Disobbedienza civile Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/disobbedienza-civile/ un blog di approfondimento culturale Tue, 02 Jul 2019 08:24:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Disobbedienza civile Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/disobbedienza-civile/ 32 32 Da Socrate a Hannah Arendt, cos’è la disobbedienza civile https://minimaetmoralia.it/societa/socrate-hannah-arendt-cose-la-disobbedienza-civile/ https://minimaetmoralia.it/societa/socrate-hannah-arendt-cose-la-disobbedienza-civile/#comments Mon, 01 Jul 2019 06:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40603 Scrive Thoreau in Disobbedienza civile:  Se ho ingiustamente strappato una tavola ad un uomo che sta per annegare, devo restituirgliela a costo d’annegare io stesso. Ciò, secondo Paley, non sarebbe conveniente. Ma in un caso simile, chi si salvasse la vita, in realtà la perderebbe. Questo popolo deve smettere di tenere schiavi e di fare […]

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Scrive Thoreau in Disobbedienza civile:

 Se ho ingiustamente strappato una tavola ad un uomo che sta per annegare, devo restituirgliela a costo d’annegare io stesso. Ciò, secondo Paley, non sarebbe conveniente. Ma in un caso simile, chi si salvasse la vita, in realtà la perderebbe. Questo popolo deve smettere di tenere schiavi e di fare guerra al Messico, anche se ciò dovesse costargli la sua esistenza come popolo.

(Fonte)

La disobbedienza civile pone sempre chi la pratica al di fuori del sistema di leggi all’interno delle quali agisce. Sin da Socrate che con il suo atto di disobbedienza mise il proprio corpo al di fuori non solo del sistema legislativo (che pure non rinnegò, Socrate non criticò mai la legge in sé, ma solo il suo specifico caso), ma dell’esistenza stessa. Sino ad arrivare a Thoreau che auspicò una esistenza al di fuori dello stato e delle leggi, in virtù di una utopistica autogestione morale del soggetto.

Thoreau, infatti, passò una notte in carcere perché si rifiutò di pagare le tasse a un governo che consentiva la schiavitù (il giorno successivo permise a una parente di pagarle per lui). Fu il gesto simbolico di infrazione di una legge per dimostrarne l’ingiustizia. Coniò la disobbedienza civile come paradigma. Tuttavia anche Thoreau non professò mai una ribellione generale alle leggi o una rivoluzione contro il sistema legislativo, egli riteneva che «In generale non è dovere dell’individuo dedicarsi a sradicare ogni male, fosse anche il più abietto; può benissimo dedicarsi ad altre occupazioni; ma è suo dovere tenere le mani pulite». Il soggetto deve semplicemente rispondere a sé. Ma cosa vuol dire rispondere a sé?

In questo senso la Arendt può aiutare una maggiore comprensione attraverso la formulazione della domanda morale sulla questione. In Responsabilità e giudizio, scrive:

 Come posso distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato quando la maggioranza o la totalità delle persone che mi stanno accanto ha già formulato un giudizio? Chi sono io per giudicare?

Per capirlo bisogna innanzitutto dire che

Ancor più rilevante, sotto il profilo teorico, è poi un altro punto: l’argomento della ragion di Stato, su cui si basa quello degli atti di stato, afferma che i crimini del genere vengano commessi entro un contesto di legalità, mantenuto in vita da tali crimini, così che mantengono in vita lo stato stesso. Le leggi, passibili di violazioni, si reggono in sostanza sul potere politico, che ne garantisce l’esistenza. Il potere politico sarebbe sempre alle spalle dell’ordine legale.

La Arendt arriva a misurare il grado di dittatura o di totalitarismo anche a partire dal numero di crimini commessi dallo stato attraverso le leggi. “Nel caso del regime hitleriano, infatti, fu l’intero apparato statale a svolgere attività che normalmente verrebbero giudicate criminali, per non dire peggio”.

Il problema della disobbedienza, quindi, la Arendt lo pone da un punto di vista leggermente diverso ma non molto lontano da Thoreau:

“I non-partecipanti, definiti irresponsabili dalla maggioranza dei concittadini, furono gli unici che osarono giudicare da sé; furono in grado di farlo non perché disponessero di un migliore sistema di valori o perché i vecchi standard di moralità restassero ben piantati nelle loro teste. Al contrario, l’esperienza dimostra che furono proprio i membri della società rispettabile, quella uscita illesa dalla campagna morale e intellettuale condotta dai nazisti nelle prime fasi del regime, furono costoro a cedere per primi. Essi non fecero che cambiare un sistema di valori con un altro. Direi dunque che i non-partecipanti furono semmai coloro le cui coscienze non funzionarono in un modo, per così dire, tanto automatico – come se disponessero di un insieme di regole innate o apprese da applicare ai singoli casi, di modo che ogni esperienza nuova fosse sempre pregiudicata e non ci fosse da agire di conseguenza. Il loro criterio, a mio parere, fu diverso: essi si chiesero fino a che punto avrebbero potuto vivere in pace con la propria coscienza se avessero commesso certi atti; e decisero che era meglio non far nulla, non perché il mondo sarebbe così cambiato per il meglio, ma perché questo era l’unico modo in cui avrebbero potuto continuare a vivere con se stessi. […] Per dirla in modo crudele, ciascuno di loro rifiutò l’omicidio: non perché volesse continuare a obbedire al comando “non uccidere”, ma perché non voleva passare il resto dei suoi giorni con un assassino – se stesso.”

Attraverso l’incapacità di continuare a vivere con se stessi la Arendt si riallaccia al dialogo tra sé e se stessi di origine Socratico/platonica. Il soggetto scisso in due al suo interno elabora costantemente un dialogo tra sé e se stesso. L’atto di disobbedienza diventa così, come d’altra parte è sempre stato, una questione che oscilla costantemente tra l’etica e la morale in base al comune e soggettivo concetto di Male. E a volte, scrive la Arendt, è anche impossibile per il soggetto accettare il male, seppur come male minore: “Coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male”.

Vivere con se stessi accettando d’aver commesso il male è lo snodo che mette in contrasto il proprio agire con l’agire richiesto dallo stato e dalle leggi. Per questo sia per Thoreau sia per Arendt, la disobbedienza civile è una questione prettamente soggettiva, legata a un rapporto con se stessi.

Il fulcro della questione è ben evidenziato anche da Gandhi (analizzato da Goffredo Fofi qui) quando scrisse:

Ogni violazione di una legge comporta una punizione. Una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa rimane ingiusta. Lo stato ha il diritto di applicarla finché è contemplata nei codici, io devo resistere a essa in modo nonviolento. E lo faccio violando la legge e sottomettendomi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento.

Ciò che ci aiuta a comprendere meglio la Arendt è che il potere politico è sempre alle spalle dell’ordine legale, e se con un atto di disobbedienza civile si mette sotto critica una legge, più forte è invece la messa in accusa del potere politico. C’è qualcosa, evidentemente, che eticamente e moralmente non sta funzionando. E un gesto simbolico è sempre una traccia che ci riporta a comprendere la portata etica e morale del nostro tempo.

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Elogio della disobbedienza civile https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-disobbedienza-civile/ https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-disobbedienza-civile/#comments Thu, 07 May 2015 04:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26543 Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell'Italia e nel mondo del XXI secolo?

È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal "trentennio berlusconiano" alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

La cultura

La cultura [...] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

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Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell’Italia e nel mondo del XXI secolo?

È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal “trentennio berlusconiano” alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

La cultura

La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo […] La sua funzione emancipatrice è da tempo una mera finzione – così come quella della scuola nei suoi vari ordini.

La cultura non è mai stata super partes, tutt’altro – ci sono sempre state una cultura dei ricchi e una dei poveri, una di destra e una di sinistra, una religiosa e una laica, una maschile e una femminile, una bianca e una nera eccetera –, ma oggi lo è meno che mai, ed esiste una cultura iper-maggioritaria che è di fatto unica e servile, oppressa e negata dalla sua stessa superficiale varietà, dalla sua onnipresenza e, alla prova dei fatti (dei comportamenti di chi la consuma), dalla sua inconcludenza, ché un’idea vale l’altra, ed è ben raro che a un’idea buona consegua una qualche pratica “antagonista”. La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure, spettacolo e merce. E la televisione è, per lo meno in Italia, la fogna della cultura. È almeno dal trentennio in questione che non si vedono differenze sostanziali tra i suoi programmi, né si trovano tra i suoi dirigenti persone rispettabili e di libero pensiero,  né tra i suoi dipendenti qualcuno che sembri rendersi conto delle proprie responsabilità, e tanto meno delle proprie colpe – anche se molti di loro sapevano una volta che uccidere le possibilità di intelligenza e di sensibilità presenti in ognuno non è meno grave che uccidere i corpi. Il giornalismo in genere (quotidiani e settimanali, mensili e riviste specializzate), assumendo gli stessi modelli della comunicazione televisiva, ha proposto al più nuovi divi e divetti della “cultura”, imbonitori del “popolo dei lettori” – e di quello degli spettatori e degli ascoltatori – la cui funzione è sempre di tranquillizzare e mai di inquietare.

Gli inizi

La disobbedienza civile è uno strumento a cui tutti i cittadini possono ricorrere. Nel 1946, Gandhi lesse Thoreau e individuò molto chiaramente quale dev’essere il fulcro di ogni azione di disobbedienza:

“Ogni violazione di una legge comporta una punizione. Una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa rimane ingiusta. Lo stato ha il diritto di applicarla finché è contemplata nei codici, io devo resistere a essa in modo nonviolento. E lo faccio violando la legge e sottomettendomi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento”.

Come aveva accettato di fare Thoreau nella sua breve esperienza, molti decenni prima.

Il nodo della questione è tutto qui, ieri come oggi. Riguarda sia Thoreau che Gandhi ed è un nodo di civiltà che il ’900 ha voluto disattendere nella duplice convinzione – infine unificata sotto il dominio della seconda – dell’“assoluto dello Stato” e dell’“assoluto del benessere”, secondo la distinzione di Capitini, e che il 2000 sembra semplicemente ignorare, nelle ideologie unificanti e nello stesso sistema “globale” di dominio che caratterizzano i nostri anni, cui si contrappongono soltanto fondamentalismi non meno oppressivi.

È il nodo, in definitiva, del rapporto dell’individuo con lo Stato, che, oltre alla presenza di Stati particolarmente oppressivi, contempla la contemporanea importanza delle ragioni di Antigone e di quelle di Creonte: della irrinunciabilità, contro lo Stato che non li rispettasse, dei diritti-doveri che appartengono alla sfera della morale e dell’umanità e di cui ogni individuo dovrebbe essere partecipe e difensore; e dell’adesione dell’individuo a quelle leggi che, riguardando tutti, permettono nei fatti un’armonica convivenza, nel rispetto di regole comuni stabilite con il concorso delle maggioranze pensanti e non manipolate, per il rispetto e la difesa degli interessi comuni. Anche se una “minoranza di uno” può e deve, se così ritiene, ribellarsi a una legge particolare.

Una soluzione definitiva a questo dilemma non esiste. In uno Stato che si rispetti, il conflitto tra Antigone e Creonte non può che ripetersi all’infinito, ma un modo di avvicinarsi a una soluzione dovrebbe poter stare proprio nel rigore morale con cui Antigone e Creonte assumono i propri ruoli, si assumono le proprie diverse responsabilità.

Si può scegliere la parte di Antigone o la parte di Creonte, a seconda delle proprie più profonde convinzioni morali ma, appunto, esse devono essere davvero morali. E rispettare il diverso punto di vista, la diversa scelta e convinzione. Diceva Guido Calogero richiamandosi a Socrate (su un numero del Mondo del 1960) che si tratta di “scegliere fra il dovere di obbedire e il dovere di insorgere”, e che questa scelta è sempre “grave e perenne”. Non è detto che ciò non sia avvenuto, o non possa avvenire, in un deciso confronto tra le ragioni dell’obbedienza e quelle della rivolta, anche se è certamente difficile, ed e` oggi più difficile che mai, per due opposte constatazioni:

1) la crescente miseria morale dello Stato, sempre più, sia pure con forme diverse, un terreno occupato dai grandi potentati economici. In quasi tutti i paesi e anche nel nostro.

2) la crescente miseria intellettuale e morale dei popoli, trasformati in generici consumatori dai potentati economici e dai loro servitori (la politica e i media).

Gandhi

L’insegnamento politico di Gandhi – metodi di lotta assolutamente limpidi; rispetto per il nemico, secondo una lezione che è stata di tanti, dai cristiani migliori agli anarchici migliori  (si combatte il peccato e non il peccatore, le idee e le pratiche che ne conseguono e non i loro singoli portatori) – è stato di individuare un metodo che mettesse radicalmente in discussione le idee e le pratiche correnti e che, basato su convinzioni etiche o religiose, chiedesse al ribelle e al militante di trasformarsi in persuaso. Fini e mezzi: la stessa cosa. Nelle grandi lotte come nelle piccole, nella vita quotidiana come in quella associativa, nel villaggio come nella grande nazione, come in tutto il pianeta. Solo così, intuisce e afferma Gandhi, e con lui altri profeti, si può cambiare il mondo non accettandone la china discendente, la caduta nella barbarie, la tentazione della fine.

 

 

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