Diaframma Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/diaframma/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 17:32:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Diaframma Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/diaframma/ 32 32 Trent’anni di “Siberia” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/siberia-diaframma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/siberia-diaframma/#comments Sat, 26 Aug 2017 05:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15545 Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984). Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d'epoca. Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un'introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

L'articolo Trent’anni di “Siberia” proviene da Minima et Moralia.

]]>
siberia

Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

***

Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984).

Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d’epoca.

Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un’introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

Sono ancora più felice di constatare come il tempo abbia lavorato a favore di questa gemma del rock indipendente. Non è un caso se ad esempio una rivista mainstream come «Rolling Stone» ha inserito Siberia al settimo posto nella classifica dei 100 dischi italiani più grandi di tutti i tempi.

Ecco la mia introduzione.

di Nicola Lagioia

 

Se mi affaccio sul cratere scavato da Siberia mi vengono incontro – risalendo pressoché intatti, in una cupa bellezza che ricordo bene – almeno due miracoli.

Il primo, il più importante, riguarda il fatto che nell’Italia di allora potesse uscire un disco così meravigliosamente alieno quale fu l’esordio dei Diaframma. Il paese non lo meritava, eppure accadde. Erano gli anni, per intenderci, in cui a Sanremo trionfavano i Ricchi e Poveri quando non lo facevano Al Bano e Romina Power. Il riflusso viaggiava a pieno ritmo, l’estetica ne era contagiata. A un certo punto sembrava che l’unico occhio di bue sotto il quale valesse la pena spendersi fosse quello che vedeva broker e pubblicitari afflitti da buone trovate rifriggere ovvietà alle feste degli stilisti, mentre i loro fratelli minori con le Timberland ai piedi rodavano l’analfabetismo di ritorno che sarebbe diventato una slavina. Il demenziale involontario era spacciato per oro, e le magnifiche presenze che avrebbero potuto spezzare le catene dello strapaesano in salsa glamour (quei libri, dischi e film che facevano della bellezza la propria ragion d’essere) venivano temporaneamente messe fuori scena per far posto ai lustrini, ai grugniti, a quell’immane carrozzone di stupidità che furono gli anni Ottanta in Italia.

Così, contro ogni logica, dalla porta girevole di un luogo che i critici musicali ancora si ostinano a chiamare Firenze (mentre è ovvio, col beneficio della distanza si deve più razionalmente parlare di un varco spaziotemporale aperto su una Manchester simile a quella che aveva visto la nascita di Unknown Pleasures ma di fatto mai esistita, di una Berlino simile a quella di Low e tuttavia anch’essa frutto di fantasia, di una Mosca e di una Pietroburgo saltati a pié pari per andarsi a rifugiare sotto il freddo manto del più vero e immaginario tra i deserti europei) venne fuori questa cosa oscura, misteriosa, magnetica, incomprensibile, struggente, che con il tempo ci siamo educati a chiamare Siberia. Di fatto, un album che poteva giocarsela alla pari con il miglior post-punk prodotto oltreconfine. Un disco che, sempre a rigor di logica, non avrebbe dovuto esistere anche perché in Italia il concetto di rock era inscindibilmente legato a un aggettivo maledetto: “derivativo” – un peso che tuttavia Fiumani, Sassolini e i fratelli Chicchi non ebbero bisogno di scrollarsi di dosso visto che non se lo erano mai caricato sulle spalle. Le otto tracce di Siberia si tuffavano piuttosto bene nell’onda sulla quale viaggiavano New Order e Television,  Strangles e Bauhaus, e però – come prima e dopo è stato privilegio di pochi – riuscivano a non assomigliare oltre un certo margine di guardia a nessuno di loro.

Diaframma

Il secondo miracolo (di più trascurabile importanza) riguarda invece la memoria personale. A distanza di trent’anni, in una città che era tra i trionfi di quel provincialismo (Bari, o perlomeno una certa Bari “ufficiale”, la cosiddetta “Milano del Sud”), in seno a una famiglia dove entravano a malapena i quotidiani, dentro una scuola dove il massimo dell’alternativo era Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli, continuo a domandarmi come sia stato possibile che io sia venuto in contatto con un disco come Siberia. Non esisteva internet, la stampa nazionale considerava difficilmente ricevibili perfino gruppi come gli Smiths (non era scoccata l’ora – dimenticabile – di Rank) e all’uomo della strada già sembravano troppo strani i Righeira. Figuriamoci se si fossero trovati soli in ascensore con Lydia Lunch. Qualcosa paradossalmente passava sulla tv di Stato (un’indimenticabile apparizione dei CCCP a D.O.C., gli stessi Diaframma invitati a Tandem su Rai2), ma io avevo poco tempo per la televisione. E quindi?

Voci catturate per caso durante una conversazione. Note musicali rubate da uno scantinato. Ragazze e ragazzi pedinati per la strada. Fanzine ciclostilate. Scritte sui muri (da “Love will tear us apart again” in via Capruzzi, a “Solo una terapia!” in piazza Cesare Battisti, a “Killing an Arab e vaffanculo” sempre in via Capruzzi,  a “coprirò il peso / di queste distanze” in via Turati). Ecco, in età analogica, le briciole di Pollicino (o non piuttosto la scia di un Bianconiglio metropolitano?) che bisognava seguire per entrare in un mondo completamente nuovo. Perché un altro mondo, del tutto alternativo rispetto a quello “ufficiale” (arrivavo a immaginare che lo fosse persino sul piano della microfisica), era possibile. Se ne avevi il desiderio, potevi entrarci.

Insomma, giacevamo soli e annoiati nelle nostre camerette mentre la radio trasmetteva la nuova hit di Claudio Baglioni – e poi, subito dopo, senza capire come, ci ritrovammo nel ventre di balena, in un locale buio e sotterraneo, circondati da coetanei vestiti in modo affascinante, cupi, intelligentissimi, ad ascoltare senza bisogno di discuterne (avendo già intuito che la parafrasi è la morte di ogni cosa preziosa) pezzi come “Amsterdam”, e a dialogare tra di noi telepaticamente – essendo la telepatia tornata inaspettatamente praticabile proprio in quel periodo, almeno fino a quando i Talking Heads non incisero Naked – così che l’ineffabilità della musica che ascoltavamo si ritrovasse totalmente rispecchiata in quella (parimenti cupa e tortuosa) dei nostri sentimenti.

diaframma-cop

Erano anche gli anni durante i quali i cosiddetti uomini di cultura italiani non capivano assolutamente nulla di rock. E tuttavia, ne scrivevano. C’erano grandi discussioni inutili (per stile, argomenti, armamentario) sull’ipotesi che questo genere musicale avesse a che fare con la cultura. Gente che già allora maneggiava letteratura e cinema con quello stolido spirito accademico che è una buona scusa per la mancanza di talento, e, non gravando questo triste bagaglio (non lo avrebbe fatto neanche in seguito) sull’esercizio dell’opinionismo, licenziava corsivi stabilendo che in effetti no, la musica rock (che l’ignoranza riduceva sì e no a tre nomi – Beatles, Elvis Presley, Rolling Stones – e a quattro o cinque pezzi, tutti composti dai primi) non era ascrivibile a nulla di più profondo di una pozzanghera allargatasi sulla linea dei tempi che corrono. Tuttavia i veri uomini di cultura questi problemi se li ponevano eccome.

Per esempio Eric Hobsbawm, uno tra i più dotati storici della sua generazione, non solo l’arcifamoso autore del Secolo breve ma anche l’esperto di cinema, di jazz, di letteratura, l’uomo che leggeva e divulgava Alice Munro quando a Cambridge e Oxford non sapevano chi fosse, nel suo libro più noto (Il secolo breve, appunto), considerando un’ovvietà il fatto che un certo rock rappresenti nella seconda metà del Novecento un’importante forza culturale per una parte di mondo, arrivava a domandarsi con serietà (lo scrupolo dello studioso vero) se in certi casi non si potesse parlare addirittura di arte. Su questo Hobsbawm non scioglie la riserva – le canzoni sono ingannevoli, scrive, e potremmo essere tentati di apprezzarle oltre il dovuto per la loro stupefacente capacità di segnare il tempo in cui vengono alla luce. Se ad esempio nel 1977 un qualche ostacolo (meglio se un confine geografico tra est e ovest) ci separava dalla ragazza che amavamo, potremmo essere tentati di elevare fraudolentemente Heroes di David Bowie fino ai talloni della Jupiter.

Non ho intenzione di risolvere il problema. Dirò solo che in un anno tragicomicamente orwelliano come fu da noi il 1984, la scena pubblica era un contesto così squallido che immaginarvi dentro anche se stessi (i propri desideri e le proprie ferite, i propri amori e i propri struggimenti) era offensivo. Essere consustanziali a quell’Italia avrebbe voluto dire gettare semi su un terreno dal quale non sarebbe venuto fuori niente. Ecco allora dischi come Siberia. Ecco cioè una dimensione – fredda, sconfinata, lunare, scheletri di alberi e case in lontananza, nude lampadine su letti e stanze dove succede davvero qualcosa – nella quale trasferirsi per coltivare in pace (una pace santa e pallida) le proprie ricchezze interiori.

Anziché esiliati, ci ritrovammo in questo modo salvati dalla Siberia. E, perse finalmente le vecchie bussole – poiché di una bussola tradizionale una terra immaginaria non ha certo bisogno –, imparammo a orientarci in modo nuovo. Cominciammo a farlo. Selezionando meglio i luoghi e le amicizie, i libri e i film e i dischi. Sforzandoci di comprendere cosa fosse di volta in volta bene e male per noi. Dandoci il coraggio di attraversare certe porte. Capendo che non è magari necessario fare sempre le scelte migliori, ma ritrovarsi davanti ai giusti bivi sì.

Della Siberia in cui ci spedirono questi ragazzi venuti da lontano (della Siberia che scoprirono per noi, e nella quale ebbero l’impazienza di aspettarci) siamo ancora debitori. Avete presente quando si dice che certa musica ti cambia la vita?

Diaframma-Fiumani1

L'articolo Trent’anni di “Siberia” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/siberia-diaframma/feed/ 8
Diaframma e ciò che resta del rock https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/ https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/#comments Thu, 31 Dec 2009 08:53:53 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1449 Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata […]

L'articolo Diaframma e ciò che resta del rock proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata per far convivere letteratura e musica tra gli stucchi dell’austero palazzo Granieri della Roccia. Un contesto lontano da teatritenda, centri sociali e altri spazi d’elezione per la musica alternativa. E tuttavia, quando ho visto Fiumani imbracciare la chitarra e poi lanciarsi nei classici del repertorio come Verde, Siberia, Caldo, L’Amore segue i passi di un cane vagabondo davanti a un pubblico che più eterogeneo non poteva essere (tra fan accorsi dai paesi circostanti, studenti di creative writing nati dopo la new wave, signore impellicciate che ignoravano anche il nome di Ian Curtis), suscitando tra gli astanti non l’entusiastica e in fn dei conti vuota compiacenza che circonda i Dinosauri della musica leggera ma sentimenti più difficilmente gestibili quali stupore, perplessità, fastidio, commozione, spiazzamento, amore… è stato allora che ho pensato: «ecco, dov’era andata a nascondersi per tutto questo tempo…» Mi riferivo alla musica rock.


E ora, un po’ di storia. I Diaframma sono stati un gruppo seminale. Senza di loro, molti protagonisti delle successive stagioni musicali quali Baustelle, Marlene Kuntz, Cristina Donà, Luci della centrale elettrica, Zen Circus non avrebbero inciso le loro tracce su un cd come hanno fatto. È un’eredità riconosciuta da questi stessi musicisti, che spesso suonano le cover dei Diaframma durante i loro concerti, e che ai Diaframma hanno dedicato un disco tributo, dove a reinterpretare i classici di Fiumani è stata chiamata anche la scrittrice Elena Stancanelli, che con lui condivide la città di nascita: Firenze.
I Diaframma arrivano sulla scena nella prima metà degli anni Ottanta, e secondo l’opinione di chi scrive sono stati uno dei tre fenomeni dell’epoca a superare senza problemi il complesso d’inferiorità che il nostro Paese soffre tradizionalmente rispetto alla musica rock. Per una formidabile alchimia di talento e caso, tra il 1984 e il 1985 escono in Italia tre dischi che non hanno nulla da invidiare agli omolghi d’oltremanica o oltreoceano:
Siberia, il primo album dei Diaframma, è appunto dell’84, e precede di un anno Desaparecido dei Litfiba e Affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi dei CCCP. Tre album, tre gruppi musicali, una decina di talenti geniali (oltre a Fiumani ricordiamo Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e l’indimenticato Ringo De Palma dei Litfiba, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP), per un risultato inimmaginabile: finalmente una musica che non aveva nulla a che fare con le (neo)melodie di San Remo né con lo Strapaese di Claudio Villa né con il progressive di Franz Di Cioccio e nemmeno con il (pur bello) cantautorato di De Andrè. Analogamente a ciò che stava facendo in quel periodo la rivista «Frigidaire» per il fumetto, si trattava di codici estetici mai visti né ascoltati prima: il punk filosovietico di Ferretti&Zamboni, la sghemba new wave in salsa etno dei Litfiba, il miracoloso equilibrio di semplicità e struggimento dei Diaframma. Risultato: l’atto fondativo di un immaginario che si contrapponeva all’Italietta da bere di Craxi, dei paninari e del «Drive In», e diventava un’alternativa esistenziale per tanti ragazzi dell’epoca che si sarebbero poi detti “salvati dalla musica”.
A distanza di venticinque anni, di queste avventure rimane l’eredità (pezzi come Gira nel mio cerchio o Emilia paranoica fanno parte della nostra cultura musicale), ma di vivo e attivo e sudato sul palco resta solo Federico Fiumani. Cosa è successo? Mentre i Diaframma, protetti dalle tenebre dell’underground, hanno continuato il proprio percorso, Litfiba e CCCP (poi CSI, infine PGR) si sono infranti contro i capolinea più frequentati da un gruppo rock sul punto di morire: sputtanamento commerciale per i primi, eccesso d’intellettualismo e ideologia per i secondi.
Il gruppo di Renzulli e di Pelù ha scalato le classifiche nei Novanta proponendo una musica sempre più ruffiana, è naufragata poco prima del 2000 per trovare proprio negli ultimi mesi il perfetto correlativo oggettivo di questo epilogo: la canzone Il mio corpo che cambia usata nello spot di una nota marca di cereali. Per i CCCP la questione è più complessa: transitati nella sigla CSI con esiti ottimi, e in PGR nel 2001 con risultati appena buoni, la parabola artistica di Lindo Ferretti è implosa sotto la sua conversione al cattolicesimo. L’incontro tra cultura cristiana e rock può dare esiti notevolissimi come dimostra l’esperienza di Nick Cave. Ma quando al sentiero tortuoso di un rapporto tormentato con la religione (Faulkner e Melville e Simone Weil insegnano) si preferiscono i rettilinei dell’inginocchiamento senza se e senza ma di fronte all’attuale Curia Romana, il fallimento artistico è assicurato. Lo dimostra il recente apprezzamento per Ferretti di un intellettuale modesto come Camillo Langone: se ti incensa lui, significa che sei finito.
Federico Fiumani non è caduto in queste trappole. Fa un centinaio di concerti l’anno e mantiene un seguito di fedelissimi; autoproducendosi i dischi, sfruttando le major a fini distributivi e usando l’incubo dei colossi discografici (la Rete) per vendere on line la propria musica è oggi più ricco, più libero e probabilmente anche più giovane di allora. Le sue canzoni hanno mantenuto freschezza e semplicità, hanno avuto cioè l’ambizione di non cadere nella pretenziosità. Ma in fin dei conti… mentre negli ultimi vent’anni un simulacro scadente del rock ha riempito gli stadi e gli schermi televisivi (basti pensare all’entertainment spielberghiano degli U2 o a come MTV ha vampirizzato tanta musica alternativa) o ha offerto il peggio inchinandosi alla mai del tutto assimilata “cultura alta” (Lou Reed che prova sgraziatamente a rileggere Edgar Poe), lo spirito più autentico di questo genere musicale – energia, alternativa, messa in gioco esistenziale di musicisti e pubblico – ha seguito i passi di quelli come Fiumani.
Ai tempi di youtube e della fine del disco, è impossibile sapere quali saranno le migliori esperienze musicali del XXI secolo. Di certo non verranno da fallimenti creativi come X Factor. Più probabile pensare che i nostri tempi siano una sorta di aggiornamento tecnonologico di quelli di Robert Johnson, l’oscuro musicista del Delta del Mississippi che scoprì il blues (e dunque tracciò il solco di mezza musica del Novecento) mentre il mondo celebrava gli ultimi eredi di Raffaele Sacco. Insomma, il nuovo verrà ancora da ciò adesso sfugge al mainstream, come dimostra una giovane e vitale e consigliata rivista quale è «Suole di vento», che all’argomento dedicherà il suo prossimo numero monografico.
Intanto, un eroe italiano di questo mondo sotterraneo, continua il proprio never endig tour – Federico Fiumani e i Diaframma sono in arrivo nella tua città: in concerto il 12 dicembre a Pisa, il 19 a Seregno, il 23 a Santarcangelo di Romagna, il 26 a La Spezia…

L'articolo Diaframma e ciò che resta del rock proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/feed/ 5