Diego De Silva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/diego-de-silva/ un blog di approfondimento culturale Wed, 29 Jan 2025 10:58:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Diego De Silva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/diego-de-silva/ 32 32 La letteratura è inutile, ma ne abbiamo bisogno. Intervista a Diego De Silva https://minimaetmoralia.it/libri/la-letteratura-e-inutile-ma-ne-abbiamo-bisogno-intervista-a-diego-de-silva/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-letteratura-e-inutile-ma-ne-abbiamo-bisogno-intervista-a-diego-de-silva/#comments Wed, 29 Jan 2025 09:32:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54762 di Francesca Romana Cicolella “Questa è la meraviglia della letteratura: che è inutile. La letteratura non rende migliori, non nobilita, però io credo che chi ama la letteratura sa quanto è importante esprimersi, quanto le parole possano essere fondative di relazioni importanti e quanto possano essere distruttive se sono usate male”. Diego De Silva ha […]

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di Francesca Romana Cicolella

“Questa è la meraviglia della letteratura: che è inutile. La letteratura non rende migliori, non nobilita, però io credo che chi ama la letteratura sa quanto è importante esprimersi, quanto le parole possano essere fondative di relazioni importanti e quanto possano essere distruttive se sono usate male”. Diego De Silva ha scoperto tardi la letteratura. Ha cominciato a scrivere racconti che inviava in buste gialle imbottite quando internet non c’era e lui, da avvocato, frequentava solo grigie aule di tribunale.

In questa intervista, molti anni e libri pubblicati più tardi, reduce dal successo della serie televisiva sull’avvocato Malinconico, parla de “I titoli di coda di una vita insieme”, il suo ultimo romanzo edito Einaudi, ma anche del potere incredibile delle parole, di come si utilizzano per parlare di amore, separazione e vita vissuta.

Una coppia che si sta separando è protagonista de I titoli di coda di una vita insieme. Fosco e Alice, sposati da anni, condividono un figlio oramai maggiorenne, una casa, infiniti ricordi e tanta vita vissuta fianco a fianco. Ma qualcosa si rompe, allora l’amore lascia spazio a una scelta complicata e dolorosa. L’amore è un tema presente in molti tuoi libri. Qui, però, c’è la separazione, che sembra dire dell’amore molto più delle storie in cui due stanno insieme felicemente. Tu, durante una presentazione, hai detto che ritieni questo sia il tuo libro più importante. Perché? C’entra l’amore?

Questo è un libro molto importante perché ho cercato di oggettivare dal punto di vista linguistico quella che io ho definito “la sintassi dell’addio”, cioè il linguaggio – che si trasforma-  tra due persone che si sono amate e che si stanno lasciando. Parlo di quanto è difficile trovare le parole degne, dignitose e anche letterarie per potersi raccontare in uno dei momenti più difficili, dolorosi e complicati della vita. E poi è molto importante per me perché ho fatto i conti con un altro tema che mi stava molto a cuore che è il tradimento dell’infanzia: un senso di colpa che mi sono portato a lungo dietro e credo di aver risolto con questo libro. Io credo di aver tradito la mia infanzia e di essere venuto meno a delle cose importanti e a un certo punto di averlo fatto colpevolmente. E questa cosa mi ha fatto soffrire per molto tempo, però sono riuscito a risolverla con il mio lavoro. 

Già con i libri della serie dell’avvocato Malinconico i tuoi lettori si sono abituati a non leggere più un racconto in terza persona ma in prima persona. La prima persona consente, senza dubbio, di mettere su carta l’interiorità del personaggio, fa sentire il lettore più vicino alla storia. Ne I titoli di coda di una vita insieme le voci diventano addirittura due. A capitoli alterni Fosco e Alice raccontano la loro versione della storia, le loro sensazioni e la loro capacità, o incapacità, di fare i conti con questa fine. Mi sono chiesta, però, se per chi scrive non sia più difficile diventare il suo personaggio e scrivere con la sua voce rispetto a rimanere narratore esterno.

Bhe però scrivi in prima persona se sei spinto da un’esigenza di autenticità. Questa cosa, anche se è più violenta dal punto di vista psicologico, ti mette in contatto con ciò che intimamente senti e pensi. La cosa difficile è sempre dare parole ai sentimenti e alle esperienze. È molto difficile scegliere le parole per poter raccontare degnamente qualcosa che ci coinvolge nell’intimo. La prima persona sicuramente permette una maggiore immedesimazione e un rapporto riscontrabile con le parole, poi anche in terza si può fare la stessa cosa, però in questo caso siccome, come riportato dalla fascetta del libro, “l’amore non è una storia ma due”, io volevo proprio che questa storia fosse raccontata dalle voci in prima persona di Fosco e di Alice.

Sebbene in questo romanzo la separazione sia il tema centrale, nelle altre tue storie ci sono sempre state coppie che, sposati, amanti o fidanzati, smettono di stare insieme. Un elemento è però comune a tutti quelli che si separano: riescono sempre a mantenere un bel rapporto, a volersi bene anche dopo. Non è una cosa comune, anzi. Oggi, fuori e dentro i tribunali, gli ex tendono a scontrarsi, a parlare male gli uni degli altri e a cancellare brutalmente quello che c’è stato. Cosa ti spinge a raccontare solo di coppie che si lasciano bene? 

Perché il conflitto, soprattutto il conflitto tra persone che si sono amate veramente, che hanno scelto di fare un tratto del cammino della vita insieme e magari si sono illusi che sarebbe durato per sempre, – per il sempre della loro vita si intende – lo trovo volgare, una cafonata. E noi ci lasciamo spesso andare, anche io non sono immune da questo, anche io sicuramente nella mia vita sentimentale ho avuto momenti di volgarità e di cafonaggine però credo che sia un rischio di bassezze a cui possiamo prepararci, possiamo anche pensare che si possono evitare. Perché poi col tempo le cose di cattivo gusto ti fanno vergognare e non le ripeteresti, se sei una persona sensibile ovviamente. Se poi sei un cretino che se la lega al dito e vive di rancori – e ce ne sono di persone così – allora vuol dire che ti sta bene così e allora peggio per te. Però sono sicuro che quella gente lì non viva bene, non credo che chi vive di rancore, chi continua a fare stupide questioni di principio negli anni, poi sia una persona a cui quella vita piace, anzi credo che faccia una vita di merda.

C’è un momento in cui Alice dice che “Fosco è un sabotatore di emozioni, che poi è il lavoro della letteratura”. In questo tuo romanzo la letteratura ha un ruolo ancor più centrale e non solo perché Fosco è uno scrittore. Il protagonista sfrutta infatti la letteratura per parlare del suo passato, che poi è anche un po’ il tuo, per dare spessore alla sterile giurisprudenza e persino per dialogare con il figlio e dirgli della separazione. Ho l’impressione che ne I titoli di coda di una vita insieme la letteratura non sia solo mediatrice tra libro e lettore, ma anche tra i personaggi del libro. Come si fa a utilizzare la letteratura all’interno di una storia? Non è complicato, per uno scrittore, far capire a tutti quanto sia importante la letteratura?

Per me la letteratura è stata importantissima. Io, tra l’altro, l’ho scoperta anche abbastanza tardi, però per me è stata fondamentale. Il rapporto con la parola, con la misteriosità della parola, con l’inspiegabilità delle emozioni, con la complessità e incomprensibilità della vita. Tutte queste consapevolezze inutili. Questa è la meraviglia della letteratura: che è inutile. La mentalità utilitaristica per cui si fa una cosa per uno scopo, per poterne fare uso, l’idea che le cose devono servire, che poi è una concezione che molto spesso si trasferisce sulle persone, strumentalizzandole per servirsene, è una cosa davvero cafona. La letteratura è l’opposto, la letteratura non rende migliori, non nobilita, però io credo che chi ama la letteratura sa quanto è importante esprimersi, sa quanto le parole possano essere fondative di relazioni importanti e quanto possano essere distruttive se sono usate male, se non ti aiutano per esempio a capire quanto sono importanti i silenzi in una relazione interpersonale. La comunicazione vera tra persona è fatta anche di silenzi, però scegliere il momento in cui stare zitto è difficile. È una questione di gusto e questo, per esempio, la letteratura te lo dice. La letteratura vera eh, quella che questa roba qua te la dimostra e che ti insegna quanto sia importante lavorare sulla complessità del rapporto con la parola, cioè non parlare a vanvera e non limitarsi solo a usare dei linguaggi indicativi per cui la realtà è solo un fatto oggettuale o oggettivabile, c’è altro. La realtà oggettiva non è soltanto l’oggetto, negli oggetti c’è qualcosa che rimanda ad altro, al tempo che è passato. Pensa a cosa c’è in una casa, a quanto possa parlare un divano, un letto, una credenza, un servizio di piatti. Se tu li sai guardare senti che c’è una vita che c’è passata sopra, persone che hanno mangiato in quei piatti per decenni. Uno se ne può anche fottere e dire “vabè, è un piatto e ci mangio”. Però uno che ama la letteratura anche solo in quel piatto ci vede altro.

Non solo gli oggetti, anche i luoghi della letteratura sono importanti. Sul tuo ultimo romanzo, per esempio, ci sarebbe moltissimo da dire sulla casa di Cavaliere, il paesino in cui Fosco ha passato le estati in infanzia e in cui decide di tornare con Alice proprio mentre si stanno separando. Qui riaffiorano ricordi ed emozioni ed è netta la sensazione che ogni luogo in cui le cose accadono, dentro e fuori i romanzi, abbia un’enorme importanza.

Ecco, quella è la parte più importante del romanzo. Quello è il tradimento della mia infanzia. Anche perché scrivendo mi sono accorto che il tradimento dell’infanzia e la separazione di Fosco e Alice diventavano la stessa cosa. Fosco accetta la perdita dell’infanzia e il senso di colpa allo stesso modo in cui accetta la separazione, la fine del suo matrimonio, e sa che queste due mancanze faranno sempre parte di lui, sono la stessa cosa.

E soprattutto sono necessarie.

Per lui, cioè per me sicuramente. Io, ad esempio, ho perso mio fratello da poco e mi rendo conto che se questa mancanza non fa parte di me, non mi costituisce intimamente, io non potrò superare la perdita. 

Le parole della letteratura, allora, sono anche quelle giuste per raccontare il dolore. Anche, ad esempio, quello di una malattia.

Il racconto della malattia, altra esperienza che ti appartiene personalmente, è presente nei romanzi di Malinconico. Ne I titoli di coda di una vita insieme, invece, Fosco dice al figlio della separazione con sua madre utilizzando le stesse parole che tu, nella realtà, hai utilizzato con tua figlia per dirle della tua malattia. Ma è difficilissimo trovare le parole giuste per dire del dolore, molto più complesso che raccontare di felicità. Come si scelgono, quindi, le parole giuste per raccontare qualcosa che fa male?

Le parole sono fondamentali. È quello che sottolineo anche quando parlo della incapacità del linguaggio giuridico di raccontare la separazione. Tu in quel momento ti affidi alla legge perché è quella l’istituzione deputata, ti devi riconoscere all’interno di uno stato che è lì a certificare un’unione, il che è già ridicolo se ci pensi. Perché è lo stato che deve dirmi che sto facendo bene e devo regimentarmi alle sue regole per il rapporto d’amore con la donna che sto sposando? È folle e da imbecilli. Non solo, la stessa cosa succede nella fine. Devo sottopormi per la seconda volta alla parola di uno stato che deve dirmi come mi devo comportare, che cosa devo fare o non fare, dove devo vivere, a chi vengono affidati i figli ecc. Una follia. E poi sono anche cose inevitabili, se sei nel patto sociale devi rispettare questa roba qua ma è una cosa che se uno ci pensa razionalmente è insopportabile e osceno. Il linguaggio che la legge utilizza in queste occasioni, a proposito di scelta delle parole, a chi pratica la legge non interessa, vieni trattato come una pratica.

Quello di cui invece in certi momenti abbiamo bisogno è proprio la letteratura, la scelta delle parole. Perché nessun vero scrittore butta le parole così. Un vero scrittore ha paura delle parole, si lascia aggredire dalle parole, da quelle che tradiscono, che tirano fuori le emozioni. È tutto lì, nei momenti più importanti noi abbiamo bisogno di questo, non di diritto, di tribunali, di faldoni, di uffici grigi e schifosi.

Pensando all’azione salvifica della letteratura è facile rifarsi ad un’altra caratteristica fondante della tua letteratura: l’umorismo. In ogni tuo scritto c’è una cifra umoristica che contraddistingue i personaggi e che rende le storie, anche le più complesse, godibili e comprensibili fino in fondo. Con l’umorismo arrivi al fondo delle cose e anche a tutti. Eppure, in Italia ma forse accade anche altrove, la scrittura di stampo umoristico viene spesso declassata come solamente leggera. Quanto è importante, invece, saper dire le cose utilizzando l’umorismo? 

La letteratura umoristica non lo comprendono gli ignoranti, i cretini. Non lo comprendono quelli che non sanno cosa sia la letteratura. Basterebbe leggere Martin Amis, Mark Fisher, Woody Allen per capire che è impossibile pensare che una cosa che fa ridere sia solo stupida. Anche perchè non stiamo parlando di cinepanettoni ma di letteratura. “Il giovane Holden”, per esempio, ti fa ridere dalla prima all’ultima pagina, qualcuno vuol mettere in discussione l’importanza letteraria di questa opera superlativa?

Allora Malinconico? Non è forse letteratura? Io lì dentro ci ho messo anni e tutta la mia esperienza, la mia sensazione di disagio, di imbarazzo e fallimento in quel mondo e non sanno cosa dicono quelli che credono quella non sia letteratura. Se, altro esempio, vedi Manhattan di Woody Allen ci trovi amore, tradimento, senso di colpa, il rimorso, la rimozione, l’amicizia. Ti pare poco?

E poi, azzeccala una frase che fa ridere: è difficilissimo. Ed è una cosa vera in tutti i campi. L’attore più bravo è quello che sa far ridere. Far ridere è molto più difficile che far piangere. Il registro drammatico è molto più semplice di quello comico. Un vero comedian è molto più bravo di un attore esclusivamente drammatico. Ridere di qualcosa significa trovarla vera. Facci caso, se leggi una cosa che ti fa ridere istintivamente dici “è vero!”. Allora la verità è ridicola?

Vorrei chiedere a chi sminuisce umorismo e comicità di far ridere. Ma non lo sanno fare, allora si incazzano con chi fa ridere la gente. È una forma di pettegolezzo paraletterario.

Hai detto molte volte che c’è una persona che ha contribuito moltissimo al tuo percorso nel campo della letteratura ed è Giuseppe Pontiggia, che tra l’altro ha per primo scoperto il tuo talento. Quanto conta, in questo campo ma non solo, trovare e avere qualcuno che abbia la capacità di dirti cosa sai e puoi fare e cosa no?

Per me il riscontro intellettuale è stato importantissimo. Soprattutto quando inizi e in quei momenti ti senti solo. Tu pensa che quando ho cominciato a scrivere non c’era neanche internet, scrivevo i miei raccontini e li mettevo nelle buste imbottite. Vengo da un mondo sorpassato.

Per me il riferimento, lo scambio culturale, il confronto sono fondamentali. Da sempre la letteratura è fatta di questo. Anche di confronto tra ciò che tu fai e ciò che fa un collega. Lo scambio intellettuale per me è stato fondamentale.

Quali sono gli scrittori che pensi abbiano influenzato di più il tuo modo di scrivere o che, in generale, sono i tuoi preferiti?

Javier Marìas, Agota Kristof, Bret Easton Ellis. Ci metterei anche Salinger. Poi ho amato tantissimo Moravia, la Morante, Parise, Calvino. Altro scrittore che amo pazzamente è John Maxwell Coetzee. Un libro in particolare è un capolavoro assoluto e si chiama Vergogna, libro di una bellezza inspiegabile.

Lasciamo per un attimo i libri e accendiamo la televisione. La serie Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso, tratta dai tuoi romanzi che raccontano le avventure e la vita dell’avvocato Malinconico, ha avuto, a ragion veduta, enorme successo. Senza contare che siamo riusciti a dare un volto a Vincenzo Malinconico grazie all’interpretazione di Massimiliano Gallo. 

Anche io! Non sapevo come era.

Quando è stato deciso di trasformare la vita di Vincenzo Malinconico in una fiction Rai hai avuto paura che la tv potesse sminuire il libro? 

Assolutamente no, anche perché io le ho scritte tutte le serie, sono stato coordinatore del gruppo di sceneggiatura. Poi ho avuto la gran fortuna di beccare un attore perfetto. Siccome io non faccio mai le descrizioni dei miei personaggi, non sapevo come fosse fisicamente Vincenzo Malinconico. Quando ho incontrato Massimiliano Gallo, che teneva tantissimo a questo ruolo e lo ha voluto fortemente, ho pensato “ci siamo!”. E quando ci siamo messi a lavoro lui ha talmente fagocitato il personaggio da farlo diventare una parte di sé. Sono realmente soddisfatto del risultato.

Lo sei anche dei risultati cinematografici degli altri tuoi libri?

Si, sono stato abbastanza fortunato. Ho avuto sempre trasposizioni quantomeno dignitose.

“Certi bambini” rimane ancora oggi un prodotto bellissimo.

Recentemente poi Stefano Incerti ha fatto un altro film tratto da un mio libro, che si chiama “Voglio guardare” ed è venuto benissimo. L’ho visto poco fa, è pronto da poco e sarà al cinema, spero con una distribuzione il più ampia possibile.

Quali sono i prossimi progetti in cantiere?

Portiamo Malinconico a teatro. Stiamo preparando lo spettacolo, che è prodotto dal Teatro Diana di Napoli. Poi, portato a termine il tour di presentazione dell’ultimo romanzo, lavorerò anche al prossimo romanzo, un altro Malinconico.

Malinconico a teatro sarà sempre Massimiliano Gallo?

Assolutissimamente si, chi altro vuoi che ci sia? Sarà uno spettacolo molto concentrato su di lui.

 

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Il Cinghiale che uccise Liberty Valance https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cinghiale-che-uccise-liberty-valance-giordano-meacci/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cinghiale-che-uccise-liberty-valance-giordano-meacci/#comments Tue, 15 Mar 2016 07:24:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30278 È in libreria Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, il primo romanzo di Giordano Meacci (minimum fax). Ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due appuntamenti: domani, mercoledì 16 marzo, Giordano Meacci è alle 21 al Circolo dei lettori di Torino con Giorgio GianottoAlessandro Borghi; domenica 20 marzo alle 20 l’autore sarà a Libri come all’Auditorium Parco della Musica di Roma con Diego De Silva e Francesca Serafini (Spazio Garage - Officina 3). (Immagine: dettaglio dell'illustrazione di copertina - Riccardo Falcinelli)

17 luglio 1999

Il vento, lo scirocco puntiglioso e affannato

che sbatàcchia le cime dei cipressi come se volesse cercare di tirargli fuori un qualche tuùng di campana a morto, quasi scavando punta per punta per sottrarre ai pennelli il calore verde di un’ottava inferiore – o di una terza maggiore – che invece il poco spessore ritratta: e intanto alleggerisce lo stridore del fruscio verso i toni nylon dello sfregamento, a ogni oscillazione; il vento, una danza a vortici che da sud-sudest spàzzola via gli aghi di pino insieme con i folletti brumosi e storditi dall’afa del primo pomeriggio, sembra spaccare l’argine del Nardile come in un riflesso di Henry Fox Talbot appena fissato dall’ultima luce: il piano verticale sull’orizzonte di sassi della proiezione, ingiallito di spighe di mais, e di farina di granturco, il paesaggio dilavato di castano e di ecru, la terracotta del sole sbiadita nell’esplosione trasparente dell’acido e nei rossi vanificati dal solfito di sodio. E poi sotto, più sotto: la cenere febbricitante dell’argento quando smette di valere per eccesso di quotidianità.

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È in libreria Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, il primo romanzo di Giordano Meacci (minimum fax). Ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due appuntamenti: domani, mercoledì 16 marzo, Giordano Meacci è alle 21 al Circolo dei lettori di Torino con Giorgio GianottoAlessandro Borghi; domenica 20 marzo alle 20 l’autore sarà a Libri come all’Auditorium Parco della Musica di Roma con Diego De Silva e Francesca Serafini (Spazio Garage – Officina 3). (Immagine: dettaglio dell’illustrazione di copertina – Riccardo Falcinelli)

17 luglio 1999

Il vento, lo scirocco puntiglioso e affannato

che sbatàcchia le cime dei cipressi come se volesse cercare di tirargli fuori un qualche tuùng di campana a morto, quasi scavando punta per punta per sottrarre ai pennelli il calore verde di un’ottava inferiore – o di una terza maggiore – che invece il poco spessore ritratta: e intanto alleggerisce lo stridore del fruscio verso i toni nylon dello sfregamento, a ogni oscillazione; il vento, una danza a vortici che da sud-sudest spàzzola via gli aghi di pino insieme con i folletti brumosi e storditi dall’afa del primo pomeriggio, sembra spaccare l’argine del Nardile come in un riflesso di Henry Fox Talbot appena fissato dall’ultima luce: il piano verticale sull’orizzonte di sassi della proiezione, ingiallito di spighe di mais, e di farina di granturco, il paesaggio dilavato di castano e di ecru, la terracotta del sole sbiadita nell’esplosione trasparente dell’acido e nei rossi vanificati dal solfito di sodio. E poi sotto, più sotto: la cenere febbricitante dell’argento quando smette di valere per eccesso di quotidianità.

Lui, Amedeo, suda nel fresco di lana grigio; è la seconda volta che lo indossa: è il primo a sinistra, la parte stretta dell’esagono irregolare che La contiene. Lei, Agnese. Lui è il lato obliquo minimo del trapezio: sente alla spalla destra un dolore umido che gli s’allarga senzatregua; e che gli formìcola zampate di bruciore diffuso tra la scapola e la piccola chiave dello sterno, tutta una pianura muscolare che lo costringe a una tensione costante, e innaturale, le mani che cercano di incollarsi e fare presa a ogni passo sul legno di ciliegio, mentre dietro di lui Marcello lo incalza, pantaloni cachi e maglietta rossa a maniche lunghe, l’asse sguincio che si muove e cammina con loro a passi lenti e cadenzati, il destro con il destro, il sinistro con il sinistro: il rumore ovattato delle superga incongrue di Marcello; lo squittìo di cuoio delle sue scarpe inglesi, chiuse nella scatola di cartone da almeno due anni e mezzo, dal gennaio del matrimonio della Lena, e di Ottavio: e ritrovate apposta quella mattina a fare da concerto al vestito grigio e alla cravatta bordeaux, sua moglie a chiedergli conto di tanta premura e rispetto, «che non ce l’hai avuto e manco pe’ i’ mmi babbo bellomorto», lui a stordirsi a furia di repliche di «Bella, perfavore, cazzo» a ogni attacco mormorato di lei, Andrea ad ascoltarli nell’altra stanza senza farsi vedere; questo, lui, Amedeo, lo sapeva benissimo.

Un figlio troppo intelligente è una condanna da patire anno per anno fino alla vecchiaia, le delusioni inferte a galleggiare su ogni sguardo ricambiato, nessun rispetto da regalare né esperienza da concedere al tempo che si ripete su sé stesso.

«Bella non rompere i coglioni stamattina», le aveva detto lui, i lacci neri delle scarpe infiocchettati come dovesse regalarle a qualcuno dopo averle conservate, gelosamente, insieme con i filodiscozia che s’impiantavano sul bordo arrotondato dello sperone. «Stamattina niente cazzate».

Lei l’aveva smessa, incredibilmente. L’aveva lasciato davanti allo specchio grande dell’armadio; s’era portata con sé i vestiti di cotone, leggeri – le sfumature slavate del malva della camicia, il rigore crema della gonna, lunga – e se n’era andata in bagno; in silenzio. La pesantezza dei rumori l’aveva assalito come il to-toc di un coperchio che si assesta. Il legno della tavoletta che sbatteva contro le piastrelle, il sedersi di lei con stizza contenuta, lo scroscio di urina che raggiungeva l’acqua in un ribollire torbido di umori lasciati andare, lo strappo ancillare della carta igienica e il successivo tentennare della seggetta sulla ceramica bianca del water. Tutti i rumori amplificati dalla cassa di risonanza del silenzio di lei come se le orecchie di Amedeo si fossero fatte, d’improvviso, cartilagine di lupo mannaro. Una regressione alla ferinità scoperta delle angosce pregrammaticali del dolore.

Che l’aveva lasciato definitivamente solo, e perduto, a fissare senza vederla la sua sagoma in vestito grigio; il naso aquilino appoggiato sul labbro superiore – rosaceo, pallido come le palpebre acquose di un cadavere conosciuto da vivo e amato troppo poco per reggerne il ricordo – il rossore chiazzato della rasatura, i capelli cortissimi, una spazzola definita da cui i quarant’anni in agguato estraevano già una dose massiccia di bianco e di grigio sparso, puntiforme: il làscito della giovinezza che spiazzava il tempo a venire con una promessa di inverni parziali sottocute.

Il mento divaricato dei Bui, la fossetta sulla bazza che s’era incisa come un destino mendeliano su suo nonno, e su suo padre, prima di lui: e che però aveva tralasciato colpevolmente Andrea; la penetranza perduta dei Bui che s’era resa mandibola liscia e a suo modo banalizzata, pensava Amedeo tutte le volte che si dedicava al viso di suo figlio, un altro tratto nascosto tra i geni che sarebbe, probabilmente, ritornato in suo nipote, nel figlio – nella figlia – di Andrea.

Era stato lo scroscio a cascata dello sciacquone a definirgli con esattezza gli occhi, nello specchio. Il grigio striato di luce che s’era accasciato, alla fine, nella spossatezza disadorna di un lutto che non prevedeva di accettare. Sua moglie era uscita dal bagno già truccata, un alone di Hypnotic Poison Dior a spandersi a macchia d’aria.

«Si va?», gli aveva chiesto. Aiutato dalla luce curva dello specchio lui le aveva fissato il rigonfio violaceo dei seni.
«… Ti sei incantato?»

Finché lei non aveva distolto lo sguardo uscendo dal campo minato dei bordi dello specchio grande, e s’era persa di nuovo oltremondo, di là dai riflessi che lo spazio non riesce a cogliere nemmeno quando vengono guardati. Lui l’aveva cercata, muovendosi piano verso destra per riportarla, di schiena, nell’angolo concavo dello specchio, i capelli rossi raccolti sulla nuca, un accenno di sudore sotto l’ascella sinistra alle prese con lo chignon; la mano che arrotola i capelli e incastra l’asticella torta del fermaglio.

Vista dall’alto, la torsione laterale del serpente di persone che s’insinua, torrentizia, tra le curve della collina è un brulicare leggero e smanioso dei frammenti che la compongono e la condizionano: gran parte del paese che si muove al séguito di don Sebastiano, in punta di funerale: e appena dietro di lui il quartetto incongruo di Amedeo, Marcello dei Giacchetti, Mauro; e il vecchio Donato: ognuno uno sforzo differente sul viso, l’atteggiamento richiesto dalle attese emotive dei corsignanesi, mentre il vento riscrive i confini degli abiti — con una forza quasi sconosciuta ai pomeriggi di luglio dell’ultimo secolo, almeno stando a quello che si comincia a mormorare tra le file sparse e allungate della processione.

Un vento così, si continua a mormorare – i venticelli spersi della calunnia, il vento smargiasso che sciàbola il monte Arlecchino e arriva con la sua kilij di polvere e caldo sulle falde delle giacche, tra le pieghe di cotone delle magliette – un vento così non si vedeva (e poi «addìlla tutta, mai, mai così forte, madonnadiddìo», la voce dell’Argìla, in comunella standard con quella, più sgraziata e alta, della Norma dei Rosignoli, che conferma e rincàra) almeno almeno dal funerale della Telda dei Lucchesi, no? La Norma che risponde con un sì scontato del capo: un vento che allora – quanto? Venticinque? Trent’anni fa? Forse pure di più – allora era sembrato la conferma evidente e insindacabile dell’anima nera della Telda, visto anche il lavoro che faceva, giù, vìa, era quasi naturale che il vento «se la portasse all’inferno ancora prima dell’arrivo a’ ’i ccimitero…»: anche se poi – sempre addìlla tutta – nessuna famiglia, nella contabilità fantasma dei ricordi di paese, poteva dirsi privata delle capacità lavorative della Telda dei Lucchesi, la levatrice.

«Ché quello che si tira via in un modo, e’ si pò tirà ’vvìa anche in un altro, e’ si sa»: la brutale, infernale – questa sì, nei modi – spiegazione dell’Argìla alla su’ figlia quando – anche lei: la prima a ricordarsi del vento, in questo pomeriggio di luglio, le raffiche dello scirocco ad alzarle il foulard azzurro e oro in poliestere – anche lei, anche l’Argìla, votata alle bravure della Telda quando la Nunzia, la su’ figliola, nell’estate del Sessantadue, all’inizio d’agosto, aveva dovuto affidarsi alle cure ambulatoriali della mammana, il figlio dei Còlzari troppo stupido per pensarlo proseguibile in una qualche forma natale, «almeno no cco’ la mi’ figliola», aveva spiegato l’Argìla alla Telda, che aveva preso per mano la Nunzia e l’aveva fatta sdraiare sulla brandina da campo che la levatrice teneva accanto al letto matrimoniale, alto, i due materassi di crine poggiati a baldacchino: l’Argìla lì, ad accompagnare la figlia e a controllare che tutto fosse preciso e silenzioso, il caldo pressante dell’estate a imporre le medie record di quaranta e più gradi, mentre il corpo di Marilyn Monroe – proprio allora, in quel preciso momento chirurgico, solo a diecimila chilometri di distanza – traslocava in overdose da Brentwood alle terre sfitte (se poi si tratta di terre) dai cui confini, di solito (qualche caso chiacchierato a parte) non torna nessun viaggiatore.

Idrato di cloralio e quarantasette pasticche di nembutal, mentre la Telda trafficava con la chimica minore di una blanda anestesia locale e una versione corsignanese della cannula di Karman.

E venticinque, trent’anni prima, c’era stato appunto un vento gelido che aveva sradicato le querce a piè del monte, che aveva travolto la prima fascia – dieci, quindici metri di bosco – dell’Entrata, addirittura, in quella metà di gennaio del funerale di Matilde Lucchesi, detta Telda dall’intera Corsignano; la levatrice che – in quasi cinquant’anni di professione – aveva contribuito più o meno a una sorta di costante di Fidia tetradimensionale nel rapporto tra nascite e interruzioni di gravidanza clandestine — dopo: anche dopo gli anni Settanta e la ratifica referendaria della 194, essendo talvolta meno condivisibile la scelta plateale legale rispetto agli agi oscuri delle ratifiche paesane underground.

Ma se il vento della Telda era pienamente giustificato, questo scirocco qui, invece, è immotivato per l’Agnese degli Andreoli, la madre di Walter, la figliola di Osvaldo (ché i Malpighi e Salvo, soprattutto, erano poco nominati, da sempre: quasi una damnatio cognominis evitata dall’amore incondizionato per Walter che tutta Corsignano, istintivamente, nutriva): è questo che scuote tanto l’Argìla quanto la Norma sua complice di bisbìglio, entrambe alla ricerca di un’intuizione di malizia, un barlume imprevisto e sospeso che in qualche modo le illùmini, motivando la dicerìa, antichissima, delle raffiche d’accompagnamento funebre alle anime malvagie del paese.

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“Le cose belle” di Ferrente e Piperno è il miglior documentario dell’anno https://minimaetmoralia.it/cinema/le-cose-belle-di-ferrente-e-piperno/ https://minimaetmoralia.it/cinema/le-cose-belle-di-ferrente-e-piperno/#comments Thu, 06 Mar 2014 16:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19159 Pubblichiamo un'intervista di Camilla Ruggiero ad Agostino Ferrente, regista insieme a Giovanni Piperno del documentario Le cose belle vincitore del Doc/it Professional Award, del Premio del Pubblico Italiano, del Premio del Pubblico Europeo e del Premio Fake Factory. Questo pezzo è uscito su Kino Review, che ringraziamo.

di Camilla Ruggiero

È sorprendente quanto, in fin de conti, il film più riuscito ed emozionante di tutti sia la vita stessa, anche quando può sembrare sgraziata e continuamente offesa, come quella dei quattro protagonisti di questo meraviglioso film. Le cose belle è fatto di vita: quattordici anni di riprese per un’ora e mezza di destino. Parliamone con uno dei due autori, Agostino Ferrente che forse, proprio per la consapevolezza di aver maneggiato qualcosa di più grande di lui, è molto emozionato.

Le cose belle nasce dall’idea di riutilizzare materiale di un altro vostro film, 'Intervista a mia madre', in una chiave nuova e abbastanza inedita, almeno in Italia. Ci racconti di cosa tratta il primo film del 1999?

Sì, allora, il film tratta della vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Io e Giovanni Piperno, il coautore, li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città, Napoli, dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l’energia, la sensualità, la rassegnazione.

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Pubblichiamo un’intervista di Camilla Ruggiero ad Agostino Ferrente, regista insieme a Giovanni Piperno del documentario Le cose belle vincitore del Doc/it Professional Award, del Premio del Pubblico Italiano, del Premio del Pubblico Europeo e del Premio Fake Factory. Questo pezzo è uscito su Kino Review, che ringraziamo.

di Camilla Ruggiero

È sorprendente quanto, in fin de conti, il film più riuscito ed emozionante di tutti sia la vita stessa, anche quando può sembrare sgraziata e continuamente offesa, come quella dei quattro protagonisti di questo meraviglioso film. Le cose belle è fatto di vita: quattordici anni di riprese per un’ora e mezza di destino. Parliamone con uno dei due autori, Agostino Ferrente che forse, proprio per la consapevolezza di aver maneggiato qualcosa di più grande di lui, è molto emozionato.

Le cose belle nasce dall’idea di riutilizzare materiale di un altro vostro film, ‘Intervista a mia madre’, in una chiave nuova e abbastanza inedita, almeno in Italia. Ci racconti di cosa tratta il primo film del 1999?

Sì, allora, il film tratta della vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Io e Giovanni Piperno, il coautore, li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città, Napoli, dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l’energia, la sensualità, la rassegnazione. La relazione tra noi e loro fu improvvisa, straordinaria e intensissima. Inoltre li incontrammo in un periodo storico in cui la città sembrava guardare al futuro con ritrovata fiducia. E anche loro, Adele, Enzo, Fabio e Silvana, seppur armati di scaramantico disincanto, covavano legittime attese verso i giorni a venire. Di fatto tentammo di usare quel periodo per renderli più consapevoli della loro condizione esistenziale e, dove possibile, dare una mano nelle loro vite difficili.

Come vi è venuta l’idea per Le cose belle?

È un’idea che più o meno inconsciamente abbiamo sempre avuto. Io sono quello che l’ha spinta di più da sempre. Le quattro settimane di ripresa dedicate nel ’99 a quelle quattro vite ci sono sempre sembrate piuttosto poche e da allora ci è sempre rimasto il desiderio di poter approfondire di più. Anche perché quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro: il regista mette il suo film nelle mani dei suoi protagonisti e questi affidano al regista il racconto di una parte delle loro vite. Si crea un forte legame, diverso, forse, dall’amicizia o dall’amore, ma non meno profondo: per realizzare un documentario è necessaria una fiducia reciproca assoluta…

E quindi cosa è successo? Cosa vi ha spinto a continuare a filmarli?

Nel rispetto di tale fiducia che si era creata e che ci aveva legato indissolubilmente a loro, non abbiamo mai interrotto il legame. Anche dopo che Intervista a mia madre ebbe un bel successo, vincendo premi ed essendo trasmesso in tv in prima serata con record d’ascolto per un prodotto del genere. Anzi, forse anche alla luce di questo crebbe in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti. Pur avendo provato, nel tempo, ad aiutarli concretamente, il senso d’impotenza ci ha spinto a tornare a cercarli ancora. E già nel 2002, eravamo tornati a Napoli, dove, con Antonella Di Nocera, che fu indispensabile tre anni prima per trovare i protagonisti, realizzammo un laboratorio per insegnar loro a usare le telecamere da soli, e poi, ispirati dal loro girato e dai loro racconti, scrivemmo un trattamento per un film nel quale si mescolava realtà e messa in scena. Ma per motivi produttivi il progetto naufragò. Poi, dieci anni esatti dopo, cioè nel 2009, decidemmo di riprovare a concedere a loro e a noi stessi questa tanto desiderata seconda possibilità.

Come avete scoperto i quattro protagonisti Adele, Silvana, Enzo e Fabio e perché li avete scelti?

Arrivammo a Napoli in pieno agosto, durante l’eclissi solare. La città di giorno era deserta, non che fossero partiti tutti in villeggiatura, ma i più non rinunciavano a un tuffo, tra spiagge limitrofe e acquapark. Andammo anche lì a cercare i nostri potenziali protagonisti, o per strada, perché poi dopo il tramonto tutti tornavano a casa. Ne intervistammo un centinaio, senza preferenze di quartieri e classi sociali. Alla domanda ‘che lavoro vorresti fare da grande?’ tutti i maschi rispondevano ‘il calciatore’, le femmine ‘la modella’ (ancora non era stato lanciato il termine ‘velina’). I nostri quattro furono gli unici che dimostravano da subito di essere consapevoli che non sarebbero diventati calciatori o modelle… poi un estratto di quelle prime interviste fatte per il ‘casting’ finì in Intervista a mia madre e parte di quello è stato poi riutilizzato per Le cose belle.

Nell’immaginario di chi non è di Napoli, quando racconti le periferie, viene subito in mente la camorra, Scampia etc. etc.. Voi avete preferito che i vostri protagonisti non appartenessero a quel mondo, perché li avete scelti così?

Davvero non ci interessava speculare cinematograficamente sulla storia di ragazzi ormai incastrati nella criminalità, o di casi umani… storie così non era e non è difficile trovarne a Napoli. Probabilmente era quello che il nostro committente televisivo si aspettava. Infatti molti degli altri titoli inclusi nella nostra stessa serie, principalmente quelli realizzati dalla redazione interna, erano dedicati a storie di infanzia negata nel mondo, mostrando giovanissimi costretti a prostituirsi, a spacciare, ad usare le armi. Noi invece avevamo deciso di provare a raccontare storie nella norma, tipiche, provenienti da famiglie di media estrazione sociale. Storie della porta accanto, di ‘normale’ difficoltà economica, sociale e culturale.

Avete scelto quattro ragazzi normali, ma anche particolari…

Particolari perché potevano contare su un’arma in più per difendersi dalle tentazioni di scorciatoie spesso intraprese da familiari prossimi, e per provare a resistere in generale: la loro ‘bellezza’. E l’hanno usata qualche volta nuotando contro corrente, spesso lasciandosi trascinare pur di non affogare, ma sempre con dignità e onestà.

Qual è l’arco di tempo durante il quale li avete seguiti?

Tutto agosto ’99 e poi le nuove riprese sono avvenute, ovviamente non consecutivamente, nell’arco di quattro anni: dal 2009 a fine 2012 e mi sa che qualche fegatello l’abbiamo realizzato nel 2013.

E come è stato rintracciarli tanti anni dopo?

La nostra prima sensazione, anche se non era certo quello il nostro compito, fu quella di non essere riusciti a salvarli dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, sistematicamente delusa: le loro esistenze ci sembrarono ferme, cristallizzate, senza speranze di miglioramento. Questo ci creò un grande disagio che, non ti nascondo, ci fece anche venire mille dubbi sull’opportunità di continuare o lasciar perdere. Che poi in noi si mescolava il dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo. Anche grazie a Gomorra le immagini di una città e del suo popolo ostaggi dell’immondizia e del sistema di ecomafia che la gestiva, avevano fatto il giro del pianeta, e non c’era Tg italiano, trasmissione, giornale che non ne parlasse.  E ci venne il timore di ritrovarci anche noi su quel carro, col rischio di speculare…

Come avete fatto a proseguire e a superare il timore di speculare e il disagio di non poter fare nulla per loro?

Un po’ alla volta si sono affievoliti, fino a sparire, grazie alla loro forza vitale, all’indisponibilità ad arrendersi, alla dignità con cui cercavano di rimanere a galla. E se da una parte quegli sguardi disincantati ci sembravano la conferma di come il contesto sociale decide il destino delle persone, soprattutto in quegli ambienti, dall’altra, quegli stessi sguardi, ci comunicavano che sotto l’apparente immobilismo c’era un fermento, un sforzo, che andavano sostenuti, perché quei ragazzi dovevano cavarsela da soli, senza poter contare su alcun aiuto esterno. Voglio dire che dietro quegli sguardi  c’era la fine dell’innocenza e l’inizio di una consapevolezza che li metteva in pace con se stessi e gli conferiva quella forza vitale di cui parlavo prima, necessaria per resistere.

Nella parte ambientata ai giorni nostri accostate frammenti del ‘99 a quelli del 2009/12. Con un effetto molto poetico raccontate in un istante il destino dei personaggi, come se in quegli attimi la vita di quei bambini avesse già in nuce il loro destino.  Non vi ha turbato questa consapevolezza?

Io credo che questo tipo di consapevolezza valga per tutti noi, non solo per i protagonisti del nostro film. Ognuno di noi sin da piccolo mostra le proprie attitudini, poi si sa, quello che succederà dipende da tantissimi fattori: le proprie capacità, la propria determinazione, il caso… ma, inutile nasconderlo, direi che il fattore più importante è sempre stato, e ancora oggi rimane, il contesto sociale in cui si cresce, non basta avere il talento se poi nessuno ti aiuta a valorizzarlo.

Com’è stato per voi trovarvi di fronte a così tante risonanze tra il materiale del ‘99 e quello di oggi? Non vi ha fatto sentire di avere letteralmente ‘in mano’ le vite dei protagonisti?

In realtà noi non volevamo tirare un bilancio che peraltro sarebbe comunque prematuro alla loro età. La nostra intenzione era di provare a fotografare il tempo, che detta così sembra una cosa astratta e presuntuosa, ma è la verità. Il nostro film non voleva essere un esame che certificasse chi ce l’ha fatta e chi no: non ci siamo posti come i giudici di un talent show pronti a emettere la loro sentenza. Ci sembrava così riduttiva questa ipotesi per la quale c’è chi nella vita vince e chi perde. E allo stesso tempo in un’eventuale e così assurda ipotesi che titoli avremmo mai avuto noi per ergerci a giudici? Quindi no, non ci siamo mai sentiti di avere ‘in mano’ le loro vite e comunque, considerando il tempo che stiamo dedicando a questo film potremmo dire che noi pure abbiamo messo in mano a loro le nostre vite.  Ma come dicevo prima, nei documentari è così, quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro.

E loro come hanno reagito quando si sono visti ‘riassunti’ sullo schermo con tutti questi rimandi tra il passato e il presente? Qual è stata la reazione dei loro genitori, parenti e conoscenti?

Tutti si sono riconosciuti nel film, sia i quattro ragazzi che i loro familiari. Nessuno si è sentito tradito. Qualcuno si è commosso, per lo più hanno sorriso e talvolta riso.  I nostri quattro protagonisti sono molto intelligenti, e ormai consapevoli. Si sono rispecchiati sia nei punti dolenti che in quelli più divertenti della loro vita e del loro carattere. Ovviamente per noi è stato un grandissimo sollievo. Di fatto è come se avessero trasformato il loro film e tutto il tempo passato insieme in una sorta di ciclo di psicanalisi dove, se non altro, hanno trovato o ri-trovato la consapevolezza di se stessi e della loro vita, compreso l’ambiente che li circonda che li ha amati e ostacolati. Comunque ci hanno vissuti come una cosa bella e questo per noi è stato il premio più importante.

Nel film c’è una scena in cui Adele da piccola intervista la madre che le dice verità che non vorremmo sentire, che lei non è la figlia che avrebbe voluto. Anni dopo avete ripreso una scena in cui Adele si ribella a questa madre anaffettiva e poco protettiva.

Carmela, la mamma di Adele, è una bella persona, che si è trovata da sola a gestire un figlio che a dodici anni ha capito di non sentirsi a proprio agio nel corpo maschile che la natura gli aveva assegnato, e che già a quindici anni ha cominciato ad assumere ormoni femminili, cambiandosi il nome da Giovanni a Jessica. Questa storia ha spaccato la famiglia, il padre non ce l’ha fatta a reggerne il peso e l’ha scaricato tutto sulla madre che, dedicando tutte le sue energie a Jessica di fatto ha trascurato Adele, forse, considerandola meno fragile, forse sopravvalutando  la sua capacità di badare a se stessa, e stigmatizzando gli atteggiamenti che lei, di conseguenza, aveva assunto essendo cresciuta più in fretta: marinava la scuola, fumava e assumeva atteggiamenti aggressivi. Ma che la responsabilità sia parecchio anche sua Carmela l’ha sempre saputo, e questo è il significato delle sue lacrime quando, nello scontro a cui ti riferisci, Adele glielo rinfaccia.

Quelle due scene sono strettamente legate, sembrano una la conseguenza dell’altra a distanza di 12 anni, come è potuto accadere?

La tensione tra loro due c’è sempre stata, e già si percepiva nel ’99, quando però Adele aveva solo quattordici anni e Carmela era più ottimista sull’idea di poter gestire senza conseguenze la transessualità di Jessica che invece crescendo si è scontrata con inevitabili problemi di natura psicologia e lavorativa. È chiaro che diventando adulta e, madre lei stessa, Adele ha assunto maggiore consapevolezza dei propri problemi familiari, e la tensione tra lei e sua madre è diventata ancora più palpabile. Noi, volendola raccontare, ci siamo limitati a sollevare il coperchio, diciamo così, e farla venire fuori. È questo il mestiere del documentarista.

Un’altra coincidenza di cui volevo chiedervi delucidazioni. A un tratto Enzo incontra la madre di Fabio dopo 12 anni ed è l’occasione per i due ragazzi di rivedersi e cominciare a lavorare assieme. Quanto c’è di casuale e quanto c’è di organizzato ‘dietro le quinte’ da voi?

L’incontro tra i due è stato propiziato da noi e non solo per esigenze narrative. Quando li abbiamo ritrovati separatamente, Enzo lavorava, desideroso di coinvolgere nel suo lavoro altri soggetti interessati: col meccanismo del cosiddetto ‘multi level’ più ne trovava e più la sua posizione cresceva all’interno della piramide. Fabio invece era disoccupato e quando provava a vendere nelle bancarelle abusive allestite fuori dagli stadi gadget ai tifosi delle partite, o ai fans dei concerti, quasi sempre ci rimetteva tra spese di viaggio e altro. Almeno questo ci diceva lui, che certo non moriva dalla voglia di fare quel mestiere. Allora noi li abbiamo fatti rincontrare, visto che le richieste dell’uno coincidevano con l’offerta dell’altro. A Enzo tra l’altro, casualmente, era stata assegnata come zona proprio il Rione Sanità, dove vive Fabio e dove la madre vende il pesce per strada. Tutto il resto l’abbiamo filmato. E quello che filmavamo a quel punto era realtà, perché stava succedendo davvero, seppur propiziato da noi che oltre che registi siamo anche loro amici.

Ho notato che ci sono forti assonanze tra i due personaggi maschili e i due femminili. È casuale che li abbiate scelti così o c’è una ragione secondo te?

Durante le riprese del ‘99, a me e Giovanni piaceva pensare che i personaggi maschili li capissi meglio io, perché di fatto mi ci identificavo, e quelli femminili lui. Perché all’epoca Enzo e Fabio, a dodici anni erano ancora due bambini, come me… che infatti ero e forse ancora oggi sono,  più adolescenziale di Giovanni, più sognatore. Credo questo dipendesse sia dal mio essere più giovane di lui di circa otto anni che dalla mia educazione tipica meridionale, cattolica e maschilista, che era appunto la stessa dei due nostri ometti, che poi, anche crescendo, sono rimasti ancora a casa delle rispettive mamme, confermando la tendenza mammona di molti noi maschi del sud. Invece le ragazze le incontrammo che avevano già quattordici anni ed erano già delle piccole donne, sia fisicamente che psicologicamente e poi le loro mamme si erano già separate dai loro padri e questo era stato forse un elemento che le aveva spinte a crescere più in fretta, con i conseguenti conflitti a cui ti riferisci. Giovanni le capiva meglio di me forse perché anche lui era andato via di casa presto dopo che i genitori si erano separati, e poi era un romano emancipato, aveva studiato al Mamiani, sensibile alle tematiche femministe, uno dei primi ad abbonarsi a Internazionale. Io invece avevo frequentato le scuole a Cerignola, e un gran numero di miei compagni erano finiti in galera per reati simili a quelli diffusi tra i giovani napoletani, e almeno su questi temi io ero più senz’altro più ferrato di lui…

Enzo è il personaggio che resiste meglio alle offese della vita. Perché secondo te la vita lo punisce continuamente, nonostante il suo talento e la sua fiducia?

Non so se la vita lo punisce continuamente, ma capisco questa tua sensazione e credo sia dovuta alla differenza tra cinema e vita, o tra finzione e documentario… Provo a spiegarmi: siccome noi abbiamo raccontato la vita di Enzo, e degli altri, in forma di film, allora a tutti noi, avendo introiettato dei meccanismi di narrazione legati al racconto filmico, siamo indotti ad aspettarci che alla fine arrivi questo benedetto lieto fine. Ovvero? Che sfondi nel mondo dello spettacolo dopo sacrifici e umiliazioni e diventi ricco, famoso e felice. E poi i titoli di coda. Ma la vita ha regole diverse dal cinema, e forse in questo senso il documentario si distanzia dal cinema di finzione, perché non può scegliersi un finale di fantasia. E allora in mancanza dell’happy ending allora il nostro cervello archivia la storia di Enzo, come degli altri, nella casella dei falliti. Ma, ripeto, non può essere così tranchant il giudizio su un essere umano.

A un certo punto ho come la sensazione che Enzo diventi la ‘guida spirituale’ del film.

In un certo senso sì. La sensazione che abbiamo avuto nel ritrovare Enzo adulto è che il bambino che aveva dovuto rinunciare alla sua spensieratezza e ai giochi con i coetanei nei giorni di pausa scolastica perché erano quelli con maggior presenza di turisti nei ristoranti e lui dunque serviva al padre per la posteggia, ecco, quel bambino così diligente e umile, che da subito aveva imparato la durezza della vita, confrontandosi con la precarietà, le umiliazioni ecc, poi da adulto è diventato quello con la corazza più dura, quello più pronto e allenato a farsi sbattere le porte in faccia, reagendo sempre con la massima dignità e umiltà. E questa era la sua forza rispetto agli altri tre, che però, hanno, ognuno a modo suo, altre frecce al loro arco.

Nel film non raccontate perché Enzo abbia deciso di chiudere col canto, il suo talento. Ci racconti perché lo ha fatto?

Dopo essersi visto sullo schermo del primo film, come se si fosse specchiato per la prima volta in vita sua, ha realizzato, che in fondo stava rinunciando agli anni più spensierati della sua vita che mai sarebbero tornati. E il tutto investendo, indotto dal padre, in un’attività che teoricamente aveva a che fare col suo talento, ma che di fatto non lo alimentava, anzi. Puntando più che altro sul fattore umano, cioè la tenerezza che il bambino cantante procurava agli avventori dei ristoranti nella speranza che lo premiassero con una banconota. Peraltro tutto questo succedeva con Enzo in piena pubertà, quando cioè quelle situazioni che divertono e fanno sentire importante un bambino che fa guadagnare soldi in quel modo cominciano ad imbarazzare un adolescente. Infatti quando ci portavamo Enzo alle presentazione ai Festival lui confidava al pubblico che non se la sentiva più di “chiedere l’elemosina col  padre”. Era una reazione sicuramente esagerata, ingenerosa nei confronti di un genere musicale di dignità storica come quello della posteggia, che sotto forse celava un non detto rispetto al rapporto col padre. E certamente a quell’età un po’ di conflitto ci sta tutto. Senza tralasciare un fattore fondamentale: in tutto questo la sua voce bianca e tenera da bambino aveva ceduto il posto a quella calda e virile da uomo, e quindi in caso il padre avrebbe dovuto rimodulare la sua offerta alla clientela.

E perché lo avete omesso?

In realtà avevamo provato a farlo venire fuori. Ricordo una scena di Enzo che insieme alla sua ragazza italo-nigeriana vede in tv il dvd di ‘Intervista a mia madre’  e lei, provocata da noi, gli chiedeva come mai aveva smesso. Poi al montaggio quell’informazione ci era sembrata ‘superflua’, così come ci era sembrato troppo autoreferenziale la citazione del primo film. E alla fine abbiamo optato per un’ellissi… comunque quella è una delle scene prenotate per gli extra del dvd”.

Durante i titoli di coda Enzo torna a cantare, lo vediamo interpretare benissimo ‘Passione’ accompagnato dal pianoforte. Come siete riusciti a convincerlo a cantare nuovamente?

Potremmo dire che è stato lui a convincere noi…Alla fine della proiezione a Venezia, Canio Loguercio, che ci aveva donato due brani per il film, accompagnato da Rocco De Rosa al piano, ci aveva regalato un concertino in un palchetto allestito all’occorrenza. A quel punto Enzo, che durante tutte le nuove riprese si era rifiutato di cantare, a sorpresa salì sul palco e, senza averlo provato prima, intonò ‘Passione!’ Io e Giovanni ci rimaniamo di stucco… sia per la sorpresa in sé, e per il valore umano che quella cosa rappresentava, e sia perché avevamo deciso che forse, se non voleva più cantare era perché resosi conto nel frattempo che il suo talento si era affievolito . E invece anche il pianista gli fece dei grandi complimenti e fu lì che pensai che assolutamente quella scena andava girata ex novo e in qualche modo inserita nel film: e questa era una delle tante e significative modifiche che poi apportammo nella versione nuova.

Quindi, grazie al film, qualcosa è cambiato?

Grazie alla discreta pubblicità del film, ha ricominciato a fare la posteggia e molte persone, almeno a Napoli, lo riconoscono, e dopo aver condiviso quelle sensazioni che hai avuto anche tu guardandolo sullo schermo, gli mostrano affetto e fanno il tifo per lui. E quindi, almeno dal punto di vista lavorativo, la situazione per lui è migliorata. Tra l’altro ultimamente, per problemi di salute, il padre non lo può più accompagnare e la chitarra la suona un maestro forse più titolato e questo, sia psicologicamente, che artisticamente, sembra averlo responsabilizzato, infondendogli maggior sicurezza in se stesso. In tutto questo noi abbiamo in cantiere un progetto che non sappiamo se riusciremo a realizzare, ovvero l’allestimento di una sorta di Cine-concerto che prevede una breve esibizione live di Enzo dopo i titoli di coda, accompagnato da musicisti esperti di posteggia. Se son rose…

La musica nel film ha un ruolo molto importante. Come vi siete orientati nell’infinito repertorio partenopeo?

La prima direzione che abbiamo seguito, sia nel ’99 che dieci anni dopo è stata quella di immergerci nella loro musica, ovvero quella dei Neomelodici, su cui tanto si è scritto. E’ davvero un universo sotterraneo, una lingua con cui comunicano valori comuni, sentimenti, mode. Forse l’ultimo vero fenomeno pop in Italia. E non l’abbiamo ne santificato, come certi critici che amano il trash, così possono scriverci libri e rivendicare la scoperta dell’ultima tendenza, e neanche trattato dall’alto in basso, da registi intellettuali che si limitano a descrivere quello che ascoltano i loro personaggi per meglio identificarli ma mantenendo le distanze o peggio, evidenziandole, appunto perché quella è musica volgare, tra l’altro in questo caso, legata alla Camorra. Tutti i brani che abbiamo scelto piacciono anche a noi, da Maria Nazionale al primo Gigi D’Alessio. La prima canzone neomelodica di cui ci siamo in innamorati è ‘Lui mi fa morire’, la cantavano nel ’99 sia Adele che sua sorella Jessica. Si diceva che fosse stata lanciata da una cantante trans, credo si chiamasse Nina. Non mi ricordo più se era una diceria o una cosa vera, ma la sola idea aggiungeva a questo orecchiabilissimo brano un alone di mistero e un sotto-testo che agli cocchi delle due la rendeva una sorta di canzone militante. E poi ci sono due capolavori come ‘Ragione e sentimento’, un brano ormai epico di Maria Nazionale e ‘Guaglioncè’, del primo Gigi D’Alessio, che è una dolcissima fotografia di quella generazione di adolescenti come era Silvana quando la conoscemmo.

E per il repertorio più classico Enzo è stata la vostra guida?

Sì, infatti…. prima Enzo e poi suo padre cantano nella posteggia. ‘Passione’ potrebbe essere il sottotitolo del film, infatti spesso ci dichiariamo il “lato b” del bellissimo film Turturro, nel senso che lui aveva magistralmente raccontato il centro storico della canzone napoletana, noi ci siamo spinti in periferia. Ma ci siamo anche concessi due versioni di ‘Luna rossa’.

E poi c’è quella che tu definisci l’ avanguardia, giusto?

Sì, la chiamiamo così senza sapere se è la giusta definizione… ‘A storia e Maria’, vera è una vera e propria hit di Ricciardi e Granatino, che catturammo già nel teaser del 2009″. Poi ci sono altri due bei pezzi di Canio Loguercio e Rocco de Rosa, uno dei quali è la rielaborazione struggente, di ‘Passione’, eseguita insieme a Peppe Servillo, che ci sembrava potesse  idealmente raccontare il passaggio dal ’99 ai giorni nostri.

Tornando ai personaggi, cosa è cambiato invece nelle vite degli altri protagonisti grazie al film?

Ancora non lo sappiamo e forse è ancora presto per appurarlo. Ci sono stati dei cambiamenti nelle loro vite ma ancora non sappiamo se e quanto avvenuti grazie al film o per colpa del film…di Enzo abbiamo detto. Adele si è trasferita in Sicilia col suo nuovo compagno, come riportato sui titoli di coda. Quello che abbiamo preferito non precisare è che lei non si è portata dietro la sua bambina che alla fine sta crescendo con i nonni paterni. E’ stata una decisione molto difficile, dolorosa e pesante, che non ci andava di sottolineare e giudicare. Silvana ha lasciato il suo compagno appena lui ha finito di scontare la pena degli arresti domiciliari, voleva una vita diversa che evidentemente insieme a lui non era sicura di riuscire a costruire. Ha interrotto nuovamente il rapporto con sua madre e si è trasferita col suo nuovo compagno in un appartamento nel centro storico di Napoli. Anche questo lo raccontiamo nei cartelli finali, ma non raccontiamo che la nuova casa è grande quanto un ascensore, che il compagno lavora facendo le pulizie all’università riuscendo a fatica, come si suol dire, ad arrivare alla fine del mese e che il rapporto con la madre l’ha dovuto interrompere perché quest’ultima si era opposta alla sua decisione di lasciare il precedente compagno perché ciò rappresentava un affronto alla famiglia dello stesso… Fabio e la sua compagna continuano ad appoggiarsi a casa della mamma di Fabio, anche ora che aspettano una bimba… Quest’ultima novità non c’è ancora sui cartelli, ma la stiamo inserendo last minute, tanto finché non usciamo ufficialmente in sala e home video il montaggio lo considero ancora aperto e aggiornabile all’occorrenza…

Si è creato un legame indissolubile con i protagonisti del film? In che rapporti siete?

Li consideriamo dei nostri fratellini. Li invitiamo quando è possibile alle presentazioni del film e se passiamo da Napoli li cerchiamo. Fabio è più schivo, Adele la sentiamo per telefono ora che è in Sicilia, forse ci sentiamo più spesso con sua madre Carmela, che ha avuto anche lei grossi problemi di salute e quando la cerchiamo per sapere come sta ci aggiorna anche sui figli. Il più piccolo studia e lavora a Milano. Jessica vive e lavora a Terni. Ogni tanto ci messaggiamo su Facebook. Silvana è molto felice, e si vede anche dall’aspetto fisico che non è più malandato. È più in carne, sorride sempre, ci è anche venuta a trovare a Roma. Ci piacerebbe, eventualmente, coinvolgerli tutti nel cine-concerto, ma ovviamente sarebbe più complicato rispetto a Enzo.

Dal film emerge Napoli come un universo a parte, una città che non assomiglia a nessun altro posto e in cui la concezione del tempo e diversa. Cosa avete capito di Napoli attraverso questo film?

Una battuta forse un po’ sessista di Oscar Wilde diceva che le donne non sono fatte per essere capite ma per essere amate. Io personalmente applicherei questo concetto a Napoli che durante la nostra lunga frequentazione ci ha procurato sentimenti opposti e sensazioni differenti. Una riconducibile a una teoria che collega la città alla presenza del Vesuvio che annuncia il pericolo di una catastrofe sempre in agguato nella loro città: e questa specie di minaccia, diventerebbe un alibi, che rende spesso il carattere dei napoletani carico di rassegnazione preventiva, di fatalismo disincantato, di mancanza di stimolo a fare progetti a lunga scadenza. Della serie, carpe diem… E questa sensazione ce la diedero da subito i nostri protagonisti e le loro famiglie, appena facemmo la loro conoscenza. Una sensazione, solo apparentemente opposta, ma molto forte, è stata quella di una città che, forse senza volerlo e senza saperlo, è sempre avanti rispetto alle altre in Italia e non solo. Quello che succede a Napoli oggi, succederà presto altrove: per esempio, l’accettazione sociale della transessualità, delle famiglie allargate, l’abitudine al lavoro precario, le forme plateali di protesta. Solo per citare alcuni fenomeni “europei” e tralasciare altri più vicini al concetto di stereotipo. Forse perché Napoli è costruita a incastri  e appena si inceppa un ingranaggio presto ci inceppa tutta la città e i nodi vengono al pettine prima. E così per certi aspetti questa città potrebbe diventare un termometro della nazione, un punto di osservazione dal quale intercettare in anticipo le tendenze, sia positive che negative.

Come è lavorare in due registi e come vi siete divisi i compiti?

Durante le riprese è meraviglioso. Non ci annoiamo mai e sentiamo di essere complementari. Lui oltre che regista è anche operatore, quindi si concentra molto sull’immagine, forte della sua lunga esperienza come fotografo e come assistente operatore di maestri come Rotunno, Spinotti, Lanci, ma anche a me piace molto scegliere l’inquadratura, infatti sono sempre collegato con un monitorino LDC. Poi io sono quello che entra di più in relazione con i personaggi, li studio, li provoco, li faccio interagire tra loro, ricreo situazioni già successe in nostra assenza che loro rivivono come una nuova e non meno autentica realtà. E ormai ci conosciamo così bene che quando uno dei due non c’è, chi è presente cerca di fare come avrebbe fatto l’altro assente. Durante le riprese è così, si fa quello che desideriamo entrambi, tanto in caso poi al montaggio si sceglie.  E poi al montaggio tutto si complica, perché spesso una strada esclude le altre e allora le scelte si fanno più dolorose, spesso frutto di dibattiti sanguinosi col povero montatore che ci sta in mezzo a cui viene di solito un terribile torcicollo. Io sono quello difficilmente soddisfatto, che vorrebbe sempre migliorare, al limite dell’accanimento terapeutico, lui è quello più svelto e concreto, che spesso dice: non è perfetto ma è il miglior equilibrio possibile. E allora spesso io rimango tutta la notte per dimostrare che un equilibrio migliore ci sarebbe, e se non c’è vuol dire che bisogna tornare a filmare…

Cosa pensi di Giovanni (Piperno)?

Lo stimo molto, mi ha insegnato molto, mi fa venire in mente una figura che faccio fatica a pronunciare correttamente, quella del ‘parresiasta’, che non fa calcoli, che non riesce a non dire la verità anche se sa che questo può danneggiarlo o creare gaffe… insomma è un libro aperto e in tutto questo gli rimprovero più o meno scherzosamente di avermi portato sulla cattiva strada del documentario facendomene innamorare… mannaggia a lui, avevo cominciato con dei corti di finzione ‘Poco più della metà di zero’ (1993) e ‘Opinioni di un pirla’ (1995) che avevano avuto buoni riscontri, dovevo continuare su quella strada e invece sono finito a fare voto di povertà con questo benedetto cinema del reale, che ultimamente va pure di moda e ciò nonostante: che fatica… pensa quando passerà la moda.

Quando esce ‘Le cose belle’ nelle sale?

Ancora non sappiamo se, quando e come. Dipende dall’Istituto Luce.

Uscirà un cofanetto con i due film, Le cose belle e Intervista a mia madre?

Sicuramente sì, insieme a un libro dedicato al film cui stanno lavorando alcuni scrittori napoletani coordinati da Diego De Silva che ci è sempre stato vicino, dai tempi di ‘Intervista a mia madre’. E dovrebbero partecipare anche Maurizio Braucci e Paolo Vanacore che hanno scritto con me e Giovanni i testi della voce off del prologo e dell’epilogo”.

Farete un terzo capitolo del film tra 12 anni? Ne avete paura?

È una domanda spontanea che da più parti ci hanno rivolto ma che per il momento non prendiamo in considerazione. Abbiamo provato, con ‘Le cose belle’ a realizzare un film autonomo, che potesse essere visto anche da chi non conosce ‘Intervista a mia madre’ e per questo abbiamo inserito dei frammenti recuperati dal girato di ‘Intervista’, rimontati per l’occasione. Quindi i nostri sono due documentari diversi, girati peraltro con durate, formati, destinazioni e, soprattutto, stili diversi tra loro. Dei capitoli successivi difficilmente potrebbero diventare altrettanto autonomi, a meno che non li si consideri delle appendici di aggiornamento con non so quale autonomia artistica.

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Leggere l’amore https://minimaetmoralia.it/musica/leggere-lamore/ https://minimaetmoralia.it/musica/leggere-lamore/#comments Fri, 21 Jun 2013 12:57:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14727 Da oggi a domenica Diego De Silva è a Ivrea, ospite del festival La grande invasione, per Leggere l'amore, un ciclo di incontri dedicati alle canzoni d'amore. Pubblichiamo in anteprima il testo su Malafemmena di Totò. (Immagine: Jack Vettriano.)

di Diego De Silva

Se esistesse una classifica dei motivetti di musica leggera più eseguiti dai fisarmonicisti da weekend che (spesso con moglie e almeno un bambino al seguito) vagano per le strade delle città nelle ore mattutine intonando serenate indistinte alle palazzine condominiali nell’attesa che da qualche finestra si affacci un contribuente volontario, il primo posto in scaletta, almeno in Campania, sarebbe probabilmente occupato da Malafemmena di Totò.

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Da oggi a domenica Diego De Silva è a Ivrea, ospite del festival La grande invasione, per Leggere l’amore, un ciclo di incontri dedicati alle canzoni d’amore. Pubblichiamo in anteprima il testo su Malafemmena di Totò. (Immagine: Jack Vettriano.)

di Diego De Silva

Se esistesse una classifica dei motivetti di musica leggera più eseguiti dai fisarmonicisti da weekend che (spesso con moglie e almeno un bambino al seguito) vagano per le strade delle città nelle ore mattutine intonando serenate indistinte alle palazzine condominiali nell’attesa che da qualche finestra si affacci un contribuente volontario, il primo posto in scaletta, almeno in Campania, sarebbe probabilmente occupato da Malafemmena di Totò.

Sul piano strettamente musicale, l’hit single del Principe è quello che si dice una canzone di facile presa: facile da ascoltare (cioè composta da passaggi prevedibili, che ti sembra di riconoscere già la prima volta che la senti) e fischiettare più che canticchiare (quella tra fischiettio e canto è una differenza essenziale nella valutazione commerciale di un pezzo: com’è noto, si fischietta molto più di quanto si canti, e si possono fischiettare solo melodie particolarmente semplici), e soprattutto caratterizzata da una cadenza languida che induce un’autocommiserazione a cui ci si abbandona volentieri (perché poi – diciamocelo – il consumatore di canzoni d’amore ama fare la vittima: è per questo che le ascolta e soprattutto le dedica, anche quando la persona destinataria della dedica nemmeno lo sa).

Benché le ragioni del primato di quel tipo di classifica siano dunque squisitamente musicali (i fisarmonicisti stradali da weekend, del resto, non cantano), la popolarità del testo della canzone – tale da stimolare il canticchiamento automatico almeno delle prime due strofe, diventate ormai patrimonio della napoletanità al pari della mozzarella in carrozza – riveste un ruolo niente affatto trascurabile nella commozione dell’ascoltatore alla finestra:

Si avisse fatto a n’ato

chello ch’è fatto a mme

st’ommo t’avesse acciso

tu vuò sapè pecchè?

È possibile, infatti, che il condomino, assalito dalla commiserazione per il protagonista (così malridotto da un’amata che ormai non può far altro che ricoprire d’improperi, tanto inqualificabilmente sembra essersi comportata con lui) non meno che dall’identificazione del medesimo con l’indimenticato attore (al suono di quelle note, l’associazione con la maschera addolorata e grottesca di Totò scatta di default); confuso dal diluvio emotivo che non sa più se lo porti a gratificare economicamente l’esecutore per fargli proseguire la suonata o liberarsene, esegua il pagamento del libero contributo, pacificandosi in quel modo la coscienza.

Quello dell’amore offeso e infamato, che senza alcun pudore dichiara la propria sottomissione al cinismo dell’amata (in questo, elevandosi moralmente al di sopra di lei, rivendicando a chiare lettere e con ben poca modestia la propria onestà) è, a pensarci sopra, un tema difficile da reggere per gli interi tre o quattro minuti di durata della canzone senza cedere all’empatia.

Malafemmena è una canzone moralista, una requisitoria per strofe volta ad assolvere (di più: nobilitare) l’inferiorità sentimentale di un poveretto incapace di tenere il passo di una donna particolarmente seduttiva e disinvolta nella gestione di un rapporto amoroso. È la denuncia dello stato di frustrazione incontenibile di un maschio ridotto a zerbino da una strafica esemplarmente stronza che, nonostante le malefatte subite, non riesce a smettere (sia pure in condivisione con l’odio, chiamato in causa a chiare lettere) di amare.

La connotazione accusatoria del pezzo è del resto dichiarata fin dal titolo: Mala-femmena, cioè femmina (neanche donna ma femmina: esemplare di una specie) maligna, bugiarda, capace di doppiezza e manipolazione: in una parola, zoccola (in senso quasi penalistico, e tuttavia soffertamente romantico).

Proseguendo nell’ascolto della canzone, rischia di scattare una solidarietà pericolosa, che può anche convertirsi in un’istigazione alla violenza: un po’ come succedeva (e forse ancora succede) nei teatri dove si rappresentavano le sceneggiate, quando il pubblico, testimone delle pessime azioni del “malamente”, perdeva il senso della finzione e si alzava dalla poltrona, esortando il protagonista a sopprimere l’infame, compiendo, di fatto, un’invasione di palco, un’abusiva occupazione drammaturgica:

… st’ommo t’avesse acciso

tu vuò sapè pecchè?

Pecchè ‘ncoppa a sta terra

femmene comme a te

non ce hanna sta pe’ n’ommo

onesto comme a me

Davanti a una simile requisitoria, risulta difficile tollerare anche soltanto l’idea che una simile impunita  possa andarsene liberamente in giro a ingannare altri uomini onesti che probabilmente le dedicheranno altre canzoni.

Così, il condomino-spettatore, ascoltatore suo malgrado, mentre il j’accuse procede tra intossicazioni d’anima e accostamenti alla famiglia dei rettili, apre la finestra e retribuisce il musicista vagante, come un juke-box al contrario in cui inserisce la monetina perché smetta, e rientra in casa, risollevato e incomprensibilmente infelice, con quel senso di mestizia che il ricordo di Totò, più grande di ogni sua opera, immancabilmente gli lascia.

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Un’altra Galassia https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/#respond Fri, 18 May 2012 09:00:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7919 Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un'altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

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Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un’altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

•  Ore 18,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Michela Murgia. Interviene Rossella Milone

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta Spiritica. Michele Mari Carlo Emilio Gadda ed Emilio Salgari

Sabato 19 maggio 2012

•  Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Giorgio Fontana. Interviene Pier Luigi Razzano

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Edoardo Albinati. Interviene Massimiliano Virgilio

•  Ore 18,30 (Sala Capitolare di San Lorenzo Maggiore) Reading di Patrizia Cavalli su musiche di Diana Tejera

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta spiritica. Walter Siti evoca Pier Paolo Pasolini

•  Ore 22,30 (Refettorio di San Paolo Maggiore) Concerto di Tarall&Wine

Domenica 20 maggio 2012

• Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Walter Siti. Interviene Valeria Parrella

• Ore 16,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Reading di Diego De Silva.

• Ore 18,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Domenico Starnone. Interviene Piero Sorrentino

UNDER 18

LibLab

18/19  maggio 2012-04-12

•  Ore  16,00-19,00 (Antico refettorio di San Paolo Maggiore)

20 maggio 2012

• Ore 11,30-13-30 (Napoli Sotterranea)

A seguire

‘La metamorfosi della Sirena-rinascita di Partenope’, spettacolo di marionette a cura della compagnia Vecchia Selvaggia del Cerillo

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