Diego Bertelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/diego-bertelli/ un blog di approfondimento culturale Mon, 25 Jul 2016 01:07:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Diego Bertelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/diego-bertelli/ 32 32 I treni non esplodono. Un libro sulla strage di Viareggio https://minimaetmoralia.it/libri/i-treni-non-esplodono-un-libro-sulla-strage-di-viareggio/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-treni-non-esplodono-un-libro-sulla-strage-di-viareggio/#comments Mon, 25 Jul 2016 06:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31641 di Diego Bertelli

I treni non esplodono di Ilaria Giannini e Federico Di Vita (Piano B 2016) racconta una storia accaduta poco più di 7 anni fa: alle 23.48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, che trasporta quattordici vagoni-cisterna carichi di Gpl, deraglia 400 metri dopo aver superato la stazione di Viareggio. Dei quattordici vagoni se ne squarcia soltanto uno, ma basta per annichilire la passerella che proprio in quel punto congiunge le due parti della città, devastare l’area adiacente a via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, e danneggiare gravemente la sede della Croce Verde sul lato opposto.

Le vittime sono trentadue: undici muoiono a causa dell’esplosione; ventuno per le conseguenze delle ustioni riportate. Su un centinaio di persone resteranno i segni tangibili di quella deflagrazione. Per chi non lo sa, morire o guarire di ustioni è una delle forme di sofferenza più atroci che si possano immaginare: giorni, settimane, mesi di dolore continuo, diffuso, con la morfina che non basta mai. Il corpo è privo della sua protezione primaria, viene bendato e sbendato ogni giorno, la pelle si stacca via e bisogna fare innesti con quella dei cadaveri per favorire l’attecchimento e la rinascita di nuovo tessuto; basta un nonnulla per scatenare un’infezione fatale.

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di Diego Bertelli

I treni non esplodono di Ilaria Giannini e Federico Di Vita (Piano B 2016) racconta una storia accaduta poco più di 7 anni fa: alle 23.48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, che trasporta quattordici vagoni-cisterna carichi di Gpl, deraglia 400 metri dopo aver superato la stazione di Viareggio. Dei quattordici vagoni se ne squarcia soltanto uno, ma basta per annichilire la passerella che proprio in quel punto congiunge le due parti della città, devastare l’area adiacente a via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, e danneggiare gravemente la sede della Croce Verde sul lato opposto.

Le vittime sono trentadue: undici muoiono a causa dell’esplosione; ventuno per le conseguenze delle ustioni riportate. Su un centinaio di persone resteranno i segni tangibili di quella deflagrazione. Per chi non lo sa, morire o guarire di ustioni è una delle forme di sofferenza più atroci che si possano immaginare: giorni, settimane, mesi di dolore continuo, diffuso, con la morfina che non basta mai. Il corpo è privo della sua protezione primaria, viene bendato e sbendato ogni giorno, la pelle si stacca via e bisogna fare innesti con quella dei cadaveri per favorire l’attecchimento e la rinascita di nuovo tessuto; basta un nonnulla per scatenare un’infezione fatale.

Che sia chiaro: il motivo per cui descrivo ciò che devono sopportare i grandi ustionati prescinde dal gusto morboso per il particolare. La ragione è che in apparenza tutta questa vicenda e tutto questo dolore sembrano un tragico incidente, per cui parlarne servirebbe soprattutto a ricordare chi ha sofferto e le famiglie di coloro che non ci sono più. E invece la storia delle vicende che conducono ai fatti e quella dei fatti che sorgono da certe vicende non sempre coincidono: da una parte c’è un treno merci che deraglia, l’assile che cede, il vagone che si piega, l’indicatore della curvatura dei binari — un’asta metallica di norma presente su ogni curva ferroviaria — che proprio in quel punto perfora e trancia il rivestimento della cisterna, il gas propano liquido che si fa gassoso in presenza dell’atmosfera, spargendosi a macchia d’olio sui binari fino a insinuarsi lungo le strade antistanti e sotto le porte delle case per esplodere al primo innesco: basta una scintilla, è gas.

Dall’altra, ci sono le ragioni del profitto, i bilanci, i capitoli delle spese, gli investimenti sulla sicurezza, i tagli e l’analisi costi-benefici. Il groviglio è esattamente questo: una questione di definizione. Come si può chiamare incidente il risultato di una serie di fattori concatenati fra di loro. Parlare di effetto, esito, risultato o conseguenza sembrerebbe più corretto. Alcuni dicono che poteva andare peggio, ma anche questa frase è ingiusta, perché peggio di così non poteva andare. Peggio di così vanno le cose che succedono per caso, che per qualche motivo sarebbero potute non succedere.

Per questo serve anche sottolineare quanto e come si soffra: perché la strage di Viareggio non sarebbe dovuta accadere, e la differenza sta proprio nell’uso di un verbo al posto di un altro. Comincio a snocciolare dati: «[…] secondo le analisi effettuate dai periti incaricati dalla Procura di Lucca, l’assile 98331 quella notte si spezzò per una frattura causata dalla ruggine, che sarebbe dovuta saltar fuori nel corso di una normale manutenzione. Non siamo di fronte a un difetto di fabbricazione, altrimenti il pezzo non avrebbe retto trentacinque anni – visto che fu fabbricato nel 1974 in uno stabilimento di Babelsberg, nell’allora Repubblica Democratica Tedesca».

Continuo: « L’assile – di proprietà del colosso statunitense GATX, che solo in Europa possiede 20.000 carrozze – era stato sottoposto a manutenzione appena sette mesi prima, nel novembre del 2008, nell’Officina Junghental di Hannover. Perché non trovarono la cricca? Secondo i tecnici all’epoca la frattura doveva essere già abbastanza estesa: se l’asse fosse stato sverniciato e sabbiato, prima di venire controllato, la corrosione sarebbe risultata visibile a occhio nudo e in ogni caso non sarebbe potuta sfuggire a un esame a ultrasuoni». Ancora: «Nel febbraio 2009 il carro-cisterna era passato anche dall’Officina Cima di Bozzolo (Mantova), che si limitò a montare il pezzo, ancora una volta senza controllarlo con gli ultrasuoni: questa revisione, datata 2 marzo 2009, fu l’ultima occasione per togliere dalle rotaie un vagone ormai compromesso».

Si palesa in queste poche righe tratte dal capitolo finale del libro, intitolato Era come se i treni ci volessero avvertire, un sistema complesso di responsabilità che Ilaria Giannini e Federico di Vita ricostruiscono ben consapevoli di una cosa: «Lavorando a questo libro il più grande dei timori in cui ci siamo imbattuti — in grado di insinuarsi tra le pieghe di tutte le conversazioni — è stato la paura delle giustizia». Perché I treni non esplodono si compone di una serie di storie — così le chiamano i due autori, capaci di costruire una vera e propria narrazione collegando logicamente inchiesta e testimonianza — che conducono a quell’unico risultato rivelato sin dall’inizio: l’esplosione.

E sembra incredibile che si debba passare attraverso tanto dolore e tanta incredulità per arrivare a capire che chi lo chiama incidente e non strage è colpevole anche senza volerlo. Alla giustizia, quella che è uguale per tutti ma che fa pur paura, spetta il dovere di sancire chi siano i veri responsabili, anche di fronte a un uso corretto dei termini. Un processo è in corso, ma rischia la prescrizione. Pur tuttavia, c’è un questione ancora più importante che va al di là del corso della giustizia: è la ragione che spetta soltanto alle vittime, inviolabile e incontrovertibile: «A me non mi può dire nulla nessuno — dice Daniela Rombi, presidente dell’associazione Il mondo che vorrei e madre di Emanuela Menichetti, deceduta nel Reparto Grandi Ustionati di Cisanello, Pisa, a 21 anni —, perché comunque ho sempre ragione io. Io una figliola non ce l’ho più, quindi tutto il resto non mi interessa. Non ho avuto remore a dire quello che pensavo a nessuno, né al presidente della Regione, tantomeno al sindaco – figuriamoci. Ho trovato anche la maniera di parlare col presidente della Repubblica, nel 2011 all’Aquila, mi volevano fermare ma non l’hanno fatto perché hanno visto che altrimenti sarebbe successo del casino. Al presidente dissi due cose, la prima era perché avesse fatto cavaliere Moretti [Mauro Moretti, allora amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, ndr]. E stette zitto. Poi, era il 6 aprile, gli dissi che non doveva far passare la legge sul processo breve, rispose ma lei lo sa che io non posso intervenire. So che non può intervenire ma deve vigilare, guai se dovesse passare perché L’Aquila e Viareggio lo vogliono il processo, e lo devono avere».

Ancora il verbo dovere che fa la differenza.

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A sessant’anni da “Quarta generazione. La giovane poesia” https://minimaetmoralia.it/poesia/quarta-generazione-la-giovane-poesia/ https://minimaetmoralia.it/poesia/quarta-generazione-la-giovane-poesia/#respond Tue, 05 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26387 Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

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Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

L’operazione di Chiara ed Erba è fin dall’inizio orientata alla verifica di un’ipotesi: «Esiste la poesia dei giovani in Italia?». L’arrovellato dibattito che nasce intorno a tale domanda non si misura solo in termini editoriali, ma anche ideologici. Un supporto importante per la comprensione esatta di quello che accade è fornito oggi da Gli anni di Quarta Generazione, un corposo volume a cura di Serena Contini, con prefazione di Giorgio Luzzi, che completa l’edizione celebrativa dei sessant’anni dell’antologia di Chiara ed Erba. In esso sono riordinati i carteggi (all’incirca tutte le lettere raccolte coprono il decennio che va dal 1950 al 1960) tra i compilatori di Quarta generazione e Luciano Anceschi, allora direttore della collana che accoglie il florilegio e dove, soltanto due anni prima, erano usciti con la sua curatela i sei poeti di Linea lombarda.

Come si legge nella nota di Contini – e direttamente nell’apprensione con cui Erba scrive a Chiara – sappiamo che la rinuncia a scegliere definitivamente La giovane poesia fu il risultato di uno scontro con l’editore Schwarz, che aveva opzionato il titolo «per un’antologia in fase di pubblicazione, affidata a Salvatore Quasimodo, che però venne data alle stampe solo nel 1958 col titolo di La giovane poesia del dopoguerra». Se la questione su cosa si dovesse allora intendere per poesia “giovane” è da inserire entro il contesto di ridefinizione poetica e più generalmente culturale che caratterizza il dopoguerra, i criteri di selezione dell’antologia, in cui erano riuniti insieme trentatré poeti fra loro diversissimi – tra i quali Margherita Guidacci, Pier Paolo Pasolini, Bartolo Cattafi, David Maria Turoldo, Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Paolo Volponi, Giorgio Orelli, Rocco Scotellaro, Alda Merini, Nelo Risi, Elio Filippo Accrocca, Luciano Erba e Giorgio Orelli – restano l’espressione di scelte personali.

Le linee guida cui s’informa Quarta generazione sono infatti mantenute sul vago dai suoi curatori; sembra anzi che la prefazione di Chiara ed Erba eluda un indirizzo preciso: «Noi ci siamo limitati a prendere in considerazione alcuni fatti i quali possono dare ragione all’atteggiamento sospeso e dubitativo dei più anziani nei riguardi della giovane poesia. Ma siamo volutamente rimasti ai margini della questione».

Il solo indizio che possiamo reputare certo sono le date che limitano neppure troppo saldamente la «quarta generazione» proposta: 1945-1954. Si tratta, con alcune eccezioni più o meno rilevanti – tra cui quella di Pasolini, che pubblica le Poesia a Casarsa nel 1942 – dei nove anni in cui i poeti antologizzati esordiscono; l’arco temporale prescelto non ha perciò nulla a che spartire con una generazione definita soltanto su presupposti valoriali né tanto meno anagrafici, come risulta chiaro anche dall’ordine sparso in cui gli autori si susseguono all’interno del volume: «Quanto all’elencazione dei poeti – scrive Erba nel 1952 –, non ho idee chiare, per il momento. I pro e i contro per l’ordine di valore e quello di cronologia sono tanti […]». Non sussiste neppure una scelta motivata da principi di definizione di nuove correnti poetiche («Correnti di poesia» era stato un altro dei titoli proposti in extremis da Erba a Chiara). Si deve invece guardare alla continuità con Linea lombarda, di cui Quarta generazione antologizza ben quattro poeti su sei.

A conti fatti, e sulla base di un indice selettivo quanto mai eccentrico, è significativo che ad aprire l’antologia siano poeti come Umberto Bellintani e Vittorio Bodini, nati nello stesso anno di Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongiari. Altrettanto significativo, sul piano dei confronti e delle eccezioni, è che Vittorio Sereni, classe 1913, non sia incluso pur avendo pubblicato Frontiera nel 1941, ossia un anno prima delle poesie friulane di Pasolini, e Diario d’Algeria nel 1947. Un discorso simile si può fare anche nel caso in cui si voglia riflettere sull’assenza di Franco Fortini, che pubblica Foglio di via nel 1946. Dev’essere stato il riferimento esplicito all’esperienza della guerra ad aver portato all’esclusione di Sereni e Fortini (pur dovendo dispensare, nel caso del primo, Frontiera, forse legata troppo alle suggestioni dell’ermetismo).

La discussione dei rapporti tra poesia e storia è senz’altro la più urgente da risolvere: «[…] il ’45 non è stato – scrivono Chiara ed Erba nella prefazione – una data letteraria: come non lo fu il ’14, come non lo fu l’89 […]». La scelta dei curatori è dunque quella di fornire esempi di una poesia il cui merito consiste nell’«istintivo, quasi inconsapevole rifiuto di una nuova retorica in fieri». A distanza di sessant’anni dalla sua prima uscita, oltre a riconfermare il valore storico di quell’operazione, la ristampa di Quarta generazione rispecchia in modo fecondo un segmento temporale caratterizzato da una serie di discontinuità evidenti sul piano ideologico-culturale. Il bisogno di una ridefinizione si accompagna in quel frangente a una rimozione del trauma che sembra farsi più che mai necessaria: «Privata, e di tutti, è la storia dei poeti che si leggeranno in queste pagine».

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Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/ https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/#comments Tue, 15 Apr 2014 14:44:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19811 Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

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cattafi

Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

È fuor di dubbio che a vincere storicamente nei confronti del poeta è stata una certa ottusità, specie da parte di chi riconosceva nel cosiddetto «impegno» la sola ragione della poesia. Si tratta di una questione che, nonostante l’atteggiamento nonchalant spesso ostentato da Cattafi, lo ha preoccupato molto. Basta aprire i diari del poeta per averne la conferma. Dalle telefonate e dagli scambi riportati per iscritto in quelle pagine, si evincono con chiarezza le ragioni che sovente hanno portato a slittamenti significativi nella pubblicazione delle sue raccolte: da una parte, una certa ripetività tematica; dall’altra, l’assenza di «nuove problematiche». La mancata organicità di Cattafi come intellettuale è apparsa, in più di una circostanza, una colpa inespiabile, come se fosse stato necessario per lui dimostrare ciò che ad altri poeti non era stato chiesto di dimostrare. Il (pre)giudizio ha pesato anche sulla valutazione della sua lingua poetica, che è divenuta il luogo privilegiato di una riprova evidente: quella dell’assenza della storia.

Se pensiamo alla fitta trama di nomi della critica letteraria successiva al dopoguerra, spicca quello di Luigi Baldacci, che insieme a Vittorio Sereni e Giovanni Raboni, ha cercato sempre di evitare che la poesia di Cattafi finisse per essere vista soltanto come una germinazione dell’esperienza tardo-ermetica. Raboni, in particolare, ha discusso opportunamente la questione dei rapporti tra linguaggio poetico e storia nell’introduzione alle Poesie (1943-1979): «Altri autori della sua generazione potranno esserci sembrati, via via, più “attuali”, più ricettivi o tempestivi di Cattafi nel cogliere e registrare gli umori e i colori dell’epoca; ma nessuno, a mio parere, offre le stesse garanzie di durata o appare già adesso così inalterabilmente leggibile. Se esiste, come è probabile, un prezzo da pagare per figurare nell’immediato […] quali “interpreti” o “testimoni” del proprio tempo, credo proprio che Cattafi si sia sempre, con tranquilla alterigia, rifiutato di pagarlo; ciò che ha unicamente inteso e saputo interpretare (e testimoniare, e infaticabilmente ripetere) è il gesto essenziale, primordiale, la funzione primaria e […] “indisponibile” della poesia; e non è dunque il caso di sorprendersi se i suoi testi, col passare degli anni, sembrano acquistare in freschezza o addirittura in novità mentre quelli di autori suoi coetanei […] si asciugano e si screpolano sino a farsi inopinatamente indecifrabili e muti».

Il «prezzo da pagare», di cui parla Raboni, si riferisce senz’altro alla questione della militanza politica. Nonostante la riflessione critica negli ultimi dieci anni abbia fornito sempre maggiori indizi per un’analisi dell’opera di Cattafi che prescindesse dalla valutazione del suo impegno politico, per molto tempo ogni tentativo ufficiale di avvicinamento al poeta siciliano ha visto sopravvivere luoghi comuni, capaci di comprendere in una volta sola vizi ideologici, critici ed editoriali, per farli reagire nella formula esplosiva della scorrettezza.

Sul piano dei valori, è dunque importante chiedersi se certe ubbie ideologiche ancora oggi resistano e se il fraintendimento sostanziale riguardante i rapporti fra la poesia di Cattafi e la storia perduri. Per il fatto stesso di non riconoscersi negli indirizzi di un’ideologia dominante, Cattafi non ha neppure sentito il bisogno di vestire i panni dell’intellettuale engagé. Egli si è confrontatato casomai con la storia secondo una prospettiva tragica e individuale. In particolare, laddove il tema politico può dirsi esplicito, come nella sezione de L’aria secca del fuoco intitolata A dicembre Badoglio, «la piegatura politica di certe sue poesie» va intesa, come spiega Paolo Maccari, nei termini di una «riappropriazione totale non solo dei luoghi ma anche del “tempo” della sua giovinezza».

La strana congiunzione pregiudiziale venutasi a determinare storicamente tra un’indipendenza spesso confusa per qualunquismo destrorso e la svalutazione dell’opera di Cattafi sembra aver raggiunto adesso un punto critico. Considerando nel loro complesso questi ultimi trentacinque anni, la poesia di Cattafi ha subito l’azione di una forza uguale e contraria a quella propulsiva che ha agito sul poeta dopo la morte.

Partiamo proprio dal 1979: nel marzo di quell’anno Cattafi muore all’età di 57 anni. Al suo attivo si contano tredici raccolte poetiche e la prima edizione antologica delle sue poesie, a cura di Giovanni Raboni, nella collana Mondadori dello Specchio. Sempre nel marzo del 1979 Cattafi fa appena in tempo a vedere le bozze del suo ultimo libro pubblicato in vita, L’Allodola ottobrina. Siamo di fronte al compimento di un percorso segnato da una progressione creativa giudicata da molti ipertrofica, specie a partire dal 1972, quando Cattafi riprende a scrivere a distanza di otto anni dalla sua ultima raccolta, L’osso l’anima, del 1964. Dopo L’aria secca del fuoco, infatti, quello di Cattafi è stato un ritorno incessante alla poesia, concentrato e coerente, il quale ha portato, nell’alternarsi anche discontinuo dell’ispirazione, alla pubblicazione di altre quattro raccolte postume, più edizioni di pregio, alcune delle quali fuori commercio, come era già accaduto in vita.

Sembra appunto che questa serie di pubblicazioni non abbia prodotto una complessiva e più adeguata valutazione della sua opera; anzi, quelle pubblicazioni hanno condotto, al contrario, a una sorta di dispersione. Così, dopo l’antologia di Raboni del 1978, la quale ha fatalmente coinciso con l’esclusione di Cattafi dai Poeti del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo, è seguito soltanto un eco editoriale consumatosi nel giro di due decadi, con la prima pubblicazione e la conseguente ristampa di un Oscar Mondadori, Poesie (1943-1979), rispettivamente nel 1990 e nel 2001. Nel frattempo, come ha notato Raoul Bruni in un suo articolo apparso lo scorso settembre su «Alias», Cattafi è divenuto un autore underground e i suoi libri oggi circolano in rete a prezzi spesso esorbitanti.

Il vuoto lasciato da Cattafi nelle librerie e la promessa ormai frustrata di una nuova edizione dell’Oscar (che in ogni caso, nella sua veste tradizionale, vincolerebbe Cattafi alla stessa prospettiva critica degli anni Novanta, oltre che alla stessa selezione testuale) hanno fatto scatenare un caso. Tutto è cominciato a partire da una contromossa necessaria: quella di far circolare su Internet il nome di Cattafi attraverso la creazione di un sito web dedicato al poeta (www.bartolocattafi.it). Una nuova biografia, contenuti multimediali ormai finiti nel dimenticatoio, una bibliografia aggiornata delle opere e della critica, l’aggiunta della sua produzione grafica e la possibilità di scaricare i testi del poeta hanno voluto colmare un vuoto. Così, a partire dalla fine del 2011, il nome di Cattafi ha conosciuto un nuovo e progressivo riconoscimento attraverso la rete.

Ecco perché un volume completo e filologicamente attendibile delle poesie di Cattafi sarebbe adesso un atto dovuto oltre che sperato. Un’edizione critica definitiva completerebbe il lavoro compiuto on-line, evidenziando la complessità di un poeta che ha fatto i conti, sempre e solo a modo suo, con la storia. Tuttavia, in casa Mondadori, non sembra sentirsi per ora l’esigenza di un’operazione del genere. Qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi che ciò dipenda dal fatto che Cattafi è stato e rimane un «minore». Ma se è vero quello che si dice dei minori, ossia che sono utili alla comprensione della poesia perché riflettono lo spirito del loro tempo, allora Cattafi non appartiene assolutamente a quella schiera. Non obbedendo alle regole della militanza politica in virtù di una diversa comprensione della poesia rispetto al tempo storico, Cattafi ha quanto mai bisogno di essere riletto «approfittando» della distanza che si è venuta a creare rispetto ai tempi del cosidetto «impegno». Se il poeta siciliano è figura isolata nel panorama italiano del Novecento che attraversa e supera le due guerre, lo è in quanto rappresenta un unicum per visione ed approccio alla realtà. Inattuale, certo, ma come pochi sanno esserlo, proprio in virtù di una lingua poetica che ha reso sicura, per Baldacci, la sua sopravvivenza postuma.

Come auspicio per una maggiore attenzione e una più giusta collocazione del poeta entro il canone della poesia contemporanea, si ricordi quanto scritto da Carlo Bo proprio trentacinque anni fa, nel 1979: «Quando si tireranno le somme del libro della poesia del Novecento, a Cattafi spetterà un posto privilegiato e, ciò che più conta, ottenuto esclusivamente con le sue forze. Si vedrà che a volte vale assai di più una parola tesa all’assoluto che una fondata sul calcolo e su un’avvilente speculazione delle opportunità. Un caso unico, lo ripetiamo, e sarebbe giusto che tutti ormai lo riconoscessero».

Poesie:

Dal cuore della nave

Così è il sole divelto dallo zenit
corpo stanco in viaggio alla deriva
come la rosea memoria già lontana.
Puoi cogliere dal cuore della nave
alga e antracite, i fiori dell’abisso
gli occhi verdi del prato e del mare,
e qui in petto ho una macchia a sinistra
come di nafta che non lascia il golfo,
in più i simmetrici polmoni, ancora ansiosi e sudati,
quasi due gigli estivi.
Il nostro sangue nel gracile topo
come vibra impazzito, come un intimo uccello
un pensiero irreale
quando il cielo s’approssima e al battello
le campane s’inclinano nel freddo.

(Nel centro della mano, 1951) 

Partenza da Greenwich

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.
Troppe prede s’aggirano tra i fuochi
delle Isole, e navi al largo,
piene, panciute, buone
per essere abbordate dalla ciurma
sciamata ai Tropici
votata alla cattura
di sogni difficili, feroci.

(Partenza da Greenwich, 1955) 

Nel cerchio

Qui nel cerchio già chiuso
nel monotono giro delle cose
nella stanza sprangata eppure invasa
da una luce lontana di crepuscolo
può darsi nasca un’acqua ed una nebbia
il mare sconosciuto e il lido
dove per prima devi
imprimere il tuo piede
calando dalla nave
consueta, transfuga
che il rombo frastorna
in corsa nella mente,
lungo le belle curve di conchiglia.
Sarà prossimo il centro:
là s’appunta il nero
occhio, la nostra
perla di pece sempre in fiamme,
serrata tra le ciglia,
che per un attimo, in un battito ribelle
intacca il puro ovale dello zero.

(Le mosche del meriggio, 1958)

Qualcosa di preciso

Con un forte profilo,
secco, bello, scattante,
qualcosa di preciso
fatto d’acciaio o d’altro
che abbia fredde luci.
E là, sul filo della macchina, l’oltraggio
che più corrode e corrompe più s’oscura.
Un punto da chiarire, sangue
d’uomo, briciola
vile oppure grumo
perenne, blocco di coraggio.

(Qualcosa di preciso, 1961) 

Oggi

Oggi ignorando tutto
di questo giorno,
se d’Avvento o Passione,
ignorando i colori, le pianete,
m’inginocchio nella tua casa
sotto la tenda che portiamo ovunque
per aprirla per chiuderla a tua offesa,
aprirla ancora, nei boschi
in fuga, su secchi, su frangenti,
dal capolinea a un punto della corsa.
Non frugarmi, non chiedere.
Tu sai il perché d’un labbro
che tremando si sporge più dell’altro.
Accoglimi.
Assieme ai pesci sguazzanti all’ingrasso
nell’acqua del Giordano
nella tua conca di marmo,
ai due cani
ringhiosi clandestini
che baruffano nell’angolo più buio
della tua navata.

(L’osso l’anima, 1964) 

Andiamo

Aspettami. Un istante.

Appena il tempo di correre all’emporio

prima che chiuda

all’angolo di fronte.

Fuma leggi bevi

nel frattempo.

Una corda fiammiferi coltello

molti cibi in conserva

pistola con cartucce relative

coperte per i climi inospitali

cloro compresse

da sciogliere nell’acque perigliose

pillole per il cuore

una pila una bussola una mappa

bianca da colmare.

E talismani. Auguri per il cuore

per la noce del collo

l’anima la vita.

Sull’alto sgabello appollaiata

chiuse il giornale

strinse un po’ i ginocchi

che aveva divaricati

sorrise con la bocca

non con gli occhi.

Ti ho aspettato disse

Andiamo.

(L’osso l’anima, 1964) 

Niente 

È questo che porti arrotolato

con cura, piegato

in quattro, alla rinfusa

sgualcito spiegazzato

ficcato ovunque

negli angoli più oscuri.

niente da dichiarare

niente

devi dire niente.

Il doganiere non ti capirebbe.

La memoria è sempre un contrabbando.

(Inedito del periodo de L’osso, l’anima pubblicato da Paolo Maccari in appendice a Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Firenze, SEF, 2003).

(L’aria secca del fuoco, 1972)

Ribollono le acque

Ribollono le acque
tra Serbia e Croazia
esplosive come la molotov
minerale Radenska
nei sacri fiumi storici
tipo Tevere Senna Tamigi
di Serbia Slovenia Croazia
sussultano i pesci semiallesso
semicombusti dagli scoppi
niente invece ribolle
dove tutto è debole e depresso
se si può si dorme
all’ombra d’un albero macedone
in Montenegro ai piedi d’un macigno
le di solito fresche
acque salate di Dalmazia
ribollono d’orgoglio
se sparsi tra gli scogli spiccano
gli scacchi bianchi e rossi dei Croati…

Sono queste le imprese della Storia
le buone cose che sa combinare
lei che deforma comprime costringe
ad un amaro perverso coacervo
dissimili ed avversi
gatti cani accalappiacani
col collo chiuso nello stesso collare.

(L’aria secca del fuoco, 1972) 

Dovunque

A volte nel rifugio del mio angolo
credo di metterti in quel muro
o in quell’altro
che nell’angolo s’incontrano
mai invece potrò metterti in mostra
o coi modi invisibili del cuore
in un posto portarti
sei in me e dovunque
come un salnitro
da gran tempo abiti anche i muri.

(Il buio, 1973)

Proposta

Ora che siamo seduti tutti in giro
la mia proposta è di toglierci la faccia
e tagliarla a strisce
magari intesserla
farne una fresca stuoia
per il nostro riposo
lontano dal gioco delle parti
da una trama febbrile
tracciare i segni del vuoto e del silenzio.

(La discesa al trono, 1975)

La discesa al trono

Non è una pausa di riflessione
è un raccogliere forze
ed elemosine
seduti a sommo delle scale
prima d’intraprendere
la discesa al trono
e tutto profondere
al fondo roccioso
aspro inebriante della disperazione.

(La discesa al trono, 1975) 

A mio padre

Moristi nel marzo ventidue
non ti conobbi nacqui
quattro mesi dopo
per te lontano inerte sconosciuto
la mia pietà s’inceppa
un amore astratto
mi mette in moto fredde fantasie
parto dalle zone scure della foto
occhi baffi capelli color seppia.

(18 dediche, 1978)

A Elisabetta

Quando piange mia figlia
piccola mente informe
penso a fate sbranate
a nuvole squarciate
a un’accorata veggente.

(18 dediche, 1978)

Al momento giusto

Queste quattro cose quadrate
bigie sfilacciate di buon senso
vecchie di anni e anni
a mo’ di busta chiuse
con l’automatico
mettile a notte dove vuoi
da loro colerà miele selvatico
si muoveranno
semiasfissiate le locuste
urlerà terribile Giovanni.

Milano, La Madonnina, 22-23 gennaio 1979

(Oltre l’omega, 1980)

L’estinzione

In questo momento
la vespa è il nemico
uccidila
e non badare alla fine d’una specie
di strisce gialle e nere
d’ali membranose
d’ago velenoso
tutt’al più vuol dire che domani deserta
la buccia crespa delle mele mézze moriremo
dopo
meravigliosamente dopo la fine delle vespe.

(Chiromanzia d’inverno, 1986)

Nero su bianco

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca
bianca è la data
bianchi luogo ora
provenienza destinazione
perché percome
perché percome e quando
chino sulla mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.

(Segni, 1986) 

Tela

Accettati i tempi dell’attesa
le vele ancorate all’orizzonte
vennero a connettersi in concreto
il ripieno e l’ordito
a ciglio alzato
senza muovere dito
condannato a guardare
– sbattuto sotto il naso –
il petto congelato di Penelope.

25 gennaio – 6 febbraio 1972

(Occhio e oggetto precisi, 1999)

Simùn

Come un arabo dall’occhio obliquo
calore di fuoco
libidini caprine
dopo un lungo raid di rapina
hai staccato l’alone dalla luna
barracano in un angolo afflosciato
tenti con rabbia
di riprendere lena
spingere il cammello nella cruna
succhiando menta radici pimenti
fantasie
mulinelli torbidi di sabbia.

(Simùn, 2004)

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di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

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(Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

Collezionare, infatti, riduce ogni acquisizione a un feticismo delle forme: dei libri, dice Benjamin, citando Anatole France, «la sola conoscenza certa è quella dell’anno di pubblicazione e della forma […]». Anche l’incompresione più profonda sembra però avere un senso; esso, per quanto radicale, si rivela soltanto alla fine o, sarebbe meglio dire, con la fine: di fronte alla scomparsa di colui che ha desiderato. Solo allora sarà possible comprendere la necessità di un possesso altrimenti incomprensibile: nei libri che sopravvivono al collezionista rinvenire la sua intera esistenza.

È certo che oggi, a poco più di ottant’anni di distanza dalle considerazioni di Benjamin, il collezionismo potrebbe davvero assumere significati sempre più radicali, specie di fronte alla paura che sia il libro a scomparire, soppiantato da una nuova forma di fruibilità dei contenuti: quella della pagina elettronica, con la sua natura virtuale e intangibile. Siamo così di fronte a una prospettiva completamente antitetica: alla necessaria scomparsa del collezionista si è sostituito adesso il presentimento che sia il libro a dover affrontare questo destino prima ancora di essere posseduto. La diffusione su ampia scala di Internet e lo sviluppo di connessioni sempre più veloci nel trasporto di una mole impressionante di dati stanno trasformando radicalmente il senso del possesso materiale dei libri, ridefinendo completamente anche un più sobrio concetto di conservazione.

È stata la lettura casuale di un articolo di Federico Guerrini del 14 settembre 2011 su La Stampa a determinare il click: sembra che i designer di Ikea abbiano deciso di ridimensionare «Billy», la loro storica libreria. Il titolo dell’articolo ha un che di apocalittico: L’Ikea si prepara alla fine del libro (di carta). La ragione è che «Billy», la più venduta e più tradizionale libreria del colosso scandinavo, non servirà più soltanto da contenitore di libri, ma come luogo di esposizione. In buona sostanza, quello che si era già iniziato a vedere da tempo sulle riviste di design e arredamento ha infine raggiunto il suo stadio più compiuto di massificazione. È allora vero che ci saranno più soprammobili e meno libri. Che la decisione di Ikea sia davvero imputabile alla rivoluzione del libro elettronico resta una questione aperta, ma nonostante le librerie si siano fatte un lifting dimensionale, ci saranno ancora tanto i libri che si comprano quanto i libri che si scaricano, così come ci saranno soluzioni ibride e marcatamente pleonastiche: i libri che si «mostrano», comprati magari dopo averli letti in formato elettronico, a conferma di un carattere sempre più vintage delle vecchie edizioni cartacee. Perché un fatto è certo: gli e-Book non stanno di necessità uccidendo il libro tradizionale.

Un caso molto significativo, riportato da Ernesto Ferrero in un intervento apparso sul Corriere delle sera del 16 giugno 2012, riguarda il collettivo bolognese Wu Ming, «i quali ormai da dieci anni sostengono che la disponibilità in Rete dei loro romanzi non solo non ha danneggiato le vendite in libreria dei medesimi titoli, ma le ha semmai favorite». Difficile dunque stabilire un trend: per adesso l’andamento conosce fluttuazioni continue perché la rivoluzione è appena avvenuta; anzi, sta ancora avvenendo: a un calo di acquisti materiali di un titolo o di un autore non corrisponde necessariamente l’aumento proporzionale dei loro download. La decisione di acquistare un libro piuttosto che un e-Reader è, in questa circostanza, una questione di scelta, di gusti, di punti di vista, del modo di essere di ognuno. Un fatto: grazie ai formati sempre più “leggeri” del materiale scaricabile, questi “lettori elettronici” contengono già in parte e conterranno sempre più in memoria il corrispettivo di intere biblioteche. Stiamo parlando di banche dati virtuali, in cui la questione dei contenuti si farà sempre più radicale; ma alla versatile capacità di immagazzinare informazioni corrisponderà il rischio, altrettanto concreto, di perderli. Ironia della sorte, il problema che si pone ai database odierni, nonostante sistemi sempre più sicuri ed efficienti di back-up, è ancora quello delle biblioteche del passato.

Oggi però, anche nel caso degli e-Reader, il rischio della scomparsa del libro, cartaceo o elettronico che sia, coincide paradossalmente con una sua sovrapproduzione, la stessa di cui si era già preoccupato, con incredibile acume, Giacomo Leopardi in alcune lucidissime pagine dello Zibaldone e che ha portato, non più tardi di trent’anni fa, alle prime discariche di libri a Lipsia, in Germania. E non è ancora tutto: in un recente volume di Robert Darnton, intitolato Il futuro del libro, apprendiamo che le biblioteche stesse sono da tempo costrette a una logica darwiniana di autoselezione, nel migliore dei casi cedendo e, nel peggiore, distruggendo ciclicamente i libri conservati sino a quel momento. Arriveremo allora allo sviluppo di una funzione di «discarica» degli e-Book? Una considerazione sulla produzione eccessiva o sulla presenza eccessiva di dati risulta più che mai significativa in un mondo «informato», oggi come mai prima, da tutta una serie di «economie del superfluo». Così la «riproducibilità» benjaminiana si fa acquisizione nostalgica di fronte al bisogno di una più moderna «riciclicità» dell’opera d’arte.

È facile capire che a mancare dalle librerie, ma non a scomparire, saranno le edizioni con note e apparati, le curatele di studiosi che hanno passato la vita a cogliere il senso di un singolo autore o di una singola opera. Vi saranno allora vie preferenziali di acquisizione di versioni cartacee per biblioteche e istituti di ricerca. Ad aumentare in libreria saranno invece le edizioni fatte per essere abbandonate non appena lette, se non addirittura nel mentre; edizioni a basso prezzo, messe insieme con un po’ di colla e carta riciclata. Il libro si consumerà quindi a mo’ di fast book: un morso e via, tutto nel cestino. Ma come stanno reagendo i vecchi editori a questi nuovi “lettori”? Da parte loro, le grande case editrici, proprio attraverso i punti vendita deputati al cartaceo, non possono non sostenere la convenienza di una scelta a favore degli e-Book, specie se non vogliono fare una brutta fine. Basta ricordare la notizia riportata dal Wall Street Journal il 20 luglio 2011 sul fallimento della seconda catena di librerie più grande degli Stati Uniti, la Borders Group Inc.

Alcune delle osservazioni riportate in quell’articolo sono significative. Come chiarisce Lorraine Shanley, consulente per Market Partners International, seppure in libreria gli spazi riservati al libro si stiano sempre più riducendo a favore degli e-Reader, «bookstores are needed to create excitement even though the final transaction may be digital». Possiamo inferire che la scomparsa del libro potrà esser scongiurata dal semplice fatto che esso rappresenta uno stimolo per il compratore, dal suo utilizzo come libro-manichino, dato che l’abito di sfogliare pagine in libreria, pur senza acquisto, è da considerarsi un costume sociale. Di contro, la diminuzione del numero di volumi da stampare o da “tenere” in libreria ha già avuto un impatto sulla produzione di nuovi libri e dunque sugli autori, i quali stanno perdendo uno spazio che apparteneva loro, non soltanto in termini di promozione. Sembra davvero un circolo ostinatamente vizioso, al quale si aggiunge il fatto che la vendita del libro cartaceo è “osteggiata” oggi, se così si può dire, dalla concorrenza di siti come Amazon o eBay, in cui anche i privati rimettono in circolazione i propri acquisti in modo conveniente. E i piccoli librai? Diventeranno sempre e soltanto più piccoli? Intorno a loro si organizzeranno gruppi di nostalgici bibliofili, con tutto il carico delle loro “perversioni” post-benjaminiane? Questa previsione potrebbe rivelarsi sbagliata. La verità è che risulta davvero difficile confrontare la situazione del libro di oggi a quelle del passato. Se pensiamo ad alcuni precedenti importanti, il pericolo della scomparsa del libro c’è già stato, o almeno c’è stato il clamore intorno alla sua possible scomparsa. Mi viene in mente il lancio degli audiobook, che hanno avuto un discreto seguito, specie tra dottorandi e joggers americani, negli anni Ottanta e Novanta, e che qualcuno ancora adesso usa. Anche allora si è temuta la fine del cartaceo.

Oggi pare quasi incredibile ricordarlo. Col senno di poi possiamo concludere facilmente che l’ausilio di un mangiacassette o di un lettore compact disc non ha mai assunto in passato quel grado di dipendenza avuto dai laptop e dai tablet odierni. Eppure, ancora ignari di quello che Internet sarebbe diventato, la paura di allora sembrava del tutto motivata. Siamo sinceri: di scomparsa del libro si è parlato ancora e spesso, se non da sempre. Retrocediamo con calma. Imputati principali del Novecento: TV, cinema, carta stampata. Agli esordi del secolo scorso si discusse ampiamente dello stesso problema. Era l’epoca della Cronaca bizantina e della diffusione dei primi giornali. Allora la domanda era la seguente: il giornale ucciderà il libro? La pagina elettronica ha determinato una rivoluzione diversa da quelle precedenti per via dell’importanza assunta da Internet nella vita di tutti i giorni: scaricare un libro viene naturale come leggere una e-mail. La necessità di una connessione costante ha imposto alla lettura nuove strategie. Lo scambio odierno di dati scaricabili non è paragonabile a niente altro: anche i giornali e la musica sono finiti a vorticare nello stesso, identico maelstrom. La verità è che non siamo più di fronte a supporti diversi di uno stesso contenuto. Il libro è in questo caso sempre un libro: abbiamo ancora caratteri alfabetici che compongono titoli, paragrafi, capitoli; abbiamo pagine e numeri di pagine: abbiamo, dunque, “il libro.” È un po’ come aver “attraversato lo specchio.”

Le cose sembrano quelle di prima, ma non si comportano più come prima. Lo spazio ora è quello dello screen, la cadenza quella del touchpad, col contorno di application che caratterizza gli e-Reader, da Kindle a Nook, all’iPad: tutti sempre più sottili e portatili, efficienti e leggibili, belli e fragili, proprio come un libro. Parlando non troppo tempo fa con un amico di un mio lungo viaggio in auto nel sudovest degli Stati Uniti mi sono ritrovato ad ascoltare una storia che pareva uscita da una qualche pagina beatnik: per le strade del Colorado, poco più di dieci anni fa, un gruppo di roadtripper che su un furgone getta libri lungo il bordo della strada. Motivo? Alleggerire il carico, come su una mongolfiera, per via di una salita resa impossibile dal peso di cinque persone e da tutto il loro bagaglio. La zavorra? I libri: fu la prima cosa a cui pensarono. Quando chiesi al mio amico perché, lui alzò le spalle e sorrise: I don’t know, I guess they were not real books. Ecco il punto: i libri veri. Al di là del numero di volumi presenti su quel furgone e del loro impatto effettivo sul suo peso, l’immagine resta efficace. Se si fosse trattato dei libri veri ciò non sarebbe accaduto. Penso allora a quei libri gettati: edizioni paragonabili ai piatti di plastica con cui si fanno i rinfreschi, disse lui. Penso a certi libri di cui anch’io mi sono liberato, appartenenti alla famiglia dei disposable book. Mi rassicuro. Credo davvero che la scomparsa dei libri, come la comparsa degli e-Book, sia una questione del tutto virtuale.

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