Don Giovanni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/don-giovanni/ un blog di approfondimento culturale Thu, 05 Mar 2015 11:56:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Don Giovanni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/don-giovanni/ 32 32 Il teatro trasformato in animazione da villaggio vacanze https://minimaetmoralia.it/teatro/il-teatro-trasformato-in-animazione-da-villaggio-vacanze/ https://minimaetmoralia.it/teatro/il-teatro-trasformato-in-animazione-da-villaggio-vacanze/#comments Thu, 05 Mar 2015 11:33:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25709 La settimana scorsa al Teatro Argentina ho visto uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni (è andato in scena per la prima volta nel 2004 a Broadway e poi ha girato il mondo), Slava's snow show – la compagnia di Slava è una compagnia di clown ormai leggendaria e la sua è una performance di circo contemporaneo talmente strabiliante da valere da sola l'abbonamento alla stagione.

Ieri sera sempre all'Argentina ho visto una delle patacche peggiori degli ultimi anni, il Don Giovanni messo in scena da Filippo Timi. Prodotto dal Teatro Franco Parenti, dal 2013 fa il pieno di incassi in tutta Italia ed ha raccolto una cornucopia di recensioni favorevoli se non esaltate.
Riuscire a deludere tutti i pregiudizi positivi (compresa la mia convinzione che Filippo Timi sia un artista di talento) che si portava dietro non era facile. Eppure Don Giovanni è uno spettacolo così approssimativo, mal scritto, con una recitazione così rabberciata, che si rivela alla fine non solo uno spettacolo brutto, ma un modello di spettacolo brutto, concentrando in sé tutti i peggiori difetti del teatro italiano di oggi, difetti che però paradossalmente decretano il successo del pubblico e della critica.

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La settimana scorsa al Teatro Argentina ho visto uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni (è andato in scena per la prima volta nel 2004 a Broadway e poi ha girato il mondo), Slava’s snow show – la compagnia di Slava è una compagnia di clown ormai leggendaria e la sua è una performance di circo contemporaneo talmente strabiliante da valere da sola l’abbonamento alla stagione.

Ieri sera sempre all’Argentina ho visto una delle patacche peggiori degli ultimi anni, il Don Giovanni messo in scena da Filippo Timi. Prodotto dal Teatro Franco Parenti, dal 2013 fa il pieno di incassi in tutta Italia ed ha raccolto una cornucopia di recensioni favorevoli se non esaltate.
Riuscire a deludere tutti i pregiudizi positivi (compresa la mia convinzione che Filippo Timi sia un artista di talento) che si portava dietro non era facile. Eppure Don Giovanni è uno spettacolo così approssimativo, mal scritto, con una recitazione così rabberciata, che si rivela alla fine non solo uno spettacolo brutto, ma un modello di spettacolo brutto, concentrando in sé tutti i peggiori difetti del teatro italiano di oggi, difetti che però paradossalmente decretano il successo del pubblico e della critica.
Proviamo a elencarli:

1. Don Giovanni di Timi è essenzialmente uno spettacolo da animazione da villaggio vacanze ospitato in un teatro del settecento. Il pubblico di paganti e abbonati (la maggior parte dai cinquanta in su) come capita nella maggior parte degli stabili, si sganascia, come se potesse non sentirsi in colpa di vedere un bel puntatone lungo di un superZelig.
2. Il lavoro di riscrittura del mito di Don Giovanni si riduce più o a meno a un gioco di associazioni, alto e basso, cultura aulica e riferimenti trash, che è quello che possiamo permetterci quando in adolescenza ci viene in mente di andare a braccio su un argomento che mastichiamo un po’, sparando le prime ideuzze a caso mentre ci facciamo una canna.
3. La comicità di questo Don Giovanni è sempre dichiarata, esposta, telefonata, alla ricerca dell’effetto immediato, come se il vicino di sedia ti desse di gomito per due ore e mezzo: e anche quando le battute funzionano vengono ripetute ed estenuate per trasformarsi prima in tormentoni e poi per consumare ogni reazione garantita di un pubblico evidentemente abituato a standard televisivi.
4. Le strizzatine d’occhio all’attualità sono quelli di un dj col vocione di una radio commerciale: a un certo punto Timi si mette a cantare il Pulcino Pio, per capirci. Tanti ah ah dalla platea.
5. Gli attori è come se, invece di recitare, ammiccassero; invece di interpretare, imitassero i personaggi. Mossette, birignao a gò gò, vaudeville di terz’ordine. E nonostante lo spettacolo giri l’Italia da due anni, la sensazione che si ha, è che abbiano provato poco: le scene slapstick sembrano grezze, e anche Timi utilizza la sua indubbia presenza scenica e il suo istrionismo non per creare una minima magia teatrale, ma per stare sempre fuori. Cincischia, si ride sopra, gigioneggia, in un rapporto con il pubblico che è quello di un imbonitore invece che di un attore.
6. La scenografia è una roba da rappresentazione delle scuole medie. Luci sparate, cambi colore tipo una schermata di windows, e ogni tanto dei video proiettati su tutto il fondale: le trashate che alle medie i ragazzini fanno vedere ai compagni di banco. Hai visto ste tre ragazze orientali che intonano una canzone sulla diarrea. Ah ah.
7. Il sottotesto dello spettacolo – il Don Giovanni ripensato come puer, come un ragazzino senza morale, tutto intriso di culturame basso e trivialità, cazzo fica cacca – è un esercizio di citazionismo e iconoclastia che poteva avere qualche fascino da pruderie prima che esistessero youtube e youporn. Può funzionare per chi pensa che il teatro sia zapping (qualche sedicenne internet-dipendente), per chi ha settant’anni, non è un nativo digitale, e può godersi questo mischione come fosse un’operazione originale, o ancora per qualche quarantenne che quando a un certo punto, senza nessuna logica drammaturgica, parte la sigla dell’Uomo tigre, scambia questa campanella di Pavlov per una madeleine.
8. C’è un fraindimento grave in chi mette in scena rivisitazioni: l’idea che la parodia sia dissacrazione (lo è in rari, feroci, casi), e che la parodia non abbia bisogno, proprio per il suo carattere mimetico, di una assoluta cura per i dettagli. Proprio perché è un gioco piuttosto facile, il talento sta nel trasformare l’imitazione in una nuova idea più forte del modello, altrimenti è veramente puerile.
9. La scusa dell’estetica queer. L’estetica queer vuole essere ovviamente stravagante, iconoclasta, provocatoria: con questo pretesto cripto-etico, riesce spesso a rendere il rovesciamento una caciara, e a presentarsi da un punto di vista estetico come una roba non dissacrante ma semplicemente cafona: una frociata, piuttosto conformista.
10. Questo Don Giovanni fa capire che in Italia manca qualche educazione del pubblico teatrale. Spettacoli così, sgangherati, faciloni, ruffianissimi, vanno in scena tutti i giorni, in tantissimi teatri in tutta Italia che altro non sono che piazze da cabaret estivo con un tetto sopra. Contento il pubblico di spendere i soldi per questa robetta, contenti tutti.

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