Derek Cianfrance Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/derek-cianfrance/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:32:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Derek Cianfrance Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/derek-cianfrance/ 32 32 Scrivere di cinema: Weekend di Andrew Haigh https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-di-cinema-weekend-di-andrew-haigh/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-di-cinema-weekend-di-andrew-haigh/#comments Fri, 18 Mar 2016 15:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30314 Pubblichiamo la seconda puntata della rubrica in collaborazione con Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica per gli Under 25 promosso da Pordenonelegge, Cinemazero e il SNCCI insieme con Mymovies e minima&moralia. Qui la prima recensione. Vi segnaliamo inoltre il bando della nuova edizione: scriveredicinema.mymovies.it.

di Leonardo Capanni

Russell (Tom Cullen) è un giovane come tanti: vive in un piccolo appartamento di Nottingham, fa il bagnino in una piscina pubblica, si veste come un qualunque maschio tra i 20 e i 35 anni (t-shirt, giubbotto di pelle, camicia a quadri, nike). Sembra un tipo piuttosto tranquillo, anche se non abbastanza da rifiutare un tiro o una striscia, con un gruppo di amici a cui non dice proprio tutto, una parete di camera tappezzata di foto, biglietti e cartoline, innamorato dei suoi oggetti di seconda mano: qualcuno che non sa se dirsi felice, ma a cui ogni tanto tocca ammettere di stare bene.

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weekend

Pubblichiamo la seconda puntata della rubrica in collaborazione con Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica per gli Under 25 promosso da Pordenonelegge, Cinemazero e il SNCCI insieme con Mymoviesminima&moralia. Qui la prima recensione. Vi segnaliamo inoltre il bando della nuova edizione: scriveredicinema.mymovies.it.

di Leonardo Capanni

Russell (Tom Cullen) è un giovane come tanti: vive in un piccolo appartamento di Nottingham, fa il bagnino in una piscina pubblica, si veste come un qualunque maschio tra i 20 e i 35 anni (t-shirt, giubbotto di pelle, camicia a quadri, nike). Sembra un tipo piuttosto tranquillo, anche se non abbastanza da rifiutare un tiro o una striscia, con un gruppo di amici a cui non dice proprio tutto, una parete di camera tappezzata di foto, biglietti e cartoline, innamorato dei suoi oggetti di seconda mano: qualcuno che non sa se dirsi felice, ma a cui ogni tanto tocca ammettere di stare bene.

Weekend racconta due suoi giorni passati con Glen (Chris New), cinico impiegato in una galleria d’arte conosciuto per caso in un locale. I due provengono da pianeti opposti, come scopriremo in seguito: responsabile, timido e realista il primo (l’adulto), più deciso, impulsivo, sfrontato e adolescenziale il secondo. Finiranno a letto insieme. Al risveglio, Glen chiederà a Russell di raccontare in un registratore le impressioni su quel loro primo incontro, per una specie di progetto artistico a cui sta lavorando.

Nasce con qualche esitazione (“perché sarebbe arte e non un insieme di persone che dicono porcherie?”) un rapporto che diventa via via più intenso, raccontato con affetto e ironia dal regista e sceneggiatore Andrew Haigh. La sua scrittura asciutta riesce a immergersi con grande realismo nell’intimità di questa relazione, riuscendo a catturare la nostra attenzione ma lasciando anche il tempo per riflettere ‒ soprattutto, evitando di cedere al compiacimento o alla malinconia. È uno sguardo che assomiglia a quello di Russell quando segue Glen allontanarsi tra le geometrie di una piazza sottostante, affacciato dalla sua finestra. Torna in mente una foto in bianco e nero di André Kertész (Washington Square, Winter), anche se al posto del silenzio della neve c’è il grigiore del cemento insieme al verde di qualche aiuola.

Estremizzando, Russell è il calore umano di cui non possiamo fare a meno, con tutta l’insicurezza che da sempre lo accompagna; Glen, il bisogno che sentiamo di conoscerci a fondo, “ridisegnarci”, prima di muovere un qualsiasi passo verso gli altri. Hanno entrambi le loro ragioni, oltre ai loro difetti: non è facile venirsi incontro, dimenticare tutti i lacci in cui siamo invischiati, fare affidamento soltanto sulla fragilità dei nostri desideri. Resta comunque un momento potente, quando i due provano a stare insieme su una bici (quella di Russell, 30 sterline a un mercatino dell’usato) per le vie della città. Si respira il senso di un nuovo equilibrio, simile a quello che fa esplodere il biondo e irrequieto Steve in Mommy (2014), in una scena che è già culto (anche se la potenza di Dolan è tutta americana ‒ canadese, se si vuole ‒, mentre i dubbi e il pudore di Haigh hanno un sapore decisamente europeo).

Girato nel 2011, in appena 17 giorni e con circa 120.000 sterline di budget, Weekend è il secondo film di questa “giovane promessa” del cinema britannico (dopo l’esordio semi-documentaristico di Greek Pete), quello che lo ha rivelato al mondo e gli ha permesso di uscire dal circuito lgbt in cui rischiava di rimanere confinato. Il salto di qualità dopo i cortometraggi e i primi esperimenti, il film finalmente in grado di parlare a tutti. Per quale motivo allora si è dovuto aspettare così a lungo? E in base a quali calcoli, dopo 5 lunghi anni, distribuirlo in appena 10 sale (tutte al nord, tranne una a Roma)?

Meglio di noi si sono mossi paesi come la Polonia, il Brasile, la Turchia. In Italia si è stati costretti a cavalcare il successo di 45 anni (2015), il terzo film di Haigh premiato con l’Orso d’argento a entrambi i suoi protagonisti, per andare a riscoprire questa sua opera precedente. Che si è potuta perfino spacciare per il suo primo lungometraggio (come hanno scritto testate del calibro di TerzaPagina, Cineblog, Ansa, addirittura la stessa TeodoraFilm che si è incaricata di distribuirlo), visto che di Greek Pete forse è davvero meglio non parlare.

Cosa avrebbe da dire, riguardo a un film su alcuni rent-boy londinesi costato più di sei mesi di lavoro, il dibattito pubblico di un paese dove una Commissione Nazionale Valutazione Film (organo della CEI) è stata capace di stigmatizzare il tocco intimista e delicato di Weekend con aggettivi come “sconsigliato, non utilizzabile [?], scabroso” ‒ praticamente l’inferno? Dove l’opera di un regista nemmeno quarantenne può essere ridotta ancora una volta a due tematiche in odore di peccato, “droga e omosessualità”?

Ho paragonato lo sguardo di Weekend a quello di uno dei suoi due protagonisti, quando segue con dolcezza il cammino dell’altro, rispettandone il mistero; un aspetto di regolarità compositiva e di presa di distanza che ritroviamo nella scena della piscina e in alcuni esterni, e che verrà esaltato nei paesaggi rurali di 45 anni (dove anche la recitazione passerà da un’urgenza spontanea a una precisione ben più raffinata). Ma come l’anima dei suoi due protagonisti, anche la fotografia di Weekend sembra vivere di un elemento duplice: spesso infatti l’immagine è nervosa, la macchina da presa portata a mano e i bordi dell’inquadratura fuori fuoco (sull’autobus, in casa, alla stazione), come se non fossimo ancora pronti per una visione chiara della scena. Resta un film sulla forza di quei legami che sembrano sbarrarci la strada, anche se abbiamo faticato tanto per costruirli.

Si avverte una sincerità di fondo che ha poco in comune con successi annunciati come I segreti di Brokeback Mountain (2005) o La Vita di Adele (2013), film di cui si è giustamente esaltato alcuni meriti ma ancora un po’ troppo prigionieri di una certa ricerca estetica (molto diversa tra loro). Weekend si avvicina piuttosto a un altro film da recuperare, altrettanto imperfetto e potente: Blue Valentine (2010), seconda opera questa volta del regista americano Derek Cianfrance, di appena un anno più giovane di Haigh. Al centro di entrambi c’è un atto indispensabile come innamorarsi: un momento e insieme un percorso, un abbaglio e una conferma continua (gay o etero che sia) in grado di mettere in forse tutto ciò che crediamo di essere.

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Downton Abbey https://minimaetmoralia.it/televisione/downton-abbey/ https://minimaetmoralia.it/televisione/downton-abbey/#comments Tue, 03 Dec 2013 16:55:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16823 Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l'attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c'è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un'imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l'apprensione emotiva era data dall'attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l'ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell'aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante.

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Downton-Abbey-Cast

Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l’attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c’è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un’imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l’apprensione emotiva era data dall’attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l’ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell’aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante. Ma il punto era proprio questo. La presunta lacerazione di questi animi non aveva forse l’identico spessore di una telenovela sudamericana da Rete 4 fine anni Ottanta? Da che cosa era provocato quello scarto che mi ha fatto credere nell’esistenza di una tensione tra il fascino intellettualmente irreprensibile provato per Donwton Abbey e il sentimentalismo “di pancia” provato per Rosa Selvaggia?

La domanda è rimasta latente dentro di me per svariato tempo, troppo insidiosa per essere davvero affrontata, e ho continuato a scaricare e vedere Downton Abbey in versione originale col mio irrisolto senso di vergogna, che ha trovato finalmente la sua vera ragione d’essere quando è stata proprio Rete 4 a trasmettere in Italia gli episodi della serie. Sentire l’accento british della famiglia Crawley doppiato in italiano quasi fosse una parodia, la recitazione teatrale e impostata che diventava di conseguenza farsesca, è stato un primo passo verso la decostruzione di quella specie di bolla incantata sospesa in uno Yorkshire iper-fittizio (non semplicemente da cartolina ma da cartolina artistica), l’equivalente per uno spettatore anglofono di un Chiantishire pieno di tramonti dalla luce densa.

Ma il momento epifanico non è stato sufficiente, anzi è stato rimosso con dolo, auto-costringendomi a non vedere mai, nemmeno per sbaglio, un frammento di Downton Abbey su Rete 4, affinché il processo di decostruzione arrestasse il suo corso, considerato che il processo opposto – l’abbaglio da condizionamento culturale – era in splendida forma, con schiere di intellettuali pronti a esaltare le vicissitudini dei Crawley e della loro devota servitù; tanto più che la serie si aggiudicava un riconoscimento dopo l’altro da parte della critica più smaliziata. Il secondo momento rivelatorio è stato l’uscita per Einaudi di Ai piani bassi di Margaret Powell, il libro che ha ispirato la serie. Non l’ho letto, ma sul retro c’è un’illuminante recensione della Repubblica (non è specificato chi sia stato a scriverla, come se la Repubblica fosse già di per sé autoriale): «Chi ama il cinema elegante di James Ivory, i libri di Jane Austen, le grandi saghe familiari in cui, dietro l’apparente tranquillità, serpeggia l’inquietudine, non si perda Downton Abbey».

Mi sono chiesta: faccio parte di questa categoria e quindi non devo perdermi Downton Abbey? Ed è qui che ho cominciato a capire. Non mi stavano davvero chiedendo se amassi il cinema di Ivory, i libri della Austen e l’inquietudine (chissà perché sempre serpeggiante), piuttosto l’idea di cinema di Ivory, l’idea di letteratura alla Austen e l’idea di inquietudine, ovvero non tanto la loro essenza, quanto la “suggestione” che erano in grado di evocare.

In questo senso Downton Abbey è un esperimento perfetto, fa leva sui meccanismi più collaudati del melodramma da telenovela (intrighi, tradimenti, segreti di famiglia, bugie, amori osteggiati) e come nella miglior tradizione sudamericana lo innesta in un milieu fortemente contrastato, una divisione drastica tra ricchezza e povertà, un manicheismo di ruoli appena scalfito da qualche bizza non prevista dell’animo, una certa unità di luogo (la dimora di famiglia che ha la potenza di un palcoscenico), una recitazione e una fotografia volutamente drammatiche.

Downton Abbey non è il cinema di James Ivory fatto serie, ma una telenovela classica fatta bene. Teatralità e anti-realismo melò, invece del kitsch, si appropriano di una formidabile ricercatezza stilistica (inquadrature complesse, lunghi piani sequenza, scenografia e costumi curatissimi) come a dire che se i messicani sono eccessivi e cafoni, gli inglesi sono invece snob e raffinati.

Quando ho saputo che Dan Stevens avrebbe lasciato il set, dopo che il suo personaggio era stato graziato nei modi più inverosimili (salvato dalla morte, miracolato da un futuro di invalido e di impotente, finalmente ricongiunto alla sua amata), e che quindi la sua parabola di salvezza si sarebbe alla fine arenata di fronte a un probabile contratto hollywoodiano in cui serviva un ruolo da belloccio, mi sono rifiutata di vedere lo speciale natalizio in cui Matthew Crawley deve andarsi a schiantare in macchina per uscirsene elegantemente dalla sua prigione ivoriana, e ho deciso di uscire io prima di lui.

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