giovane (la biblioteca è un lavoro anche fisicamente faticoso) che abbia l’attenzione al “cliente” propria del settore privato, sia disponibile, creativo, entusiasta.
Questo significa che i bibliotecari da assumere, o quelli che vengono impiegati dalle cooperative, non vanno valutati solo sulla base dei titoli accademici: occorre disegnare i concorsi in modo che anche i giovani con competenze psicologiche, informatiche, giornalistiche, grafiche, artistiche, possano avere una chance: saranno preziosi per la biblioteca.
Il bibliotecario di cui c’è bisogno oggi è uno che capisce cosa vuol dire lavorare in un certo contesto sociale, che usa le competenze in un ruolo di facilitatore, non di “custode” dei beni culturali.

Oggi la situazione è chiara: nel prossimo futuro non ci saranno assunzioni nel settore pubblico, nemmeno per sostituire chi va in pensione. Se non vogliamo che i servizi a cui abbiamo dedicato la nostra intera vita professionale chiudano (o vadano in malora) dobbiamo non solo fare ricorso alle cooperative ma anche promuovere l’uso di volontari amici della biblioteca che ci aiutino. Non ci sono alternative.
Anche la biblioteca più semplice ha bisogno di due persone per stare aperta e devono essere bibliotecari, se non altro perché dei volontari potrebbero semplicemente stare a casa la mattina in cui hanno di meglio da fare.
Ma non tutti gli addetti presenti in loco devono essere bibliotecari: se vogliamo proporre quelle attività che spesso sono il vero elemento per attrarre i nuovi cittadini (dalla lettura di storie per i bambini ai corsi di informatica per gli anziani) abbiamo bisogno di volontari. Spesso le biblioteche americane ne hanno centinaia e possiamo usarli anche noi.
A Torino, il progetto Volontari Senior del Comune ha permesso di inserire circa 80 volontari, selezionati sulla base delle motivazioni e competenze, a sostegno del lavoro dei bibliotecari ma se ne potrebbero trovare molti di più.
L’Italia è pinna di pensionati di mente e cervello giovanili che non si tirerebbero indietro di fronte a una ben organizzata attività di sostegno per gli studenti deboli in matematica o a corsi di italiano per gli stranieri, come si fa in molte città. E questo vale anche per le esercitazioni di scrittura per gli italiani, le consulenze per i consumatori, visite guidate della biblioteca, vendita di libri o magari corsi per imparare a disporre i fiori o a riconoscere gli uccelli quando si va in gita in montagna: c’è solo l’imbarazzo della scelta se si fa appello alla ricchezza di competenze disperse nella società civile. [2012 é l’anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra generazioni, la sfida è di migliorare le possibilità di invecchiare restando attivi e di condurre una vita autonoma continuare a svolgere un ruolo attivo nella società]

Come convincerli? Certo, non è una biblioteca polverosa, gestita da personale scostante, che invoglierà delle persone a donare il loro tempo e le loro capacità per rendere  la città più vivibile. Occorre che la biblioteca sia già percepita come uno spazio comune, un punto di incontro, un luogo amichevole, un’istituzione al servizio della comunità. Se la biblioteca si apre alla città, la città adotterà la biblioteca e non sarà difficile trovare aiuto.
Questo non significa assolvere le amministrazioni comunali dalle loro responsabilità: coinvolgere i cittadini significa anche mobilitarli perché i comuni riconoscano la necessità di operatori qualificati e ricomincino ad assumere. Questo può avvenire, però, solo se sapremo convincere la città di quanto il nuovo welfare passi per nuove biblioteche.
Da questo punto di vista, il peggior nemico del welfare basato sulla cultura è il sistema gerarchico e burocratico in cui le biblioteche sono inserite, abbiamo forme organizzative insostenibili, la PA deve riorganizzarsi e lavorare per progetti mettendo fine alla separazione verticale tra settori che potrebbero collaborare fra loro.
Recentemente sono stata a Palermo all’iniziativa sui cantieri culturali della Zisa, molto parlato di biblioteche, ovviamente diverse da quelle a cui sono abituati, mi sembra un bel segnale, e forse mai come in questo momento in tutt’Italia, soprattutto nel sud ci sono molti segnali di forte interesse  per questo particolare idea di servizio, chissà che non sia proprio la crisi a rilanciare le biblioteche? forse i cittadini mai come di questi tempi hanno capito che ce ne è bisogno.

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Arte festiva e arte feriale https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/arte-festiva-e-arte-feriale/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/arte-festiva-e-arte-feriale/#comments Wed, 01 Feb 2012 08:21:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6325 Pubblichiamo stamattina un estratto da un saggio di Piergiorgio Giacchè, antropologo, scrittore e saggista italiano, pubblicato su un quaderno delle Edizioni dell’Asino: «Necessità e servitù della critica». Ma più che di saggio, come specifica lo stesso autore, si tratta di «un assaggio: qualche considerazione fatta per alimentare una discussione aperta», sul valore dell’arte e il ruolo della critica.

di Piergiorgio Giacchè

Creatività e democrazia
Siamo tutti talmente in alto da sentirci creatori, si potrebbe anche dire. E molti in effetti lo dicono e si sentono così sollevati dalla merda, che siano o non siano artisti. Ma appunto, chi non è “artista”, ovviamente a modo suo?

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Pubblichiamo stamattina un estratto da un saggio di Piergiorgio Giacchè, antropologo, scrittore e saggista italiano, pubblicato su un quaderno delle Edizioni dell’Asino: «Necessità e servitù della critica». Ma più che di saggio, come specifica lo stesso autore, si tratta di «un assaggio: qualche considerazione fatta per alimentare una discussione aperta», sul valore dell’arte e il ruolo della critica. 

di Piergiorgio Giacchè

Creatività e democrazia
Siamo tutti talmente in alto da sentirci creatori, si potrebbe anche dire. E molti in effetti lo dicono e si sentono così sollevati dalla merda, che siano o non siano artisti. Ma appunto, chi non è “artista”, ovviamente a modo suo?
Non ci capisco niente di arte, continuo a dire, anche quando mi spiegano che “non c’è niente da capire”. Continuare a dirlo è però un atto di umiltà e insieme di speranza, che mi è stato utile in più di un’occasione. Per l’appunto in tutte le occasioni in cui autentica ammirazione e meraviglia mi hanno colto all’improvviso davanti a una vera opera d’arte.
Non ci capisco niente di arte allora, ma la colpa sta diventando più sua che mia. Sta nella liberalizzazione e superficializzazione con cui il fenomeno e il concetto si sono spalmati su tutto e si sono moltiplicati per tutti, sono diventati insieme l’eccezione e la regola. Ma prima di tutto una regola che rende difficile incontrare e saper riconoscere l’eccezione.
In effetti, se il creatore, almeno per i credenti, rimane uno o trino, “creativo” è un aggettivo che qualifica tutti, anche quelli che non lo sanno e perfino quelli che non lo vogliono. Aggiungere una classifica e ammettere che si è creativi “chi più chi meno”, è già un secondo passo, certo ragionevole ma che non intacca il principio. Ed è difficile disconoscere che ognuno sia almeno in parte “creativo”. Chi non manipola, accosta, trasforma, aggiusta, ordina o disordina qualcosa durante la sua giornata e il suo lavoro? E se non lavora è anche meglio: chi non si sente “creativo” mentre fruisce, gioisce o patisce, di una qualunque infinita proposta, sia pure di merda? Così, all’indefinita proliferazione di opere e operazioni artistiche, corrisponde la generale dotazione di una creatività che unisce e confonde il produttore e il consumatore, l’attore e lo spettatore, l’emittente e il ricevente… che peraltro sono ruoli intercambiabili visto che la porta girevole della creatività può o deve far passare tutti da un ruolo all’altro. E però, se tanto mi dà tanto, non mi dà niente. “È il disordine intellettuale della nostra epoca… Il linguaggio è stato banalizzato”, scriveva nel 1987 il “reazionario” Allan Bloom nel suo libro su La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea (Lindau 2009).

Parole (come creatività e personalità) che dovevano descrivere e incitare Beethoven e Goethe ora vengono applicate a ogni scolaro. È nella natura della democrazia non negare a nessuno l’accesso alle cose buone. Se quelle cose non sono veramente accessibili a tutti, allora si tende a negare il fatto – per esempio a proclamare semplicemente che quello che non è arte è arte… Creatività e personalità dovevano essere termini distintivi. Dovevano, in effetti, essere le distinzioni adatte a una società egualitaria, nella quale tutte le distinzioni sono minacciate. Il livellamento di queste distinzioni attraverso la familiarità incoraggia solo l’autocompiacimento. Ora che sono di tutti, si può dire che non significano niente, tanto nel linguaggio comune quanto nelle discipline della scienza sociale che le usano come “concetti”. Non hanno un contenuto specifico, sono una specie di narcotico per le masse… Sono il modo borghese per non essere borghese…

Da sinistra si può replicare poco e male. E più difendendo la regola che distinguendo l’eccezione. Fra gli scritti del geniale “anarchico” Kurt Vonnegut raccolti in Divina idiozia (e/o 2002), ad esempio, c’è un incoraggiamento aperto e un apprezzamento acritico della vocazione o l’applicazione all’arte da parte di chiunque. Male che vada, va sempre bene: fare arte è un’esperienza educativa per sé e per gli altri, e almeno ha il merito di allontanare quanta più gente possibile dalle violenze e dalle brutture del mondo – così come noi lo conosciamo e così come, mettendo l’arte da parte, lo abbiamo ridotto… Ma l’educazione, proprio come l’arte, ha bisogno di una verticalità che l’ideologia della creatività non favorisce e che l’egemonia del mercato non ammette. Ecco, ideologia della creatività ed egemonia del mercato sono le condizioni che rendono banalmente e piattamente imperante quell’imperativo artistico che sarebbe invece fatto di elevazione, di ricerca e infine di critica. A cause deformate corrispondono effetti deformanti: la nuova orizzontalità del mercato globale e della creatività diffusa non si accorge nemmeno che all’allargamento della base corrisponde l’abbassamento del vertice dell’arte.
È pur vero che tutti sono creativi ma questa “norma” finisce per prendere il posto del “valore”. È sempre bene che tutti si applichino all’arte, ma il comportamento “concreto” non supplisce né tanto meno sostituisce la complessità dell’atteggiamento “giusto”. Quello dell’artista, così come noi lo riconosciamo, è tensione verso l’eccezione, l’altezza, l’assolutezza. È un mettersi continuamente alla prova e alla sfida, malgrado la consapevolezza di una prova sempre impotente e di una sfida sempre perdente. Niente da eccepire se si crede o si vuole che questo “sentimento” appartenga alla generalità delle persone, purché si ammetta che non aumenta la produzione ma segnala la mancanza, e che non genera uguaglianza ma accentua la differenza. E purché dunque non si pensi che siano la democrazia o il suo mercato (o viceversa, il mercato e la sua democrazia) a verificarne l’autenticità e infine l’efficacia. In altri termini, l’accessibilità della cultura democratica o l’avidità del mercato globale non garantiscono nessun Senso alla liberazione del Gusto.
La democrazia commerciale isola il prodotto e libera il consumo dai rispettivi “processi”, più complessi e profondi, sui quali sempre meno si può dire ma ancor meno si può mentire. Dichiarati “privati” e seppelliti nell’intimità di ciascun produttore e consumatore, quegli interrogativi che precedono l’opera così come i metabolismi della sua fruizione, diventano prima segreti e poi fantasmi. Sono “processi” che non sono più socialmente qualificati e artisticamente qualificanti, rispetto alle “procedure” – di propaganda e consenso o infine di vendita e acquisto – che li hanno sbrigativamente assorbiti e gradualmente vanificati. In altre parole – in parole politiche – si può dire che il diritto a produrre e consumare arte – come tutta l’infinita serie dei diritti – non si associa a nessun dovere. E per dovere – almeno per quanto riguarda l’arte – non si deve intendere il rispetto delle norme (del produrre e del consumare), ma appunto la motivazione urgente, la giustificazione necessaria e la verifica tormentata di un processo di produzione artistica o di fruizione estetica.
Sono questi “paroloni” a dare ricerca di senso a quello che altrimenti è esercizio di gusto, e che può addirittura diventare il suo contrario.
Artisti non si diventa e non si nasce. Si è già nati. Basta volerlo riconoscere. E si sarà prima o poi riconosciuti. Se poi il creativo di turno rinuncia all’eccezione, non si orienta in altezza, non aspira all’assoluto, ci si può accontentare e addormentare con la bugia della novità, con il peccato dell’originalità, e infine con la festa dell’uguaglianza “culturale”.

Arte festiva e arte feriale
Intendiamoci. Non si tratta di scomunicare quel panorama aperto e confuso di partecipazione all’arte da fare e da fruire che è una dimensione per così dire naturale, di tutti i tempi e di tutti i mondi. Che l’arte sia di tutti e per tutti è un obiettivo irrinunciabile dell’arte stessa, prima ancora che si butti in politica o in economia. Quello che la politica culturale e commerciale sta facendo è confondere una dichiarazione di principio con l’attestazione della sua conquista. Con un gioco di parole davvero povero, ha trasformato un fine nella sua fine. Ma non dev’esserci riuscita, se è vero che l’Arte è ancora una questione e una parola ambigua, che ci divide e che si divide – nella realtà e nella coscienza – continuando a significare regola ma anche eccezione, liberazione ma anche elevazione, uguaglianza ma anche distinzione. Ed è fondamentale che questo “combattimento” non si dia per scontato e ancor meno per vinto. L’equivoco della proliferazione e della celebrazione del diritto all’espressione artistica “liberata” rischia infatti di oscurare la profondità e insieme la necessità dell’atto riflessivo e “disciplinato” che l’arte deve assumersi come dovere.
C’è un’arte festiva e un’arte feriale, almeno così è se ci pare.
O meglio, c’è una parte dell’arte che si spende nella legittima festa dell’espressione (che è il suo effetto) e una parte che si specchia nel vuoto da colmare o nel lutto da elaborare (che è la sua causa). Arte feriale, la possiamo chiamare, anche perché prevede un impegno più paziente e magari inconcludente, dove il mestiere non si trucca da abilità ma si sviluppa in fatica. Ma soprattutto la “ferialità” riguarda i giorni e gli atti della creazione; ed è fatta di prove delle prove e di pensiero del pensiero. È così che incontra e si confronta con la mancanza: contro o dentro di essa l’arte è destinata ad implodere. Ed è appunto in questo destino che trova – o soltanto cerca – il suo senso.
Nella realtà o nell’opera, feriale e festivo non si dividono né si succedono, anche se sembrano spartirsi il lavoro e il risultato. Sono entrambe parti attive del processo e costitutive del prodotto. Dovrebbero dunque stare sempre insieme ma talvolta – per cause di cultura e di politica “maggiore” – si sovrappongono in modo da nascondere l’una a favore dell’altra. Ed è inutile dire quale oggi gode del favore del mercato della cultura e della politica culturale. O, se si vuole dire con una sola democratica parola, della “gente”.
La gente ama l’arte, e la frequenta sempre di più. Sempre più spesso sono le grandi mostre d’arte ad attrarre turismo e catturare consenso. Gite di tutte le terze età, ad esempio, espiano lo shopping e digeriscono il cibo con la visita ai sepolcri dell’arte antica o alle mostre d’arte moderna, prima del concerto o dello spettacolo serale. Ma infine si è trattato per tutta la giornata di arte e di cultura, che siano capi di moda o piatti di gastronomia o affreschi e quadri e statue o infine musica e teatro. Oggi si può dire che soltanto l’arte riempie e giustifica la festa. O, come dice la Bibbia, la santifica.
Dall’altra parte, quella di chi l’arte la fa, la frequenta in senso biblico e la partorisce con più o meno dolore, “non si può non andare incontro alla gente”. E, chiamati a riempire l’orario e il calendario della festa ininterrotta del bene culturale, gli artisti di ogni ordine e grado (ma di più, l’immensa schiera di operatori, animatori, mediatori, commentatori che li circondano) sempre più spesso optano per un’arte che si accontenti della festa dell’espressione e abbandoni senz’altro il lutto della riflessione.
Non nasce da qui una cesura fra le due parti dell’arte: nessun artista ammetterebbe mai di fare “opere” che in nome della libertà e fertilità festosa dimenticano di scontare e scavare la mancanza che li motiva. Ma nasce senz’altro una deriva che divide l’arte in almeno in due partiti, mentre colora e condiziona un panorama di proposte e di progetti, di offerte e di domande che forse non fanno testo ma sono sempre di più il contesto in cui ogni opera e operazione d’arte si colloca. Precipita. Ecco perché conviene lasciar perdere i discorsi “alti” e guardare verso il bassopiano della nostra cultura e arte quotidiana, dove pascola la creatività diffusa. Lì, la fest-art della politica culturale nostrana si sviluppa come un’infestante sottocultura e finisce per coniugarsi con una post-art che davvero è il “dopo” dell’arte (come un dopolavoro) e non ha altra consistenza che quella di un consumo già avvenuto. Già consumato.

La festa del natale
È strano come tutta questa partecipazione, attenzione, proliferazione del Bene non faccia crescere la qualità, che pure è la bandiera e la barriera dell’arte, nonché la premessa di tutte le politiche culturali e la promessa di ogni tipo di mercato. Il fatto è che la questione della qualità la si può interpretare o aggirare come si vuole. Può bastare anche una grande quantità che si disponga come varietà e si venda come novità. Ma in arte o per l’arte occorre qualcosa di più vitale. E allora la novità si deve fare nascita, o se si preferisce “natale”. Solo così l’atto o l’evento saranno creativi, anzi decisamente “creazioni”. E se è difficile e non sempre ripetibile il processo del parto, meglio scegliere artisti primipari perché sono quelli che ce la mettono tutta, e se non ci riescono, sono pur sempre essi stessi “neonati”. Questa è la logica e la strategia attuale del mercato e della politica dell’arte e dello spettacolo. Non a caso è questo il territorio dove il “largo ai giovani” è gridato sempre anche se non viene garantito mai. Lo statu nascenti dell’opera o almeno dell’operatore dà all’arte quel tanto di vita che basta ad arricchire la novità, ampliare la varietà, giustificare la quantità delle creazioni. Quanta vita? “Basta che respira”, si diceva una volta durante i primi passi dell’iniziazione erotica. Sarcasmi a parte, è pur vero che le opere prime hanno sempre avuto un senso in più – anche quando hanno una marcia in meno. È pur vero che la verginità dell’artista implica un maggiore sforzo e dolore, una sacra paura e una sana autocritica che si orientano per davvero verso l’araba fenice della qualità, anche quando non la raggiungono. La scommessa e il rischio sono più alti e, dall’altra, la mancanza e la sua motivazione sono ancora avvertite. Tanto da fare spesso in modo che l’opera prima di un’arte festiva, sia in realtà feriale: più combattuta e più contraddetta, felicemente meno riuscita.
Anche il consumatore o lo spettatore d’arte è infine più soddisfatto. Da un lato, gli artisti in erba gli somigliano e lo rappresentano di più; dall’altro lato, il suo stesso atto di consumo vorrà adeguarsi al natale dell’opera, cercando anche lui di ripetersi sempre come nuovo, come vivo o “dal vivo”. Così aumentano le “prime” e le “inaugurazioni”, così si inseguono i festival o le fiere delle straordinarie presenze e occasioni (di poesia, di filosofia, di scienza…). Così si distinguono gli acquisti dei libri in presenza dell’autore che li firma, e del critico che li ha già letti (magari togliendoci dall’impegno di leggerli a nostra volta, una volta comprati). Così, la partecipazione all’evento ci rende tutti attori, tutti un po’ performer. E così lo spettacolo dell’arte aggiunge al mercato quel miracolo di rivalutazione del soggetto che fino a poco tempo fa era insperato e in virtù del quale era stato condannato.
Oggi, nel nuovo panorama tutto attivo e tutto nascente del mercato della cultura non c’è assessore che non ci creda, non c’è elettore che non ci punti, non c’è artista che non ci speri. O forse c’è, povero lui. E, ammettiamolo, poveri noi. Se guardiamo all’altro capo dello stesso fenomeno, e cioè all’Arte dello Spettacolo, ci si accorge di essere nel laboratorio che sperimenta ulteriori passi in avanti verso la partecipazione e all’indietro oltre la sorgente. È ovvio d’altronde, visto che la performance è di casa e di bottega nei vari reparti – teatrali, cinematografici, televisivi, internautici… – dello spettacolo. Lì da tempo o da sempre, la “prima volta”, la “presenza”, la “diretta”, sono le regole e insieme le eccezioni.
Lì, il natale è stato anticipato ben oltre le canoniche settimane dell’avvento. Si cerca e si vende direttamente l’embrione, spesso l’aborto, di un corso di formazione o di un concorso in televisione (che è la stessa cosa). Non c’è una grande differenza infatti fra le pornografiche trasmissioni televisive delle star academy nostrane e la pesca miracolosa nei vivai teatrali, che ieri servivano alla riproduzione e oggi al fritto misto. Tutto l’incoraggiamento senza sostegno alla libera espressione giovanile e perfino infantile non riesce più a nascondersi dietro gli antichi scopi educativi. Oggi, si va subito in pista ché lo spettacolo è cominciato da un pezzo e – come si sa – deve solo continuare. Oggi si è subito “saranno famosi”, o non si sarà più. Oggi, l’occasione persa fa l’artista derubato.
Lo statu nascenti non è la condizione prima ma la dimensione ultima in cui si stanno relegando i giovani artisti. In effetti, quando si tratta di una prima volta o di una nuova faccia, è più facile trovare credito; e se la tv – come diceva “il profeta” – non farà mancare a nessuno i famosi quindici minuti di notorietà, il mercato nel suo insieme o nel suo tutto (nazionale o locale, istituzionale o alternativo) non farà certo mancare una piazza a uno spettacolo, un editore a un libro, una mostra a un quadro e così via. Bisogna cominciare a diffidare dei neonati. Ma soprattutto loro, gli artisti in fieri o in progetto, dovrebbero diffidare dei molti organizzatori e assessori senza zecchini e però scopritori di talenti. Non ci sarà tempo sufficiente per vederli crescere, ma ci sarà invece modo di vederli marcire nel bancone delle primizie, dopo che la Madre di Tutti gli Eventi (il mercato dell’arte e della cultura, locale o nazionale che sia) li avrà inseriti e digeriti nel calendario avido e rapido delle trecentosessantacinque feste dell’anno. Si dirà che non è tutto così, oppure che il tutto non è tutto, ed è vero. Ma è comunque vero che le grandi operazioni della cultura di massa e della sua economia e commercio, finiscono per contaminare tutti gli ambienti o i reparti, anche quelli “fuori” dal mercato. Già perché è ora di dirselo: non si è mai fuori dal sistema culturale dominante. Si può essere contro se proprio si ha il coraggio e la capacità di farlo, ma sempre dentro.
E in ogni caso – sia dall’esterno che dall’interno – si stanno sollecitando continuamente parti prematuri. L’importante è la nascita in quanto tale, qualunque sia il bambino. Interi festival, sottostagioni, fiere e feste soprattutto feste hanno bisogno che sia sempre natale… La fame di opere prime o di quello che c’è ancor prima dell’opera è un allarme e non una gratificante apertura: è una ingannevole richiesta del mercato, anche se l’autore la vive ingenuamente come una sfida quando non la vende astutamente come una prova. Così – nell’arte e perfino nello spettacolo – è tutto un saggio, un rodaggio, un working progress, uno studio, uno schizzo… Ed è meglio per tutti fermarsi alle intuizioni e vendere le intenzioni, che come si sa sono tutte buone quando servono a lastricare la strada del nostro accogliente inferno.
La discesa è infine ancora una volta democratica: consente davvero a tutti di piazzarsi in una delle infinite posizioni al ribasso di un’eterna stagione di saldi della creatività.
La salita è invece una roba medievale. L’arte di oggi non deve più elevarsi né tanto meno elevare. Lo sforzo – quando c’è – non si deve vedere e tanto meno vendere. Fastidia il cliente e la sua ragione (d’essere): lo spettatore si è emancipato (come assicurano i critici e i teorici à la page) e non si vede a quale scopo l’arte dovrebbe disturbare la sua nuova libertà in cambio di un’antica e sempre fallita ricerca.

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Intervista a Shlomo Sand https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-shlomo-sand/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-shlomo-sand/#comments Wed, 02 Mar 2011 09:21:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3858 Volevo scrivere un libro che avesse solidità storica ma conclusioni politiche, perché sono uno storico, e in quante tale sono tenuto a cercare la verità, ma rimango comunque un cittadino israeliano, vittima di una politica identitaria statale del tutto catastrofica.

Così Shlomo Sand, professore di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, ci presenta il suo ultimo lavoro, L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, pp. 540, euro 21.50, traduzione di Elisa Carandina). Un testo che in Israele, come in molti dei paesi in cui è stato tradotto, ha alimentato discussioni spesso virulente, facendo meritare al suo autore la “ferocia accademica degli storici autorizzati’”.

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Volevo scrivere un libro che avesse solidità storica ma conclusioni politiche, perché sono uno storico, e in quante tale sono tenuto a cercare la verità, ma rimango comunque un cittadino israeliano, vittima di una politica identitaria statale del tutto catastrofica.

Così Shlomo Sand, professore di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, ci presenta il suo ultimo lavoro, L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, pp. 540, euro 21.50, traduzione di Elisa Carandina). Un testo che in Israele, come in molti dei paesi in cui è stato tradotto, ha alimentato discussioni spesso virulente, facendo meritare al suo autore la “ferocia accademica degli storici autorizzati’”. Quelli che continuano a dare per buona la concezione essenzialista del popolo ebraico creata e diffusa, a partire dal diciannovesimo secolo, dai sacerdoti della memoria sionisti, “abili manipolatori del passato”. I quali, assumendo la Bibbia come “libro della ‘memoria’ nazionale”, hanno “costruito un’intera genealogia del popolo ebraico” – “popolo-razza antico sradicato dalla propria patria nel paese di Canaan”-, obliterando il proselitismo di massa del primo ebraismo, che avrebbe compromesso l’idea dell’“antichissima nazione ebraica”, la metanarrazione della solida unità biologica del popolo ebraico e, soprattutto, la sua rivendicazione sulla Terra d’Israele. Per Shlomo Sand, che abbiamo incontrato a Tel Aviv, l’antichissima nazione ebraica non è che “una nazione confusa che finge di essere un popolo-razza errante”, e Israele uno Stato il cui “scopo principale non è essere al servizio di un ‘démos’ civico-egualitario ma di un ‘éthnos’ biologico-religioso assolutamente fittizio”.

Secondo la sua tesi sulle “radici storiche e i cambi di rotta della politica identitaria israeliana”, sin dall’inizio il sionismo avrebbe istituito “una stretta connessione tra la concezione della Bibbia come testimonianza storica affidabile e il tentativo di definire l’identità ebraica moderna in termini protonazionalisti o nazionalisti”. In che senso afferma che la Bibbia rappresenta il “certificato di nascita” che attesta l’origine comune del popolo ebraico?
Per il sionismo, che ha inaugurato il nazionalismo ebraico in senso proprio, è stato fondamentale ancorarsi alla Bibbia per forgiare un’identità collettiva moderna. Questo ancoraggio infatti da un lato legittimava l’idea del popolo ebraico costretto all’esilio, e dall’altro consentiva di rivendicare un diritto sulla “terra d’Israele”. La Bibbia ha rappresentato dunque il certificato di possesso della terra “originaria” e la prova che esistesse un popolo dall’origine comune. Il guaio, però, è che si tratta di un testo teologico, non storico, sebbene nelle scuole israeliane di ogni grado e orientamento continui a essere presentato come tale. Negli anni Novanta del secolo scorso, diversi archeologi israeliani hanno però cominciato a dimostrare che molte delle vicende raccontate nella Bibbia non sono che leggende: per esempio, non esiste alcuna prova che l’esodo dall’Egitto sia realmente avvenuto, né che sia esistito il regno di Davide e Salomone. Tuttavia, tali leggende sono state usate dai sionisti come fondamenta sulle quali edificare ideologicamente l’idea del popolo ebraico, espulso duemila anni fa e poi tornato legittimamente sulla “sua” terra. Senza la Bibbia, la rivendicazione attuale di Netanyahu sui luoghi sacri diventa ridicola, e la stessa definizione di popolo ebraico molto più problematica. I sionisti non hanno fatto altro che adottare, modificandola, una ‘mitostoria’ originariamente elaborata dai cristiani e dai protestanti inglesi, che possiamo considerare i veri inventori del popolo ebraico.

Lei sostiene che gli ebrei di oggi non siano i discendenti del popolo che abitava il regno di Giudea, costretto all’esilio dai Romani nel primo secolo, ma gli eredi di popolazioni provenienti da contesti geografici distanti, convertitesi all’ebraismo nel corso del tempo. Ma se non esiste alcuna “unità biologica” del popolo ebraico, e se l’esilio è stato “sfruttato come mito efficace per introdurre un asse etnico nell’identità ebraica moderna”, viene meno anche la “legittimazione etica alla colonizzazione” di una terra già abitata…
Sono stato accusato di aver voluto rompere il legame tra il popolo ebraico e la “sua” terra. Non è così. All’inizio intendevo scrivere un libro sul rapporto tra la Bibbia e l’invenzione del popolo ebraico (mentre ora sto lavorando a un testo dedicato proprio all’invenzione della terra d’Israele). Nel corso delle ricerche, però, mi sono imbattuto in un saggio che metteva in discussione la veridicità dell’esilio. Dopo averlo letto, e dopo aver compiuto ricerche meticolose, mi sono reso conto che non esiste un solo testo che certifichi la realtà dell’evento fondamentale dell’identità ebraica, e che non c’è prova che Tito, distruttore del Tempio, abbia espulso o deportato gli ebrei. I Romani ne hanno uccisi o fatti schiavi molti, ma non espulsi. Gli ebrei, quindi, non sono i discendenti del popolo errante, ma gli eredi di diverse popolazioni convertitesi all’ebraismo nel corso del tempo. Prima del cristianesimo, infatti, la vera religione del proselitismo era il monoteismo ebraico, che ha sfidato e indebolito il paganesimo romano. Da qui derivano due domande: cosa è successo alla popolazione del luogo, e da dove provengono tutti gli ebrei del mondo? A questo proposito, ho scoperto due cose: che agli inizi del ventesimo secolo alcuni sionisti, tra cui lo stesso David Ben Gurion, ritenevano che i contadini arabi fossero i veri discendenti degli antichi ebrei, e che, prima ancora della ‘seconda’ distruzione del Tempio nel 70 d.C., esistevano numerose comunità ebraiche nella penisola arabica, in Africa settentrionale, nell’Europa orientale, in Asia minore. La maggior parte degli ebrei discende dunque da conversioni di massa, da una pratica di proselitismo, inaugurata già a partire dalla fine dell’era persiana, divenuta ufficiale sotto la dinastia degli Asmonei, rafforzatasi nell’incontro con la cultura ellenistica, al suo apice nel terzo secolo e interrotta soltanto nel quarto secolo dell’era volgare, con l’affermazione del Cristianesimo come religione dell’impero. L’immagine dell’ebraismo come religione chiusa, settaria, esclusiva contraddice il carattere aperto dell’ebraismo delle origini, votato al proselitismo. Un proselitismo negato perché erodeva l’idea dell’unità biologica, e, dunque, della legittimità della proprietà su “Eretz Yisra’el”. Istintivamente, infatti, concediamo il diritto sulla terra a un popolo, non alle comunità religiose. Ecco perché per i sionisti era importante presentare la storia degli ebrei come una storia “popolare nazionale”: per legittimare la colonizzazione della terra abitata dagli arabi, venne promossa l’idea di un popolo-razza, di un’etnia comune.

Tra le pagine più interessanti del suo libro, ci sono proprio quelle dedicate a “sionismo ed ereditarietà genetica”, in cui ricostruisce i legami tra “sangue” e identità nazionale, tra il progetto ideologico sionista e l’idea del popolo ebraico come comunità di sangue (Blutsgemeinschaft), con la biologia ebraica messa “al servizio di un progetto di isolazionismo nazionale ‘etnico’”. Ci spiega le ragioni di questa ricerca di un’antica origine biologica condivisa?
Come abbiamo visto, affinché potesse essere inventato un “popolo ebraico” c’era bisogno da un lato di assumere come fonte storica la Bibbia, e dall’altro di dare per certa la storicità dell’esilio. Eppure, questi due elementi, da soli, non bastavano. Si parla legittimamente di “popolo”, infatti, quando un gruppo d’individui condivide una specifica, comune cultura laica quotidiana. Gli ebrei nel mondo invece – a eccezione degli ebrei dell’Europa orientale – non hanno mai avuto, e continuano a non avere un simile retroterra comune. Questa mancanza rendeva estremamente fragile l’ideale sionista del popolo/nazione. Da qui, la necessità di trovare un elemento ulteriore, individuato da molti sionisti nel “sangue”, nell’omogeneità biologica. E’ così che alla fine del diciannovesimo secolo diversi sionisti arrivarono a sostenere che gli ebrei erano un popolo-razza, sviluppando una nozione etnocentrica di ebraismo in paesi come Germania, Polonia, Ucraina. In altri termini, ci si rivolse al passato, alla presunta unità biologica, per dare fondamento comune alla nazione ebraica. La ricerca di una sorta di marcatore biologico – oggi portata avanti da biologi e genetisti – non è altro però che un sintomo di debolezza identitaria. E le sue conseguenze nefaste si fanno sentire tuttora, nella politica essenzialista dello Stato di Israele.

Nell’ultimo capitolo, scrive infatti che il “permanere di principi di matrice etnocentrica costituisce ancora il principale ostacolo” allo sviluppo democratico di Israele, e che “quella stessa mitologia risultata tanto efficace per la sua fondazione potrebbe mettere a repentaglio la sua esistenza futura”. Cosa intende, e perché definisce Israele “un’etnocrazia ebraica con tratti distintivi liberali”?
A volte, l’immaginario mitico che è servito a creare e consolidare una comunità, una società, uno Stato, finisce per minarne l’esistenza. Oggi, il concetto etnocentrico di ebraismo, il mito-leggenda attraverso il quale è stato creato lo Stato ebraico-israeliano è divenuto pericoloso per la sua stessa sopravvivenza. Questo mito infatti non produce altro che razzismo. Non il razzismo quotidiano, ma una forma di razzismo ufficiale, di Stato, che si fonda e a sua volta alimenta una politica identitaria esclusiva che legittima le discriminazioni e la colonizzazione, respingendo al di fuori della cornice statale il 25 per cento di popolazione israeliana che non è ebrea. L’autodefinizione di matrice etnica di cui è intriso il popolo ebraico, la politica identitaria esclusivista dello Stato israeliano possono condurre alla tragedia: i giovani palestinesi nati in Israele non potranno sopportare ancora a lungo di vivere in uno Stato che dichiara di non appartenergli. Prima o poi la Galilea diventerà più pericolosa della Cisgiordania e di Gaza: un’Intifada degli arabo-israeliani avrebbe effetti molto più seri di quelle avvenute nei Territori occupati. Israele deve appartenere a tutti gli israeliani, non solo agli ebrei. Posso accettare l’idea che sia un rifugio per tutti gli ebrei che subiscono persecuzioni antisemite, non la pretesa che sia lo Stato di tutte le comunità ebraiche del mondo, cosa che Netanyahu pretende che i palestinesi accettino. È questo assunto etnocentrico che nega a Israele la patente di ‘democrazia’: prima ancora di essere liberale, pluralista, uno Stato è democratico se dichiara di esserlo per tutti i suoi cittadini. Israele, invece, è un’etnocrazia, liberale perché può essere criticato dall’interno, che si ostina a negare perfino la semplice ipocrisia della democrazia formale per tutti i suoi abitanti. È uno Stato apertamente etnocratico. E sempre più razzista.

Questo articolo è uscito per il Manifesto.

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