Donato Zoppo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/donato-zoppo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 May 2022 11:02:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Donato Zoppo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/donato-zoppo/ 32 32 Un nastro rosa a Abbey Road https://minimaetmoralia.it/estratti/un-nastro-rosa-a-abbey-road/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-nastro-rosa-a-abbey-road/#respond Wed, 11 May 2022 12:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50427 Pubblichiamo un estratto dal libro di Donato Zoppo Un nastro rosa a Abbey Road, uscito per Pacini editore. di Donato Zoppo Il tema cardine di Una giornata uggiosa si aggira tra la leggerezza dal retrogusto agrodolce, la difficoltà di comunicazione, la vaghezza di questa fine decennio, con le Grandi Narrazioni Musicali in disfacimento e le […]

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Donato Zoppo Un nastro rosa a Abbey Road, uscito per Pacini editore.

di Donato Zoppo

Il tema cardine di Una giornata uggiosa si aggira tra la leggerezza dal retrogusto agrodolce, la difficoltà di comunicazione, la vaghezza di questa fine decennio, con le Grandi Narrazioni Musicali in disfacimento e le Utopie in pensione anticipata. Dissimili le sonorità del disco precedente, dissimili anche i testi, ma con qualche frammento di continuità. Ad esempio in Perché no, uno dei brani più belli di Una donna per amico, una parte non era stata cantata:

«Una barca sopra il lago, io che remo piano
Il silenzio sorridente, l’ombrellino e tu
Salta un pesce, giusto un guizzo, e tu per vezzo
guardi assente verso riva e non mi guardi più».

Quando Mogol pennellava capolavori di semplicità. Questo velo di malinconia dolciastra, sguardi fugaci che disilludono, è la partenza di Una giornata uggiosa.

Il repertorio mogoliano è appena aggiornato, appena sospeso nel limbo. Sullo sfondo una Milano piovosa. E poi ci sono le confessioni, i malesseri, i desideri personali e pubblici, intimi e civili: un cimitero di campagna, gli affanni da placare dopo un decennio di corse, le mutandine rosa, un amico vero, gente giusta non abbindolata dalle mode, la dignità di un Paese, la tentazione di mollare tutto per la Nuova Zelanda e via dalla Brianza velenosa. Mogol è presente, come sempre.

È Battisti a essere presente in modo diverso. D’altronde ogni suo album è diverso, tutti però hanno un filo conduttore: provengono da un itinerario compositivo che tiene conto della ricezione dell’ascoltatore. Circolarità nella scrittura, genesi di un’emozione, restituzione fedele al destinatario. Tale modalità aveva trovato una prima sistemazione, inevitabilmente ingenua, nella famosa intervista di fuoco a «Speciale per voi», dove erano emerse la apoliticità e la prevalenza dell’emozionalità sul rispetto del canone. All’inizio del decennio per ottenere la “canzone verità” Lucio improvvisava in studio, lasciava imperfezioni e sporcature pur di scuotere il mondo emotivo, incarnava in pieno la “aesthetic of the american hipster” (di cui scriveva Daniel Rogers), da Bob Dylan alla Linea Verde. Nel 1979 invece la sua ricerca di autenticità, ormai distanziata dal blocco generazionale e dalla tensione culturale degli anni precedenti, si concentra sulla cura del “feeling” all’interno di una costruzione certosina.

Una giornata uggiosa nasce ai Town House, nella Sala 1 di uno studio in cui transitano nomi che stanno cambiando la musica, dai Simple Minds agli XTC, da Mike Oldfield agli storici Sweet arrangiati proprio da Geoff Westley, fino ai The Jam. Nella Sala 2 Steve Lillywhite e Hugh Padgham stanno lavorando al suono di un disco che rivoluzionerà il nuovo decennio: il terzo album di Peter Gabriel, meglio noto come Melt.

Lucio lo ascolterà con attenzione, intrigato dal “gated reverb”, dalle innovazioni sonore, dal taglio avveniristico dell’opera dell’ex cantante dei Genesis. Anche Peter lo ammira, ricorda Geoff Westley: «Lucio ed io da una parte, Peter e i suoi musicisti dall’altra, durante quei mesi di lavoro in studio le due squadre si mescolavano quotidianamente, i due erano fan l’uno dell’altro. Capitava ogni giorno di incrociarsi nella sala comune a bere o mangiare, accadeva anche a Peter e Lucio. Non ci fu un incontro storico tipo udienza dal Papa, ma il vedersi nelle pause da una lavorazione che prendeva molto entrambi, accomunati anche dal carattere riservato».

Così i due dialogano, si scambiano informazioni sulla loro attività, su quell’Italia così amata da Gabriel, memore dell’ondata di affetto ricevuta dai Genesis anni prima sul suolo tricolore, su quell’Inghilterra che Lucio sta scoprendo da cittadino comune, dal suo nuovo appartamento londinese al quale torna ogni pomeriggio.

Contatti del genere creano opportunità lavorative preziose: Peter approfitta di una pausa caffè con Geoff per chiedergli una mano, gli serve un tastierista valido che sostituisca il suo Larry Fast in un festival importante. È un’offerta irrinunciabile. Domenica 26 agosto Westley sarà sul palco della 19ma edizione del Reading Rock nella band di Peter Gabriel (David Jackson, John Giblin, Jo Partridge e Preston Hayman; alla batteria l’antico compagno dei Genesis Phil Collins), terzo e ultimo giorno della kermesse con celebrità quali Police, Whitesnake, Cheap Trick, Motorhead e tanti altri.

Una giornata uggiosa rinuncia ai volti prismatici della disco music, alle molteplici declinazioni della fisicità funk, mette al centro un pop-rock a una dimensione ma non statico, per Battisti la ripetizione è vietata. Mogol è lontano dal volo metafisico, dall’occhio della tigre, dalla mascella del maschio che marca il territorio. Lucio non è più il Battisti classico, non è ancora il Battisti delle microsuite elettroniche. Tra i due brilla Westley, fiero del proprio lavoro.

Manca tuttavia la sintesi di cui parlava Lucio nell’ultima intervista, benedetta e santa ultima intervista: dov’è la musica rozza? Dove sono il Lucio e il Giulio sgraziati? Una giornata uggiosa è secco, insistente, costrittivo per i ripetuti falsetti di Lucio, divisivo per Mogol che parla di odio feroce odio ruggente, è la prima volta che questo sentimento marcia così. Pochi mesi e arriveranno cervi e primavere, e poi celesti nostalgie e canzoni stonate.

E poi i giornalisti ancora si lamentano che Lucio non parla: ma c’è l’opera a dire tutto. È tutto evidente. Tranne una cosa. In Una giornata uggiosa si comincia a respirare il futuro ma è presto per capirlo: si chiudono anni di sperimentazioni e assestamenti, si schiudono nuovi cicli nei quali Battisti sarà radicale. È uno dei dischi più eloquenti nell’equilibrio battistiano tra masse e iniziati, tra pop ed esoterico, dialogo che Battiato porterà a compimento. Forma-canzone destinata al consumo di massa ma perfezionata da un artista che rifugge l’autocelebrazione. La contronarrazione che partirà con E già trova qui un primo seme, ben sotterrato e pieno di vitalità. Già ora Battisti è altrove.

Anche Mogol è altrove. Alieno agli ultimi bruciori politici, disinteressato ai bollori danzerecci del riflusso, normalizzato in anticipo rispetto agli imminenti anni ‘80, fatta eccezione per il mood sottile e misterioso dell’ultimo brano. Un epitaffio sospeso tra passato e futuro; tra piombo e look, sassaiole e telecamere, fabbriche e satelliti; tra libellule sul prato, spese, spose e nastri rosa.

 

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Con il nastro rosa: un viaggio nella musica di Lucio Battisti https://minimaetmoralia.it/libri/nastro-rosa-un-viaggio-nella-musica-lucio-battisti/ https://minimaetmoralia.it/libri/nastro-rosa-un-viaggio-nella-musica-lucio-battisti/#comments Fri, 03 Apr 2020 12:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42884 di Simone Bachechi

Ancora ricorrenze. Non sono mai troppe quando si parla di un gigante, sia esso della letteratura, della musica, dell’arte tout court. La collana Songs ideata e creata da Donato Zoppo insieme alla piccola e intraprendente casa editrice campana GM Press sforna a distanza di pochi mesi dal suo esordio con Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria, un altro volume, che segue la stessa ratio e intenti: quella di raccontare la storia di gruppi e artisti approfittando degli anniversari di canzoni amate.

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(fonte immagine)

di Simone Bachechi

Ancora ricorrenze. Non sono mai troppe quando si parla di un gigante, sia esso della letteratura, della musica, dell’arte tout court. La collana Songs ideata e creata da Donato Zoppo insieme alla piccola e intraprendente casa editrice campana GM Press sforna a distanza di pochi mesi dal suo esordio con Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria, un altro volume, che segue la stessa ratio e intenti: quella di raccontare la storia di gruppi e artisti approfittando degli anniversari di canzoni amate. Come invece ci dice Donato Zoppo nella sua introduzione a Con il nastro rosa: L’ultima canzone di Mogol Battisti e la fine del sogno (GM Press 2020-pagine 100), con una bella prefazione di Paolo Morando: Poi le cose sono cambiate in corso d’opera e ci siamo ritrovati a narrare una morte. Una fine. Non quella fisica, ineluttabile, ma quella di un sogno, al quale talvolta ci si attacca ancora di più che alla vita stessa, come se fosse un reale parallelo, un mondo migliore a suon di musica”.

In Con il Nastro rosa, dunque, Zoppo racconta l’ultima leggendaria canzone di Mogol e Battisti, la traccia finale dell’album Una giornata uggiosa, disco del quale ricorre in questo strano e drammatico 2020 il quarantennale e che segnò la fine del fortunato sodalizio tra i due artisti. È altrettanto vero la morte di un esperienza ne esalta la vitalità.

Lo spunto dal quale parte Zoppo è una delle rare interviste concesse da Lucio Battisti: basta pensare che ne rilasciò sei in cinque anni, dopo quella del 1974 successiva all’uscita di Anima latina. Si tratta dell’intervista del 18 maggio del 1979 per il canale 1 della Radio svizzera. In una camera d’albergo di Zurigo Lucio Battisti dialoga un intero pomeriggio con un giovane giornalista di nome  Giorgio Fieschi. Sarà la sua  ultima intervista. Un mese dopo sarà a Londra con Geoff Westley, il produttore e arrangiatore londinese con il quale ha già collaborato per l’album Una donna per amico uscito l’anno precedente, il quale Westley può vantare tra le sue collaborazioni tra gli altri quelle con Peter Gabriel, Vangelis, Hans Zimmer. Insieme a loro, negli studi di registrazione, tutta una nutrita schiera di sessionmen di lusso i quali anch’essi possono vantare le collaborazioni più ampie, dai King Crimson a Kate Bush, da Alan Parson Project a Bryan Ferry, solo per citarne alcuni.

Fra tutti spicca Phil Palmer, un grande chitarrista turnista, nonché nipote di due dei componenti dei mai dimenticati Kinks. Sua è la chitarra di Con il nastro rosa e suo l’indimenticabile assolo finale di un brano che entrerà nella storia della musica pop, che risuona ancora oggi a distanza di 40 anni come fosse eterna, con il suo “mood sottile e misterioso” come ci racconta Zoppo, “un epitaffio sospeso tra passato e futuro; tra piombo e look, sassaiole e telecamere, fabbriche e satelliti;, tra libellule sul prato, spese, spose e nastri rosa”.

Il racconto vira quindi quasi in una presa diretta dell’incisione del brano, proprio come trovarsi ai Chappel  Studio, Bond Street, Londra, giugno 1979. È la stessa voce di Westley in brani come il seguente che ci racconta oltre al suo modus operandi ciò che interessa a Lucio, e cioè una sola cosa: che le canzoni emozionino. Come ricorda il produttore: quando capiva che non c’era quel feeling Lucio chiudeva la mano a pugno e faceva un gesto con il dito indice come se fosse un giravite: quel gesto indicava che il brano doveva essere incisivo, arrivare al cuore, forarlo proprio come un giravite. Fu grazie a quel gesto che cominciai a capire l’importanza della semplicità”.

In quel 1979 che fu il preludio alla definitiva separazione fra Battisti e Mogol, Con il nastro rosa è l’ultima volta insieme, l’ultima traccia del loro ultimo album assieme, Lucio scalpita verso la novità, Giulio è ancorato alla prevedibilità domestica del suo estro che pure gli ha permesso di creare tanti capolavori per oltre un decennio insieme al superbo interprete dei suoi testi, oltreché geniale musicista. Il costante bisogno di rinnovamento, una totale dedizione al lavoro, senza sovrastrutture, senza orpelli retorici: tutto questo è da sempre stato il vero marchio di fabbrica di Battisti, una personalità enigmatica e silenziosa, che scelse anche di non apparire più in copertina, proprio a partire da Una giornata uggiosa. L’artwork di Ilvio Gallo, e non dello storico “concept creative” Caesar Monti, che intanto aveva intrapreso altre avventure, è la foto di una strada in una Milano piovosa, ma di Lucio nessuna traccia, nemmeno sul retro.

Il libro di Zoppo è anche un viaggio nei motivi che hanno portato i due alla  separazione, oltreché la storia di una canzone leggendaria con tanto di dettagliata analisi filologica del testo di Mogol, a partire dal fulminante incipit “Inseguendo una libellula in un prato” e per terminare  con quel “Lo scopriremo solo vivendo” la più famosa citazione di una canzone pop italiana, oltre a essere diventata la proverbiale frase in bocca anche a chi magari non l’ha mai ascoltata.

Infine, la chiusura del prezioso volume di Donato Zoppo, da notare la sua non scontata tripletta di saggistica musicale di qualità in così breve sequenza, da Il nostro caro Lucio (Hoepli 2018) a Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria, (GM Press 2019), fino a questo ultimo volume, uno splendido tris Battisti-Beatles-Battisti, narra dell’ accoglienza di pubblico e di critica dell’ultimo degli album Mogol-battistiani, e di altre chicche, tutte da scoprire, solo leggendo.

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Il fascino senza tempo di “Something” nei cinquant’anni di Abbey Road https://minimaetmoralia.it/musica/fascino-senza-tempo-something-nei-cinquantanni-abbey-road/ https://minimaetmoralia.it/musica/fascino-senza-tempo-something-nei-cinquantanni-abbey-road/#comments Thu, 24 Oct 2019 12:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41457 di Simone Bachechi

Piccoli editori crescono e cercano nuove strade e sbocchi negli impervi percorsi e nel mare magnum dell’editoria, piccola, media o grande che sia, già di per sé quello dell’editoria settore economico di nicchia, almeno nel nostro paese, al cui interno l’editoria musicale riveste un ruolo ancor più di nicchia. Da prendere quindi con grande curiosità e rispetto la coraggiosa intrapresa di una piccola casa editrice del Sud come quella della GM Press, che traendo spunto da un leggendario brano dei Beatles, nel cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione all’interno di Abbey Road – il loro ultimo album – gli dedica un breve ma intenso saggio, il primo seguendo la ratio della collana “songs” che lo ospita e che dovrebbe portare ad altre pubblicazioni dello stesso tenore.

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di Simone Bachechi

Piccoli editori crescono e cercano nuove strade e sbocchi negli impervi percorsi e nel mare magnum dell’editoria, piccola, media o grande che sia, già di per sé quello dell’editoria settore economico di nicchia, almeno nel nostro paese, al cui interno l’editoria musicale riveste un ruolo ancor più di nicchia. Da prendere quindi con grande curiosità e rispetto la coraggiosa intrapresa di una piccola casa editrice del Sud come quella della GM Press, che traendo spunto da un leggendario brano dei Beatles, nel cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione all’interno di Abbey Road – il loro ultimo album di fatto; Let it Be, uscito dopo, conteneva canzoni incise precedentemente – gli dedica un breve ma intenso saggio, il primo seguendo la ratio della collana “songs” che lo ospita  e che dovrebbe portare ad altre pubblicazioni dello stesso tenore.

Il brano in questione è Something, che dà anche il titolo al piccolo ma ricchissimo volume di Donato Zoppo, già affermato fine critico e storico della musica rock; il titolo completo del libro è “Something – il 1969 e una canzone leggendaria” (GM Press 2019 – pag.98). L’occasione vuole essere sia celebrativa – tant’è che il libro è uscito il 26 settembre 2019, esattamente 50 anni dopo il release dell’album beatlesiano – che divulgativa. L’editoria musicale può infatti essere un importante veicolo per portare soprattutto le più giovani generazioni a conoscenza di mostri sacri e non solo della musica rock, mentre per i più attempati può essere un utile strumento per rimaneggiare i giganti della storia della musica rock o pop che la si voglia definire, come i Beatles, i quali possono piacere o meno, non per questione di generazioni  diverse, perché i giganti (e i Beatles lo sono) superano ogni barriera generazionale, o per varie occorrenze giovanili, quando si forma il gusto e l’orecchio e possono diventare o meno parte del nostro bagaglio culturale musicale, ma sono imprescindibili.

Parafrasando Benedetto Croce, non possiamo non dirci beatlesiani. I Beatles sanciscono la definitiva superiorità della cultura pop all’ interno della quale assumono il ruolo di perno e simbolo universale del mutamento alle porte negli anni Sessanta. I Beatles sono una continua scoperta e anche un breve saggio come quello di Zoppo, con il suo particolare punto di vista, aiuta a capire che tutto girava intorno a loro, tutte le prassi discografiche, i mutamenti in corso nella musica e nella cultura giovanile, per non parlare dell’immensa eredità sui generi e gruppi degli anni a venire; insomma, i Fab Four tornano sempre.

Sono qui fotografati in quel fatidico 1969, un’istantanea prima della fine, prima della “Grande Smobilitazione”, quando i segnali del loro sfaldamento e imminente implosione fino allo scioglimento dell’anno successivo sono inequivocabili. Grande risalto è ovviamente riservato alla genesi del celeberrimo brano harrisoniano che dà il titolo al volume, quella che Frank Sinatra definirà “la più bella canzone d’amore mai scritta”… sebbene all’interno della quale non è  pronunciata una sola volta la parola amore.

Il merito del volume di Zoppo, impreziosito dalla schietta prefazione di Michelangelo Iossa,  uno dei maggiori studiosi beatlesiani italiani, grazie alla minuziosa attenzione al dettaglio, frutto di una certosina documentazione riferita nelle quattro pagine finali di fonti bibliografiche, è quello di portare il lettore all’interno delle dinamiche e vicissitudini dei Fab Four, a vivere praticamente in presa diretta quei giorni  e mesi fatidici per la sorte della band “più famosa di Gesù Cristo” (Lennon dixit), una vera e propria immersione nei Sixties e nel making of di uno dei capolavori della storia del rock.

Il particolare taglio, l’ellissi narrativa del parlare di una singola canzone, serve da grimaldello e introduzione per entrare nell’officina e nell’universo Beatles, microcosmo e macrocosmo. In questa analisi non può che spiccare la figura dell’autore di Something, George Harrison, Il “Beatle introverso”. Una figura autoriale che – se anche sia stata rivalutata negli anni all’interno del quartetto – ancora oggi nell’immaginario collettivo è considerata di secondo piano, quasi sbiadita, ingiustamente stretta nella morsa del duo Lennon-McCartney.

Ci accorgeremo invece come all’interno della band il ruolo del figlio di una cattolica irlandese e di un controllare di autobus vada mutando progressivamente. Il componente anagraficamente più giovane del gruppo, per la cui minore età fra l’altro i Beatles degli esordi dovranno rientrare da Amburgo nella natia Liverpool, rischiando quasi di compromettere la loro definitiva ascesa, colui del quale Lennon lamentava  lo seguisse come un un’ombra, un ragazzino insicuro che gli stava appiccicato tutto il tempo, confessando che gli occorreranno anni per ritenerlo un “parigrado”, ha nel tempo sviluppato una sua personalità compiuta all’interno del gruppo. Fra il solipsismo e il cinismo di Lennon, l’indole regolativa del paziente ma autocrate McCartney e il rinunciatario Ringo, il tenebroso George riesce a farsi strada e ritagliarsi un ruolo sempre più di primo piano per il  seppur breve futuro del gruppo.

Con la scoperta dell’oriente e della musica classica indiana attraverso Ravi Shankar, con la meditazione trascendentale, insieme a George Harrison arrivano nella terra di sua Maestà non solo spezie e tè dalla compagnia delle indie ma anche quella spiritualità e incontro fra occidente e oriente che grande ruolo avrà nella cultura musicale e non solo degli anni successivi, oltre a una buona dose di psichedelia, musicale e più strettamente chimica sulla scia delle esperienze di George stesso con l’LSD.

Tuttavia, non tragga in inganno questa immagine mistica di Harrison. Il libro di Zoppo sa anche divertire con una ricca aneddotica che ferma l’immagine sui risvolti più prosaici di quel 1969 che è il ciclo finale della vicenda beatlesiana, con le sessioni di registrazione di Abbey Road. Possiamo così scoprire che il titolo dell’ultimo album dei Fab Four avrebbe potuto essere Everest, dalla marca di sigarette che il fidato tecnico del suono Geoff Emerick accendeva una dopo l’altra nel fumosissimo iconico studio di registrazione londinese, dove fra l’altro  si scatena la furia di Harrison per i biscotti mangiatigli da Yoko Ono con la sua di lei sempre più ingombrante presenza; o a quella rivolta verso un fonico che gli aveva chiesto di abbassare il volume durante una sessione di registrazione. Tutti sintomi del malessere interno ai Fab Four e che rendono in filigrana un’immagine diversa da quella del temperante, distaccato e meditativo Harrison.

In quel fatidico anno, nel bel mezzo della bagarre legata alla disastrosa vicenda economica della Apple Record, dopo il famoso concerto sul di cui tetto, di fatto l’ultimo live dei Beatles, McCartney prende le redini in mano e decide di incidere negli studi EMI di Abbey road l’album omonimo, dopo le spinte centrifughe dei vari progetti solisti dei quattro.

Alla piccola collezione dei precedenti brani harrisoniani, da Taxman a While my guitar gently weeps, l’ultimo 33 dei Beatles aggiunge due sue perle: Here come the sun e lei, la più bella canzone d’amore mai scritta: Something. Solo apparentemente dedicata alla moglie Pattie Boyd, modella e vera propria “musa del rock ”(sarà la futura moglie di Eric Clapton), conosciuta da Harrison sul set di A Hard day’s night, Something va oltre l’amore per una donna, come ammesso dallo stesso George: “In realtà parla di Krishna ma non potevo certo parlare di lui, dovevo parlare di una donna, altrimenti mi avrebbero preso per una checca” e ancora più esplicitamente: “Tutto l’amore fa parte dell’amore universale, quando ami una donna vedi il Dio che c’è in lei”.

Per un pezzo di musica rock, la coverizzazione è un po’ la sua canonizzazione. Nel caso di Something se ne contano oltre 150, fra cui oltre – a quella di Sinatra – una incisa da Elvis fino a Chet Baker, Ray Charles, James Brown, Willie Nelson, Gilberto Gil; insomma un’eterogeneità dei generi per un’eterogenesi dei fini e riconoscere e tributare il giusto omaggio al “Beatle introverso” e più in generale a quattro  ragazzi che a soli trent’anni hanno già dato tutto e scritto la storia della musica, con buona pace di tanto giovanilismo di facciata dei nostri tempi. I Beatles sono la gioia, la gioventù, la contestazione, la libertà, l’amore e il rock e lo sono ancora oggi, cosa viva anche a distanza di 50 anni; e il merito di un breve ma ricco saggio come quello di Zoppo, una goccia nella vastissima geografia beatlesiana, è quello di essere lì a ricordarlo.

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Battisti, il nostro caro Lucio https://minimaetmoralia.it/musica/battisti-nostro-caro-lucio/ https://minimaetmoralia.it/musica/battisti-nostro-caro-lucio/#comments Mon, 20 May 2019 12:08:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40279 di Simone Bachechi

Metà  di giugno 1970. Giulio Rapetti (in arte Mogol) è riuscito a convincere il “suo” Lucio a intraprendere una cavalcata attraverso l’Italia, da Milano a Roma. Progetto poetico e affascinante del quale la stampa che già stringe nella morsa il duo più noto della canzone italiana darà conto. Lo stesso Lucio ne scriverà. Un progetto, quello della cavalcata, che lungi da essere uno strumento promozionale, il duo Battisti-Mogol aveva già scardinato le porte del successo, è anche una sorta di manifesto ecologista che per certi versi assomiglia ad altre imprese letterarie e artistiche. Anche se con diverse sfumature, viene in mente il Viaggio in Italia di Piovene o il reportage di Pasolini su è giù per la penisola che è Comizi d’amore.

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di Simone Bachechi

Metà  di giugno 1970. Giulio Rapetti (in arte Mogol) è riuscito a convincere il “suo” Lucio a intraprendere una cavalcata attraverso l’Italia, da Milano a Roma. Progetto poetico e affascinante del quale la stampa che già stringe nella morsa il duo più noto della canzone italiana darà conto. Lo stesso Lucio ne scriverà. Un progetto, quello della cavalcata, che lungi da essere uno strumento promozionale, il duo Battisti-Mogol aveva già scardinato le porte del successo, è anche una sorta di manifesto ecologista che per certi versi assomiglia ad altre imprese letterarie e artistiche. Anche se con diverse sfumature, viene in mente il Viaggio in Italia di Piovene o il reportage di Pasolini su è giù per la penisola che è Comizi d’amore.

La stessa fotografia e la stessa denuncia contro il mutare  dei costumi della società italiana del Pasolini dei Comizi e soprattutto del suo discorso sulla “scomparsa delle lucciole” echeggia in qualche modo nell’intrapresa di Battisti e Mogol, anche se nella fattispecie la cavalcata attraverso le campagne italiane e la spinta ecologista che ne è il propulsore costituisce, come emerge dal bellissimo “Il nostro caro Lucio” del bravo Donato Zoppo – uno dei libri più recenti ispirati all’artista di Poggio Bustone – un pretesto per parlare di musica, l’unica cosa alla quale Lucio Battisti era votato.

Come emerge nel volume delle parole di Mario Lavezzi, che insieme a Oscar Prudente seguiva i due a cavallo a bordo di una roulette, questa apparentemente strampalata cosa della cavalcata è in realtà un pretesto per parlare di musica tra loro, distaccandosi da tutto il tam tam e il bla bla che avevano generato i loro primi successi che confluiranno poco mesi dopo nell’album che consacrerà il duo, “Emozioni” del dicembre 1970, quell’album del quale Mogol dirà che “ha dato fastidio agli intellettuali perché ha messo in crisi il discorso della canzonetta”.

Quando si parla di pretesti ci si può anche domandare se parlare nel 2019 di Lucio Battisti abbia ancora un senso, un anno dopo quel 2018 che è stato inoltre l’anniversario della morte dell’artista, anno nel quale, a dispetto dell’ostinata e solo in parte comprensibile missione di strenua difesa dell’oblio totale da parte di Grazia Letizia Veronese, la quale in fondo non ha fatto altro che dare seguito alle volontà di Lucio, ha visto tutta la sua trafila di ricorrenze, celebrazioni e persino un libro, appunto quello di Donato Zoppo, edito da Hoepli, ricchissimo e documentato volume che è anche il primo della nuova collana “Storia della canzone italiana/I protagonisti”, inaugurata forse non a caso proprio con Lucio, il più grande di tutti, ma qui si va sul personale.

L’arte in ogni caso non dovrebbe cercare pretesti, ricorrenze, santini e celebrazioni, anche perché ristampe degli album fortunatamente e nonostante tutto ce ne saranno e ce  ne sono state, anche di recenti, ma dovrebbe cercare solo la  parola, diffusione e trasmissione ai posteri, anche a livello di istruzione primaria perché no? Ci fosse mai nei programmi scolastici un qualcosa sulla storia della canzone italiana. Un libro come quello di Zoppo in tal caso centrerebbe sicuramente l’obiettivo e dovrebbe essere incluso nei programmi come valida guida all’ascolto, approfondimento filologico sui testi e sulla musica e sullo straordinario percorso biografico e artistico del nostro caro Lucio, oltre a restituirci in filigrana uno spaccato sulla storia della musica italiana e del costume dagli anni 60 fino a tutti i 90, il 1998 per l’esattezza, anno della prematura morte del Lucio nazionale.

L’arte, e la musica è una delle sue più alte espressioni, va oltre il tempo e le contingenze. Quella di Battisti, il perfezionista con la cura maniacale del dettaglio e di ogni arrangiamento, il genio scontroso e solitario – come dice ancora oggi una certa vulgata giornalistica caciarona – il misantropo e disimpegnato in epoca di impegno forzoso che si ritira dal bla bla della stampa per dedicarsi solo all’arte, il situazionista che rifugge la civiltà dell’immagine, ne è la più alta espressione alle nostre latitudini.

Ecco, in era social, ben venga un volume come questo, anche oltre ogni ricorrenza, per far conoscere alle nuove generazioni la vita e la musica di un uomo che ha scavalcato i tempi, li ha precorsi, perché come lui stesso dirà “io sono oltre”, lui che aveva l’ardire di profetizzare “le mie canzoni rimarranno negli anni, anche quando molti altri saranno dimenticati” ed è andata proprio così. La bibliografia battistiana è naturalmente ampia (il primo libro a lui dedicato è del 1979) e la postilla finale del volume di Zoppo con i testi consultati ne è solo una parte.

Il libro ripercorre in modo attento e puntuale la biografia e l’arte del nostro caro Lucio (bellissimo anche il titolo del volume che rivisita uno dei suo più grandi successi), dall’ infanzia nella campagna reatina, ai primi tentativi con la musica nei night di Napoli, in quelle “serate”, “servizi” e “attrazioni”,  termini con i quali si definivano le esibizioni di ancora aspiranti  musicisti, nel caso di Lucio fuggendo dal giogo paterno che lo voleva perito elettrotecnico, con la scommessa e sfida intrapresa con lo stesso padre sul poter vivere di sola musica, le difficoltà di emergere e le critiche ai suoi primi testi definiti  scialbi e banali, con quella voce per niente allettante “roca e indifferente” da uno “che ha degli spilli conficcati in gola”,  proprio il suo punto di forza espressivo e quello che ce lo fa ancora ascoltare e commuovere, per approdare poi ai grandi successi degli anni 70, fino a chiudere con il grande silenzio, il suo totale ritrarsi dalla vita pubblica per parlare solo con i suoi dischi, i capolavori del decennio della cosiddetta pentalogia, nati dalla collaborazione con Panella, capitolo della biografia artistica battistiana che meriterebbe di per sé un volume a parte, come del resto la bibliografia in calce al volume di Zoppo certifica essere avvenuto.

I trafiletti, i riquadri e i fondini colorati all’ interno delle pagine danno al libro un’accattivante connotazione pop che serve ad approfondire contesto sociale e musicale delle varie epoche che hanno segnato il percorso battistiano, i protagonisti che lo hanno accompagnato musicalmente, le sue collaborazioni come autore, l’analisi filologica dei testi, curiosità e aneddoti.

Quelli, ad esempio, sulle enigmatiche sigle che mette in 45 giri da lui prodotti come S.E.G. che sta per scusa er guanto, e che testimoniano la soddisfazione  dell’autore Lucio per un brano, come anche  G.I.A.S. (già iscritto alla Siae), e altre chicche di vario genere sul mondo più intimo e privato dell’artista e dell’uomo.

Lo straordinario percorso artistico e umano è ripercorso nel libro di Zoppo seguendo le tappe dell’evoluzione dell’artista di gran lunga più innovativo di tutta la storia della musica italiana, sempre un passo avanti a tutto e tutti, di fronte al quale gli pseudorivoluzionari a lui contemporanei e ancor di più quelli odierni impallidiscono. Anno dopo anno, album dopo album, è messa in luce la prima preoccupazione di un vero artista che dovrebbe essere quella di rinnovarsi, migliorare, evitare l’autocelebrazione, problemi che Lucio ha sentito più di tutti, tanto da farlo confessare in una delle rare interviste “io la musica la concepisco come un modo per potersi rinnovare, per trovare nuovi stimoli, da non diventare noioso, pesante da portare avanti”, cose che  nessuno meglio di lui ha saputo fare proprie e che proprio per questo lo hanno portato ad essere ricordato negli anni. Dagli esordi di un ragazzo dalla faccia simpatica e vagamente malinconica all’essere uno dei fautori della rivoluzione e dello svecchiamento del canone canzone nello stantio panorama musicale italiano degli anni 60, aprendosi alle nuove sonorità provenienti dall’estero, fino all’ americanizzazione del sound, le contaminazioni del rythm&blues, il rock and roll di oltreoceano, il soul, fino al funk e alla disco music degli album della cosiddetta tetralogia del riflusso, del quale Lucio non tanto è stato fotografo, quanto con le proprie antenne ne ha captato il sentore nell’aria, certificandone il dilagare, perché un’artista è sempre avanti.

Sono gli album della seconda metà degli anni 70, quelli che segneranno anche la fine della storica collaborazione con Mogol e che apriranno la strada agli estremi ed incompresi esiti della pentalogia, dei dischi bianchi di e con Panella. Già, perché questi ultimi costituiranno una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto al modo di concepire la forma canzone stessa e il rapporto musica- testo.

Rispetto all’era Mogol-battistiana del prima la musica poi il testo, il paradigma si inverte: l’ultimo Battisti, quello dal 1982 in avanti e più compiutamente quello dal 1986 che si avvale dei testi di Panella, è quello del prima le parole, sulle quali si innestano melodie sempre più scarne fatte di beat elettronici e campionamenti, con lo sciamano che va a pescare a piene mani nei frutti dello sviluppo tecnologico, prima di tutti gli altri.

In una confidenza di quegli anni al vecchio amico e suo musicista dei Formula 3 ai tempi degli esordi, Gabriele Lorenzi, confesserà: “il futuro della musica è il rap”, quando il rap nessuno sapeva ancora cosa fosse. Questo solo a testimonianza della sua verità che un’artista non deve compiacere il suo pubblico, ma lo deve guidare, come confesserà in una delle sue più note delle sue rare dichiarazioni, talmente secca e lapidaria, proprio perché proveniente da un’artista così parsimonioso nell’esporsi in un modo diverso dalla sua stessa arte, da diventare  praticamente un manifesto e credo estetico: “un’artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti”. Lucio ascoltava tutto in anticipo, anticipava le tendenze, le cavalcava, le faceva proprie grazie all’arguzia della sua sensibilità e al suo orecchio assoluto. Il ragazzo spugna che ascoltava musica dieci ore al giorno e la rifletteva, la assimilava, la creava avendone prima assorbita come uno sciamano che poi la rigettava fuori. Era un grande ascoltatore prima di essere autore, sopratutto la “nuova” musica americana, da Ray Charles ai Byrds, ai Cream,  Wilson Pickett e soprattutto Dylan, del quale aveva colto la straordinaria espressività, un po’ un Battisti americano.

Ancora sul rapporto con Panella al quale sono dedicate le ultime pagine di questo illuminante volume, in ossequio alla sua connotazione biografica e artistica: l‘enigmatico paroliere dei cosiddetti dischi bianchi stesso si pone nello stesso habitus mentale adatto a Lucio: “io le cose le sento perché tutto è linguistico e tutto parla”. Quasi un manifesto lacaniano per bocca di Panella, parole e strofe che si rincorrono, come guidate da un’ape che cerca il polline spostandosi da un fiore all’altro, parole che cozzano fra di loro, rimbalzano, si dissolvono e si ricreano, prima le parole poi la musica. Cosa di più distante dai “Giardini di marzo”, da “Emozioni”? quando si parla appunto di rinnovamento, rottura, evoluzione, rivoluzione contro conservazione.

Non ultimo motivo di interesse nel cimentarsi in un libro su un’artista, un musicista che prima di tutto andrebbe ascoltato con attenzione, proprio quella che è mancata al grande pubblico rispetto alla sua ultima fase, abituato come era lo stesso pubblico ai fiori rosa, fiori di pesco, ai pensieri e parole e tutti i più grandi successi che hanno fatto del ragazzo di Poggio Bustone un’icona suo malgrado, dovrebbe essere proprio l’attenzione alla parola. Ecco che un libro come quello di Zoppo diventa un utilissimo strumento, guida all’ascolto, introduzione e penetrazione nel mondo e nell’anima battistiana sullo sfondo della musica italiana di oltre trent’anni.

Un libro su un musicista, che prima di tutto va ascoltato, ci interroga anche come lettori e ci fa domandare che senso abbia la parola sulla musica, un libro sulla musica, ci pone domande sullo stesso proliferare dell’editoria musicale nell’era della civiltà dell’immagine e dell’ascolto fugace, liquido.

Si pensi,  per rimanere nel nostro paese, alla sterminata bibliografia su quello che è riconosciuto nelle varie e sempre opinabili classifiche come il più grande cantautore italiano, più di Battisti che tecnicamente in verità cantautore non è, e cioè Fabrizio De Andrè, la cui bibliografia supera di gran lunga quella del nostro caro Lucio, fatto anche questo che potrebbe essere un valido spunto di riflessione e approfondimento. Viene in mente al proposito il mito orfico e  anche la favola della cicala e della formica. Orfeo che canta e al suo canto le bestie si ammansiscono e gli alberi si inchinano. Il potere della voce superiore al valore delle scrittura, la voce di Orfeo che riesce a incantare gli dei dell’ Ade, Orfeo che vi ha accesso proprio grazie al suo canto, irripetibile e che dilegua,  materia spirituale, quasi divina. La  scrittura è su un gradino inferiore, è trascrizione della voce, la voce della cicala, la meraviglia del creato, come dalla favola di La Fontaine che è in realtà qualcosa di molto più antico, risalente infatti ancora a  loro, i greci, la favola è di Archiloco.

La voce è irripetibile, il canto svanisce, ci vuole un supporto per farlo vivere, non basta la riproduzione, il cd, il vinile, lo streaming ed ecco che interviene la formica, la cicala che viene divorata dalla formica, colei che si impegna a trasmettere al futuro la voce delle cicala. Ecco che forse un libro su un musicista, sulla musica in genere è cercare di cogliere con la scrittura, come le formiche della favola, qualcosa che sta nell’etere e che eternamente dilegua. Verrebbe da dire, insieme al verso finale del brano “Le cose che pensano”, il quale inaugura la stagione Battisti-Panella dell’album Don Giovanni, che “…prolungano te certe cose”.

Infine e non ultimo fra le tematiche che inevitabilmente devono essere affrontate quando si parla di Battisti, e il libro di Zoppo non può fare eccezione a trattarne anche se in filigrana aspetti e implicazioni, è la fuga dal mondo, il suo progressivo ritrarsi  da tutto, concerti, interviste e qualsiasi tipo di promozione ai suoi dischi e di concessione alla civiltà dell’immagine, tanto da alimentare speculazioni da bottega su presunte simpatie politiche di destra, mai smentite perché nemmeno meritevoli di replica. Del resto basterebbe appunto l’ascolto, vero,  attento e non da bottega della musica e dei testi battistiani, per concordare con Luigi Manconi che nel 2012 ha definito le voci sul Battisti fascista “una delle leggende metropolitane più tenaci” e lui Lucio, il situazionista che a Bruno Lauzi  che gli chiedeva perché permettesse che lo dicessero fascista  rispose: “alimenta la leggenda”.

I fatti parlano invece di un suo progressivo esercizio del distacco, fin dall’inizio e più compiutamente e totalmente a partire dagli anni 80, non casualmente con la scoperta da parte di Lucio della  filosofia, quale più vero e compiuto esercizio del distacco? Quello che ha fatto Terrence Malick nel mondo del cinema, Salinger in quello della letteratura, Lucio lo ha fatto in quello della canzone italiana, non certo come posa morettiana del  “mi si vede di più  se vengo  o se non vengo?”, ma come precisa presa di posizione esistenziale e spirituale. È il Lucio che dichiara “L’artista non esiste, esiste solo la sua arte”, oltre che pratica, per potersi dedicare a cose semplici come il giardinaggio, lavori di idraulica, smontare vecchi apparecchi radiofonici e altri grandi amori quali l’astronomia, la matematica, perché questo è il Lucio che traspare anche dalla sua musica e che il libro di Zoppo mette in risalto: un uomo semplice e profondo della provincia italiana, oltre che un musicista che ha saputo mantenere “la propria integrità e una gigantesca e mai corrotta levatura artistica”, come evidenzia giustamente l’autore in chiusura del volume.

Se ancora ci dovessimo domandare quale possa essere il pretesto per uno scritto su Battisti, se vi sia una ricorrenza, una ristampa, anniversari di album e via discorrendo, potremmo rispondere quindi con il titolo di uno degli ultimi brani pubblicati da Lucio e che fanno parte del suo ultimo album,  Hegel. Trattasi de “La bellezza riunita” dove in un verso in tal senso illuminante si dice “la bellezza riunita ha più difesa di sé”. Potremmo anche aggiungere che sì, si potrebbe anche cercare un pretesto, nell’ ampia (fortunatamente) discografia battistiana, anno dopo anno, album dopo album, 45 giri  o 33 giri dopo 33 giri, insomma ne troveremmo quanti ne vogliamo e ogni pretesto per parlare di arte sarebbe buono, perché questo lo diceva qualcun altro ma vale anche in questo caso  e cioè  che solo la bellezza salverà il mondo e questo è il pretesto più valido per parlare del nostro caro Lucio in ogni tempo.

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