Derek Walcott Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/derek-walcott/ un blog di approfondimento culturale Mon, 08 Sep 2014 20:12:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Derek Walcott Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/derek-walcott/ 32 32 Quell’intervista che rivela lo scrittore https://minimaetmoralia.it/libri/maestri-di-finzione-francesca-borrelli/ https://minimaetmoralia.it/libri/maestri-di-finzione-francesca-borrelli/#respond Tue, 09 Sep 2014 15:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23155 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo.

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«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo. «Un’intervista può essere per me terribile», le dice Anna Maria Ortese, ma fortunatamente ciò non vale per tutti. Don DeLillo, per esempio, le concederà ben sei interviste, che coprono un arco temporale che va dal 1999 al 2012.

Anticipate da un breve testo che inquadra l’opera complessiva e il romanzo più recente, le interviste scansano i riferimenti biografici: non riguardano mai la vita privata, il contesto dell’incontro, né annotano vezzi, look, o segni distintivi (a parte evocare i cappelli di Amélie Nothomb, la sedia a rotelle di Toni Morrison, i giubbotti di pelle di Paul Auster). Tutto ciò che interessa Francesca Borrelli è un dialogo serrato sui testi, su singole frasi citate, trame, allegorie, psicologie dei personaggi, quasi assecondando l’adagio di Jacques Derrida secondo cui non c’è nulla al di fuori del testo («il n’y a pas de hors-texte»).

Le domande non sono mai interscambiabili, ogni autore ha le sue. Alcune contengono intuizioni critiche che bastano da sole a far luce sui testi: a Yehoshua chiede se il giovane arabo del primo romanzo L’amante (1977) non «trovi un suo prolungamento in Rashed», personaggio di La sposa liberata (del 2001). Utilizza poche parole per tratteggiare la narrativa di uno scrittore, come nel caso di Jeffrey Eugenides: «immune da cadute di tono». A volte affiora un’antipatia: «il carattere bizzoso. Esigente come una regina nata in miseria» riferito a Jamaica Zincai; o una nota negativa, come su Paul Auster: «i suoi alterni risultati e l’inclinazione a concentrarsi sulla sua persona mi hanno dissuaso dall’incontrarlo più di una volta».

Francesca Borrelli parla di mare con Derek Walcott, di cioccolata bianca con Amélie Nothomb, di Raymond Carver con Tobias Wolff, di Effie Briest con Günter Grass. Si confronta con David Foster Wallace, Emmanuel Carrère, Jennifer Egan, Julian Barnes, Kurt Vonnegut, Ian McEwan, e molti altri.

Le oltre 600 pagine di Maestri di finzione appaiono come un planetario con le rotte tracciate delle influenze di decine di classici contemporanei. Di ogni autore si riscontrano elementi di continuità e discontinuità, debiti, fuoripista. Se è vero, come dice Anna Maria Ortese, che «spesso non sappiamo nulla di ciò che abbiamo nell’animo, finché uno scrittore non ce lo rivela», può capitare che sfugga anche cos’abbia nell’animo uno scrittore, ma che un intervista ce lo riveli.

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Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/#respond Thu, 22 May 2014 13:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20851 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue - divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Jhumpa Lahiri. Fonte immagine.)

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

Adesso, però, Jhumpa Lahiri smonta di nuovo tutte le sue sicurezze di scrittrice, e si reinventa in un’altra lingua, accettando, anzi cercando, la sfida del “pellegrinaggio linguistico”: “Questo sforzo continuo”, dice in italiano, “questo tentativo ostinato, mi fa sentire come se fossi sbarcata in un altro mondo. Dove tutto è da esplorare, e io non mi stanco mai di farlo”. Un’esperienza simile, per alcuni versi, è quella di Francesca Marciano, italiana che scrive da sempre in inglese: “Era una lingua che mi ha sempre affascinato e che volevo possedere, farla mia. E una lingua non è solo un agglomerato di suoni, ma anche una cultura, un’etica, un comportamento, persino una postura”, dice l’autrice romana che pubblicò nel 1998 il suo primo libro, “Rules of the Wild” (da noi era “Cielo scoperto”, oggi introvabile), best seller in America dove il “New York Times” lo elogiò per la “grande forza narrativa” e solo in seguito tradotto in Italia.

Ma cambiando prospettiva – e sponda dell’oceano – Francesca Marciano non è più un caso editoriale atipico. Stando alla selezione del “New Yorker”, tra i migliori 20 scrittori sotto i 40 anni, più della metà non sono americani, nemmeno di seconda generazione, ma sono arrivati negli Stati Uniti perlopiù da adulti. Oggi non è un’iperbole affermare che la maggior parte dei giovani scrittori americani amati dalla critica non sono “americani”. Qualche nome: Yiyun Li, nata in Cina e trasferitasi in America dopo la laurea, ha scritto in inglese tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, “Meglio della solitudine” (Einaudi, 2015); Daniel Alarcon è peruviano ma ha scelto l’inglese anche per il suo ultimo, ambizioso, romanzo “La notte camminavamo in cerchio” (Einaudi, 2015); Gary Shteyngart è nato a Leningrado e si è trasferito a New York all’età di sette anni: lo racconta nel suo ultimo memoir “Mi chiamavano piccolo fallimento” (Guanda, settembre); Boris Fishman, nato anche lui nella Russia sovietica, esordisce in USA con un romanzo autobiografico di cui già molto si parla, “A Replecement Life” (Harper, il 3 giugno); il nigeriano Teju Cole, considerato da Salman Rushdie lo scrittore “più talentuoso della sua generazione”, africano cresciuto negli Stati Uniti, racconta nel suo ultimo libro “Ogni giorno è per il ladro” (Einaudi, settembre) la storia di un uomo che torna a Laos, in Nigeria; Aleksander Hemon, nato a Sarajevo, città che ha lasciato a malincuore durante i bombardamenti del ‘92 per rimanere negli Stati Uniti, è stato paragonato addirittura a Nabokov per il suo estro linguistico.

Secondo Hemon – che sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova per presentare il nuovo libro, “Amore e ostacoli” (Einaudi), come anche come Teju Cole e Gary Shteyngart – è “una concezione molto europea quella che nasci con una lingua e le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero”. Le ragioni per cui uno scrittore sceglie una lingua diversa dalla sua sono molteplici: può essere la lingua dell’esilio, e quindi acquisita in modo doloroso, può essere scelta per ragioni romantiche, o anche di mercato e convenienza editoriale (è innegabile che in USA la macchina funzioni meglio).

Per Francesca Marciano, che lo scorso maggio ha pubblicato con estremo successo la raccolta di racconti “The Other Language” (Pantheon), la scelta è stata naturale: “Quando ho scritto il mio primo libro vivevo in Kenya da tanti anni e i personaggi parlavano in inglese, mi venne spontaneo scrivere nella lingua in cui loro si esprimevano. In fondo scrivere in un’altra lingua è come avere due personalità”, continua, “la prima è quella della lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, mentre l’altra è quella della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e si è più liberi, meno inibiti. Scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha reso più sincera. Forse anche Nabokov, Beckett in questo tradire-tradurre si sono sentiti più liberi?”.

“Si fatica moltissimo ad acquisire un’altra lingua”, dice Lara Santoro, ex reporter di guerra in Africa e autrice di due ottimi romanzi scritti in inglese (per le edizioni E/O il 23 maggio in libreria “Fine estate”), “ma vuoi mettere la ricchezza lessicale di un Nabokov? Dove la trovi tra gli americani? Dopo il grosso sforzo iniziale, chi scrive in un’altra lingua ha di solito una maggior padronanza. Se si ha un dubbio su una parola, un modo di dire, bisogna controllare, e intanto che si controlla se ne imparano altre quattro”.

Chissà se faticò anche Apuleio a scrivere l“’Asino d’oro” – per molti aspetti il primo romanzo della storia – scritto in latino da un africano: uno che, stando alle carte geografiche, oggi sarebbe algerino. È innegabile che da quando esiste la letteratura, esiste anche un andirivieni linguistico. Beckett, Nabokov, certo. Ma anche Conrad, che era polacco (a luglio potremo leggere una nuova traduzione di “Un avamposto del progresso”, da Adelphi). Jasif Brodskij scriveva sia in russo sia in inglese. Irène Némirovsky, che conosceva sette lingue, scriveva in francese. Gao Xingjiang scrive in francese. Derek Walcott in inglese e qualche volta in patois, Herta Muller è romena e scrive in tedesco.

Anche Agota Kristof così raccontava la sua fatica: “Questa lingua non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta”, scriveva ne “L’analfabeta”, (Casagrande), il piccolo libro in cui l’autrice ungherese esiliata in Svizzera condensa nel suo consueto modo scarno i dolori e le gioie dell’esilio letterario. E proprio tra i classici, ci sono due uscite importanti tra i migrant writers del passato: Ernst Lothar, scrittore ebreo-austriaco misconosciuto, nel ‘38 fuggì dall’Austria e si rifugiò in America, dove scrisse in inglese “La Melodia di Vienna” (in libreria il 18 giugno per e/o), una sorta di “Downton Abbey” mitteleuropea, che uscì prima negli USA e solo dopo un po’ in Austria, riscritto poi in tedesco. E “Uomini in guerra” (Keller, a giugno), scritto dall’ufficiale ungherese Andreas Latzko, un romanzo-manifesto del pacifismo della Grande Guerra, censurato all’epoca, ma che continuò a circolare in tutta Europa.

L’ibridazione e lo sradicamento sono dunque essenziali per lo scrivere. Lo stato di “esiliati” è una condizione quasi naturale per lo scrittore, condizione di cui, a ben guardare, lo scrittore va quasi in cerca, perché nonostante tutto – nonostante le perdite, le nostalgie, le assenze  – è comunque stimolante: “In un certo senso”, dice ancora Jhumpa Lahiri, “ho sempre vissuto una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, quella della mia famiglia, il bengalese, in America è una lingua straniera. E poi io lo parlo male, il bengali, e quindi in fondo anche per me la mia lingua madre è paradossalmente, una lingua straniera”. “Ora, scrivendo in italiano da quasi due anni mi sento trasformata, quasi rinata. Ma la mia è stata soprattutto l’avventura di una lettrice. E scrivere è stato un impulso, una risposta alla lettura. Mi sento un po’ come Cesare Pavese. Lui fu talmente influenzato da Melville e dagli altri americani che lesse e tradusse che cambiò il suo modo di scrivere. Anche se non era mai stato in America. Ora quando scrivo in italiano è come se ascoltassi una voce che mi parla nel mio cervello. E mi entusiasma scrivere in questa nuova lingua. Anche se mi sento ancora un’apprendista. Quello che proprio non riesco a fare è tradurmi, tradurre quello che ho scritto in italiano in inglese”. Come faceva Beckett. E come hanno fatto altri, sempre con scarso successo.

Perché “la patria è quella che si parla”, ha detto una volta Herta Müller. E ancora molto pochi, in questo nostro paese così aperto linguisticamente alle traduzioni di testi stranieri, sono i casi di autori stranieri veramente degni di questo nome che hanno scelto  la lingua italiana per i loro libri, tra questi di certo l’argentino Adrian N. Bravi,  l’italiana di origine somala Igiaba Sciego, il moldavo di origini siberiane Nicolai Lilin, e le albanesi Ornela Vorpsi e Anilda Ibrahimi.

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Scrittori arabi contemporanei, terza puntata https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scrittori-arabi-contemporanei-terza-puntata/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scrittori-arabi-contemporanei-terza-puntata/#comments Thu, 13 Feb 2014 07:40:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18047 La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti.

Nagib Mahfuz in cifre  

Non si può non parlare di Nagib Mahfuz in una rubrica dedicata agli scrittori arabi contemporanei ma è anche vero che è troppo scontato parlarne. Che fare allora? Saltarlo?

Per risolvere il dubbio e prendere una decisione sul da farsi ho proceduto con un metodo il più possibile preciso e ponderato, portando avanti un ragionamento che in nessun modo ho voluto lasciare al caso e che ho dunque fatto precedere da una ricerca preliminare meticolosa. Che si è svolta in due fasi: 1ª fase: Indagine storica sulla fortuna di Mahfuz in Italia; 2ª fase: Indagine statistica, scientificamente condotta, sulla sua attuale diffusione tra il largo pubblico.

Era il 1988 quando Nagib Mahfuz vinse il premio Nobel per la letteratura. Ci si può fare un’idea di come venne accolta, in quei giorni, tale notizia andando a rovistare (in rete) tra un po’ di vecchi materiali.

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La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti.

Nagib Mahfuz in cifre  

Non si può non parlare di Nagib Mahfuz in una rubrica dedicata agli scrittori arabi contemporanei ma è anche vero che è troppo scontato parlarne. Che fare allora? Saltarlo?

Per risolvere il dubbio e prendere una decisione sul da farsi ho proceduto con un metodo il più possibile preciso e ponderato, portando avanti un ragionamento che in nessun modo ho voluto lasciare al caso e che ho dunque fatto precedere da una ricerca preliminare meticolosa. Che si è svolta in due fasi: 1ª fase: Indagine storica sulla fortuna di Mahfuz in Italia; 2ª fase: Indagine statistica, scientificamente condotta, sulla sua attuale diffusione tra il largo pubblico.

Era il 1988 quando Nagib Mahfuz vinse il premio Nobel per la letteratura. Ci si può fare un’idea di come venne accolta, in quei giorni, tale notizia andando a rovistare (in rete) tra un po’ di vecchi materiali. Ad esempio: un numero di Oriente moderno (rivista storica di studi del vicino Oriente) risalente alla fine di quell’anno, in cui vari studiosi ricostruivano per i lettori italiani il percorso artistico dello scrittore egiziano e riscontravano la totale ignoranza e indifferenza con cui l’editoria italiana, e gli intellettuali, avevano fino ad allora guardato e continuavano a guardare alla letteratura araba. Da questi articoli si riesce anche a ricostruire le diverse reazioni che si ebbero in Italia alla notizia dell’assegnazione di quel premio. Che si possono riassumere in questi termini: la stampa italiana non era in grado di commentare il premio a Mahfuz perché di Mahfuz e di letteratura egiziana, e in generale di letteratura araba, nessuno ne sapeva niente.

Alcuni quotidiani, come il Manifesto e la Repubblica, per avere notizie più precise sullo scrittore avevano interpellato alcuni tra i (pochi?) esperti italiani di allora. Altre testate avevano semplicemente ammesso che non sapevano minimamente cosa dirne (il Corriere della Sera, ad esempio: attraverso un articolo di Bufalino). Qualche altro giornale, a quanto pare, aveva anche affermato che l’assegnazione di quel premio era assurda.

Per farsi un’idea dei termini della discussione basta leggere questo breve articolo uscito sulla Repubblica del 9 Dicembre 1988 a firma p.m., dal titolo Il Nobel fantasma:

“DOMANI, salvo sorprese dell’ultima ora, Naghib Mahfuz non andrà a Stoccolma per ritirare il Nobel: sta poco bene e non ama le cravatte. D’altra parte ed è notizia di questi giorni in Svezia i suoi libri non ci sono e una traduzione preparata in tutta fretta è stata giudicata inattendibile e accantonata in attesa di tempi migliori. All’inizio di novembre un inviato di questo giornale è andato al Cairo (tra l’altro invitato dal Ministro egiziano della Cultura) esplicitamente per vedere Mahfuz, ma non è riuscito a vederlo. Da noi, intanto, gli editori non sembrano affatto ansiosi di pubblicare i capolavori dello scrittore egiziano: un libro è uscito da un editore periferico e sconosciuto (Ripostes) e finora la notizia più certa è che Feltrinelli ha in traduzione due romanzi per i quali bisognerà aspettare aprile; ma fino ad oggi non risulta che altre grandi case editrici si siano precipitate ad assicurarsi i diritti, forse perché non credono troppo all’appeal di una letteratura pochissimo nota e di un paese che è certo frequentato più per il suo passato che per il suo presente. In America i diritti di Mahfuz li ha comprati Jacqueline Kennedy, sul cui fiuto letterario non sappiamo nulla. Da tutta questa catena di negazioni, appare chiaro che un non [sic] bisogna attribuirlo anche al massimo premio letterario che, certo, tante volte ha clamorosamente sbagliato bersaglio anche in passato, ma che tuttavia aveva sempre mantenuta intatta la sua forza promozionale, anche se con dei distinguo inevitabili, con indici di gradimento diversi, ma mai praticamente tanto vicini allo zero, almeno nell’ immediato. Dovremo dunque aspettare ancora per avere un’idea meno incerta e di terza mano sulle opere di Mahfuz. Avremo, quando prima o poi arriveranno, ancora voglia e curiosità di leggerle? Proseguendo di questo passo i membri dell’Accademia svedese, l’anno venturo, potrebbero divertirsi a premiare un fantasma. E a Borges (che il Nobel non l’ebbe mai) non dispiacerebbe”.

Alcune considerazioni, a questo punto, sono d’obbligo. Le polemiche per la mancanza di notorietà dei premi Nobel è uno dei riti giornalistici che si ripete ciclicamente. Si può dire: quasi ogni anno. Nessuno stupore. E d’altra parte accade spesso che il conferimento di un premio Nobel diventi occasione per spalancare ai lettori l’esistenza di un intero mondo: sommerso, rimosso o semplicemente ignorato. Colpisce un po’, però, se quel mondo ignorato, a farsi quattro conti, risulta esteso quasi quanto un continente e si trova dietro la porta di casa tua.

Stupisce, inoltre, leggendo l’articolo sopra riportato, una sorta di giudizio aprioristico. Si dà per scontato che l’Accademia di Svezia “abbia clamorosamente sbagliato” anche nel 1988, come più volte in passato, l’attribuzione del premio, con in più l’aggravante di aver fatto una scelta che non innesca un effetto trainante dal punto di vista della diffusione e delle vendite. E lo si fa senza avere idea di cosa parlino quei libri e senza sapere se siano effettivamente dei bei romanzi o no. Cioè: lo si fa, appunto, a priori. Anzi: si liquida con del sarcasmo l’intera vicenda proprio perché non se ne ha uno straccio di idea al proposito.

Nessuna possibilità di farsi altre domande? Sul perché di un tale buco di sapere? Nessuna possibile considerazione sui limiti di una editoria concentrata solo e esclusivamente sul canone letterario e linguistico occidentale? Senza poi nemmeno sapere se tanta è la differenza che separa una letteratura come quella egiziana (o araba) da quella italiana? Verrebbe da dire: quale grande fonte di certezze è l’ignoranza! Quella del giornalista, la nostra, di tutti (sia chiaro).

Comunque c’è da dire che poi, per tutti gli anni ’90, Mahfuz ha avuto una sua popolarità e una sua buona diffusione in Italia. Si è riscattato. Ammesso che esista una categoria del genere: oggi è effettivamente riconosciuto come uno dei grandi autori della letteratura mondiale. Lo si trova antologizzato persino in diversi testi scolastici. Non ha fatto da vero e proprio traino per gli altri scrittori egiziani o arabi ma è anche vero che, rispetto al nulla degli anni precedenti, dal 1989-1990 in poi si è registrata una lunga serie di proposte editoriali (sempre abbastanza limitate quanto a numeri e diffusione) riguardanti autori di lingua araba: collane tematiche di piccole case editrici, singoli titoli presso case editrici medie e grandi, panoramiche generali in cui si antologizzavano i maggiori autori di lingua araba del recente passato, ecc. Si è insomma aperta una breccia, forse solo una fessura, in un muro che si è ben lontani dall’abbattere.

Oggi i libri di Mahfuz li trovi tranquillamente a scaffale in molte librerie, in quanto classico che bisogna tener dentro perché prima o poi qualcuno te lo chiede. E questo è un segnale indicativo. Ma quanto vengono letti davvero questi libri? Quanto vendono e sono diffusi?

Per capire se in questa mia rubrica è il caso di parlare di Mahfuz, o se invece sia una scelta davvero banale e scontata, ho fatto una piccola ricerca nella città in cui vivo, realizzando attraverso la scelta di un campione significativo una indagine statistica che senza falsa modestia ritengo abbia tutti i crismi della scientificità. Ho scelto tre librerie. E, per ottenere notizie di prima mano, ho intervistato tre librai che vi lavorano.

Per completezza di cronaca voglio precisare che l’indagine è stata svolta tra il 14 e il 21 dicembre, di sabato pomeriggio. Periodo di natale dunque, alle ore 18, mentre i suddetti librai erano indaffarati con una discreta folla di clienti in giro per regali.

Che, nonostante il giorno e l’ora infausta, non mi abbiano mandato a quel paese è la cosa che più di tutte mi sorprende.

Libreria Broadway di Palermo – Piero Onorato.

    • Titoli reperibili immediatamente in libreria: N° 7 (Canto di nozze, Il tempo dell’amore, Miramar, Notti delle mille e una notte, Il ladro e i cani, Il nostro quartiere,Vicolo del mortaio)
    • Titoli venduti nell’ultimo anno: pochi (impossibile ricostruire in cinque minuti, mentre i clienti chiedono tutt’altro)
    • Ultimo titolo venduto:Il viaggio di Ibn Fattouma (circa sei mesi prima, mese di giugno 2013)

Libreria Modus Vivendi di Palermo – Fabrizio Piazza.

  • Titoli reperibili in libreria: 3 (Il ladro e i cani, Il nostro quartiere, Vicolo del mortaio)
  • Titoli venduti quest’anno: circa 5.
  • Ultimo titolo venduto: non riferito

Libreria Feltrinelli di Palermo – Bianca Corso.

  • Titoli reperibili immediatamente in libreria a questa data: N° 3 (Il ladro e i cani, Il nostro quartiere, Vicolo del mortaio)
  • Titoli venduti durante l’anno: N° 30 (1 Il ladro e i cani, 6 Il nostro quartiere, 6 Vicolo del mortaio, 11 Miramar, 6 Notti delle mille e una notte)
  • Ultimo acquisto: molto recente (ma non cerca la data – mi dice inventatela – è il 21 dicembre, di sabato, ore 20, le ho già rotto abbastanza le scatole perché possa insistere, e lascio cadere la cosa)

Comincio a pensare che forse è davvero opportuno mettere da parte Mahfuz e passare a un altro argomento. Non è abbastanza sconosciuto. I suoi libri sono infatti presenti in tutte le librerie interpellate, è un autore che ancora circola, a quanto pare. Le vendite in Feltrinelli, soprattutto, mi scoraggiano a proseguire. 30 copie in un anno sembrano tante per dei libri stampati venticinque anni fa.

Ma il fatto che un autore lo trovi facilmente sugli scaffali di una libreria, almeno nei titoli più noti, basta a stabilire che è un autore effettivamente conosciuto? Forse all’indagine manca ancora un passaggio e per prendere una decisione davvero ponderata bisogna riuscire a capire questa cosa: 30 copie vendute in un anno sono poche o son tante?

Secondo un’indagine ISTAT del 2013 la popolazione di Palermo ammonta esattamente a 653.966 abitanti, che diventano 1.041.314 se si prende in considerazione l’intera area metropolitana. Nelle tre librerie interpellate, abbiamo detto, nel corso del 2013 hanno comprato un libro di Mahfuz circa 40 persone. A tenersi larghi possiamo aggiungere altre 3-4 persone che possono averli comprati presso altre librerie. Cinque, toh! Abbondiamo, calcoliamone cinque! Non sono poi molte altre, infatti, in città, le librerie in cui si trovano libri di catalogo. Fanno in tutto esattamente n. 45 lettori. Per ottenere il dato percentuale che ci interessa, se mi ricordo bene, a questo punto, basta dividere 45 per 653.966 e moltiplicare il risultato per 100. Il dato che ne viene fuori è sconfortante. Per i libri in sé come oggetti d’uso, mica per Mahfuz.

La percentuale di lettori annuali di un premio Nobel per la letteratura come Mahfuz è la seguente: 0,00688109% della popolazione totale di una grande città del sud Italia. Che diventano 0,00432146% se si conta l’intera area metropolitana. Contiamo quelli di Herta Müller? O di Pamuk? O di chi altri? Le Clezio? O, per rimanere agli autori che hanno vinto il premio Nobel immediatamente dopo Mahfuz, vogliamo contare i lettori annuali di Camilo Josè Cela, Octavio Paz, Nandine Gordimer, Derek Walcott o Toni Morrison? A dispetto di quello che scriveva nell’88 il giornalista di Repubblica la notorietà di Mahfuz non è oggi inferiore a quella della gran parte dei premi Nobel degli ultimi venticinque anni, inclusi quelli appena citati. Anzi è maggiore. Faccio un’altra indagine statistica per averne la certezza? Me la (e ve la) risparmio.

Così, fatto questo lungo e dettagliato ragionamento, giungo alla consequenziale conclusione che la percentuale di lettori è irrisoria. E dunque sì, anche di Mahfuz c’è bisogno di parlare. Non è scontato né inutile. Ma non ora. Con ‘sta cosa che mi è presa, di ragionarci su, mi sono mangiato tutto lo spazio che avevo a disposizione, anzi ho sforato un bel po’, e devo rimandare alla prossima puntata.

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