Dorothy Parker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dorothy-parker/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Jun 2019 00:28:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dorothy Parker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dorothy-parker/ 32 32 La violenza dell’esistere e del resistere. James Purdy e l’imbelle teatro del quotidiano https://minimaetmoralia.it/libri/la-violenza-dellesistere-del-resistere-james-purdy-limbelle-teatro-del-quotidiano/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-violenza-dellesistere-del-resistere-james-purdy-limbelle-teatro-del-quotidiano/#respond Wed, 19 Jun 2019 06:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40524 di Marco Di Marco

Il mio incontro con James Purdy ormai affonda all’inizio del millennio, quando lessi quel piccolo gioiello sull’assenza che è Il nipote, al momento della sua ripubblicazione per minimum fax (nel 2005, nella collana Miminum Classics), un romanzo che probabilmente – pur essendo soltanto il secondo scritto da Purdy dopo il peculiare esordio di Malcolm nel 1959 – riesce a mettere in campo tutte o quasi le componenti dell’universo letterario di questo autore che da sempre, come lui stesso ha affermato, scorre come «un fiume sotterraneo che ha attraversato il paesaggio americano senza mai venire alla luce».

Negli anni, Purdy è infatti diventato una sorta di icona dell’autore di culto, religiosamente ossequiato da un’enclave ristretta, quasi custode del sacro mistero racchiuso nella sua scrittura, della quale diversi grandi autori (da Dorothy Parker a Samuel Beckett, Tennesse Williams e Paul Bowles, da Gore Vidal a Susan Sontag, Jonathan Franzen e David Means) non esitano a riconoscere la tragica e avvenente magia, sempre in flottante equilibrio tra la realtà e il suo specchio iperreale.

L'articolo La violenza dell’esistere e del resistere. James Purdy e l’imbelle teatro del quotidiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
purdt

di Marco Di Marco

Il mio incontro con James Purdy ormai affonda all’inizio del millennio, quando lessi quel piccolo gioiello sull’assenza che è Il nipote, al momento della sua ripubblicazione per minimum fax (nel 2005, nella collana Miminum Classics), un romanzo che probabilmente – pur essendo soltanto il secondo scritto da Purdy dopo il peculiare esordio di Malcolm nel 1959 – riesce a mettere in campo tutte o quasi le componenti dell’universo letterario di questo autore che da sempre, come lui stesso ha affermato, scorre come «un fiume sotterraneo che ha attraversato il paesaggio americano senza mai venire alla luce».

Negli anni, Purdy è infatti diventato una sorta di icona dell’autore di culto, religiosamente ossequiato da un’enclave ristretta, quasi custode del sacro mistero racchiuso nella sua scrittura, della quale diversi grandi autori (da Dorothy Parker a Samuel Beckett, Tennesse Williams e Paul Bowles, da Gore Vidal a Susan Sontag, Jonathan Franzen e David Means) non esitano a riconoscere la tragica e avvenente magia, sempre in flottante equilibrio tra la realtà e il suo specchio iperreale.

Da qualche mese, febbraio 2019, è in libreria A casa quando è buio (secondo volume che raccoglie il meglio dei racconti di Purdy, preceduto nel 2018 da Non chiamarmi col mio nome), per i tipi di Racconti Edizioni, casa editrice che meritoriamente dedica il proprio lavoro alla pubblicazione e al recupero delle narrazioni dal passo breve, italiane e straniere, nell’ottica di restituire al genere “racconto” quella dignità letteraria che in Italia non ha mai trovato vero terreno fertile.

La riproposta delle short stories di Purdy– preceduta di qualche anno dalla riproposizione di alcuni dei suoi romanzi da diversi editori, dalla già citata minimum fax a Baldini&Castoldi in primis – va a completare la retrospettiva di un autore che non può non essere considerato una delle pietre angolari della letteratura americana del secondo Novecento: per il distacco disincantato con cui guarda e descrive gli uomini e il loro mondo, per le tematiche trattate e per l’obliquità di sguardo e di atmosfera con cui vengono dipanate, per la carrellata dei suoi personaggi tanto realistici quanto umanamente bizzarri, se non grotteschi, tanto vitali quanto tragici, intrappolati nella crudeltà del vivere.

Giordano Tedoldi, quello che forse si può definire lo scrittore italiano più violento tra i suoi conterranei contemporanei (anche nel senso che ora si andrà a definire), in un suo recente articolo uscito su il Tascabile sostiene argutamente che Purdy è «uno degli scrittori più violenti della storia della letteratura», precisando che quella di cui si parla non è la violenza del gesto singolo, dell’atto abominevole (commesso e subìto), dell’azione orrorifica (a cui pure ci ha abituato nel bene e nel male molta letteratura moderna e contemporanea), ma quello che i personaggi «hanno nel sangue e nelle ossa prima di compiere un atto irrevocabile».

Probabilmente questa è una delle chiavi principali per decrittare la scrittura e le atmosfere di Purdy, ma aggiungerei a tutto ciò un corollario: in Purdy, nei suoi personaggi, nelle sue scene, nei suoi dialoghi, è la realtà che è imbevuta della violenza delle esistenze, una realtà fatta di esseri mortali imbelli di fronte all’iniquo sopruso che è la vita. La violenza, allora, è immanente nelle cose e negli uomini, nelle loro relazioni, nelle loro anche più comuni e banali azioni e decisioni. La ritroviamo allo stato latente, sempre pronta a incombere, o viceversa a un passo dalla detonazione per poi disinnescarsi e restare sinistra e muta – ma ineludibilmente presente – osservatrice dei “mortali”.

In ogni caso però imbrigliata in un linguaggio, in una scrittura che David Means – nell’introduzione alla raccolta Non chiamarmi col mio nome – definisce «stranamente formale», e che Tedoldi nella sua postfazione ad A casa quando è buio ridefinisce – approfondendo la locuzione di Means – «fragilmente formale», «contraddittoriamente formale», quasi un depistaggio, una porta dorata a delimitare la soglia dell’inferno.

Ma se la violenza sta nell’esistere, nell’esistere nella e per la realtà circostante, la violenza sta anche – forse addirittura di più – nel sottrarsi al proprio ambiente: l’assenza è un elemento narrativo che Purdy replica quasi ossessivamente sia nelle storie brevi che nei romanzi. Sia essa attiva o passiva, momentanea o definitiva, l’assenza è uno dei catalizzatori di quella “violenza esistenziale” che compone la realtà del mondo, agisce e condiziona l’ambiente dell’assente.

E così, la carrellata degli assenti – consapevoli o loro malgrado, giustificati o meno – nelle storie di Purdy è ampia e variegata. Ci sono i morti e i dispersi al fronte: nel romanzo Il nipote, la zia Alma, decidendo di scrivere una “commemorazione” di Cliff, il ragazzo che ha cresciuto insieme a suo fratello Boyd e che è ufficialmente disperso in Corea, s’imbatterà in una versione dei fatti, circa la vita pubblica e privata del nipote, piuttosto diversa dall’immagine che ne aveva lei (è così che Purdy mostrifica, usa violenza sulla nostalgia, uno dei sentimenti che solitamente si compone di languore e morbidezza, frantumandolo in cocci taglienti); nel racconto “Prendi il cappello”, una sera due amiche si ritrovano, in un bar frequentato da operai, a bere birra mentre emergono i tristi contorni del matrimonio di una delle due con Lafe, anch’egli disperso al fronte.

Ma assenza è anche abbandono: nella short story “Papà Wolf”, un uomo in una cabina telefonica sta cercando di rimettersi in comunicazione con una interlocutrice occasionale per continuare a sfogare la sua quasi inconsapevole disperazione – su cui sembra quasi fare capolino, sempre e solo in maniera allusiva, una sorta di follia – raccontandole di come è stato lasciato solo dalla moglie e dal figlio, fuggiti dalla vita nell’indigenza che conducevano con il protagonista in uno squallido appartamento dei sobborghi newyorkesi; nel racconto “Color del buio” l’impotenza di un padre nei confronti del figlio di pochi anni che sta crescendo con una governante dopo essere stato lasciato dalla moglie, restituisce un senso di ineluttabilità che ritroveremo ben più tardi in molte storie di Raymond Carver.

Quel senso di ineluttabilità, quella violenza intesa nel significato di cui si è detto finora, nei racconti di Carver si è condensato poi nei celeberrimi e ormai tanto, troppo, discussi finali aperti, agevolati dalla mano imperiosa dell’editor Gordon Lish, il quale dichiara apertamente il tributo alla scrittura di Purdy nel suo lavoro con Carver, e lo ribadisce in una nota intervista con The Guardian del 2015: «Se avessi qualcosa in mente quando ho fatto quello che ho fatto, è stato James Purdy, forse un po’ Grace Paley, ma Purdy più di chiunque altro». E ancora, l’assenza di un marito nella quotidianità di una moglie per via del lavoro (“Una donna buona”), o l’assenza che genera cortocircuiti negli eventi, come in “La lezione”, splendido racconto – quasi beckettiano viene da dire – ambientato a bordo piscina. Ci sono sempre, nelle storie purdiane, situazioni in cui qualcuno parla con qualcun altro di qualcuno che non c’è, a volte sfociando nel pettegolezzo moralista, come in “Guarda pure senza problemi”, a volte concretizzandosi in una semplice presa d’atto, come in “Prendi il cappello” o “In una donna buona”.

Un’altra delle componenti fondamentali nelle storie e nella scrittura di Purdy, risiede nella trasversalità, nella prospettiva obliqua, strisciante, elusiva e allusiva, attraverso cui – sia nei romanzi che nelle sue short stories – l’autore si confronta con lo squallore delle vite, con le dipendenze, con il tabù:emergono sempre sul pelo dell’acqua senza che il lettore se ne accorga, se le ritrova davanti senza neanche capire bene come, senza che siano mai state chiamate col proprio nome, parafrasando proprio Purdy (ma quando succede, come a un certo punto in “Buonanotte, tesoro”, i nomi sono solo cartina tornasole, certificazione, non hanno nessun proposito o effetto detonante): l’alcolismo tutto americano che sembra essere parte integrante dei diversi tessuti sociali, l’omosessualità (magistrale su questo è il racconto “Marito e moglie” che apre Non chiamarmi con il mio nome, o lo stesso “Guarda pure senza problemi”), lo stupro così come viene evocato in “Buonanotte, tesoro”, che diventa una sorta di manifesto della definizione di violenza purdiana, il cui focus non è sull’atto carnale, ma nel prima, e nel come il prima si innesta sul dopo.

Queste modalità di inquadratura, assieme all’asciuttezza e al rigore della scrittura (quell’ambigua formalità a cui si accennava in precedenza), trasformano gli scenari in minimali scenografie attraversate da simboli (forse uno particolarmente riuscito ed efficace è l’odore proveniente dalla fabbrica di ketchup che a intervalli regolari inonda la poco distante cittadina in cui è ambientato Il nipote, quasi una droga volatile a perpetuare l’immobilità narcotica della provincia profonda d’America), e gli esseri umani – seminali caratteri che sfoceranno solo più tardi nei personaggi di David Lynch – si muovono nel crudele teatro del mondo, sia esso un sobborgo urbano o una strada di case in un villaggio dell’entroterra muscolare, in apparenza cercando scampo a se stessi e agli altri, ma in realtà rassegnati a percorrere la propria esistenza lungo un binario morto.

L'articolo La violenza dell’esistere e del resistere. James Purdy e l’imbelle teatro del quotidiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/la-violenza-dellesistere-del-resistere-james-purdy-limbelle-teatro-del-quotidiano/feed/ 0
Gli dei di New York. Alcol, solitudine, pietà. Ritratti dell’ultima capitale https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-dei-di-new-york-alcol-solitudine-pieta-ritratti-dellultima-capitale/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-dei-di-new-york-alcol-solitudine-pieta-ritratti-dellultima-capitale/#comments Mon, 14 Dec 2015 06:30:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29359 Questo articolo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo (fonte immagine).

Su una nave che lambisce New York, per un attimo, Scott Fitzgerald sente che può essere salvato. Sono le prime luci della sera, l’autore di Belli e Dannati è a prua e dalla terra ferma ascolta echeggiare il fragore che precede la festa. Fitzgerald torna a Manhattan dopo tre anni di assenza e un pugno di libri di successo, non ha nessuna intenzione di darsi pace per la donna che ama. Sa già di essersi venduto l’anima alla bottiglia. Cammina sul ponte, tutto solo, e ammira lo scintillio newyorchese mentre la banda della nave suona un marcetta volgare rispetto al rumore bianco di Manhattan.

L'articolo Gli dei di New York. Alcol, solitudine, pietà. Ritratti dell’ultima capitale proviene da Minima et Moralia.

]]>
bronx

Questo articolo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo (fonte immagine).

Su una nave che lambisce New York, per un attimo, Scott Fitzgerald sente che può essere salvato. Sono le prime luci della sera, l’autore di Belli e Dannati è a prua e dalla terra ferma ascolta echeggiare il fragore che precede la festa. Fitzgerald torna a Manhattan dopo tre anni di assenza e un pugno di libri di successo, non ha nessuna intenzione di darsi pace per la donna che ama. Sa già di essersi venduto l’anima alla bottiglia. Cammina sul ponte, tutto solo, e ammira lo scintillio newyorchese mentre la banda della nave suona un marcetta volgare rispetto al rumore bianco di Manhattan.

Qui, adesso, l’inventore dell’età del Jazz ha l’assoluta certezza che per quante volte se ne fosse andato, New York sarebbe stata sempre casa sua. La sua casa, sua madre, la sua amante. È una trinità a cui non è abituato e lo lenisce dai sogni svaniti, dal suicidio sentimentale, dal talento sacrificato al gin: essere accolto, è questo. Di più: essere riconcepito. L’uptown, Harlem, ma anche i sobborghi di quel lembo di terra americana sono il confine al di là del paradiso, dove il reduce si maledice e prova a ripararsi. È un manifesto di dipendenza evocato nella Mia città perduta, il racconto che apre New York Stories, tributo alla capitale del XX secolo curato da Paolo Cognetti.

Per il futuro autore del Grande Gatsby, per Don DeLillo, per Dorothy Parker, per ognuno dei ventidue scrittori di questo affresco struggente, qualcosa avviene solo nel continente che va da Staten Island al Queens: nascere. La città più famosa d’America è l’utero che accoglie chi la abita, fecondandolo di letteratura. Chiunque assorbe storie, chiunque è una storia. Succede sulla nave di Fitzgerald, accadrà mezzo secolo dopo per un’anima italiana altrettanto in bilico. Non sono più gli anni ruggenti ma quelli della ribellione, sulla terra promessa sbarca un uomo “piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college”. È Pier Paolo Pasolini, sta andando a casa di Oriana Fallaci per due chiacchiere e un drink. Lei lo invita a entrare, lui è frastornato dall’umanità sfregiata che ha incamerato là fuori. Gli viene offerto da bere, whiskey? Birra? Cognac? Pasolini non esita, Coca-cola.

È l’incipit del ritratto incantato che la Fallaci lascia di questo marxista in visita fugace a New York. Lui vorrebbe più tempo, due o tre mesi, lei lo rassicura citando Orson Welles: per capire un Paese ci vogliono dieci giorni o dieci anni, all’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla. La fretta pasoliniana è quella di una nuova America che rimette il poeta in trincea,contagiando uomo e metropoli di un unico tumulto, “New York non è un’evasione: è un impegno, una guerra”.

La Fallaci ritrae la lotta di PPP davanti allo scintillio statunitense che gli è tanto distante e tanto gli è prossimo. C’è la fame pasoliniana e il sentore che il tempo, questo tempo, sia poco per esplorare il possibile. Così, di notte, Pasolini lascia la mondanità che lo richiede e “se ne va solo nelle strade più cupe di Harlem, di Greenwich Village, di Brooklyn, oppure al porto, nei bar dove non entra nemmeno la polizia, cercando l’America sporca infelice violenta che si addice ai suoi problemi, i suoi gusti, e all’albergo in Manhattan torna che è l’alba: con le palpebre gonfie, il corpo indolenzito dalla sorpresa d’essere vivo.”

Questa stessa sopravvivenza, inaspettata, è la felicità di Fitzgerald: Pier Paolo e Scott sono fratelli di una madre che svezza nel contrasto, lasciando ai figli lo stupore. Pasolini lo intuisce sulla Quarantacinquesima strada, quando si imbatte in un uomo che sta morendo e mentre muore ha la forza di piangere e scagliare un pacchetto contro il muro. Nessuno si ferma ad aiutarlo, come nessuno aveva fatto niente per un vecchio disteso sul marciapiede, il pomeriggio prima. Il vecchio se ne stava aggrappato a un giovante elegante, lo pregava con il suo viso già levigato dalla morte. La gente sfilava indifferente mentre in Pasolini cominciava il dubbio “Forse è una forma superiore di pietà”. L’altro aspetto della compassione,se fosse questo amore obliquo, New York?

E poi viene lo scotch, il whisky, il bourbon, ogni drink scolato prima negli speakeasy — i bar illegali del proibizionismo — e nella carta che nasconde le bottiglie per strada, e ovunque. L’alcol, nostro signore di New York. Fitzgerald, certo. E tutto il popolo di Manhattan e del Village, alveare di artisti e poveri diavoli scintillanti. Ma anche i sobborghi, raccontati da Dorothy Parker, la penna che meglio riesce a rendere la solitudine americana. “Si può dire che a nessuno New York risparmi l’amarezza del tradimento” scrive Cognetti per introdurre il sottile territorio newyorchese dei legami malridotti. La Parker lo incastona in Bella bionda, il racconto di un matrimonio che insegna l’arte della felicità nonostante tutto.

La signora Morse è la protagonista di questa lacerazione, con il suo patrimonio di speranze verso gli uomini e nessuna ricompensa: “C’era sempre in lei quella sottile e inespressa illusione che forse, chissà, un giorno le cose potevano cambiare e andare meglio”. È la fiducia provinciale dei quartieri fuori mano, con i loro cassetti stipati di liquori e di non detti che logorano le famiglie sul nascere. Dorothy Parker mette in scena questi rapporti abortiti e rattoppati e sfiniti, finché trova l’antidoto: l’ubriachezza. È l’inizio di un declino che resiste in periferia e trasloca sulla Quarantesima strada dove è più facile farla finita.

Davvero è così facile? New York rimescola le carte e, ancora una volta, genera destini alle sue creature. È l’affresco più impietoso, e tenero: quando la signora Morse rientra a casa, un pomeriggio, trova il marito che sta facendo le valigie per sempre. Ha il timore di dirgli qualsiasi cosa per ritrosia e per una lieve sbronza che la stordisce. Ha il cuore a pezzi. Si avvicina alla dispensa, guarda il suo sposo, — Un goccetto prima che tu te ne vada?

Si brinda alla nostalgia, a New York. Alla salute dei tempi andati, alla salute di chi arriva straniero con le proprie radici e non le dimentica. Truman Capote giura champagne a se stesso quando lascia l’Alabama e per la prima volta contempla la neve sulla Fifth Avenue, l’ottovolante a Coney Island, le macchine automatiche della gomma da masticare nella metropolitana, i pattinatori a Central Park. Nel Sud degli Stati Uniti è rimasta Selma, una vecchina curva dalla pelle scura e gli occhi infossati. La sua migliora amica. Ogni compleanno Selma gli invia una moneta da dieci centesimi avvolta nella carta igienica. Lo farà ogni trenta settembre, finché un giorno Capote si trova i dieci centesimi e un biglietto con cui è avvertito di tenersi pronto, lei sarebbe arrivata. È vicina alla fine e impaurita ma vuole sbugiardare la diceria che la “grande città” sia un posto pericoloso per il suo Truman.

L’attesa comincia qui: Selma che viene, Truman che aspetta. New York li custodisce. Anche se lei non arriverà, anche se lui non la rivedrà più. Così, quando Selma capisce che non partirà mai, chiede all’amico di garantire per la città che l’ha accolto: “Raccontami di quel posto, ma cose vere, non bugie». Capote lo fa, a sangue caldo. “Ma furono quasi tutte bugie […] perché era come se fossi stato in uno di quei castelli incantati visitati dai personaggi delle leggende: una volta fuori di là, non si ricorda, tutto ciò che rimane è l’eco spettrale di una meraviglia che non dà tregua”.

Il Bronx è la verità che Capote non rivela, sarà Don DeLillo a farlo. Lo scrittore newyorkese ha una sola possibilità, santificare la sua città a partire dal quartiere che ne detiene la fede. La preghiera di DeLillo è la storia di due suore che cercano auto abbandonate da segnalare alle gang, in cambio di dollari per il convento. Credere è anche questo, a New York: attraversare il peccato per trasformarlo in assoluzione. Occorre fegato e un Dio che chiuda un occhio sulle leggi di sopravvivenza, mentre Suor Edgar e Suor Gracie si fanno strada tra spacciatori armati, ladri che indossano Reebok sottratte ai morti, tossici infuriati, infanzie randagie.

È qui, tra i bambini perduti, che DeLillo edifica l’underworld della New York mistica. Tutto accade durante una perlustrazione, quando le suore vedono una ragazzina impaurita che fugge tra le macchine abbandonate. Si chiama Esmeralda e a suor Edgar ricorda il passato, quando alzava le mani sui bambini nel tentare di rieducarli, per poi fermarsi perché la pelle dei suoi alunni era diventata sempre più negra.“Come poteva picchiare un bambino che non le somigliava?”. Esmeralda è la terra che Dio può ancora salvare, New york il purgatorio possibile. Ma quale dio esiste ancora se una notte, quella stessa ragazzina, viene violentata e buttata giù da un tetto?

È il racconto di una tragedia, dove la pietà resiste. È il racconto di New York. Pasolini lo capì da un moribondo sul marciapiede, DeLillo lo rivela nell’addio all’infanzia sottratta. La comunità del Bronx ribalta la liturgia del lutto e piange Esmeralda come sa fare: davanti a un enorme cartellone pubblicitario dell’aranciata Minute Maid che un gruppo di writer ha scelto come altare. Hanno lavorato con i loro spray, appesi a corde di fortuna, per ritrarre il volto di chi non c’è più. Finiscono il murales di notte, centinaia di persone accorrono per questa preghiera di vernice che non si vede per il buio.

Rimane una possibilità, il treno che taglia il quartiere illuminando il volto dell’angelo volato via. Quando arriva, con il suo fischio stridulo e i fari accecanti, suor Gracie si addentra nella folla: di colpo sente il vociare della gente alzarsi in “una specie di urlo sfuggito di bocca, il grido della fede sguinzagliata”. Esmeralda è lì, dipinta nell’angolo libero dell’aranciata. Qualcuno piange, suor Gracie è sopraffatta da questo dio randagio che non è in cielo, nemmeno in terra. Ma c’è, innegabilmente, e viene dal Bronx, New York City.

L'articolo Gli dei di New York. Alcol, solitudine, pietà. Ritratti dell’ultima capitale proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-dei-di-new-york-alcol-solitudine-pieta-ritratti-dellultima-capitale/feed/ 1
Lillian Roxon, Mother of Rock https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/#comments Sun, 08 Feb 2015 11:05:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25354 L'8 febbraio 1932 nasceva Lillian Roxon. Pubblichiamo la prefazione di Robert Milliken a Rock Encyclopedia & altri scritti (minimum fax), il libro con cui Lillian Roxon rivoluzionò il modo di raccontare la musica e la cultura pop. La traduzione è di Tiziana Lo Porto.

di Robert Milliken

Nel 1969 il festival rock di Woodstock, nel nord dello stato di New York, radunò alcune delle più grosse band e cantanti degli anni Sessanta. Come evento fu una pietra miliare per un decennio in cui l’esplosione del rock’n’roll era servita a innescare una rivoluzione nella cultura giovanile. Di pietra miliare ce ne fu un’altra quell’anno: la pubblicazione della prima enciclopedia della musica rock. La Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia era la cronaca di una giornalista australiana dal centro della controcultura di New York, dopo un viaggio iniziato trentasette anni prima in Italia.

L'articolo Lillian Roxon, Mother of Rock proviene da Minima et Moralia.

]]>
motherofrock03

L’8 febbraio 1932 nasceva Lillian Roxon. Pubblichiamo la prefazione di Robert Milliken a Rock Encyclopedia & altri scritti (minimum fax), il libro con cui Lillian Roxon rivoluzionò il modo di raccontare la musica e la cultura pop. La traduzione è di Tiziana Lo Porto.

di Robert Milliken

Nel 1969 il festival rock di Woodstock, nel nord dello stato di New York, radunò alcune delle più grosse band e cantanti degli anni Sessanta. Come evento fu una pietra miliare per un decennio in cui l’esplosione del rock’n’roll era servita a innescare una rivoluzione nella cultura giovanile. Di pietra miliare ce ne fu un’altra quell’anno: la pubblicazione della prima enciclopedia della musica rock. La Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia era la cronaca di una giornalista australiana dal centro della controcultura di New York, dopo un viaggio iniziato trentasette anni prima in Italia.

Il nome di Lillian Roxon è ancora leggenda a Sydney, la città più grande d’Australia dove a metà del ventesimo secolo s’affollavano numerosi gli immigrati italiani. Ed è da Sydney che nel 1959, finiti gli studi e iniziata la sua carriera da giornalista, era partita alla volta di New York, giusto in tempo per la rivoluzione rock e i cambiamenti politici che fecero degli anni Sessanta un punto di svolta per la storia. Visse a New York per il resto della sua vita, fino alla morte, a quarantun anni, nel 1973.

Anche in quella città la Roxon, tra i superstiti della controcultura newyorkese, resta una leggenda. Mentre facevo le mie ricerche per la biografia Mother of Rock: The Lillian Roxon Story, personaggi di New York che non avevo mai visto prima d’allora mi richiamavano solo a sentire il suo nome, anche se era morta trent’anni prima.

Negli anni Sessanta, quando la maggior parte dei media più importanti continuava a trattare il rock’n’roll come una moda passeggera, la Roxon era avanti rispetto ai suoi tempi. Lei ci vedeva qualcosa di più significativo, la scintilla di una più ampia rivoluzione sociale e sessuale. Lillian Roxon decise che la gente che faceva la musica – da Jimi Hendrix e i Byrds a Wilson Pickett e i Pink Floyd – meritava di essere documentata in un’enciclopedia. Per ciò che è riuscita a fare, Steven Gaines, autorità indiscussa nella cultura pop, l’ha descritta come la «madre del giornalismo rock’n’roll».

La Roxon fu una figura chiave del Max’s Kansas City, il bar e ristorante di New York dove si ritrovavano rockstar, manager, uffici stampa e l’appena nato mondo dei giornalisti e fotografi di musica. Lei teneva banco nella famosa stanza sul retro, dove diventò, nelle parole di Loraine Alterman, altra giornalista rock di punta, la «Dorothy Parker del Max’s Kansas City».

Più grande di dieci anni della maggior parte delle poco più che adolescenti e ventenni che muovevano i primi passi nel mondo rock di New York, l’età della Roxon, le sue esotiche origini australiane e l’internazionalità emanata da un’infanzia italiana le davano un’autorità che ad altre mancava. Danny Goldberg, ex giornalista rock che in seguito sarebbe diventato il promoter dei Led Zeppelin e il presidente e amministratore delegato della Mercury Records, ha detto della Roxon che era «estremamente eccitante avercela intorno». Goldberg ricordava il talento della Roxon nello scegliere tra le giovani speranze e nell’incoraggiarle in quello che era un mondo duro, competitivo e spesso solitario: «Cambiava sul serio la vita della gente. Se decideva che qualcuno era speciale diventava il più incredibile dei supporter. E tra gli speciali c’erano artisti come David Bowie, c’era Germaine Greer e c’era gente come me».

Lenny Kaye, che all’epoca era un giovane giornalista rock, in seguito sarebbe diventato chitarrista e collaboratore musicale della poetessa e cantante Patti Smith, con cui continua a esibirsi in concerto. Kaye ricorda Lillian Roxon e Danny Fields, agente e ufficio stampa, altra figura chiave del Max’s, come i suoi «emissari celesti». Dice che la Roxon non voleva nient’altro «che la mia amicizia e che io sapessi che quello che facevo aveva un valore». Ogni volta che Kaye suona a Sydney con Patti Smith, dal palco della sua città dedica sempre una canzone a Lillian Roxon.

Lillian Roxon era nata nel 1932 come Liliana Ropschitz. I suoi genitori, Izydor Ropschitz e la moglie Rosa, erano polacchi di Lvov, una magnifica antica città dell’est della Galizia, Europa centrale. Il padre di Izydor commerciava gioielli. Dopo che durante la prima guerra mondiale la Russia occupò Lvov, la famiglia si trasferì a Vienna in cerca di migliori prospettive di lavoro. Fuggivano anche dall’antisemitismo che esisteva in Polonia già da molto prima che il regime nazista tedesco occupasse il paese. Izydor voleva fare il medico, ma molte università polacche erano a numero chiuso per gli ebrei, se non del tutto inaccessibili.

In Italia non c’erano restrizioni del genere. Izydor si iscrisse a medicina all’Università di Padova, all’epoca la migliore in Italia, e una delle più prestigiose in Europa; si laureò nel 1925. Il tempo di finire gli studi e si era già innamorato dell’Italia e della vita italiana. Tre anni prima Rosa aveva già dato alla luce il loro primogenito, Emanuele, poi detto Milo. La famiglia si trasferì ad Alassio, affascinante cittadina della Riviera ligure, dove l’attività medica di Izydor prosperò. Molto prima dell’epoca del turismo di massa, Alassio era una zona di svago esclusiva per i ricchi e famosi inglesi e americani, inclusi l’attore Charlie Chaplin e lo scrittore Ernest Hemingway.

Lillian nacque quando Milo aveva dieci anni, nella città portuale di Savona, sul Mediterraneo, tra Alassio e Genova. Il loro fratello Jacob, poi detto Jack, sarebbe arrivato quattro anni dopo Lillian. Fu un’infanzia idilliaca. La famiglia Ropschitz viveva in una casa confortevole e da benestanti con balconi di ferro battuto e un grande giardino ombrato da palme. Lillian passò i suoi primi sei anni sgambettando con sua madre, i fratelli e la tata sulla spiaggia sabbiosa di Alassio, e trascorrendo le vacanze con la famiglia a Vienna e Zakopane, località turistica sui monti Tatra nel sud della Polonia.

L’idillio si infranse nell’ottobre del 1936, quando il dittatore fascista Benito Mussolini firmò con Adolf Hitler l’Asse -Roma-Berlino. Fino ad allora la vita ad Alassio era stata cullata da un falso senso di sicurezza. Nella Germania nazista gli ebrei erano stati gradualmente cacciati dai loro lavori e dalle scuole, ed esclusi dalla partecipazione alla vita di tutti i giorni. Il partito fascista in Italia non li aveva discriminati allo stesso modo. Con l’Asse Roma-Berlino le cose cambiarono. Nel dicembre 1938 il governo italiano ordinò alla famiglia Ropschitz di lasciare il paese.

Izydor aveva percepito la crisi ben prima che arrivasse, e aveva iniziato a prepararsi. Mesi prima, quello stesso anno, aveva ottenuto un passaporto polacco dal console generale polacco a Londra. Quando infine scoppiò la guerra il passaporto gli diede lo status di alleato della Gran Bretagna e dell’Australia. Molti altri ebrei che dalla Germania e dall’Austria si trasferirono in Inghilterra vennero stigmatizzati come «nemici stranieri» e mandati nei campi d’internamento. Subito dopo avere ricevuto l’ordine di lasciare l’Italia Izydor portò Milo, all’epoca sedicenne, a Londra per aiutare a organizzare il trasferimento della famiglia. Di lì a poco li seguirono Rosa, Lillian e Jack.

Izydor fece richiesta perché la famiglia emigrasse negli Stati Uniti o in Australia. Ma le rigide quote d’immigrazione negli Stati Uniti escludevano quell’opzione. Nel luglio 1939, l’Australia offrì l’ingresso ai Ropschitz. Furono fortunati. Gli immigrati che all’epoca venivano ammessi in Australia erano per la maggior parte inglesi. Ma con l’ascesa del nazismo e la necessità degli ebrei di lasciare l’Europa, l’Australia e altri paesi ricchi fecero fronte alla crescente pressione internazionale affinché accettassero più rifugiati. E per i Ropschitz l’Australia offriva due grandi vantaggi: era lontanissima dalla conflagrazione che stava per inghiottire l’Europa, ed era calda, soleggiata e rilassata come la vita che erano stati costretti a lasciare ad Alassio. Izydor trovò lavoro come chirurgo su una nave mercantile inglese diretta in Australia. La famiglia salpò nel luglio 1940, e un mese dopo approdò in Australia.

A Lillian i successivi diciannove anni in Australia fornirono la sicurezza e le basi professionali che la guerra in Europa aveva troncato. Ma l’infanzia felice trascorsa ad Alassio condizionò il suo immaginario per il resto della vita. Poco dopo essere arrivata a New York nel 1959, a ventisette anni, le capitò di andare a vedere alla New York University I bambini ci guardano, un film del regista italiano Vittorio De Sica. Scrisse alla madre in Australia descrivendo quella «stranissima esperienza». La storia veniva raccontata attraverso gli occhi di un bambino di quattro anni, ma per Lillian c’era un fatto più importante:

Il fatto è che circa metà del film è ambientato ad Alassio, e in effetti l’hanno girato là. Ho riconosciuto l’isola e la montagna a un estremo della spiaggia e le palme e la stazione e le capanne e quelle barche buffe con sopra i seggiolini e l’acqua. E tutto m’è arrivato nel più strano dei modi, come se di colpo avessi io stessa soltanto quattro anni. Il film è stato fatto nel 1942, durante il regime fascista, non così lontano dal 1938, quando siamo andati via. È stato strano vederlo per metà con gli occhi del bambino del film, e con i miei ricordi, e per l’altra metà con i miei occhi da adulta: di colpo ho visto Alassio come dovevi vederla tu – con tutta quella cosiddetta gente «sofisticata» e gli uomini e le donne vecchie vecchie. Come sai [De Sica] è un genio nel mostrare la vita per com’è, anche allora che era all’inizio della carriera. A un certo punto il bambino sta imparando a nuotare e l’acqua ovviamente è calma ma ci sono delle piccole onde che gli arrivano in faccia e lo spaventano. Te lo immagini cosa sia stato vedere una scena così? Sono ancora scossa.

Quando nell’agosto 1940 la famiglia Ropschitz arrivò a Melbourne, presero il treno verso nord diretti a Brisbane, capitale dello stato di Queensland. Izydor aveva già scritto da Londra per registrarsi lì come medico. L’Australia aveva pochi medici generici, e il Queensland accettava laureati da un selezionato gruppo di università europee, tra cui quella di Padova.

Brisbane era una città insulare dal clima semitropicale con una popolazione prevalentemente anglo-celtica. I Ropschitz decisero che modificare il loro cognome esotico sarebbe stato saggio per mescolarsi alla comunità locale. Il nuovo nome lo inventò Lillian, che aveva otto anni. Per come ha raccontato la cosa anni dopo, mentre un giorno la famiglia camminava sulla spiaggia vicino Brisbane, vide delle rocce vicino all’acqua e suggerì di dare alla parola inglese un suffisso melodioso facendola diventare Roxon. I genitori approvarono. Anche se il padre cambiò ufficialmente il nome di famiglia da Ropschitz a Roxon, le radici europee non vennero mai abbandonate da nessuno dei due genitori. Due anni dopo Izydor ricambiò formalmente il proprio nome, stavolta in Roxon-Ropschitz.

Per Lillian il cambio di nome fu il primo passo nel reinventare se stessa da bambina italiana rifugiata a giovane donna indipendente aperta alle sfide del Nuovo Mondo.

Paradossalmente, la città di provincia a cui i Roxon erano approdati fuggendo dall’Olocausto in Europa, di lì a poco diventò essa stessa epicentro della guerra. Dopo che nel dicembre 1941 il Giappone bombardò Pearl Harbor, il generale Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze alleate nel sudest del Pacifico, si stabilì a Brisbane per muovere guerra al Giappone. Quasi centomila truppe americane vennero stazionate in Australia, due terzi delle quali a Brisbane e dintorni. Portarono il jazz, lo swing e nuovi balli. Per la giovane Lillian, già dotata osservatrice del mondo intorno a sé, fu la prima esposizione alla cultura pop americana di cui anni dopo avrebbe finito per diventare cronista.

Lillian andò alla Brisbane State High School, liceo che attraeva studenti brillanti. E finì all’interno di una scena culturale di giovani artisti sovversivi, scrittori e musicisti che si ritrovavano al Pink Elephant Coffee Lounge, nel cuore di Brisbane. Quel variopinto gruppo di persone, tutte più grandi di Lillian, rappresentava il genere d’arte moderna e progressista evitata dall’establishment culturale della Brisbane dell’e-poca. Molti di loro sarebbero diventati tra i più celebri artisti e scrittori australiani. Già all’epoca, come sarebbe accaduto anche in seguito, Lillian spiccava tra i suoi pari. Charles Osborne, uno di «quelli del Pink Elephant» di -Brisbane, ha ricordato Lillian come «una studentessa sicuramente fuori dal comune. Sembrava più grande della sua età, e molto precoce. Appariva assolutamente brillante e molto informata».

Dopo essersi diplomata a Brisbane, la Roxon si spostò a sud trasferendosi a Sydney, la città più antica e dinamica d’Australia, per intraprendere a diciassette anni gli studi universitari. Mentre le altre ragazze della sua età pensavano a sposarsi e mettere su famiglia, la Roxon aveva già in mente di diventare giornalista. A risaltare era la sua personalità, ma anche la bellezza fisica. Non faceva che lamentarsi del suo peso altalenante, ma seduceva gli altri con la sua pelle perfetta, gli occhi luminosi e un incantevole sorriso.

All’Università di Sydney, dove nel 1949 intraprese gli studi d’arte, Lillian Roxon si imbatté in un gruppo di persone ancora più ribelli dei frequentatori del Pink Elephant. I Libertarians, diventati poi famosi come «Sydney Push», erano un gruppo che si ispirava al pensiero radicale di John Anderson, docente di filosofia all’università. Il loro senso d’avventura intellettuale e sessuale li mise in guerra con i costumi sociali conservatori dell’Australia degli anni Cinquanta. Con la sua sicurezza, saggezza, bellezza, parlantina e curiosità intellettuale, la Roxon divenne una figura centrale del gruppo. Viveva con il suo primo fidanzato, George Clarke, un bello studente d’architettura, in una soffitta al centro di Sydney, insolita sistemazione in quegli anni per dei giovani di ceto medio non sposati.

Malgrado i modi libertari dei Push, la Roxon finì per trovare il gruppo troppo chiuso. «Mi annoiavano terribilmente», scrisse anni dopo. Aveva già messo gli occhi sull’America. Il primo passo, un biglietto d’ingresso nel mondo del giornalismo, lo fece all’inizio del 1957, poco prima dei venticinque anni, quando entrò nella redazione di Weekend, un giornale scandalistico e spinto di Sydney. Donald Horne era l’improbabile direttore della rivista. Horne era un intellettuale che nel 1964 avrebbe pubblicato un libro sull’Australia, The Lucky Country, diventato poi un classico. Era anche un giornalista astuto, che assunse la Roxon su due piedi «perché amavo il modo in cui parlava».

Lillian Roxon divenne la reporter preferita da Horne in una rivista consacrata a storie sulle celebrità, al mondo emergente della cultura giovanile e all’avvento della musica rock’n’roll nell’o-pulenza degli anni Cinquanta. Horne la trovava «ambiziosa, coscienziosa e determinata ad affermarsi». Judy Smith, un’amica del giro dei Sydney Push, ricorda come alcuni «seri Libertarians» aggrottarono la fronte quando la Roxon passò al mondo di Weekend. «Ma lei prendeva il giornalismo molto seriamente», dice la Smith. «Era prolifica. Metteva le parole sulla pagina come un pittore dipinge un quadro. Arrivavano dritte con una luminosità rapida e verbale, e questa cosa non cambiò mai».

Nel 1959 Lillian Roxon lasciò Sydney per New York. Attraversando il Pacifico, si fermò alle Hawaii per intervistare una delle figure più eminenti del rock’n’roll, il Colonnello Tom Parker, manager di Elvis Presley. Anni dopo, quando era editorialista per il Sunday News di New York, la Roxon ricordò Parker come «uno di quegli uomini paffuti con gli occhi come marmo splendente e un fuorviante sorriso paterno».

Nella diaspora cominciata ad Alassio, New York diventò l’ultima destinazione della Roxon. La frenesia, l’energia e le attitudini aperte della città fecero da calamita per l’ambizione di praticare i suoi talenti su scala planetaria. All’inizio trovò lavoro nella sede di New York del Daily Mirror di Sydney, quotidiano pomeridiano che Rupert Murdoch, all’epoca magnate alle prime armi, comprò l’anno successivo. Il redattore capo era Zell Rabin, ex fidanzato della Roxon e, come lei, figlio di ebrei europei emigrati in Australia.

Nel 1963 la Roxon passò alla redazione di New York del Sydney Morning Herald, il più vecchio e all’epoca più ricco e influente quotidiano australiano. La redazione era composta da un copioso staff di giornalisti, e si trovava nel palazzo del New York Times, davanti Times Square. Sei anni dopo, in seguito al successo della sua Rock Encyclopedia, Lillian Roxon intraprese una vita da freelance, anche se non smise mai di scrivere per l’Herald e altri quotidiani e periodici australiani del gruppo. Aveva una rubrica settimanale di musica rock sul Sunday News di New York, diventando così la prima giornalista rock donna a scrivere su un giornale a larga distribuzione. Scriveva per Crawdaddy, Fusion, Creem e altre riviste di musica rock venute fuori a metà anni Sessanta. A inizio anni Settanta, con il diffondersi del movimento femminista, le venne commissionata la rubrica mensile «La guida al sesso per la donna intelligente» su Mademoiselle, rivista femminile a larga distribuzione pubblicata da Condé Nast. E nel 1971 iniziò a scrivere e condurre il Lillian Roxon’s Diskotique, programma radio quotidiano sulla musica rock trasmesso da 250 stazioni in tutta l’America.

Se la Roxon iniziò a interessarsi alla scena della musica rock che aveva cominciato ad affermarsi nella prima metà degli anni Sessanta in Inghilterra e America fu perché, scrisse in seguito, riusciva «a vedere la forza travolgente che sarà». Nel 1966 scrisse a un’amica in Australia: «Capisco cosa sta succedendo altrove ma questa roba della musica è grossissima e sarà quella che avrà più successo. È come la Cina Rossa. È enorme ed è lì e non puoi fare finta ancora a lungo che non ci sia». La musica era di per sé interessante quanto bastava. Ad affascinarla ulteriormente era il fenomeno del cambiamento che si portava appresso: nella cultura giovanile, nei costumi e nello stile di vita.

Alle conferenze stampa della cosiddetta «British Invasion» delle rock band in America la Roxon incontrò due persone chiave del mondo rock di New York. Uno era Danny Fields, all’epoca direttore di Datebook, una rivista per adolescenti, che sarebbe diventato ufficio stampa dei Doors e della band inglese Cream, e in seguito manager degli mc5, di Iggy Pop and the Stooges e dei Ramones. L’altra era Linda Eastman, all’epoca fotografa, che in seguito sposò il Beatle Paul McCartney. Danny Fields e Linda McCartney diventarono due degli amici e confidenti più cari della Roxon.

Fields ricorda di avere conosciuto Lillian Roxon a New York nel 1966, durante la conferenza stampa per Brian Epstein, manager dei Beatles. Nel bel mezzo di una serie di domande stupide e ossequiose fatte dagli altri giornalisti, la Roxon galvanizzò l’evento – e stupì Fields – chiedendo: «Signor Epstein, lei è milionario?» Per Fields la domanda della Roxon fu l’unica che riconosceva che il rock era destinato a diventare un grosso business, influenzando e trasformando praticamente ogni aspetto della cultura popolare.

La Roxon conobbe Linda Eastman lo stesso anno a una conferenza stampa a New York per l’arrivo del gruppo rock britannico Dave Clark Five. Linda aveva mollato il lavoro di giornalista di moda per la rivista conservatrice Town and Country. Lei e Lillian riconobbero il reciproco interesse nel raccontare la scena rock, Linda come fotografa, Lillian come giornalista, e avviarono una stabile amicizia. La Roxon pensava che in un territorio dominato dagli uomini il talento fotografico di Linda, più giovane di lei, andasse sostenuto. Purtroppo la loro amicizia non sopravvisse al 1969 e al matrimonio di Linda con Paul McCartney, conosciuto due anni prima a Londra per lavoro. Quando Linda smise di essere una celebre fotografa per diventare una celebre moglie, tagliò fuori Lillian e altri della loro ristretta cerchia newyorkese. La Roxon ne fu distrutta. Blair Sabol, giornalista del Village Voice e amico sia della Roxon che di Linda, scrisse in seguito che «la sparizione [di Linda]… lasciò Lillian a pezzi fino al giorno della sua morte». L’amicizia infranta non venne più risanata fino alla prematura scomparsa della Roxon nel 1973.

Lillian Roxon ebbe anche un’amicizia turbolenta con Germaine Greer, la giornalista femminista australiana. La Greer era arrivata a New York nel 1968 dall’Inghilterra, dove aveva insegnato all’Università di Warwick. Le due donne avevano parecchie cose in comune, e non avrebbero potuto che andare d’accordo: erano state entrambe membri dei Libertarians di Sydney in Australia, dove avevano amici comuni, ed erano entrambe donne di grande intelligenza e indipendenza destinate a lasciare un segno nel mondo. Forse per via della rivalità, l’amicizia diventò quasi immediatamente turbolenta.

Nel Natale del 1968, quando Germaine Greer arrivò a New York sperando di stare con la Roxon nel suo minuscolo appartamento sulla Cinquantunesima Est, Lillian lavorava da mattina a sera alla sua Rock Encyclopedia, cercando di rispettare la data di consegna all’editore. Dirottò la Greer al Broadway Central Hotel, un albergo economico che pensava sarebbe stato adeguato alle sue finanze. L’albergo non piacque alla Greer, che andò a stare da altri amici. Lillian presentò la Greer ai suoi famosi amici musicisti del Max’s Kansas City, ma gli alterchi verbali tra compatriote durante la visita della Greer a quanto pare interruppero per un anno l’amicizia.

Ciononostante, quando nel 1970 Germaine Greer pubblicò L’eunuco femmina, il libro che sarebbe diventato la bibbia del movimento femminista e che avrebbe fatto di lei una celebrità internazionale, lo dedicò a Lillian Roxon e ad altre quattro donne. La pagina delle dediche comincia così:

Questo libro è dedicato a lillian, che vive solo con una colonia di scarafaggi newyorkesi, la cui energia non è mai venuta meno malgrado l’ansia, l’asma e il sovrappeso, che è sempre interessata a tutti, a volte è arrabbiata, altre volte è stronza, ma è sempre coinvolta. Lillian l’abbondante, la dorata, l’eloquente, la ben e mal amata; Lillian la bella che è convinta di essere brutta, Lillian l’infaticabile che pensa di essere sempre stanca. 

La Roxon sosteneva con convinzione il movimento femminista, ma trovò la dedica della Greer ambigua. Anche se nel 1971, quando Germaine Greer andò a New York per la promozione dell’Eunuco femmina, le due passarono del tempo insieme, la loro amicizia non tornò più come prima. Più avanti, quello stesso anno, Lillian scrisse a sua volta un ritratto vivace di Germaine in un articolo per la rivista rock Crawdaddy.

__________

Quando nel 1969 l’editore newyorkese Grosset & Dunlap pubblicò la Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia, non esistevano libri del genere. Inizialmente la Roxon lo aveva pensato come un tascabile. Diventò un hardcover di 611 pagine che elencava più di 500 voci da Acid Rock a Zombies, 1202 rockstar e 22.000 titoli di canzoni. La scrittura brillava del vivido stile della Roxon e delle sue acute osservazioni sulle classiche band e gli artisti dell’era; quarantacinque anni dopo i suoi racconti continuano a colpire. Dei Rolling Stones scrisse: «Quelle dei Beatles erano canzoni risciacquate e appese fuori ad asciugare. Gli Stones non hanno mai visto l’acqua e il sapone». Per la foto dell’autore da mettere nel risvolto di copertina, la Roxon scelse uno scatto di Linda Eastman.

La New York Times Book Review descrisse l’enciclopedia come «concisa nella critica, estremamente aggiornata, meravigliosamente appassionante e probabilmente definitiva». Nel 1971 seguì un’edizione tascabile. La Roxon era convinta che adesso fossero i giornalisti emersi intorno alla scena rock a «fare nascere le star», anche più dei produttori e degli impresari come il Colonnello Tom Parker, perché i giornalisti avevano il potere di stabilire un contatto tra le star e il loro pubblico in un’epoca in cui i quotidiani e il giornalismo su carta regnavano sovrani. Nell’edizione tascabile ringraziò i suoi colleghi «per avere portato così tanta vitalità alla scena e avere dato alle parole la stessa magia della musica».

Ma scrivere l’enciclopedia gravò sulla salute della Roxon. La scrisse per più di otto mesi, dal maggio del 1968, senza prendersi una pausa dal suo lavoro nella redazione del Sydney Morning Herald. In quell’anno pieno di notizie, dovette coprire anche quanto successe dopo l’uccisione di Robert Kennedy e la campagna presidenziale di Richard Nixon. Lillian Roxon s’ammalò di asma, e per curarla le vennero prescritte prevalentemente delle medicine a base di cortisone; le medicine a loro volta le fecero prendere peso.

Malgrado i problemi di salute, l’energia che la Roxon metteva nel lavoro rimase invariata. La incontrai per la prima e unica volta a Londra alla fine del 1972. Era lì per scrivere del gruppo glam rock inglese Slade. Sempre in lotta con asma e peso, risplendeva per la bellezza del volto e l’incantevole sorriso, e per l’entusiasmo nel discutere non solo delle ultime novità musicali ma anche dei più recenti eventi politici e pettegolezzi sullo star system in America.

Il 10 agosto del 1973 Lillian Roxon morì per un grave attacco di asma nel suo appartamento di New York. Aveva quarantun anni. La notte precedente aveva raggiunto alcuni amici per il party promozionale di un artista performativo al Max’s Kansas City. Crudeli paradossi circondarono la sua morte. Rockstar di cui aveva scritto, e persone del giro, iniziarono a morire per abuso di droghe e alcol. La Roxon non aveva mai bevuto, fumato o sperimentato droghe. Rimase vittima di una malattia naturale, aggravata dalla sua estenuante devozione al lavoro.

Rosa, la madre di Lillian, morta a Sydney otto anni prima, aveva sempre riposto una vana speranza che la figlia un giorno sarebbe tornata in Australia, si sarebbe sposata e si sarebbe sistemata. Lillian era uno spirito troppo indipendente per coronare il sogno casalingo della madre. Helen Reddy, la cantante australiana la cui canzone «I Am Woman» è diventata inno del movimento delle donne dei primi anni Settanta, probabilmente lo ha detto meglio di tutti nel suo tributo all’amica:

Rimpianti? Non credo ne avresti. Hai avuto una vita meravigliosa. I tuoi compagni erano i più arguti e intelligenti della loro generazione. Hai visto una nuova forma d’arte levarsi e veleggiare dall’albero maggiore. Hai raggiunto il successo contro ogni probabilità e credo tu sia stata felice di andartene ancora giovane e con il letto caldo. New York ha perso una delle sue leggende, e non voglio entrare al Max’s Kansas City senza vederti tenere banco o senza che mi prendi per mano e dici: «Tesoro, c’è una persona meravigliosa che devi conoscere».

 

© minimum fax 2015 – tutti i diritti riservati

L'articolo Lillian Roxon, Mother of Rock proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/feed/ 2
James Franco in arte Re Mida https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/ https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/#comments Fri, 27 Apr 2012 13:07:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7635 Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D - La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: "All writers are starfuckers". Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c'è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa "fucker "di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m'ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s'è rallegrato e m'ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l'ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

L'articolo James Franco in arte Re Mida proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: “All writers are starfuckers”. Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c’è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa “fucker “di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m’ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s’è rallegrato e m’ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l’ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

Per l’esattezza, un quarto d’ora l’ho passato cercando di spiegargli che nelle lingue non anglofone la gente ogni tanto si dà del lei (no, non lo sapeva, e io avevo bisogno di capire se la protagonista di uno dei racconti che ha una storia con il suo allenatore gli dà del tu da subito, o solo dopo che iniziano a fare sesso), e nei restanti cinque minuti si è parlato di nomi propri. Io: “Vicky the hickey (Vicky detta il succhiotto, ndr) non lo possiamo tenere così, ché in italiano non c’è con cosa fargli fare rima”. Franco: “Be’, mettiamo un nome italiano, no?”. Io: “No, mica si fa che quando traduci un libro traduci anche i nomi propri”. Franco: “Ah”. Mezzo minuto di silenzio. Poi, io: “Non ti preoccupare, in qualche modo risolvo”. Franco: “Ah, bene, grazie. Se vuoi puoi cambiare anche gli altri nomi. Cambia pure tutti i nomi che vuoi”. Cosa che mi sono ben guardata dal fare, cambiando alla fine solo “Vicky the hickey” in “Sheena la sveltina”. Fine della telefonata. Ciao James Franco. Ciao traduttrice.

In veste di giornalista

Qualche mese dopo (poche settimane fa) ho provato a richiamare James Franco per intervistarlo. Ma lì dove da traduttrice ero riuscita, ho fallito miseramente da giornalista. Il suo manager mi ha detto che sono iniziate le riprese di un nuovo film (Spring Breakers di Harmony Korine, in cui Franco fa il rapper Riff Raff, la rete è già piena di immagini), si è scusato, ma non sapeva se James sarebbe riuscito a trovare il tempo per un’intervista. Comunque ci avrebbe provato. Gli ho detto ok, e come in uno dei racconti migliori di Dorothy Parker, mi sono ritrovata a fissare il computer per giorni sincronizzata col fuso orario di Los Angeles in attesa di un’email che mi dicesse quando e a che numero chiamarlo (ai tempi di Dorothy Parker i computer non c’erano e la protagonista del suo racconto fissava il telefono aspettando direttamente la telefonata, ma il concetto resta lo stesso). Quando ho capito come andava a finire, ho provato a chiedere a Twitter quello che avrei chiesto a Franco. Ecco il risultato.

Per chi parla la mamma

Anche James ha una mamma che va fiera di lui. E dei suoi fratelli. Le soddisfazioni che James nega ai fan che lo seguono sui social network (e coi quali si guarda bene dall’interagire), le dà la madre. È registrata come FrancosMom, perché oltre che di James va fiera dei figli più piccoli Dave e Tom (rispettivamente, attore e artista). Mamma Franco twitta spesso, rispondendo anche a nome della progenie. A volte riesce addirittura ad anticipare le domande dei fan dei figli, e scrive cose tipo: “Per chiunque se lo stia chiedendo, Dave non è su Twitter”. Vi vergognate dei vostri genitori che non fanno che raccontare agli estranei gli affari vostri? Be’, grazie a mamma Franco potrete smettere di farlo.

 Perché James è Figlio di Dio

Sarebbe stato retorico, ma la domanda sullo scrittore vivente preferito l’avrei comunque fatta. E il fondato sospetto è che la risposta sarebbe stata: Cormac McCarthy. Nel 2011 Franco aveva deciso di dirigere un film da Meridiano di sangue di McCarthy. Abbandonato il progetto, è rimasto fedele allo scrittore e ha cambiato romanzo, optando per il più semplice (almeno in termini di produzione) Figlio di Dio. Le riprese sono presto iniziate e già finite, con Scott Haze nei panni di Lester Ballard e una particina anche per lo stesso Franco (Jerry). L’uscita del film è prevista per il 2013, ma in rete si trovano già alcuni filmati del backstage.

Di top in top

Se un solo scrittore non vi dovesse bastare, e voleste sapere gli altri nomi degli autori più amati da Franco, c’è in rete una top 5 dei suoi libri preferiti. Direttamente dal sito di Oprah Winfrey (con relativo tweet), ecco i magnifici cinque: Mentre morivo di William Faulkner, Love & Fame di John Berryman, Perché corre Sammy? di Budd Schulberg, Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (vero capolavoro, ma per favore, leggetelo in inglese) e Jesus’ Son di Denis Johnson. Sempre in rete, sul sito del Daily Beast, si rimedia facilmente anche una top 6 dei suoi libri preferiti: escono dalla classifica Berryman, Schulberg e Danielewski, raddoppia Faulkner con il racconto L’orso, ed entrano Ernest Hemingway con I racconti di Nick Adams, Frank Bidart con In the Western Night e Charles Bukowski con Panino al prosciutto. Aggiungiamo all’autorevole gruppo anche il poeta Hart Crane, su cui Franco ha diretto e interpretato (come tesi del master di regia che ha fatto alla NYU) un film biografico uscito a fine marzo in dvd. Si chiama The Broken Tower. L’ho comprato su Amazon e appena visto. Ed è bello come tutto.

Dopo le opere prime arrivano sempre le opere seconde

Qualche giorno fa, Julia25 ha twittato a mamma Franco: “Che dolce la scritta di James “A mio padre” con sotto un cuoricino…”. E mamma Franco: “Dov’è che hai visto la scritta di James che dice “A mio padre”?”. Julia25 ha mandato prontamente un’immagine, che è di una delle prime pagine del secondo libro a firma James Franco. Quest’opera seconda si chiama Dangerous Book Four Boys, è appena uscita negli States per Rizzoli Usa, effettivamente è dedicata al padre ed è un libro d’arte. Curato da Alanna Heiss, il volume monografico contiene immagini e testi dell’omonima personale di James Franco ospitata nel 2010 dalla Clocktower Gallery di New York e nel 2011 dalla Peres Projects di Berlino. La mostra (foto, video e installazioni) è un percorso attraverso la propria infanzia e adolescenza e un’indagine sulla sessualità. Dice Franco a un certo punto del libro: “Uomo e donna sono ideali impossibili… siamo tutti sessualmente incasinati, a metà strada tra i due generi, sospesi come angeli”. Di sicuro sono sessualmente incasinati il Capitano Kirk e Spock di Star Treck che in una delle opere di Franco in mostra (e nel libro) si innamorano l’uno dell’altro e fanno sesso.

Come trasformare una soap opera in opera d’arte

Ammettiamolo, a noi James Franco piace anche perché fa General Hospital. Ha iniziato che era già famoso (è entrato nel cast nel novembre del 2009), ha smesso per un breve periodo, e poi è tornato. Oltre che per l’accettare un ruolo in una soap opera a scapito di molte altre cose che potrebbe e saprebbe fare, lo amiamo perché all’ultimo giro di riprese si è presentato sul set con una piccola troupe. E mentre intorno a lui si girava General Hospital, lui s’è fatto un film tutto suo. Il film si chiama Francophrenia (or: Don’t Kill Me, I Know Where the Baby Is), lo ha codiretto insieme a Ian Olds, ea d è una via di mezzo tra uno psychothriller e un documentario. Le immagini le trovate tra i tweet del Tribeca Film Festival, dov’è stato appena presentato.

Come trasformare se stessi in arte

Grazie al Moca rivedremo James Franco nei panni di James Dean. Aprirà il 15 maggio in un nuovo spazio del Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles (il negozio JF Chen, al 941 di North Highland Avenue) una collettiva ideata dall’attore e ispirata a Gioventù bruciata. Poco più di dieci anni dopo avere interpretato James Dean nel film tv diretto da Mark Rydell, James Franco torna a vestire i panni dell’amato attore nelle foto e nelle opere degli artisti Douglas Gordon, Harmony Korine, Damon McCarthy, Paul McCarthy, Terry Richardson, Ed Ruscha e Aaron Young. Pensata come un omaggio al film di Nicholas Ray più che a Dean, Rebel reinterpreta il film e il suo making of in chiave contemporanea. In mostra vecchi e nuovi video a tema diretti da Franco: da Sal (un omaggio al coprotagonista di Gioventù bruciata Sal Mineo, presentato nel 2011 a Venezia) al recentissimo The Death of Natalie Wood (su Youtube).

Non ci facciamo mancare niente

Vi state chiedendo se Franco sa anche cantare? Fate bene, e anche questa risposta arriva con un tweet. È il fan blog italiano James Franco Italia a farci partecipi della notizia che James ha scritto, cantato e registrato una canzone. La canzone è anche bellina. Parla della madre e del padre, Betsy e Doug, che si sono incontrati e innamorati a Stanford quand’erano studenti. Si chiama Love in the Old Days, Amore ai vecchi tempi.

Diventa “fucker” di te stesso

James Franco è un grande attore, un bravissimo regista, un ottimo scrittore e un artista di successo. In qualunque cosa si cimenti, riesce. E non c’è alcuna ironia in queste parole. Sana invidia piuttosto, come per chiunque sappia fare tutto e bene. James Franco è anche su Twitter, dove è parco di parole e prodigo di immagini. James Franco posta quasi solo foto di stesso, e qualche video. Delle sue amiche o delle vernici a cui ha presenziato. Anche nei social network James Franco ha una sua eleganza. Gli viene bene anche quello. Volete essere come lui? Provate così: smettete di perdere tempo scrivendo inutili parole su Twitter, Fb e simili. Usateli come mezzi per promuovere la vostra immagine. Fotografatevi, postate le foto, e restate in silenzio. Ignorate i commenti degli altri. Soprattutto, non concedete interviste. Mai. E chi ha altre domande si risponda da sé.

L'articolo James Franco in arte Re Mida proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/feed/ 15