Django Unchained Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/django-unchained/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Sep 2014 08:06:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Django Unchained Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/django-unchained/ 32 32 Marx 2.0? “Il Capitale del XXI secolo” – Incontro con Thomas Piketty https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/#comments Mon, 15 Sep 2014 13:30:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23234 Pubblichiamo l'intervista che Marco Cicala ha fatto all'economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell'uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

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Pubblichiamo l’intervista che Marco Cicala ha fatto all’economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell’uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

Hanno scritto: miracoloso che un ponderosissimo saggio di economia irto di cifre e tabelle sia diventato un bestseller. Forse non si erano accorti che Le capital au XXIe siècle non è solo un libro di economia. La chiave del suo successo risiede probabilmente nel fatto che torna a piazzare al centro della riflessione un tema di calda popolarità quale quello delle diseguaglianze, trottando fra storia, politica, sociologia, letteratura – da Balzac a Jean Austen; con occhiate sbarazzine al cinema – Titanic, Django Unchained – e alle serie tv americane: Dr. House, West Wing, Dirty Sexy Money… Intendiamoci, non è danzante pop economy, ma nemmeno un volumone per roditori di equazioni, grafici e statistiche. «Più che un economista, mi considero un ricercatore in scienze sociali. Le frontiere disciplinari non sono così nette come pretendono molti economisti, sentendosi depositari di un sapere scientifico esclusivo. Un’illusione totale» dice Piketty, 43 anni, nel suo ufficetto all’Eep, L’École d’économie de Paris, dove insegna. Uno studiolo monastico, angusto. C’è spazio solo per un paio di scaffali, non più di due sedie e la scrivania. Sopra, il cellulare del professore: non proprio di ultima generazione.

«Nel libro, che è il risultato di un lavoro collettivo, cerco di riprendere una tradizione di economia politica, studio dei processi sul lungo periodo, che si è un po’ eclissata» sintetizza. «Ho provato a ripercorrere la storia della ricchezza nei secoli e in una ventina di Paesi. Se vuole, è il racconto delle metamorfosi del denaro e delle forme di potere che le hanno accompagnate». C’è chi ha visto nel titolo un ammiccamento astutamente commerciale a Das Kapital di nonno Marx. Ma Piketty precisa: «Io parlo di capitale, non solo di capitalismo. Il capitale – nel senso di fortuna, ricchezza, patrimonio più o meno consistente, pubblico o privato – precede il capitalismo. Ed eventualmente continuerà a esistere anche dopo di lui». È grosso modo nel XVIII secolo che inizia ad affiorare una documentazione sistematica sullo stato delle ricchezze nazionali. «In Francia, la Rivoluzione non ha creato una società ideale, ma è da quel momento che si cominciano a monitorare i patrimoni immobiliari e finanziari». Piketty insegue le avventure del denaro nella modernità attraverso il rapporto fluttuante fra tassi di remunerazione del capitale – cioè quanto rende un patrimonio – e tassi di crescita, vale a dire – semplificando – i redditi da lavoro, salari e stipendi, da che esistono cose del genere. Nel confronto tra capitale e crescita è schematizzata la parabola delle diseguaglianze. Che oggi, secondo Piketty, sarebbero tornate ad acuirsi retrocedendo ai livelli di oltre cent’anni fa. Zona Belle Époque, per capirci. Coi patrimoni che crescono di nuovo cinque o sei volte più velocemente dei redditi. Una regressione? «Diciamo la ripresa di una continuità storica. Nei secoli, la divergenza tra capitale e crescita è stata la costante, la regola. E il passaggio dalla società agraria a quella industriale ha mutato la situazione meno di quanto si creda. È solo in una fase circoscritta del Novecento che si produce provvisoriamente un’inversione di rotta. Specialmente nel cosiddetto Trentennio glorioso  1945-’75, assistiamo a una diminuzione delle disparità. Per un concorso di fattori. Da un lato la brutale contrazione dei patrimoni polverizzati dalle Guerre mondiali. Dall’altro per effetto delle politiche di ricostruzione. Sono gli anni della tassazione progressiva, dello stato sociale, delle conquiste sindacali». La compresenza di questi elementi – unitamente all’impennata della produttività e allo sviluppo demografico culminato nel baby boom – «portò a un riequilibrio. Fu una parentesi, ma i suoi esiti sono stati talmente prolungati da far pensare che si fosse entrati irreversibilmente in un mondo nuovo».

Ecco invece che dagli anni Ottanta la crescita riprende a calare, «riassestandosi su quote ottocentesche», e la curva della natalità inizia a precipitare. «Oggi in alcuni Paesi europei la crescita è dell’1 per cento o addirittura in negativo. Valutata in senso strettamente economico, questa situazione non sarebbe più problematica di tante altre. Lo diventa se analizzata sul piano delle conseguenze sociali che determina». E che potrebbero essere riassunte in nuova vertiginosa concentrazione delle ricchezze. Il cocktail di crescita debole e bassa natalità allestisce secondo Piketty uno scenario dove patrimoni, rendite, eredità riacquistano un peso «del quale negli ultimi decenni ci eravamo dimenticati». I capitali accumulati nel passato staccano in volata quelli che sono frutto del lavoro dei vivi. «Le generazioni del baby boom si sono fatte in larga misura da sole. Mentre per quelli nati tra i 70 e i 90 l’eredità, o comunque il patrimonio familiare, assumono un’importanza pressoché sconosciuta ai loro coetanei del dopoguerra». Una situazione su cui la demografia ha la sua bella incidenza – insiste Piketty, con un esempio iperbolico: «In una società dove molti hanno, mettiamo, dieci figli, non puoi fare troppo assegnamento sull’eredità, visto che ogni volta dovresti dividerla in dieci parti».

Se l’andazzo è questo, rischia di ridiventare di preoccupante attualità il cinico pistolotto che in Papà Goriot di Balzac (1835), quell’irresistibile farabutto di Vautrin rivolge al giovane rampante Eugène de Rastignac. Dicendogli in sostanza: che futuro vuoi aspettarti in una società come la nostra sgobbando a forza di studio e lavoro? Tanta fatica e sottomissione per poche e risibili soddisfazioni. Meglio addentare subito una cicciosa dote quale quella della signorina Victorine che, d’accordo, sarà pure una racchia, ma ti garantirebbe una rendita annua di 50 mila franchi. Chiosa Piketty: «Ora non intendo sostenere che nel 2014 ci troviamo ricatapultati nelle condizioni del mondo balzachiano. Sarebbe esagerato. Titoli di studio, competenze, diffusione delle conoscenze giocano ancora un ruolo importante nella riduzione delle diseguaglianze». Ma resta il fatto che le nuove sproporzioni tra patrimonio e reddito ammaccano di brutto l’idea meritocratica – sia essa favola o realtà – che è il sale delle democrazie di mercato. Cioè società fondate sul valore lavoro. Dove, per tradizione, la rendita è guardata con sospetto, se non con odio. Cascame parassitario di un capitalismo Ancien régime dal quale, con più di un’illusione, ci si credeva emancipati. Mentre eccolo riemergere nelle forme di un sistema in cui le famose chances  sembrano anchilosate e le derive oligarchiche sono dietro l’angolo.

Ma i paradossi della ricchezza non si sgranano soltanto lungo il confine tra facoltosi e meno abbienti. Sbocciano pure nel cuore dei maxi-capitali. Prendi Bill Gates. Tra 1990 e 2010, il patrimonio di Mr. Microsoft è cresciuto da 4 a 50 miliardi di dollari. In proporzione, allo stesso ritmo di quello su cui siede Liliane Bettencourt, ereditiera L’Oréal, la cui fortuna è passata nello stesso ventennio da 2 a 25 miliardi di verdoni. Embè? Dove sta la bizzarria? «Nel fatto che Gates è un imprenditore, mentre Bettencourt non ha mai lavorato. Tutto le viene da papà Eugène Schueller che fondò l’azienda cosmetica nel 1907 ed è morto 57 anni fa!». Da allora, Madame alloggia nell’Olimpo delle rendite monstre. Ma Piketty frena: «Non si tratta di fare distinzioni morali tra l’imprenditore buono e dinamico contrapposto al perfido, arroccato rentier . Perché nei grandi patrimoni le due figure spesso convivono». Come testimoniavano già i capitalisti balzachiani: «Prima di diventare rentier , Goriot è un pastaio che fa fortuna vendendo vermicelli. Quanto a César Birotteau, sul finire si lancia in un’operazione immobiliare che segnerà la sua rovina, ma aveva cominciato coi prodotti di bellezza. Esattamente come Monsieur L’Oréal». Audacia e speculazione; denaro che cresce nel movimento, nell’innovazione, nel rischio o che si autoriproduce da solo, se non altro perché è proprio tanto. «Deregulation e complessità crescente dei prodotti finanziari hanno certamente esacerbato la diseguaglianza tra i rendimenti da capitale». Oggi – dai fondi petroliferi con cui hanno fatto bingo gli oligarchi russi alle maxi-dotazioni delle grandi università americane – «i grossi portafogli possono accedere a remunerazioni dell’8-10 per cento che restano precluse a chi si presenta in banca con diecimila euro».

Tallonando l’avvitamento a spirale di un capitalismo sempre più patrimoniale, dinastico o familistico, il libro di Piketty analizza anche lo stato della ricchezza in Italia. A suo parere, «un caso estremo e perciò paradigmatico». Perché, da noi, alle tendenze generali condivise con altre economie europee si sommano fattori peculiari. In sintesi: «Livelli demografici che, senza l’immigrazione, sono quasi negativi. E una pauperizzazione dello Stato più marcata che altrove». Questo «sostanzialmente per via delle privatizzazioni – che hanno ridotto gli attivi pubblici, – e a causa dell’entità del debito». In compenso, sebbene una parte del Paese sia sempre più indebitata, la ricchezza privata è aumentata. A livelli persino spettacolari. Scrive Piketty: «Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – quantomeno la media – hanno prestato denaro allo Stato acquistando buoni del tesoro o attivi pubblici e accrescendo così il loro patrimonio senza accrescere il patrimonio nazionale». E dove sono finiti i quattrini del risparmio? In stragrande maggioranza nel caro vecchio mattone. Magari a gonfiare il soufflé delle bolle immobiliari. Aggiungeteci che da noi il rapporto tra capitale e reddito è ormai sbilanciato in favore del patrimonio a livelli record e avrete Renditopoli. L’Italia paradiso dei rentier.

Le peripezie della ricchezza variano naturalmente a seconda delle latitudini, ma Thomas Piketty è convinto che una crescita sempre più in affanno dietro alle remunerazioni patrimoniali sia tendenza che accomuna ormai i Paesi industrializzati e la chiave per spiegare l’aumento delle disparità. Diseguaglianze di cui si fa un gran parlare anche negli States. Dove – checché se ne pensi – non sono sempre state così aspre. «In Europa» dice il professore «abbiamo tendenza a considerare gli Stati Uniti terra dei grandi contrasti di ricchezza. Perché ci fissiamo sulla fase del post- reaganismo. Ma guardi che fino agli anni 30, gli Usa sono più egualitari dell’Europa. Il Paese era giovane; i capitali non tanto concentrati essendoci stato meno tempo per accumularli; la tassazione su patrimoni e successioni molto elevata. In America, tra le due guerre, questo sistema era segno di distinzione e motivo di vanto: non volevano riprodurre le società classiste del Vecchio continente, non volevano assomigliargli. Oggi sono alle prese con un tasso di diseguaglianza incompatibile con quella tradizione». A proposito di States: negli anni 90, dopo aver insegnato al Mit, Piketty volta le spalle all’America e se ne torna a lavorare in Europa. Divergenze di metodo: «Nei dipartimenti di economia delle università americane c’è una specie di disprezzo verso le altre discipline. Rientrando in Francia volevo riavvicinarmi a una tradizione più aperta allo scambio tra saperi. Detto questo, come fai a parlar male dei campus americani? Sono posti formidabili. Mentre le università francesi o italiane spesso fanno acqua». È stata comunque la contraerea anglosassone a respingere con più zelo le sue tesi: «Sulle prime il Financial Times  mi ha trattato con curiosità e una certa simpatia. In seguito sono forse rimasti spaventati dal successo del libro. La curiosità è finita dove cominciavano gli interessi materiali dei  lettori. O almeno: di quelli che il FT  immagina siano gli interessi dei suoi lettori. Certa stampa ritiene di avere come missione quella di difendere gruppi sociali che il mio libro minaccerebbe» dice con smorfia perplessa. Ma è legittimo il sospetto che in un’epoca dove identità e culture politiche si fanno sempre più fluide, quello delle diseguaglianze non sia più un tema esclusivamente di sinistra? «Beh, in Inghilterra il governo Cameron, che non è tanto a gauche , ha tassato i patrimoni immobiliari più dei laburisti. In Spagna, il centrodestra di Rajoy ha reintrodotto l’imposta sul patrimonio abolita dal socialista Zapatero».

Suvvia, il Piketty-pensiero potrà non piacere, ma come si fa a dare dell’anticapitalista a uno che in ogni intervista ribadisce: «Il capitale è qualcosa di socialmente utile. La proprietà privata e il mercato sono necessari non solo all’efficacia economica, ma alle libertà e all’emancipazione»? Con uno spruzzo di ecologia, anche la croissance  gli piace un sacco: «Non sono un decrescista. Sono per la crescita e penso che possa ripartire se inventiamo energie pulite. Sono anche per la natalità. Ho tre figli: di 11, 14 e 17 anni. E vorrei averne altri». Auguroni. Quanto al suo preteso neomarxismo, lo liquida con un sorrisetto: «Sono diventato adulto assistendo al collasso dei regimi dell’Est. Come molti giovani ho abbastanza viaggiato in Romania, Bulgaria, Russia per immunizzarmi da ogni tentazione comunista».

Alla fine, riemergendo dalla lettura di Le capital…  come da una nuotata di fondo, ti dici che le analisi di Piketty sono innovative e persino avvincenti, mentre i suoi rimedi inducono a qualche scetticismo. Per esempio: come si fa a tassare capitali ormai senza frontiere? «Mica è così complicato, questioni quali il surriscaldamento climatico sono molto più rognose! Non è un problema tecnico, ma di organizzazione politica. E nessun Paese può più pensare di affrontarlo da solo. Per questo difendo l’idea che l’Europa o un nucleo duro di Paesi Ue facciano squadra in questo senso. Non si può rinunciare alla sovranità monetaria, portare avanti l’Euro mantenendo 18 sistemi fiscali e sociali in feroce concorrenza tra loro. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: populismi, ripiegamenti nazionali… Tendiamo a dimenticare che, malgrado tutto, i fondamentali dell’Ue sono buoni. L’Europa è ancora un posto molto ricco: rappresenta un quarto del Pil mondiale, più degli Stati Uniti. E a quanti gridano contro l’invasione dei capitali stranieri andrebbe ricordato che sono molti di più gli interessi europei all’estero che non il contrario! Quando disponi di una forza simile avrai pure qualche capacità di pressione». Già, ma in fatto di concertazione, l’Europa continua a dar pessima prova di sé. Contro chi taccia le sue soluzioni di velleitarismo, Piketty argomenta: «Nel secolo scorso la tassa sul reddito sembrava fantascienza, eppure ci si è arrivati. Però facciamo un esempio più recente: fino a pochissimi anni fa il segreto bancario in Svizzera pareva intoccabile, ma sono bastate un po’ di sanzioni americane contro le banche per cambiare le cose. La storia è piena di sorprese».

Sarà, ma quando il sorpresone di François Hollande fu la cosiddetta tassa Depardieu sulle grandi fortune tutto finì in un flop: «Perché, ripeto, nessun Paese può più illudersi di poter agire in solitario. Ad ogni modo, se i grossi patrimoni procedono a un ritmo compatibile con i redditi della classe media non c’è motivo di tassarli tanto. Se invece crescono al 7-8 per cento, come ci raccontano le classifiche Forbes, non si può dire che un’imposta del 1-2 per cento ammazzerà la crescita!». Epperò «da sole, più crescita e più concorrenza non risolveranno i problemi dell’Europa». Vallo a raccontare ai mercatisti . Chi sono? Quelli parodiati in un storiella apocrifa che tra gli economisti è un piccolo classico. Pare che il grande studioso e cattedratico a Yale Irving Fischer avesse addestrato un pappagallo. Che a qualsiasi domanda gli rivolgessero gli studenti dava sempre la stessa risposta: È la legge della domanda e dell’offerta! È la legge della domanda e dell’offerta, sgnak-sgnak!

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Un Tarantino nel palazzo di Siddharta https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-django-unchained-quentin-tarantino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-django-unchained-quentin-tarantino/#comments Fri, 05 Apr 2013 09:14:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13846 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Per capire – oltre le ragioni dell'istinto – perché Django Unchained, ultimo film di Quentin Tarantino, unisca alla piacevole visione (come per ogni opera dell'autore di Pulp Fiction, ritmo dialoghi colonna sonora fotografia e incastri narrativi esplorano molto bene – come avrebbe detto Carmelo Bene – tutti i doveri del talento a dispetto delle umili possibilità del genio) la sensazione di una inutilità ormai storica, si può giocare a contrario la sua stessa partita, evocando qualcosa di solo apparentemente estraneo, allo scopo di assimilarlo e usarlo come chiave di volta. Per farlo, bisogna tornare ai mesi compresi tra 1991 e 1992.

Nel 1992 esce Le iene. Ma pochi mesi prima, il mondo del pop che ha ancora la musica come epicentro registra un terremoto (o meglio una sua reificazione) di cui si continua a parlare ancora oggi: Nevermind dei Nirvana. Non solo un album di rock alternativo sconquassa dopo tanto tempo il mercato musicale e le abitudini dei suoi fan, ma, per la prima volta, MTV inizia a trasmettere in modo compulsivo qualcosa che fino a quel momento era sembrato destinato solo ai circuiti marginali. La stessa cosa quell'anno accadrà a un altro gruppo musicale alternativo, i R.E.M.

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Per capire – oltre le ragioni dell’istinto – perché Django Unchained, ultimo film di Quentin Tarantino, unisca alla piacevole visione (come per ogni opera dell’autore di Pulp Fiction, ritmo dialoghi colonna sonora fotografia e incastri narrativi esplorano molto bene – come avrebbe detto Carmelo Bene – tutti i doveri del talento a dispetto delle umili possibilità del genio) la sensazione di una inutilità ormai storica, si può giocare a contrario la sua stessa partita, evocando qualcosa di solo apparentemente estraneo, allo scopo di assimilarlo e usarlo come chiave di volta. Per farlo, bisogna tornare ai mesi compresi tra 1991 e 1992.

Nel 1992 esce Le iene. Ma pochi mesi prima, il mondo del pop che ha ancora la musica come epicentro registra un terremoto (o meglio una sua reificazione) di cui si continua a parlare ancora oggi: Nevermind dei Nirvana. Non solo un album di rock alternativo sconquassa dopo tanto tempo il mercato musicale e le abitudini dei suoi fan, ma, per la prima volta, MTV inizia a trasmettere in modo compulsivo qualcosa che fino a quel momento era sembrato destinato solo ai circuiti marginali. La stessa cosa quell’anno accadrà a un altro gruppo musicale alternativo, i R.E.M.

La novità non stava tanto nel successo di questi gruppi (la storia del rock, dai Pink Floyd in giù, è piena di tentativi audaci ripagati con milioni di copie vendute) ma nel fatto che, per la prima volta, la comunicazione mainstream (quale stava diventando in quegli anni MTV) iniziava a promuovere progrmmaticamente le sottoculture. Confesso che quando vidi per la prima volta i videoclip di Smells Like Teen Spirit e Loosing my Religion in televisione, il diciottenne che ero pensò molto ingenuamente: “abbiamo vinto”. Mi illudevo cioè che le culture alternative stessero prendendo il posto del mainstream, ma ovviamente era il contrario: il secondo iniziava a divorare le prime, le quali risultavano con tutta evidenza commestibili. Era l’inizio del processo che porterà il rock (da musica del diavolo) a diventare la colonna sonora dei centri commerciali, quindi davvero la musica del Diavolo.

Ma se davvero un movimento come il grunge (di cui i Nirvana con i Pearl Jam erano la punta di diamante, e di cui, in modo traslato, iniziarono ad alimentarsi il cinema, la televisione, la moda, e ciò che restava dell’antropologia delle sottoculture urbane) era tanto disposto a farsi assimilare malgrado e al di là della buona fede di alcuni suoi protagonisti (commovente e straziante nella sua ingenuità il caso del primo Cobain), questo era possibile anche perché si trattava di movimenti più derivativi che fondativi. Stava per iniziare, cioè, l’epoca delle cover e dei campionamenti mascherati (essendo rozzamente più espliciti quelli, anteriori, della prima e seconda ondata rap).

Cos’era in fondo il grunge? Era la rivisitazione in chiave pop del punk. Si trattava, in definitiva, dopo quell’onesto funerale delle controculture musicali che fu la dark e la new wave (onesti perché dicevano: “il rock è morto, noi ne celebriamo il funerale, ma sappiate che da ora in poi dovrete diffidare di questo tipo di espressività poiché il cadavere è vero, ma tutto ciò che vedrete camminare al ritmo di quattro quarti sarà lo zombie imbellettato dell’eversivo che si rovescia in reazionario), della resurrezione del pop come fantasma. La stessa cosa iniziava a succedere con la letteratura di un certo postmoderno: citazionismo, rimescolamento dei generi, pretesa ironica di non fondatività, suprema illusione che tutto fosse stato già detto e che il gioco di specchi fosse un sistema intelligente e delicato per indagare un’umanità ormai pacificata (era l’epoca in cui si sparavano fesserie sull’Età dell’Acquario illudendosi che la Storia fosse finita).

In questo filone si inserisce anche Quentin Tarantino, diventandone in pochissimo tempo il campione riconosciuto. Se il mondo è una felice e ricca (e disinfettata) discarica di cultura visiva occidentale i cui pezzi aspettano solo di essere riassemblati per celebrarla (non per celebrare ciò che furono in origine, ma per il significato cui assurge la magnifica discarica in cui la sensibilità contemporanea finisce per confinarli, di fatto stravolgendoli), il talento che meglio si adatta alla missione è proprio quello di uno come Tarantino, così intriso di intelligenza, umorismo, perizia filologica, gusto per l’incastro e per un dialogato che paradossalmente fonda la propria originalità nell’ermeneutica di prodotti culturali già dati (Le iene si apre su una dotta, quasi accademica – l’abbondanza di “motherfucker” non inganni – dissertazione su Like a Virgin di Madonna).

In questo modo Tarantino coverizza i puzzle di Rapina a mano armata (appunto con Le iene), i pulp magazines e relative filiazioni cinematografiche (Pulp fiction), la blaxploitation di Superfly (Jackie Brown), le arti marziali (Kill Bill), l’exploitation questa volta bianca (Grindhouse), il war-movie-comedy con spruzzate alla Lubitch (Bastardi senza gloria) fino allo spaghetti western con testacoda teutonici (appunto Django Unchained).

Ma cosa accade nel frattempo, cioè dal 1992 de Le iene al 2013 di Django? Accade che questa celebrazione dello sciopero degli eventi a cui la cultura occidentale si illudeva di potersi votare, viene messa in crisi dalla ruota della Storia che riprende a muoversi. L’11 settembre non è che l’evento più spettacolare ma non più rilevante del contromovimento con cui il breve interregno seguito all’89 si chiude. Insieme all’attacco delle twin towers arrivano la crisi economica, i nuovi nazionalismi, gli scricchiolii sempre più chiari delle democrazie rappresentative, l’invasione tecnologica che da una parte è al servizio della più brutale sperequazione e dall’altra modifica antropologicamente i cittadini della democrazia così come l’avevamo sperimentata in Occidente nella seconda metà del Novecento, i quali sono o erano anche i fruitori di quei libri, quella musica e quei film di cui Tarantino si è così voracemente nutrito.

Man mano che la Storia voltava pagina, diventava sempre più chiaro il senso del postmoderno alla Tarantino. Si trattava, mi sembra di poter dire oggi, da una parte di un cinema che consapevolmente non prevedeva cosa sarebbe accaduto dall’inizio del XXI secolo in poi (un cinema convinto, cioè, che la tappa ultimativamente storica, e quindi estetica, di Europa e Stati Uniti, fosse una quieta, agiata, divertita e meditabonda fine degli eventi a cui non resta che giocare speculativamente a rimpiattino con tutto ciò che la brutalità della Storia ha già fondato, dal momento che, finita felicemente la Storia stessa, il sangue che per fortuna non sarà più versato non produrrà di conseguenza per reazione niente di nuovo), e dall’altra di un cinema che invece inconsapevolmente ha una terribile paura proprio del contrario, cioè che la Storia ritorni a irrompere sulla scena con tutta la sua violenza e il dolore che ne consegue.

La famosa videoteca che Tarantino continua a rievocare come il proprio luogo di clausura giovanile è in fondo il Palazzo di un Siddharta che, temendo come in effetti è che esistano più cose (vere e dolorose) tra cielo e terra di quanto ne contenga l’intera filmografia mondiale, preferisce rifugiarsi in quest’ultima (e con quest’ultima giocare allo stregone) pur di non mettere il naso fuori da una prigione fatta di immaginario. Fuori nel frattempo ingrossa la tempesta, il vento ulula e distrugge case. Per questo – rimasto quasi intatto il suo notevole talento, e sempre godibili le opere – di film in film Tarantino si è rivelato sempre più posticcio (il che non è in contraddizzione con l’intatta godibilità dei suoi film).

Se Le iene e Pulp fiction incarnavano bene lo spirito del tempo (un’epoca che si credeva immune da qualunque dolore che non fosse autoreferenziale), con Django Unchained il gioco è ormai talmente collaudato, e talmente superato da ciò che è accaduto al mondo nel frattempo, da farci scivolare agevolmente sulle curve del suo lifting sin dalla prima scena.

Il dramma sta nel fatto che i film di genere da cui Tarantino trae ispirazione avevano, persino nel peggiore dei casi, un forte significato almeno sintomatico – nella blaxploitation c’era ad esempio una genuina seppur becera spinta rivendicativa degli afroamericani (vi si ritrovava la reazione al tradimento del magistero di Martin Luther King) così come dagli spaghetti western trasudavano i problemi e le contraddizioni degli anni Sessanta e Settanta italiani. Affrontare il problema della schiavitù negli U.S.A. giocando di rimbalzo con una fonte d’ispirazione totalmente immaginifica (gli spaghetti western visti non in un cinema milanese all’indomani di Piazza Fontana, ma in una videoteca di Manhattan Beach, Los Angeles, alla metà degli anni Ottanta come noi italiani nello stesso periodo potevamo vedere in differita i cartoon di Hanna&Barbera) è ancora una volta all’insegna di quel cinema della paura (del regista) di cui si diceva: affrontare un tema traumatico con un’estetica la cui vera missione sta proprio nel rimuovere il trauma o addirittura la sua contemplabilità.

Mi sono molto divertito a guardare Django Unchained: a ogni istante godevo del talento del regista e mi illudevo che persino la riduzione in schiavitù degli afroamericani avesse poco a che fare con tutto ciò che era mai successo o stava ancora succedendo nel pianeta, fuori dalla sala cinematografica.

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Django e il control freak – Vendicarsi della storia https://minimaetmoralia.it/cinema/django-unchained-tarantino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/django-unchained-tarantino/#comments Thu, 04 Apr 2013 09:02:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13842 Django Unchained ha vinto due oscar: per i dialoghi e per l’attore non protagonista, il tedesco Christoph Waltz. La combinazione dei due premi rivela che l’idea di Tarantino di riscrivere l’era schiavista “facendo vincere i buoni” ha toccato la giuria dell’Academy.

Il film è una storia di vendetta in cui Django, uno schiavo nero, ammazza padroni bianchi insieme e grazie a un cacciatore di taglie tedesco, il Dr. King Schultz (Waltz), da cui viene riscattato nella prima scena. Django Unchained è tutto centrato sulla capacità di Schultz di affabulare e abbindolare gli schiavisti con discorsi geniali, tarantiniani, che regalano al duo un vantaggio psicologico e strategico nelle sparatorie, sempre vinte senza problemi fino alla scena madre del film, che comincia dopo due ore di successi. In poche parole, Waltz e il dialoghista Tarantino sconfiggono con verve retorica postmoderna l’intero sistema schiavistico americano di metà Ottocento. Questa operazione è piaciuta all’Academy proprio nella sua combinazione attore-parola.

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Django Unchained ha vinto due oscar: per i dialoghi e per l’attore non protagonista, il tedesco Christoph Waltz. La combinazione dei due premi rivela che l’idea di Tarantino di riscrivere l’era schiavista “facendo vincere i buoni” ha toccato la giuria dell’Academy.

Il film è una storia di vendetta in cui Django, uno schiavo nero, ammazza padroni bianchi insieme e grazie a un cacciatore di taglie tedesco, il Dr. King Schultz (Waltz), da cui viene riscattato nella prima scena. Django Unchained è tutto centrato sulla capacità di Schultz di affabulare e abbindolare gli schiavisti con discorsi geniali, tarantiniani, che regalano al duo un vantaggio psicologico e strategico nelle sparatorie, sempre vinte senza problemi fino alla scena madre del film, che comincia dopo due ore di successi. In poche parole, Waltz e il dialoghista Tarantino sconfiggono con verve retorica postmoderna l’intero sistema schiavistico americano di metà Ottocento. Questa operazione è piaciuta all’Academy proprio nella sua combinazione attore-parola.

Il Dr. Waltz è un personaggio privo di contesto (è un tedesco!?, è un dentista!?) che cala nel vecchio west armato di pistole e parlando ipnotizza le sue vittime, le quali non sembrano aver mai sentito parlatore più brillante in vita loro, e nell’esitazione rimangono sempre con la guardia scoperta.

C’è una scena che illustra bene come Tarantino rinunci alla tensione narrativa pur di far vincere i buoni a mani basse: in una delle prime missioni del duo, Schultz si siede insieme a Django in un saloon di un paesino sperduto dove deve cacciare una taglia. Il locandiere scappa inorridito dal suo locale (non ha mai visto un nero libero) e Schultz gli urla di far venire lo sceriffo e non il maresciallo. Come richiesto, arriva lo sceriffo: Schultz gli spara e lo uccide. Ora Django e Schultz hanno tutto il paese di fuori coi fucili puntati. Ma il tedesco alza la voce e con un inglese convoluto, retorico e irresistibile convince il maresciallo a non ucciderlo e lasciarlo parlare: lo sceriffo era in realtà un criminale ricercato, esclama mostrando l’avviso ufficiale delle autorità, e lui l’ha ucciso per la taglia. “In altre parole, maresciallo, lei mi deve duecento dollari”. Tutto perfetto. Ovunque vanno, la parlantina li salva e il piano funziona alla perfezione.

I due Oscar al retore e al suo dialoghista sembrano un ringraziamento dell’Academy per aver consolato il pubblico americano lasciandogli attraversare a cavallo un’epoca buia senza sporcarsi. La riscrittura postmoderna e ironica della Storia ha soffocato la Storia. Il linguaggio è stato usato come il napalm per vincere facile, impedendo alle situazioni di esprimersi nella loro durezza.

Tarantino aveva già provato a riscrivere la storia nel suo penultimo film, Bastardi senza gloria. Anche in BSG, lo scopo è vendicare le ingiustizie della storia: una giovane ebrea proprietaria di un cinema causa la morte dello stato maggiore del Reich, intervenuto a una première di un film di guerra. E anche lì il potere del linguaggio la fa da padrone, con i fuochi d’artificio retorici del rastrellatore di ebrei Landa. Interpretato anche lui da Christoph Waltz, che così aveva vinto il suo primo Oscar, Landa è un poliglotta meticoloso che, come Schultz, usa il linguaggio per affabulare e ipnotizzare. Ma siccome lo fa con gli ebrei e con chi difende gli ebrei, i suoi discorsi seminano terrore nello spettatore, e la riscrittura della Storia non rovescia i rapporti di potere e dunque non sa di favola consolatoria come in Django, ma di triste e rabbiosa interpretazione dei sogni collettivi.

Nei primi venti minuti, un contadino dignitoso e terrorizzato cerca di difendere da Landa la famiglia di ebrei che nasconde sotto le assi del pavimento. Landa è più bravo, e alla fine lo smaschera e ricatta, e la famiglia si trova mitragliata attraverso le assi. La giovane Shoshanna è la sola sopravvissuta all’esecuzione e sarà lei, qualche anno dopo, a dare fuoco allo stato maggiore nazista radunato nel suo cinema. Shoshanna è completamente divorata dalla paura e dalla sete di vendetta. I soli personaggi non tragici del film sono forse i “Bastardi”, la surreale banda di ebrei americani vendicatori che ammazzano nazisti: le loro avventure ricordano quelle di Schultz e Django. Ma su tutti sta la cappa nera del diabolico Landa, molto più spaventoso di Hitler, che parlando firma ed esegue condanne a morte, mostrando l’aspetto spaventoso e vanaglorioso della retorica, del discorso che plagia e mette nell’angolo.

In Diango, Schultz è altrettanto inarrestabile. Già nella prima scena ammazza uno schiavista e spara al cavallo dell’altro. Al secondo schiavista, caduto a terra, dice con tutta calma: “Mi spiace aver messo un proiettile nella sua bestia ma non volevo che facesse niente di avventato prima di tornare in sé”. I due eroi sono completamente al sicuro, su un altro piano rispetto agli altri. Sono come invisibili, intoccabili. Lo dimostra il fatto che Django possa dire a un bianco ricco (Franco Nero), in un salotto di bianchi: mi chiamo Django, la D è muta. Una scritta in sovraimpressione dice a un certo punto: E dopo un inverno freddo e molto redditizio. Questa è insomma una storia di successo dove, prima della doverosa scena madre finale, peraltro risolta benissimo da Django, non è possibile incontrare difficoltà.

Tutto intorno, è vero, la schiavitù viene mostrata con durezza. La lotta dei mandingo, schiavi possenti che si sbranano sul pavimento del salotto per il divertimento e le scommesse dei bianchi, è impressionante. Come pure la scena dello schiavo sbranato dai cani. E gli altri schiavi non sono come Django: loro sì sono intorpiditi e sembrano soffrire della sindrome di Stoccolma e non riuscirsi a emancipare. Ma noi siamo nel film con Django e Schultz, a loro teniamo, e con loro facciamo un viaggio nel passato senza farci un graffio.

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