Dolomiti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dolomiti/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Dec 2012 16:26:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dolomiti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dolomiti/ 32 32 Adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire: elogio degli incontri mancati https://minimaetmoralia.it/letteratura/9097/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/9097/#comments Wed, 22 Aug 2012 07:53:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9097 di Daniela Ranieri

Bisogna arrivare in stazione almeno 1 ora e 5 minuti prima. È una delle poche cose su cui non transigo. Quei 5 minuti in più non pare, ma sono fondamentali. Il più delle volte il numero del binario non è ancora comparso sul tabellone, quindi non occorre affrettarsi a raggiungerlo. Si può però controllare di nuovo il numero della carrozza e del posto sul biglietto, tante volte dopo non si facesse in tempo. Se è vicino, il binario, si può addirittura andare in bagno per un’ultima volta o, in alternativa, andare a comprare quella bottiglietta di acqua che la sera prima non è stato possibile sottrarre dal frigobar dell’albergo e infilare in valigia per essere sicuri di non dimenticarla.

Poi ci si siede, e si aspetta. Se si è sufficientemente ardimentosi, ci si può persino alzare di tanto in tanto, o tirare fuori un libro e affondare gli occhi nella lettura.

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Un paio di mesi fa è nato un bellissimo blog letterario. Si chiama Carnation, e lo anima Daniela Ranieri. Ne riprendiamo un post, grazie alla sua gentilezza.

di Daniela Ranieri

Bisogna arrivare in stazione almeno 1 ora e 5 minuti prima. È una delle poche cose su cui non transigo. Quei 5 minuti in più non pare, ma sono fondamentali. Il più delle volte il numero del binario non è ancora comparso sul tabellone, quindi non occorre affrettarsi a raggiungerlo. Si può però controllare di nuovo il numero della carrozza e del posto sul biglietto, tante volte dopo non si facesse in tempo. Se è vicino, il binario, si può addirittura andare in bagno per un’ultima volta o, in alternativa, andare a comprare quella bottiglietta di acqua che la sera prima non è stato possibile sottrarre dal frigobar dell’albergo e infilare in valigia per essere sicuri di non dimenticarla.

Poi ci si siede, e si aspetta. Se si è sufficientemente ardimentosi, ci si può persino alzare di tanto in tanto, o tirare fuori un libro e affondare gli occhi nella lettura.

Una volta l’ho fatto, e stavo per perdere il treno Ancona-Roma (al tempo ce n’erano solo due al giorno, ora non so), perché ero arrivata solo 24 minuti prima, e nella fretta il BINARIO 2OVEST e il BINARIO 2 si sono confusi dentro la mia testa. Venivo da una notte terribile in un hotel di San Benedetto del Tronto, nella cui hall il pomeriggio precedente avrei dovuto incontrare un tizio con cui la mia agenzia collaborava e che non si presentò perché, così recitava l’SMS, aveva dovuto portare sua nonna in ospedale.

Era estate, il che rendeva tutto più difficile. Non c’era nessun fattorino (…) a cui chiedere, nessun annuncio, niente di niente. Chi conosce la stazione di Ancona sa di cosa parlo. Bisogna solo essere fortunati e aspettare che il destino si manifesti con uno dei suoi scherzetti o ci stupisca con una temporanea sospensione delle ostilità.

Il libro che stavo leggendo per ora non è importante, ve lo dico dopo; mentre forse lo è il fatto che la persona che mi si avvicinò circa 2 minuti prima della partenza del treno e a cui chiesi, pelo pelo, come mai non fosse ancora arrivato, mi fece notare che BINARIO 2OVEST e BINARIO 2 non erano affatto la stessa cosa tenendo in mano L’interpretazione dei sogni.

Interessante. L’interpretazione dei sogni è del 1913. Nell’estate del 1913, Freud è in un albergo sulle Dolomiti, a San Martino di Castrozza. Lì incontra il giovane musicista Alban Berg, che gli rivolge alcune domande ironiche circa la propria condizione di ipocondriaco. «Ma non l’ha trovata una cura per questa influenza, dottore?» pare gli abbia chiesto. Non si sa cosa rispose Freud, che però in seguito a quell’incontro teorizzò una nuova patologia della modernità, di cui Berg soffriva, il cosiddetto “complesso della ferrovia”. D’altra parte, anche Freud ne soffriva.

Berg, dice Adorno nella biografia a lui dedicata, arrivava in stazione anche con 3 ore di anticipo per paura di perdere il treno, e cionostante spesso lo perdeva. Si sentiva costantemente in pericolo di vita, e gridava “al lupo” talmente tanto spesso che quando chiese ad Adorno di incontrarsi in un albergo di Vienna perché forse stava per morire “per una foruncolosi”, Adorno rifiutò. Poche settimane dopo, Berg morì.

Adorno d’altra parte continuerà a mancare gli incontri negli alberghi: nel 1959, dopo un carteggio freddino (da parte sua) con Celan che gli aveva dedicato la Conversazione nella montagna, gli dà appuntamento al Grand Hotel Waldhaus di Sils Maria, in Engadina, dove deve recarsi per una serie di conferenze.

«La prego quindi di perdonarmi se domani e martedì prossimo non sarò presente alle Sue conferenze»

I due sperano di parlare della questione ebraica in generale, e di Kafka in particolare. Solo che quando Adorno arriva, il 30 luglio, Celan è già ripartito con tutta la sua famiglia. Si sono capiti male? Celan è scappato perché non si sentiva di reggere l’incontro con «l’Ebreo Grande», come era solito chiamare Adorno (che perciò si imbarazzava moltissimo)? Boh, non si sa.

Per tornare a Freud, nel settembre di quell’anno, dopo San Martino si reca al Bayerhischer Hof di Monaco per partecipare al Congresso della psicoanalisi che sancirà il definitivo allontanamento con Jung. In quell’occasione, incontra Lou Andreas Salomé, che proprio in quell’albergo gli presenta Rainer Maria Rilke,

con cui lei continuerà poi a mancare incontri nelle varie città d’Europa, come risulta qui

«La cosa più bella per me sarebbe: averti qui»

Nell’epistolario mancano le lettere dell’estate del 1912: mentre Rilke era a Venezia, infatti, Lou era a Vienna da Freud a studiare la psicoanalisi.

E che faceva Freud? Il 14 maggio scrive da Vienna a Schnitzler, autore di Doppio Sogno, che vorrebbe incontrarlo, ma non si sa come i due si mancano sempre per un pelo.

EWS, SK

Solo dieci anni dopo, in una lettera del 1922, confesserà: «Mi sono sempre chiesto con tormento per quale ragione in realtà io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarLa e di avere un colloquio con Lei (…). Io ritengo di averla evitata per una sorta di paura del doppio».

!

Lou Salomé è la stessa che carteggiava con Nietzsche, che scrisse parte dello Zarathustra proprio a Sils Maria – è per questo che la Conversazione nella montagna di Celan lo cita continuamente, insieme al racconto L’escursione in montagna di Kafka.

Già, Kafka. Se proprio si devono perdere treni e lamentarsi delle notti in albergo, lo si faccia in grande stile. Dov’è Kafka in questo periodo, mentre Freud salomeggia? A Desenzano del Garda, a guardarsi allo specchio della stazione, abbiamo detto.

Però quasi un anno più tardi, nel luglio 1914, sappiamo che Kafka è a Berlino, ospite dell’hotel Askanischer Hof , dove «in una specie di processo davanti a testimoni» rompe il suo fidanzamento di soli due mesi con Felicia.

6 anni dopo, il 29 giugno del 1920, è arrivato a Vienna, dove deve incontrare la traduttrice Milena Jesenskà.

Scriverà dall’Hotel Congress, che allora si chiamava Hotel Riva:

«Ti prego, Milena, non sorprendermi arrivando di fianco o da dietro».

L’ho letto qui,

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mentre aspettavo il treno Ancona-Roma sul binario sbagliato.

Colonna sonora
Paolo Conte, Parigi
Richard Hawley, Hotel Room 

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Hemingway a Cortina. Il fascino degli intellettuali da colbacco https://minimaetmoralia.it/letteratura/hemingway-a-cortina-il-fascino-degli-intellettuali-da-colbacco/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/hemingway-a-cortina-il-fascino-degli-intellettuali-da-colbacco/#respond Thu, 05 Jan 2012 18:04:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6139 Ora che Cortina è considerata più che la perla delle Dolomiti, la meta dei furbetti, Francesco Longo ha deciso di auto-denunciarsi. Ripubblichiamo il suo reportage da Cortina, pubblicato sul Riformista del gennaio 2010.

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Ora che Cortina è considerata la meta dei furbetti più che la “perla” delle Dolomiti, Francesco Longo ha deciso di auto-denunciarsi. Ripubblichiamo il suo reportage da Cortina. Da Hemingway (con Fernanda Pivano) a Moravia, da Rosy Bindi a Rita Hayworth, da Marinetti a Orson Welles a Cortina ci sono stati tutti. Questo articolo è stato pubblicato sul «Riformista» del gennaio 2010.

«Ho trovato una conchiglia!». La notte nevica e la mattina il mondo è bianco: le Dolomiti sono ancora il mare tropicale che furono un tempo, il riverbero abbagliante è perfetto per vivere con gli occhiali da sole. Vale la pena, fino al 24 gennaio [2010 ndr], salire a Cortina per visitare la mostra che racconta di Ernest Hemingway nel Veneto (e far trasparire magari profonda delusione o sdegno per l’allestimento inadeguato). La mostra fotografica, intitolata «Il Veneto di Ernest Hemingway», è ospitata nelle salette del Municipio Vecchio. Si trova a metà del corso principale di Cortina, tra chioschi e gazebi di wurstel e strudel, dove si sorseggiano molti bicchieri di apfelsaft bollente e fiumi di vin brulé. Inevitabile fare un po’ di people-watching.

Da quando Hemingway arrivò qui per la prima volta, fino ad oggi, la cittadina, «perla» o «regina» delle Dolomiti, ha sempre brillato nell’immaginario collettivo come il top della vacanza invernale, l’unica meta europea altrettanto esclusiva è St. Moritz, altri santuari per osservare le vette innevate non sembrano contemplati. La clientela fissa dei grandi alberghi, i volti dolomitici abbronzati e annoiatissimi rivelano nell’espressione che tutti vengono qui «da sempre»: non esistono facce nuove, si è solo pionieri, al peggio si è habitué. L’unica cosa che conta è essere pieni di reminiscenze del passato e ripetere in ogni occasione che «solo qui ci si sente veramente a casa».
Hemingway soggiornò in Veneto molte volte, in un arco temporale che va dal 1918 al 1954. A Cortina, nel 1948, dormiva all’Hotel Concordia e frequentava il bancone del bar dell’Hotel de la Poste (veniva qui quando non era a Parigi, in Kenya o a Cuba). Affittò Villa Aprile e vi trascorse il capodanno del 1948 insieme alla moglie Mary e a Fernanda Pivano che lo incontrò per la prima volta. Di quelle giornate, la Pivano racconterà che lo scrittore amava le bistecche cucinate dalla moglie e che al primo boccone commentava già «very nice, Mary». Racconta di brocche di Bloody Mary che venivano mandate giù mentre si parlava di politica e letteratura. La biografia che scrisse Fernanda Pivano si chiama Hemingway (ed è pubblicata da Bompiani). Fu sempre a Cortina che Hemingway conobbe la giovanissima Adriana Ivancich, la riconoscibile “Renata” del romanzo che lo scrittore ambientò in Veneto. È per questo motivo che quando Di là dal fiume e tra gli alberi uscì in Italia, Ernest fece aggiungere questa avvertenza: «Data la recente tendenza a identificare i personaggi della narrativa con persone reali, ritengo opportuno dichiarare che in questo volume non vi sono persone reali: tanto i personaggi quanto i loro nomi sono fittizi».

Nel 1950 Hemingway soggiornava all’Hotel de la Poste quando chiuse il suo libro. Dopo dieci anni era tornato a scrivere romanzi. Ma fu sufficiente l’uscita della versione inglese per scatenare i pettegolezzi. L’onore di Adriana sembrava perso per sempre. L’autore cercò in ogni modo di proteggere la reputazione della ragazza. Il grande amore della sua vita.

Oggi, gli alberghi come il Grand Hotel Savoia (appena riaperto dopo un lungo restyling) o il leggendario Cristallo non ospitano scrittori da premio Nobel, ma sono vasti parcheggi per sfoggiare Suv e station wagon metallizzate, in un continuo viavai di arrivi e partenze.
Al centro di Cortina, già a Capodanno, si incontrano celebrità con le labbra rifatte, filmmaker col colbacco, produttori in bermuda (a meno otto gradi) tutti con pellicce o montoni, e le madame alla moda circolano quest’anno con gonfi Moon Boot di pelo: «Stella, ho visto tuo nipote, stava con la figlia di Qualcuno». Le casse acustiche sopra le vetrine di Paul&Shark diffondono Vivaldi. Il sole del pomeriggio manda gli ultimi raggi a colorare le cime bianche perché l’incanto sia totale. Gli impianti sono pieni, la stagione è al culmine.

Ai tempi d’oro, tra duchesse e contesse e le prime love-story con gli acerbi maestri di sci, arrivavano a Cortina Orson Welles e Rita Hayworth, oggi, il programma degli eventi di gennaio 2010 ha portato qui tutta la mondanità-engagé d’Italia: Gianni Alemanno, Rosy Bindi e Gian Antonio Stella. I tre dibattevano al Palainfinity di immigrazione e tolleranza quando la Bindi è stata coperta dai fischi del pubblico e da pochi alpini «buuuuu». Le giornate sono andate avanti con tutti gli opinion leader di rito: Barbara Palombelli, Vittorio Sgarbi e Luciano Violante. Mentre Bruno Vespa appariva qualche giorno dopo, al leggendario Grand Hotel Miramonti.

«Ma i veri intellettuali oggi dove saranno?». Si sa, sono tutti altrove. Se ne stanno isolati «a qualche chilometro da Cortina». Tutti presi a sentire l’Alpensinfonie di Strauss o a citare Nietzsche, lì dove dice di amare le vette delle montagne perché là, meglio che altrove, si sente di avere il popolo sotto di sé. E così, mentre sulle piste sono tutti rapiti dall’euforia di nevicate vere (dopo annate di neve artificiale), l’intellighenzia se ne sta tappata nelle baite ad accendere caminetti, ed esce solo per fare qualche passeggiata nei boschi coi cani o per acquistare bottiglie di Champagne per fare poi qualche risotto country-chic.
Nelle foto presenti alla mostra, Hemingway non sembra né uno scrittore né un turista. È un cacciatore americano molto pensieroso. Le figure femminili che lo assecondano e i paesaggi veneti che lo incorniciano sembrano servire solo per distogliere la concentrazione dalla solennità del suo sguardo intenso, consapevole, velato da rimpianti che lo turbano.

A Cortina ci sono stati davvero tutti. Ecco la sua vera magia. Tutto ciò che accade qui entra dritto nella storia. Vennero qui Martinetti e Montanelli, Roberto e Isabella Rossellini. E Moravia, che divideva la villa a Sabaudia con Pasolini, da giovane, era stato due anni a Cortina: in un sanatorio a curarsi, come Hans Castorp nella Montagna incantata.

Hemingway almeno andava a pesca e sciava. Quando si innamorò della nobildonna Ivancich (incontrata in una battuta di caccia) lei aveva diciannove anni, lui cinquanta. Lei gli chiese se aveva un pettine, lui ne estrasse uno dalla tasca. Lo spezzò in due e consegnò una parte nelle mani della fanciulla. Nel romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi si legge: «Ora non pensare a lei. Non pensare a Renata perché non ti farebbe bene per niente, ragazzo. Potrebbe perfino farti male. E hai detto arrivederci. (…) Che gran brutto mestiere, pensò. Amare e partire. La gente può farsi male in questo modo. Chi ti ha dato il diritto di conoscere una ragazza simile? (…) Ma com’è possibile che si sia innamorata di un povero bastardo come te?». Lo scandalo era inevitabile. Adriana Ivancich raccontò la sua relazione con Hemingway in un libro intitolato La torre bianca, pubblicato da Mondadori nel 1980 e mai più ristampato.
Sarà nata così la tradizione del gossip tra i monti?

Il primo luglio del 1961, il giorno prima di morire, Hemingway cantava una canzone che gli aveva insegnato Fernanda Pivano proprio a Cortina. Un canto alpino. Qualche anno più tardi moriva suicida anche Adriana Ivancich. Cortina, splendida ghiacciaia internazionale, conserva i loro segreti e i ricordi. Alla fine riesce sempre a farsi amare, e una volta amata, partire «è un gran brutto mestiere».

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