Dilma Rousseff Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dilma-rousseff/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Oct 2015 08:57:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dilma Rousseff Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dilma-rousseff/ 32 32 Luiz Ruffato è uno scrittore non gradito https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luiz-ruffato-e-uno-scrittore-non-gradito/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luiz-ruffato-e-uno-scrittore-non-gradito/#comments Sat, 17 Oct 2015 06:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28758 Questo articolo è uscito su Lo straniero.

Sostiene Luiz Ruffato, autore di bellissimi romanzi tradotti in italiano da La Nuova Frontiera, che esistono due Brasili. Un “Brasile immaginario”, fatto di calcio, musica, samba, spiagge, la cui idea (sapientemente costruita) è funzionale al discorso comune dello Stato e delle élites politico-economiche che governano, o quanto meno provano a gestire, l’ascesa economica di questi anni, culminata con l’organizzazione, a breve distanza l’uno dalle altre, di un Mondiale di calcio e delle Olimpiadi. Come spesso accade, lo sport ha sancito il trionfo di questo “Brasile immaginario”.

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Questo articolo è uscito su Lo straniero.

Sostiene Luiz Ruffato, autore di bellissimi romanzi tradotti in italiano da La Nuova Frontiera, che esistono due Brasili. Un “Brasile immaginario”, fatto di calcio, musica, samba, spiagge, la cui idea (sapientemente costruita) è funzionale al discorso comune dello Stato e delle élites politico-economiche che governano, o quanto meno provano a gestire, l’ascesa economica di questi anni, culminata con l’organizzazione, a breve distanza l’uno dalle altre, di un Mondiale di calcio e delle Olimpiadi. Come spesso accade, lo sport ha sancito il trionfo di questo “Brasile immaginario”.

Tuttavia la crescita economica si base su disuguaglianze sociali, su differenze di classe, che Ruffato non esita a definire “pornografiche”. E qui arriviamo al “Brasile reale”, quello che scrittori come lo stesso Ruffato provano appunto a raccontare nei loro libri.

Il Brasile reale è un paese estremamente razzista, in cui i neri sono esclusi dalle oligarchie economiche e culturali del paese.

Il Brasile reale è un paese estremamente violento, e la violenza – come testimoniano le statistiche – è ormai un elemento talmente quotidiano e ordinario da apparire naturale.

Il Brasile reale è un paese omofobico e maschilista. Il machismo riguarda tutte le classi sociali, tanto che le violenze sulle donne non avvengono solo nelle favelas, ma anche nei quartieri più ricchi.

Luiz Ruffato sostenne tutto questo nell’ormai celebre discorso tenuto a Francoforte nel 2013, nell’anno in cui il Brasile è stato paese ospite della Buchmesse. Il discorso è stato pubblicato integralmente sul numero 162-163 di “Lo straniero”.

Per aver pronunciato quelle parole (sorrette da dati, analisi, statistiche) Ruffato è ormai considerato in patria uno scrittore non gradito. Nel corso delle sue due ultime visite in Italia, il Centro studi brasiliani e l’ambasciata di Roma si sono dichiarati non disponibili a organizzare presentazioni dei suoi libri, tanto che il 13 ottobre – in alternativa – è stato organizzato un incontro presso la Libreria Giufà di San Lorenzo.

Ciò stupisce oltremodo in un paese che, come ha ricordato Giorgio De Marchis su “Lo straniero”, ha varato un “imponente ‘Programma di sostegno alla traduzione e pubblicazione di autori brasiliani all’estero’ allestito dal ministero della Cultura. Un piano decennale (2010-2020) con un investimento del governo brasiliano di circa otto milioni di dollari, generosamente destinati alle case editrici straniere che pubblicano traduzioni di opere inedite oppure nuove edizioni di autori brasiliani. A tutto questo si aggiungono ulteriori finanziamenti stanziati per incentivare l’invito di scrittori brasiliani a fiere e festival letterari internazionali e borse di studio per ospitare in Brasile traduttori stranieri”.

Tutti, ma non Luiz Ruffato. E questo avviene in un’epoca in cui a governare il processo di crescita economica, e veicolare nel mondo l’idea di un “Brasile immaginario”, sono proprio l’élite politica del Pt (Partido dos Trabalhadores) e il presidente Dilma Rousseff, oggi politicamente debolissima.

Perché il governo Rousseff, un governo di sinistra, e i suoi terminali nel mondo della politica culturale, si dimostrano così allergici al solo fatto che qualcuno possa parlare del “Brasile reale”? Perché tanta poca tolleranza, in un governo e in istituzioni che sembrano vedere il discorso di Francoforte come un attacco diretto nei propri confronti, e non una semplice constatazione di ciò che oggi il Brasile effettivamente è (indipendentemente da ciò che hanno fatto o non fatto gli ultimi esecutivi)?

Quando ho chiesto a Luiz Ruffato da dove nasca tutta questa intolleranza, ha risposto soppesando le parole.

Il Brasile – ha detto – è il risultato di una strana, composita, esplosiva miscela in cui convivono due forme di capitalismo: un capitalismo del XXI secolo (che distrugge le sue stesse basi sociali e produce in milioni di persone quello sradicamento che prova a raccontare nei suoi libri “ibridi”) e un capitalismo originario, quasi premoderno nella sua ferocia, legato alla mera accumulazione di capitali.

Il Brasile – continua Ruffato – è passato dall’era premoderna a quella post-moderna, saltando la tappa intermedia. “Ma il processo non è stato così lineare. Oggi il capitalismo del XXI secolo convive con le strutture precapitalistiche preesistenti. Le due realtà si sono fuse insieme, ed è proprio questa contraddizione a generare l’intolleranza diffusa. L’intolleranza di Stato ne è solo una conseguenza.”

Un’altra conseguenza, si potrebbe aggiungere, è la continua confusione tra nazione, Stato e governo, quasi che il governo (ogni governo) si sentisse in ultima istanza promanazione diretta dello Stato e strenuo difensore dell’idea (immaginaria) di nazione.

In una situazione del genere, continua Luiz Ruffato, il compito di uno scrittore dovrebbe essere quello di rompere la gabbia per cui uno scrittore bianco della classe media scrive per lettori bianchi della classe media, come se il mondo intorno non avesse diritto all’esistenza. Se non si provocano dei cortocircuiti in grado di aprire delle crepe nella gabbia, lo stridore tra reale e immaginario diverrà sempre più netto.

Per questo ci auguriamo che alla prossima venuta di Luiz in Italia, il Centro studi brasiliani e l’ambasciata si dichiarino finalmente disponibili a ospitare un incontro sulla sua opera.

 

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Incontro con Arto Lindsay https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arto-lindsay/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arto-lindsay/#respond Sat, 21 Jun 2014 13:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21659 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica.

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica. (Fonte immagine)

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

Questo sessantunenne occhialuto che ancora sostiene di «non saper suonare la chitarra» (e che proprio per questo è diventato uno dei chitarristi più imitati dall’universo indie rock), lo incontro in un albergo romano a due passi dalla Rai: l’occasione è la presentazione di un doppio CD antologico intitolato Encyclopedia of Arto, equamente diviso tra estratti dal suo catalogo solista e una selezione di brani dal vivo. Siamo a oltre trentacinque anni dalle prime prove dei DNA: la New York no wave è morta e sepolta, a Manhattan ci abitano solo i ricchi e persino «quartieri di Brooklyn come Williamsburg e Greenpoint sono diventati un brand».

Più che un cambio di prospettiva è un rivolgimento pressoché totale, e infatti da circa un decennio Lindsay è tornato a vivere in quella che di fatto è la sua patria elettiva: il Brasile. Che poi è il paese in cui è cresciuto, ben prima di trasferirsi nella New York delle avanguardie downtown, dei Television e di Patti Smith: «erano gli anni 60. Abitavo in una minuscola città nello stato del Pernambuco che sembrava rimasta al medioevo; i miei primi contatti con la musica del mondo “lì fuori” risalgono agli anni del liceo, quando conobbi dei ragazzi figli di diplomatici americani che mi raccontarono dei gruppi californiani e dei festival rock. Però in Brasile c’era già stato il movimento tropicalista che fu un autentico shock: musicisti come Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Os Mutantes…».

In pieni anni 80, subito dopo aver sciolto i DNA, Lindsay riprenderà il bagaglio brasiliano dell’adolescenza fino a reinventarsi produttore di quelli che erano stati i suoi idoli di gioventù: a lui si deve il suono contaminato di Estrangeiro, uno degli album più celebrati di Caetano Veloso, nonché la riscoperta di un outsider come Tom Zé. Lindsay ricorda come «negli anni 60, Veloso e i tropicalisti erano vere e proprie popstar. Li vedevi alla televisione, li sentivi alla radio, erano estremamente popolari e anche coraggiosi, perché per l’epoca era una musica nuova, rivoluzionaria. Fu un momento molto bello ma anche molto breve: la dittatura militare si stava inasprendo, il clima si fece pesante, e nel 1969 Veloso e Gil vennero arrestati. Alla fine se ne scapparono a Londra».

I militari erano andati al potere nel 1964; Lindsay ricorda come «lo scorso 31 marzo ricorrevano i 50 anni dal colpo di stato, e in Brasile se ne è parlato molto, perché rimane una questione aperta: come è potuto accadere? Perché non ci fu reazione?»; sono temi «ancora molto sentiti nella società brasiliana», che a decenni di distanza dal golpe «vive di nuovo un periodo delicato». Il riferimento è alle proteste di piazza contro i mondiali di calcio e la presidente Dilma Rousseff: «manifestazioni del genere in Brasile non se ne vedevano da tantissimo tempo. In un certo senso, a pesare è anche la delusione del dopo-Lula. Il suo stesso partito è diventato come qualsiasi altro partito politico brasiliano: un luogo di potere e di corruzione. È stato coinvolto in scandali terribili, e col passare degli anni la situazione è sempre più degenerata. Anche le politiche contro la povertà di Lula, pur mosse dalle migliori intenzioni, alla fine rispondevano alla più classica politica neoliberista. E con Dilma Rousseff siamo ancora nel pieno di questo processo».

Sui mondiali di calcio l’opinione di Arto è, da perfetto brasiliano, duplice: «Sono arrabbiato per il modo in cui sono stati organizzati: FIFA e CBF [la federazione calcistica brasiliana] si sono comportate come vere e proprie organizzazioni criminali. Resto totalmente e convintamente dalla parte di chi protesta, e credo che questo sia il momento giusto per manifestare. E però sono anche un appassionato di calcio, e non smetterò mai di tifare Brasile… Quindi capisci, è come se fossi doppiamente eccitato: per le proteste, ma anche per le partite…».

Tratta Brasile-New York a parte, l’altro paese con cui Arto Lindsay intrattiene da sempre un rapporto preferenziale, è proprio l’Italia. È un legame che risale agli anni della no wave e delle scorribande con DNA e Lounge Lizards (il gruppo fake-jazz fondato da John Lurie) e a raccontarlo oggi getta una luce insolita sull’influenza  che l’avanguardia newyorchese subì da parte  del nostrano binomio arte-politica: «eravamo molto presi dall’Autonomia e dal movimento del ’77. A New York la rivista Semiotext(e) dedicò un numero speciale alla situazione italiana, e a noi – che alla rivista eravamo molto legati – piaceva un sacco  questo legame tra politica, teoria, creatività e vita di tutti i giorni. Tempo dopo, quando suonammo coi Lounge Lizards in Italia, mi trattenni a Bologna per un po’ e produssi anche un disco di una formazione locale, gli Hi-Fi Bros. Era divertente, ci esibivamo nelle situazioni più disparate: teatri d’opera, Feste dell’Unità, squat punk…».

D’altra parte, l’interesse era reciproco: la no wave e i DNA in particolare furono la colonna sonora ufficiosa di esperienze come Frigidaire, la rivista nata nel 1980 che ospitò i fumetti di Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, Massimo Mattioli (nessuna parentela col sottoscritto) e ovviamente Andrea Pazienza. E l’inconfondibile volto di Arto Lindsay, questo bislacco incrocio tra un impiegato di banca e un nerd prosciugato dalle troppe anfetamine, per qualche tempo fu veramente tra le icone sotterranee delle avanguardie post-settantasettine. «Mi ricordo che i ragazzi di Frigidaire vennero anche a trovarci a New York: c’era Tamburini, l’autore di Ranxerox, e Emi Fontana, che poi divenne la compagna dell’artista Mike Kelley. Di Frigidaire conservo ancora diversi numeri. Recentemente ho anche riacquistato i volumi di Ranxerox in portoghese. Roba seria».

Ma l’episodio più curioso (o se vogliamo inquietante) è un altro: «nel 1981 le Brigate Rosse rapirono James Lee Dozier, il generale NATO. Ora, mentre lo tenevano sequestrato, i brigatisti obbligavano Dozier a indossare un paio di cuffie da cui mandavano musica a volume altissimo, presumo per impedirgli di ascoltare nomi e conversazioni che potevano compromettere l’operazione. Vuoi sapere che musica era?». È una domanda che non mi aspetto: che razza di musica possono scegliere dei militanti armati di estrema sinistra per confondere un ostaggio? Canti rivoluzionari? Gli Inti Illimani? Beethoven, come in Arancia Meccanica? La risposta di Lindsay comunque non si fa attendere: «un disco dei DNA».

L’immagine di un gruppo di brigatisti che colleziona dischi di una delle più aspre e cacofoniche formazioni dell’underground post-punk è – concedetemelo – singolare. Resta il dubbio su come faccia Lindsay a sapere certe cose: «Mah, sono voci che girano, magari è solo una leggenda…». Decido di non indagare oltre: in fondo, tante volte la no wave è stata descritta come «terrorismo in musica»… Nel frattempo lo stesso Lindsay ha in qualche modo smussato gli angoli, e specie i suoi lavori solisti sono un raffinatissimo incrocio tra pop sperimentale e recuperi brasiliani. Un riassunto lo trovate sul primo CD di Encyclopedia of Arto. Sul secondo, quello dal vivo, c’è lui da solo con la chitarra; ed è ancora l’Arto tagliente e atonale delle primissime prove, quando per spiegare che musica facevano i DNA rispondeva: «è come un tizio ciccione che cade dalle scale. O al limite un topo intrappolato in un computer».

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