Di Pietro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/di-pietro/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:42:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Di Pietro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/di-pietro/ 32 32 Viva Corrado Guzzanti (che nasce poeta e va avanti così)! https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/#respond Thu, 20 Nov 2014 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24378 Questa intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista

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corrado_guzzantiQuesta intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista, Ogni maledetto Natale, nel quale furoreggia. Mi chiede com’è: laconicamente, si può definire un antipanettone con vezzi e vizi da cinepanettone. Di sicuro successo.

Firmato da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, già sceneggiatori e registi di Boris, serie televisiva in qualche modo epocale frequentata episodicamente dal nostro, il film racconta le traversie di due ragazzi che, trafitti da colpo di fulmine in una Roma già piena di luminarie, vedono il loro nuovo amore minacciato dall’incombere del Natale. Ricorrenza funestissima che libera i peggiori istinti nel luogo deputato a celebrarla, la famiglia. Quella di lei è contadina, arcaica e selvaggia, quella di lui ricca sfondata, venale e nevrotica. Con un dispositivo più teatrale che cinematografico, gli attori, molti dei quali già colonne o guest star di Boris, sostengono ruoli simmetrici nelle due famiglie. Guzzanti no: in campagna è uno zio iracondo e rancoroso, mentre nei quartieri alti è l’irresistibile Benji, cameriere filippino servile, cinico, meschino, di orientamento liberal-liberista.

«Sì, è un fan pazzesco di Monti, più grande statista di tutti i tempi che però trovato tante difficoltà». Questa affermazione di Guzzanti cade nel vuoto, perché nel film non c’è traccia di Monti. «Ah, l’hanno tagliato?». A questo punto, visto che sul prodotto finito è un po’ vago, conviene parlare della lavorazione. «Ho sempre dovuto scrivermi da solo i personaggi, lavorarci sopra, ma trovo splendido recitare e basta, molto meno faticoso. Non mi dispiacerebbe fare solo l’attore: quest’anno ho girato anche un film serio, produzione americana, un remake di La piscina. Ero un maresciallo». A questo altro punto conviene precisare che Corrado Guzzanti è stato ribattezzato Oblomov, come l’indolente eroe del romanzo di Goncarov. Non ricorda chi gli ha affibbiato il soprannome.

Continuando sul film: «È stato divertente, soprattutto per chi aveva gli anticorpi di Boris, osservare l’iniziale straniamento degli attori non abituati a lavorare con tre registi, convinti peraltro di fare tre film diversi. C’era chi pensava a un film grottesco satirico e chi a una grande commedia sentimentale. Quindi erano molto diverse anche le indicazioni: Senti, qui anche di meno: il personaggio sta soffrendo, fai arrivare questo dolore. Poi arrivava l’altro: Che stai facendo? Ti avevo detto di zompare! Era come se i fratelli Coen fossero tre, e questi non sono neanche parenti, non so se la cosa agevoli».

Benji, imperturbato dal suicidio di un altro cameriere che guasta la festa ai padroni, e preoccupato solo per la riuscita del pranzo di Natale, è una partenogenesi di Ariel, il colf, sempre filippino, interpretato da Marco Marzocca, che vide la luce nel 2002 in un programma guzzantiano quasi clandestino, Il caso Scafroglia. «L’ispirazione veniva da un filippino che aveva lavorato da me: Giovedì non posso venire perché purtroppo mia figlia ha partorito in mare. Poi spuntò anche il cognato Gnol, Ariel voleva procurargli a tutti i costi il permesso di soggiorno. Ma, subito dopo averlo ottenuto, Gnol doveva tornare nelle Filippine per un’emergenza: Cognato mia sorella avuto incidente motorino e pure rubato telefonino. Quello ero io». Andatevelo a cercare su YouTube e vedrete che è identico a Benji, senza livrea.

Dato che il personaggio è politicamente molto scorretto, vanno messe in preventivo le accese rimostranze delle anime belle. Guzzanti si prepara a schivarle con lo stesso cinismo di Benji: «Se la prendano con gli autori, io l’ho solo caratterizzato un po’». A un comico serio non puoi dire che è razzista perché, se è ben fatta, la satira investe su un personaggio tanto studio e attenzione che diventa quasi amore. Lui poi non la considera razzista, come parodia. Trova invece molto ipocrita la correttezza politica, una falsa buona maniera. Dice che nella realtà sono tutti razzisti e negarlo non racconta come stanno le cose. Benji è solo un po’ troppo appiattito sul modello dei padroni: è fiero di lavorare per loro, vuole che passino un buon Natale.

E il Natale in casa Guzzanti era buono? «Mai avuto Babbo Natale. Siamo di tradizione romana befanizia e questo mi ha reso un disadattato a scuola: il 25 i miei compagni mi elencavamo al telefono i regali ricevuti, dal Meccano in giù, e io non avevo niente da dire fino al 6 gennaio. Tenendo conto che la scuola ricominciava il 7, mi restavano 24 ore per godermi i giocattoli nuovi. Però mio padre si impegnava molto sulle lettere che ci lasciava la befana: le scriveva in un romano sgrammaticatissimo: Corado ti ho comprato er pupazo ma non è quelo che volevi purtropo».

Quando i genitori si sono separati, Sabina e Corrado hanno mantenuto la tradizione con Caterina, la sorella più piccola. Che però chiedeva perché dei pacchi avevano la carta di un negozio e altri no. I fratelli arronzavano scuse, convenzioni stipulate dalla Befana con alcuni commercianti. Cabaret famigliare. Ma di teatrini ce n’erano altri. «Le gigantesche magnate. Di rigore, allora come oggi, le tartine e il risotto al salmone. Giravano anche certi liquori come lo Stock 84, arrivato in enormi confezioni regalo oggi estinte. Era un po’ una palla, c’erano zii che faticavo a riconoscere, sbagliavo i nomi, perché la nostra è una famiglia molto diasporata». Anche il presepe era una faccenda impegnativa, sfida ingegneristica fra parenti, soprattutto con lo zio Elio, futuro ministro della Sanità. E Paolo Guzzanti in veste di capofamiglia sentenziava sulla carta delle montagne o i ruscelli di stagnola. «Noi tagliavamo le casette di cartone, e le statuine erano sempre di grandezze diverse. Un’angoscia da saggio di fine anno».

Le storpiature della Befana, i nomi sbagliati degli zii, le disquisizioni surreali, o eduardiane, sul presepe e poi, non molti anni dopo, i suoi personaggi che spappolano la lingua e il discorso, producendo un caos verbale sintomatico di altre confusioni. «È un vecchio trucco, trovare neologismi e espressioni inesistenti è sempre appartenuto ai canoni della comicità. Poi l’italiano puro è ancora abbastanza artificiale. Ogni zona, anche poco distante, si crea un suo dizionario delle parole di cui c’è necessità. E gli sbagli li fanno tutti. C’è pure il laureato che mi dice sono un tuo fans, errore da  scoppola in qualsiasi lingua. A Roma si è cominciato a usare piuttosto che non in funzione avversativa, ma come sinonimo di anche. È tutto un lost in translation».

Forse piuttosto che entrerà nel lessico di uno dei suoi personaggi. Che sono di due tipi: imitazioni di figure fin troppo pubbliche, o sintesi di mille avvistamenti ed esperienze. «Quelo, per esempio, viene dall’aver avuto una sorella buddista, Sabina, che ha tentato a lungo e inutilmente di convertirmi, ma anche da un’antica fidanzata new age in fissa con La profezia di Celestino. Sono un iperateo incuriosito dalla spiritualità, infatti anche uno degli ultimi, Padre Pizarro, parla dello Ior come della cosmogonia: È la stessa cosa, ‘na partita de giro».

Guzzanti non ama riprendere i vecchi personaggi, fermi in quel tempo che va dai Novanta ai primi anni del Duemila. Ha fatto un’eccezione per Lorenzo che, da studente fallimentare e cazzarone è diventato padre di Luco, un disastro umano, l’involuzione della specie: la tragedia di una generazione, che fa molto ridere, amaramente. «Tante madri mi hanno scritto che si sono riconosciute nel dolore di Lorenzo». Non è chiaro se questa è una battuta.

Gli ultimi politici cui si è dedicato sono Tremonti e, per un attimo, Di Pietro. Un’altra epoca. È in pieno disamore per la satira politica. Dice che nei momenti di censura più cupa può offrire una lettura della realtà che altrimenti non passerebbe, ma di regola è solo una forma di intrattenimento, magari alto, da praticarsi preferibilmente nei teatri off. «Non siamo profeti, ma gente che si informa, si fa un’ idea e la esprime. Dai nostri tempi di Avanzi  o di Tunnel, è molto cambiata l’Italia e anche la satira: allora era proibita, rischiosa, ma dalla seconda fase dell’ultimo governo Berlusconi si è diffusa ovunque, sui social network, in tv. Per un politico è un titolo di onore essere satireggiato, anche violentemente. Ma io ho sempre pensato, anche quando i miei colleghi sono diventati più aspri e aggressivi, che se quelle cose le dici facendo crepare dal ridere hai vinto, se invece abbassi la parte comica per essere più caustico non fai bene il tuo lavoro. È una questione di punti di vista».

Abbastanza diverso da quello di sua sorella Sabina che, nel lontano 2003, ai tempi di Raiot  fu accusata proprio di questo. «Era un clima da guerra civile, in assoluta buona fede Sabina ha offerto un’arma per farsi dare addosso da chi non la tollerava: T’abbiamo pagato per facce ride e non ce stai a fa ride. Oggi invece c’è stata un’inversione o un’invasione di campo, sono i giornalisti che vogliano facce ride. E io che sto diventando anzianotto mi irrito: prima raccontami cosa ha detto Napolitano ai giudici e poi fai le tue battute».

Il Renzi di Maurizio Crozza lo diverte molto, però gli piacerebbe un po’ meno scemotto e più minaccioso. E teme che non serva più tanto: «La parte comunicativa di Renzi contiene già la sua autosatira, non fa niente per nascondere quella sua parte di linguaggio che ci ricorda Berlusconi. Sarebbe più curioso che qualcuno andasse a indagare su quel che ha scritto De Bortoli dei suoi rapporti con la massoneria».

L’anno prossimo saranno 50. Ai nostri tempi l’ha detto più volte. Nostri  indica il gruppone giovinastro e scanzonato di Avanzi,  pure quello diasporato. E tempi  una storia d’Italia finita. Guzzanti non ha mai fatto mistero delle sue melanconie: come se la passano in questa fase? «Loro benissimo, io un po’ meno. Ma ho imparato a conviverci, sono molto utili per scrivere, a volte producono delle vere perle».

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Natale a casa De Sica https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/ https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/#respond Thu, 02 Jan 2014 13:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17236 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall'omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Un grande terrazzo, inferriate alle finestre, molta quiete. Molte opere d’arte in un salone grande-borghese, cotto al pavimento, un po’ Sunset Boulevard. In un portariviste, solo giornali con in copertina Lui (spicca un Sette di qualche tempo fa). Una cucina a vista dietro un vetro, tipo ristorante stellato o casa bling ring; un maxi frigorifero a doppia anta, metallico, incrostato di calamite, con molti cornetti napoletani scaramantici, e frasi “fatevi i cazzi vostri!”, e una foto del Dalai Lama. Un boudoir tutto boiserie bianche, con una nicchia e la sua statua, e quadretti anche molto importanti col loro lumino ottonato, da museo, o tea room, o Olgiata. Una gardenia viola, in vaso; librerie di mogano; vezzosi posacenere di ceramica bianchi con la sua cifra, C, e sopra coroncina dorata nobiliare; un ripiano con i premi: tre Telegatti, due David di Donatello, decine di “biglietti d’oro”, il premio del botteghino, in cui CDS è vincitore imbattuto: foto in cornici e cornicette d’argento, su tavolini bassi: lui con la moglie Silvia Verdone (in una foto, giovanissimi, lei con aria di trionfo, da cacciatrice di impegnativa preda; in una meno antica, lui in smoking e lei in gran sera, lui molto sorridente, luminoso; lei un po’ provata).

Molti quadri, da collezionista non improvvisato: Turcato, Depero, un Sebastian Matta importante; uno regalato da Cesare Zavattini, suo padrino e mentore («un comunista vero, dava metà dei soldi che prendeva con le sceneggiature al Partito. Stava a via Angela Merici, sulla Nomentana, in un sottoscala, e unico lusso un parquet che fece mettere, una volta, ma si riempì subito di bolle per l’umidità – ciac-ciac»). Un ritratto in bianco e nero di Andy Warhol e Basquiat, la celebre foto di Tony Curtis e Jack Lemmon truccati e vestiti da donna (A qualcuno piace caldo) di Annie Leibovitz. «Agli americani noi gli abbiamo dato Caravaggio, gli abbiamo dato Michelangelo, gli abbiamo dato Morandi. Loro chi ci hanno dato? Sta monnezza». Ride.

CDS è comparso, anticipato da un grosso cane simpatico e da uno piccolo che sta in disparte, poi da una filippina che dice Signor-Christian-arriva-subito-sta-preparando ed è un momento molto Vanzina. Poi Signor Christian entra, dolcevita grigio e blazer, gentilezza e puntualità e affabilità grande-borghese, e qualcosa in più. Effetto straniamento. Ti vien voglia di toccarlo, lo conosci già, perché è come quando si va a New York per la prima volta, ma in realtà l’hai già vista tante volte nei film; con lui è ancora peggio, perché si ha una sorta di effetto-Droste; puoi chiudere gli occhi e solo con la sua voce è Sapore di mareYuppies, più citazioni e saccheggi di suo padre Vittorio (VDS) e Alberto Sordi: i tempi, le pause, le facce; i dialetti, i birignao e la presa in giro dei birignao.

CDS è soprattutto Figlio di papà. Così si intitola un suo libro di memorie (Mondadori, 2008).

Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica, ciociaro, padre del neorealismo, nato nel 1901, morto nel 1974; regista di culto ma anche attore popolare, bell’uomo, 4 premi Oscar che ne segnalano l’eclettismo: Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri Oggi Domani, Il giardino dei Finzi Contini. Grande giocatore d’azzardo, come è noto. Questa casa dove stiamo adesso è quello che rimane alla disfatta economica: un tempo VDS era un enorme proprietario immobiliare grazie ai proventi dei film, possessore di luoghi anche simbolici della capitale: tutta piazza Santiago del Cile – Parioli in purezza, ci stanno Angelo Guglielmi e molti psicanalisti junghiani; grandi gastronomie, l’unico vitel tonné buono di Roma; poi tutta via Cortina d’Ampezzo, dunque Finte Bionde, Moccia, Smart, romanordismo in purezza. E gli studi televisivi Dear della Rai sulla Nomentana – Dear sta per De Sica-Amato-Rizzoli, un tempo comproprietari), Domenica In, Prova del Cuoco, l’Eredità, eccetera.

Tutto perso al tavolo da gioco. Aneddotica di CDS su VDS: quando il croupier del casinò di Sanremo (nonché papà di Eugenio Scalfari) dà a VDS il “viatico” cioè nel codice dei giocatori le centomila lire per tornare a casa quando ti sei giocato tutto («l’alternativa era spararsi, come i granduchi russi, dietro le tende. Si sentiva un colpo di pistola. Pum. Erano bravissimi a suicidarsi dietro le tende»). Ricchezza: «Le automobili a Roma ce l’avevamo noi, ce l’aveva Gronchi, presidente della Repubblica, ce l’aveva il chirurgo Valdoni, e altre dieci persone». A proposito di presidenti, CDS chiama al Quirinale per farsi passare Mauro Leone, figlio del presidente della Repubblica, suo compagno di scuola. «Sono De Sica, mi passi Leone». Passano minuti. Poi: «Proonto» con inconfondibile accento napoletano. È il capo dello Stato. Imbarazzo. E poi: «Maurooo! Maurooo! C’è Christian che ti vuole, corri!», sempre un presidente sotto impeachment, poi riabilitato.

Familismo umorale: CDS è come tutti sanno figlio di Maria Mercader, bellezza spagnola, e per anni amante di VDS, che poi la sposerà dopo un divorzio dalla prima moglie Giuditta Rissone; divorzio non riconosciuto dallo Stato italiano, di qui pubblica riprovazione e scomunica – sic – da parte del Vaticano. VDS per anni continuerà a frequentare le due famiglie l’una all’insaputa dell’altra, di qui «doppie case, doppi natali, doppi capodanni, con spostamento in avanti delle lancette»; come nel primo Fantozzi quando il direttore d’orchestra Maestro Canello si fa due veglioni invece che uno. Raccomandazioni: quando CDS parte per il Sudamerica (ha fatto la maturità, collegio Nazareno, Roma super-bene, compagno di banco come è noto di Carlo Verdone; è fidanzato con una venezuelana e tenta la fortuna come showman in Sudamerica)  all’aeroporto, la mamma piange. VDS, chiamandolo quando sta per salire sulla scaletta: «Christian! Christian». CDS: «Che è». VDS: «Mi raccomando, prima di entrare in scena, un po’ di grigio sulle palpebre!».

Anche il cinepanettone – d’ora in poi: CP – che sarebbe il tema di questa intervista, è una cosa di famiglia. Non solo perché CDS è protagonista del primo episodio della saga, il celebre Vacanze di Natale, 1983, regia di Carlo Vanzina, di cui salutiamo il trentennale. Piuttosto perché i prodromi sono da ritrovarsi proprio in casa De Sica, e, per estensione, Sordi. Nel 1937 Mario Camerini dirige infatti un primo Signor Max, storia di un giornalaio sub-proletario di via Veneto che si finge il conte Max Orsini Varaldo (suo squattrinato mentore) e parte per Cortina, con tutte le dinamiche miseria-nobiltà che si conoscono. Nel 1957 Giorgio Bianchi dirige un secondo Conte Max in cui protagonista è Alberto Sordi e VDS fa il conte squattrinato. Nel 1991 il figlio CDS dirige un nuovo Conte Max in cui lui è anche il giornalaio-finto conte. Nel 1959 poi Sordi e VDS sono protagonisti del prequel riconosciuto dei CP, Vacanze d’inverno, 1959, regia di Camillo Mastrocinque, che racconta ancora una volta le gesta proletarie a Cortina coi soliti plot (interessante che anche Neri Parenti, regista degli ultimi CP, sia stato scomunicato, come VDS).

CDS ha appena finito di girare quello nuovo, di CP, che esce a Natale, «si intitola Colpi di fortuna, sono tre episodi, nel mio faccio un industriale ricchissimo, un Brunello Cucinelli della situazione, che ha saputo resistere alla crisi perché molto superstizioso. Sono in Mongolia per fare affare con dei mongoli, e ho bisogno di un interprete. Ma l’unico disponibile è Francesco Mandelli, famoso per essere uno jettatore tremendo, porta una sfiga micidiale, tanto che nemmeno la sua famiglia lo vuole vicino. Io prima penso che porti fortuna, poi mi accorgo che porta sfiga». Questo, dice CDS, sarà l’ultimo, perché il contratto quinquennale che lo lega al produttore Aurelio De Laurentiis non è stato rinnovato. CDS sogna adesso di fare un altro musical, dopo il successo di Un americano a Parigi: Tributo a George Gershwin Parlami di me. Gli piacerebbe uno spettacolo su «Cinecittà, dalle origini, i telefoni bianchi, alla Dolce Vita, Hollywood sul Tevere, a oggi: in fondo una volta si sognava di entrare in un kolossal, oggi al Grande Fratello, ma alla fine sempre a Cinecittà si sogna di andare». Ma non gli si crede molto. Un CP è per sempre.

Tanto più che CDS non sembra interessato a entrare in un meccanismo di ecologia attoriale alla Pupi Avati: di diventare venerato maestro non gliene importa molto. Di andare a Capalbio all’Ultima Spiaggia, con quell’acqua verdastra, non sembra avere molta voglia, meglio Capri dove è cittadino onorario. Soldi, ne ha fatti tanti. Ed è probabilmente l’attore più famoso d’Italia. Con Pupi Avati pure un film l’ha fatto: era Il figlio più piccolo (2010), in cui faceva un padre imprenditore molto fijo de na mignotta, e chi si aspettava tutto un «sopire, troncare», e un De Sica minimalista e ronconiano è rimasto molto molto deluso, perché lì c’era esattamente la stessa maschera di sempre: il borghesone cinico tutto battute e facce e boccucce, con un sovrappiù di cattiveria (alla fine il padre imprenditore scarica tutte le rogne societarie sul figlio un po’ ritardato e che lo ammira tanto), e addio venerato maestro, benvenuto overacting (e però, un Nastro D’Argento vinto).

Per la cronaca, il CP attuale, con la forma a episodi e il tema dell’oroscopo è il tentativo di rinnovare il CP dopo che il celebrativo Vacanze di Natale a Cortina (il 2011 ha segnato il punto d’arrivo del paradigma. Naturalmente la tentazione della lettura metaforica è forte: il primo CP è del 1983, primo governo Craxi. L’ultimo, 2011, corrisponde al declino del berlusconismo. Su Repubblica Curzio Maltese non si è risparmiato: «il crollo di incassi del cinepanettone di Natale […] è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. Il cinepanettone sta al ventennio berlusconiano così come i «telefoni bianchi» stanno al ventennio fascista. […] Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli anni ’90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme».

Ma è un po’ una semplificazione facile: CDS naturalmente non la accetta. «Quando facevo la pubblicità della Tim in cui ero un vigile urbano, l’Espresso fece un articolo in cui diceva che Amendola, che invece era testimonial della Tre, era di sinistra e io invece di destra, anzi di estrema destra. Di estrema destra. Ma perché? Se faccio il vigile sono fascista? Io faccio il borghese, anche perché fisicamente devo fare per forza il borghese. Non posso fare l’operaio. Ho questa faccia qua, sono alto. Posso fare l’architetto, il dentista. Poi da vecchio farò l’aristocratico, il cardinale, come faceva mio padre. È questione di fisico. Io i borghesi li ho sempre presi per il culo. Parolacciai, misogini, mascalzoni. Non è che io sono fascista e rappresento il berlusconismo, io li prendo per il culo».

CDS difende anche il trentennio cinepanettonico: «È chiaro che drammaturgicamente i CP lasciano il tempo che trovano… è ovvio, sono una serie di scenette così. Però è vero anche che in ognuno ci sono sempre cinque minuti fantastici. Anche in Totò era così. Totò contro Maciste era una grande cacata. Però ci sono quei cinque minuti in cui viene fuori il genio» (e pure in Totò Peppino e la Malafemmina, effettivamente, non si ricordano altri momenti se non la lettera e il colbacco a Milano). Poi c’è pure un problema generazionale; «quelli della mia generazione non avevano paura di far ridere» dice; «non avevamo paura di pigiare l’acceleratore sulla superficialità sulla volgarità sul doppio senso. Oggi se ritengono che sia troppo scurrile pensano “no, non sta bene, io non la faccio”. Ci sono dei comici che lo fanno ancora, come Checco Zalone, e infatti fa il botto. La verità è che gli altri sono dei brillanti, non sono comici. Hanno paura di far ridere, non sta bene. La comicità nasce dalla cattiveria, dalla scurrilità. Per far ridere bisogna essere volgari».

La volgarità è un altro tema interessante. Adesso CDS sta facendo tutto un numero sugli accusatori dei CP che fa molto ridere: «cito a memoria» – va avanti, e fa tutte le facce e le bocche, e praticamente si assiste a un mini-De Sica da camera. Voce impostata, alta: imita Gian Luigi Rondi, «raramente abbiamo assistito a scene di tale volgarità». Risata ampia e affabile. «C’è uno snobismo bestiale», sospira, accasciandosi sul divano. «Certi attori non possono essere presi in certi film. Lino Banfi, che è un genio, da Gianni Amelio non viene scritturato. Non è elegante» (qui fa suo padre nel Processo di Frine). «C’è sempre il regista de sinistra sfigato, incazzato, che va a Venezia, che dice “io Lino Banfi non lo prendo, perché mi spovca il cast”, e qui di nuovo è VDS. «Devi metterci Battiston» (e pronuncia Battistòn con un accento veneto esagerato, e viene in mente “Zartolin, la mutanda”, al maestro di sci eponimo, nel primo Vacanze); «e devi metterci la Rohrwacher», e pronuncia Rohrwacher digrignando i denti e sporgendo in avanti la bocca, e ripete Rohrwacher un po’ abbaiando, come se fosse Rottweiller, e si ride molto.

Certo, la volgarità offre pure una bella lettura metaforica. «Beppe Severgnini sul Corriere della Sera si prese la briga di contare i cazzi in un mio film, non mi ricordo più quale. Centodue, record assoluto dai tempi del sonoro», dice ancora CDS. Qui evoca un pezzo del 2002, dal titolo Cento volgarità nel film di Natale, il cattivo gusto non ha argini. Eppure la deriva parolacciaia del CP era cominciata molto prima: è in Spqr 2000 e mezzo anni fa a cui la critica unanime attribuisce l’inizio della deriva impresentabile, con la famosa battuta: “a Iside, famme una pompa”. «La pompa è stato il momento in cui si è passati oltre. Da quel momento lì il produttore De Laurentiis ha pensato che il successo era dovuto solo a quello, quindi ha puntato molto su quella roba lì e ha dimenticato il resto» (intervista a Carlo Vanzina, contenuta in Fenomenologia del cinepanettone, di Alan O’ Leary, studioso dell’università di Leeds che si è prodotto sul tema. “Un matto”, dice CDS, e in effetti).

Interessante piuttosto notare che Spqr è del 1994. Primo governo Berlusconi. Un parallelo? Cazzate? «Cazzate». Eppure i cortocircuiti tra CP e la realtà ci sono e non sono secondari: racconta CDS che Simpatici e antipatici (1997), da lui diretto, venne ritirato dalle sale. Simpatici e antipatici era un film con una sua importanza documentaristica, dedicato al mondo dei circoli sportivi romani, dove alligna il Generone: raccontava ascesa e declino di un Alberto, avvocato-simbolo di quel mondo lì (cafone, di destra, soldi nuovi, moglie burina), e del suo arresto finale. Interpretato da Gianfranco Funari, tutto una montatura di corno e un gessato. Tutti ritennero che il riferimento fosse al ministro della Difesa Cesare Previti. Il film fu tolto dalle sale. «Non ci avevamo mai pensato, a Previti. Fu un disastro». I cortocircuiti ci sono, dunque, ma forse sono simmetrici: in Spqr, per esempio, quello di “Ah Iside, famme na pompa”, i riferimenti all’attualità sono grossolani e ingenui: il plot racconta della campagna moralizzatrice di un giudice, Antonio Servilio, che sembra Di Pietro; c’è un ultrà della squadra del Mediolanum che si chiama Silvio. E però Iside, quella dello sketch, è egiziana, e il senatore corrotto impersonato da De Sica le mette su casa, una specie di Olgettina, ma siamo nel 1994, vent’anni fa.

Sempre Spqr genera altre sovrapposizioni inquietanti con la realtà: Umberto Bossi, nel 2010, da ministro sosterrà che il celebre acronimo significa Sono porci questi romani, come da tormentone del film. Ancora: nel 2009, il ministero della Cultura concesse la qualifica di “film di interesse culturale” a Natale a Beverly Hills. Poi un altro ministro, Ignazio La Russa, rivelerà che Aurelio De Laurentiis gli propose un cameo «con insistenza» in un suo CP non identificato, ma lui «naturalmente» rifiutò.

Allora forse la lettura giusta è un’altra. Non è che CDS e la sua banda hanno fatto i sociologi, fini o meno fini, in questi anni. È che forse la realtà, disperata, è diventata cinepanettonica. L’illuminazione arriva leggendo l’ultimo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine (Feltrinelli) in cui il giornalista di Repubblica semplicemente “monta” insieme come in un Satyricon ugualmente sbrindellato dichiarazioni e uscite dei politici proprio a partire dal caso La Russa. Da quel “naturalmente” molto sospetto. «Naturalmente un corno» scrive Ceccarelli. «L’ipotesi di studio su cui mi sto perigliosamente esercitando è che, dopo le drammatiche narrazioni collettive dello scorso secolo, la politica italiana si stia trasformando in un cinepanettone». «Ma che non lo vedi Bondi, il ministro» fa CDS accompagnandoci alla porta. «Quello è uguale a Boldi. Separati alla nascita».

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L’immigrazione e le sue retoriche: intervista ad Alessandro Dal Lago https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/ https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/#comments Fri, 03 Jul 2009 19:15:54 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=7 La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a […]

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La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a istituzionalizzare le discusse ronde), ci sembra appropriato, e necessario, riportare qui, ora, il pensiero di un uomo che a queste tematiche ha dedicato un’intera vita di studi.

Alessandro Dal Lago, in questi giorni la questione immigrazione è tornata ad essere la prima notizia del giorno, e lei sembra essere su questo tema uno degli intellettuali di riferimento in Italia. Ma da subito qui faccio mia una contraddizione che lei metteva in luce in un’intervista tempo fa, quando confessava in modo paradossale ma non troppo, di non essere interessato per nulla all’immigrazione. Quello che lasciava intendere è che il discorso sui migranti viene sempre formulato secondo una retorica fuorviante e pericolosa. Per esempio, a destra parlando di sicurezza, a sinistra parlando di società multietnica o multicultura. Che cosa occultano queste retoriche?

Vorrei chiarire: non mi interessa l’immigrazione così come è definita dal discorso dominante (uso il termine “discorso” nell’accezione foucaultiana di complesso testuale per lo più implicito, o dalle regole implicite, che regola a priori l’interpretazione di determinati fenomeni). A questo complesso – che a un certo punto fa sistema – appartengono luoghi comuni come l’immediato accostamento di migrazioni e questioni di sicurezza, ma anche, appunto, la retorica gommosa del multiculturalismo. Ammesso che i paesi di destinazione dei migranti abbiano una cultura (Ma quale? Nazionale, europea, occidentale, cristiana, laica, ecc. ecc.), si assume non tanto che i migranti siano esseri che agiscono in base a riferimenti culturali (il che è ovvio), ma che rappresentino la loro cultura, e quindi siano una specie di cultura in movimento. Dappertutto spuntano manifestazioni alle “culture migranti”, ma sono gli esseri umani che migrano, non le culture. Potrà sembrare una questione di lana caprina, ma la differenza è fondamentale. Un soggetto, per quanto dotato di un suo rapporto con qualche cultura, si sposta e quindi, in misura diversa, cambia. Magari resta islamico per certi aspetti, se lo è, ma può avere convinzioni democratiche o no, laiche o no ecc. ecc. A parte il fatto che inevitabilmente finirà per condividere alcuni aspetti della “cultura”in cui finisce (lavoro, consumi e così via, come è manifesto per i giovani), quello che conta è che un essere per definizione mobile come un migrante viene inchiodato alla bizzarra definizione di microcosmo culturale, di un cultural dope. E non parliamo di sciocchezze come una cultura “specifica” dei migranti, come se l’essere un migrante fosse un fatto culturale più o meno immutabile. In Italia ci sono migranti di più di cento nazionalità, con diversi rapporti con i paesi d’origine, le famiglie, le religioni e così via. E con la società in cui vivono. Un caleidoscopio di soggetti mutevoli, non di pezzi di cultura.

Che cosa nascondono queste retoriche? La risposta è lunga e spazia dalla pigrizia intellettuale, dall’orecchiamento di slogan importati dall’estero, fino a qualcosa di più sinistro: direi che è molto più facile considerare gli stranieri come collettivi culturali che non come soggetti portatori di diritti. Ed ecco spuntare le “consulte”, gli imam che parlano a nome degli “islamici”, la divisione degli stranieri in “etnie” e tutto il ciarpame pseudo-sociologico e pseudo-antropologico che copre un fatto essenziale: laddove si parla di culture, si tace di cittadinanza.

Quanto alla retorica della sicurezza, si tratta di una specie di accecamento collettivo a cui , da una quindicina d’anni, hanno contribuito non solo la Lega nord e la destra, ma, significativamente, il centro-sinistra (che ha governato, non dimentichiamolo, per quasi tutti gli anni Novanta, con quotidiani e sociologi di stato al seguito ecc.). Naturalmente, anche il fatto di considerare gli stranieri come delinquenti potenziali ha i suoi vantaggi: il primo è disporre di una quota di forza-lavoro semischiavizzata e a cui non si riconoscono i diritti elementari. Qualcosa che in un paese come il nostro ha una funzione economica evidente. Non voglio ridurre tutto allo sfruttamento, ma il nesso tra criminalizzazione e neo-schiavismo mi pare evidente.

Una delle contraddizioni che lei spesso fa notare è l’accostamento quasi brutale tra le notizie di guerre che producono migliaia e migliaia di profughi e gli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste: quando e come avviene questo slittamento semantico, da profughi a clandestini? Non si tratta delle stesse persone?

Beh, è un esempio del “discorso” a cui facevo riferimento prima. Direi che si tratta di un’evoluzione, per vie che si possono ricostruire, del colonialismo. Il punto di partenza è che loro non sono come noi: non è un punto di arrivo, è qualcosa di trascendentale, un implicito fondante, come quando Bergson, nel saggio sul Riso, diceva che – cito a memoria – un “negro” fa “naturalmente ridere”. Oppure quando un notissimo accademico democratico (non ne faccio il nome per carità), di fronte a una platea di studenti di tutto il mondo, rivendica la superiorità della Bildung europea su qualsiasi altra. Lo stesso avviene per lo slittamento da profughi in clandestini. Qui l’abietto utilitarismo politico (“Non vogliamo seccature”) diventa genocidio: se uno scappa dalla guerra e dalla fame per venire qui non è più un essere umano, ma un caso di “illegalità”, e quindi qualcosa da rimuovere a priori. Anche i sassi sanno che la sorte dei respinti sarà atroce: l’internamento a tempo indeterminato nei lager libici o la morte, per non parlare di vessazioni di ogni tipo. I politici lo sanno. L’uomo della strada non è in grado nemmeno di immaginarlo, non vede letteralmente il problema. Per quanto i sondaggi debbano essere presi con le molle, che il 65% di un campione di nostri concittadini approvi il sequestro in mare degli stranieri e i “respingimenti” è qualcosa che fa disperare del nostro futuro. Ma devo dire che lo stesso atteggiamento si può riscontrare anche tra gli intellettuali che si considerano critici per natura. Forse, la questione dell’immigrazione scatena riflessi profondi di tipo difensivo. Dopo trent’anni di bavardage sull’alterità, ecco che gli altri in carne e ossa mandano in frantumi retoriche filosofiche e così via. L’immigrazione è qualcosa di inquietante per costoro. Non mi dimenticherò mai quello che mi ha chiesto una volta un amico filosofo a cui dicevo che l’immigrazione è una realtà con cui convivere: “Allora tu sei per lo sradicamento?”. Non c’è Foucault o Derrida che tenga. Alla fine scatta l’idea che noi siamo un popolo o una nazione che deve essere radicata in un territorio: è quello che Abdelmalek Sayad chiamava il “pensiero di stato”.

C’è stato in quest’ultima puntata della politica del governo sui respingimenti, un innalzamento di livello. Personaggi quali Berlusconi o Maroni hanno rivendicato il pugno duro, andando allo scontro frontale anche con l’Onu, la Chiesa, il presidente dello Stato. L’affermazione di questa nuova destra non è siamo razzisti ma lo nascondiamo, ma è vero, siamo razzisti, basta ipocrisie. E quindi viene ripetuto da più parti che Zapatero agisce allo stesso modo se non peggio. Mi sembra che questo upgrading del razzismo abbia due aspetti, da una parte il tentativo della destra di autolegittimarsi come gestore dell’esistente al di là di un’espressione ideologica; dall’altro il livello di minorità politica a cui i cittadini italiani si sono autoconfinati: ad accettare un razzismo rivendicato, in nome dell’assenza di ipocrisie.

Se devo dire francamente quello che penso, preferisco la brutalità all’ipocrisia. Mi spiego: quando Berlusconi dice che il suo governo è umano perché non mette gli stranieri nei Cpt o Cie, che sono dei lager, rivela una verità profonda. Che i Cpt li ha inventati la cultura progressista, anche se in seguito a spinte di destra. Al di là della strumentalizzazione ideologica dell’ineffabile Cavaliere, a me questo sembra il punto, e cioè una strategia condivisa che si avvale di tattiche diverse. È il nostro sistema politico (oggi con l’evidente assenso della società) che butta a mare i migranti, dopo che gli internamenti temporanei non funzionavano o erano troppo costosi. Il che ci porta al cuore del problema. Si sta difendendo una patria immaginaria. Forse, la storia sgangherata di questo infelice paese spiega questi sviluppi: che l’identità italiana si stia costruendo a spese degli stranieri? Secondo me sì, e qui io vedo qualcosa che, in mancanza di altri termini, chiamerei letteralmente neo-fascismo. Aggiungo qualcosa sul senso comune razzista. Non mi sorprendono le boutades della Lega nord. Quello che mi agghiaccia è leggere in fior di manuali di sociologia – i cui autori, da giovani, magari erano sessantottini – che non si deve più ignorare l’importanza della “razza” per buonismo ecc. E dove sarebbe mai il buonismo? Chi l’ha visto? E da quando la razza – dico il concetto relativo al colore della pelle – è stata riammessa in società? Una ricostruzione dell’ideologia razzista in Italia dovrebbe prendere in considerazione questi slittamenti, questi cedimenti al senso comune dominante ammantati di langue de bois “pseudo-scientifica”. In Italia ci sono scienziati sociali che non hanno mai letto un libro di Stephen Jay Gould.

Perché a suo parere ogni retorica di contrasto – che sia quella delle associazioni, della chiesa, degli studiosi di globalizzazione – in questi giorni si arena, senza capacità di far valere le sue ragioni dialetticamente a quelle del governo?

Perché, a parte sparuti intellettuali, la mia impressione è che l’opinione pubblica approvi tutto questo. Nessuno si chiede: come mai la berlusconizzazione del paese procede di pari passo con la militarizzazione delle frontiere e, all’interno, l’ossessiva persecuzione delle devianze (ordinanze contro i borsoni, contro la mendicità, rastrellamenti dei clandestini, schedatura di rom e homeless)? Una risposta molto materialista è nel fatto che da noi i salari sono i più bassi in Europa. Insomma, viene la tentazione di dire che l’ossessione per la sicurezza e gli stranieri, tutto sommato, è distrazione di massa. Non minimizzo la questione, ma penso che si dovrebbe tener conto soprattutto di un movimento per la trasformazione di un paese in una neo-nazione sotto la guida del nostro padrone mediatico. Quanto alla Chiesa, non esageriamone il ruolo!. Le proteste dei vescovi mi appaiono molto rituali. Alla fine, la loro vera trincea è la difesa della vita non cosciente (feti, malati in coma ecc.) e su questo il governo di destra ha il loro consenso. Non credo che la Chiesa si opporrà davvero alla destra in nome dei migranti.

Lei ha spesso parlato di non-persone, come Giorgio Agamben parla di condizione di homo sacer. Nel libro di Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, si usa spesso la parola identità in transito. E si vede come gli africani abbiano elaborato l’esperienza di questi viaggi come un percorso iniziatico, quasi: accettando una zona di spersonalizzazione come un rito di passaggio. Dall’altra parte però il tentativo di questo governo sembra sia quello di allargare sempre di più sia geograficamente che temporalmente questa zona grigia, rendendo cronica una dimensione di passaggio.

Forse questo valeva prima dei “respingimenti”. Ora siamo all’aleatorietà estrema. Naturalmente i migranti continueranno ad arrivare. Ma non metterei sullo stesso piano le “identità in transito” . – qualunque cosa siano – con questa specie di guerra a bassa intensità, o deportazione preventiva. Analogamente, non sono del tutto convinto dell’utilità della nozione di homo sacer. Qui non si sacrifica nessuno, non c’è parvenza di ritualismi. Non c’è festa sacrificale, alla René Girard. C’è – come chiamarla? – l’obliterazione a priori, l’applicazione di procedure militari ai migranti. In fondo, la nostra marina, che agisce come tutte le altre su scala globale, un giorno blocca i pirati e l’altro intercetta i migranti. Ai primi sarà concesso un processo, ai secondi no…Qui torniamo al problema delle guerre. Sono sempre più convinto che la truce espressione “guerra all’immigrazione clandestina”debba essere presa alla lettera. Sì, è una guerra e come ogni altra ha i suoi “danni collaterali”; per esempio si vuole combattere il traffico e si colpiscono le sue vittime.

Sentivo parlare spesso rappresentanti del Pd in questi giorni di mancanza di mezzi per le forze dell’ordine, in relazione ai respingimenti. Secondo lei, quando è avvenuto questo passaggio nell’immaginario valoriale della sinistra? E perché negli ultimi anni non si è riusciti a sinistra in Italia a elaborare un progetto politico coraggioso su questi temi, lasciando alla dimensione culturale, o sociale il compito di esaurire la questione?

Perché la sinistra non esiste più da tempo, parliamoci chiaro. Quel poco di opposizione morale a Maroni e soci non è venuta da ciò che resta del Pd (parlo dell’opposizione parlamentare), ma da ex democristiani di sinistra. Il consenso ai respingimenti è venuto invece da classici uomini d’apparato come Chiamparino o Fassino, per non parlare dell’ex radicale e neo-cattolico Rutelli. Io la metterei in questi termini: svaniti i “valori” sociali del vecchio Pci, è rimata la crosta di arroganza, di perbenismo, di localismo di leader piccoli piccoli – per lo più abbonati alla sconfitta – che hanno un’idea fissa, o meglio una sola idea in testa.: che la destra si contrasta condividendone i valori, con in più una spruzzata di razionalismo amministrativo. Quello che li eccita dolorosamente è l’idea che Maroni, mentre fa bloccare i barconi, non dà auto nuove alla polizia! Il loro immaginario è un mondo di pattuglie e di volanti. Sono , a parole, contro le ronde, perché hanno un’idea centralistica dell’ordine pubblico – in fondo detestano ogni iniziativa “popolare”, che sia di destra o di sinistra. Ma amano l’ordine a ogni costo, gli studenti che pendono dalle labbra dei professori, le università manageriali e obbedienti, la pulizia delle strade dai rifiuti umani. Sono caricature della pedagogia sovietica, come si vede dal loro eloquio burocratico e dai tristi completi in grisaglia. Il bello è che, perseguendo il loro sogno gogoliano, non si sono accorti che diffondevano un senso comune che la destra sa sfruttare più abilmente. La “legalità” è da sempre la loro ossessione, e ora si trovano il padrone d’Italia che la applica ai poveri e ai marginali mentre inventa ogni giorno leggi a suo favore.

Apparentemente, la sinistra radicale è più libertaria, ma non ci giurerei troppo, a giudicare almeno dai travasi di voti dai partitini verso l’ex poliziotto ed ex magistrato Di Pietro.

Penso che su questo terreno ci sia tutto da ricostruire, magari ripartendo da una sinistra capace di lavorare sugli interessi reali, non su quelli immaginari, una sinistra che la smetta di far politica solo alle elezioni, e soprattutto che getti a mare la sua propensione a predicare bene e a razzolare male. Ci siamo dimenticati che Diliberto, quando era ministro della Giustizia, ha inventato i Gom, i reparti speciali della polizia penitenziaria incaricati di mettere ordine nelle prigioni? O che Bertinotti, una volta eletto Presidente della Camera, è stato il politico più salottiero e istituzionale del mondo? O che i governatori delle regioni di centro-sinistra firmavano appelli per la chiusura dei Cpt prima delle elezioni del 2006, per poi lasciar cadere la questione?

Credo che sia molto meglio ammettere che la sinistra è morta in Italia, tra opportunismi, narcisismi e ed equivoci, e che quindi dobbiamo, noi, reinventarla, invece di tenerne in vita i pallidi fantasmi. Senza dimenticarci che la partita non si gioca entro i nostri confini, ma nel mondo. Noi viviamo in uno dei paesi politicamente più disastrati d’Europa. Beh, cerchiamo di dare un’occhiata a quello che c’è fuori.

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Piccoli segnali europei https://minimaetmoralia.it/politica/piccoli-segnali-europei/ https://minimaetmoralia.it/politica/piccoli-segnali-europei/#respond Wed, 24 Jun 2009 11:00:42 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=101 Una riflessione di Alessandro Leogrande all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, caratterizzate da un significativo crollo dei consensi sia per il Partito Democratico in Italia, che per tutto il centrosinistra europeo. Se l’opposizione della sinistra in Europa si fa sempre più debole, è altresì vero che forze nuove e ostinate stanno emergendo dal suo […]

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Una riflessione di Alessandro Leogrande all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, caratterizzate da un significativo crollo dei consensi sia per il Partito Democratico in Italia, che per tutto il centrosinistra europeo. Se l’opposizione della sinistra in Europa si fa sempre più debole, è altresì vero che forze nuove e ostinate stanno emergendo dal suo interno, alcune feconde e vitali, come il partito di Cohn-Bendit in Francia, altre semplicemente ostinate, personaliste e terribilmente italiane.

Questo articolo apparirà nell’edizione di Luglio 2009 della rivista Lo Straniero (Il sito lostraniero.it e in fase di costruzione).

A uscire fortemente ridimensionato dalle ultime elezioni europee non è solo il Pd (che ha perso 7 punti rispetto alla sconfitta, già epocale, dell’aprile del 2008) ma tutto il centrosinistra europeo. Tutti i partiti socialisti, compresi da paese e paese (tranne le eccezioni spagnola e greca) in una riserva che va dal 15 al 20% dei voti. Un’esigua minoranza, insomma. Il socialismo europeo, quella forza che ha segnato gli ultimi 150 anni del continente, è ormai al tramonto; ma, di contro, non si è affermato un nuovo Partito Popolare: i popolari saranno incapaci nei prossimi anni di guidare una maggioranza stabile, e questo creerà non pochi problemi alla linea Barroso. Più in profondità, ci sarebbe da fare un altro ragionamento: quanto c’è di popolare, e di democratico cristiano, in un partito del genere, che tra l’altro ha come sua seconda forza la pattuglia italiana di berlusconiani e post-fascisti? Tuttavia i veri vincitori di queste elezioni, non sono loro ma i fascisti veri, gli xenofobi veri, provenienti dai quattro cantoni del continente.

La Grande Ungheria agli ungheresi, la Finlandia ai finlandesi, l’Olanda agli olandesi, la Gran Bretagna ai britannici… La ricca Europa è ormai ostaggio di nazionalismi esacerbati e contrapposti che hanno nell’odio degli immigrati il loro principale coagulo elettorale, ma nascondono altro: pulsioni plumbee da sgretolamento, simili a quelle di inizio Novecento. E stiamo sicuri che risentiremo parlare a lungo nei prossimi anni dei fascisti ungheresi, lo Jobbik che vuole ripulire il paese dalla minoranza rom, dagli ebrei, dai comunisti: un partito nazista a tutti gli effetti, con un suo apparato paramilitare che si è macchiato di azioni ignominiose, e che non fa altro che aumentare i propri consensi.

Sembra l’inveramento di un incubo orwelliano: basta vedere sullo schermo l’olandese Geert Wilders o l’inglese Nick Griffin del British National Party ed è impossibile non ricordare le sue previsioni sulla vittoria del fascismo in Inghilterra (un fascismo che prende il tè alle cinque della sera, ma non per questo meno pericoloso) contenute in Nel ventre della balena.

In Italia queste pulsioni sono governate e organizzate dalla Lega. Le coniuga con il federalismo, con una nuova identità regionale, territoriale, non con il nazionalismo, e per questo risulta ancora più vincente. Indorando la pillola (cosa peraltro teorizzata dallo stesso Borghezio) è andata già al governo; e oggi ha un potere di ricatto enorme che le viene non tanto dal 10% elettorale in sé, ma dal fatto che quel 10% su scala nazionale è prodotto da percentuali molto più alte nelle sei-sette province più ricche del paese. Veri vincitori di questa tornata elettorale, i leghisti ricorderanno continuamente a Berlusconi che è un semplice primo ministro, il capo di una coalizione, non il Capo. Ma questa, a differenza di quanto pensano i soloni del Pd, non è una ventata di pluralismo. Non si è arrestato proprio un bel niente. Dal punto di vista della minoranza di immigrati che vive in Italia, dal punto dei vista dei nuovi italiani, questo vuol dire che tutte le norme obbrobriose contenute nel pacchetto sicurezza verranno approvate in poche settimane, che la Lega farà quello che vuole a Lampedusa, in Libia e nel Mediterraneo, che l’influenza di Maroni sulla “gestione delle sicurezza” sarà ancora maggiore. Che l’equazione immigrazione irregolare-criminalità è divenuta, nelle urne, indistruttibile.

Si diceva che i socialisti, e non solo il Pd, sono diventati una minoranza accanto alle altre in questo fosco scenario. Pare proprio così. Dallo squagliarsi della casa socialista non se esce con un suo rinnovamento (che appare improbabile in Italia come in Francia come altrove), ma in due direzioni contrapposte. Di Pietro e Cohn-Bendit. E analizzare il successo di Cohn-Bendit in Francia ci interessa non solo da europei, ma proprio da italiani, perché la formazione politica che ha contribuito a mettere in piedi Europe Ecologie, è l’esatto contrario dell’Italia dei Valori. Insomma, in Italia lo sgretolamento elettorale del Pd (pur davanti a una flessione di Berlusconi) ha favorito soprattutto Di Pietro e il suo giustizialismo destrorso, la sua “lista personale” nutrita di notabili provenienti dall’“osso” dell’Italia centro-meridionale, e appena ingentilita da qualche nome della società civile. Ma soprattutto ha irrobustito un’idea di opposizione non costruttiva che non parla di Europa e di mondo, di diritti sociali e di ambiente, di carceri (per svuotarle) o di immigrati (per farli cittadini), ma solo di crescere, crescere, crescere e ancora crescere per battere Berlusconi – e sostituirlo con Di Pietro…

In Francia (è forse l’unica nota positiva di queste elezioni), in risposta alla crisi dei socialisti, ancora più grave dei democratici nostrani, è emerso un nuovo movimento che è riduttivo definire semplicemente verde ed ecologista. Europe Ecologie ha parlato di tutto quello di cui avrebbe dovuto parlare una sinistra alternativa al Pd e non lo ha fatto, con la sola eccezione di alcuni settori di Sinistra e libertà. Lì l’operazione è riuscita, e lo diciamo senza eccessivi entusiasmi, constatando semplicemente quanto è avvenuto: vedere la lista di Dany Cohn-Bendit prendere il 27% in tutta Parigi (appena due punti percentuali in meno del partito di Sarkozy) e diventare il primo partito in molti arrondissements fa un certo effetto. È il segno di una rottura, non solo elettorale.

Non siamo in grado di valutare la nuova formazione politica dal suo interno, e quindi anche i suoi limiti. Un cartello che mette insieme Bovè ed Eva Joly può apparire strambo, e non reggere alla politica dei fatti che dovrebbe seguire la politica delle parole. Tuttavia è bene ricordare che Europe Ecologie è stata l’unica formazione politica del continente a parlare, in campagna elettorale, solo di Europa (e della necessità di una nuova politica alternativa a Barroso) e non di questioni interne, ponendo con forza il tema di un nuovo contratto ecologico contro la “mutazione ecologica” che attanaglia il continente da Nord a Sud, da Est a Ovest.

Se questi temi, in Francia, si sono fatti forza politica numerosa (e in Italia ad esempio sono scomparsi) non è semplicemente perché lì (e in Germania) i verdi ci sanno fare, e qui sono una piccola nicchia, governata da tanti piccoli colonnelli senza truppa. Non è solo questo. Cohn-Bendit può piacere o non piacere, forse il suo movimento è solo un fuoco di paglia, ma è riuscito a coniugare la questione ecologica (oggi prioritaria) con la necessità di un nuovo internazionalismo democratico, con i diritti sociali e i diritti delle minoranze. Personalmente, la prima volta che ho sentito difendere, da sinistra, l’ingresso della Turchia in Europa, è stato in un dibattito a Roma, qualche anno fa. Lo fece proprio Cohn-Bendit, in un buon italiano, con queste parole: “Perché sono a favore dell’ingresso della Turchia in Europa? Oggi abbiamo un sindaco gay a Berlino e un sindaco gay a Parigi. Fra dieci anni avremo un sindaco omosessuale a Istanbul…” Detto in altri termini: le società non sono blocchi immodificabili, e l’inclusione del paese euroasiatico nell’Ue può aprire la strada a una nuova azione politica dal basso, a nuovi sommovimenti che non si riducano alla sola richiesta di pressioni istituzionali da Stato a Stato. Non si tratta di dirsi a favore o contrari all’ingresso di ottanta milioni di musulmani all’interno dei confini europei, come urlano gli xenofobi, ma di capire se l’ingresso, e con esso un nuovo europeismo largo, democratico e radicalmente sovranazionale, possano contribuire a liberare la società turca delle incrostazioni autoritarie – non meno della società italiana, francese o spagnola – più di quanto ciò non accada con l’esclusione dall’Europa. Cohn-Bendit, quel giorno, stava rovesciando il paradigma. Ci ho ripensato spesso, durante le settimane della campagna elettorale, quando ho visto alcuni dei più importanti esponenti leghisti andare in giro indossando una t-shirt su cui era scritto: “Io non voglio la Turchia” o una cosa del genere.

Gli unici, in Italia, a farsi promotori di un nuovo europeismo, a parlare più di diritti umani e civili che di Berlusconi, sono stati i radicali. Ma, da anni ormai, coniugano questi temi con un’idea delle cose economiche ultraliberista. Europe Ecologie ha offerto invece una lettura da sinistra. Qualcosa del genere, si diceva, da noi è apparso solo all’interno di Sinistra e libertà, più che per il progetto politico in sé, per merito di alcuni singoli. Ma quel cantiere è uscito fortemente indebolito. E lo stesso regionalismo democratico, aperto, non identitario, elaborato dalla giunta Vendola in questi anni in Puglia non è riuscito a farsi proposta politica concreta su scala nazionale (a differenza del federalismo “cattivo” e chiuso che soffia dal Nord-Est e oggi presenta il suo conto al Pdl), anche perché sotto sotto è stato osteggiato dalle piccole burocrazie dei partitini che hanno stilato le liste. Nello sgretolamento del paese Italia, questo è un tema enorme su cui riflettere tra le quattro casematte che ancora si dicono di sinistra.

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Ma può rinascere la sinistra? https://minimaetmoralia.it/politica/ma-puo-rinascere-la-sinistra/ https://minimaetmoralia.it/politica/ma-puo-rinascere-la-sinistra/#comments Thu, 18 Jun 2009 10:13:26 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=65 Poiché, come cita Leogrande, in politica non esistono spazi vuoti, chi questo spazio effettivamente non lo occupa, è perché si sostanzia di un vuoto strutturale e identitario. Un vuoto che nell’evidenza dei fatti non riesce più a colmarsi della semplice antitesi, come poteva essere inizialmente per la sinistra italiana, alla destra e al berlusconismo, ma […]

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Poiché, come cita Leogrande, in politica non esistono spazi vuoti, chi questo spazio effettivamente non lo occupa, è perché si sostanzia di un vuoto strutturale e identitario. Un vuoto che nell’evidenza dei fatti non riesce più a colmarsi della semplice antitesi, come poteva essere inizialmente per la sinistra italiana, alla destra e al berlusconismo, ma va esorcizzato con l’autonomia, concetto assai più complicato e tuttavia inaggirabile di fronte a questioni nevralgiche e fondanti della società (moralità) civile.

Forse non sopravviveremo al berlusconismo. E per una volta, per berlusconismo, non intendiamo una sorta di carattere antropologico degli italiani, un loro sentire e fare maggioritario, un’onda lunga della storia recente che informa la prassi privata e politica indipendentemente da chi effettivamente governa. No: questa volta intendiamo proprio il berlusconismo politico. Oggi, per la prima volta, l’Italia, e soprattutto quel che resta della sinistra italiana, corrono il forte rischio che Berlusconi non abbandoni per molti anni le stanze del potere. Che sia Palazzo Chigi o il Quirinale, che il neonato Pdl arrivi al 40%, al 45% o al 51%, che il peso della Lega sia o meno determinante per gli equilibri parlamentari, l’ipotesi che Berlusconi rimanga saldamente al comando è più che concreta. Allo stesso tempo, però, mai come oggi si ha la sensazione che a produrre questa situazione non sia stata la “rivoluzione berlusconiana” (forte, anche esteticamente, a metà anni novanta; tutto sommato abbastanza senescente oggi), non sia stato un particolare disegno autoritario (per quanto le intenzioni di svuotare delle loro funzioni e autonomia gli altri poteri, legislativo e giudiziario, ci siano tutte), non sia stata (ancora, almeno) l’involuzione sostanziale delle nostre istituzioni. È stato (soprattutto) il crollo disarmante delle opposizioni. La loro liquefazione politica, culturale, sociale. Il loro riprodurre in farsa un ruolo che invece nelle democrazie è nevralgico.

In politica, si dice, gli spazi vuoti non esistono. Ogni spazio, di consenso e di potere, all’occorrenza viene riempito. E oggi – per la prima volta dal 1994 – ci troviamo di fronte alle seria possibilità che Berlusconi abbia nelle mani un potere stabile e duraturo per abbandono del campo da parte degli avversari. Con il Pd che scende al 25% dei consensi e con i suoi leader che fanno ridere (se non altro, ridere) quando parlano di “vocazione maggioritaria”; con un’Italia dei valori speculare al berlusconismo, tanto avvezza a demonizzare il nemico quanto pronta a mutuarne le forme politiche; con una sinistra alternativa, radicale o libertaria, fuori dal Parlamento e pressoché scomparsa. Strappata, al suo interno, tra gruppuscoli avvitati in un folle identitarismo ideologico e altri (la sinistra vendoliana, i verdi, sinistra democratica) che rischiano di non superare il 4% dello sbarramento elettorale, rimanendo confinati in un impotente minoritarismo.

In questo contesto, le elezioni europee che si terranno il mese prossimo saranno un banco di prova decisivo. Presumibilmente sanciranno l’ulteriore trionfo del berlusconismo (nonostante le crisi mondiali, e le svolte obamiane in altre parti del globo) e l’ulteriore riduzione della rappresentanza politica del centrosinistra. Così, più che laboratorio politico, l’Italia diventerà un caso limite. Non siamo al regime strutturato. Siamo di fronte, piuttosto, a una ristrutturazione post-politica, in una società di per sé molto disgregata, che si basa su un pensiero reazionario di massa. E allora che fare?

Luigi Manconi ha scritto di recente un pamphlet di critica interna al Partito Democratico, formazione di cui fa parte: Un’anima per il Pd. La sinistra e le passioni tristi (Nutrimenti). La tesi di Manconi è che la principale causa della crisi del Partito democratico non è negli errori dei suoi leader (che pure ci sono), ma nell’assenza di identità, e di un dibattito interno sulle identità. L’assenza di una propria visione, non solo antitetica alla destra ma autonoma dalla destra, su questioni nevralgiche. “Esemplari in proposito”, scrive Manconi, “i comportamenti adottati dal Pd in relazione a due questioni cruciali: quella dell’immigrazione e quella del testamento biologico. Entrambe le questioni risultano controverse, suscitano tensioni, possono dividere: entrambe le questioni tuttavia sono capaci di determinare passione intellettuale e mobilitazione collettiva. Per questo avrebbero dovuto essere trattate in maniera totalmente diversa.” Manconi è consapevole che queste due questioni suscitano posizioni fortemente minoritarie. Tuttavia “un tema di minoranza può assumere, a determinate condizioni, la valenza ideale e politica di una grande questione di maggioranza.”

Siamo al solito punto: come superare lo stadio della testimonianza. Come fare in modo che battaglie di civiltà fondamentali (come possono essere, ad esempio, quella contro la criminalizzazione dei “clandestini” o per il diritto di voti ai migranti residenti) oggi fortemente minoritarie di fronte al pensiero reazionario di massa di cui si diceva prima possano ribaltare il dibattito politico?

A differenza di Manconi pensiamo, e più volte lo abbiamo scritto, che il Partito Democratico è già nato più che agonizzante. Che la trasversalità assoluta rispetto a questioni determinanti (alle due citate da Manconi va aggiunto sicuramente il lavoro) non è una ricchezza, e non può esserlo nemmeno potenzialmente, e che per avere un partito quanto meno più stabile politicamente sono necessarie (ancora) altre scissioni al centro e altre ricomposizioni a sinistra. Ma, poi, abbiamo più volte aggiunto, se questi processi di composizione e ricomposizione avvengono dall’alto (con incontri/scontri di piccole burocrazie) e perdono qualsiasi legame con la società, anche con le minoranze sociali e culturali che provano a non soccombere al pensiero reazionario di massa, non hanno alcun senso. E, come dimostrano le sconfitte elettorali, semplicemente non vengono riconosciuti come risolutivi.

Tuttavia sarebbe ipocrita eludere la questione di fondo posta dal pamphlet di Manconi, che ha a che fare con lo strapotere dell’ultimo berlusconismo. Insomma: come non morire berlusconiani? Dal momento che le vaste coalizioni uliviste e unioniste hanno fallito per due volte, l’unica soluzione – sostiene l’autore – è quella di un partito allargato (il Pd) che apra ancora di più le sue porte verso sinistra e discuta animatamente sulle questioni cruciali citate prima fino a raggiungere una sua identità. O si passa da qui, o l’involuzione della nostra democrazia, e delle nostre istituzioni, per assenza dell’opposizione, sarà certa. Il lento trapasso, finora accennato dalle decretazioni d’urgenza, dalla filosofia del pacchetto sicurezza, dalle proposte di legge in materia di lavoro, giungerà a compimento.

Certo, la speranza di Manconi (messa a confronto con gli avvenimenti recenti, con le batoste in Sardegna, il flop veltroniano e soriano, i sondaggi impietosi) è più che ottimistica. E francamente non riusciamo a condividerla, tanto quanto – francamente – non abbiamo altre soluzioni da contrapporre. Ma sulle due questioni, immigrazione e testamento biologico, il libro di Manconi dice alcune cose che dovrebbero suscitare a sinistra un ampio dibattito.

Ne accenniamo brevemente. Sul testamento biologico il Pd ha perso per “agnosticismo morale”. Non solo perché incapace di comporre al suo interno il conflitto tra laici e credenti. Il problema è più radicale: le culture politiche di ispirazione non religiosa, cioè la sinistra, non hanno mai elaborato un proprio autonomo pensiero morale sulle questioni eticamente rilevanti, perché hanno sempre pensato che il proprio raggio d’azione si riducesse alla sfera economico-sociale. Ma oggi la necessità di una nuova morale, cioè di un nuovo pensiero laico, autonomo, che dia risposte a problemi ed enigmi nuovissimi senza soccombere ai diktat delle chiese, è enorme.

Sull’immigrazione la questione si fa ancora più ingarbugliata. E Manconi fa bene a stabilire un nesso tra il successo del giustizialismo dipietrista (anche nella base del suo partito) e gli insuccessi di tutte le campagne tese a creare un reticolato di diritti e garanzie per i migranti. Alla manifestazione del 7 luglio 2008 in piazza Vittorio a Roma, contro la decisione del governo di prendere le impronte digitali ai bambini rom e sinti, c’erano poche persone e praticamente nessun leader del Pd. L’evento, per quanto importantissimo, non ha avuto alcuna copertura mediatica. Il giorno dopo, invece, a piazza Navona, lo show di Di Pietro e dei suoi sostenitori contro il “lodo Alfano” e il regime dello “psiconano”, di cui sono rimaste nella memoria soprattutto gli attacchi della Guzzanti contro la Carfagna, ha avuto ben altra attenzione e successo. Gli unici obiettivi polemici della manifestazione (sostanzialmente un happening televisivo) sono stati le vicende giudiziarie del premier e il suo potere personale. Pochissime parole, per giunta imprecise e strumentali, sono state spese a favore delle minoranze aggredite. Anche allora non c’erano i leader del Pd, è vero. Il punto però è che la base del Pd, materialmente o idealmente, era a piazza Navona e non a piazza Vittorio. Manconi definisce la manifestazione di piazza Navona e il discorso impolitico di Di Pietro come “amorale”. Non solo perché l’Italia dei valori si è mostrato più volte un partito reazionario, forcaiolo e manettaro sulle questioni migratorie: non un partito di sinistra, bensì una formazione pienamente in linea col ventre molle del paese. Di Pietro è “amorale” perché il suo anti-berlusconismo è del tutto dipendente dal berlusconismo. È una variante retorica, e solo apparentemente oppositiva, agli show berlusconiani. Ma è priva di qualsiasi autonomia politica e culturale. Se domani per puro caso Berlusconi non ci fosse più, l’Italia dei valori scomparirebbe, o sarebbe un partitino di destra accanto ad altri.
Il problema della sinistra, sulle questioni migratorie, è che appare stretta tra l’indifferenza del giustizialismo dipietrista, da una parte, e i pigri richiami al solidarismo cattolico, dall’altra. Il secondo almeno fa qualcosa. Eppure non è stato ancora elaborato, se non all’interno di alcune nicchie, un pensiero autonomo sui diritti di cittadinanza, sulle garanzie sul lavoro e contro le nuove schiavitù, sulla liberazione delle nostre leggi e norme dalle incrostazioni dello ius sanguinis o sul restringimento radicale (oggi evidente) dello ius soli.

Questa battaglia culturale prima ancora che politica, anche se di minoranza, va fatta subito, dice Manconi. E noi siamo pienamente d’accordo con lui. Va fatta in tutti i luoghi, grandi e piccoli, in cui c’è ancora un briciolo di sinistra. E va fatta anche sfidando il ventre molle del paese, il “cattivismo” di governo che si compiace di essere politicamente scorretto. Manconi è convinto che questa battaglia, in un giorno relativamente vicino, possa giungere alla vittoria anche all’interno del Partito Democratico.

Sarà… Purtroppo è stato proprio un sindaco del Pd, Orazio Ciliberti di Foggia, a voler istituire due linee di autobus separate con diverse fermate di arrivo e di partenza, una per i bianchi e una per i neri, da Borgo Mezzanone, una borgata agricola a dieci chilometri dal capoluogo dauno, ai bordi della quale sorge un centro d’accoglienza per richiedenti asilo, verso la città. Ha motivato la scelta con la necessità di dare una risposta al sovraffollamento dei mezzi e con le solite questioni di ordine pubblico: non c’era altro modo, pare, per far fronte agli attriti tra le comunità. Ma questo provvedimento di fatto è stato preso in una terra, in una contrada, in cui migliaia di braccianti africani ed est-europei, al pari delle centinaia che escono dal Cara, sono considerati e trattati peggio che le bestie, e sono vittime di un feroce sfruttamento lavorativo. L’azienda municipalizzata non ha deciso di potenziare un’unica linea per tutti, se n’è tenuta ben alla larga: ha deciso, al contrario, di creare due corse separate. È un precedente pericolosissimo. Ciliberti ha più volte ribadito che gli immigrati che vorranno salire sulla “linea dei bianchi” potranno farlo. Non sarà loro impedito. Ma quando qualcuno – un conducente, un controllore, un passeggero… – intimerà a una novella Rosa Parks di andarsi a prendere “l’autobus dei neri”, il sindaco Ciliberti avrà il coraggio di denunciarlo per discriminazione razziale, come sancito dalla legge Mancino?

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