discorsi sul metodo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/discorsi-sul-metodo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 04 Sep 2023 21:01:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg discorsi sul metodo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/discorsi-sul-metodo/ 32 32 Discorsi sul metodo – 29: Sandro Veronesi https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-29-sandro-veronesi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-29-sandro-veronesi/#comments Tue, 29 Jan 2019 06:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39320 Sandro Veronesi è nato a Firenze nel 1959. Il suo ultimo libro è Cani d’estate (La nave di Teseo, 2018) * * *   Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Non funziona così, per me. Io prendo quello che viene, quando viene e quando posso permettermi di […]

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Sandro Veronesi è nato a Firenze nel 1959. Il suo ultimo libro è Cani d’estate (La nave di Teseo, 2018)

* * *

 

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non funziona così, per me. Io prendo quello che viene, quando viene e quando posso permettermi di raccoglierlo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo in soggiorno, come ho sempre fatto, principalmente di mattina, quando i bambini sono a scuola. Ma quando è necessario anche al pomeriggio, mentre loro fanno i compiti, o giocano alla PlayStation o guardano la TV.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Né l’uno né l’altro, mi viene da dire. Lascio incubare. Lascio che le cose da scrivere si segnalino da sole con la loro perseveranza, che a un certo punto diventa urgenza.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Nessuna riscrittura. Passo alla pagina successiva solo quando quella corrente va bene. A volte sembra che stia fermo, ma non è così, sto solo aspettando la parola giusta per andare avanti.veronesiape_2613632_304633

Scrivi più libri in contemporanea?

È già tanto se ne scrivo uno alla volta.

Carta o computer?

Computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Nessuno.

Come hai esordito?

Sono passati trent’anni, non me lo ricordo neanche più. Ho mandato manoscritti in giro, questo lo ricordo, che non sono stati accettati. Finché Theoria, qui a Roma, ha accettato il mio primo romanzo, che poi era il terzo con cui ci provavo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Be’, allora scrivevo a macchina. Correzioni a penna, riscrittura, un casino. Ora scrivere è più facile, per cui è più difficile – nel senso che facendo meno fatica si rischia di rilassarsi. Cosa che non va d’accordo con la ragione stessa per la quale io scrivo. Io scrivo per agitarmi, non per rilassarmi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

I libri di Samuel Beckett e quelli di Thomas Pynchon. Poiché una sintesi tra questi due autori è impossibile, sono i garanti della mia originalità.

“Esisti” online?

Esisto su Twitter. Ma ora me ne andrò. Inoltre c’è un mio sito perennemente in costruzione, che non verrà finito finché non avrò capito a cosa possa servire.

[29 – continua; le precedenti interviste: Magrelli, Mari, Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/#comments Thu, 29 Nov 2018 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38605 Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

"Scrittura", oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d'attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

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Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

“Scrittura”, oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d’attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dato che sono diventato mio malgrado un bracconiere – anzi, un cacciatore-raccoglitore – della scrittura, non posso più prevedere nulla. Ne consegue che il mio lavoro è per lo più di postproduzione. Prendo gli appunti che riesco a prendere, accumulo in mucchietti materiali sparsi, poi riorganizzo. Anche per questo penso di tornare vieppiù alla poesia, maggiormente adatta a un tale approccio. Anzi, ancora meglio: all’alfabeto Morse.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Cesellare, nelle condizioni in cui lavoro oggi, sarebbe impossibile. Per quantmagrelli2o il mio lubrificante sia l’ironia, e per quanto mi esprima per paradossi e secondo l’arte dell’esagerazione di Bernhard, io davvero mi sento calato nel clima spirituale di Ungaretti: queste continue aggressioni della burocrazia sono per me come vivere sotto le bombe. Ne consegue che non solo è cambiato il mio metodo di lavoro, ma anche ciò che produco: se l’unica cosa che conta è l’urgenza, il buttare sulla carta qualche sillaba, il piantare la bandierina, il rampone, almeno un po’ più in là, e poi accucciarsi in attesa della prossima tempesta di merda, non cambia solo come scrivi, ma anche cosa scrivi e come lo scrivi. Ci sono effetti di stile e contenuto, il che è certamente interessante: da giovane sono sempre stato circondato da marxisti, ed essendo un bastian contrario cercavo, pur all’interno della sinistra, di dar loro torto, contestandone il materialismo. Sbagliavo, mi dico oggi: poiché sono diventato io stesso un materialista, del tipo delirante. Conta solo la qualità della vita, mi ripeto, e ciò inevitabilmente esce anche sulla pagina.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, in generale mantengo una doppia pista di prosa e poesia, e ancor più da quando lavoro nel modo che ho detto. È appena uscito un mio fuori collana, polemico, contro i gialli, Il commissario Magrelli, che ho scritto in parallelo ad altro.

Carta o computer?

Addirittura telefono. Essenziale è per me oggi la app che traduce direttamente il parlato in testo: ci ho tradotto tutto Il tartufo di Molière, in metrica.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Lei. Dragon dictation. La app che trasforma la mia voce in testo – oggi, per me, la chiave di tutto.

Come hai esordito?

Scrivevo fin da quando ero ragazzino, credo dai dodici-tredici anni. Un giorno lessi sull’Espresso di un convegno di poesia di quattro giorni, che in chiusura avrebbe avuto un evento a iscrizione libera, del tipo “dilettanti allo sbaraglio”. Partecipai, assieme ad altri, e Elio Pagliarani, che era in sala, disse “Io quel gruppo lo pubblico tutto!” Avevo diciotto anni. Ricordo che uno del gruppo era Antonio De Rosa, un bravo musicista; un’altra era Chiara Scalesse, una poetessa che poi ho perso di vista; gli altri non li ricordo più. Pagliarani pubblicò quelle nostre poesie su rivista, io continuai a scrivere e frequentai anche un suo laboratorio, qualcosa di mio uscì anche su Nuovi Argomenti, ma per il libro ci vollero ancora diversi anni: un mio amico, che conosceva il direttore di Feltrinelli di allora, Aldo Tagliaferri, uomo di grande cultura, mi accompagnò a Milano e me lo fece conoscere. Tagliaferri disse che apprezzava il mio lavoro, e in effetti mi pubblicò, ma solo dopo altri tre anni. Così uscii nell’80: avevo ventitré anni, che per un esordiente sono pochi, è vero, ma è anche vero che ero stato in coda fuori dalla sala per cinque anni.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono cambiate le dimensioni vitali. Ho cominciato da ragazzo, un liceale che viveva in una tranquilla famiglia borghese, poi sono andato a vivere da solo, poi sono arrivati i figli, i viaggi… La scrittura è rimasta, adattandosi, ma credo di essere sempre stato segnato da un profondo senso di fatica. Scrisse Cardarelli: la mia fatica è mortale. Ne ho fatto il mio motto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi, su tutto il resto, le poesie di John Donne nella traduzione di Cristina Campo. Poi, quelle di Mandel’štam.

“Esisti” online?

Sono telematico a macchia di leopardo: come ho detto, lo smartphone e quella preziosa app oggi mi sono essenziali, inanello letteralmente doppi settenari nel telefonino; dall’altro lato però tutto il resto mi affatica molto: anche solo la posta elettronica. Per questo mi sono tenuto lontano dai social network. Credo sia un errore, specie riguardo la loro evidente utilità nel comunicare direttamente le cose nuove che escono, ma non avendo cominciato per tempo oggi è forse troppo tardi.

~

[28 – continua; le precedenti interviste: Mari, Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 27: Michele Mari https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-27-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-27-michele-mari/#comments Mon, 05 Nov 2018 07:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38333 Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Il suo ultimo romanzo è Leggenda privata (Einaudi 2017) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Dipende: se non sto scrivendo un libro, cosa che può durare anche per un anno filato, la risposta è: zero ore; […]

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Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Il suo ultimo romanzo è Leggenda privata (Einaudi 2017)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende: se non sto scrivendo un libro, cosa che può durare anche per un anno filato, la risposta è: zero ore; se invece sto scrivendo, la quantità di tempo va dalle due alle sei-sette ore al giorno. Le battute possono essere 5.000 come 25.000.

Dove scrivi?

Ovunque capiti, preferibilmente a letto o alla mia scrivania. La casa dove ho scritto di più, in biblioteca, è quella di Nasca.

Hai orari precisi?

L’unico dato certo è che non ho mai scritto dopo cena. In genere le mie ore migliori sono fra le 10:00 e le 12:00 e fra le 14:00 e le 16:00.
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Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

“Giù prima tutto”: la condizione migliore è quando mi sembra di scrivere in trance, sotto dettatura.

Quante riscritture fai?

Propriamente nessuna, nel senso che rileggendo quello che ho scritto (di solito a libro finito, raramente in corso d’opera) mi limito a un’operazione di autoediting molto leggera, e più a togliere che ad aggiungere.

Scrivi più libri in contemporanea?

Mai; anzi, a dire la verità quando scrivo un libro non riesco nemmeno a leggere.

Carta o computer?

Fino al 2000 lavoravo su carta (a penna), prima “in brutta” poi “in bella”, quindi seguiva trascrizione dattilografica; poi sono passato a penna e computer, e alla fine solo computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Fondamentale è l’assenza di estranei e di rumori; dopodiché la luce di una lampada a braccio ed eventualmente un po’ di musica.

Come hai esordito?

Dopo aver trascritto in bella copia il mio primo romanzo (Di bestia in bestia) nel 1982, l’ho “dimenticato” per quattro anni, nel senso che dopo averlo fatto leggere a non più di quattro-cinque persone (fra cui mamma e sorella) ho messo quel manoscritto nell’armado dove tenevo altri miei scritti e i miei disegni. Nell’86, su esortazione della mia prima moglie, lo copiai a macchina e spedii quattro fotocopie del dattiloscritto ad altrettanti piccoli editori; man mano che le copie tornavano indietro (cosa oggi impensabile) le rispedivo ad altri editori un po’ meno piccoli: nell’88, a sorpresa, ricevetti una telefonata di Mario Spagnol, interessato a pubblicare il libro, che uscì infatti nel 1989 da Longanesi.
Oggi sento che molti esordi sono procurati direttamente dagli agenti, e mi sembra proprio un altro mondo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non credo sia cambiato, a parte l’uso del computer.

“Esisti” online?

No.

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[27 – continua; le precedenti interviste: Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/#comments Thu, 25 Oct 2018 06:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38220 Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi […]

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Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi cammini, follie cinematografiche e di altro tipo, illusioni, delusioni, fantasticherie… Però quando chino la testa sul tavolo lo faccio in modo concentrato al massimo e con disciplina militare.
Lavoro circa sei ore al giorno, perché non potrei sostenere più a lungo la tensione. Non mi prefiggo un certo numero quotidiano di pagine da raggiungere perché ci sono zone del libro più o meno ardue, parti più dialogate e altre meno, ci sono inizi (come quello in cui sono conficcato adesso) talmente impennati e dove sento talmente l’attrito dell’invenzione che riesco a scrivere solo poche righe al giorno, mentre altre volte riesco a scrivere fino a 8-10 pagine al giorno. La lucina, per esempio, è stata scritta in 14 giorni, Canti del caos in 14 anni. Ma non c’è differenza: 14 giorni e 14 anni sono esattamente la stessa identica cosa.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo per lo più nella camera dove dormo, su un tavolino in fondo al letto, spostando ogni volta pile di cartelle e di manoscritti da questo tavolino al letto e viceversa. Ma anche in un sottotetto oppure in un luogo dove, quando posso, vado a isolarmi. Però sempre in un posto mio, che conosco, dove ho respirato e scritto, dove la bestia ferita non ha paura di mettere la testa fuori dalla sua tana.
All’inizio scrivevo per lo più di pomeriggio e di notte, adesso di mattina. Mi alzo presto e scrivo fino alle 13-14, perché di mattina il tuo corpo e la tua mente sono più riposati e più forti e possono sostenere meglio l’urto dell’invenzione, perché la tensione è tale che devono passare molte ore tra quando scrivo e quando vado a letto per riuscire ad addormentarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Tutte e due le cose insieme. Scrivendo solo per brevi periodi all’anno, le cose che poi metto al mondo hanno un’incubazione lunga dentro di me. Cammino con agendine e foglietti nelle tasche della camicia, su cui scarabocchio immagini, idee, spunti che mi assalgono all’improvviso, fermandomi lungo la strada per poterli fissare con le parole esatte attraverso cui affiorano alla mia mente. Però poi, quando arrivo all’impatto, capisco che gran parte di quello che credevo di sapere non mi serve più, era solo un avvicinamento, un diaframma che devo attraversare e sfondare, che è tutto da affrontare e inventare al momento. È come se ci fosse una parete verticale di fronte a me su cui, mattina dopo mattina, devo riuscire ad arrampicarmi a mani nude.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Io ho sempre fatto e continuo a fare una sola stesura. Correggo e tormento le frasi fino allo spasimo, ma la stesura è la stessa. Non c’è per me separazione tra l’abbandono ipnotico alla narrazione e il lavoro duro, sanguinoso su ciascuna frase. Avviene contemporaneamente, passo dopo passo, frase per frase. Mentre sto scrivendo una frase e sto già pensando a quella che viene dopo mi capita di tornare indietro all’improvviso a una pagina prima, perché nel frattempo mi sono reso conto che c’era una parola inadeguata che devo sostituire subito con un’altra prima che si inabissi per sempre nella mia memoria, che c’era un giro di frase allentato. L’organismo alieno che prende corpo attraverso le parole è come un circuito luminoso che palpita contemporaneamente in ogni sua parte e in ogni suo snodo. La testa è un alveare.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non ho mai scritto due libri in contemporanea, a meno che uno dei due non abbia una motivazione molto contingente, di servizio, e si possa scrivere rapidamente rasentando l’oralità.

Carta o computer?antonio-moresco

Ho scritto quasi tutto a mano e ci sono i manoscritti di quasi tutti i miei libri, compresi quelli enormi come Gli esordi e Canti del caos. Scrivevo a mano e poi ribattevo a macchina, molti anni fa, oppure con il computer usato come una macchina per scrivere, più avanti. Però poi correggevo sempre a mano, su carta. Alla fine ribattevo tutto a macchina oppure correggevo sul computer.
Solo da poco riesco a scrivere direttamente con il computer, e questo perché, a un certo punto della mia vita, ho realizzato che non potevo più disporre di decenni e che perciò o riuscivo ad accorciare i tempi della scrittura o non sarei riuscito a mettere al mondo ciò che ancora mi restava da scrivere. Però all’inizio non è stato facile e ho disperato di potercela fare.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Io ho il problema opposto. Non quello di trovare il modo di favorire la concentrazione ma quello di allentarla un po’. Perché quando scrivo sono concentrato a tal punto e vivo una tale trance che mi dimentico persino di respirare, vado in apnea, si interrompe o diminuisce l’ossigenazione del sangue e ho perciò dei contraccolpi penosi che mi fanno sentire una nullità: annebbiamenti continui della vista seguiti da forti emicranie quando i capillari si rilassano e il sangue riprende a scorrere, certe volte addirittura perdita della memoria e, in qualche caso, anche ischemie cerebrali transitorie. Mi devo andare a gettare sul letto, sperando che la crisi non sia troppo lunga e non lasci dietro di sé strascichi troppo pesanti. Intanto mi dispero e mi dico: “Ma cosa vuoi fare tu, che vieni continuamente spazzato via come un fuscello e devi trovare ogni volta la disperazione e la forza per ricominciare? Che opera vuoi mettere al mondo in simili condizioni?”  Da un po’ di tempo – per quel poco che serve – ho attaccato un foglio alla base dello schermo, con su scritto a caratteri cubitali: RICORDATI DI RESPIRARE.

Come hai esordito?

Ho esordito a 30 anni, in un cesso, nel senso che il mio primo libro l’ho scritto, letteralmente, in un cesso, seduto sulla tazza del water, col quaderno sulle ginocchia. Era il cesso lurido, con la moquette tutta marcia e pisciata, di un monolocale in affitto alla periferia di Milano dove ero approdato dopo dieci anni di deragliamento e dove, di notte, per non tenere la luce accesa e svegliare la mia compagna e mia figlia bambina che dormivano nell’unica stanza, ho scritto Clandestinità. Questo è stato il mio vero esordio. Lo stesso libro è stato poi pubblicato quindici anni dopo da Bollati Boringhieri e quello è stato il mio esordio pubblico come scrittore.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Nella sostanza non è cambiato molto. Scrivo ancora, in un certo senso, in un cesso, e continuo a sentire e a patire l’attrito di ogni parola che scrivo, anche se nel frattempo – credo – sono diventato un po’ più esperto. Ma non ho ancora imparato “il mestiere” e, a questo punto, credo che non lo imparerò mai.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non mi pare ci siano opere specifiche che mi abbiano influenzato a livello tecnico. Ci sono opere che mi hanno influenzato a livello spirituale, che hanno raggiunto le mie zone più profonde e che hanno rotto l’isolamento della mia anima e indicato anche a me una strada che rendeva necessario il passaggio alla pratica della nuda parola e della scrittura. Le opere che hanno avuto grande influenza su di me, prima ancora che quelle dei grandi romanzieri che ho più amato e che continuo ad amare, come Cervantes, Melville, Balzac, Dostoevskij, Kafka…, sono libri intimi di grande intransigenza e purezza come l’epistolario di Van Gogh, che mi ha accompagnato nei periodi più bui della mia vita, oppure certi libri scritti o dettati da sante o da guerrieri, poemi antichi, lettere e diari che ci fanno andare vicino a certe zone di incandescenza e a cui possiamo unire la nostra fiamma.
Ma, se devo dire qualcosa di più “spendibile”, magari una cosa da nulla in confronto al resto, mi viene in mente un umile consiglio di Hemingway che non ho mai dimenticato, e cioè di interrompere una frase a metà prima di smettere di scrivere, per riprenderla il giorno dopo da lì, senza spezzare il filo.

“Esisti” online?

Non sono collegato a internet e non ho un profilo né su Facebook né su Twitter. Pubblico di tanto in tanto (o meglio qualche amico posta pietosamente per me) qualcosa su un sito collettivo, Il primo amore. Però so che la mia brutta faccia e la mia brutta voce postate da altri sono presenti nell’alluvione della rete.

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[26 – continua; le precedenti interviste: Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

 

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Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/#comments Thu, 18 Oct 2018 12:18:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38215 Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi? Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti […]

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Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi?

Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti  fino all’una. Poi stacco per pranzare, leggere i giornali, riposare mezz’ora e poi riprendo. Ma quando sono in viaggio le cose cambiano naturalmente, anche se scrivo lo stesso portandomi dietro l’iPad. Ma in viaggio non posso stare a orari fissi e tutto dipende dagli impegni che ho con il pubblico che vado a incontrare.

Dove scrivi?

Scrivo nel mio studio di Roma che sta all’ultimo piano e ho davanti una finestra che dà sui tetti e sul cielo spesso solcato da gabbiani e piccioni. Spesso però scrivo nello studio della mia casa di Pescasseroli, al centro del Parco nazionale abruzzese. Ci lavoro bene perché c’è silenzio, perché ho davanti a me solo cime di montagne e boschi centenari, perché ho molto meno impegni e distrazioni che a Roma.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende. Se scrivo un articolo, scelgo un tema e faccio un piccolo progetto mentale. Se scrivo un romanzo cambia tutto perché si tratta di un progetto a lunga scadenza e devo pensare in termini di anni. Mentre scrivo cambio prospettiva, cambio struttura, insomma lascio che la storia mi suggerisca i suoi caratteri.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio decine, a volte centinaia di riscritture. Ricomincio ogni volta da capo e riscrivo, riscrivo finché non mi sembra di avere raggiunto un grado di compiutezza accettabile. Ma potrei continuare all’infinito, perché ogni opera è in fieri e ha tante possibilità che ogni volta nascono dall’approfondimento del tema e possono essere modificate. Parlo sia dal punto di vista linguistico, che narrativo. Comunque per me la scrittura è un progetto musicale. E l’orecchio, mentre scrivo, segue un ritmo che non va mai tradito.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sempre un libro per volta. Posso scrivere un romanzo e un testo teatrale più o meno in contemporanea, gli articoli poi sono sempre in contemporanea. Come ho detto: per scrivere un romanzo non ci metto mai meno di due anni. In questi due anni può capitare che scriva un testo teatrale, una poesia, e certamente ogni quindici giorni il mio intervento sulla pagina delle Opinioni del Corriere della sera.

Carta o computer?

Computer. Uso molto i quaderni per gli appunti ma poi trasferisco tutto sul computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non li chiamerei tic ma necessità. Per me prima di tutto il silenzio e il tempo a disposizione. Mi disturba molto essere interrotta. Infatti di solito stacco il telefono quando scrivo.

Come hai esordito?

Ho la fortuna di venire da una famiglia di scrittori: Una mia bisnonna inglese, Cornelia Berkeley, scriveva libri per bambini; mia nonna Yoi Crosse scriveva romanzi di viaggio; mio padre, Fosco Maraini, antropologo, ha sempre scritto; l’altro mio nonno, Enrico Alliata, scriveva di teosofia, e di cucina vegetariana. Ho cominciato a scrivere a tredici anni per il giornale della scuola, il Garibaldi di Palermo. Da allora non ho mai smesso. Naturalmente sono stata precoce nello scrivere ma anche nel leggere. Ho sempre letto tantissimo. A volte facendomi ridere dietro, come quando mi portavo un libro sullo schilift e facevo delle cadute fenomenali, oppure camminando, e non parliamo dei tram, dei treni, degli aerei, su cui passo il tempo leggendo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Beh, prima usavo la macchina da scrivere. Ora uso il computer che è molto più comodo. Basterebbero quelle tre parolette – Salva con nome – per capire la novità del PC per chi è cresciuto con la macchina da scrivere.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’esempio di mio padre: la sua tenacia, la sua disciplina. Ma poi ciascuno trova il suo equilibrio e i suoi ritmi. Ho imparato molto leggendo, e anche traducendo. Per esempio l’importanza della riscrittura, del seguire l’istinto creativo e musicale, ma senza masi compiacersi,  mantenendo uno sguardo critico sul proprio lavoro.

“Esisti” online?

No. Non mi piace il clima che si respira da quelle parti.

~

[25 – continua; le precedenti interviste: Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 24: Walter Siti https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-24-walter-siti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-24-walter-siti/#comments Thu, 11 Oct 2018 10:06:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38204 Walter Siti è nato a Modena nel 1947. Il suo ultimo romanzo è Bruciare tutto (Rizzoli 2017). * * * 

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

 Quando lavoro a pieno ritmo, comincio a scrivere verso le dieci del mattino fino all’una, poi riprendo verso le 15,30 fino […]

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Walter Siti è nato a Modena nel 1947. Il suo ultimo romanzo è Bruciare tutto (Rizzoli 2017).

* * *



Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?



Quando lavoro a pieno ritmo, comincio a scrivere verso le dieci del mattino fino all’una, poi riprendo verso le 15,30 fino alle 19 circa. Di solito arrivo a 4-5 mila battute, a meno che non sia una parte molto difficile (per esempio, teorica o strutturalmente decisiva). Importantissimi comunque sono i venti-trenta minuti che passo a letto prima di alzarmi, quando il controllo cosciente è ancora lasco; è allora che la dose giornaliera mi si chiarisce in testa e qualche frase si forma già.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre a casa mia, sdraiato sul letto a pancia sotto. Ho provato qualche volta a scrivere in posti belli e rilassanti, tipo un albergo panoramico o qualche casa di amici ricchi, ma non mi viene bene: mi sento in prestito.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio lunghi lavori preparatori (letture, registrazioni audio, sopralluoghi), riempio quaderni di appunti; poi me li rileggo sottolineandoli con colori diversi a seconda del capitolo dove suppongo che ogni appunto mi sarà utile. Poi, per ogni capitolo, stendo delle sinopie su grandi fogli protocollo, coi numeri di pagina dei quaderni interessati; alla fine di ogni giornata di lavoro biffo sul foglio protocollo gli appunti che mi sono già serviti. Un po’ laborioso ma mi dà la sicurezza di non lasciare indietro niente di importante. Naturalmente quando il libro comincia a marciare coi suoi piedi sono molte le cose che invento scrivendo, smentendo le scalette preparatorie. Su una cosa in genere confermo le previsioni iniziali, ed è la lunghezza del libro: mi è necessario deciderlo subito per sapere il ‘passo’ della scrittura, cioè la sua metrica.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Non riesco ad andare avanti se le pagine precedenti non mi soddisfano, non metto ‘puntelli’ provvisori. Arrivo così a una prima stesura che mi sembra accettabile ai miei occhi (ma non ancora a occhi estranei). Poi ricorreggo e riscrivo un paio di volte prima di farlo leggere all’editore, e da lì comincia il normale lavoro di editing.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo un libro per volta, non ce la farei a mettere la testa su più cose; ho la superstizione di credere che i personaggi di un libro si offenderebbero se li costringessi a dividere la stanza con altri personaggi che non c’entrano niente con loro. Anche se poi, alla fine, tutti i miei libri sembrano capitoli di un mega-libro unico; ma è meglio che io non me ne renda conto mentre li scrivo.

Carta o computer?

Mentre sto a pancia sotto sul letto ovviamente scrivo su un quaderno, già così mi fa male alla schiena; verso le cinque del pomeriggio mi siedo al computer e ricopio il lavoro della giornata, correggendolo un poco.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Solo spegnere il telefono. Qualche volta ascolto musica o guardo un quadro prima di cominciare. Mai musica durante la scrittura, per carità. Altre manie sono troppo imbarazzanti per parlarne in pubblico.

Come hai esordito?

Ho esordito mandando a Einaudi un romanzo manoscritto di seicento pagine a cui avevo lavorato per dodici anni. Dopo un mese Paolo Fossati mi telefonò per dirmi che gli piaceva; dopo circa un altro mese ho saputo che l’avrebbero pubblicato.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Da allora, ho imparato a metterci un po’ meno tempo: sono più consapevole di quel che posso o non posso fare, davanti a quali ostacoli devo fermarmi e girarci intorno. Mi sembra che la mia prima stesura di oggi corrisponda a quella che allora era la terza o la quarta. Scrivo meno su di me e uso più controfigure; la vecchiaia è maestra di sotterfugi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

All’inizio, certamente Proust (per la struttura) e Dostojevskij (per i dialoghi). Ma anche Flaubert (per lo stile) e Balzac (per la follia). Molto più i classici che i contemporanei. Tra i contemporanei, forse Houellebecq e Easton Ellis. Adesso forse Carrère. Sempre i poeti, da Leopardi a Baudelaire, dalla Dickinson a Pessoa, e Montale e Penna e Saba e Yeats e Sereni e Caproni e Fortini.

“Esisti” online?

Ho un ‘profilo’ Facebook, credo si dica così. Ma mi limito a leggere ogni tanto quel che postano gli amici; non oso scriverci niente perché ho paura di pentirmene già il giorno dopo. Capisco lentamente e non mi piacciono le scritture deperibili.

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[24 – continua; le precedenti interviste: Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 23: Dany Laferrière https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-23-dany-laferriere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-23-dany-laferriere/#comments Thu, 19 Oct 2017 05:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35311 Dany Laferrière, secondo autore nero della storia a far parte dell'Académie française dopo Léopold Sédar Senghor, e secondo autore privo di nazionalità francese dopo Julien Green, è nato a Port-au-Prince nel 1953. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L' arte ormai perduta del dolce far niente (66and2nd, 2016), mentre il 9 novembre esce sempre per 66thand2nd Diario di uno scrittore in pigiama.

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Da giovane ero molto severo con me stesso, mi imponevo di scrivere tutti i giorni e di fare un minimo di pagine; ora non ho più delle quantità fisse, ormai lavoro per piacere. Scrivo le cose che mi passano per la mente, prendo appunti, quando sento che è il momento li metto assieme e realizzo che sto lavorando su un nuovo libro ma davvero in tutta la prima fase dei lavori lo sviluppo come viene, sono io a seguire il libro non viceversa.

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Dany Laferrière
, secondo autore nero della storia a far parte dell’Académie française dopo Léopold Sédar Senghor, e secondo autore privo di nazionalità francese dopo Julien Green, è nato a Port-au-Prince nel 1953. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è
L’ arte ormai perduta del dolce far niente (66and2nd, 2016), mentre il 9 novembre esce sempre per 66thand2nd Diario di uno scrittore in pigiama.

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Da giovane ero molto severo con me stesso, mi imponevo di scrivere tutti i giorni e di fare un minimo di pagine; ora non ho più delle quantità fisse, ormai lavoro per piacere. Scrivo le cose che mi passano per la mente, prendo appunti, quando sento che è il momento li metto assieme e realizzo che sto lavorando su un nuovo libro ma davvero in tutta la prima fase dei lavori lo sviluppo come viene, sono io a seguire il libro non viceversa.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ultimamente viaggio molto quindi finisco per lavorare sempre in albergo, negli orari in cui capita. Mi trovo bene nelle camere d’albergo, scrivo disteso sul letto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio mai ricerca prima, sempre durante: in effetti comincio ogni mio libro da testi e appunti scritti a caso; se sento che c’è qualcosa inizio a metterli assieme, a combinarli e cercare una cucitura e da lì una strada. Trovata la strada inizio a riflettere sulla forma reale che avrà il libro, sulle ricerche da fare e tutto il resto. Ma la mia scrittura è sempre prima di tutto un lavoro di ricomposizione di appunti.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Entrambe le cose. Quando scrivo cerco di fare la pagina perfetta ma poi non lo è mai, quindi la devo revisionare e da lì finisco per cambiare tutto. Quando ho finito di editare ho nostalgia della bozza, mi viene il dubbio di aver rovinato ogni cosa, per fortuna quando poi vado a ricontrollare di solito non è vero.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo sempre più libri allo stesso tempo, nel senso che mentre sto lavorando a un libro prendo sempre appunti per altri libri, è fondamentale appuntarseli o vanno perduti, di fatto mentre sto scrivendo un libro ne nasce sempre almeno un altro ed è lì che mi viene la smania di terminare il primo per potermi dedicare al successivo.

Carta o computer?laferriere

Prendo appunti su carta e comincio a scrivere le prime pagine su carta, poi quando c’è materiale sufficiente comincio a trascrivere su file, e di solito da lì procedo al computer, anche se ultimamente devo dire che uso molto più a lungo la carta, sarà che sono più rilassato rispetto allo scrivere, ho più sicurezza e meno urgenza.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Ho un rituale preciso ma non serve a cominciare, serve a finire. Quando ho finito un libro, riordino tutta la casa. Serve a dirmi che ho finito. Quindi per certi versi è anche un rito per cominciare il successivo, ok.

Come hai esordito?

In modo abbastanza regolare. Ho mandato a vari editori, ho ricevuto silenzi o rifiuti; ho insistito finché l’ho inviato a un editore del Quebec che se lo è preso. Ciò in cui sono stato fortunato è stato, piuttosto, il fatto che è stato un successo: a volte, per uno scrittore, e ciò purtroppo può valere a prescindere dalla qualità della scrittura, il secondo libro è più difficile da pubblicare del primo, se il primo non è stato esplosivo nelle vendite.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

È cambiato anzitutto nel fatto che la la mia energia è diversa. Da giovane avevo più energie ma le sprecavo, ad esempio ne consumavo una quantità enorme per cominciare un testo. Ora anche se prendo degli appuntini a casaccio so già che sto cominciando: mi preoccupo meno di entrare nel libro, perché so riconoscerne i segni e quindi inizia a serpeggiare ovunque anche da solo. Senza una forte energia probabilmente non avrei mai cominciato, ma adesso trovo che l’essere meno carico per certi versi sia un bene, l’attività di scrittura è molto meno stressante, e poi grazie all’esperienza posso utilizzare tutto, anche i pensieri o i fatti marginali possono alimentare il libro che sto scrivendo: sarò vecchio, ma sono finalmente diventato scrittore ventiquattr’ore su ventiquattro, il momento in cui mi metto scrivere materialmente le pagine è solo uno dei tanti che concorrono alla creazione del libro.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi più scrittori che che singoli libri. Sono questi: Borges, Bukowski, Bulgakov, Miller, Tanizaki. Ah, e Diderot.

“Esisti” online?

Non ho neanche il telefono.

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[23 – continua; le precedenti interviste: Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 22: Lorrie Moore https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-22-lorrie-moore/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-22-lorrie-moore/#comments Thu, 12 Oct 2017 05:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35251 Lorrie Moore, tra i maggiori autori viventi di racconti, è nata a Glens Fals nel 1957. La sua ultima raccolta uscita in Italia è Bark (Bompiani 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Invecchiando, sono diventata indisciplinata. Prima scrivevo tutti i giorni, sempre, era la regola, e se non facevo quattro o cinquemila battute ero molto scontenta. Adesso la vita è arrivata, tutta insieme, e le cose da fare sono così tante che è impossibile tenere una disciplina del genere… Oppure la verità è che posso finalmente permettermi di essere indisciplinata, chissà! In effetti quando leggo di scrittori di mezza età, affermati, che dicono di scrivere tutti i giorni, credo che mentano. Poi in realtà, se guardo bene, vedo che prendo appunti sul mio quadernino tutti i santi giorni, quindi in qualche modo ho continuato a scrivere tutti i giorni anche se non mi do più, come facevo fino a qualche anno fa, un minimo giornaliero di battute.

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Lorrie Moore
, tra i maggiori autori viventi di racconti, è nata a Glens Fals nel 1957. La sua ultima raccolta uscita in Italia è
Bark (Bompiani 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Invecchiando, sono diventata indisciplinata. Prima scrivevo tutti i giorni, sempre, era la regola, e se non facevo quattro o cinquemila battute ero molto scontenta. Adesso la vita è arrivata, tutta insieme, e le cose da fare sono così tante che è impossibile tenere una disciplina del genere… Oppure la verità è che posso finalmente permettermi di essere indisciplinata, chissà! In effetti quando leggo di scrittori di mezza età, affermati, che dicono di scrivere tutti i giorni, credo che mentano. Poi in realtà, se guardo bene, vedo che prendo appunti sul mio quadernino tutti i santi giorni, quindi in qualche modo ho continuato a scrivere tutti i giorni anche se non mi do più, come facevo fino a qualche anno fa, un minimo giornaliero di battute.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Mi piace scrivere alla mattina. Prendere il caffè e attaccare. Quando le cose vanno bene, dormo, mi sveglio, prendo il caffè, ricopio le note dal quaderno, scrivo un paio di pagine, le stampo, poi mi vesto, esco, pranzo fuori mentre riguardo le pagine stampate e le correggo, rientro a casa e trascrivo su file le correzioni. Questa è la mia giornata di lavoro ideale.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio dei piccoli schemi, specie riguardo la collocazione degli eventi chiave. Questa cosa deve accadere alla fine, quest’altra in mezzo… Trovo che sia importante perché poi, quando ti lasci prendere dal flusso della scrittura, rischi di dimenticarli o comunque di dargli un peso diverso da quello predefinito. Il che non è per forza un male, anzi nei romanzi spesso bisogna proprio fare così, lasciare che la scrittura ribalti e sconvolga quanto previsto, ma nei racconti non ci si può permettere una simile libertà, nei racconti riusciti c’è sempre un meccanismo abbastanza preciso e lo devi rispettare.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio tantissime riscritture in corso d’opera, diverse decine per ogni racconto. Mentre procedo riscrivo e poi ogni volta che rileggo, di fatto, riscrivo.

Scrivi più libri in contemporanea?

Se lavoro a un romanzo sì, perché quando arriva un’idea per un racconto va buttata giù. Le idee per i racconti sono scintille, sono veloci e brucianti e volatili, se non le trascrivi subito le perdi, e una volta che le hai trascritte è opportuno anche portarle a compimento perché puoi perdere comunque, se non l’idea in sé, lo spirito di quell’idea, la sua aura. Quindi in generale sto sempre scrivendo un romanzo e mentre lo scrivo appaiono questi racconti, che poi finiscono per organizzarsi in raccolte: di fatto sto sempre scrivendo due libri in contemporanea.

Carta o computer?

Prendo appunti su carta. Una volta facevo anche la prima stesura su carta. Adesso mi sono abituata a farla direttamente su computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?lorrie

Evitare distrazioni, specie quelle di tipo informativo. Mai far entrare del rumore di fondo. Ad esempio, una cosa che mi piacerebbe fare ma non faccio è leggere il giornale al mattino. Pessima idea. Ti entra subito roba in testa che non vuoi. Bisogna andare puliti sulla scrittura a mente completamente libera e fresca, e fare il resto dopo. Si può, invece, rileggere quello che si è scritto il giorno prima o studiare e rivedere gli schemi strutturali.

Come hai esordito?

Scrivevo racconti e li pubblicavo in varie riviste, non molto importanti. Quando ne feci una raccolta e cercai un editore, ricevetti molti rifiuti. In effetti, ricevetti solo rifiuti. Ma continuai a scrivere racconti e pubblicarli in giro per riviste. A un certo punto me ne hanno preso uno sul New Yorker e da quando ho cominciato a scrivere lì ovviamente le cose sono cambiate.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non sono né più sicura né meno, per un po’ ho pensato di essere più brava di quello che sono, poi meno, e alla fine non lo sai proprio più, pensi solo a andare avanti. Di certo non apro e non aprirò mai più i miei primi due libri, penso che gli ultimi tre siano meglio – lo spero, almeno.

Le opere che più ti hanno influenzata per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non puoi leggere una cosa fantastica e dire “voglio farla”, perché è gia stata fatta… Non ho mai pensato “voglio scrivere Il grande Gatsby,” no. Credo che la strada giusta sia più pensare cose come “chissà se riesco a beccare questa certa sensazione, a beccarla precisa?”
Al di là di questo, mi piacciono le cose che contengono un misto di commedia e tragedia e tra i miei riferimenti principali, specie come autrice di racconti, ci sono il Decameron di Boccaccio e tutta l’opera di Alice Munro.

“Esisti” online?

Assolutamente no. Non ho capito bene cosa facciano Facebook e Twitter alla testa della gente, ma non mi piace: io le mie opinioni le tengo per me e mi trovo bene così. Già scrivere libri mi pare troppo. Va detto però che YouTube è pura magia. Lì ci passo le giornate, questa è la verità. Soprattutto a cercare canzoni, e poi a saltare da una canzone all’altra. Poi ovviamente c’è il lato della ricerca, i giovani che scrivono oggi non possono sapere che fatica infernale fosse fare ricerca – anche il solo, semplice, fact checking – una volta, prima di Internet.

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[22 – continua; le precedenti interviste: Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/#comments Mon, 02 Oct 2017 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35143 Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte […]

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Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte anche le tredici. Se non ci sono problemi particolari faccio diverse pagine, senza preoccuparmi troppo del numero esatto. Al pomeriggio, poi, le revisiono.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa, e se sono in viaggio mi organizzo una stanza. Devo scrivere comunque e sempre nello stesso luogo: devo creare una stanza specifica dove tengo tutti i materiali e si forma l’impronta del libro. Come detto scrivo sempre al mattino.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio moltissimi schemi, disegni, dossier, prima di cominciare. E ricerca, ovviamente, visto il tipo di romanzi che scrivo. Prima di tutto in realtà ci sono le ricerche, anche se poi, quando scrivi, ci sono momenti in cui ti rendi conto che ti mancano dati che non avevi previsto e allora devi ripartire per raccoglierli. Ma a parte queste evenienze, una volta raccolto tutto ciò che mi occorre per il libro mi immergo in modo totalizzante. In effetti passo diversi mesi senza uscire dalla stanza in cui lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

In genere ci sono dalle tre alle cinque riletture, e quindi riscritture, della stessa pagina. Come detto scrivo di mattina e il pomeriggio torno a leggere quello che ho scritto, modificandolo. Poi quando ho finito il capitolo torno all’inizio e lo rileggo per intero, effettuando ulteriori modifiche. E poi faccio la stessa cosa, di nuovo, col libro, altre due tre volte.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai capitato, si potrebbe, magari lo farò, non vedo ostacoli particolari, ma per ora non mi è mai capitato.

Carta o computer?

Direttamente al computer.photo-1449770133-447716

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Nessuno, se non quella cosa della stanza e l’organizzarmi per avere molte ore libere davanti.

Come hai esordito?

È stato molto difficile, non conoscevo nessuno in ambito editoriale. Avevo vissuto dieci anni tra Siria e Iran e alla fine mi ero sistemato a Barcellona, ma in Francia non avevo contatti di alcun tipo. Quindi non sapevo bene cosa fare o a chi rivolgermi. Ragionandoci su, mi venne in mente la casa editrice Actes Sud, che mi piaceva molto da lettore, e che pubblicava autori arabi contemporanei. Quella che ho scritto, mi sono detto, è comunque una storia araba, quindi magari a loro può interessare. Gli ho scritto e mi hanno detto di inviare, aggiungendo che se non avrei ricevuto risposte dopo tre mesi il libro era da considerarsi rifiutato. Per paura che non venisse neanche letto ho cercato di mettere un nome sulla busta contenente il manoscritto, ho trovato quello che credevo essere il nome di un editor, ma mi sono sbagliato e ho mandato all’ufficio diritti. Un errore che però si è rivelato fortunato: dato che costui non riceveva mai manoscritti, si è incuriosito, lo ha letto e lo ha passato al direttore editoriale. Era iel 2002, il libro è quello che è poi uscito in Francia col titolo La Perfection du tir.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il metodo in sé non è cambiato molto. È sempre un processo lungo, difficile e faticoso. Quello che è cambiato è lo scrittore: sono molto più tranquillo e sicuro dei miei mezzi, quindi lavoro con meno ansia e con una certa consapevolezza del fatto che prima o poi da tutto quel lavorare uscirà qualcosa di compiuto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Roberto Bolaño: è stato questo quando ho letto I detective selvaggi che mi sono detto: io voglio scrivere, e voglio scrivere così. 
Non che prima non scrivessi: ma erano testi accademici o articoli. Ma mi ero stancato, volevo più libertà. La fiction me la poteva dare e quel romanzo mi ha indicato la direzione.

“Esisti” online?

Sono su Facebook ma giusto per dire due cazzate, niente di importante o che riguardi in modo rilevante il mio lavoro letterario.

~

[21 – continua; le precedenti interviste: Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

L'articolo Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard proviene da Minima et Moralia.

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Discorsi sul metodo – 20: Valeria Luiselli https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-20-valeria-luiselli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-20-valeria-luiselli/#comments Mon, 18 Jul 2016 13:32:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31548 Valeria Luiselli è nata a Città del Messico nel 1983. Il suo ultimo libro edito in Italia è Volti nella folla (La Nuova Frontiera 2012)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Di solito sono contenta se faccio una pagina. Quindi circa duemila, duemilacinquecento battute, anche se non le conto così nel dettaglio. Dato che alla fine conta la qualità, a volte mi va bene anche fare sette righe, se sono buone. Poi ovviamente le attese cambiano a seconda di cosa si sta facendo. Ora sto scrivendo un romanzo per frammenti, e quindi la quantità diminuisce ulteriormente. L’importante è tenere un passo regolare, cercare di mettersi al tavolo tutti i giorni.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Comincio rigorosamente alle ventuno di sera e vado avanti fino alle tre o quattro di notte. A volte, se ho più energie o sono in mezzo a un momento particolamente importante, anche le cinque. Per scrivere ho bisogno di blocchi di ore considerevoli, ci metto molto a trovare il ritmo, a reinnescarmi. Se mi dai due ore non ci faccio niente, neanche comincio. Sei è il minimo per compicciare qualcosa.

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Valeria Luiselli è nata a Città del Messico nel 1983. Il suo ultimo libro edito in Italia è Volti nella folla (La Nuova Frontiera 2012)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Di solito sono contenta se faccio una pagina. Quindi circa duemila, duemilacinquecento battute, anche se non le conto così nel dettaglio. Dato che alla fine conta la qualità, a volte mi va bene anche fare sette righe, se sono buone. Poi ovviamente le attese cambiano a seconda di cosa si sta facendo. Ora sto scrivendo un romanzo per frammenti, e quindi la quantità diminuisce ulteriormente. L’importante è tenere un passo regolare, cercare di mettersi al tavolo tutti i giorni.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Comincio rigorosamente alle ventuno di sera e vado avanti fino alle tre o quattro di notte. A volte, se ho più energie o sono in mezzo a un momento particolamente importante, anche le cinque. Per scrivere ho bisogno di blocchi di ore considerevoli, ci metto molto a trovare il ritmo, a reinnescarmi. Se mi dai due ore non ci faccio niente, neanche comincio. Sei è il minimo per compicciare qualcosa.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio preproduzione per molto tempo, anche un anno, prima di cominciare a scrivere un libro. Prendo dei piccoli appunti testuali, leggo libri adatti ai temi che penso di affrontare, e quando il momento di scrivere si avvicina faccio anche moltissimi schemi, sebbene poi non li rispetti: la loro funzione è quella di farmi pensare, di farmi vagliare delle ipotesi. Tutto questo però tende a inquadrare più le premesse e il primo sviluppo del libro che il finale o i temi centrali: se ‘‘sapessi’’ troppo del libro, mi passerebbe la voglia di scriverlo. Scrivere narrativa è un’attività che richiede molta forza di volontà, e quindi motivazione alla scoperta, altrimenti non ce la fai mica.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Per il libro che sto scrivendo, parlare di cesello sarebbe addirittura riduttivo. Riscrivo ogni parte mille volte, e mille volte ogni frase. È vero però che, per quanto la mia tendenza sia questa, le regole cambiano di libro in libro. Per un romanzo di frammenti è normale procedere così. Il precedente, Storia dei miei denti, l’ho scritto a puntate, come un feuilleton, nell’ambito di un progetto artistico finanziato da un’azienda di succhi di frutta… Sì, davvero: si chiama Zumex, ha una sua collezione d’arte per i dipendenti comprata con i profitti aziendali; uno dei loro curatori mi ha chiesto se potevo fare un testo per il catalogo di un’esposizione. Gli ho detto di no, ma mi sono offerta di scrivere un romanzo per i loro operai. All’inizio hanno fatto qualche resistenza di fronte a un’idea del genere, ma poi è passata: io scrivevo il romanzo a puntate, ogni puntata veniva stampata e distribuita a operai e dipendenti, che facevano un loro circolo di lettura, leggevano ad alta voce, commentavano e criticavano; il file mp3 mi veniva passato e lo ascoltavo prima di scrivere il passaggio successivo.
Mi piace fare in modo che ogni libro che scrivo sia un’esperienza completamente differente, perché trovo che la fase in cui devo impegnarmi per trovare il processo giusto possa concorrere in modo importante al risultato finale.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, non ci riesco, anche se a volte scrivo piccole cose, o saggi, collegati al romanzo a cui sto lavorando. Ad esempio adesso, visto che il mio prossimo romanzo avrà come protagonisti dei migranti, sto scrivendo anche un saggio lungo sull’immigrazione.

Carta o computer?

Entrambe, di solito prima carta e poi computer ma capita che si scambino – di nuovo, a seconda del tipo di libro che sto scrivendo.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?
Valeria-Luiselli
Una volta non ne avevo. Scrivevo sempre e comunque, ovunque. Ora sono diventata una maniaca. Devo essere per forza da sola e per forza di notte: bevò te’ verde macha, sia per stare più sveglia, che come antiossidante, visto che mentre scrivo fumo. Così tè e sigarette si bilanciano – almeno spero.

Come hai esordito?

Ho pubblicato il mio primo libro, Carte false, sette anni fa: non è che non credevo di pubblicarlo, non credevo proprio che sarei mai riuscita a finirlo. Quindi già finirlo mi ha tranquillizzato: se potevo finirlo, mi sono detta, forse potevo anche pubblicarlo. L’ho allora mandato in giro, come fanno tutti all’inizio. Ho beccato due rifiuti ma al terzo editore me lo hanno preso. Non un percorso troppo accidentato, dunque.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Completamente. Come ti dicevo, prima scrivevo ovunque: nei bar,  in giro fermandomi su una panchina, in treno… Ora ho bisogno di stare sola e concentrata, con molte ore davanti. Spero valga solo per questo romanzo e che poi possa ricominciare a rilassarmi un po’.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente La terra desolata, di T.S. Eliot. È il mio libro feticcio, torna sempre a galla in qualche modo, finisce sempre per collegarsi a quello che faccio… Poi direi anche Watermark di Iosif Brodskij, è un testo che quando ho iniziato a scrivere mi ha influenzata molto.

“Esisti” online?

Ho Twitter e mi piace, anche se non sono molto brava a usarlo.

[20 – continua; le precedenti interviste: Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/#respond Tue, 12 Jul 2016 13:19:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31540 Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

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Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?
 Scrivi più libri in contemporanea?

Rivedo man mano che avanzo nella scrittura e poi, quando ho una prima versione, faccio molto lavoro di editing. Sento che solo in quel momento inizio a capire che libro volevo scrivere, ed è allora che prendo le decisioni più importanti. Con il mio ultimo romanzo, per esempio, ho fatto fatica a rendermi conto che avrei dovuto eliminare i primi due capitoli (che erano serviti a me, ma dei quali il lettore poteva fare a meno), e iniziare in quel nuovo punto ha trasformato completamente il libro. Quanto ai tempi, io direi che se ci metto sei mesi a scrivere una prima versione, di solito a rivederla ci metto tre o quattro volte tanto, soprattutto perché tra una rilettura e l’altra abbandono il manoscritto per un po’, lo lascio crescere da solo. Nel frattempo scrivo il mio diario o prendo appunti, ma non riesco a iniziare un nuovo libro senza aver terminato il precedente.Rodrigo-Hasbun-Foto-minuto30com_LRZIMA20150612_0105_11

Carta o computer?

Computer e poi carta, quando rivedo. Mi piace oscillare tra le due cose, mettere alla prova il testo a partire dalla diverse distanze che offrono, anche se credo, alla fin fine, di fidarmi più della carta. Su carta i problemi si individuano meglio, forse perché il testo si sente più estraneo, una cosa fatta da qualcun altro. Inoltre la carta mi aiuta a far sì che lo scrittore lasci spazio al lettore, un lettore che giudica senza compassione quello che gli è stato dato da leggere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Prima di sedermi a scrivere di solito faccio due cose: preparare il caffè (o ordinarlo se non sono a casa), e mettere il disco con le sessioni di Chet Baker e Bill Evans. Il mix di caffè e musica mi aiuta a perdermi più facilmente, a smettere di essere dove sono. Ovviamente, ho dimenticato di dire che nei periodi in cui scrivo, mi proibisco di utilizzare Internet durante il giorno. Non riesco a immaginare un nemico peggiore di quella distrazione costante sullo schermo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è uscito quando avevo venticinque anni. Già da qualche anno avevo iniziato a pubblicare racconti su riviste e giornali, e un amico di un editore ne aveva letti alcuni e gli erano piaciuti. Non ricordo chi dei due mi ha contattato, ma a partire da quel momento il mio primo libro (una piccola raccolta di racconti) ha iniziato a prendere forma senza difficoltà. Quindi ho avuto fortuna, anche se non è una storia del tutto inusuale, succede a molti scrittori boliviani. È più facile pubblicare in Bolivia che in altri paesi. Non ci sono un’industria e un mercato vere e proprie e le case editrici, che sono quasi tutte indipendenti, sono disposte a rischiare. Nel bene e nel male, tutto funziona a livello di rapporti interpersonali. Con quel primo libro io stesso andavo in giro per le librerie e i caffè che frequentavo a lasciare copie del libro, e i gestori mi davano una mano a venderle.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Credo di aver imparato adesso che un libro è fatto anche di tempo, che a volte è necessario lanciare il dardo centinaia di volte prima di fare centro anche solo una volta, che bisogna non perdere la pazienza, saper aspettare. E anche che la costanza è indispensabile. Senza non si ottiene nulla.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Adoravo leggere le interviste della Paris Review, stare attento a quello che dicevano gli scrittori, cercare di imitarli e imparare. Ma quello che mi è realmente servito a imparare qualcosa su questo mestiere è stato ritornare ai libri che mi hanno commosso o entusiasmato quando li ho letti per la prima volta (diciamo quelli di Coetzee e Rulfo, o quelli di Agota Kristof e Onetti): per me questo mestiere si definisce soprattutto a partire dalle decisioni che bisogna prendere in continuazione scrivendo – dove taglio e perché, in che momento cambio punto di vista e perché, quando lascio che i personaggi tacciano e perché. In questo senso, gli scrittori che ammiro sono quelli delle cui decisioni mi fido, e quelle decisioni sono sempre più facili da notare quando si rilegge, quando si presta meno attenzione al destino dei personaggi e ci si concentra in quelle altre cose di cui in verità sono fatti i libri.

“Esisti” online?

No, in quell’altra realtà non esisto.

(traduzione di Giulia Zavagna)

[19 – continua; le precedenti interviste: Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 18: Yiyun Li https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/#comments Thu, 23 Jun 2016 13:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31375 Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

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OAKLAND, CA - SEPTEMBER 21: Fiction writer Yiyun Li is photographed at her home in Oakland, CA for the MacArthur Foundation Awards. (Photo by Don Feria/Getty Images for The MacArthur Foundation Awards)

Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio preproduzione ma tutta mentale. Per diversi mesi, anche sei o sette, lavoro mentalmente alla struttura del romanzo, mi immagino le parti, le funzioni dei vari personaggi, l’arco temporale, le scene chiave. Solo quando sento di avere un’idea chiara di tutto, allora mi metto a scrivere. 
Per quanto riguarda la ricerca, è qualcosa che riesco a fare solo a lavori in corso. Quando comincio a scrivere, allora comincio anche a raccogliere materiali.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Sono una cesellatrice. È difficile non volere una pagina perfetta, anche se non ci si riesce mai veramente. Di solito quando comincio a scrivere riparto dalle pagine precedenti e cerco di migliorarle, quindi quando arrivo alla bozza finale di solito non è malaccio perché sono ripassata molte volte su ogni pagina.


Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, scrivo sempre due libri in contemporanea. Un romanzo e una raccolta di racconti. Con tempistiche sfalsate però. Il romanzo è come una maratona, devi essere allenato e avere il fiato. I racconti sono come una serie di scatti, o sollevamenti, o esercizi di ginnastica. Quindi si possono fare in contemporanea, basta stare attente a non sovrapporre le fasi chiave, ideazione e revisione. Quando sono oltre metà di un romanzo avvio la raccolta di racconti, e mentre la finisco comincio a raccogliere le idee per il prossimo romanzo. Questi cambi di passo mi aiutano anzi a ripulire la mente senza dover staccare o andare in vacanza.

Carta o computer?

Una volta usavo solo il computer, ora scrivo sempre più con carta e penna, per riflettere maggiormente sulle singole frasi. Il computer è ottimo quando sei nel pieno dei lavori, per fare botte di molte pagine, ma se c’è da stare attente, quando sei sui passaggi importanti, in cui ogni parola pesa, è meglio la carta, tanto più che poi, trascrivendo su computer, fai anche un altro giro di revisione. Invecchiando, ho finito per usare sempre più i quaderni, probabilmente perché mi interessa meno finire prima, e molto di più cercare di far meglio possibile.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Evitare Internet. Non me la sento di staccarlo proprio, sarebbe troppo e la sua assenza mi distrarrebbe ancora di più, inoltre dovrei riaccenderlo ogni volta che mi viene in mente di controllare qualcosa, perdendo altro tempo. Così tutto il mio lavoro di scrittura è in realtà una lotta continua contro la tentazione di andare online.

Come hai esordito?yun_due

È una storia bizzarra, perché è molto molto fortunata, e so quanto sia rara la fortuna sfacciata in questo mestiere. La mia carriera è cominciata infatti facilmente, quasi troppo facilmente. Ho scritto un racconto. L’ho mandato alla Paris Review. Grazie a quel racconto mi ha contattata un’agente. L’agente mi ha trovato da scrivere un racconto per il New Yorker. Grazie a quel racconto ho avuto un contratto a busta chiusa con Random House per due romanzi. Così, tutto di fila. 
E ti dirò, non mi sono neanche spaventata di fronte all’idea di scriverli, così senza preparazione, perché al momento del contratto mi era appena nato un bambino e quando sei una madre con un bimbo in braccio pensi solo al fatto che gli devi dare da mangiare, vedi qualunque cosa come una possibilità per nutrire la prole, non c’è spazio per l’ego, l’ansia o le paranoie.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato davo molto attenzione alla vicenda, ai personaggi, agli snodi. E alla quantità. Macinavo pagine su pagine tenendo sempre a mente l’asse narrativo. Ora sono più lenta, ma soprattutto mi interessa più il pensiero, farlo riverberare, rendere nuovi i pensieri a cui mi ispiro, trovare le parole giuste per articolare quelli dei personggi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cambiano sempre. Se scrivi seriamente, è normale innamorarsi continuamente di qualcosa di nuovo. In questo momento rileggo Guerra e pace, lo avevo letto da ragazzina ma ora mi fa un effetto completamente diverso – mi interessa, e mi influenza, il modo in cui Tolstoj guarda al mondo. 
Da giovane sicuramente sono stati decisivi nella mia formazione Ernest Hemingway e William Trevor, che come me sono indifferentemente raccontisti e romanzieri.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma è una cosa abbastanza inutile, una specie di biglietto da visita online. Ho fatto un esperimento di due anni con Facebook e Twitter, sono divertenti ma rubano così tanto tempo, e io sono avida di tempo, se hai da leggere e scrivere il tempo non basta mai… Ho letto da qualche parte che la maggior parte della gente passa su Facebook un’ora al giorno. Se fai il conto sulle ore libere da sonno e cibo, viene quasi un mese l’anno – un mese di lavoro – bruciato là sopra. Devono essere pazzi.

[18 – continua; le precedenti intervisteCărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/#comments Thu, 21 Jan 2016 14:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29677 Mircea Cărtărescu è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell'acquaio (Nottetempo 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire 'professionale': si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.

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Mircea Cărtărescu
è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono
Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell’acquaio (nottetempo 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire ‘professionale’: si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.
Il livello ulteriore, che è quello artistico, non ha ha niente a che fare con l’artigianato, anche se ovviamente prevede il dominio delle tecniche di primo livello: un artigiano fa sempre la stessa scarpa e sempre la farà; un artista può, anzi deve, prendere direzioni inaspettate, o anche smettere di scrivere per un po’ onde trovare tali nuove direzioni.
C’è poi un terzo livello, a cui non è detto si possa arrivare ma a cui è necessario aspirare: pochi lo hanno veramente raggiunto, ed è un livello che trascende completamente la tecnica – se contasse solo la tecnica, del resto, un Nabokov sarebbe lo scrittore più importante di tutti i tempi e Dostoevskij un autore secondario; a tale terzo livello è necessaria una fede totale, come se fosse una sorta di divinità, nel potenziale che ha l’arte di portarci a un livello finora sconosciuto della realtà. Alcuni di quelli che sono riusciti ad arrivare a questo livello possono non essere grandi artigiani come i primi o grandi artisti come i secondi – Kafka, per esempio, neanche si pensava come uno scrittore – ma chi ha una vera fede nella letteratura ha sempre almeno una possibilità di inseguire la visione profonda, e dunque ha il dovere farlo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Posso scrivere ovunque ma devo avere il caffè e la porta chiusa dietro di me. devo essere solo, col caffè, penna e quaderno. A quel punto posso essere a Honolulu come a Bucarest, non cambia molto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio documentazione, ma navigando a vista. Leggo molti testi di altre discipline, specialmente scientifiche. Quando comincio a scrivere un libro e ho inquadrato i suoi possibili temi, mi circondo di altri libri che hanno a che fare con quei temi.
Non faccio invece documentazione sulle location: vado a memoria o invento direttamente. Non voglio andare nei posti che racconto, del resto anche Pynchon mica è stato nei luoghi che descrive, credo che in un certo tipo di letteratura si possa ricostruire la realtà anche meglio lavorando così, senza farsi vincolare da un’osservazione troppo vicina al momento della scrittura.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Giunto a questa età e a questo livello di esperienza, non riscrivo e non edito. Scrivo lentamente ma quello che scrivo deve essere definitivo. Non dico che sia la cosa migliore da fare, e conosco i limiti di questo metodo: può capitare infatti di fare dieci, venti, a volte anche cinquanta pagine, capire di aver preso una linea sbagliata e dover buttare via tutto. È il prezzo da pagare per questo approccio. Il lato positivo è invece che quando trovo il flusso giusto, allora posso seguirlo in scioltezza, dando fiducia alla mia mente, e ritrovarmi con il libro finito prima del previsto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai successo e non credo possa succedere, proprio perché il mio metodo ormai si basa sul seguire questa linea mentale. Se si lavora senza appunti, senza schemi, senza riscritture, è essenziale che la mente sia sempre aderentissima a quello a cui si sta lavorando, altrimenti ci si perde.
Pensandoci, devo dire anche che non mi interesserebbe farlo perccarta_duehé non penso minimamente alla pubblicazione, o anche solo alla mia bibliografia: la pubblicazione è una fase necessaria del libro ma a cui si deve pensare solo dopo, io scrivo per creare ambiti in cui esistere, quindi mentre scrivo vivo dentro al quaderno anche più che nella realtà, i miei libri sono come matrimoni, si crea un mondo e ci si vive dentro mentre lo si porta avanti. Anche se a libro finito divorzio e mi risposo, non tradisco certo la moglie durante il matrimonio.

Carta o computer?

Carta. Credo influenzi il mio stile, essendo un medium più lento hai più tempo per ‘ricevere’.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Una volta ho scritto un racconto, L’oggetto che mi ispira, dove però non dico mai quale sia. In realtà, a parte quanto già detto – il caffè, lo scrivere a mano, il non editare – non ho particolari riti o feticci.

Come hai esordito?

Sono stato abbastanza fortunato, prima della nostra generazione pubblicare sotto il regime era difficilissimo, ma negli anni ’80 la Romania volle darsi un’immagine di nazione aperta alle arti. Ovviamente era tutto fasullo, pura propaganda, ma si aprì un piccolo spiraglio che permise a molti autori della mia generazione, i cosiddetti ‘Ottantisti’, di arrivare a pubblicare qualcosa. Tra costoro c’ero anch’io.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Se dovessi riscrivere Nostalgia, il mio primo libro, ovviamente lo riscriverei meglio, sono molto critico sui miei primi libri, sono pieni di mancanze, odio quella insopportabile negligenza nello stile. Spero e penso che i miei ultimi libri siano migliori. Qualcosa in questi anni ho imparato, sia nel concepimento che nello stile che nella forma. E meno male. Si potrebbe dire che nella vita di ogni autore ci sono i books of innocence e i books of experience, ma anche per questo non si può non notare che a volte l’ingenuità, pur nei suoi errori, può avere alcuni tratti affascinanti, che sono impossibili da ricreare deliberatamente.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’Ulisse è il primo titolo che mi viene, da lì ho imparato tutto a livello di costruzione strutturale. Anche V. di Pynchon (la cui struttura comunque possiamo dire che viene a sua volta da Joyce). Tutto il lavoro di Thomas Pynchon in effetti è fondamentale. E ovviamente è fondamentale Kafka, mi pare quasi inutile rimarcarlo. Sono libri che aprono la mente alle possibilità di nuove direzioni, e sono i libri che hanno dato forma alla mia scrittura.

“Esisti” online?

Ho sempre pensato che Facebook, Twitter e gli altri social media fossero qualcosa di frivolo e privo di valore. Poi però la primavera di due anni fa ho avuto una profonda depressione, ero arrivato al punto di pensare che sarei morto, ma non volevo prendere farmaci, così mi son detto, proviamo questo Facebook. Mi ha curato. Gli sono grato. In dieci giorni stavo bene. La verità è che avevo un bisogno disperato di connessione umana, ero completamente solo, non parlavo con nessuno, così ritrovarmi in un flusso, anche se in parte irreale, di informazioni, di conoscenti, di dialoghi, per quanto effimeri, mi ha aiutato moltissimo. Sono molto attivo sui social, posto materiali sui miei libri ma anche riflessioni sociali e politiche, mi dà l’impressione immediata che la la mia voce sia ascoltata, e anche questo è importante, anche quando ci si esprime attraverso libri di molte pagine. Ogni giorno sto due o tre ore su Facebook e mi fa molto bene.

[17 – continua; le precedenti interviste: Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 16: Merritt Tierce https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-16-merritt-tierce/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-16-merritt-tierce/#comments Wed, 23 Dec 2015 13:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29274 Merritt Tierce è nata in Texas. Il suo libro d’esordio, Carne viva, è uscito in Italia nel 2015 per SUR. * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Scrivo zero ore al giorno: ecco la verità. Almeno in questo momento. Il fatto è che non ho […]

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Merritt Tierce è nata in Texas. Il suo libro d’esordio,
Carne viva, è uscito in Italia nel 2015 per SUR.

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo zero ore al giorno: ecco la verità. Almeno in questo momento. Il fatto è che non ho un programma o una routine, e sta diventando un problema. Adesso, dopo Carne viva, la gente si aspetta che io scriva altri libri. Quando lavoravo a quel romanzo cercavo di isolare tre giorni la settimana, ogni settimana, e mi forzavo a fare milletrecento parole, in seimilacinquecento battute, al giorno. Non sempre ci riuscivo, infatti a scrivere quel romanzo ci ho messo sette anni… Facendo il conto è un capitolo l’anno: non credo che sia un buon metodo, anzi non è proprio un buon modello in generale, figuriamoci per pensare di fare la scrittrice a tempo pieno. Infatti sto cercando un lavoro. Quest’anno però, per la prima volta in vita mia, ho fatto solo la scrittrice. Il libro finalmente è uscito, l’ho promosso, è stato tradotto, insomma è andato bene, ho fatto pure delle residenze per autori, ma ancora non ho trovato un mio metodo. Per la prima volta, e finalmente, i due mondi separati dello scrivere e del guadagnare denaro si sono collegati, ma la verità è che ho anche scoperto di non avere idea di come fare la scrittrice. Di come farlo seriamente, dico.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nel tentativo di darmi un metodo ho cercato di creare ogni tipo di spazio per la scrittura, è diventata quasi una vera e propria abitudine – e non ha dato alcun frutto. Si tratta dunque di una cattiva abitudine. Ho creato non una, ma due scrivanie meravigliose, tutte attrezzate e belle a vedersi, ma non le ho mai usate. Allora ho creato anche un apposito studio, trasformando una stanza in un piccolo spazio magico, ha pure il profumo di sidro e una piccola libreria sopraelevata in cui posso andare. Anche quello non l’ho mai usato. La tragica verità è che quando va bene mi ritrovo a scrivere in aereo o in aeroporto, perché sono situazioni in cui non si può fare nient’altro, se sono in casa mi scopro anche a mettermi a riordinare pur di non scrivere, insomma diciamocelo: sono un modello pessimo per chiunque voglia fare questo mestiere.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Per ora ho sempre scritto direttamente. Non ho mai fatto uno schema, quindi non so se raccomandarlo o meno. Di solito comincio con una frase, se ha l’aria solida sento che è l’inizio di qualcosa e da lì vado avanti, altrimenti ne cerco un’altra.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

tierce_headshot_800Direi un po’ entrambe le cose. Quando ho la frase e mi sembra di avere un’idea per una storia, o almeno per quello che può diventare un capitolo o una scena, cerco di scriverla tutta di getto, poi la stampo e ci sto sopra un paio di settimane, faccio una revisione su carta abbastanza accurata, anche se non mi pare di cambiare mai cose grosse, cambio delle parole, al massimo l’ordine delle frasi, e quando mi pare soddisfacente archivio la parte e vado avanti. Ma in realtà non ho ancora finito con quelle pagine. Le riprendo dopo qualche mese, le rileggo, e se mi sembrano decenti – per fortuna di solito accade – ci dò un’ultima lavorata, stavolta con quel po’ di distanza che solo il tempo può fornire.
Per quanto riguarda Carne viva, vale la pena dire che la mia agente è un’ottima editor e ha suggerito dei cambiamenti prima che mandassimo il libro, soprattutto una serie di tagli in punti in cui avevo detto troppo; la mia editor alla Doubleday ha dato alcuni suggerimenti sulla struttura, specialmente rispetto alla cronologia, che era inversa e lei ha suggerito di ‘raddrizzarla’, e poi ha proposto altri tagli… Non sapevo bene se potevo discuterne, ma alla fine quando ho chiesto di non tagliare qualcosa, mi hanno ascoltato. Meno male.

Scrivi più libri in contemporanea?

Leggo abitualmente molti libri allo stesso tempo, ma sui progetti di scrittura il lavoro è sempre individuale.

Carta o computer?

Principalmente computer, anche se preferirei la carta, mi piace proprio la calligrafia, la fisicità dell’atto, ma la scrittura si coagula in modo diverso, mi capita a volte infatti di saltare da un medium all’altro. Non posso ad esempio prendere appunti sul computer perché qualunque testo lì sembra già la pagina di un libro e quindi devo tirar fuori cose che assomiglino a pagine di libro.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

C’è quella cosa delle scrivanie e delle stanze, ma non funziona, quindi direi di no.

Come hai esordito?

Avevo già scritto qualcosa prima di arrivare alla laurea specialistica – lì c’era un corso di scrittura creativa, che non posso dire che mi abbia insegnato a scrivere, ma è stato comunque utile perché mi obbligavano a scrivere e a leggere. Tra le cose che avevo scritto allora, c’era un racconto intitolato Ciucciamelo che mi pareva funzionare, così tempo dopo decisi di continuare su quella voce narrante – una cameriera – e su quell’ambientazione, il ristorante dove lavorava. Quando poi vinsi il Rona Jaffe, un premio per aspiranti autrici molto tenuto d’occhio dagli agenti, mi trovai addirittura con vari di loro che si offrivano di rappresentarmi. Scelsi quella che mi piaceva di più e le diedi un testo che era poi, di fatto, la seconda metà di Carne viva. Lei la propose in giro senza specificare che era una raccolta di racconti, tant’è che l’editore la pensava e la voleva come romanzo, e infatti dopo aver firmato scrissi il resto del libro completandolo come se fosse un romanzo e adattando il resto in tal senso, tant’è che anche Ciucciamelo è diventato uno dei capitoli centrali del libro.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non credo sia cambiato: credo però che debba cambiare. Il modo in cui ho creato Carne viva era casuale, dato che nessuno mi supportava o spingeva, o tantomeno si aspettava qualcosa dalla mia scrittura. Adesso è cambiato tutto, quindi devo cambiare anch’io.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

A picco di Junot Diaz è stato uno dei primi casi di libri che mi hanno insegnato a usare in modo adeguato un linguaggio volgare e parlato. Mi spiego: ovviamente volevo usarlo fin dall’inizio visti i miei temi le mie ambientazioni, ma lì finalmente l’ho visto usare bene.
Poi direi i racconti Lydia Davis: è considerata da alcuni sperimentale, ma è anche molto asciutta. Mi ha mostrato che si possono anche fare cose molto strane eppure farle funzionare in modo chiaro.

“Esisti” online?

Ho un sito dove ci sono link alle cose che ho scritto, gestito da me. Ho anche una pagina Facebook, ma la uso quasi solo per promuovere gli eventi legati al libro, e mi sono fatta pure un Twitter, in questo momento vedo che ci sono solo rimandi alle recensioni italiane del libro, non ho ancora un piano su come usarlo, immagino che debba fare anche quello…

[16 – continua; le precedenti interviste: Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

 

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Andrew Miller
è nato a Bristol nel 1960. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Pura (Bompiani 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di battute perché se pensassi che devo farne cinque, dieci o quindicimila penserei a quello invece che al romanzo. Però cerco di stare più ore possibile al giorno sul libro, quello sì.
Va detto che nel corso del lavoro di un libro ci sono momenti molto diversi. All'inizio, quando accumulo materiale, sono pieno di energia e posso lavorarci anche tutto il giorno. Alla fine, quando sento che il libro sta avviandosi alla conclusione, accade la stessa cosa ma perché sento che il traguardo è vicino e voglio correre. I problemi emergono quando sono a metà del lavoro, o poco prima di metà. Lì la mia natura indisciplinata viene fuori e mi capita anche di accontentarmi di aver scritto per una quarantina di minuti.

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Andrew Miller
è nato a Bristol nel 1960. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Pura (Bompiani 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di battute perché se pensassi che devo farne cinque, dieci o quindicimila penserei a quello invece che al romanzo. Però cerco di stare più ore possibile al giorno sul libro, quello sì.
Va detto che nel corso del lavoro di un libro ci sono momenti molto diversi. All’inizio, quando accumulo materiale, sono pieno di energia e posso lavorarci anche tutto il giorno. Alla fine, quando sento che il libro sta avviandosi alla conclusione, accade la stessa cosa ma perché sento che il traguardo è vicino e voglio correre. I problemi emergono quando sono a metà del lavoro, o poco prima di metà. Lì la mia natura indisciplinata viene fuori e mi capita anche di accontentarmi di aver scritto per una quarantina di minuti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Abito in questo piccolo villaggio del Somerset, Witham Friary, e scrivo a casa. D’estate vado in mansarda, c’è una buona luce che arriva dal tetto. D’inverno però lì fa troppo freddo e allora vado giù, davanti al caminetto. Una volta avevo una routine precisa, piena di rituali ed esigenze, ma da quando ho dei bambini piccoli è saltato tutto e ho dovuto imparare a scrivere dove capita e quando capita, tant’è che oggi riesco a scrivere anche in aereo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Qualcosa a mezzo tra le due cose. Faccio un numero considerevole di piani e schemi del romanzo a venire per permettermi di cominciare. Poi quando parto veramente non li seguo più, la scrittura prende vita va da sola fregandosene degli schemi. Ma ciò non significa che siano inutili, o ridondanti: senza di essi non riuscirei a fissare i parametri necessari a cominciare il lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Mi piace finire velocemente la prima bozza. Deve muoversi, così la tiro giù come viene, seguo l’energia e la linea d’interesse. Se vedo che non funziona ricomincio da zero, piuttosto che correggere o aggiustare. All’inizio dei lavori un romanzo deve galoppare – e farti galoppare – altrimenti vuol dire che hai un problema.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sarebbe bellissimo ma non ci riesco. Anche solo un libro prende così tanto tempo… Ci vorrebbero giorni con quaranta, cinquanta ore.

Carta o computer?

Comincio sempre con la carta, sia per gli schemi che per il testo. Non riuscirei a cominciare su schermo, nelle prime bozze devo avere la sensazione dell’azione fisica: la postura è diversa, il corpo e la mente agiscono in modo diverso. In effetti anche nelle stesure successive, quando ormai sono passato al computer, se mi blocco su qualche passaggio torno nuovamente sulla carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Sì, medito. Negli ultimi anni è diventato sempre più importante. Di solito medito per un periodo che va da quaranta minuti a un’ora, subito prima di lavorare. Mi permette di andare subito oltre la linea. Intendiamoci, questa barriera puoi tranquillamente romperla anche scrivendo, ma se la rompi prima risparmi tempo, e il tempo è tutto.

Come hai esordito?

Ci è voluto moltissimo, anzitutto a scrivere il libro. Sette anni solo per la prima bozza, e non avevo idea di quale fosse il mio percorso. Ero completamente perduto. Una cosa che ho imparato solo successivamente è che perdersi è parte dello scrivere e non devi spaventarti, ma quando non lo sai ancora, può essere forte la sensazione di star sbagliando tutto. Quando il libro finalmente fu finito però fui fortunato e trovai velocemente un editore – da lì la mia vita cambiò per sempre, dato che ebbi la conferma che quel che scrivevo aveva un senso e un valore.andrewmiller-large

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni volta che comincio un libro cerco di reinventare il modo in cui lo scrivo. Credo che ci sia una unità non solo tra forma e contenuto ma anche tra metodo, forma e contenuto. Se il metodo è nuovo, un po’ diventa nuovo anche il libro. Al di là di ciò, oggi penso anche di avere un senso molto chiaro delle fasi del lavoro, non brancolo più nel buio e addirittura mi rendo conto del punto in cui sono rispetto al potenziale completamento dei lavori, una cosa che prima era impensabile.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Prima di tutto direi tutti i libri che ho letto da bambino. Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei primi libri che si leggono. Per me ad esempio furono cruciali quelli di Rosemary Sutcliff. Successivamente, durante la prima adolescenza, mi fissai con D.H. Lawrence e Thomas Hardy. Poi a diciotto anni scoprii la letteratura europea, in particolare Franz Kafka, Italo Calvino, Milan Kundera. Infine, dopo la fine dell’adolescenza, i grandi romanzieri americani come Bellow e Updike. Ecco la mia formazione in estrema sintesi.

“Esisti” online?

No. Gli editori devono occuparsi della presenza online dello scrittore, visto che è un aspetto del marketing. Magari se fossi più giovane avrei un Twitter o un Facebook per stare in contatto con gli amici, e lo utilizzerei, ma se lo mettessi su oggi sarebbe solo uno strumento promozionale e non mi sentirei a mio agio a stare lì a ”vendere” la mia roba, a quello ci devono pensare altri.

[15 – continua; le precedenti interviste: Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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