Don Winslow Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/don-winslow/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Jun 2019 08:11:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Don Winslow Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/don-winslow/ 32 32 La frontiera US-Messico in quattro libri https://minimaetmoralia.it/attualita/la-frontiera-us-messico-quattro-libri/ https://minimaetmoralia.it/attualita/la-frontiera-us-messico-quattro-libri/#comments Wed, 05 Jun 2019 08:11:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40442 Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

1.

C'è un punto della frontiera tra Stati Uniti e Messico in cui se provi a chiedere in che Stato ti trovi, nessuno sa dirtelo con certezza. Potrebbe essere Texas, o Nuovo Messico, potrebbe anche essere Messico. Sono poche centinaia di metri tra El Paso e Ciudad Juárez, in assenza di muro e separate solo dai binari della ferrovia che collega le due città e dal rapido passaggio di qualche treno. Tra un treno e l'altro messicani in cerca di un futuro migliore provano ad attraversare clandestinamente e rapidamente i binari, rifugiandosi nelle cucine di un ristorante italiano che è affacciato sul Messico ma è già in territorio americano.

Prima e dopo ci sono solo chilometri di muro, evocativo di viaggi interrotti, famiglie divise, violenza diffusa.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

1.

C’è un punto della frontiera tra Stati Uniti e Messico in cui se provi a chiedere in che Stato ti trovi, nessuno sa dirtelo con certezza. Potrebbe essere Texas, o Nuovo Messico, potrebbe anche essere Messico. Sono poche centinaia di metri tra El Paso e Ciudad Juárez, in assenza di muro e separate solo dai binari della ferrovia che collega le due città e dal rapido passaggio di qualche treno. Tra un treno e l’altro messicani in cerca di un futuro migliore provano ad attraversare clandestinamente e rapidamente i binari, rifugiandosi nelle cucine di un ristorante italiano che è affacciato sul Messico ma è già in territorio americano.

Prima e dopo ci sono solo chilometri di muro, evocativo di viaggi interrotti, famiglie divise, violenza diffusa. Nell’estate del 2015 ero finita lì quasi per caso, in quel ristorante avevo ascoltato storie di migrazioni riuscite e di migrazioni fallite, poi avevo visitato la città fantasma e il piccolo cimitero di Smeltertown, semidimenticati e arroccati su una collina di El Paso, a ovest dell’Interstate 10, e infine avevo costeggiato chilometri di muro che a tratti è fatto di sbarre rosse di ruggine, a tratti è una sequenza ininterrotta di grate in acciaio dietro le quali si estende la baraccopoli infinita di Juárez, costellata da costruzioni cubiche in cemento armato, piccoli fortini abitati dai narcos, e scandita da spari frequenti che in altri paesaggi sarebbero botti ma lì sono proprio spari.

Mia guida temporanea in questo breve viaggio a El Paso era Phoebe Gloeckner, scrittrice e fumettista americana, autrice nel 2002 del magnifico memoir semiautobiografico e parzialmente a fumetti Diario di una ragazzina (Fernandel, pp. 352, 15 euro). Da una quindicina d’anni Gloeckner è impegnata nelle ricerche e nella realizzazione del suo nuovo imponente progetto dedicato alla frontiera tra El Paso e Ciudad Juárez, ai femminicidi e alla storia di una famiglia di una delle centinaia di ragazzine assassinate o scomparse.

Il progetto di Gloeckner è nato nel 2003 come una storia in forma di fotoromanzo, realizzato fabbricando e fotografando piccole bambole e set tridimensionali. Qualche anno dopo, la storia è stata pubblicata nell’antologia di graphic reportage curata dall’attrice Mia Kirshner I Live Here (Pantheon, pp. 320, $ 29.95), ma per Gloeckner è stato solo il punto di partenza per un più vasto progetto multimediale ancora in corso che si chiamerà The Return of Maldoror ma non ha ancora una data di uscita e che contempla uno o più volumi di testi e foto, registrazioni audio, video in stop-motion. È iniziato come un libro ed è diventato una grande opera in divenire, che procede di pari passo con la cronaca e la vita.

2.

Affine al progetto di Gloeckner è il nuovo romanzo della scrittrice messicana Valeria Luiselli Lost Children Archive(Knops, pp. 400, $ 27.95; uscirà in Italia in settembre per La Nuova Frontiera), dedicato anch’esso alla frontiera tra Stati Uniti e Messico e corredato di preziose bibliografie e polaroid. Profondamente lirico e altamente commovente in tutte le sue quattrocento pagine, Lost Children Archive è la storia di una famiglia precaria come molte. I protagonisti sono un uomo e una donna che si sono molto amati, hanno convissuto, condiviso i rispettivi figli e lavorato insieme per anni, e a un certo punto della loro vita comune hanno capito che è arrivato il momento di lasciarsi.

Insieme a loro ci sono il figlio di dieci anni dell’uomo e la figlia di cinque anni della donna, bambini che hanno conosciuto una forma di fratellanza che con i legami di sangue non ha niente a che fare, e che non per questo manca d’affetto o d’amore. I due adulti di mestiere documentano il presente e il passato registrando suoni: lui è in cerca di echi di capi tribù apache scomparsi da tempo e vissuti da qualche parte tra l’Arkansas, il Texas, il Nuovo Messico e l’Arizona; lei lavora a un progetto che documenti la presenza temporanea di bambini che hanno attraversato prima il deserto e poi la frontiera tra il Messico e l’America, per poi essere fermati e trattenuti nei centri di detenzione per minori, e da lì rispediti in Messico.

I due bambini li seguono in un viaggio in automobile che sarà formativo e trasformativo per tutti, rivelatore soprattutto di una giusta prospettiva da cui guardare alle recenti cronache della frontiera, o in generale, da cui guardare alle cose e ai fatti del mondo. La giusta prospettiva in questo caso è quella dell’infanzia, sottratta nella vita reale dal quadro generale, negata alle famiglie e agli stessi bambini prima ancora che ai paesi di provenienza e destinazione. Ma come si fa a immaginare un mondo senza infanzia? In una delle scene più liriche e belle del romanzo di Luiselli, i due bambini, che per cercare di salvare altri bambini hanno abbandonato incautamente genitori, automobile e viaggio, si ritrovano ad ascoltare “Space Oddity” di David Bowie dal jukebox di un diner sperduto tra i deserti americani.

Laddove qualunque adulto senza un soldo in tasca, senza un cellulare e senza la più pallida idea di dove si trovi in quel momento, si perderebbe d’animo, il fratello maggiore dice alla sorellina: “è una delle nostre canzoni, tua e mia, una delle canzoni che sappiamo a memoria e che cantavamo in macchina con papà e mamma prima di perderci o che loro si perdessero o che tutti quanti ci perdessimo”. I due bambini non si perdono d’animo e a squarciagola cantano “Space Oddity” da capo a fine, felici per il tempo della canzone, presenti a quella felicità, completamente noncuranti del futuro. Come dovrebbe accadere in tutte le infanzie.

3.

The Border (HarperCollins, pp. 736, $ 28.99; uscirà in Italia in giugno per Einaudi Stile Libero) è il terzo tomo dell’impeccabile e appassionante trilogia dello scrittore americano Don Winslow, iniziata nel 2005 con Il potere del cane, a cui ha fatto seguito dieci anni dopo Il cartello (entrambi pubblicati in Italia da Stile Libero), e interamente dedicata a politica, corruzione e narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Protagonista è Arthur Keller, agente della DEA, che in questo capitolo conclusivo della saga viene chiamato a dirigere l’agenzia, trasferendosi dal Messico a Washington, D.C. Dei tre volumi, The Border è il più politico, il più americano e probabilmente anche il più bello, abilmente modellato sulla recente cronaca politica americana e così verosimile da presentarsi come una variante appena un po’ romanzata della cronistoria degli Stati Uniti durante l’ultima campagna presidenziale e la conseguente amministrazione Trump e di quella recente e brutale del Messico (la strage di Ayotzinapa del 2014 è uno degli eventi realmente accaduti che ritroviamo nel romanzo).

Accanto alla storia e alla cronaca, sfilano questioni urgenti e contemporanee: il muro tra Messico e Stati Uniti, l’inadeguatezza del sistema carcerario, il traffico di bambini al confine con il Messico, l’influenza dei finanziamenti esteri sulla politica della Casa Bianca, soprattutto il dilagare dei farmaci oppiacei e poi dell’eroina nelle grandi metropoli americane. Lo stile è quello della grande letteratura, il linguaggio è del cinema e delle serie tv, inchiodando il lettore alle storie di narcotrafficanti, agenti federali e poliziotti che quando, giunti al terzo monumentale tomo della saga e sopravvissuti a situazioni e crimini estremi, sembrano trovare sempre la cosa giusta da fare per lasciarti in attesa di quello che succederà poche pagine dopo. Chapeau per Winslow, autore di best-seller che meritano ogni gloria e singolo lettore.

4.

A integrare i romanzi con fatti e storia vissuta è Francisco Cantù con Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 263, 16 euro)riuscito e generoso incrocio tra un memoir e un reportage che testimonia con esattezza lirica gli ultimi dieci anni di storia della frontiera che separa il Messico dagli Stati Uniti. Americano ma di origini messicane, Cantù è nato e cresciuto in Arizona, a una giusta distanza dal muro da non vederlo mai ma vicino quanto basta da percepirne costantemente la presenza. All’università ha studiato i flussi migratori e le frontiere, attratto dal desiderio e dall’urgenza di capire meglio le logiche politiche ed economiche nascoste dietro a uno spazio ben più esteso dei 3200 chilometri di confine che separa ufficialmente le due Americhe.

Nel 2008, ventitreenne, ha mollato gli studi per iscriversi all’Accademia di polizia e diventare una guardia di frontiera, lavoro che ha portato avanti per i successivi quattro anni. Poi ha abbandonato il lavoro sul campo per tornare agli studi, scrivere questo libro, e trovare una maniera diversa e più efficace per agire sulla realtà e provare a modificarla. Solo un fiume a separarci è un’opera struggente, onesta e così bella da meritare un posto tra i migliori reportage scritti e pubblicati in questo millennio. Le storie raccontate nel libro hanno per protagonisti immigrati che cercano quotidianamente di attraversare il deserto e agenti di frontiera che quotidianamente li fermano e li rimandano indietro, li soccorrono quando arrivano in tempo, li piangono oppure li ignorano quando li trovano morti e non c’è più niente da fare.

Alcuni di questi agenti sono brava gente, altri no. Quasi tutti gli immigrati sono persone disperate in fuga da un Messico che la violenza degli ultimi anni ha trasformato in un paese in stato di guerra permanente. Alcuni immigrati sono bambini, spesso non accompagnati. Nel suo libro, Cantù cita alcuni poeti che negli ultimi anni hanno raccontato la frontiera. Tra questi c’è il giovane salvadoregno-americano Javier Zamora e un suo libro di poesie che si chiamaUnaccompanied. Lo compro subito dopo avere finito Solo un fiume a separarci, mossa da quella strana ma evidente fatica con cui ci si separa dai libri particolarmente amati. In copertina c’è lo stesso muro di acciaio e ruggine che avevo visto a El Paso nel 2015, vetusto, minaccioso e intatto. Apro a caso il volume, cercando poche frasi da leggere come fossero un responso dell’I Ching, profetiche e propizie per chiunque sia in viaggio da qualche parte intorno a una frontiera. Trovo i versi finali di una poesia che si chiamaPreghiera. Dicono:

L’ultimo giorno di scuola, dirò
solo ai miei amici più cari che volerò
dove la gente beve il latte freddo,
mette le fragole nei cereali,
mangerò fragole tutto il tempo
diventerò così alto che mi metterò a giocare a pallacanestro.

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I doveri di uno scrittore: intervista a Don Winslow https://minimaetmoralia.it/interviste/i-doveri-di-uno-scrittore-intervista-a-don-winslow/ https://minimaetmoralia.it/interviste/i-doveri-di-uno-scrittore-intervista-a-don-winslow/#comments Sun, 31 Jan 2016 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29809 Questo articolo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Angelo Murtas

Don Winslow si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura poliziesca. In due dei suoi libri in particolare, Il potere del cane e Il cartello (entrambi pubblicati da Einaudi Stile Libero), affronta l’intricato mondo dei cartelli della droga messicani. Sono due opere imponenti sempre in bilico tra fiction e non fiction che solcano il baratro dell’impotenza del mondo nel suo regno dei morti.

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Questo articolo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Angelo Murtas

Don Winslow si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura poliziesca. In due dei suoi libri in particolare, Il potere del cane e Il cartello (entrambi pubblicati da Einaudi Stile Libero), affronta l’intricato mondo dei cartelli della droga messicani. Sono due opere imponenti sempre in bilico tra fiction e non fiction che solcano il baratro dell’impotenza del mondo nel suo regno dei morti.

Art Keller e Adán Barrera sono i due protagonisti del libro; agente della DEA il primo e capo del cartello della droga più potente del mondo il secondo. Sono due personaggi agli antipodi. Rappresentano rispettivamente, in una estrema semplificazione, il bene e il male. Sono due personalità complesse di cui offri uno scavo psicologico notevole. Cosa è stato per te entrare in empatia con due figure così diverse tra loro?

Come uomo posso avere un’opinione sul bene e sul male, su quello che è giusto e quello che è sbagliato. Posso distinguere gli individui in buoni e cattivi. Ma in quanto scrittore non posso essere obbiettivo, non è il mio mestiere. Il mio lavoro consiste nel portare i lettori nel mondo del personaggio, mostrare la realtà attraverso gli occhi del personaggio, farla sentire attraverso il suo cuore e la sua anima. Nello specifico, mentre scrivo di Art Keller e di Adán Barrera io non sto pensando ad antipodi morali – quello è un privilegio del lettore –, io penso a come possa portare colui che leggerà il mio libro quanto più vicino all’esperienza dei protagonisti.

Naturalmente è più semplice quando ti trovi ad affrontare una personalità che possa definirsi “buona”, ma il mio lavoro è ritrarre il punto di vista del personaggio anche qualora lo trovassi ripugnante e malvagio. È certamente più difficile ma è un mio dovere.

Penso ai libri di James Ellroy e trovo che in due tuoi romanzi in particolare, Il potere del cane e Il cartello, tu sia arrivato a un livello di realtà successivo. Wu Ming 1 a proposito della letteratura di non fiction afferma che un narratore non debba porsi gli stessi problemi di uno storico, e quindi, aggiungo, di un giornalista. Dice che deve essere più spregiudicato. Fuori dai vincoli della pura cronistoria, fino a che punto può spingersi la letteratura?

Uno dei miei difetti in quanto romanziere, almeno nelle prime bozze, è di scrivere troppo come uno storico. Sono stato addestrato al mestiere del giornalista e per questo tendo a restare molto ancorato ai fatti reali, alla cronistoria. A volte questo può risultare dannoso ai fini del romanzo, può capitarmi di perdere di vista oppure non prestare sufficiente attenzione all’evoluzione drammatica della trama.

Nelle successive bozze devo fare uno sforzo: prendere la decisione di accantonare i fatti realmente accaduti e concentrarmi sulla finzione letteraria, pur rimanendo entro i confini del reale. Gli scrittori hanno l’arma dell’immaginazione, quindi la possibilità di entrare nei pensieri profondi e nelle emozioni dei personaggi e la libertà di ordinare gli eventi in funzione della trama. Possono dunque arrivare al cuore di una storia in un modo che ai giornalisti, almeno a quelli etici, non è concesso.

Mi pare di capire che la spirale di violenza collegata ai cartelli della droga in Messico non abbia avuto negli anni alcuna frenata decisiva. E che la guerra alla droga non abbia sortito gli effetti sperati. È così? Qual è lo scenario che immagini per il futuro?

Allora, dopo più di quattro decenni si può dire certamente che la guerra alla droga non ha ottenuto i risultati sperati. A ogni modo, la violenza in Messico ha subito un calo dopo una escalation che ha fatto registrare la sua punta più alta nel duemiladodici. Questa frenata è dovuta al fatto che un cartello, quello di Sinaloa, ha vinto la guerra del narcotraffico e si è imposto come l’organizzazione dominante, causando quella che viene generalmente chiamata pax narcotica.

Ma la situazione sta mutando di nuovo. La spirale di violenza è sul punto di registrare una nuova impennata nell’area di Tijuana perché alcuni gruppi locali stanno principiando a mettere in discussione il dominio del Cartello di Sinaloa sulle rotte principali del narcotraffico. È un ciclo. Abbiamo sempre assistito a una tensione centrifuga e poi centripeta nelle organizzazioni che controllano il traffico di droga. Queste si uniscono e poi si dividono. E questo esatto periodo storico possiamo collocarlo in quest’ultimo stadio, nella sua fase centrifuga.

Ancora oggi la legalizzazione di tutte le droghe appare un’utopia. Credi comunque possa essere una svolta in grado di portare risultati concreti, maggiori di quelli raggiunti con la lotta militare? E quali potrebbero essere le reazioni?

Ne sono assolutamente convinto. È bastato che soli tre Stati legalizzassero la marijuana per fissare una decrescita delle esportazioni dal Messico del quaranta percento. La legalizzazione non è un’utopia, è l’esatto contrario, è un approccio pratico e di buon senso. A essere utopico è il proibizionismo: un piano strategico assolutista, irrealizzabile e che non conduce ai risultati anelati. Rispetto alle reazioni, credimi, l’esercito, ma lo stesso vale anche per la polizia, non vuole giocare la sua parte nella lotta al narcotraffico. Potrebbero non ammetterlo pubblicamente (anche se cresce il numero di quelli che lo fa), ma la maggior parte dei poliziotti auspica una fine della guerra alla droga per tornare al lavoro che più gli compete.

Attualmente il sessanta percento degli stupri e il quaranta percento degli omicidi restano irrisolti, e tutti i poliziotti con cui ho parlato – e parlo spesso con molti di loro – preferirebbero potersi concentrare nel risolvere questi piuttosto che consumare tutte le loro energie ad arrestare gli spacciatori. Soprattutto perché questi cicli di arresti non li hanno portati a raggiungere risultati concreti.

In un articolo uscito sul Daily Beast, in cui evidenzi delle interazioni economiche, legate anche e soprattutto al traffico di armi, tra i cartelli e il terrorismo, dici che i media, loro malgrado, fanno il gioco dell’ISIS e dei narcotrafficanti in quanto offrono loro quella visibilità a cui tanto anelano. La letteratura può andare incontro a un rischio analogo? 

Certo. Questo è stato sempre un problema con la letteratura e con i film incentrati sul crimine, e forse ancora di più con il cinema. Questo ci riporta indietro e mi fa pensare a Robin Hood. È un problema con cui combatto, mi chiedo se con i miei libri sto mitizzando i narcotrafficanti, gli assassini, i torturatori. E per alcuni lettori forse la risposta è sì. Mi ritrovo a dover bilanciare due valori contrastanti: è giusto correre il rischio di mitizzare il mondo del narcotraffico pur di fare luce su quello che accade? Ovviamente la risposta che mi sono dato è stata sì.

Allo stesso tempo ho sempre cercato di ritrarre questo mondo nella maniera più realistica possibile, e il realismo non è certamente glorioso e attraente, almeno per la maggior parte delle persone: questa realtà finisce sempre con la galera, la morte e la distruzione dell’anima.

Il cartello è un libro ambizioso, dallo sguardo vasto. Uno di quei romanzi dall’impatto visivo forte. Mentre lo leggevo non ho potuto fare a meno di figurarmi alcune grandi scene di un certo cinema americano. Poi ho scoperto che è già in programma un film la cui regia sarà affidata a Ridley Scott. Come la immagini la sua trasposizione cinematografica? Pensi possa essere ben gestita la mole di fatti narrati? Non ti pare che una serie tv possa prestarsi meglio nel dare alla storia quel respiro che merita?

Si tratta di una grande storia, quindi penso abbia bisogno di un grande format. Uno schermo gigante, un buon sistema audio. Sono convinto che il cinema sia la dimensione adatta. Capisco che le serie televisive siano diventate una ragionevole alternativa, ma io voglio vedere un film importante su una materia importante. Voglio che la gente vada a vederlo con altra gente, e voglio che ci sia una reazione di gruppo, che le persone una volta uscite dalla sala vadano in un bar a discuterne. Sono molto contento che Ridley Scott dirigerà il film e Shane Salerno ne scriverà la sceneggiatura. Entrambi hanno confidenza con le grandi storie e non ne sono spaventati. È una buona cosa.

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Sempre sulla cinquina #2 Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda” https://minimaetmoralia.it/libri/8470/ https://minimaetmoralia.it/libri/8470/#comments Sun, 24 Jun 2012 07:44:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8470 Fa fatica pensare di uno scrittore - che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli - che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell'onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d'occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l'ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell'anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.

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Fa fatica pensare di uno scrittore – che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli – che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d’occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l’ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell’anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.

La struttura del Silenzio dell’onda è quella di una quarantina di microcapitoli, trenta dei quali sono dedicati al tentativo di Roberto, un maresciallo dei carabinieri in malattia, di riprendere possesso della sua vita scombiccherata dopo che – ci viene detto – a un certo punto qualcosa è andato storto. Traumi, buchi neri. Ora lo vediamo spingersi faticosamente per una Roma alienata, ancorato agli psicofarmaci che prende e alle due sedute settimanali dall’analista in uno studio che diventa da subito la scena dove si svolge gran parte della (non) azione. I restanti dieci capitoli sono pagine semidiaristiche di un ragazzino, Giacomo, di cui all’inizio non sappiamo che c’entri con la storia di Roberto, e che, buono e sagace come pochi, è turbato per quello che sta succedendo a scuola sua da una parte, a sé dall’altra: una ragazza è importunata da certi brutti ceffi suoi coetanei, lui un po’ si sta innamorando di questa ragazza. Gli altri personaggi sono appunto lo psicanalista (il Dottore), una paziente del Dottore (Emma), che Roberto conosce per caso (immaginate come… esatto, a lei non parte la macchina e lui l’aiuta) e di cui fatalmente s’invaghisce un po’, e – chiamiamolo così – il Passato. Il Passato, ovvero la lunga oscura storia dolorosa che ha ridotto Roberto e Emma come due reduci, che parlano come se avessero in bocca degli oroscopi.

Se prendiamo questi come elementi, l’intreccio c’è; minimo ma c’è. Tutti gli stereotipi della nostra società depressiva sono rispettati: poliziotti buoni che si sono dovuti comportare male, donne che non volevano ma hanno tradito il marito, ragazzini senza educazione che si ritrovano a filmare le compagne nude… Quello che manca è tutto il resto di cui uno vorrebbe conto quando compra un libro.

Ossia? Dialoghi scritti diversamente da questo, per esempio:

“Non ho molto tempo ma forse per un aperitivo ce la farei. Dovremmo vederci dalle mie parti”.
“Certo. Tu mi dici quali sono le tue parti e io ci vengo”.
“Io sto a via Panisperna. Potremmo vederci a Santa Maria dei Monti, c’è un bar con i tavolini all’aperto… oggi fa quasi caldo, magari possiamo stare fuori”.
Roberto non rispose. Santa Maria dei Monti era a non più di duecento metri da casa sua.
“Ehi, sei ancora lì?”
“No, cioè sì, scusa mi era passata una cosa per la testa – mi capita – e mi sono distratto. Santa Maria va benissimo, conosco il bar. A che ora ci vediamo?”
“Magari sei lontano ed è un problema arrivare fino a Monti, ma io non posso allontanarmi, mi dispiace”.
“Monti non è proprio un problema per me. Facciamo alle otto?”
“Sì, alle otto va bene”, e poi, dopo una breve esitazione: “Scusami…”
“Sì?”
“Ti avverto che sto per fare una figuraccia, ma io non ascolto mai i nomi quando faccio la conoscenza di qualcuno…”
“Neanch’io”.
“…e non ho sentito il tuo. Scusami”.
“Roberto”.
“Roberto. Anche tu, però. Potresti scriverlo il nome vicino al numero di telefono. Così mi avresti risparmiato l’imbarazzo di chiedertelo”
“Hai ragione, colpa mia. Stasera ti declino le mie generalità complete e ti lascio anche una fotocopia del documento, per ogni evenienza”.
Risata.
“Buona idea, così controllo se sei veramente un carabiniere. Allora, a stasera”.
“Alle otto”.

Vorrebbe una Roma diversa da una fotocopia di una cartolina, come quella che viene delineata in una scena-clou in un cui Roberto si fa portare in giro da un autista simpatico da cui si fa raccontare un aneddoto su Vacanze romane, un altro su C’eravamo tanto amati; e diversa dalla Roma nemmeno cartolinizzata ma circoscritta a dieci isolati tra Piazza Fiume e Largo Argentina, dove c’è la libreria dove Roberto va a comprare per la prima volta in vita sua un libro.

Già, c’è anche tutta questo parlare di arte & letteratura tra il carabiniere in congedo Roberto e l’ex-attrice Emma come se stessero addentrandosi dentro un Arcano, mentre tutto quello che li lega finisce inesorabilmente nella previdibilità. (A partire dal cd che si scambiano all’inizio, I’m a bird now di Antony and the Jonhsons, che fa pensare all’inizio a un altro libro – decisamente più bello sull’amore adulto – ossia Covacich, Prima di sparire, dove i protagonisti anche loro all’inizio vanno al concerto di Antony and the Johnson insieme) per passare ai discorsi su Shakespeare, sulle serie tv, messi in pagina in un modo che sembrano appuntati dopo essere stati origliati dai vicini di aperitivo. Allo stesso modo anche Giacomo è l’adolescente che esattamente ti aspetti: un ragazzo “adolescentizzato” secondo canoni di quasi-ovvietà, sensibile e solitario, anche lui con un’idea feticcio della letteratura:

Leggere è probabilmente la cosa che mi piace di più, e se vengo proprio costretto a rispondere alla domanda su cosa vorrei fare da grande, dico che voglio fare lo scrittore. Anzi, a dire le verità, mi piacerebbe farlo anche prima di diventare grande. Il mio modello è Christopher Paolini: lui ha cominciato a scrivere il suo primo romanzo – che ho letto due volte – a quindici anni.

E poi ci sono le onde del Pacifico dove surfare e la California, luoghi dell’anima per Roberto che c’ha passato una gioventù incantata e che vengono rievocati e descritti come un calco di pagine di Don Winslow. Didascaleggiando, istituendo una metafora talmente elementare che quando uno arriva al finale, se lo potrebbe scrivere da sé tanto è atteso.

Insomma, la prevedibilità del Silenzio dell’onda sembra dovuta alla capacità di Carofiglio di creare un soggetto abbastanza funzionante alla tessitura di una trama standard, fictionesca senza supportarla con un’altrettale capacità di invenzione e costruzione dei personaggi, che vivono in una condizione molto contemporanea: quella della vittima. Vittime del destino, vittime di sé, questi protagonisti loro malgrado si trovano sempre dalla parte del bene, agiscono perché costretti dalla situazione, dal proprio carattere, dalla banalità della loro funzione narrativa.

E allora l’impressione che si ha è che questo sbilanciamento, questa “questione morale” intrinseca, che il narratore Carofiglio deve mettere in scena è quella che tocca agli scrittori che hanno anche un ruolo anche politico. (Carofiglio è un magistrato in congedo, ora parlamentare del Pd). Ossia un pudore che costa caro a chi scrive: quello di non poter attraversare il male se non per arrivare a stigmatizzarlo. Per dire: se Roberto è un personaggio che di se stesso dice di avere una doppia personalità, vediamo che però il suo lato oscuro finisce per esprimersi in una scenata fatta allo psicanalista, in una scaltra presa per il culo di un criminale, in un grande peccato di cui si è macchiato ma in fondo non per colpa sua. La domanda è: Roberto poteva essere anche uno stronzo? Poteva avere in sé qualche piccola perversione? Poteva godere dell’essere un bugiardo (ha lavorato per anni come infiltrato) e non trovarla una condizione obbligata e subita? Poteva contenere in sé veramente un’ambiguità? E domande simili ce le si può fare sugli altri personaggi. Emma, il Dottore, Giacomo… È come se non potessero essere altro che così, in fondo buoni, magari imbrigliati nelle loro paure, di crescere, di concedersi una possibilità, ma sostanzialmente buoni. Dall’altra parte ci sono i criminali: gli spacciatori che Roberto arresta e i brutti adolescenti che Giacomo conosce. Il mondo limpido e manicheo. Come, forse giustamente, quello di una persona che fa il magistrato o il politico.

Dopo aver faticato moltissimo a finire un cosiddetto romanzo che si legge in un paio di pomeriggi – non è un complimento -, viene da chiedersi perché il gruppo Rizzoli abbia deciso di candidare questo libro così debole, mentre quest’anno aveva pubblicato libri molto più interessanti tipo Resistere non serve a niente di Walter Siti, La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico, Più in alto del mare di Francesca Melandri, Ivan il terribile di Alcìde Pierantozzi…
Certo, vero è che già l’anno scorso, con Storia della mia gente, un libro altrettanto debole e ancor più wannabe edificante di un scrittore talentuoso come Edoardo Nesi – che aveva deciso di punto in bianco di mettere da parte la sua qualità letteraria quasi unica in Italia, quella di mimesi nei confronti del mondo della borghesia riccastra, cafona, arrivista, intrallazzona, velleitaria (leggete lo splendido Figli delle stelle e il notevole L’eta dell’oro) per ingaggiare il ruolo dell’intellettuale engagé pontificante – aveva sbaragliato la concorrenza.
Forse la verità è che alle volte sembra che oggi molti lettori non siano interessati a conoscere la natura umana, ma la sua versione ridotta: sociologica, scolastica, da happy hour.

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California Dreaming https://minimaetmoralia.it/libri/california-dreaming/ https://minimaetmoralia.it/libri/california-dreaming/#respond Tue, 25 Oct 2011 09:24:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5526 Questo articolo è uscito per Il Riformista.

Il sogno californiano si è trasformato in un incubo. Ma sempre un incubo mitico rimane. Da quando sono stati tracciati i confini degli Stati Uniti, lo sguardo degli scrittori si è rivolto verso l’Ovest. I primi hanno narrato la corsa all’oro celebrando il West e i suoi eroi. Ai tempi della Grande Depressione, hanno mitizzato la processione di auto scassate dei poveracci che si trascinavano verso la California. Il sogno californiano è esploso nei suoi caratteri più leggendari negli anni ’50 e ’60. La cultura surf, le favolose bionde in bikini, le perenni feste sulla spiaggia, i Beach Boys. Quel sogno ora è imbevuto di una tinta noir, ma non tramonta mai. Della California si racconta adesso il lato criminale: narcotraffico, sparatorie, il micidiale confine col Messico. L’anno scorso, Thomas Pynchon ha glorificato la California con una crime-story: droghe, omicidi, e indagini da vecchio noir. Si intitolava Vizio di forma (Einaudi) ed era un omaggio alla stagione hippy: «Qualche volta, tra le ombre, la veduta si rischiarava, di solito quando fumava erba, come se qualcuno avesse armeggiato con la manopola del contrasto del Creato così da conferire a ogni cosa un bagliore soffuso, un alone luminoso che preannunciava una serata in qualche modo epica».

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Il sogno californiano si è trasformato in un incubo. Ma sempre un incubo mitico rimane. Da quando sono stati tracciati i confini degli Stati Uniti, lo sguardo degli scrittori si è rivolto verso l’Ovest. I primi hanno narrato la corsa all’oro celebrando il West e i suoi eroi. Ai tempi della Grande Depressione, hanno mitizzato la processione di auto scassate dei poveracci che si trascinavano verso la California. Il sogno californiano è esploso nei suoi caratteri più leggendari negli anni ’50 e ’60. La cultura surf, le favolose bionde in bikini, le perenni feste sulla spiaggia, i Beach Boys. Quel sogno ora è imbevuto di una tinta noir, ma non tramonta mai. Della California si racconta adesso il lato criminale: narcotraffico, sparatorie, il micidiale confine col Messico. L’anno scorso, Thomas Pynchon ha glorificato la California con una crime-story: droghe, omicidi, e indagini da vecchio noir. Si intitolava Vizio di forma (Einaudi) ed era un omaggio alla stagione hippy: «Qualche volta, tra le ombre, la veduta si rischiarava, di solito quando fumava erba, come se qualcuno avesse armeggiato con la manopola del contrasto del Creato così da conferire a ogni cosa un bagliore soffuso, un alone luminoso che preannunciava una serata in qualche modo epica».

È una California messicanizzata quella raccontata da Don Winslow. Già nel libro La pattuglia dell’alba le mareggiate oceaniche potenti venivano abbandonate perché un ex-agente tornava a indagare su un caso di una spogliarellista. E l’aria che si respirava, nonostante il sole, era decisamente cupa.

Nell’ultimo romanzo di Don Winsolw, Le belve (Einaudi), il confine tra California e Messico sembra addirittura saltato. A muovere la storia è la guerra territoriale tra un cartello di messicani che vuole gestire il traffico di marijuana e i tre protagonisti del romanzo. Il sole splende ma le onde sono remote, le spiagge sono rarissime, viste solo dall’alto, e non c’è neanche un surfista. L’edenico clima californiano è perforato dai proiettili. Ci sono più teste decapitate che palme, più sicari che grigliate al tramonto.

Chon, Ben e Ophelia (detta O) sono vertici di un triangolo di desiderio. I tre vengono minacciati dai messicani che vogliono impedire loro di vendere erba. Ophelia, ninfe tatuate e piercing, ama Chon, uno che «parla poco perché ama moltissimo le parole». Ma ama anche Ben, che vola in Iraq, Congo, Darfur e Myanmar. Amici da molto tempo, Chon e Ben coltivano erba e ne hanno fatto un business. Quando i messicani ordinano di fermarsi, si rifiutano di obbedire. Il rifiuto li risucchierà in un vortice di violenza. Ophelia viene inseguita, una lama le si posa sul collo ed eccola sequestrata. I due sono pronti a tutto per liberarla. Come si dice, i colpi di scena si sprecano.

Don Winslow mette in scena una vicenda pronta per essere un film (e non è un caso che Oliver Stone sarà il regista). I capitoli sono brevissimi, il ritmo è forsennato. L’ironia vivacizza le pagine. Tutto può essere preso in giro. A partire da Obama. La madre di Ophelia: «è rimasta allibita quando Obama è stato eletto. Tipo, cosa dobbiamo aspettarci dopo, un messicano?». Tutto è in crisi: «“Che fine ha fatto la moralità?”, chiede Chon con un sospiro. “La stessa fine dei Cd”» risponde Ben.

A volte la California è familiare. Pick-up che circolano all’alba, campi erbosi, case coi vialetti, campi da basket, la torretta del bagnino. Sole, vela, golf. Altre volte, i suoi tratti sono meno riconoscibili. Emissari con camicie di seta nera aperte sul collo, vassoi di sushi, zuppa di cipolle alla francese e crème brûlée.Yerbamucho dinero.

La California è stata raccontata in infiniti modi. Era polverosa e arida quella di Steinbeck, in Furore, romanzo pieno di crepuscoli infuocati che l’ha resa una terra epica: «I profughi sciamavano sulla 66 in automobili isolate, talora, ma più spesso raggruppate in carovane. Durante il giorno intero rotolavano adagio, e a sera sostavano vicino all’acqua. (…) Oh, se solo ce la facessimo ad arrivare in California, dove ci sono tutti quegli aranci, con questa vecchia carretta, prima che si sfasci del tutto!». Per Steinbeck è la terra delle possibilità: «Ma adesso che arrivo in California, vi fo vedere io. Là basta allungar la mano per cogliere un’arancia, o un grappolo d’uva. È sempre stato il sogno di tutta la mia vita». L’hanno cantata i beat, Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti. Per James Ellroy, in L.A. Confidential, la California è un inferno (parcheggi, sirene, pistole) ed è abitata da mostri: «Era nella sua macchina, a presidiare il parcheggio del Rendez-vous, a Malibu: teneva d’occhio due spacciatori in una berlina Packard. Era quasi mezzanotte: aveva bevuto scotch, s’era fatto una canna per via, le pasticche che buttava giù non andavano troppo d’accordo con l’alcool. Aveva ricevuto una informazione su una consegna a mezzanotte: i due spacciatori e un nero magro, alto più di due metri, una specie di mostro».La California di Bret Easton Ellis fa da contrasto agli innevati campus del New Hampshire. L’inizio del suo Meno di zero è un incipit di culto: «La gente ha paura di immettersi nel traffico di Los Angeles». Nei suoi libri i ragazzi vanno e vengono da Palm Springs.

La California ha mille facce. Era la nuova Terra Promessa per i pionieri. Era il luogo più esotico degli Stati Uniti, come diceva il poeta Robinson Jeffers: «Da quando l’abbiamo rubata ai messicani, si è sempre presentata agli americani come la più strana ed esotica delle imprese nazionali». Il Golden State è diventato set cinematografico, dagli anni ’20 gli scrittori vengono qui e finiscono a Hollywood. Il Golden State è diventato il paradiso degli hippy. Dopo che Raymond Chandler aveva colto il lato oscuro dei californiani, il colore nero è rimasto impigliato nel prosa di Winslow.

La pagina più bella di Le belve arriva tardi, pagina 431: «Per un breve periodo siamo stati una civiltà abbarbicata a una striscia di terra fra l’oceano e il deserto. L’acqua era il nostro problema, troppa da un lato, troppo poca dall’altro, ma questo non ci ha fermati. Abbiamo costruito case, strade, alberghi, centri commerciali, complessi residenziali, parcheggi, scuole e stadi. Abbiamo proclamato la libertà dell’individuo, abbiamo comprato e guidato milioni i automobili per dimostrarla. (…) Siamo andati in spiaggia, abbiamo cavalcato le onde, riversato la nostra immondizia in quell’acqua che dicevamo di amare. Abbiamo reinventato la nostra cultura, ci siamo chiusi in comunità recintate, abbiamo mangiato cibi sani, smesso di fumare, abbiamo levato in alto i nostri visi liftati ed esfoliati cercando di evitare il sole, ci siamo fatti spianare le rughe, ci siamo fatti succhiare via cuscinetti adiposi e bambini non voluti, abbiamo sfidato la vecchiaia e la morte. Abbiamo divinizzato ricchezza e potere. Fatto del narcisismo una religione. Alla fine, adoravamo solo noi stessi. Alla fine, non è stato abbastanza».

Ogni volta che si narra la California si ha a che fare con un sogno. La letteratura pare fatta apposta per raccontarla.

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