Denis Johnson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/denis-johnson/ un blog di approfondimento culturale Sat, 23 Feb 2019 10:38:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Denis Johnson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/denis-johnson/ 32 32 In punta di penna: Denis Johnson https://minimaetmoralia.it/libri/punta-penna-denis-johnson/ https://minimaetmoralia.it/libri/punta-penna-denis-johnson/#comments Sat, 23 Feb 2019 10:38:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39582 Pubblichiamo, ringraziando l'editore, un estratto dal libro In punta di penna – Riflessioni sull'arte della narrativa. Volume secondo, appena uscito per minimum fax. (fonte immagine)

Agente segreto

di Denis Johnson

Mi ricordo una volta, a Chicago. Nei dintorni di Jefferson Street, qualche strada più giù del Loop. Adesso non ricordo neanche quante, ventuno, ventidue, o ventitré anni dopo. Alle quattro del mattino diventava un quartiere di sbandati e ubriaconi. Gente senz’anima o spirito che dormiva appoggiata ai muri o nei canali di scolo, come li avevano avvisati che sarebbe successo se avessero continuato a bere... e loro avevano continuato.

Quel mattino buio ero andato lì per unirmi alle squadre di operai alla giornata che i tizi del collocamento radunavano nei giorni feriali, ma avevo come la sensazione che sarei finito a vivere lì anch’io, un giorno, e osservavo triste e irrequieto il mio futuro intorno a me, tizi dai volti spenti che annuivano come pupazzi, tormentavano le sdruciture dei vestiti a brandelli e si fregavano le labbra con la lingua.

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro In punta di penna – Riflessioni sull’arte della narrativa. Volume secondo, appena uscito per minimum fax. (fonte immagine)

Agente segreto

di Denis Johnson

Mi ricordo una volta, a Chicago. Nei dintorni di Jefferson Street, qualche strada più giù del Loop. Adesso non ricordo neanche quante, ventuno, ventidue, o ventitré anni dopo. Alle quattro del mattino diventava un quartiere di sbandati e ubriaconi. Gente senz’anima o spirito che dormiva appoggiata ai muri o nei canali di scolo, come li avevano avvisati che sarebbe successo se avessero continuato a bere… e loro avevano continuato.

Quel mattino buio ero andato lì per unirmi alle squadre di operai alla giornata che i tizi del collocamento radunavano nei giorni feriali, ma avevo come la sensazione che sarei finito a vivere lì anch’io, un giorno, e osservavo triste e irrequieto il mio futuro intorno a me, tizi dai volti spenti che annuivano come pupazzi, tormentavano le sdruciture dei vestiti a brandelli e si fregavano le labbra con la lingua.

Poco dopo aprì un locale nelle vicinanze, un gigantesco bar con le vetrine enormi e nessuna insegna – solo un tendone bianco che correva lungo tutto il fianco dell’edificio e sul quale campeggiava la scritta shot e birra a 25¢. Oggi me lo ricordo, quel posto, come un’isola di luce raccapricciante. L’interno era illuminato da neon fluorescenti e stipato di gente che si spostava da una parte all’altra come invasata. Io non entrai. Un barbone accasciato a terra si svegliò, proprio di fianco a me che me ne stavo a guardare dall’altra parte della strada. Si tastò i pantaloni all’altezza della vita e tirò fuori una bottiglia, ancora mezza piena. La inclinò e quella continuò a gorgogliare finché l’uomo non se la fu scolata tutta.

Avevo solo ventiquattro o venticinque anni, ma avrei già potuto dirvi quanto era importante per lui quel sapore. Come avrebbero potuto dirvelo quelli che baciarono i piedi di Cristo. Là nei bassifondi ho visto di tutto, il terrore e la speranza. Trascorsi la mattinata nella fumosa agenzia per i giornalieri con più di un centinaio di uomini che avevano imparato a non muoversi, a rimanere meravigliosamente fermi lasciando che la vita li ferisse, uomini bianchi dai volti smorti e uomini neri dagli occhi giallastri. Per il resto della settimana lavorai in una fabbrica, senza capire cosa effettivamente vi si producesse, e la sera mi sbronzavo, mi rinchiudevo in una cabina telefonica e chiamavo la donna del Minnesota che mi aveva spezzato il cuore. Erano telefonate cariche di risa e sogni perché ero felice di aver trovato lavoro e ancora più felice di essere sbronzo. Lei alla fine si intenerì e disse che mi avrebbe raggiunto a Chicago, per le strade, in riva al lago, nei parchi: era come se questa città fosse stata edificata e avesse aspettato per tutta la sua storia che qualcuno felice quanto lo ero io vi arrivasse, per renderla finalmente viva.

Cosa ne avrei fatto di tutto questo? Dove avrei potuto erigere il monumento alle mie semplici gioie e ai miei contorti dolori? Oggi alla BBC ho sentito un servizio da una nazione africana dilaniata e ho riconosciuto la voce della giornalista – l’avevo incontrata laggiù qualche anno fa. Mentre l’ascoltavo descrivere il precipitare degli eventi in quel contesto inquietante, mi sono ricordato di quanto le piacesse trovarsi al centro dell’azione. Mi è venuto in mente che so come si sta nel suo hotel, perché ci ho alloggiato anch’io. So chi è il suo tassista di fiducia, quello che chiama ogni volta che è in città, e sono stato all’ambasciata americana, che ora lei descrive come crivellata di proiettili. Ne ho viste parecchie di ambasciate americane in quelle condizioni, e in effetti sono andato ad acquattarmi dietro una di esse nel paese poco più a est del luogo nel quale si trova lei, un pomeriggio, durante un attacco dei ribelli, e ho sentito il sibilo dei proiettili che cercavano di crivellarmi la testa.

Ripensando a tutto questo, non posso fare a meno di pensare a quanti fra i sogni più puerili della mia giovinezza si siano realizzati davvero. Volevo diventare una Spia, un Agente Segreto. Andarmene in giro inosservato, affrontare minacce misteriose in mondi esotici e uscirne indenne. Poi sono diventato troppo vecchio per permettermi queste fantasie. Mi sono imposto di dire alla gente che desideravo qualcosa di meno inverosimile. Ho detto di voler fare lo scrittore. E alla fine sono diventato uno scrittore freelance che viaggia in quei luoghi maledetti, pieni di pericoli e caos. Gli altri, i giornalisti veri, quelli che lo fanno di professione, mi scherniscono.

Sono un avventuriero da quattro soldi. Mi ritaglio uno spazio fra la gente che lì deve starci per forza. Ma nella mia storia loro non sono che un branco di pecoroni a cui non importa niente della verità e dei sentimenti, dei paesaggi, dei suoni, dei volti e delle voci – a loro fanno gola solo le immagini di repertorio, le frasi fatte, le notizie che ormai non interessano più a nessuno. Io non sono qui per raccogliere notizie. Io sto costruendo una storia. Cerco di infiltrarmi in qualunque modo possibile e mi ritrovo al centro di una città in fiamme, in tumulto e in estasi, a inalare la polvere di vecchi massacri e la puzza dei cadaveri, non solo per soddisfare l’ingenuo desiderio di avventura della mia infanzia, ma per ottenere una visione più profonda di questo immenso caos prendendovi parte in prima persona, come quei ragazzini folli che distruggono tutto con le armi.

È per questo che sono qui, per essere un personaggio al centro della scena, inerte e colpevole. Tutto quello che devo fare per guadagnarmi l’ingresso in questo mondo è affermare di essere uno scrittore. E non c’è nessun altro da convincere se non me stesso. Non appena ho imparato ad accettare la profonda differenza fra il mio ruolo e il loro, gli altri giornalisti hanno cominciato subito a tollerare la mia presenza e a considerarmi addirittura uno di loro.

Sono qui solo per godermi una grande libertà, quella di non avere altra scelta se non fidarmi del momento e di tutti coloro che ne fanno parte; sono qui per assaporare l’effimera gioia che deriva dal comprendere che ogni altro istante è del tutto inaccessibile e che quello che stiamo vivendo appartiene a sconosciuti che potrebbero salvarti o ucciderti, a guerriglieri del terzo mondo o abitanti della giungla, o a quel personaggio con gli occhiali da sole che somiglia a Peter Lorre e afferma di avere amici potenti nella giunta militare… Sto costruendo una storia. E devo esserci dentro.

Stamattina mi sono fermato a fare colazione all’Home Plate Café di Jean, con un po’ di riluttanza perché l’ultima volta Jean si era lamentata di non vederci più e aveva detto di aver prenotato una biopsia, perché aveva qualcosa all’occhio sinistro. Mi è sempre stata simpatica Jean, teneva ogni volta da parte degli avanzi per il mio cane, Harold, e insisteva per portarglieli di persona fino al mio furgoncino, ma ora, se fosse stata malata davvero, ma parecchio, tipo un cancro allo stadio terminale, la nostra amicizia avrebbe dovuto spingersi ben oltre il suo affetto per Harold e il mio debole per i suoi biscotti e la sua salsa gravy. Così questa mattina sono andato all’Home Plate non solo per fare colazione, ma per superare un leggero timore e salutarla. In cucina però c’era suo figlio, non Jean. «Dov’è Jean?», ho chiesto. «Ci ha lasciati ieri notte», ha risposto.

Non è stato l’occhio sinistro a ucciderla, ma i polmoni. Mi ha raccontato i dettagli. Il tizio accanto a me ha indicato il telefono e il ventilatore che aveva comprato per Jean. Anche io avevo dettagli da raccontare, su come dava da mangiare al mio cane, per esempio. Avevo quasi accantonato l’idea della colazione, ma suo figlio era lì a cucinare in suo onore, e così in suo onore io ho mangiato. Abbiamo parlato della caccia all’alce e di Fort Lewis, vicino a Tacoma, nello Stato di Washington, e di tante altre cose – di tutti quegli universi che vanno avanti mentre uno si spegne. Mi è sembrato strano, ma all’improvviso mi è tornata in mente la mia ragazza che due ore prima si avvolgeva una striscia di nastro adesivo intorno alla mano per tirare via i peli bianchi del cane dal costume da Dracula di suo figlio. È Halloween. Le foglie gialle coprono il selciato mentre guido verso casa per scrivere queste parole. È questo che faccio, nella vita.

Il figlio di Jean è un cuoco. E quindi oggi ha cucinato. I bambini rimarranno bambini, le persone resteranno persone, tutte le cose, anche le più insignificanti, continueranno a essere come sono oggi, dopo la morte di Jean.

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Il fuoco dentro “Jesus’ Son” di Denis Johnson https://minimaetmoralia.it/letteratura/fuoco-dentro-jesus-son-denis-johnson/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/fuoco-dentro-jesus-son-denis-johnson/#comments Wed, 13 Feb 2019 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39446 Nella copertina della nuova traduzione italiana di Jesus’ Son, a cura di Silvia Pareschi, le dita di una mano reggono un fiammifero acceso, sul punto di spegnersi. L’incendio però è già divampato ed è dentro le cento pagine che compongono questa raccolta di racconti spietata e di bellezza accecante, scritta da Denis Johnson all’inizio degli anni Novanta. Troveremo uomini derelitti e donne sbandate, figure ai margini, persone che frequentano i bordi delle città, piccole o grandi città che siano, e violenza e amore, territori che in letteratura abbiamo incrociato altre volte – nella fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr, ad esempio – o che possiamo scorgere tra le pieghe della nostra società, aprendo bene gli occhi. I personaggi di Jesus’ Son sono dentro e sono fuori le loro storie.

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Nella copertina della nuova traduzione italiana di Jesus’ Son, a cura di Silvia Pareschi, le dita di una mano reggono un fiammifero acceso, sul punto di spegnersi. L’incendio però è già divampato ed è dentro le cento pagine che compongono questa raccolta di racconti spietata e di bellezza accecante, scritta da Denis Johnson all’inizio degli anni Novanta. Troveremo uomini derelitti e donne sbandate, figure ai margini, persone che frequentano i bordi delle città, piccole o grandi città che siano, e violenza e amore, territori che in letteratura abbiamo incrociato altre volte – nella fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr, ad esempio – o che possiamo scorgere tra le pieghe della nostra società, aprendo bene gli occhi. I personaggi di Jesus’ Son sono dentro e sono fuori le loro storie.

Dentro e fuori: succede subito, con il primo racconto, «Incidente durante l’autostop», una storia breve da un migliaio di parole. Un uomo è in viaggio tra il Texas e il Missouri; sale su tre macchine diverse, la prima guidata da un commesso viaggiatore che «guidava dormendo» passandogli una bottiglia di bourbon, quindi uno studente pieno di hashish, infine una famiglia di quattro persone. Questa storia – ma vale per tutto Jesus’ Son – è raccontata come se fosse una trasmissione radio con frequenze disturbate, interferenze che schizzano sulla scena alimentando il corto-circuito temporale. In pochi istanti arriva il momento fatale, già enunciato nel titolo del racconto: un incidente sotto la pioggia, un morto sull’altra automobile. A questo punto lo stacco è sul narratore, anni dopo, che ricorda quegli istanti tremendi vissuti in stato d’alterazione, gli attimi con l’uomo in fin di vita: «non poteva dirmi cosa stava sognando, e io non potevo dirgli cosa reale».
«Incidente durante l’autostop» è il racconto da studiare se si vuole scrivere una storia breve, ha detto Jeffrey Eugenides.

Quelli di Jesus’ Son sono posti sotterranei, poco illuminati – ma non per questo privi di luce – dove le cose sembrano accadere per caso, dove gli spostamenti avvengono per caso, dove gli incontri avvengono per caso, finendo in abitazioni squallide o in strade malfamate (in «Due uomini»), oppure al Vine («Fuori su cauzione»), «un locale lungo e stretto, come la carrozza di un treno che non andava da nessuna parte», con gli avventori che «sembravano tutti scappati da qualche posto: su diversi polsi ho visto braccialetti di plastica dell’ospedale. Cercavano di pagarsi da bere con le banconote false che si erano fatti da soli, con la fotocopiatrice». E ancora, «Ma ogni volta che entravo in quel posto c’erano facce offuscate che promettevano tutto, e che subito dopo rivelavano la propria monotonia e ordinarietà, alzando lo sguardo su di me e commettendo lo stesso errore», e ogni città, ogni quartiere ha il suo Vine.

Poi c’è il titolo della raccolta, Jesus’ Son, che arriva dai Velvet Underground. «Heroin» dura più di sette minuti. I primi 1:45 contengono questi versi, scritti e cantati da Lou Reed:

«I don’t know just where I’m going / But I’m gonna try for the kingdom if I can / ‘Cause it makes me feel like I’m a man / When I put a spike into my vein / Then I tell you things aren’t quite the same / When I’m rushing on my run / And I feel just like Jesus’ son / And I guess that I just don’t know /And I guess that I just don’t know».

Sotto rimbombano le percussioni vagamente lugubri di Moe Tucker; più avanti arriverà la viola elettica di John Cale, a graffiare, letteralmente. Cale ha detto che la canzone parla di un desiderio feroce.

Ora, Jesus’ Son racconta storie decisamente feroci, ma non è un libro di disperati o per disperati, ed è davvero meraviglioso scoprire, pagina dopo pagina, come la materia raccontata da Johnson sia intrecciata tra sé: fluisce, proprio come la vita. In un racconto che ha un avvio piuttosto pulp, «Emergenza», i due protagonisti, a un certo punto, finiscono in un drive-in sotto una nevicata abbondante. « – Danno un film in mezzo a una cazzo di tormenta! – ha urlato Georgie». Il narratore delle storie, poi, viene chiamato Fuckhead, Testadicazzo. A questo proposito, Johnson ha detto due cose: a) che quando gli capitava di leggere questi racconti in pubblico, in alcuni momenti, la gente rideva, e b), che Fuckhead, be’, era il suo soprannome, da ragazzo.

Il fatto è che nelle fragilità non si consumano solamente drammi, così come anche nelle esistenze più perdute esistono, perché no, attimi di felicità. Esistono modi diversi per mettersi sulle tracce del sogno di una vita migliore. In «Matrimonio sporco», Fuckhead decide di seguire un tizio salito all’ultimo istante sul treno. Senza alcun motivo. Lo segue per qualche minuto, origlia le sue conversazioni. Poi, scoperto, scappa via. «Avrei potuto seguire chiunque fosse sceso da quel treno. Sarebbe stato lo stesso». Subito dopo, in «L’altro uomo», è lui, Fuckhead, a essere abbordato da un altro uomo, che gli offre della birra presentandosi come un uomo d’affari polacco. Il tipo gli racconta di Varsavia, della città nella notte, e di un parco nel cuore della città, e della polizia. Qualche caraffa di birra dopo, il tale ammette: «– Al diavolo. Non sono polacco. Sono di Cleveland». La reazione di Fuckhead è lapidaria: «– Be’, allora raccontami qualche storia su Cleveland».

Ecco come Jesus’ Son riesce a legarci a sé: ogni frase annuncia qualcosa – lasciando intravedere altro ancora, in una sovrapposizione di immagini – per infrangersi nella successiva, che distrugge la precedente in schegge di cristalli.
Vale la pena riportarne qualcuna:

«Mi credete se vi dico che in fondo al cuore era buono? La sua mano sinistra non sapeva cosa faceva la destra. È solo che certi importanti collegamenti erano bruciati. Se vi aprissi la testa e vi passassi una saldatrice sul cervello, potreste diventare così anche voi».

«Ho immaginato che Wayne fosse la tempesta che l’aveva fatta arenare lì».

«Perché dopotutto, sogno di un altro oppure no, per certe piccole cose quel giorno si stava rivelando uno dei più belli della mia vita».

«Le carte erano sparpagliate sul tavolo, a faccia in su, a faccia in giù, come a predire che qualunque cosa ci fossimo fatti sarebbe stata lavata via dall’alcol o giustificata da una canzone triste».

«Mi sono seduto davanti. Accanto a me c’era la piccola cabina riempita dal conducente. Lo sentivi materializzarsi e smaterializzarsi lì dentro. Nell’oscurità sotto l’universo non aveva importanza se il conduttore era cieco. Percepiva il futuro con la faccia. E all’improvviso il treno si è zittito come se fosse rimasto senza fiato, e siamo rispuntati nella sera».

Senza fiato, nella sera. E così divampa l’incendio dentro Jesus’ Son. Illusioni e speranze a cui aggrapparsi si ammassano nella mente, mentre un treno corre veloce; chiudi gli occhi e sei indietro o avanti nel tempo, in una zona solamente immaginata, in un passato disfatto o in un futuro che nasconde il sogno di un riscatto e gli inevitabili fallimenti di là da venire, dietro una nebbia di promesse e lampi di felicità condensati in uno spazio e in un tempo minuscoli.

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“Mostri che ridono”, la giostra di Denis Johnson https://minimaetmoralia.it/letteratura/mostri-che-ridono-denis-johnson/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/mostri-che-ridono-denis-johnson/#comments Tue, 22 Nov 2016 07:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32800 (fonte immagine)

Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

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Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

Un esempio: Mostri che ridono, di Denis Johnson, appena edito da Einaudi ma pubblicato in patria nel 2014, racconta un’America che non si svolge in America, è quasi priva di americani e a ben vedere della terra di Washington ha solo tono e carattere – oltre, appunto, alle nevrosi. Un esperimento brillante, che in un certo senso sorpassa il lettore e lo aspetta al varco, per poi superarlo di nuovo: una sensazione fastidiosa e stimolante allo stesso tempo.

Il punto di partenza è semplice: Roland Nair, un danese americano che lavora per l’intelligence della Nato, raggiunge in Sierra Leone (a Freetown, la stessa location de Il nocciolo della questione di Graham Greene) l’amico Michael Adriko che – ma Roland ancora non lo sa – sta per sposarsi. Michael è una specie di disertore patologico, drogato di suspense, che rivela i suoi piani irragionevoli a passi molto piccoli e con poca sicurezza. È il personaggio nudo di questa storia, e rappresenta il trickle-down effect dell’imperialismo, ovvero l’assurda contraddizione per cui certi africani sognano di conquistare l’Africa sviscerandola senza rispetto, per emulazione nei confronti dei loro storici invasori.

Come osserva, sempre a proposito di Johnson, Luca Briasco, si tratta del «sogno di potere che, dai bianchi occidentali, si è trasmesso come un morbo agli stessi africani». I quali vivono, di fatto, a casa loro come degli 007 in una vacanza ipertensiva. Posta e viatico di questo gioco pericoloso (e dalle perverse ragioni sociali) non è più il blood diamond, ma l’uranio, che pure è una realtà molto labile, incompresa persino da chi la tratta: quanto vale?, com’è fatto?, come ci si inserisce?, cosa offriamo in cambio? Niente a che vedere con le gerarchie cristalline dei nostri vari romanzi di mafia o criminali, in cui Giuda tradisce per ambizione: nella giungla di Johnson vige la legge del più defilato, quello che a tentoni, a forza di sopravvivere, ci riesce. Come, non lo sa nemmeno lui. Perché regole, davvero, non ce ne sono.

Mostri che ridono è una giostra, peraltro straordinariamente scorrevole. Eppure il suo autore non gode, in Italia, del giusto, quasi facile riconoscimento che investe, invece, i vari emuli di Roth, DeLillo, Robinson, Carol Oates, Pynchon e Carver. Perché? Probabilmente per via del fatto che, nella sua produzione, c’è sempre un momento in cui “esce a divertirsi”, ed evita gioiosamente di raccontare quello che ci aspettiamo da una storia born in the USA. Sesso, religione, un matrimonio distrutto, una famiglia altisonante, una nuova droga, il castello di carte (sociali, fragilissime) costruito sul cadavere di una giovane donna, Manhattan, solo il Texas, solo il Maine.

E anche Albero di fumo (vincitore del National Book Award) e Jesus’ son, i suoi due libri più conosciuti e forse più americani – non a caso un romanzo-monumento sul Vietnam e una raccolta di racconti “di provincia” –, serbano una sorpresa crudele, violentissima, allucinata, a volte incarnata da una scimmia che piange, altre da coniglio sviscerato sulle strade dell’Iowa.

Ok, lo si paragona a Greene, quale onore, ma l’etichetta in letteratura svilisce sempre le bibliografie vibranti, inafferrabili. Quindi proviamo a fare di meglio: se Dan Kavanagh è Julian Barnes quando scrive polizieschi, lo pseudonimo di Denis Johnson per un romanzo d’avventura – sì, avventura – è Denis Johnson, orgogliosamente. Tanto la sua voce si riconosce subito, e la splendida traduzione di Silvia Pareschi la restituisce “senza grana”, diciamo. Basti pensare «Come-come», l’intercalare di Michael, o alla sobrietà con cui si sostiene (compito non facile, se si traduce in italiano, in regime di arricchimento obbligato) il sistema cauto dell’autore, che passa dall’appagamento descrittivo delle prime pagine a un eterno dialogo inframmezzato dalle prudenti “versioni” di Roland, che ci permettono di dubitare di tutto, anche della voce narrante.

È interessante, a tal proposito, che Johnson impieghi Roland come un narratore del presente assoluto, esentandolo dal raccontare il passato o da fare supposizioni sul futuro; in Mostri che ridono non ci sono «E se…?», o background non funzionali allo sviluppo della trama, anche grazie a trovate narrative – la corrispondenza con Tina – che sono conferma di talento e sicurezza. Senza, la materia sarebbe esplosa. Leggi, praticamente all’inizio, «Vero o falso, cosa importa? La verità di Michael vive solo nel mito. Nei fatti e nei dettagli muore», e pensi di aver capito che, ecco qua, Johnson ha smesso all’improvviso – lui, che in fondo è anche poeta –  di essere sincero, che sta riproponendo una cosa che va tanto di moda e che a ben vedere è bella, bella davvero, che con McEwan e Richler ha funzionato, e cioè la narrazione del falso (o del dubbio) come fosse vero, un letterario brancolare nel buio con frustata finale; e invece no.

La complessità di Michael è tutta esplicitata, impietosamente. Ama una donna (e poi la ama anche Roland, con una certa, quasi inutile, leggerezza), ama i soldi, vuole il potere, è ossessionato da ciò che gli ha insegnato a desiderarlo: il suo passato nella tribù di Idi Amin, chiaro pure quello, e l’addestramento nel Mossad. Mi so muovere meglio degli altri, quindi devo essere meglio degli altri. Perché non mi basta niente.

Ecco, ci siamo: i mostri che ridono, i Michael e Roland del nostro tempo, non sono troppo distanti da Allan Quatermain e Indiana Jones, o dal soldatino di Jeremy Renner in The Hurt Locker: l’uranio c’entra poco, sono l’avventura e l’infrazione a tormentare i mercenari con offerte inesauribili. Dice Roland: «Sono tornato [in Africa] perché mi piace il caos. L’anarchia. La follia. Le cose che crollano». E ancora, alla fine, con più chiarezza: «Non mi servono né alcol né sesso. Ho passato le ultime due ore a sonnecchiare con la testa sopra un sacco pieno di soldi. Centomila dollari americani. Meno le spese recenti. Un po’ inconsistente come cuscino, solo centomila pezzi di carta chiusi dentro una borsa di plastica, ma oh, com’è comodo, e che bei sogni ho fatto».

Ecco, quindi, cosa racconta Johnson. Una libertà totale, febbrile, maledetta e insopprimibile. La sensazione di possedere già tutto e doverne fare razzia, per esercitare un briciolo di potere. Autodeterminazione, divertimento sfrenato, paura, scivoloni, e un ordine insospettabile da ricostruire a posteriori: la “morale” di Mostri che ridono somiglia alla produzione del suo autore, al modo che ha Johnson di fare lo scrittore. Un metodo occidentale, forse non più statunitense, ma pericolosamente americano.

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Quanto piace la guerra ai National Book Award https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/#comments Mon, 12 Oct 2015 13:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28723 di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

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di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

Le mie paure si sono rivelate infondate: Fine missione non è privo di luoghi comuni sul soldato americano, sul suo ritorno alla vita civile, sull’Iraq. La differenza la fa la scrittura e la prospettiva di Klay, ex marine: ci sono molte cose che fanno di Fine missione un gran libro, riassunte bene da Davide Coppo in un articolo per Rivista Studio.

Poi, un paio di settimane fa, arriva l’annuncio delle varie longlist dei titoli candidati a diventare i finalisti dell’edizione 2015, e tra quelli della sezione fiction compare Welcome to Braggsville di T. Geronimo Johnson, pubblicato dal colosso Harper Collins. Il libro racconta con ironia di un gruppo di studenti di Berkley che si convince d’inscenare un linciaggio durante una celebrazione commemorativa della Guerra Civile(sponda Confederati) nella cittadina di Braggsville, Alabama, per dare una lezione ai suoi cittadini bigotti.

Certo, la guerra non sarà centrale come nei racconti di Klay, e nelle trame degli altri nove romanzi in longlist l’elemento militare siapraticamente nulla, ma non sono riuscito a non chiedermi quante volte il fattore bellico si sia infilato tra le righe dei romanzi di quello che è il più importante premio letterario americano

L’America e la guerra: una storia di formazione

Quella grande macchina indefinibile che chiamiamo società mediatica ha fatto sì che gli Stati Uniti nell’immaginario collettivo siano sempre e comunque affiancati alla guerra, positivamente o no è relativo: il secondo conflitto mondiale, la Guerra Fredda, il Kuwait, le Guerre del Golfo, l’Iraq, il Vietnam, l’Afghanistan. Il cinema a riguardo ci offre classici visti e rivisti come Cimino, Kubrick, Spielberg, Tarantino e la caterva di nomi e titoli che ancora seguirebbero e che hanno plasmato il subconscio di intere generazioni; nel mondo del fumetto, elemento base dell’educazione sentimentale americana moderna,il fattore-guerra è quasi onnipresente (vedi, su tutti, Watchmen). La letteratura ovviamente non è da meno e mentre leggevo Klay, continuavo a pensare a due nomi in particolare: Vollman e Pynchon, che sapevo vincitori di un’edizione di un National Book Award entrambi con un libro sulla guerra: il primo nel 2005 con Europe Central (Strade Blu, Mondadori) e il secondo nel 1974 con il capolavoro L’arcobaleno della gravità (BUR).  Continuavo a leggere e non facevo altro che pensare: Quanti altri come questi tre? Quante volte un libro sulla guerra ha vinto il primo premio letterario americano? Mi venivano altri nomi in mente – Hemingway e Salinger su tutti – ma non ero sicuro avessero mai vinto almeno un’edizione del premio. Ecco il motivo per cui ho passato quasi un bel po’ di tempo tra biblioteche varie e la scrivania di casa a scrutare rigo per rigo l’albo dei vincitori e dei partecipanti del National Book Award dalla sua fondazione, nel 1950.

Cosa dice l’albo dei vincitori

Sui sessantaquattro romanzi vincitori delle passate edizioni, ne possiamo individuare quattordici con la presenza – strettamente necessaria alla trama – dell’elemento bellico: tradotto, un’edizione su 4,57 ha come vincitore un libro che si può definire “di guerra”. La cosa curiosa è che dodici di questi quattordici romanzi sono stati pubblicati dopo il 1970: se si analizzassero solamente le ultime quarantaquattro edizioni quindi, la media scenderebbe, dicendoci che ogni 3,66 edizioni una l’ha vinta un libro sulla guerra.

La Seconda guerra mondiale domina sugli altri temi/argomenti nei plot presenti nell’albo, con interpreti come Shirley Hazzard (vincitrice nel 2003 con Il grande fuoco), Joyce Carol Oates con Quelli nel 1970, Saul Bellow e il suo sopravvissuto alla Shoah, Mr. Sammler nel 1971, e i già citati Vollmann e Pynchon; il secondo posto va (senza sorprese) alla guerra in Vietnam, con Albero di fumo di Denis Johnson, vincitore nel 2007, Paco’s Story di Larry Heinemann nel 1987 e Inseguendo Cacciato di Tim O’Brien nel 1979. Solo uno di questi “guerreschi quattordici” è ambientato nella guerra civile americana: Ritorno a Cold Mountain di Charles Frazier, da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2003. Due invece sono le trame lontane dagli Stati Uniti e le loro guerre: i romanzi storici Notizie dal Paraguay di Lily Tuck, vincitore nel 2004, e Augustus – vincitore nel 1973 ex-aequo con Chimera di John Barth – di John Williams, autore del più noto Stoner. I due libri che hanno vinto il premio prima del 1970 sono Da qui all’eternità di James Jones, nel 1952, e Una favola di William Faulkner, vincitore nel 1955 e primo nella storia a portarsi a casa sia National Book Award che Premio Pulitzer (cosa finora successa solo sette[1] volte e che non si vede dal 1993).

Gli “sconfitti” illustri

A guardare l’albo, gli illustri della letteratura di guerra sembrano abbondare anche tra gli sconfitti. Niente premi per Hemingway o Salinger, solo un paio di candidature: in effetti il National Book Award attuale nasce nel 1950 (da una versione pre-war) e gran parte della produzione di Hemingway è antecedente a quella data, se non per Il vecchio e il mare, che fu uno dei finalisti all’edizione del 1953; Salinger invece ottenne due candidature al premio, nel 1952 con Il giovane Holden e  con Franny e Zooey nel 1962, anno in cui fu candidato (senza risultati) anche il postmoderno Comma 22 di Joseph Heller, classico della letteratura americana e mondiale sulla guerra ma soprattutto contro la guerra, che deve il suo nome al paradosso del Comma 22. Non possiamo dimenticare nemmeno Kurt Vonnegut con Mattatoio n°5, un must tra i romanzi storici moderni, candidato nel 1970 ma sconfitto dal già citato Quelli della Oates.

E quale esempio più raggiungibile di candidato illustre sconfitto se non proprio nell’ultima edizione, che ha visto Fine missione battere Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, romanzo storico ambientato nella seconda guerra mondiale, ancora oggi nelle classifiche di vendita americane e vincitore del premio Pulitzer 2015 per la fiction?

Questione di interpretazione (?)

Come interpretare questi dati? Bella domanda. Le guerre hanno fatto la storia americana: la Seconda guerra mondiale li ha resi liberatori ed esportatori di democrazia; durante la Guerra Fredda hanno rappresentato, con l’Unione Sovietica, la prima potenziale minaccia alla sopravvivenza di gran parte dell’umanità; Iraq, Afghanistan, Kuwait e Vietnam hanno fatto sì che nuove generazioni delle società occidentali (tra cui quelle americane) vedessero con occhi diversi quella che era – ed è tutt’ora – la nazione più potente del mondo, almeno militarmente. Ma si può davvero parlare di interpretazione di dati, di data journalism in letteratura? Da un lato è inevitabile, vista la trasparenza di quello che ci dicono: la guerra nella letteratura americana degli ultimi settant’anni c’è, la sua presenza è massiccia, quasi ingombrante, non si può ignorarla. Sarebbe da idioti, d’altro canto, limitare la fortuna e la qualità letteraria degli Stati Uniti esclusivamente al fattore guerra, rischiando pure di avvicinarsi alle posizioni complottiste secondo cui: America = guerrasempreovunque = cattiva.

Forse però la questione non sta tanto sul come interpretare questi dati (o sul come non farlo) che in mano a qualche statistico col pallino per la letteratura (o qualche letterato con il pallino per la statistica) potrebbero diventare quello che sono i dati Istat sulla disoccupazione in mano a politici di opposizione e sindacati. Questi dati non rappresentano che la conferma di un gigantesco dato di fatto: la guerra è in grado – vista la sua influenza sulle società umane – di plasmare la miglior letteratura. Ovunque e da sempre, non solo in America. È sempre stato così, fin da molto prima che Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e compagnia firmassero la dichiarazione d’indipendenza: ci basta pensare alla prima grande opera della letteratura occidentale, che racconta la fine di una guerra durata dieci anni, da cui nascono moltissimi cliché della narrativa di guerra, vedi l’addio all’amata, profanazione di cadaveri, diserzione a causa di una donna, il dolore del padre per la perdita del figlio in guerra e così via.

La cultura americana non ha scoperto nulla di nuovo sulla guerra – ha creato nuove prospettive (Pynchon, Heller) –, ma forse ha intuito che premiare e così rendere alla portata di tutti ciò che il mondo occidentale era già abituato a vedere, a leggere e forse sottovalutare, la guerra, avrebbe fatto bene al suo ecosistema culturale e sociale.

Il parere del capostipite

Whitman, in un libro diventato pietra miliare della letteratura militare degli ultimi duecento anni, Giorni rappresentativi, a proposito della guerra di secessione americana – e della guerra in generale –, scrive (riferendosi alla Guerra di Secessione americana):

[…] Una grande letteratura dovrà tuttavia sorgere da quell’era di quattro anni quelle scene – un’era in cui sono compressi secoli di passione nazionale, quadri di prima grandezza, tempeste di vita e di morte – una miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia dei popoli a venire – invero la vertebra della poesia e dell’arte (e anche del carattere personale) per tutta la futura America – di molto più grandiosa, a mio parere, se affidata a mani capaci, dall’assedio di Troia per Omero o delle guerre con la Francia per Shakespeare.

La guerra di secessione americana è stato il primo (escludendo la Guerra d’indipendenza) evento violento interno a dividere quella faccio fatica a definire l’opinione pubblica di allora delpaese che sarebbe diventato gli Stati Uniti. La crisi spirituale di Whitman nasce in quegli anni proprio a partire da quella guerra e Giorni rappresentativi ne è una trasposizione nuda e cruda e allo stesso tempo poetica.

La guerra dunque rappresenta una «miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia»[2], e nel ventesimo secolo non c’è nazione che abbia combattuto su tanti fronti come l’America. Che sia anche per questo che la sua letteratura abbia aumentato esponenzialmente il suo valore da due secoli a questa parte?

 

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[1]The stories of John Cheevervinse il Pulitzer nel ’79, e il National Book Award solamente due anni dopo, nella categoria “Miglior libro tascabile”

[2]Da Morte di Abramo Lincoln; in Giorni rappresentativi e altre prose, W. Whitman, p. 700,

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A pesca nelle pozze più profonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/#respond Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24418 È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall’americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell’edizione originale, l’ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un’antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C’erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci.

Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus’ Son – l’esordio di Denis Johnson – tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l’avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D’Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c’era una foto dell’autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D’Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Il racconto di Wallace in quell’antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D’Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c’erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C’erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell’amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un’intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all’ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D’Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all’altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O’Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po’. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d’amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.

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James Franco in arte Re Mida https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/ https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/#comments Fri, 27 Apr 2012 13:07:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7635 Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D - La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: "All writers are starfuckers". Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c'è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa "fucker "di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m'ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s'è rallegrato e m'ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l'ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

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Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: “All writers are starfuckers”. Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c’è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa “fucker “di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m’ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s’è rallegrato e m’ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l’ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

Per l’esattezza, un quarto d’ora l’ho passato cercando di spiegargli che nelle lingue non anglofone la gente ogni tanto si dà del lei (no, non lo sapeva, e io avevo bisogno di capire se la protagonista di uno dei racconti che ha una storia con il suo allenatore gli dà del tu da subito, o solo dopo che iniziano a fare sesso), e nei restanti cinque minuti si è parlato di nomi propri. Io: “Vicky the hickey (Vicky detta il succhiotto, ndr) non lo possiamo tenere così, ché in italiano non c’è con cosa fargli fare rima”. Franco: “Be’, mettiamo un nome italiano, no?”. Io: “No, mica si fa che quando traduci un libro traduci anche i nomi propri”. Franco: “Ah”. Mezzo minuto di silenzio. Poi, io: “Non ti preoccupare, in qualche modo risolvo”. Franco: “Ah, bene, grazie. Se vuoi puoi cambiare anche gli altri nomi. Cambia pure tutti i nomi che vuoi”. Cosa che mi sono ben guardata dal fare, cambiando alla fine solo “Vicky the hickey” in “Sheena la sveltina”. Fine della telefonata. Ciao James Franco. Ciao traduttrice.

In veste di giornalista

Qualche mese dopo (poche settimane fa) ho provato a richiamare James Franco per intervistarlo. Ma lì dove da traduttrice ero riuscita, ho fallito miseramente da giornalista. Il suo manager mi ha detto che sono iniziate le riprese di un nuovo film (Spring Breakers di Harmony Korine, in cui Franco fa il rapper Riff Raff, la rete è già piena di immagini), si è scusato, ma non sapeva se James sarebbe riuscito a trovare il tempo per un’intervista. Comunque ci avrebbe provato. Gli ho detto ok, e come in uno dei racconti migliori di Dorothy Parker, mi sono ritrovata a fissare il computer per giorni sincronizzata col fuso orario di Los Angeles in attesa di un’email che mi dicesse quando e a che numero chiamarlo (ai tempi di Dorothy Parker i computer non c’erano e la protagonista del suo racconto fissava il telefono aspettando direttamente la telefonata, ma il concetto resta lo stesso). Quando ho capito come andava a finire, ho provato a chiedere a Twitter quello che avrei chiesto a Franco. Ecco il risultato.

Per chi parla la mamma

Anche James ha una mamma che va fiera di lui. E dei suoi fratelli. Le soddisfazioni che James nega ai fan che lo seguono sui social network (e coi quali si guarda bene dall’interagire), le dà la madre. È registrata come FrancosMom, perché oltre che di James va fiera dei figli più piccoli Dave e Tom (rispettivamente, attore e artista). Mamma Franco twitta spesso, rispondendo anche a nome della progenie. A volte riesce addirittura ad anticipare le domande dei fan dei figli, e scrive cose tipo: “Per chiunque se lo stia chiedendo, Dave non è su Twitter”. Vi vergognate dei vostri genitori che non fanno che raccontare agli estranei gli affari vostri? Be’, grazie a mamma Franco potrete smettere di farlo.

 Perché James è Figlio di Dio

Sarebbe stato retorico, ma la domanda sullo scrittore vivente preferito l’avrei comunque fatta. E il fondato sospetto è che la risposta sarebbe stata: Cormac McCarthy. Nel 2011 Franco aveva deciso di dirigere un film da Meridiano di sangue di McCarthy. Abbandonato il progetto, è rimasto fedele allo scrittore e ha cambiato romanzo, optando per il più semplice (almeno in termini di produzione) Figlio di Dio. Le riprese sono presto iniziate e già finite, con Scott Haze nei panni di Lester Ballard e una particina anche per lo stesso Franco (Jerry). L’uscita del film è prevista per il 2013, ma in rete si trovano già alcuni filmati del backstage.

Di top in top

Se un solo scrittore non vi dovesse bastare, e voleste sapere gli altri nomi degli autori più amati da Franco, c’è in rete una top 5 dei suoi libri preferiti. Direttamente dal sito di Oprah Winfrey (con relativo tweet), ecco i magnifici cinque: Mentre morivo di William Faulkner, Love & Fame di John Berryman, Perché corre Sammy? di Budd Schulberg, Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (vero capolavoro, ma per favore, leggetelo in inglese) e Jesus’ Son di Denis Johnson. Sempre in rete, sul sito del Daily Beast, si rimedia facilmente anche una top 6 dei suoi libri preferiti: escono dalla classifica Berryman, Schulberg e Danielewski, raddoppia Faulkner con il racconto L’orso, ed entrano Ernest Hemingway con I racconti di Nick Adams, Frank Bidart con In the Western Night e Charles Bukowski con Panino al prosciutto. Aggiungiamo all’autorevole gruppo anche il poeta Hart Crane, su cui Franco ha diretto e interpretato (come tesi del master di regia che ha fatto alla NYU) un film biografico uscito a fine marzo in dvd. Si chiama The Broken Tower. L’ho comprato su Amazon e appena visto. Ed è bello come tutto.

Dopo le opere prime arrivano sempre le opere seconde

Qualche giorno fa, Julia25 ha twittato a mamma Franco: “Che dolce la scritta di James “A mio padre” con sotto un cuoricino…”. E mamma Franco: “Dov’è che hai visto la scritta di James che dice “A mio padre”?”. Julia25 ha mandato prontamente un’immagine, che è di una delle prime pagine del secondo libro a firma James Franco. Quest’opera seconda si chiama Dangerous Book Four Boys, è appena uscita negli States per Rizzoli Usa, effettivamente è dedicata al padre ed è un libro d’arte. Curato da Alanna Heiss, il volume monografico contiene immagini e testi dell’omonima personale di James Franco ospitata nel 2010 dalla Clocktower Gallery di New York e nel 2011 dalla Peres Projects di Berlino. La mostra (foto, video e installazioni) è un percorso attraverso la propria infanzia e adolescenza e un’indagine sulla sessualità. Dice Franco a un certo punto del libro: “Uomo e donna sono ideali impossibili… siamo tutti sessualmente incasinati, a metà strada tra i due generi, sospesi come angeli”. Di sicuro sono sessualmente incasinati il Capitano Kirk e Spock di Star Treck che in una delle opere di Franco in mostra (e nel libro) si innamorano l’uno dell’altro e fanno sesso.

Come trasformare una soap opera in opera d’arte

Ammettiamolo, a noi James Franco piace anche perché fa General Hospital. Ha iniziato che era già famoso (è entrato nel cast nel novembre del 2009), ha smesso per un breve periodo, e poi è tornato. Oltre che per l’accettare un ruolo in una soap opera a scapito di molte altre cose che potrebbe e saprebbe fare, lo amiamo perché all’ultimo giro di riprese si è presentato sul set con una piccola troupe. E mentre intorno a lui si girava General Hospital, lui s’è fatto un film tutto suo. Il film si chiama Francophrenia (or: Don’t Kill Me, I Know Where the Baby Is), lo ha codiretto insieme a Ian Olds, ea d è una via di mezzo tra uno psychothriller e un documentario. Le immagini le trovate tra i tweet del Tribeca Film Festival, dov’è stato appena presentato.

Come trasformare se stessi in arte

Grazie al Moca rivedremo James Franco nei panni di James Dean. Aprirà il 15 maggio in un nuovo spazio del Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles (il negozio JF Chen, al 941 di North Highland Avenue) una collettiva ideata dall’attore e ispirata a Gioventù bruciata. Poco più di dieci anni dopo avere interpretato James Dean nel film tv diretto da Mark Rydell, James Franco torna a vestire i panni dell’amato attore nelle foto e nelle opere degli artisti Douglas Gordon, Harmony Korine, Damon McCarthy, Paul McCarthy, Terry Richardson, Ed Ruscha e Aaron Young. Pensata come un omaggio al film di Nicholas Ray più che a Dean, Rebel reinterpreta il film e il suo making of in chiave contemporanea. In mostra vecchi e nuovi video a tema diretti da Franco: da Sal (un omaggio al coprotagonista di Gioventù bruciata Sal Mineo, presentato nel 2011 a Venezia) al recentissimo The Death of Natalie Wood (su Youtube).

Non ci facciamo mancare niente

Vi state chiedendo se Franco sa anche cantare? Fate bene, e anche questa risposta arriva con un tweet. È il fan blog italiano James Franco Italia a farci partecipi della notizia che James ha scritto, cantato e registrato una canzone. La canzone è anche bellina. Parla della madre e del padre, Betsy e Doug, che si sono incontrati e innamorati a Stanford quand’erano studenti. Si chiama Love in the Old Days, Amore ai vecchi tempi.

Diventa “fucker” di te stesso

James Franco è un grande attore, un bravissimo regista, un ottimo scrittore e un artista di successo. In qualunque cosa si cimenti, riesce. E non c’è alcuna ironia in queste parole. Sana invidia piuttosto, come per chiunque sappia fare tutto e bene. James Franco è anche su Twitter, dove è parco di parole e prodigo di immagini. James Franco posta quasi solo foto di stesso, e qualche video. Delle sue amiche o delle vernici a cui ha presenziato. Anche nei social network James Franco ha una sua eleganza. Gli viene bene anche quello. Volete essere come lui? Provate così: smettete di perdere tempo scrivendo inutili parole su Twitter, Fb e simili. Usateli come mezzi per promuovere la vostra immagine. Fotografatevi, postate le foto, e restate in silenzio. Ignorate i commenti degli altri. Soprattutto, non concedete interviste. Mai. E chi ha altre domande si risponda da sé.

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