Doris Lessing Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/doris-lessing/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 Dec 2019 09:07:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Doris Lessing Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/doris-lessing/ 32 32 Nel fondo di una privata brama di oblio. “Pattinando in Antartide” di Jenny Diski https://minimaetmoralia.it/letteratura/nel-fondo-privata-brama-oblio-pattinando-antartide-jenny-diski/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nel-fondo-privata-brama-oblio-pattinando-antartide-jenny-diski/#respond Wed, 11 Dec 2019 09:07:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41840 “Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle con il pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nervi – un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna?”

Sente lo stesso bisogno di assenza e negazione, Jenny Diski, mentre rilegge Melville. La bianchezza della balena in Moby Dick assume, nella sua personale declinazione, la forma del desiderio di sperimentare il nulla, ricercare un rifugio sicuro, un “candido oblio”. Ruota attorno al bianco l’indagine compiuta dalla scrittrice londinese in Pattinando in Antartide (trad. Francesca Bandel Dragone, NNE, 2019) attraverso il racconto intimo che alterna la narrazione dell’atteso viaggio all’analisi del ruolo che sua madre ha ricoperto negli anni.

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“Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle con il pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nervi – un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna?”

Sente lo stesso bisogno di assenza e negazione, Jenny Diski, mentre rilegge Melville. La bianchezza della balena in Moby Dick assume, nella sua personale declinazione, la forma del desiderio di sperimentare il nulla, ricercare un rifugio sicuro, un “candido oblio”. Ruota attorno al bianco l’indagine compiuta dalla scrittrice londinese in Pattinando in Antartide (trad. Francesca Bandel Dragone, NNE, 2019) attraverso il racconto intimo che alterna la narrazione dell’atteso viaggio all’analisi del ruolo che sua madre ha ricoperto negli anni.

“Non sono del tutto soddisfatta del livello di bianco nella mia vita”. Dalla stanza del suo appartamento ripercorre la sua esistenza. In controluce emerge il racconto di un’infanzia di degrado, i frequenti tentativi di suicidi di genitori perennemente in conflitto tra loro, i pignoramenti, le attese di sfratto a undici anni, i continui ricoveri in ospedale, il disagio psichico, la percezione di ineluttabilità dell’abbandono, e la costante insicurezza che riveste ogni ricordo che possa ricollegarsi all’infanzia e alla prima giovinezza. Nel lento percorso di ripresa sarà fondamentale l’ospitalità ricevuta da Doris Lessing, romanziera premio Nobel di cui Diski parla anche nel precedente In gratitudine (trad. Fabio Cremonesi, NNE, 2017).

Rinuncia alla consequenzialità degli eventi per investigare le ragioni dell’apparente anaffettività che la permea, in particolare nel pensare a sua madre, alla quiete che le dona ignorare se sia viva. Osserva retrospettivamente le colpe di sua madre, la sua incapacità di mostrarle amore e la crudeltà nel farle pesare la sua esistenza quando era un’adolescente ribelle e, ai suoi occhi, ingrata e pronta ad abbandonarla perché ritenuta simile al padre. “Io ero tutto quel che le restava per continuare a essere delusa”. Comprende di essere stata un catalizzatore tra i suoi genitori, “un parafulmine per l’eccitazione e la tristezza”. Pur mostrandosi incapace di provare odio per sua madre, non riesce a rintracciare alcuna forma di affetto per lei, approdando a una sorta di indifferenza nei suoi confronti. E se ne Lo straniero, Albert Camus delinea attraverso il distacco provato da Meursault per la morte della madre l’estraneità dell’individuo in relazione alla società e a sé stesso, Diski analizza l’assenza di attaccamento materno per ipotizzare che la negazione di tale legame possa rappresentare l’incapacità di affrontare la realtà, o un tentativo di sottrarsi al confronto con i reali sentimenti nei riguardi della madre. “Forse l’enigma permanente sull’assenza di mia madre mi proteggeva da qualcosa di ancor più terribile, cui non sarei riuscita a fare fronte. [..]. Mi proteggeva da lei, nel caso fosse stata ancora viva”.

Da questa urgenza di raggiungere una fertile privazione nasce il desiderio di intraprendere il viaggio in Antartide, “il nulla a un livello che non avevo mai sperimentato”. A bordo della Vavilov elegge come rifugio la sua cuccetta 532, teatro dei suoi momenti “liberi dal tempo” in cui scrutare il bianco. Ripercorre le storie di FitzRoy, Darwin, Chatwin, la spedizione dell’Endurance di Shackleton, per non limitarsi a un’indagine sul dramma della vita e della morte, ma su ciò che può collocarsi prima o dopo: l’immutabile, il vuoto, l’oblio. La percezione di vivere il tempo in maniera alterata, la luce del giorno che pare senza fine e la sua “fisiologia disorientata”, inducono Diski a compiere un’indagine sul corpo focalizzata sul movimento, sulle oscillazioni in quel nulla apparente, come in una dolce deriva: “nell’aria, come fanno gli uccelli marini, seguendo le folate di vento, salendo con una per precipitare giù con la successiva, per poi levarsi di nuovo in alto”.

Una narrazione che si muove per frammenti e che si riverbera sul piano formale nell’incedere a tratti incerto dell’io che consegna, attraverso un flusso interiore ininterrotto, i tentativi di rintracciare le origini del suo desiderio di decostruzione, in un costante dialogo con il passato e con la sua alterazione nella memoria resettata e nella distorsione operata dai ricordi. La perdita, la depressione, l’infelicità infantile, il disagio mentale obbligano a un confronto costante con la ridefinizione del concetto di verità: “era qualcosa che accadeva in segreto, in un angolo della mente delle persone e veniva fuori come un’esplosione di fogna quando la pressione della paura e della rabbia superava un certo limite”.

L’anarchia letteraria di Diski ridefinisce costantemente il genere, per dare forma, con Pattinando in Antartide, al contempo a una narrazione di viaggio; a descrizioni vicine alla prosa poetica nella costante ridefinizione di sé sulla base degli elementi naturali (“era come se il vento, avendo preso le mie misure, stesse negando la mia esistenza e mi attraversasse sibilando”); a un memoir che restituisce i momenti salienti e dolorosi della sua esistenza dall’infanzia alla maturità; a un percorso al limite del visionario scandito dalle suggestioni mentali e dalle immagini legate al disagio psichico attraversato negli anni. Ogni narrazione ispeziona i traumi che hanno segnato l’esistenza di Jenny Diski, consegnando piena centralità al corpo come strumento primario di indagine nella misurazione dei propri limiti nel dolore, come nel memoir In gratidutine.

Con Pattinando in Antartide mette in atto una ridefinizione delle forme dell’autobiografia, nell’intento di oggettivare come altro da sé la giovane donna insicura e tormentata legata al passato. Arriva a trasformare sé stessa in un personaggio letterario capace di mostrarsi imprevedibile persino ai suoi stessi occhi per riuscire, così, ad addentrarsi con maggiore efficacia nel dolore: “per raccontarlo devi averlo provato, ma quando ci sei dentro non riesci a pensarci”. Si interroga sui meccanismi narrativi per dare forma al proprio vissuto e attua un costante esperimento di riconoscimento ammettendo di non volersi sottomettere a un’aderenza necessaria alla realtà: “Esistono infiniti modi di dire la verità, inclusa la narrativa, e infiniti modi per non dirla, inclusa la non fiction”.

Grande tema della sua intera produzione letteraria che risente del debito nei confronti di Samuel Beckett, di cui riprende in esergo uno degli interrogativi di Malone muore: “Mi chiedo se non mi ritrovo ancora una volta a parlare di me. Non sarò dunque mai capace, fino all’ultimo, di mentire su qualcos’altro?”

Pattinando in Antartide è un’indagine sull’oblio, la tensione a ricercare un vuoto esistenziale che nella depressione genera una sorta di appagamento nel silenzio e e nell’assenza, “una gioia completamente distaccata dal mondo”. Il senso della scrittura è consentire questo percorso e metterlo costantemente in discussione al contempo, nella convinzione che il punto essenziale del desiderio risieda nel desiderio stesso. “Volevo essere irraggiungibile e trovarmi in quel luogo senza dolore. Lo voglio ancora. È colorato di bianco e pieno di silenzio che canta. È una sconfinata pista di pattinaggio sul ghiaccio. È il territorio antartico”.

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Parlarne tra amici. Cosa racconta Sally Rooney https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlarne-tra-amici-sally-rooney/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlarne-tra-amici-sally-rooney/#respond Wed, 04 Apr 2018 06:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36803 di Francesca Massarenti

(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

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di Francesca Massarenti

(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

La reticenza descrittiva di Rooney, insieme alla politica astratta di conversazioni che si tengono sempre al sicuro da obiezioni, le hanno valso entusiastici paragoni con Jane Austen, forse complici la lingua inglese e la prevalenza femminile tra i protagonisti. Rooney tasta la superficie della bolla millennial spargendo abbondanti riferimenti culturali, ma è una bolla in cui è talmente a suo agio da dare forse per scontato l’atteggiamento estetico che lega tutto insieme. Una maniera di scrivere di cui è parte il diniego a farsi portar via pagine intere da parafrasi del tempo presente, così come il rifiuto di esporsi in giudizi o appiccicare etichette. Si tratta di uno stile che, di certo ben radicato in Austen, è però arrivato a Rooney già rivisto e aggiornato.

Conversations parla dell’elasticità di un rapporto senza nome tra due giovani donne, che da amore, relazione sessuale, collaborazione diventa amicizia, sorellanza, avversione, complicità, coabitazione. Faber&Faber (Einaudi da noi) e l’olio su lino Sharon and Vivien di Alex Katz in copertina hanno probabilmente salvato Rooney dallo scaffale chick lit, letteratura per signorine. Per quanto l’insistenza sui tacchi a spillo sia sostituita da scrupolose descrizioni di bottoni – sopra vestiti di lino blu e cappotti di lana nera – i tropi del genere rosa sono dappertutto. Dappertutto, ma sfumati: c’è l’ambientazione urbana, ma la metropoli è Dublino; la vacanza all’estero, ma i voli sono low cost e a tarda notte; i lavori creativi che rendono autosufficienti chi li pratica, ma solo se si è raccomandati dall’esperto del settore. C’è pure la rappacificazione conclusiva durante lo shopping natalizio, a cui mancano solo i fiocchi di neve per diventare il Diario di Bridget Jones, oppure The Dead di Joyce.

È natale anche nel racconto per Granta, Mr Salary, una sorta di prova generale a Conversations in cui risposte sfacciate a domande argute disegnano di sbieco una relazione padre-figlia biforcuta. Sukie, la brillante protagonista, si giostra tra due figure paterne, una immobilizzata dal cancro terminale, l’altra incastrata da sentimenti sconvenienti solo perché inconsueti. Il corpo malato, in Rooney, è curato prima di tutto via internet, attraverso l’accumulo di PDF informativi o spiando forum specializzati, oppure monitorato da sé, con il proprio smartphone. Nel suo pezzo per il New Yorker, “An App to Cure My Fainting Spells”, racconta di come è guarita dagli improvvisi svenimenti di cui soffriva grazie all’allarme periodico di un’app che le ricordava di bere i bicchieri d’acqua tassativi per restare idratata. La malattia invisibile è cruciale anche in Conversations. La sofferenza del corpo prende molte forme: la depressione di Nick, mutevole e invalidante, l’autolesionismo di Frances, che si gratta e pizzica le braccia fino a farsi sanguinare, si pesta le dita dei piedi fino a doversi mordere le guance per non urlare. Ma è una forma di dolore anche la pancia vuota di Frances, che, ossessionata dalla propria fame, compra provviste di pasta e sugo in scatola con gli ultimi quaranta euro racimolati, e va avanti a marmellata e pollo surgelato regalatole da Nick.

In Conversations il tempo è scandito in cicli mestruali. L’aggravarsi dell’endometriosi diventa una contingenza sempre più rilevante per sviluppo narrativo. Lo stupore e la debolezza di Frances davanti al tradimento del proprio corpo la rendono visibile ai passanti quando si accascia a terra, e vulnerabile davanti a Nick, con cui le conversazioni più sincere sono sempre quelle non premeditate, dettate dell’urgenza del corpo dolorante. Doctor Google consola il bisogno di informazioni di Frances quando i professionisti sanitari falliscono, e completa i suoi termini della ricerca, “non riesco a dire che sono”, con problemi comuni e ad alto tasso di alienazione, “incinta” o “gay”. Resta comunque difficile per Frances stare nella sua bolla anche offline: che cosa significa vedere la propria endometriosi scambiata per aborto all’interno di una struttura sanitaria pubblica di un paese che, con un emendamento apposito, l’ottavo, riconosce l’uguale diritto alla vita del feto e della madre? Che cosa significa avere dimestichezza con aeroporti, autobus e viaggi improvvisati, sapendo che Ryanair non distingue chi viaggia per turismo da chi esporta la propria gravidanza per terminarla fuori dai confini nazionali (diritto sancito da un altro emendamento irlandese, il tredicesimo)?

La politica potrà anche restare sullo sfondo della narrazione ermetica di Rooney – appena percepibile e del tutto accessoria a chi sta cercando una lettura rassicurante – ma il microcosmo non smette mai di respirare le scelte del macrocosmo. Ed è indubbiamente austeniano il focus sulle dinamiche relazionali di un gruppo ristretto di conoscenti, da cui traspare un’intelaiatura immediatamente leggibile dal pubblico dei contemporanei. Non c’è bisogno di nominare la chat che ha archiviato anni di conversazioni tra Bobbi e Frances, così come possiamo subito immaginare la copertina fluo dell’I Love Dick che, Nick informa Frances, sta per essere ripubblicato, o ascoltare James Blake, o guardare film con vampiri iraniani.

C’è, però, qualcosa di insoddisfacente nel paragone tra Rooney e Austen, resta il sospetto che si tratti più che altro di un’analogia suggerita dal marketing, affine alla perplessità con cui Frances guarda la signora vittoriana dallo sguardo triste e le mani impegnate a maneggiare fiori che campeggia sulla copertina del Middlemarch che si è portata dal dottore. Senza dubbio Emma è presente in Conversations: sullo scaffale della cameretta di Frances a Ballina, di fianco ad un Nuovo Testamento e un’antologia di letteratura americana. E ci sono le giovani donne belle, intelligenti, ricche con case confortevoli a loro disposizione che si immischiano in affetti e relazioni non loro, l’educazione e il talento manipolati da disponibilità economiche fossilizzate, amministrate da figure genitoriali solo vagamente incoraggianti. Si sottovaluta, però, che la grande invenzione di Jane Austen è lo stile indiretto libero, un modo ingegnoso per mantenere un occhio narrante esterno, ma sviscerare menti e pensieri mettendoli sullo stesso piano delle chiacchiere e delle visite di cortesia.

La prima persona concessa a Frances per raccontare il suo semestre autunnale situa Rooney (insieme alle connazionali Claire-Louise Bennett e Eimear McBride) all’interno del filone “confessionale” che non si appiglia alla pretesa del flusso di coscienza per simulare intimità, e preferisce interrompere le riflessioni teoriche con il “carico mentale”delle commissioni da fare. Claire-Louise Bennett, per esempio, è riuscita con una meravigliosa raccolta di racconti, Pond (2015), a elevare la prima persona a motore narrativo capace, da solo, di rendere liriche pagine di prosa dedicate al pomello di un fornello, contratti d’affitto non rinnovati e cattivo tempo. Rooney resta di certo meno sperimentale di Bennett, ma chat e email che permettono di parlarne fra amici riempiono gli intervalli che in Jane Austen, vuoti, lasciano spazio alle speculazioni, alle analisi dei ricordi e al desiderio per le conversazioni che non stanno accadendo, o meglio, che sono ritardate dalle lettere, dalla distanza, dalle buone maniere che frenano visite e imbrigliano il passaggio di informazioni.

Collegare la prosa calma e asciutta di Rooney direttamente a Jane Austen e ai suoi finali con cerimonia nuziale significa sottovalutare la lunga, sebbene ombreggiata, tradizione novecentesca di scrittura femminile in inglese che Rooney sta contribuendo ad innovare. Dalla ben nota Jean Rhys, Rooney eredita le protagoniste tristi e squattrinate in perenne attesa di assegni e prestiti da amanti passati, come Julia in After Leaving Mr Mackenzie (1930), ma instancabili flâneuses, come Sasha in Good morning Midnight (1939).

È interessante anche rispolverare le somiglianze con The Country Girls di Edna O’Brien, l’epopea in tre volumi di Cait e Baba in fuga dalla provincia, pubblicati nel Regno Unito (tra il 1960 e il 1964) per schivare l’accusa di oscenità da parte della censura irlandese.Eppure Conversations sembra esistere soprattutto grazie alle scrittrici del dopoguerra inglese, lavoratrici intellettuali che traggono beneficio dal Golden Notebook di Doris Lessing (1962), senza invidiarne la complessità, i cui personaggi sono uguali a loro: donne operose, magari in difficoltà, ma mai alcolizzate e mai depresse. Scrittrici prolifiche di prosa pacata al centro di culti sotterranei, indimenticate star dei gruppi di lettura i cui romanzi l’accademia sta iniziando a studiare, e che già sono stati, seppur saltuariamente, tradotti in italiano.

Ricordiamo la serie di romanzi con citazioni bibliche per titolo di Margaret Drabble – sorella in pessimi rapporti di A.S. Byatt – The Millstone (1965), Jerusalem the Golden (1967), The Needle’s Eye (1972). Storie di donne spigliate e delle loro ascese sociali rese possibili da welfare state, educazione universitaria e un nuovo atteggiamento disinvolto nei confronti di sesso e gravidanza: personaggi immuni al compromesso, ma solo perché si stanno confezionando bussole morali capaci di aggirarlo. E ancora, la griglia dell’amicizia tra donne ripetuta con minime variazioni da Barbara Pym. Amiche, o sorelle, che vivono insieme, oppure vicine di casa che intessono la loro relazione mentre fanno altro, di solito faccende domestiche, come vuotare i bidoni dell’immondizia in Excellent Women (1952), e preferiscono il ruolo di perpetua o segretaria a quello di moglie, come in Some Tame Gazelle (1950) e Jane and Prudence (1953).

È uno schema, purtroppo, che finisce per annoiare pubblico ed editori: Pym viene dimenticata per un decennio finché un articolo incoraggiante di Philip Larkin, nel 1977, ne loda “l’occhio per le commedie quotidiane”. Oppure, Anita Brookner, che negli anni ‘80, in coda alla sua carriera da storica dell’arte, inizia a scrivere fiction. Fa uscire un romanzo all’anno, nel 1984 vince il Booker Prize, e scrive solo di zitelle e vedove. Il primo capitolo di Brief Lives (1990) è un capolavoro di caratterizzazione pasticciata, in cui antipatia e cordialità sono indistinguibili: mogli di colleghi, Fay e Julia non hanno nulla da dirsi, ma infilzando favori e dispetti finiscono per condividere un’esistenza (e un uomo). Le protagoniste di Brookner sono badanti, casalinghe, bibliotecarie, professoresse a cui sembra solo mancare il vocabolario per definirsi queer per dare un senso a vite che, e sono loro le prime a stupirsi, non ci si spiega come possano scorrere tanto monotone.

In una delle sue interviste più interessanti – concessa a Joanna Walsh nel 2016, mentre ancora stava scrivendo Conversations – Rooney ammette che la sua ambizione è produrre una “scrittura trasgressiva”. Non basta che a scrivere, o parlare, sia una donna: “sto cercando di trovare forme per esprime me stessa che sovvertano [le tradizionali forme maschili], per rendere il discorso, o la scrittura, trasgressivi. Ma è difficile, perché siamo intrappolate in quelle forme, credo, o almeno lo sento. “La trasgressione di Rooney fermenta nell’interstizio tra il romanzo rosa e il romanzo d’autrice, in cui l’io narrante si rende visibile e udibile in pubblico – in gare di dibattito o di spoken poetry – mentre cerca modi di “esprimere emozioni ed esprimere l’importanza di intimità ed empatia” senza reiterare ideali di femminilità premurosa, e zitta. E forse la ribellione più grande di Rooney è il suo dichiararsi ottimista senza ironia, augurandosi il vero lieto fine millennial: ambiguo abbastanza da garantire spazio e validità a visioni personali di contentezza.

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L’autonomia della tartaruga: autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit https://minimaetmoralia.it/libri/femminista-distratta-laura-lepetit/ https://minimaetmoralia.it/libri/femminista-distratta-laura-lepetit/#comments Tue, 05 Jul 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31473 In un pomeriggio bollente in cui il monolito mattonellato del teatro Piccolo di Milano sembra un miraggio prodotto dalla mente di un seguace di Escher e le strade di Brera, deserte e dense di silenzio, sembrano pronte a una sfida da O.K. Corall, salgo le scale di un antico palazzo di Corso Garibaldi.

Fra parquet a spina di pesce e soffitti a cassettoni, la Fondazione Adolfo Pini ospita il circolo dei lettori fondato da Laura Lepri (storico editor del panorama milanese, docente di scrittura creativa  e autrice di uno dei più interessanti testi sulla storia dell’editoria in Italia). Un luogo che è diventato, in pochi anni, un punto di riferimento per lettori che non si accontentano della ‘storia’ narrata dallo scrittore, puntando a comprendere cosa c’è dietro.

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In un pomeriggio bollente in cui il monolito mattonellato del teatro Piccolo di Milano sembra un miraggio prodotto dalla mente di un seguace di Escher e le strade di Brera, deserte e dense di silenzio, sembrano pronte a una sfida da O.K. Corall, salgo le scale di un antico palazzo di Corso Garibaldi.

Fra parquet a spina di pesce e soffitti a cassettoni, la Fondazione Adolfo Pini ospita il circolo dei lettori fondato da Laura Lepri (storico editor del panorama milanese, docente di scrittura creativa  e autrice di uno dei più interessanti testi sulla storia dell’editoria in Italia). Un luogo che è diventato, in pochi anni, un punto di riferimento per lettori che non si accontentano della ‘storia’ narrata dallo scrittore, puntando a comprendere cosa c’è dietro.

Un posto dove il dialogo fra lettori, editori e scrittori è continuo e dove qualche giorno fa si è svolto un incontro fra Laura Lepetit (fondatrice della casa editrice La Tartaruga), Liliana Rampello (critica letteraria), Rosaria Guacci (storica editor della casa editrice di Laura Lepetit), Silvana La Spina (scrittrice scoperta propria da La Tartaruga), Monica Randi (editor Feltrinelli, ora a sua volta editore con Astoria) e naturalmente Laura Lepri.

Tutte donne per presentare il libro di Laura Lepetit, uscito con Nottetempo, Autobiografia di una femminista distratta, in cui l’editore de La Tartaruga mette insieme, a suo modo e a suo piacimento, più di quarant’anni di editoria italiana. Un gruppo di donne per festeggiare Laura Lepetit, che ha pubblicato testi scritti solo da donne, con l’aiuto di un team di donne e confrontandosi con un pubblico fatto quasi esclusivamente di lettrici.

Nata dall’esperienza del femminismo militante, la casa editrice La Tartaruga, fondata nel 1975 da Laura Lepetit, è la prima a far tradurre in italiano autrici che segneranno indelebilmente il panorama letterario del Novecento e che ancora oggi influenzano generazioni di autori. «Inventare nuove parole e nuovi metodi», questo l’obiettivo delle autrici scelte da Laura Lepetit e se guardiamo alle prime pubblicazioni di questa casa editrice, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Pensiamo ad alcuni titoli pubblicati da La Tartaruga: Le tre ghinee di Virginia Woolf, L’erba canta di Doris Lessing e Il bacio di un soldato di Nadine Gordimer. Ci troviamo al cospetto di scrittrici che hanno dimostrato il potere dell’analisi introspettiva, scavando nei personaggi «come un minatore nella sua personale miniera» fino a trovare tutto quello che il personaggio poteva nascondere, fino ad essere soddisfatte del loro lavoro di scavo.

Durante l’incontro del circolo dei lettori, i racconti delle scelte editoriali de La Tartaruga si sono alternati alla lettura di estratti dei libri pubblicati dalla casa editrice negli anni ’70 e ’80 e all’immagine che di Laura Lepetit hanno le sue collaboratrici, le sue amiche e le donne che con lei si sono incontrate e scontrate. «Un’aristocratica del pensiero», «l’understatement e l’ironia fatte persona», «in grado di fiutare un desiderio e capire se chi lo stringeva a sé aveva anche le potenzialità per realizzarlo», «capace di mischiare scrittura, letteratura e vita, senza far percepire al suo interlocutore alcuna discontinuità», «dotata di un ego poderoso, per lei è tutto bianco o nero e alle sue scelte ha sempre tenuto fede, caparbia come la tartaruga che ha scelto come simbolo per la sua casa editrice».

Proiezioni di Laura Lepetit, non sappiamo se corrispondano alla verità, ma sospettiamo che vi si avvicinino molto e siamo sicuri che, come lettori, le dobbiamo molto.

Laura Lepetit che in un’intervista a Repubblica, ha detto: «Se c’è qualcosa che regge la mia vita sono pochi dettagli, le cose minime che mi sono accadute». Speriamo allora che di ‘cose minime’ sia piena anche la nostra vita.

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Perché Márquez, Wallace e McEwan sono finiti a Austin? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-marquez-wallace-e-mcewan-sono-finiti-a-austin/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-marquez-wallace-e-mcewan-sono-finiti-a-austin/#respond Wed, 04 Nov 2015 13:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28968 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò apparso su Repubblica e in seguito sul suo blog, ringraziando l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

Norman Mailer prova a spiegare in una lettera a Bea, la prima delle sue sei ex mogli, che l'essere andato in escandescenze non fa di lui uno psicotico. Ian McEwan disegna la Terra e il sole al figlio William per fargli capire quanto, pur geograficamente lontani, restino emotivamente vicinissimi. David Foster Wallace mette in chiaro con gli studenti le draconiane regole di ingaggio del suo corso di inglese. Ci sono i manoscritti di John Maxwell Coetzee, rilegati da lui medesimo in cartone ondulato. C'è la foto in bianco e nero di tripudio domestico dove Mercedes Barcha bacia sulla guancia, nel giardino di casa, il marito Gabriel García Márquez che ha appena appreso di aver vinto il premio Nobel.

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò apparso su Repubblica e in seguito sul suo blog, ringraziando l’autore e la testata.

Norman Mailer prova a spiegare in una lettera a Bea, la prima delle sue sei ex mogli, che l’essere andato in escandescenze non fa di lui uno psicotico. Ian McEwan disegna la Terra e il sole al figlio William per fargli capire quanto, pur geograficamente lontani, restino emotivamente vicinissimi. David Foster Wallace mette in chiaro con gli studenti le draconiane regole di ingaggio del suo corso di inglese. Ci sono i manoscritti di John Maxwell Coetzee, rilegati da lui medesimo in cartone ondulato. C’è la foto in bianco e nero di tripudio domestico dove Mercedes Barcha bacia sulla guancia, nel giardino di casa, il marito Gabriel García Márquez che ha appena appreso di aver vinto il premio Nobel.

L’archivio dell’autore di Cent’anni di solitudine è l’ultimo arrivato all’Harry Ransom Center (Hrc) dell’università del Texas ad Austin, un super-caveau delle lettere che cresce come nessun altro al mondo. E che in questi giorni ha dedicato un convegno allo scrittore colombiano invitando Salman Rushdie per un tributo. Ma perché, di tutti i posti, le spoglie cartacee di queste e molte altre superpotenze letterarie finiscono proprio qui? L’università del Texas, nella classifica di Us News&World Report, arriva cinquantaduesima. Eppure l’Hrc ha stracciato i suoi omologhi di Yale e Harvard quanto a forza attrattiva. Che è un po’ come se Messi, invece di giocare nel Barcellona, decidesse di preferirgli l’Empoli. Ci dev’essere un trucco, ma quale?

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Qualche mese fa sono andato a vedere. Il cubo di calcare e vetro, nella cittadella studentesca, assomiglia più a un deposito di lingotti che di libri. Con un centro modaiolo e festival di culto come il South by Southwest Austin ha fatto miracoli nello scrollarsi di dosso i cliché petrolio&pistole dello stato di cui è capitale. L’onda hipster ha però risparmiato questa zona, dove nella pause tra le consultazioni trovi giusto un furgoncino che abbrustolisce costolette di maiale e poco altro. Qui si viene in cerca di cibo per la mente. Entrare è facile. In teoria è un luogo per ricercatori, in pratica basta dimostrare che vi interessate a un certo autore e nessuno farà storie.

Un video preliminare vi dà le istruzioni per l’uso e qualche avvertimento solo all’apparenza banale, tipo non strusciare con i gomiti sopra gli incunaboli (hanno anche una delle ventitré copie complete della Bibbia di Gutenberg, comprata nel ’78 per 2,4 milioni). A quel punto avete accesso alle sale. Un bibliotecario vi mostra come reperire i materiali sui computer. Una volta fatta la selezione (massimo cinque contenitori per volta) entro un quarto d’ora un inserviente vi consegnerà questi parallelepipedi grigio topo pieni di faldoni da consultare su bei tavoli di rovere. Vi mettono anche a disposizione fogli gialli e matite per gli appunti. Una pacchia, a metà strada tra un Luna Park e uno spettacolo per voyeur bibliofili.

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Il centro deve il suo nome a Harry Huntt Ransom, preside dell’università negli anni ’50, che denunciò lo scandaloso scarto tra la povertà dei giacimenti librari rispetto alla ricchezza dello stato. I petrolieri, punti sul vivo, misero mano al portafogli. E l’università, che siede sul Bacino Permiano e possiede quindi i diritti minerari di un certo numero di pozzi, lo autorizzò a usare un po’ di quel denaro per le acquisizioni. All’inizio furono i modernisti britannici, da Beckett a Joyce, con un’intensità tale che il poeta Philip Larkin lanciò l’allarme che se continuava così tutti gli scrittori in lingua inglese sarebbero finiti in America.

Nell’88 nominano direttore Thomas Staley, tanto colto studioso di Joyce quanto una forza della natura nella raccolta fondi. Sotto il suo regno le dotazioni finanziarie passano da un milione di dollari a venticinque. Nella lista dei filantropi da oltre 100 mila dollari figurano i coniugi Jeanne and Michael L. Klein, benedetti dagli idrocarburi, e il finanziere David G. Booth che aveva già stabilito il record di munificenza verso un’università (300 milioni di dollari alla business school di Chicago, poi ribattezzata a suo nome). Il primo colpo grosso di Staley è un tesoretto di materiali joyciani che fa uscire dalla Francia, temendo problemi doganali, nascosti in un furgoncino del pane alla vigilia di Pasqua.

Ci troveranno, tra l’altro, le correzioni a mano del dublinese al primo capitolo di Finnegans Wake, sin lì uno dei principali anelli mancanti. Poi è la volta dell’archivio di Tom Stoppard, Isaac Bashevis Singer, Bernard Malamud, Julian Barnes, Don DeLillo, Norman Mailer, David Foster Wallace, materiali di Graham Greene, J. M. Coetzee, oltre a Borges, Lessing, Queneau, documenti del Watergate (5 milioni), lettere di Steinbeck e via elencando. Il tutto assicurato, già qualche anno fa, per un miliardo di dollari.

Di tutte le attrazioni ospitate all’Hrc la più globalmente magnetica, mi ha spiegato la curatrice Megan Barnard, è l’opus wallaciano: «Nel 2014 seicento ricercatori da tutto il mondo sono venuti a consultare i quarantaquattro scatoloni e otto faldoni, più 321 libri che gli appartenevano e che maniacalmente glossava». Tra le cose meno note, i programmi dei suoi corsi all’università, con i caveat circa la qualità delle opinioni da sviluppare («”Pensavo che la poesia fosse, cioè, ok” non vi porterà molto lontano. Invece qualsiasi cosa sincera, ogni prodotto di una reale attività neurologica va bene»).

Oppure gli elenchi idiosincratici di parole nuove o poco arate in cui si imbatteva e che compilava in nitidi fogli dattiloscritti, da Bremsstrahlung (una particolare radiazione elettromagnetica) a epiclesi (la parte dell’eucarestia in cui è invocato lo Spirito santo). Dà una sensazione ambivalente rovistare tra queste carte. Da una parte l’entusiasmo di avere un osservatorio così intimo nel sistema operativo di un autore idolatrato. Dall’altra la vergogna di sbirciare senza il suo permesso. Pare che Mailer, quando andò a vedere gli scaffali dove la sua corrispondenza sarebbe finita, rispose così: «È senz’altro appropriato. In un modo o nell’altro finiremo tutti in qualche scatola».

Chi apre le casse spesso si imbatte in piccole sorprese, come un mezzo sandwich ormai vetrificato e un calzino spaiato tra gli scartafacci di Singer. Dai materiali di DeLillo si ha la conferma che il titolo di Rumore bianco doveva essere Panasonic e si apprezza quanto fu seccato dall’indisponibilità dell’azienda giapponese a farglielo usare (tra i titoli alternativi anche All Souls e Ultrasonic).

Con il congedo di Staley nel 2013, oggi il capo è Stephen Enniss, che a Washington dirigeva la più grande biblioteca shakesperiana al mondo. Non c’è segreto, dice, solo buoni ingredienti. «Le acquisizioni vengono fatte grazie a un mix di fondi del centro, dell’università e di filantropi privati». Una sottile linea nera, bituminosa, tiene insieme i tre soggetti, ma il direttore sembra ritenere volgare menzionarlo. Ricorda invece «la meritata reputazione di eccellenza nella catalogazione e nella conservazione. E il fatto che si siano già accasati qui autori molto importanti, facilita l’arrivo di altri di pari livello».

Il motivo per cui al cimitero del Père-La Chaise hanno voluto finirci, nei secoli, da Balzac a Jim Morrison. Non c’è modo di estorcergli quale sia il suo frammento preferito. Padre salomonico, si limita a dire che è rimasto molto affascinato dai blocchi di McEwan per Espiazione e un incartamento di racconti con l’etichetta «completi ma abbandonati» («Sono sempre attratto dai manoscritti che un romanziere decide di non pubblicare»). Quanto alle prossime acquisizioni, saranno in linea con «il Dna creativo che lega le attuali». Il pasto marqueziano è stato assai fiero. Ci vorrà tempo per smaltirlo.

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Su scrittori, soldi e privilegi https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/#comments Mon, 16 Mar 2015 06:56:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25584 di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

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di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

(Esempio: asta di beneficenza annuale di raccolta fondi per la scuola pubblica dove vanno i nostri figli. Idea divertente, c’è un sito su cui si vendono all’asta piccoli oggetti e servizi e il ricavato sarà devoluto alla scuola. Genitori mettono a disposizione una settimana nella loro villa in Costa Rica che verrà battuta per duemila dollari offerti da altri munifici genitori. Quei soldi avrebbero potuto darli anche in forma anonima, ovviamente, ma vuoi mettere il gusto dello show off?)

Qui in America guadagnare tanto è una cosa di cui ci si può vantare perché è un merito che evidentemente parla di quanto sei bravo o quanto ti sei impegnato a fare qualcosa, qualcosa che ha prodotto dei risultati economici, se sei ricco di famiglia c’è qualcuno dei tuoi antenati di cui essere proud. Ma cosa succede se sei molto bravo o ti impegni molto a fare qualcosa e quel qualcosa non ha come obiettivo principale un risultato economico e anzi, solo in casi eccezionali è un’attività che produce grosso reddito come per esempio scrivere?

Non che negli Stati Uniti non si consideri l’attività artistica come degna di essere supportata, qua esistono dei grant, delle borse di studio, come quella del National Endowment for the Art, che sembra il terzo premio della nostra lotteria di capodanno. L’anno scorso George Saunders ha meritatamente vinto la borsa del MacArthur Fellows Program che gli riconosce 625.000$ (seicientoventicinquemila dollari) in cinque anni. (Avevo scritto “meritatamente guadagnato” e poi ho sostituito “guadagnato” con “vinto”. Perché? Ci sarebbe da interrogarsi su questo, sul perché inconsciamente si fa fatica a pensare che quello di scrivere sia un mestiere come gli altri. Qualche giorno fa è partito un dibattito su Facebook perché una mia amica ha scritto una cosa tipo, “spero che Elena Ferrante sia veramente una sconosciuta, una poveraccia, che finalmente grazie ai libri ha guadagnato qualcosa, mi dispiacerebbe sapere che invece dietro questo pseudonimo c’è qualcuno che non aveva bisogno di quei soldi” anche qui bisognerebbe chiedersi perché forse una riflessione del genere non ci verrebbe in mente di farla per uno che fa un altro lavoro, come se vendere tanti libri fosse solo una botta di culo che è meglio capiti a uno nato povero).

Il fatto è che quello di scrivere è difficile da considerare un lavoro tout court, dato che come tutte le attività artistiche non ha come fine ultimo – in teoria – quello di guadagnare uno stipendio, e quindi i soldi attaccati a queste attività puzzano sempre un po’, stranamente pure per gli americani, per i quali la pecunia che deriva da qualsiasi attività lecita in genere olezza di fiori. Ma anche qua, se non vinci una borsa di studio – e i casi sono rari quanto quelli degli scrittori che mantengono la famiglia con le loro royalties – fai una fatica mostruosa a pensare di vivere facendo lo scrittore.

Nell’articolo che segue il discorso più che sui soldi “non guadagnati” scrivendo, si concentra sui privilegi di chi già ce li ha o chi nasce in contesti socioeconomici che gli facilitano notevolmente l’ingresso tra gli scaffali più visibili delle librerie. E ovviamente parte con un vantaggio significativo. Sembra un ragionamento lapalissiano ma non lo è così tanto. Pensiamo per esempio alle conseguenze che questo ha sul nostro immaginario collettivo.

(Esempio facile facile dall’ormai famoso TED della bravissima scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sui pericoli di una “storia unica”. Adichie racconta di essere stata lettrice precocissima e di aver letto tutti i libri per bambini che aveva trovato nella biblioteca locale, tutti romanzi americani e anglosassoni. Quando ha iniziato a scrivere, sempre prestissimo, verso i sette anni, le sue storie avevano come protagonisti solo personaggi bianchi, con gli occhi azzurri, bambini che giocavano nella neve, mangiavano mele e si rallegravano quando tornava il sole dopo la pioggia, quando nella vita di Chimamanda non c’erano né bianchi, né mele, né neve, né maltempo. Ma per lei quell’immaginario era l’unico che potesse stare nei romanzi. Anche se non siamo più bambini guardatevi il TED che lo spiega bene, non siamo per niente al riparo dai rischi della storia unica, del mondo raccontato solo da una prospettiva).

I privilegiati negano di essere privilegiati nascondendo così una verità che dà fastidio pure a loro: come in tutti gli altri mondi sporchi di soldi, anche la letteratura è dominata da uno squilibrio notevole tra chi detiene ricchezza e potere (che si traducono in possibilità di potersi concentrare totalmente sulla scrittura, sulla ricerca, sulla politura dello stile, con tutto il tempo che richiedono queste attività) e chi non ne ha per niente e quindi magari pur avendo qualcosa di importante da dire, ha per necessità una vita talmente assorbita da altro che, o fa una fatica improba e magari eccezionalmente riesce a scrivere e a farsi pubblicare e magari anche a avere successo, oppure molla il colpo, arrendendosi al fatto di essere un nano e che di qualunque argomento si parli, saranno sempre i più alti quelli che arrivano per primi (e meglio) a parlare al microfono. E diranno quello che vogliono loro, parleranno dal loro punto di vista, perpetuando perlopiù una visione del mondo che è quella, quella della classe dominante. Quella che guarda dall’alto verso il basso. Quindi speriamo che davvero Elena Ferrante, chiunque sia, venga dai quartieri di Napoli, dal più in basso possibile.

L’articolo comincia in un modo che più irritante non ce n’è, prosegue a tratti con un malcelato rosicamento, ma poi svela interessanti retroscena e un sacco di spunti di riflessione. (Perché in Italia forse siamo messi pure peggio).

“Sponsorizzata” da mio marito.

Perché è un problema che gli scrittori non parlino mai di dove arrivano i soldi

di Ann Bauer 

Ecco la mia vita. Io e mio marito ci svegliamo ogni mattina alle sette in punto, lui si fa la doccia e intanto io preparo il caffè. Nel tempo che lui ci mette per vestirsi io sono già seduta alla scrivania a scrivere. Mi dà un bacio per salutarmi e se ne va al lavoro. Lavoro con cui fa tanti soldi, ottiene eccellenti benefit e parecchi vantaggi, come viaggi, buoni pasto e il rimborso delle spese per la palestra dove io vado a fare yoga a mezzogiorno. La sua carriera mi ha permesso di lavorare solo sporadicamente – come consulente – in un settore che mi piace.

Questa rivelazione può sembrare volgare, lo so. Mi dispiace. Perché nel mondo in cui le donne si siedono a parlare dei diversi tipi di arte topiaria da applicare ai peli della zona bikini, le conversazioni sui soldi (o sui privilegi) sono quelle che non si affrontano mai. Perché? Credo che sia la sindrome di Maria Antonietta: i fortunati e i privilegiati non vogliono che la plebaglia venga a sapere i particolari. In effetti se “questa gente” conoscesse bene le differenze che ci sono tra le nostre e le loro vite si potrebbe ribellare. Oppure, Dio ci perdoni, non considerarci più come persone più speciali, più talentuose, più meritevoli di loro di questa bella vita.

Noi scrittori mettiamo in atto una versione speciale di questa pantomima. Due esempi.

Sono andata alla presentazione di un libro con molti partecipanti (sto parlando di più di 300 persone) circa un anno e mezzo fa. L’autore era un conosciutissimo meraviglioso saggista, che ha, meritatamente, vinto moltissimi premi. Gli è anche capitato in sorte di essere l’erede di una fortuna ciclopica. Stramiliardi. In altre parole è uno che non ha mai dovuto fare un lavoro, meno che mai due. Ha diversi figli; lo so perché erano alla presentazione con lui, in prima fila. Ho sentito qualcuno dire che viaggiavano tutti con lui, con due tate al seguito, per il suo tour promozionale mondiale.

Niente di tutto ciò intacca la sua grandezza. Comunque quando una del pubblico – giovane e un po’ ingenua, chiaramente non al corrente dei fatti – si è alzata per chiedere come ha fatto a dedicare dieci anni alla scrittura del suo ultimo capolavoro, come ha fatto per mantenersi e mantenere la sua famiglia in quel periodo, lui le ha risposto in maniera seria che era stata dura ma aveva anche scritto nel frattempo molti articoli per diverse riviste per tirare avanti. Ho sentito un mormorio attraversare metà della platea a conoscenza della verità. Ma l’autore, impassibile, è andato avanti e ha fatto credere a questa ragazza che ha mantenuto la sua vita a Manhattan grazie a una manciata di articoli scritti per the Nation o Salon.

Esempio due. Un reading in un’altra città, con una trentenne il cui romanzo d’esordio era appena comparso sulla copertina della New York Times Book Review. Non mi era piaciuto il libro (un romanzo di formazione tra adolescenti benestanti) ma molte persone che rispetto l’hanno trovato bello quindi sospendo il giudizio. L’autrice aveva frequentato una delle grandi scuole private per ricchi dell’East Coast, mentre i suoi genitori erano impegnati a consolidare le loro carriere sulla scena letteraria di New York. Gente – i genitori – che a Natale si scambiavano biglietti d’auguri con William Maxwell e invitavano a cena gli Styron. Lei, l’autrice, la loro unica figlia adorata. Dopo il liceo privato prestigioso aveva preso due lauree in scrittura creativa (Iowa e Ivy). Il suo primo libro era stato osannato in tutto il paese da editor e recensori, molti dei quali l’avevano vista crescere. Era un fenomeno ancora prima di arrivare sugli scaffali. È diventata immediatamente una star. E quando (di nuovo) una persona del pubblico, chiaramente una studentessa universitaria si è alzata per chiedere a questa affascinante scrittrice a cosa ascrivesse il suo successo, la donna ha fatto una pausa e poi ha detto che ha lavorato moltissimo e che ha avuto una buona formazione, ma guardandosi indietro ha capito che è stata la sua decisione di non avere mai figli che le ha permesso di diventare una vera artista. Se hai dei bambini, ha spiegato al gruppo di disperate scrittrici nubili, devi scegliere tra loro e la scrittura. “Mantenetela pura. Non fatevi distrarre dal pianto di un bambino”. Ero sconcertata. Volevo balzare in piedi e gridare “Ciao Alice Munro! Doris Lessing! Joan Didion!” Certo, ci sono migliaia di altre scrittrici che sono scrittrici straordinarie nonostante la maternità. Ma non è questo il punto, il punto era che, a parte le qualità intrinseche del libro, il vantaggio competitivo di questa autrice non aveva niente a che fare con le sue scelte riproduttive. Tutto dipendeva dalle sue relazioni. Semplice. Ce le aveva dalla nascita.

Secondo me con questo “lasciamogliela bere” facciamo un enorme disservizio alla nostra categoria, nascondendo le circostanze che ci aiutano a scrivere, pubblicare e in un certo senso ad avere successo. Non sono ricca come il primo autore (nemmeno mi ci avvicino) né ho la rete di relazioni della seconda. Non sono neanche famosa. Ma ho un grosso vantaggio rispetto allo scrittore che vive assegno dopo assegno, o solo e isolato o che combatte contro una malattia o che ha un lavoro a tempo pieno.

Come posso esserne così sicura? Perché sono stata povera, oberata di lavoro e schiacciata dagli eventi. E durante quel periodo non ho scritto neanche una riga. Ventenne, ero sposata con un drogato che tentava con tutte le forze di smettere (ma continuava a non riuscirci). Avevamo tre figli, di cui uno autistico e abbiamo vissuto in povertà per un periodo lungo e tremendo. A trent’anni ho divorziato perché era l’unico modo per uscire da quella situazione. Per i dieci anni successivi ho fatto due lavori e ho cresciuto i miei tre figli da sola, senza aiuti e senza nessun supporto dal padre.

Ho pubblicato il mio primo romanzo a 39 anni, ma solo dopo un lavoro serrato in una scuola di scrittura creativa dove ho incontrato alcuni scrittori influenti e dopo aver vissuto tre mesi a casa dei miei genitori dove ho potuto finire la prima bozza. Dopo aver consegnato il manoscritto, ho trovato un lavoro piuttosto piacevole come editor in una rivista. Un anno dopo ho incontrato il mio secondo marito. Per la prima volta avevo un vero compagno, qualcuno su cui poter contare e che c’era per me e i nostri bambini in ogni modo possibile. La vita è diventata più facile, ho scritto un saggio, un secondo romanzo e circa trenta lunghi articoli in un periodo relativamente breve.

Oggi sono fondamentalmente “sponsorizzata” da quest’uomo molto amorevole che arriva a casa a fine giornata, mi chiede com’è andata la scrittura, mi versa del vino e poi mi porta fuori a cena. Mi accompagna quando devo fare 500 miglia per fare un reading di 75 minuti, gestisce i miei soldi, e non si lamenta mai che i miei piccoli libri cupi e sfrontati hanno avuto anticipi bassi e vendite modeste.

Ho finito il mio terzo romanzo in otto mesi precisi. Ho iniziato il libro durante una bellissima vacanza. Poi ho scritto felice e abbastanza velocemente perché avevo tempo e soldi, e sono stata aiutata dal marito, dall’agente e da un amico editor molto talentuoso. Senza tutti questi privilegi, forse sarei a pagina 52. Ecco. Io sono questa. E voi come fate?

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