Derek Jarman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/derek-jarman/ un blog di approfondimento culturale Fri, 13 Mar 2020 08:49:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Derek Jarman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/derek-jarman/ 32 32 Qualche consiglio di lettura https://minimaetmoralia.it/libri/consigli-lettura/ https://minimaetmoralia.it/libri/consigli-lettura/#respond Fri, 13 Mar 2020 08:49:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42625 Photo by Jonas Jacobsson on Unsplash

Sono giorni in cui la lettura può rappresentare un buon modo per passare il tempo: qui di seguito allora una breve lista di libri che potrebbero essere di ottima compagnia. Si tratta di un libro sul giardino di un maestro del cinema, un romanzo molto lungo e interessante, un saggio di fisica e due classici di un grande scrittore francese riuniti in un unico volume.

- Lo si conosce principalmente per il suo lavoro di regista, ma Derek Jarman (1942-1994) si è dedicato anche alla scrittura e la casa editrice nottetempo pubblica adesso un libro prezioso, Il giardino di Derek Jarman, uscito in Inghilterra l'anno successivo alla morte del regista e composto da brani dei suoi diari accompagnati da fotografie scattate dall'amico Howard Sooley al suo giardino.

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Photo by Jonas Jacobsson on Unsplash

Sono giorni in cui la lettura può rappresentare un buon modo per passare il tempo: qui di seguito allora una breve lista di libri che potrebbero essere di ottima compagnia. Si tratta di un libro sul giardino di un maestro del cinema, un romanzo molto lungo e interessante, un saggio di fisica e due classici di un grande scrittore francese riuniti in un unico volume.

– Lo si conosce principalmente per il suo lavoro di regista, ma Derek Jarman (1942-1994) si è dedicato anche alla scrittura e la casa editrice nottetempo pubblica adesso un libro prezioso, Il giardino di Derek Jarman, uscito in Inghilterra l’anno successivo alla morte del regista e composto da brani dei suoi diari accompagnati da fotografie scattate dall’amico Howard Sooley al suo giardino. L’ambientazione di questo libro è il Prospect Cottage, una casa di pescatori nel Kent che Jarman decise di acquistare mentre era in cerca del posto dove girare il suo film The garden («un incanto, ho scoperto questo luogo mentre andavo a caccia di giacinti selvatici insieme a Tilda Swinton»). Era il 1986, lo stesso anno in cui Jarman scoprì di aver contratto l’HIV, e il cartello “vendesi” fu un caso così fortuito che Jarman non potè fare altro che mettere mano al piccolo gruzzolo lasciatogli dal padre: l’idea del giardino, passione che Jarman aveva sin da bambino, non venne immediatamente, anche perché il terreno fatto di ciottoli non sembrava particolarmente adatto, ma pian piano si trasformò nella scelta migliore possibile.

Infatti il giardino di Dungeness si trasforma inesorabilmente in «un luogo magico» come scrive Keith Collins, compagno del regista, e guardando le splendide fotografie che si susseguono in questo libro sembra davvero di entrare in un luogo dello spirito, un piccolo paradiso in terra dove capita di vedere spuntare, talvolta, Jarman stesso, dinoccolato, sorridente e con un cappello rosso, perfettamente immerso nel mondo che assieme alla natura aveva creato.

– I libri di una certe mole corrono il rischio di spaventare il lettore: quando poi a questa mole corrisponde anche una sperimentazione letteraria l’indice si alza ancora di più. Questo infatti potrebbe essere il sentimento che genera ilMistero.doc di Matthew McIntosh (pubblicato da il Saggiatore con la traduzione di Luca Fusari), libro di circa 1600 pagine che racconta una storia all’apparenza molto semplice: il protagonista, Daniel, si sveglia una mattina accanto alla sua ragazza e scopre di non ricordare più niente della sua vita. Pian piano alcuni tasselli si ricompongono, uno dei più importanti è quello che riguardo ciò che stava facendo prima dell’amnesia: Daniel stava scrivendo un romanzo e ilMistero.doc è il nome del file sul suo computer, un file però bianco, vuoto, senza una riga, nonostante, come testimoniano alcuni suoi conoscenti, Daniel passasse la sua vita recluso in casa per produrre il suo capolavoro, sulla scia dei grandi della letteratura di tutti i tempi.

Questo fatto costituisce la pietra angolare di ilMistero.doc, un libro che ben presto spalanca tutte le sue numerose possibilità, aprendosi immediatamente in un romanzo che contiene innumerevoli romanzi appartenenti a molteplici generi. Ma la definizione di romanzo è quella giusta? Basato su fotografie, sms, conversazioni riportate per filo e per segno, pagine completamente bianche, altre nere, altre ancora occupate da asterischi, questo libro sembra che rappresenti per McIntosh anche un modo per provare a capire nel profondo che cosa significa raccontare una storia oggi. Dunque nessuno spavento per un libro che certo non nasconde le sue complessità ma che potrebbe anche rappresentare una tappa centrale nella lunga evoluzione della narrazione.

– «Questo libro è stato scritto per un ragazzo come potevo essere io a quindici anni»: così si apre il libro Quanti (Adelphi, traduzione di Matteo Polettini) di Terry Rudolph, nipote di Erwin Schroedinger, un fisico di grande importanza per la  quantistica, che ha come argomento, appunto, la fisica quantistica. C’è da dare ragione a quello che scrive Rudolph in apertura perché in effetti questo libro riesce a raccontare a tutti un mondo molto difficile, non scegliendo un registro semplicistico ma, verrebbe da dire, una via intuitiva che non trascura la complessità: Rudolph è infatti convinto che una volta compresa e introiettata la natura delle quattro operazioni fondamentali nessun campo della fisica nasconda un segreto. Nelle pagine di questo libro, piene di piccoli disegni dell’autore, eccellenti spiegazioni grafiche di ciò di cui si parla, Rudolph racconta la fisica quantistica e ciò che essa ricerca, interrogandosi anche sulla «tensione tra l’astrattezza della matematica, le osservazioni fisiche, e la descrizione che se ne trae», o meglio tra le descrizioni della fisica e la realtà in cui viviamo ogni giorno dove i modelli non esistono. Interessante davvero per tutti è la terza e ultima parte di questo libro, nella quale Rudolph guida il lettore in «un viaggio psichedelico» dove mostra proprio queste «incompatibilità tra il “realismo fisico”, che molti danno per scontato, e ogni descrizione esatta di ciò che realmente accade». «Vi verrà il sospetto che forse i fisici assumono per davvero certe sostanze» scrive Rudolph, accattivante consiglio per lanciarsi nella lettura.

– Tra il 1952 e il 1954, Louis Ferdinand Céline pubblicò due romanzi Pantomima per un’altra volta e Normance, che tornano adesso in libreria per la prima volta in un volume unico nella bella collana delle letture Einaudi, sempre con la storica traduzione del poeta Giuseppe Guglielmi. Si tratta di due romanzi legati indissolubilmente tra loro, tanto che Céline li chiamerà inizialmente Féerie I e Féerie II, o Féerie pour une autre fois: non si tratta di una scelta secondaria in quanto il termine in francese rimanda tanto a una narrazione fantastica quanto a uno spettacolo di bellezza fantasmagorica, un termine dunque che, come nota anche Massimo Raffaeli nella sua bella Prefazione, richiama sia a qualcosa di fantastico che una sua messa in scena, aspetto reso bene in questi romanzi dal susseguirsi di vita reale, visioni e sogni.

E così Céline si mette in scena in questi due romanzi autobiografici in cui riprende, certo romanzandone alcuni aspetti, le sue esperienze nell’ultimo scorcio della seconda guerra mondiale, tra la fuga in Danimarca e il ritorno, complesso, in Francia e l’amnistia. A emergere, come ogni volta che si leggono le pagine di questo maestro del Novecento, è la potenza del suo dettato, quel miscuglio inafferrabile di paranoia e padronanza del racconto che dona a ogni sua pagina una forza inedita. In questi due romanzi l’introduzione di elementi autobiografici rende ancora più preziosa la lettura, come se nel racconto della sua stessa vita Céline rendesse tangibile la sua idea del mondo che trova rappresentazione nelle sue opere, l’idea, come racconta l’editore Denoël ricordando il suo incontro con l’autore «della morte, la propria e quella del mondo», motivo conduttore nel suo discorso: «mi descrisse – aggiunge Denoël – un’umanità affamata di catastrofi, innamorata di massacri», descrivendo, forse, la sua stessa vita».

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Intervista a Luigi Ontani. Del cinema, della provincia, dei curatori… https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-a-luigi-ontani-del-cinema-della-provincia-dei-curatori/ https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-a-luigi-ontani-del-cinema-della-provincia-dei-curatori/#comments Thu, 17 Dec 2015 13:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29409 Questo articolo è uscito su Artribune.

di Santa Nastro

Arte e cinema. Se ne è discusso il 1° dicembre al Cinema Trevi di Roma in un incontro a cura di Alessandra Mammì. In questa intervista Luigi Ontani racconta il suo rapporto con il cinema, e molto altro ancora.

Qual è il suo rapporto con l’immagine in movimento, dai primi video in Super 8 a oggi?

Il Super 8 è stato un momento avventuroso – ovviamente non l’unico nella mia vita. Aveva senso per me la dimensione del gioco, la ripetizione del gesto, il rito. Era anche un momento in cui, pur avendo già partecipato a molte mostre, non avevo ancora delle prospettive espositive precise. I primi Super 8 sono nati nel contesto di Palazzo Bentivoglio, dove le condizioni di ripresa erano simpaticamente dilettantesche. Ho però cercato di esprimere una mia idea in quei comportamenti. Con tutto l’amore per il cinema, tuttavia, non stavo pensando ad esso. Le mie erano già delle performance fatte e registrate come testimonianza sulla pellicola.

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Questo articolo è uscito su Artribune.

di Santa Nastro

Arte e cinema. Se ne è discusso il 1° dicembre al Cinema Trevi di Roma in un incontro a cura di Alessandra Mammì. In questa intervista Luigi Ontani racconta il suo rapporto con il cinema, e molto altro ancora.

Qual è il suo rapporto con l’immagine in movimento, dai primi video in Super 8 a oggi?

Il Super 8 è stato un momento avventuroso – ovviamente non l’unico nella mia vita. Aveva senso per me la dimensione del gioco, la ripetizione del gesto, il rito. Era anche un momento in cui, pur avendo già partecipato a molte mostre, non avevo ancora delle prospettive espositive precise. I primi Super 8 sono nati nel contesto di Palazzo Bentivoglio, dove le condizioni di ripresa erano simpaticamente dilettantesche. Ho però cercato di esprimere una mia idea in quei comportamenti. Con tutto l’amore per il cinema, tuttavia, non stavo pensando ad esso. Le mie erano già delle performance fatte e registrate come testimonianza sulla pellicola.

Ma ci sono degli aspetti – il travestimento, la rappresentazione dei tipi umani, le icone, l’allegoria, la memoria – che la interessano del cinema e in cui si identifica?

Amo il cinema, anzi in un’intervista a L’Espresso, nel periodo di una mia mostra a L’Attico, ne parlai come prospettiva per i tableau vivant, che però sono basati su una condizione di immobilità e fissità, come fossero apparizioni, anche quando fatti in pubblico. Davo come possibilità di continuità con il cinema il tableau vivant. È una prospettiva che ho considerato ma non ho svolto: non ci ho creduto abbastanza. Anche perché vivo l’arte come linguaggio, in quanto tuttora offre un’illusione di libertarietà lontano dalle costrizioni professionali: posso fare la mia arte senza dover fare i conti con un contesto che non è così facile da svolgere. Sono più a mio agio se posso condurre il mio viaggio da solo. Il cinema contempla tante cose, la produzione, un’organizzazione che non sono in grado di affrontare.

 Nel 2010 ha partecipato al film di Pappi Corsicato, Capo Dio Monte, nel quale il racconto del museo avveniva “sotto braccio con Luigi Ontani”. Com’è stato lavorare sotto una regia che non fosse la sua?

 Pappi Corsicato è veramente spiritoso, io sono interessato al rito. Non a caso – sembra un giochetto di parole – spiritoso contiene anche rito. Conoscevo Pappi Corsicato da tempo. Poi ci fu un’occasione favorevole, un contatto tramite Lucio Dalla, che conoscevo da sempre, a Bologna. Lucio aprì una galleria per un breve periodo che chiamava No Code, che era lo spazio storico della sua sala d’incisione. Feci questa mostra e Pappi mi contattò. Venne poi a filmare la mostra e il mio studio sugli Appennini, a Vergato, dove sono nato, ai piedi del Montovolo nel villino che si chiamava già Romamor e che fa parte fuori dalle mura del castello moresco La Rocchetta, inventato da un pioniere dell’omeopatia.

Il rapporto con Pappi è stato di gioco, inventato e anche estemporaneo. Ho accettato i suoi capricci e ho proposto i miei. Anche a Capodimonte, in una interlocuzione di simpatia, ha accettato certe mie evoluzioni e io le sue eversioni, entrambi consapevoli che non doveva essere un documentario. Pappi aveva già delle fantasie e io le ho invertite con le mie. Lui ha una passione, un punto di vista, uno sguardo sull’arte che è favorevole anche alla mia possibilità di esprimere.

Come si è realizzato tutto ciò?

Ad esempio, nella sala di Capodimonte che è la magnifica sala delle cineserie dove ho fatto un gioco di pose e di autoironia e al centro della sala ho posto La Pulce di Pulcinella, che è una barca con una Torre di Babele e un mare di seta ricamato in modo labirintico a mano e in oro. Per la prima volta, dopo un viaggio nel mondo, finalmente quest’opera veniva esposta a Napoli. Pappi ha, per fortuna, delle sue condizioni che a volte ho giocato a contraddire.

Questo è stato evidente anche quando è venuto al Museo Hendrik Christian Andersen, nel 2012, dove ho esposto le mie maschere musicali contemplanti il mio viaggio dagli Anni Ottanta – e vale tuttora – in Oriente, precisamente a Bali. Ogni maschera conteneva uno strumento musicale. Le ho suonate e gestite e le ho appese alle statue conservate nel museo, che sono di per sé paradossali. E la musica, per generosità di Charlemagne Palestine, ha fatto un nucleo centrale musicale. Lo spettatore avvicinandosi a ogni maschera ne sentiva la voce… Pappi Corsicato ha viaggiato con questa musica all’interno dello spazio. Sono stato al gioco perché tecnicamente aveva messo un carrello, dunque venivo sospeso come fosse un’apparizione miracolata dalla musica oltre che dal cinema.

 Qual è la sua idea di cinema?

Mi interessa il cinema come ritualità, il tempo del passeggiare, del guardare, dell’esprimere senza montaggio. Mi interessa tuttavia il movimento, ma nell’istante in cui lo blocco. Probabilmente lei mi sta chiedendo dell’accadimento del movimento del cinema rispetto a quello della vita. Ma io tendo a non distinguere. Sì, tendo a non distinguere.

Crede, con il suo lavoro, di aver influenzato degli autori?

Da molti anni mi compiaccio di una definizione che ho coniato. Ho constatato che esistono dei “maestri postumi”, soprattutto nell’arte, cioè degli artisti che hanno espresso un’idea che può essere suggestionata, suggerita, che sono arrivati dopo di me e l’hanno formalizzata a modo loro, più coincidente all’aspettativa del tempo. Adesso si vede, ad esempio e da tempo, un uso e un abuso del concetto di tableau vivant. Ci sono dei registi giapponesi e indiani, per dire. Ricordo, inoltre, che quando uscì il Sebastiane di Derek Jarman, l’attore protagonista veniva alle mie mostre a L’Attico… Ma non vorrei osare in egocentrìa, che peraltro è anche un mio modo di esprimermi…

Ma Luigi Ontani girerà mai un film?

Cerco di avere una curiosità nel vivere. Mi interessa un altrove. Sto volutamente dietro a un muro estetico, ma non è che non ho la consapevolezza del mondo. Rispetto ai fatti, che hanno così inevitabilmente emozionato tutti, non è che gioco con i capricci, ho formulato un titolo e non dò spiegazione: “Gli sceriffi e i califfi o i califfi e gli sceriffi?”. È un mio modo per essere dissociato? Non credo. So cosa sta succedendo nell’arte e nella società e trovo straordinario che un artista possa continuare a vivere in Italia, in questo ex Belpaese dove si fa tanto rumore, ma nessuno si è mai interessato profondamente degli artisti. Si sono tutti autodistrutti.

Non è un problema di stare in posa o in movimento, ma credo che l’artista abbia la libertà di esprimersi e di contraddirsi. Quindi potrebbe anche essere che in senilità faccio un mio film, ma non ci credo perché non è il caso. Sono contento di quello che faccio, perché mi dà la possibilità di non essere condizionato da questa orrenda società, che tuttavia è straordinaria in sé. Vivo a Roma perché è una città barbarica: se non lo fosse, non ci vivrei.

Ci racconta invece le sue origini?

Sono nato in una situazione di cui non mi compiaccio, ma in una totale provincialità. Amo la provincia, ma vorrei essere ancora più provinciale, pur avendo un’indole di viaggio. Poi è subentrata da molto tempo una provincialità globale che non condivido, però ammiro chi l’ha sfidata e anche chi è riuscito a esprimerla.
Il contesto delle mie origini è negli Anni Sessanta, facendo delle cose, ovviamente acerbe, ma non troppo. Ho avuto una grande attrazione per la storia dell’arte, perché vengo da un luogo dove l’arte non c’era. Certamente ho cercato di agire senza lasciarmi condizionare dalla mia generazione o dal linguaggio della moda, che poi moda non era perché, se era arte commerciale, non so come si possa definire l’arte attuale.

Cos’ha fatto, dunque?

Ho cercato come un equilibrista di reggere un’idea in bilico, una fantasia, un progetto, un desiderio dell’arte, evadendo diverse cose e accettando quasi senza accorgermene delle altre avventure. Per me è molto importante l’arte concettuale, l’arte di comportamento, l’aspetto manierato relativo alla maschera, la mia identità. Ho letto molto, ad esempio Marinetti, certa letteratura romantica, ho avuto una formazione attraverso il ready made. Dopo cento anni si può ancora fare, ma non come costante. Ecco perché non condivido una certa disinvoltura professionale a fare tutto e niente, che è bellissimo, ma non può essere un passe-partout di comodo per essere attuali.

Chi individua, senza distinzione di settore, come suoi compagni di strada?

Adesso a Roma c’è una mostra di Balthus, ma io ero per Klossowski. Rispetto a de Chirico, ho sempre avuto una simpatia per Savinio. E arrivando ai contemporanei, per Paolini, per Fabro, che ha rivoluzionato la scultura, per Manzoni e Fontana e Castellani, che quando lo mandarono al confino aveva in realtà trascorso una vita al confino dell’arte. Per paradosso mi interessano gli artisti molto diversi da me. Sono per la simpatia e le affinità a distanza. Non mi interessa appartenere a una tendenza, a meno che ce ne sia una ancora.

Lei è stato un pioniere della performing art e della video arte. Che opinione ha della nuova generazione di artisti che approcciano a questi strumenti? Ci sono dei giovani artisti di cui stima particolarmente il lavoro?

 Gli artisti in Italia ci sono sempre stati, giovani o vecchi. È che l’ambiente non ha mai creduto abbastanza nell’arte contemporanea. Basta leggere le interviste che hanno fatto a de Chirico, quasi lo prendevano in giro, ma lui era talmente abile a divertirsi sui preconcetti… Il punto di vista in questo ex Belpaese è esterofilo. E questa è una prova di qualità perché è un’apertura sul mondo. Quindi è molto facile che la gente conosca i giovani artisti stranieri, perché la tendenza è quella: la provincia guarda il mondo. I giovani artisti italiani devono avere la costanza e l’avvertenza di continuare la propria avventura e per coerenza saranno riconosciuti. Si è giovani in eterno… questo è molto bello, figuriamoci… a me piace l’infinito!

E i curatori?

 Non sto facendo alcuna battaglia, ma constato che non sono d’accordo con i curatori, perché loro hanno preconcetti. Sono dei sudditi, non sudditi dell’idea, ma del sociale. Quindi propongono dei progetti che sono il loro punto di vista, anche quando sembrerebbe che stanno facendo qualcosa che appartiene a un panorama più ampio. Non è così, deformano la storia perché non sono interessati a chiarirla. Se devo essere polemico, lo sono con i curatori. E infatti sto evadendo delle mostre: non vedo perché devo essere fatto a pezzi dall’ultimo arrivato. Nessuno si comportava così. Anche i critici più esibizionisti esponevano le cose tenendo conto dell’idea dell’artista, invece i curatori di oggi non mi sembra che facciano questo.

Salviamo qualcuno?

Obrist. È straordinario perché nel suo protagonismo fa esprimere gli artisti che coinvolge. Venne a trovarmi a Roma che aveva quindici anni. Stavo nelle mie celle di via Brunetti di cui scrisse un bellissimo testo di testimonianza Goffredo Parise. Contattò Boetti, me e Turcato. Abitando ancora in Svizzera, venne a Roma per chiederci se eravamo disponibili a fargli un progetto per una linea aerea del suo Paese. Eravamo nel ’75. Gli proposi di estrapolare la posa di Mercurio oppure tutto l’Olimpo, che poteva essere declinato in un kit da viaggio. Il mio Olimpo si dissolse nel vento perché fu censurato e fu realizzato solo il gioco enigmatico proposto da Alighiero. A prescindere, credo che il modo di lavorare di Obrist sia quello giusto.

Lei prima parlava di provincia. Lei è nato a Vergato, vicino a Grizzana Morandi. Pensa che ci sia un filo conduttore, un’atmosfera comune, nella sua ricerca con artisti come Giorgio Morandi, Luigi Ghirri, un immaginario che appartiene a quel tipo di territori?

Fin dal primo momento ho voluto fare il contrario non per reazione, ma per consapevolezza. Morandi rappresenta il sapere, il dipingere, il sublime, la fedeltà agli strumenti dell’arte, in una ripetizione che non è mai banale, ma inventiva e creativa costante del quotidiano. Io ho cercato di allontanarmi dalla quotidianità in questo altrove idealizzato e nel linguaggio che ho espresso.

E Ghirri?

È una delle prime persone che ho conosciuto frequentando Bologna, che era la città di riferimento, e quando lui fece le prime copertine di Lucio Dalla io giocavo sulla mia origine etrusca e raccontavo della casa di Morandi. Non dico che ho suggerito a Ghirri, ma in effetti negli Anni Ottanta è poi andato a riprendere la casa dell’artista. Il Professore che ha fatto le foto della mia mostra in omaggio a Morandi, nel 2015 – ho cercato di farlo diventare il mio catalogo ma evidentemente anche lui è come i curatori di prima – ha fatto un album alla maniera di Ghirri, tanto è vero che ha acceso spiritosamente un televisore che stava vicino a un vasetto con il quale omaggiavo Morandi.

Ma è un’eccezione, ho preso come spartito i quadri ai quali cui mi sono riferito. C’è un’incisione, ad esempio, con testa di burattino. Ho preso perciò il mio calco e l’ho fatto diventare la testa di Fagiolino, che con Sganappino sono le maschere del mio paese. Ho giocato sul tema della metamorfosi e della natura morta, per dare il mio volto alle bottiglie, sul tavolo metafisico. Ho fatto un omaggio al capolavoro che ha rappresentato Morandi, anche se il mio discorso è palesemente all’opposto. L’ho stigmatizzato trasformandolo con il mio calco.

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