Douglas Adams Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/douglas-adams/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Jul 2017 21:41:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Douglas Adams Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/douglas-adams/ 32 32 Quante volte è successa la fine del mondo? https://minimaetmoralia.it/letteratura/quante-volte-successa-la-fine-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quante-volte-successa-la-fine-del-mondo/#respond Thu, 20 Jul 2017 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34859 La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

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guida

La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

Da qui inizia una piccola digressione sulle tangenziali: cosa sono, a che cosa servono, perché sono necessarie. «Le tangenziali – scrive Douglas Adams – sono soluzioni che permettono ad alcuni di sfrecciare molto rapidamente da un punto A a un punto B, mentre certi altri sfrecciano da un punto B a un punto A. La gente che abita nel punto C, a metà tra A e B, spesso si chiede che ci sia di così importante nel punto A da indurre tanta gente a correr lì da B, e cosa ci sia di così importante nel punto B da indurre tanta gente a correr lì da A. Così la gente del punto C finisce per augurarsi che tutti quei corridori decidano una buona volta dove cavolo vogliono stare».

Non a caso Arthur Dent sarà l’unico umano (non proprio l’unico, ma all’inizio sembra essere l’unico) a sopravvivere alla distruzione del Pianeta, salvato da un alieno che Arthur non sospetta proprio sia un alieno, perché da diversi anni è uno dei suoi più intimi amici, compagno di bevute al pub vicino casa.

Ma com’è che avviene, in concreto, la fine del mondo? E gli abitanti della Terra come passano i minuti immediatamente precedenti a tale evento?

I cieli di ogni nazione si riempiono di minuscoli puntini gialli che nel giro di pochi minuti si mostrano per quello che sono: delle enormi astronavi (gialle, appunto, come il bulldozer che per diverse ore, quelle precedenti all’invasione, hanno minacciato la casa di Arthur Dent) di un popolo interstellare chiamato Vogon. «A questo punto- scrive Douglas Adams- sarebbe difficile dire cosa si misero a fare gli abitanti della Terra, perché loro stessi non si rendevano conto di quello che facevano. Nessuna delle reazioni aveva molto senso. Ci fu chi corse dentro la propria casa, chi ne corse fuori, chi si mise a inveire poco rumorosamente contro tutto questo rumore. In ogni parte del mondo le strade delle città si riempirono di gente e le automobili si scontrarono, sopraffatte dall’atroce rumore che investì come una spaventosa onda di marea colline, valli, deserti e oceani, appiattendo apparentemente tutto ciò che incontrava».

Quindi cala un silenzio spettrale e, attraverso degli altoparlanti, i Vogon incominciano a parlare agli umani dicendo cose molto simili a quelle che il funzionario comunale L. Prosser ha detto poco tempo prima, sul punto di radergli al suolo la casa, a Arthur Dent. Infine vengono attivati i raggi di demolizione: “Gli altoparlanti tacquero. Ci fu un terribile, mortale silenzio. Ci fu un terribile, mortale rumore. Ci fu un terribile, mortale silenzio. La Flotta Costruzioni Vogon si defilò nel nero vuoto interstellare”.

Guida galattica per autostoppisti è uno degli esempi più originali di letteratura di fantascienza post-apocalittica anche perché si sospetta non sia affatto un libro di fantascienza né un libro post-apocalittico, ma che sia semplicemente un gran bel romanzo umoristico.

Pubblicato nel 1979 a Londra, la Guida di Adams si fa ammirare per quel suo modo libero e scatenato di unire il viaggio nello spazio al talento comico affastellando storie improbabili e del tutto campate in aria proprio giocando con l’inverosimiglianza delle cose. Ricorda per molti tratti il modo di raccontare di un autore come Kurt Vonnegut, da cui non sono lontane certe paradossali invenzioni narrative né un’intelligente ispirazione ecologistané l’universo morale: Adams si schiera sempre con i personaggi minimi, laterali o eccentrici, diffida profondamente del genere umano e, soprattutto, si fida poco di chi ha del potere da gestire.
La fine del mondo pare arrivi con molto rumore, dunque. Ma subito dopo c’è un gran silenzio.

Quello che viene dopo ancora, dopo il silenzio, che lascia tutti attoniti e pieni di sgomento, l’hanno raccontato in molti. E ce lo ripropone anche Adams:
a) quasi sempre capita che ci siano dei sopravvissuti
e
b) capita anche che sopravvivere non sia poi questa gran fortuna.

Ma per ora lasciamo da parte le vicende dei sopravvissuti, su cuipure ci sarebbe tantissimo da dire, ma non è questo il momento.
Concentriamoci su quando invece dopo un evento apocalittico non c’è rimasto proprio nessuno, come avviene in Cadrà dolce la pioggia, uno dei più bei racconti contenuti in Cronache marziane di Ray Bradbury. Qui gli effetti della catastrofe vengono osservati da un piccolissima porzione di mondo: l’interno di una casa.
Siamo nella cittadina di Allendale, in California, nell’agosto del 2026. C’è una casa automatizzata che a un ben preciso orario si attiva per svolgere questa mansione o quell’altra: preparare i toast per la colazione, irrigare i prati, riempire la vasca per il bagno pomeridiano, far fare le pulizie del pavimento a una folla di topi robotici, leggere le poesie della buonanotte alla padrona di casa, ecc.
Cronache marziane risale ai primi degli anni ‘50.

È un’immaginazione, questa della casa totalmente robotica, per l’epoca in cui scriveva Bradbury molto sfrenata: pura fantascienza, appunto! Oggi, se solo uno avesse voglia e soldi per farsela costruire, forse si potrebbe progettare davvero, esattamente uguale a quella inventata da Bradbury, con le stesse identiche funzioni. La casa di Allendale, dicevo, continua a lavorare ininterrottamente. Prepara colazioni, bagni caldi, pulisce, dà la sveglia. Ma lo fa a vuoto, perché non c’è più nessuno, tutti gli umani sono scomparsi. Solo il cane di famiglia, che era paffuto e ora è uno scheletro, a un certo punto abbaia da fuori. La casa riconosce la precisa tonalità e timbro dell’abbaiare del cane e gli apre. Lo fa entrare. Il cane non sopravvive che pochi minuti. A fine giornata la casa si autodistrugge. Prende fuoco da sola, entrata in cortocircuito per il troppo lavorare a vuoto, e nulla possono i sistemi di autospegnimento perché dopo tanti giorni di utilizzare acqua inutilmente le scorte delle cisterne sono finite. Alla fine del racconto, dunque, anch’essa soccombe e a questo punto la fine del mondo pare essere completa.

La Guida galattica è un libro in cui l’umanità è tenuta in ben poco conto, fa la parte della stupida. Si scopre ad esempio, nel corso del libro, che è segretamente comandata dai topi, che fanno solo finta di essere cavie da laboratorio. È un libro in cui la fine dell’umanità, in fondo, è un fatto di poco conto rispetto alla vastità dell’universo, di cui la Terra come si è detto non è che una lontana periferia di infima importanza.

I racconti di Bradbury sono invece totalmente incentrati sull’uomo, che è dovunque, ne vediamo l’impronta dappertutto, anche quando manca, anche se a essere raccontati sono i marziani. A dispetto del titolo, Cronache marziane è un libro totalmente dedicato all’umanità, da cui pare Ray Bradbury non riesca proprio a prescindere. Perfino i marziani, appunto, anche quando sono totalmente marziani e non hanno mai avuto alcun contatto con l’uomo, sono del tutto simili agli umani.

E agli umani di estrazione medioborghese dei sobborghi di una qualsiasi città anglosassone degli anni ’50, con le sue villette unifamiliari, il suo prato ben rasato e curato, il suo bel giardinetto sul davanti. Non che li ami, Bradbury, questi sobborghi, così almeno sembrerebbe leggendo le sue cronache marziane. Ma non sa (o non vuole) immaginare niente di diverso.

Adams invece sembra voler dire che dell’umanità se ne farebbe a meno volentieri. O forse, più che dell’umanità, si farebbe volentieri a meno di certi suoi prodotti reputati essenziali e che invece sono semplicemente una traccia piuttosto deteriore della presenza dell’uomo sul pianeta: delle tangenziali, prima di tutto. E dei raccordi autostradali. Dei bulldozer gialli, forse anche, e dei soprusi messi in atto dall’autorità statale nei confronti di un povero disgraziato come Arthur Dent. Mentre ciò che sembra assolutamente essenziale, a quanto pare, per l’umanità in generale e per Arthur Dent in particolare, prototipo di uomo qualunque con le sue miserie e le sue sfortune, è un buon vecchio amico con cui bere una birra al pub vicino casa. Che è poi la sua salvezza, di Arthur Dent, perché trattasi appunto di una specie di agente alieno, vissuto in segreto per tanti anni sulla Terra, pronto a salvarlo dalla distruzione del mondo.

Uno dei tratti tipici della letteratura di fantascienza, da quella più popolare a quella più colta, c’è anche da dire, è l’abitudine un po’ zingaresca che hanno i suoi autori di prendere in prestito pezzi di libri precedenti. Di rubacchiare qua e là immagini o situazioni, e di riposizionarle in nuovi contesti narrativi. Le situazioni narrative trasmigrano, anche a distanza di decenni, da un libro a un film a un fumetto, ma quando ti sembra di avere riconosciuto la fonte di ispirazione di un determinato libro che stai leggendo, quando sei certissimo di avere beccato un riferimento che ti sembra evidente, subito ti vengono in mente altre cinque possibili somiglianze. E allora devi ammettere che quello fantascientifico è tutto un unico grande immaginario, o calderone, in cui temi, situazioni, visioni si inabissano e ritornano, si richiamano in continuazione da libro a libro, da film a film. Scompaiono per qualche tempo per poi riapparire inalterati a distanza di molti anni.

La paura che il mondo finisca per via di una guerra nucleare, per dire, non era stata ormai messa da parte definitivamente con la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda? Poi saltano fuori i supermissili di Kim Jong Un e le dichiarazioni di Donald Trump e ti accorgi che no, i temi cari alla fantascienza non finiscono mai. Mai che si possa seppellirli una volta per tutte in cantina per scordarseli lì sotto per sempre. Certi fantasmi non tramontano mai. Presto o tardi ritornano. E siamo ancora qui a parlarne di nuovo, ogni tanto. Ma per fortuna continuiamo a parlare anche d’altro.

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Non fatevi fregare. La fantascienza possibile di Black Mirror, Dave Eggers e LRNZ https://minimaetmoralia.it/libri/la-fantascienza-possibile-di-black-mirror-dave-eggers-e-lrnz/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-fantascienza-possibile-di-black-mirror-dave-eggers-e-lrnz/#comments Thu, 18 Jun 2015 15:51:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27385 Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui.

di Jacopo Cirillo

Definire esattamente i contorni e le caratteristiche univoche della fantascienza come genere è praticamente impossibile. Il campo di studio è amplissimo, i confini molto liquidi e gli autori diversi, a volte diversissimi tra loro. Iniziamo con quello di cui siamo sicuri, almeno: parliamo di fantascienza quando l’impatto di una scienza o di una tecnologia sulla società e sul singolo individuo determina il motore narrativo del racconto, del romanzo, del film, della serie tv.

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui.

di Jacopo Cirillo

Fantascienza è tutto ciò che viene pubblicato sotto il nome di fantascienza.

Norman Spinrad

 

Definire esattamente i contorni e le caratteristiche univoche della fantascienza come genere è praticamente impossibile. Il campo di studio è amplissimo, i confini molto liquidi e gli autori diversi, a volte diversissimi tra loro. Iniziamo con quello di cui siamo sicuri, almeno: parliamo di fantascienza quando l’impatto di una scienza o di una tecnologia sulla società e sul singolo individuo determina il motore narrativo del racconto, del romanzo, del film, della serie tv.

Ecco, bene. E poi? Poi basta. Perché può essere ambientata nel futuro ma anche nel presente o nel passato; i personaggi sono umani, alieni, robot, cyborg, mutanti e qualsiasi altra forma di vita che non è ancora stata inventata. Il genere può spaziare dal comico brillante, come la Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams, al drammatico alla Blade Runner, o cervellotico, o preoccupante, o minaccioso o divertente, o disturbante. Insomma, la migliore definizione di fantascienza sembra essere quella di Norman Spinrad, in esergo. Però.

Però di una cosa siamo certi: la fantascienza si muove all’interno dei due estremi di una categoria chiara e definita: la plausibilità. Un certo grado di plausibilità scientifica è sempre presente all’interno della narrazione fantascientifica e, proprio attraverso quello, possiamo tentare di definirne qualche specificità in più. La cosa più interessante, mi pare, è legata alla proiezione nel tempo dell’attualizzazione di questa plausibilità. Detto meglio: tra quanti anni, a partire dal momento in cui lo sto fruendo, le componenti scientifiche e tecnologiche presenti nel racconto potrebbero ragionevolmente essere sviluppabili nel nostro mondo? Solitamente, la plausibilità fantascientifica è abbastanza remota, tendente all’impossibilità: più è ampio il delta tra le possibilità tecnologiche del periodo in cui il libro è stato scritto (o il film girato) e quelle del mondo in cui il libro o il film sono ambientati, più la fascinazione del genere sarà interessante, piacevole, sorprendente, spiazzante.

D’altra parte, però, la plausibilità può essere anche prossima: una fantascienza che racconta di cose che potrebbero ragionevolmente accadere nel giro di dieci o vent’anni. In questo caso, il livello profetico di oppressione e di incombenza sale a mille, perché non sono più racconti catartici, fatti per allontanare il più possibile dal lettore o dallo spettatore lo spettro del disastro futuro ma, piuttosto, diventano dei moniti molto chiari e altrettanto efficaci: tutto questo non potrebbe solamente succedere ma succederà. E tra poco. Ultimamente, mi pare, molte opere si collocano in pieno in questo filone che stiamo impropriamente chiamando plausibilità prossima. Ci può stare, visto che viviamo il periodo più mutevole e con i cambiamenti più veloci e sorprendenti nella storia dell’umanità. Comunque, ne prendiamo tre. Una serie tv, Black Mirror. Una graphic novel, Golem. Un libro, The Circle.

In brevissimo. Black Mirror è una serie tv inglese ideata e prodotta da Charlie Brooker che, fino ad ora, ci ha deliziato con sei puntate da un’ora più lo speciale di Natale con Jon Hamm. Sono puntate stand-alone, ognuna ha la propria storia e i propri personaggi, ma sono tutte accomunate da due aspetti: l’impatto di una nuova tecnologia nella vita delle persone; la negatività di questo impatto. In Black Mirror le nuove tecnologie, spesso naturali sviluppi prossimi delle nostre, peggiorano e, a volte, addirittura distruggono le vite dei protagonisti. Tuttavia, e questo a mio parere è molto chiaro, la serie tv ci dice – così com’è stato per il dibattito attorno a internet qualche tempo fa – che le nuove risorse  sono neutre e dipendono dal modo in cui vengono usate.

Allo stesso tempo, le storture del futuro derivano in maniera così naturale, quasi ineluttabile da quelle del presente, come se lo sviluppo della tecnologia avesse inscritto dentro di sé la propria devianza. Perché la tecnologia, come il capitalismo, opera per autoperpetuazione continua, ha la vocazione all’espandersi come unica possibile azione e unico possibile compimento. Si ride di meno ma sicuramente si pensa di più. Per questo lo spettatore tende a dare la colpa alla tecnologia e non tanto all’uomo, che ne viene chiaramente sopraffatto. Come dire: attenti, la tecnologia è neutra, certo, ma alcune tecnologie sono meno neutre di altre, non fatevi fregare.

Ecco, a proposito di farsi fregare, parliamo di The Circle, il nuovo libro di Dave Eggers. La storia è quella di una mega internet company (secondo me più Amazon che Google) che, di fatto, si è presa tutto il cucuzzaro e adesso, per andare sul web, devi passare da loro. I suoi tre fondatori però hanno idee molto più audaci del semplice dominio del www, vogliono dominare tutto e abolire la privacy, ergo abolire la criminalità e la corruzione, almeno secondo loro.  Tecnologicamente la cosa non è così impensabile, anzi, ci siamo quasi: centinaia di migliaia di mini telecamerine connesse via satellite, con batterie di durata pluriennale, poco costose e inserite in un mega social network in cui chiunque può collegarsi in qualsiasi punto del pianeta e vedere che cosa succede.

Qui l’implausibilità non è certo legata alla tecnologia, quanto alla creduloneria della ggente che davvero si beve l’idea per la quale abolendo la privacy il mondo migliorerebbe. Comunque, tralasciando le critiche personali, questo libro ribatte la stessa cosa di Black Mirror: prese da sole, sono solo simpatiche telecamerine. Usate male, possono rappresentare l’inizio della dittatura globale infinita, o qualcosa del genere. Non è la tecnologia, sono le persone.

Ma le persone possono provare a sconfiggerla, questa tecnologia. Ed ecco i nuovi eroi della fantascienza con plausibilità prossima, quelli di Golem, il graphic novel di LRNZ. Siamo nel 2030, in Italia. Il progresso ha un po’ esagerato e gli italiani vivono in una bolla tecnologica che, provvedendo a tutto, non provvede di fatto più a niente ma, al contrario, costringe. Ragazze piatte che il giorno dopo sono tettone grazie alla chirurgia estetica lampo, pubblicità dappertutto, bancomat che diventano lotterie e tutto il resto. La libertà tanto promessa dallo sviluppo tecnologico diventa una prigione. Ma qui ci sono i ribelli, un ragazzino con poteri nascosti, una ragazzina innamorata, la possibile redenzione dell’umanità e il finalone. Ecco, gli uomini sono tornati eroi e la tecnologia è regredita in un drago da infilzare. Uomo buono, tecnologia cattiva.

La messa in discorso delle nuove tecnologie in un filone fantascientifico che possiamo definire attraverso la sua plausibilità prossima, contrapposta a quella remota classica, piace un sacco ai produttori e agli autori delle serie tv e, in generale, mi sembra che il messaggio che stiano cercando di far passare sia unanime, e molto simile a tutti i cervelloni che ci hanno ammonito sulla pericolosità dello sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale: la tecnologia è neutra ma inscrive dentro di sé linee di devianza molto marcate e, soprattutto, perfettamente compatibili con gli istinti più distruttivi e bassi dell’essere umano. La colpa, in fondo, non è né della tecnologia, né dell’uomo. L’inghippo, piuttosto, va cercato nella loro relazione.

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La vista da qui: sulla politica https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui/#comments Fri, 05 Sep 2014 12:45:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23129 Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un'internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

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Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

Nel copione c’è scritto che nulla, dopo internet, resterà come prima: i giornalisti scompariranno (Grillo dice tecnicamente «moriranno»), i politici corrotti verranno spazzati via, i cittadini governeranno in tempo reale decidendo ogni cinque minuti dallo schermo del proprio computer per il bene del paese. Che il guru che introduce Grillo a tutta questa supremazia della tecnologia che libera e affranca sia una specie di pubblicitario che va in giro a vendere la propria vision alle aziende, è un particolare assai utile a completare il quadro.

Gli effetti dell’inedito sodalizio sono, in ogni caso, impressionanti e nel giro di pochi anni, nel bene o nel male, fanno la storia della comunicazione digitale e politica di questo paese. Il panino rivoluzionario che Gianroberto Casaleggio confeziona e Beppe Grillo espone dalle pagine del suo blog è segno dei tempi e perfetta rappresentazione di un paese immobile dal punto di vista tecnologico, ma comunque disposto a sposare qualsiasi causa che abbia una vaga allure scientifica e sia fortemente punitiva nei confronti dello status quo. Mentre tutto questo fragorosamente accade e il blog di Grillo diventa il centro di una vasta discussione politica e di mille rimbalzi sui media convenzionali, quasi nessuno fa caso al fatto che Grillo, fin dagli inizi, sta a internet come Raffaella Carrà sta a Erik Satie: il comico genovese comunica in maniera efficace ma assolutamente convenzionale a una platea composta in larga misura di ascoltatori altrettanto convenzionali; non partecipa ad alcuna discussione fra pari, non risponde ai commenti sul suo blog. Utilizza, insomma, le piacevolezze del broadcasting e della comunicazione da-uno-a-molti tipica dei vecchi media. Con chiarezza strategica rinuncia a ogni forma di quella relazione bidirezionale che è invece la prerogativa fondante della rete internet, oppure forse, per qualche ragione, Casaleggio non gliela spiega. È una scelta che fa scuotere il capo agli sparuti puristi della rete (compreso il sottoscritto) ma che nel tempo si rivelerà utile per Grillo e perfino per noi. Una simile negazione ci aiuterà a comprendere come internet possa essere spesso molte cose assieme: il laboratorio di una nuova forma di intelligenza personale così come il megafono ben amplificato del più prevedibile populismo.

Non basta infatti la siderale distanza fra pratiche di rete e il più letto blogger della internet italiana ad affievolirne la carica comunicativa: in un paese digiuno di scelte digitali e quindi scarsamente abituato al controllo personale dei fatti, le grossolane sciocchezze che compaiono sul blog di Grillo, dalle Biowash[1] che lavano i panni in lavatrice senza detersivo, alle uova cotte fra due telefoni cellulari,[2] fino alle più recenti teorie di vulcanologi autodidatti che annunciano di saper prevedere i terremoti,[3] nulla di tutto questo mostra di avere un impatto sufficientemente negativo sulla reputazione del comico genovese. Succede anzi l’esatto contrario e il blog di Grillo contribuisce in maniera consistente a raccogliere un’audience di sostenitori molto rumorosi e fedeli, disposti a impegnarsi in qualsiasi battaglia lanciata dal capo.

Senza entrare nell’analisi dei temi politici sostenuti da Grillo e Casaleggio e senza dimenticare l’autenticità dei tentativi di organizzazione politica dal basso dei grillini, poi confluiti nel Movimento 5 Stelle (nella parabola che va dai primi liberatori Meet Up spontanei fino ai contratti per l’utilizzo del marchio che Grillo fa firmare ai candidati del suo movimento), è importante sottolineare che la superficialità e un certo grado di evidente ciarlataneria restano negli anni una caratteristica costante sia del blog di Grillo che delle sue uscite pubbliche. Come si dicono le cose è infinitamente più importante di cosa si dice. Nel recente libro scritto insieme a Casaleggio e Dario Fo per l’editore Chiarelettere dal titolo Il Grillo canta sempre al tramonto[4] Grillo spiega a Dario Fo come funziona il noto sito web a luci rosse YouPorn, e lo fa con la purezza e l’ingenuità del neofita, dipingendolo come una specie di utopia della libertà sessuale.

Dopo che hai visto questo filmato gratis, sul monitor appare automaticamente il genere di donna che hai visto. Abita vicino a te, nella tua città e se vuoi si collega con te immediatamente. Lei è in casa sua che ti guarda con una webcam e tu guardi lei. Se vuoi parlarle clicchi, fai conoscenza e ti metti d’accordo per una prestazione. In questo modo il rapporto è diretto, non c’è più il magnaccia, lo sfruttatore, e non vai più per strada. La rete toglie tutte le intermediazioni, toglie anche le donne o gli uomini dalla strada. Vuol dire che tu fai pornografia in proprio, tu direttamente, ti metti in rete e ti pagano. Se non vuoi pagare la prestazione ti fai filmare in una scena sessuale con un quadratino nero sul volto così non ti si riconosce. Ti filmano e mettono il filmato sul sito, e tu non paghi niente, è tutto gratis. Insomma sesso a chilometro zero. Poi può capitare che chi ti contatta è la tua collega che si è connessa online dall’adiacente angolo del tuo ufficio.

Dal testo risulta chiaro che Grillo non ha compreso (e nessuno evidentemente si è sentito in dovere di spiegarglielo) che i popup pubblicitari che invitano a chat sessuali, su YouPorn così come su altri siti analoghi, sono basati sull’ip del computer collegato e non sull’effettiva vicinanza geografica della possibile partner. Basandosi su questo fraintendimento tecnologico il comico spiega a Fo e ai lettori del suo libro come attraverso YouPorn la tua vicina di casa si possa offrire per incontri di sesso a pagamento, cosa che è evidentemente assai lontana dalla realtà.

Questo successo dell’uomo senza reputazione dentro la macchina digitale della reputazione è forse il maggiore contributo sociologico che l’ascesa di Beppe Grillo ha dato alla nostra comprensione delle dinamiche di rete applicate alla politica. Grillo ammira un paladino del software libero come Richard Stallman[5] ma vive di copyright, incensa l’open source[6] ma progetta – per i tentativi di democrazia diretta dei suoi parlamentari – software proprietari,[7] invoca la libertà di espressione ma censura i commenti sgraditi sul suo sito.[8] Mentre si esibisce in tutto questo, non solo internet sembra consentirglielo ma trasforma questa sconsiderata e goffa alterità in un valore attorno al quale radunare forze e consensi.

Grillo, al contrario di quanto si pensa comunemente, è il prodotto, forse l’ultimo, della notorietà televisiva, delle nuove forme di «attivismo da divano» unite all’enorme insoddisfazione che attraversa il paese.[9] Le grandi folle che accompagnano le sue uscite pubbliche di questi anni, dai Vaffanculo Day ai trionfali comizi elettorali in giro per l’Italia per le politiche 2013, sono composte in buona parte dal pubblico dei suoi spettacoli teatrali, dall’audience dei suoi show televisivi ai quali si somma la grande folla dei curiosi che hanno infine intercettato un personaggio pubblico che lancia le loro stesse imprecazioni nei confronti di una politica asfittica e impresentabile. Mentre la pars costruens della proposta del Movimento 5 Stelle è materia spesso tenuta in scarsa considerazione (per esempio l’uscita dall’Euro o il reddito di cittadinanza), gli italiani scendono in piazza e votano Grillo perché amano in lui l’attacco frontale al potere, l’insulto sguaiato ai privilegi, la battuta feroce che raggiunge finalmente i grandi notabili e i capi d’azienda. Grillo nel suo progetto distruttivo (che nel tempo, secondo le intenzioni originarie, dovrà riguardare direttamente anche i partiti politici) non si risparmia e mette tutto se stesso: per questo la gente vuole ascoltarlo in piazza, ridere con lui, alle volte anche solo per non piangere. In tutto questo, il ruolo del blog di Grillo e della rete internet nell’ascesa del consenso verso il Movimento 5 Stelle è un ruolo molto sopravvalutato, anche, in parte, per quella fiducia assoluta e cieca che siamo soliti attribuire alle cose che non conosciamo.

Politica, web e cimiteri

C’è stato un momento esatto nel quale mi è stato chiaro che, ancora per molti anni, non ce l’avremmo fatta. Che mentre noi quattro gatti entusiasti fantasticavamo delle grandi possibilità che lo sviluppo di internet avrebbe offerto a tutti, in Italia ci si occupava d’altro e nessuno ci prestava attenzione. Soprattutto, in quel momento, mi è stato chiaro che non c’erano grandi differenze ideologiche o di schieramento: destra e sinistra, quando si trattava di cambiare orizzonte e immaginare una nuova società delle reti, ragionavano alla stessa maniera. Questo momento di personale disincanto ha una data precisa, il 7 marzo 2001, giorno in cui il Parlamento italiano compatto (con la minuscola eccezione dei Radicali) votò la legge 62/2001 sull’editoria. Era un mercoledì, non esattamente da leoni.

Nelle settimane precedenti migliaia di utenti di una internet italiana a quei tempi giovanissima, attraverso una petizione online,[10] avevano chiesto ai firmatari del ddl e al Parlamento che quella legge, che conteneva una definizione pericolosa di «prodotto editoriale» applicata al web, venisse emendata, visto che in base a un’enunciazione così vaga si sarebbero potute estendere (come poi puntualmente accadde) a qualsiasi pagina web norme e responsabilità riservate ai giornali, compresa l’obbligatoria assunzione di un direttore responsabile.

L’articolo 1 della legge 62/2001 recita così:

Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Quindi ogni pagina web italiana, secondo il legislatore (o secondo una possibile interpretazione futura del testo della legge da parte di un giudice) era un prodotto editoriale. Gli estensori della legge negarono che un’idea del genere fosse nei loro intenti ma si rifiutarono comunque di modificare il testo.

Mentre l’art. 3 della medesima legge dice:

Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948.

Così oggi sapete come mai, navigando su normalissime pagine della rete internet italiana, vi capita di inciampare in una specie di piccolo disclaimer di questo tipo: «Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità definita. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/03/2001».

Un simile inutile annuncio è una delle nefaste conseguenze di quella norma. Nel momento in cui scrivo Google indicizza oltre 1.200.000 pagine web nelle quali un cittadino italiano è stato costretto a specificare che la sua pagina web non è un prodotto editoriale, non è una testata giornalistica e viene aggiornata quando capita. Inutile e ridicolo trionfo burocratico per colpa di una norma che non esiste da nessuna altra parte nel mondo e che fu invece votata da quasi tutti.

E per celebrare il trionfo dell’insensatezza negli anni è poi davvero accaduto che un giudice accusasse il gestore di un sito web di «stampa clandestina», appoggiandosi a una vecchia norma retaggio dell’epoca fascista e all’impianto di questa legge del 2001, contribuendo così a disegnare uno dei punti più bassi della nostra storia di paese digitale.[11]

Il Parlamento in ogni caso è sovrano e, nella sua sovranità, scelse compatto di non sentire ragioni, votando e poi sostenendo una norma di cui ci siamo ampiamente vergognati per molti anni. Ironia della sorte, i proponenti del provvedimento erano alcuni parlamentari di sinistra come Vannino Chiti e Giuseppe Giulietti (quest’ultimo oggi è il portavoce di Articolo 21, «un’associazione di esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo; giornalisti, giuristi, economisti che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero»), e non esponenti di una ipotetica destra intollerante che desiderava censurare internet.

Da allora a oggi non molto è cambiato, il Parlamento ha continuato a produrre pessime leggi per internet e la comprensione della centralità della rete (che nel resto dei paesi europei è ormai assodata e ampiamente praticata) è affidata, a titolo di missione impossibile, a singoli parlamentari illuminati dell’uno e dell’altro schieramento. Costoro, anche oggi, a molti anni di distanza, riescono a orientare pochissimo le decisioni collettive, faticano a scalfire pregiudizi e superficialità. Dentro le camere del potere, esattamente così come fra la popolazione nelle piazze e nei bar, internet continua a essere raccontata nei suoi aspetti morbosi e pericolosi. I progetti di legge che la riguardano sono spesso figli di questi pregiudizi; coloro che fisicamente si intestano la redazione delle norme sono molto simili, per aderenza al tema e fantasia, all’ex ministro degli Esteri Franco Frattini che una volta, mentre nel 2007 era commissario europeo per la sicurezza, propose a Bruxelles una sua idea per sconfiggere il terrorismo su internet: si potrebbe, disse suscitando l’ilarità di molti, chiedere a Google di vietare le parole bomb, kill e altre keyword dalle ricerche.[12] Se si fosse applicato con maggior costanza nella medesima direzione, forse Frattini avrebbe potuto immaginare di eliminare il terrorismo semplicemente sradicando le tastiere dai computer, ma non arrivò a tanto. In ogni caso il livello medio delle idee dei nostri politici nei confronti di internet da allora, e mi costa dirlo, non è cambiato di molto.

Se questo è davvero il panorama generale dei rapporti fra politica e rete, la presenza attiva dei nostri politici su internet, molto aumentata in questi anni, aggiunge quel tono di crudele nonsense allo scenario generale e si spiega solo in una maniera: presidiare meglio possibile ogni ambito comunicativo, anche il più reietto e marginale. A differenza dei media convenzionali, che negli anni hanno saputo costruire un rapporto stabile, spesso di reciproca soddisfazione, con il potere politico, internet ha un grande apparente vantaggio: ha ancora oggi costi di visibilità piuttosto bassi (che possono al bisogno essere sapientemente amplificati da mani esperte) e può essere gestita ignorando completamente i fastidi della conversazione. Perché conversare costa tempo e credibilità, richiede un’energia e un’empatia che spesso i politici non hanno. Non è un caso che al momento gli unici che abbiano scelto di «conversare» in rete siano i parlamentari del Movimento 5 Stelle, e questa sembra essersi rivelata una scelta tanto ammirevole quanto autolesionista. Aprirsi alla rete, cosa che tutta la politica dovrebbe fare per propria naturale predisposizione, racchiude una controindicazione molto forte: occorre sapere che i temi e i toni delle discussioni saranno poco controllabili e difficilmente prevedibili. Che le bugie si accumuleranno e avranno maggior audience delle cose vere, sia che a pronunciarle sia il rappresentante politico sia che a sostenerle siano i suoi detrattori, i quali saranno comunque molti, rumorosi e inattesi. E su questo torniamo, visto che è il centro del problema; prima però voglio dirvi dei cimiteri.

Mi piacciono molto i cimiteri. A Londra ce ne sono alcuni formidabili: quando posso vado a passeggiare a Highgate dove, a poche decine di metri di distanza, ci sono la piccola bellissima tomba di Douglas Adams (l’autore di Guida galattica per gli autostoppisti, che Dio lo abbia in gloria) e quella mastodontica e imbarazzante di Karl Marx.

Se un giorno vi venisse voglia di fare un giro nei cimiteri web della politica italiana, trovereste centinaia di pagine abbandonate, sommerse dall’edera e dalle radici, trasformate in tombe digitali spesso poche ore dopo un trionfo o una sconfitta elettorale. Cumuli di parole e immagini lasciate lì, senza un saluto, senza un «grazie è stato bello» o un «peccato, ci abbiamo provato», perché la retorica della politica sul web prevede che internet sia il diario sentimentale del candidato, il suo filo diretto con l’elettore, ma solo fino al momento in cui il sipario del voto si chiude e iniziano le cose davvero serie. E non c’è da meravigliarsi se il politico tanto attivo su internet le settimane prima del voto poi firmerà pessime leggi per internet dopo aver lasciato ad ammuffire la sua casa digitale. Si tratta in fondo di due facce differenti del medesimo disprezzo.

L’aspetto cimiteriale della politica sul web, la brusca interruzione molte volte ripetuta di una relazione con l’elettore, forse ha scalfito qualcosa nella reputazione dei nostri politici, più probabilmente no. Di sicuro, però, è un tema che meriterebbe di essere approfondito: il segno di un rapporto interamente plastificato fra politica e rete come chiave di lettura di una arretratezza complessiva vasta e disarmante.

I primi cimiteri della internet politica italiana sono stati cimiteri di blog, aperti e chiusi da politici particolarmente sensibili alle mode del web nella prima metà degli anni Duemila. C’è stato un periodo in cui avere un blog era considerato un gadget irrinunciabile e un simbolo di travolgente eleganza. Ogni candidato sufficientemente equipaggiato dal punto di vista della modernità ha avuto un blog verso il 2005-2006 dentro il quale uno stagista appuntava le date dei comizi, i testi dei comunicati stampa, le comparsate televisive. Ciascuno di questi poveri siti web è oggi seppellito dentro la memoria glaciale della Wayback Machine,[13] forse uno dei progetti più commoventi e importanti di archiviazione della rete internet. Per quanto brutto e imbarazzante fosse il vostro sito web in un periodo lontano che voi avete dimenticato, la macchina automatica del ricordo ne terrà traccia, la Wayback Machine ne avrà salvato una copia. Fra cento anni uno studioso della preistoria web forse radunerà queste pagine e ci dirà con esattezza chi eravamo e cosa diavolo stavamo facendo da queste parti. Noi, nel frattempo, riposeremo in qualche posto meno affascinante di Highgate.

Eppure dentro certi bellissimi cimiteri è talvolta possibile rintracciare i segni di una grande vitalità. Per esempio al Père Lachaise a Parigi, in un cimitero storico formidabile e affollato, qualche anno fa sono riusciti a trovare uno spazio, vicino alla tomba di Chopin, per la salma di Michel Petrucciani, grande pianista molto amato. Londra ha accolto a Highgate, nella parte più antica e inarrivabile del cimitero, il corpo di Aleksandr Litvinenko, dissidente russo avvelenato con il polonio in un sushi bar del centro della città nel 2006; la sua tomba non è distante da quella di Elizabeth Siddal, moglie amatissima del poeta e pittore Dante Gabriel Rossetti, morta per una overdose di laudano nel 1862.

A volte, in luoghi inattesi come i cimiteri, capita che si ricompongano i fili sentimentali del mondo: lo stesso accadrebbe se noi domani decidessimo di seguire le tracce invisibili della politica sul web a partire dalle migliaia di pagine abbandonate, cancellate o sepolte di cui nessuno si occupa più.

Ode alla gerarchia

Lasciando i cimiteri e il valore documentale inesplorato delle pagine morte sul web (un tema che non riguarda, evidentemente, solo la politica) rimane da capire a cosa serva «essere in rete» per un politico oggi, oltre a fornire materiale documentale per autopsie storico-filologiche nel prossimo secolo.

Per molti anni ho pensato che la presenza in rete fosse fondamentale per qualsiasi politico serio, che il web e i social network fossero il luogo naturale della trasparenza, della discussione politica oltre che della elaborazione del pensiero politico. Da un po’ di tempo a questa parte non ne sono più così convinto.

Internet è certamente utile alla trasparenza della politica. Si tratta di un valore imprescindibile che dovrebbe precedere qualsiasi tentativo di interazione. Quale luogo migliore per mostrare nei dettagli agli elettori, per esempio, chi paga il conto della propria attività politica? Da quando le amministrazioni hanno a disposizione lo spazio infinito delle proprie pagine web sembrerebbero non esserci più scuse per una glasnost assoluta dei dati di qualsiasi gestione politica. In realtà le dichiarazioni di principio non sempre sono sufficienti: gli open data, di cui si parla moltissimo da qualche anno, sono fasci di bit talvolta di difficile decodifica, i pdf delle scelte amministrative possono essere sepolti in angoli bui del proprio sito web rendendone arduo il reperimento. Così la trasparenza è diventata una bandierina: associarla al web è servito molto spesso a raccontare una storia, prima ancora che ad aprire il forziere delle informazioni ai cittadini curiosi.

Quando l’amministrazione comunale di Forlì decise di abbattere un centinaio di magnifici pini centenari in un viale dietro la casa dove abito quando sono in Italia, alle mie proteste via email sulla mancata informazione relativa a una scelta così grave, l’assessore all’Ambiente rispose affermando che all’iniziativa il Comune di Forlì aveva invece dato la necessaria pubblicità. Non tanto sul sito web del Comune, dove anche durante le proteste di quei giorni era quasi impossibile rintracciare notizie al riguardo, ma con un’assemblea pubblica indetta molti mesi prima, alla quale avevano partecipato una decina di persone, e con la pubblicazione di un breve articolo su un sito web di informazione locale che non avevo mai sentito nominare.

Questo per dire che la trasparenza è una categoria dello spirito, non un’evenienza imposta dalla tecnologia. Se desideriamo essere trasparenti la tecnologia ci aiuterà, se il nostro scopo è essere oscuri e mimetici la tecnologia sarà in grado di supportarci ugualmente.

Durante la campagna per le primarie del 2012 Matteo Renzi era solito ripetere a ogni comizio e a ogni intervista televisiva che la sua campagna era finanziata dai cittadini attraverso il fundraising sul suo sito web. Quando gli domandai chi fossero i finanziatori della sua campagna[14] mi rispose che entro 90 giorni tutti i denari spesi e quelli ricevuti sarebbero stati messi online.[15] Questo è poi in effetti avvenuto, anche se in maniera caotica e complicata; tuttavia, nel momento in cui scrivo, la pagina del sito web di Renzi sulle entrate del Comitato per la candidatura di Matteo Renzi dà un errore 404 (pagina non trovata).[16] Il racconto della propria trasparenza vince sempre sull’attenzione alla trasparenza stessa.

Ancora più complicato il tema dell’interazione dei politici con i cittadini. Qui la variabile tempo assume un ruolo fondamentale. Senza arrivare ai record di Renato Brunetta, che durante il suo mandato di ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione nel periodo dal 2008 al 2011 ha dato alle stampe non solo i libri Rivoluzione in corso (Mondadori 2009), Sud. Un sogno possibile (Donzelli 2009) e La mia politica (Marsilio 2011) ma anche, insieme a Fabrizio Nonis, Oggi (vi) cucino io. Viaggio nella cucina regionale italiana: ricette, ricordi e varia umanità (Sperling & Kupfer 2010), il tema di dare una gerarchia intelligente al proprio tempo, per chi fa attività politica, è da sempre un’esigenza fondamentale.

Si potrà eventualmente scegliere di partecipare a un talk show televisivo ogni sera (come fanno moltissimi politici attuali dalle ampie vedute) oppure scrivere un libro di ricette durante il mandato ministeriale, così come passare molto tempo – come si dice in gergo – sul territorio ad ascoltare i problemi dei cittadini dalla loro viva voce. Oppure si potrebbe dedicare una quota della propria attenzione a internet.

Per un lungo periodo, specie per i politici di primo piano, incontrare i propri elettori (e i propri detrattori) in rete è stata un’attività meritoria ma soprattutto un’effettiva perdita di tempo. Il numero di potenziali elettori che era possibile intercettare sul web era tutto sommato basso e il tempo da impegnare per simili conversazioni non era esiguo. Era anche, semplicemente, tempo speso male, perlomeno nell’ottica dell’efficacia dei risultati. Negli ultimi anni la presenza degli italiani in rete è aumentata molto, specie in relazione alla massiccia apertura di profili su Facebook, e il bacino di riferimento per la comunicazione politica si è fatto più interessante ma, ancora una volta, con una variabile significativa legata al tempo. E siccome nessun politico di primo piano ha il tempo per leggere le centinaia di commenti che ogni giorno lo riguardano sui blog, sui siti web e sui social network, anche sull’onda di analoghe esperienze americane, dove evidentemente simili problemi si sono presentati prima, si è pensato che una soluzione possibile al «problema tempo» fosse quella di acquistarlo, affidandosi ad agenzie di comunicatori professionali che rappresentassero in tutto e per tutto il politico in rete. Talvolta in maniera silenziosa, altre volte rendendo esplicita la presenza di una figura terza con la sigla st (staff) a fine messaggio.

Ma se il desiderio dei cittadini di intavolare una discussione su Twitter con Pierluigi Bersani o Pier Ferdinando Casini, sapendo che stanno per confrontarsi con uno stagista ignoto, tenderà a zero (con l’eccezione dei polemisti e degli insultatori seriali che sono disposti ad attaccare chiunque, compresa una terza persona stipendiata dal leader politico), è anche vero che demandare ad altri la propria presenza online diventa una scelta quasi inevitabile se si considera il tempo che richiede e le difficoltà intrinseche del linguaggio di rete.

Comunicare su internet è solo apparentemente facile e immediato. In realtà si tratta di una lingua che si impara, che comprende molti possibili differenti dialetti, che non è quasi mai sovrapponibile alle esperienze di comunicazione cui siamo abituati nella vita reale. Potremo essere brillantissimi in un comizio o in uno studio televisivo e contemporaneamente disastrosi su Twitter: capita di continuo.

Farsi capire in rete è un percorso che si impara a proprie spese, sbagliando, abbandonandosi a reazioni precipitose e impulsive un istante prima di aver compreso il significato reale della frase alla quale si è appena risposto, educandosi al rispetto verso gli altri (soprattutto gli sciocchi), ma anche riuscendo a utilizzare con misura il sarcasmo, scoprendo da soli quando è il caso di tacere e quando di scusarsi, quando vale la pena approfondire e quando lasciar perdere. Da questo punto di vista affidarsi a un professionista che viva la rete al nostro posto è contemporaneamente un’ottima e una pessima idea. Ci saranno meno errori, appariremo più adeguati e amabili, ma la persona che starà conversando in rete non saremo noi. E chi starà all’altro lato della conversazione spesso se ne accorgerà. E quando se ne accorgerà resterà molto deluso. Di noi, non del nostro social-media-consulente.

È questa la ragione per cui i pochissimi politici di primo piano che hanno una credibilità e una reputazione in rete da tutti riconosciuta sono quelli che non hanno delegato più di tanto ad altri la propria presenza su internet. Per un’unica semplice ragione: perché loro in rete c’erano già.

In ogni caso, nella gerarchia delle molte cose da fare per un politico italiano, internet continua ad avere un ruolo marginale, di certo ancillare nei confronti della televisione, ma ridotto anche rispetto alle relazioni con la stampa e i vari gruppi di potere. Tutti sono comunque in qualche misura online, alcuni si sono innamorati di una piattaforma piuttosto che di un’altra (in genere Facebook e subito dopo Twitter), molti affidano la propria presenza in rete ad agenzie di comunicazione, alcuni assoldano analisti-ripulitori della reputazione web, altri si fanno proteggere da qualche avvocato che minaccia querele in giro, ma, al netto di tutto questo, pochissimi utilizzano il canale bidirezionale di internet per dialogare con i cittadini. I problemi di tempo e di linguaggio in genere predominano.

I più intelligenti hanno compreso che internet è soprattutto ascolto, un orecchio sempre attento al borbottio nazionale e un canale attraverso cui stimolare e attingere a idee e punti di vista diversi. E questo già è sufficiente a creare molto lavoro.

L’idea della rete come luogo paritario per eccellenza, nel quale l’eletto dialoga quotidianamente con l’elettore, rimane viva solo nelle utopie di fine Novecento riprese in Italia da Casaleggio. Dalla dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di J.P. Barlow[17] in qua, abbiamo vissuto un periodo nel quale il potere salvifico della rete internet che stava nascendo (talvolta con qualche piccola spinta lisergica annessa) avvolgeva qualsiasi aspetto della nostra vita, compresa quindi anche la democrazia declinata nel suo nuovo formato digitale. A dispetto dei sogni, ovunque nel mondo la politica in rete è ormai da anni comunicazione broadcast prodotta con un elevato grado di competenza e professionalità da esperti del settore, e soprattutto ascolto e aggregazione dell’enorme quantità di dati accessibili online.

Questo non fa della rete un luogo meno interessante. Internet è diventato anzi il crocevia della discussione politica, ma con un’inattesa variazione: in tale discussione i politici e le loro scelte sono l’oggetto del discutere, ma quasi mai sono presenti o attivi di persona.

In fondo è meglio così. Il grado di polarizzazione che internet consente alle conversazioni è assai difficile da gestire per chiunque. E questo vale in particolare per le discussioni ad alto impatto emotivo, come sono tipicamente quelle legate alla politica. Viene in mente un aforisma di George Bernard Shaw che dice: «Ho imparato tanto tempo fa a non fare lotta con i maiali. Ti sporchi tutto e, soprattutto, ai maiali piace».

La versione contemporanea di questa frase è il «don’t feed the troll»[18] che ci portiamo dietro dalla nascita di internet. La maniera più laica per rispettare un dettame del genere è non partecipare ad alcuna lotta con i maiali, specie quando i maiali sono interessati a te. Senza rinunciare al confronto e all’esposizione dei propri punti di vista, la politica di vertice ha molto bisogno di creare relazioni su internet: contemporaneamente ha l’esigenza di sancire un grado di separazione abbastanza netto. Perché il problema non è tanto nell’esistenza dei maiali (o dei troll) in grado di sporcare qualsiasi discussione ma nel fatto che molto spesso le discussioni roventi e le acrobazie dei suini raccoglieranno maggiore attenzione di qualsiasi comunicazione di senso civilmente espressa. E questo è uno degli aspetti deprimenti delle conversazioni in rete. Un sacco di tempo perso a separare il grano dal loglio.

Alla fine la comunicazione politica in rete si è fatta gerarchica come sugli altri media, per ragioni di opportunità, anche se con qualche opzione supplementare da indagare. E se Mario Monti è riuscito nel difficile compito di peggiorare la sua già flebile umanità percepita scatenando una polemica sull’affidamento coatto del cane Empy,[19] forse l’esempio più efficace di racconto della propria intimità è stato in questi anni quello affidato al fotografo Pete Souza, che segue Barack Obama (spesso ritratto mentre porta a spasso il cane Bo) a margine e fuori dagli eventi ufficiali. Le foto rubate (in realtà sono l’esatto contrario)[20] da Souza durante la giornata del presidente degli Stati Uniti sono la maniera perfetta per avvicinare la politica ai cittadini utilizzando come chiave d’accesso piccoli lampi di quotidiana normalità. Si tratta di una sintonia in qualche misura fittizia, ma del resto tutta la nostra vita di relazioni in qualche misura lo è.

In definitiva, nel rapporto da ricostruire fra i cittadini e la politica, internet può avere un ruolo di collante identitario, a patto che i maiali siano lasciati a rotolarsi fra loro nel fango e che la plastica della comunicazione verticale non uccida tutto in maniera fragorosa e definitiva come è avvenuto in passato con gli altri media.

 


[1]. Beppe Grillo sulla palla di plastica che messa in lavatrice lava senza detersivo scrisse sul suo blog: «Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di italiani soddisfatti». (http://www.beppegrillo.it/2008/12/biowashball.html)

[2]. http://www.beppegrillo.it/2006/07/cervello_a_la_c.html.

[3]. Il giorno stesso della seconda disastrosa scossa di terremoto che colpì l’Emilia Romagna alle 9 del mattino del 29 maggio 2012, con epicentro fra Mirandola e San Felice sul Panaro, e che provocò 20 morti, 350 feriti e migliaia di sfollati (fonte: Wikipedia), Grillo pubblicò sul suo blog una tempestiva intervista con Giampaolo Giuliani nella quale si sosteneva che Giuliani era in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto: http://www.beppegrillo.it/2012/05/non_si_deve_mor.html.

[4]. Dario Fo, Gianroberto Casaleggio, Beppe Grillo, Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle, Chiarelettere, Milano 2013.

[9]. «Attivista da divano» è una delle possibili (e più benevole) traduzioni del termine inglese slacktivist, che a sua volta deriva dall’unione dei termini slacker («fannullone, scansafatiche») e activist («attivista»), a descrivere la tendenza, sempre più frequente, di chi si dedica a buone cause esclusivamente attraverso prese di posizione su internet o la firma di petizioni online.

[10]. La petizione online promossa da Punto Informatico nel 2001 contro la legge sull’editoria, firmata da oltre 54.000 persone e sottoscritta da 3300 siti web, fu consegnata al presidente della Camera dei Deputati Pier Ferdinando Casini e al ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri il 15 ottobre 2001: nonostante le molte prese di posizione pubbliche del mondo politico, le firme raccolte finirono in un cassetto e non furono mai in alcun modo considerate. (http://punto-informatico.it/88193/PI/News/editoria-consegnata-petizione.aspx)

[11]. Il giornalista, storico e saggista siciliano Carlo Ruta è stato al centro di una lunga vicenda giudiziaria almeno in parte conseguenza della legge 62/2001. L’8 maggio 2008 fu condannato a una pena pecuniaria per aver pubblicato articoli e commenti sul suo sito web Accadde in Sicilia senza che fosse stata eseguita la registrazione presso il tribunale competente. Si è trattato del primo caso del genere in Italia e in Europa. La violazione contestata riguarda l’art. 16 della legge 47 del 1948, che attiene al reato di stampa clandestina, in questo caso applicato al web. La sentenza fu poi confermata dalla Corte di Appello di Catania nel maggio del 2011 per poi essere annullata da un ricorso in Cassazione il 10 maggio 2012. Nelle motivazioni della sentenza si spiega infine che il reato di stampa clandestina non può essere applicato a un blog su internet. (Fonte: Wikipedia)

[12]. In un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters nel 2007 in occasione dell’anniversario degli attentati dell’11 settembre Frattini affermò: «Intendo portare avanti un esercizio di esplorazione con il settore privato su come sia possibile usare la tecnologia per evitare che la gente usi o cerchi parole pericolose come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo»; la dichiarazione è riportata da Alessio Balbi, «Censura, Google contro Frattini. “No al blocco delle parole pericolose”», http://www.repubblica.it/2007/ 05/sezioni/scienza_e_tecnologia/google6/frattini-ricerche/frattini-ricerche.html.

[13]. La Wayback Machine (http://archive.org/web/) è un archivio digitale di pagine web creato da Internet Archive, un’associazione no profit di San Francisco. Il servizio consente agli utenti di accedere a versioni precedenti di pagine web salvate nel tempo; per questa ragione l’archivio è anche chiamato «indice a tre dimensioni». (Fonte: Wikipedia)

[17]. Si tratta di un documento storico della rete internet, scritto dall’ex autore dei testi dei Grateful Dead, John Perry Barlow, a Davos in Svizzera l’8 febbraio 1996. Barlow, attivista e poeta che si definiva a quei tempi «dissidente cognitivo», scrisse il celebre manifesto in risposta alla conversione in legge del Telecommunications Act del governo americano. Il manifesto iniziava così: «Governi del Mondo, stanchi giganti di carne e di acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente. A nome del futuro chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Non siete graditi fra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo». (Versione italiana: http://www.olografix.org/loris/open/manifesto_it.htm)

[18]. Troll è espressione ormai nota, mutuata dal gergo di internet, che definisce una persona che interagisce con altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la conversazione e fomentare gli animi. La parola troll indica originariamente una mitologica creatura umanoide diffusa nelle leggende dell’Europa del Nord. Don’t feed the troll è un suggerimento gergale molto usato su internet che significa «non dare corda ai provocatori». (Fonte: Wikipedia)

[19]. Il senatore Mario Monti, durante un’intervista televisiva alle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, decise di adottare un cucciolo di cane che gli era stato a sorpresa messo in grembo dalla conduttrice. A distanza di tempo Monti in un’intervista dichiarò di essere stato spinto in maniera scorretta all’adozione del cane.

[20]. Le foto di Pete Souza sono consultabili sul profilo Flickr della Casa Bianca (https://www.flickr.com/photos/whitehouse/sets/72157623126418563/) o sul suo profilo su Instagram (http://instagram.com/petesouza).

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Facciamoci una partita a Scarabeo. Breve storia della letteratura del Novecento davanti un tabellone. https://minimaetmoralia.it/letteratura/facciamo-una-partita-a-scarabeo-breve-storia-della-letteratura-del-novecento-davanti-un-tabellone/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/facciamo-una-partita-a-scarabeo-breve-storia-della-letteratura-del-novecento-davanti-un-tabellone/#respond Sun, 19 Jan 2014 12:20:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17663 Cinquantanove anni fa, il 19 gennaio 1955, veniva messo in commercio Scrabble, forse il più intellettuale dei giochi da tavola. La sua versione italiana, Scarabeo, fu pubblicata qualche anno dopo senza autorizzazione, con le regole leggermente diverse, e rimase in commercio dopo una causa legale.
La letteratura ha omaggiato Scrabble in molti modi. Un articolo del Boston Globe del 2007 metteva in fila almeno una cinquantina di citazioni letterarie. Ne abbiamo tradotte alcune. F
acendo un po' di mente locale, minimum fax ha pubblicato almeno tre libri Scrabble-Scarabeo in cui viene citato. Magic kingdom di Stanley Elkin, Cercasi batterista, chiamare Alice di Rick Moody, e Si prega di allegare dieci dollari per ogni poesia inviata di Charles Bukowski. Ma, come vedrete qui sotto, Elkin, Bukowski e Moody sono in buona compagnia.

Robert Lowell. "Ero seduto a bocca aperta davanti a un tabellone di Scarabeo, incapace di formare anche la parola più semplice; dovevo essere imbeccato da un'infermiera, anche così non riuscivo a dare nessun senso alle parole che l'infermiera aveva fatto per me" (da Near the Unbalanced Aquarium, il libro di memorie postume di 1955)

Sylvia Plath. "Mia madre era l'unica in un lungo flusso di visitatori - il mio ex datore di lavoro, la signora di quelli di Christian Science, che camminava sul prato con me e ha parlato della nebbia che sale dalla terra nella Bibbia, e del fatto che la nebbia è l'errore, e che tutti i miei guai sono che ho creduto nella nebbia, e il minuto in cui avrei smesso di crederci, la nebbia sarebbe scomparsa e avrei visto come ero sempre stata bene, e l'insegnante di inglese che avevo al liceo che è venuto e ha cercato di insegnarmi a giocare a Scarabeo, perché pensava che questo potesse far rivivere il mio vecchio interesse per le parole, e Philomena Guinea stessa, che non era affatto soddisfatta di quello che i dottori stavano facendo e continuava a dirglielo. Odiavo queste visite.  di quello che i medici stavano facendo e continuava a dire loro così. Odiavo queste visite." (da La campana di vetro, 1963)

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Cinquantanove anni fa, il 19 gennaio 1955, veniva messo in commercio Scrabble, forse il più intellettuale dei giochi da tavola. La sua versione italiana, Scarabeo, fu pubblicata qualche anno dopo senza autorizzazione, con le regole leggermente diverse, e rimase in commercio dopo una causa legale.
La letteratura ha omaggiato Scrabble in molti modi. Un articolo del Boston Globe del 2007 metteva in fila almeno una cinquantina di citazioni letterarie. Ne abbiamo tradotte alcune. F
acendo un po’ di mente locale, minimum fax ha pubblicato almeno tre libri Scrabble-Scarabeo in cui viene citato. Magic kingdom di Stanley Elkin, Cercasi batterista, chiamare Alice di Rick Moody, e Si prega di allegare dieci dollari per ogni poesia inviata di Charles Bukowski. Ma, come vedrete qui sotto, Elkin, Bukowski e Moody sono in buona compagnia.

Robert Lowell. “Ero seduto a bocca aperta davanti a un tabellone di Scarabeo, incapace di formare anche la parola più semplice; dovevo essere imbeccato da un’infermiera, anche così non riuscivo a dare nessun senso alle parole che l’infermiera aveva fatto per me” (da Near the Unbalanced Aquarium, il libro di memorie postume di 1955)

Sylvia Plath. “Mia madre era l’unica in un lungo flusso di visitatori – il mio ex datore di lavoro, la signora di quelli di Christian Science, che camminava sul prato con me e ha parlato della nebbia che sale dalla terra nella Bibbia, e del fatto che la nebbia è l’errore, e che tutti i miei guai sono che ho creduto nella nebbia, e il minuto in cui avrei smesso di crederci, la nebbia sarebbe scomparsa e avrei visto come ero sempre stata bene, e l’insegnante di inglese che avevo al liceo che è venuto e ha cercato di insegnarmi a giocare a Scarabeo, perché pensava che questo potesse far rivivere il mio vecchio interesse per le parole, e Philomena Guinea stessa, che non era affatto soddisfatta di quello che i dottori stavano facendo e continuava a dirglielo. Odiavo queste visite.  di quello che i medici stavano facendo e continuava a dire loro così. Odiavo queste visite.” (da La campana di vetro, 1963)

Vladimir Nabokov. “‘Lei pensava che avremmo giocato a Scarabeo senza di lei’, disse Ada, ‘o che saremmo passati a qualche ginnastica orientale, che ti ricordi, Van, avevi cominciato a insegnarmi'” (da Ada, 1969) 

Don DeLillo. “Obbediscono alle loro madri. Non s’infilano in una cantina buia senza aspettarsi di essere strangolati da uno zombie. Si benedicono costantemente. E noi, che cosa facciamo? Guardiamo la televisione e giochiamo a Scarabeo. Ecco com’è, figli della luce e le tenebre.”

Patricia Highsmith. “La parola ‘Scarabeo’ fu come una bomba che esplose nella mente o nella memoria di Minderquist. Lui e Julia non giocavano più. Il fatto era che Minderquist non riusciva a concentrarsi o non voleva”. (da “Mermaids on the Golf Course”, 1978)

Douglas Adams. “Quello che stava facendo era piuttosto curioso, e ed era questo: su un largo pezzo di roccia piatta aveva inciso la forma di un grosso quadrato, suddiviso in 169 quadrati più piccoli, tredici per lato … ‘No’, disse Arthur a uno dei nativi che aveva appena mescolato alcune delle lettere in un raptus di sconforto abissale, ‘la Q vale dieci, ed è su una casella tripla parola, quindi… guarda, vi ho spiegato le regole… no, no, seguimi per favore, metti giù quella mandibola … Va bene, cominciamo di nuovo. E cercate di concentrare questa volta’”. (Ristorante alla fine dell’universo, 1980)

Stanley Elkin. “La giovane donna [a Buckingham Palace], che non si è preso la briga di presentarsi, lascia [Eddy Bale] a sedersi su una sedia molto alta e elegante accanto a un tavolo da gioco su cui ha apparecchiato un tabellone di Scarabeo. Eddy vorrebbe chiedere del protocollo, ma lei è sparita prima che lui possa anche porre la questione. Bale è in grado di leggere alcune delle parole che i giocatori hanno formato e lasciato lì – ‘contadino’, ‘servo’, ‘primogenitura’ – ma un bambino di forse sette o otto anni, forse un paggio di corte o uno dei giovani reali, arriva vicino a lui, e Eddy distoglie lo sguardo rapidamente via come fosse stato beccato a studiare i segreti di Stato”. (Magic Kingdom, 1985)

John Le Carré. “Non importa che sono vent’anni più giovane di Pym. Quello che riconosco in Pym è quello che vedo in me stesso: uno spirito così ribelle che, anche mentre sto giocando una partita a Scarabeo con i miei figli, può oscillare tra le opzioni suicidio, stupro e assassinio”. (da La spia perfetta, 1986)

Stephen King.  “La cosa che Richie ricordava di Jimmy Cullum, un ragazzino tranquillo che portava anche gli occhiali, era che gli piaceva giocare a Scarabeo nei giorni di pioggia. Non poter andare più a giocare a Scarabeo, pensò Richie, e rabbrividì un po’”. (da It, 1986)

Michael Cunningham. “Tutti volevano un drink. E subito se ne occupò Jonathan. Ho capito che era probabilmente per come era cresciuto: proporre di farsi un drink o una partita a Scarabeo una passeggiata nel parco… Si stava coltivando una vita ordinata e precisa come il salotto di sua madre”. (La casa alla fine del mondo, 1990)

Richard Powers. “Dietro la radiazione dell’orrore ce n’è un’altra così grande che richiede alle Agenzie di vietare i fatti. Il drammaturgo del copione della vita è un dado; anche ora che il copione non è stato fissato. Ci sono macchie che cambiano da una lettura all’altra. La spettacolare esplosione della specie è scritta su un tabellone di Scarabeo mandato all’aria. Chi può continuare a respirare se i mutageni sono ovunque nell’aria?” (da Gold Bug Variations, 1991)

Douglas Coupland. “Mia a madre, Jasmine, si è svegliata questa mattina per trovare la parola DIVORZIO scritta al contrario sulla fronte con un grosso pennarello nero… ‘È qualcosa a che fare con una partita a Scarabeo, Tyler. La spiegazione era confusa’, disse Daisy. ‘Che cosa terribile. Che cosa orribile da fare [per Tyler e il patrigno di Daisy]. Davvero abietta. Mi sento male'”. (da Generazione Shampoo, 1992)

Rick Moody. “Dopo le superiori le cose presero a andare veramente male …. per dirla tutta, mi sono affidato a un ospedale psichiatrico nel Queens, sostenendo ingenuamente che la mia sensibilità stava diventando un peso per me. Questo non diede un nome al mio problema. Imparai a giocare a Scarabeo in ospedale, e imparai, un pochino, a prendermi cura del benessere di altre persone”. (da Cercasi batterista, chiamare Alice, 1992)

Michael Chabon. “Passai un paio d’ore davanti alla televisione con Philly, a guardare Edward G. Robinson che se ne andava in giro per la faraonica Menfi in sandali. Poi mi lasciai trascinare in una triste partita a Scarabeo con Irv e Irene” (da Wonder Boys, 1995)

Alice Munro. “I pensieri che le venivano in mente, di Jeffrey, non erano veramente pensieri – erano più simili alterazioni nel suo corpo. Questo poteva accadere nel mezzo di una partita a Monopoli, a Scarabeo, a qualche gioco con le carte. Lei continuò a parlare, ascoltare, lavorare, tenere traccia dei bambini, mentre alcuni ricordi della sua vita segreta la disturbavano come un’esplosione.” (da Il sogno di mia madre, 1998)

Jonathan Franzen. “Robin distolse lo sguardo, verso la strada, a una fila di palazzi morti con cornici di lamiera arrugginita. ‘Brian dice che sei molto competitivo …. Ha detto che non vorrebbe giocare a Scarabeo con te.'” (da Le correzioni, 2001) 

E per finire una poesia di Charles Bukowski, tratta da Si prega di allegare dieci dollari per ogni poesia inviata

Una tapparella abbassata. 

quello che mi piace di te
mi disse lei
è che sei rozzo –
ti guardo mentre stai seduto lì
con una lattina di birra in mano
e un sigaro in bocca
e guardo
la tua pancia zozza e pelosa
che ti sporge
da sotto la camicia.
ti sei tolto le scarpe
e hai un buco
nel calzino destro
riempito dal ditone
che esce fuori.
non ti fai la barba da
4 o 5 giorni.
hai i denti gialli
e le sopracciglia
ti penzolano
tutte attorcigliate
e hai abbastanza
cicatrici
da far cacare sotto
dalla paura chiunque.
c’è sempre
un anello di sporcizia
nella tua vasca da bagno
il tuo telefono
è coperto di
grasso
e
metà della robaccia
che hai in frigorifero
è marcia.
non lavi mai
la macchina.
sul pavimento
ci sono giornali
di una settimana fa.
ti leggi riviste
sconce
e non hai neanche
la tv
ma fai le
ordinazioni dal
negozio di liquori
e lasci una buona
mancia.
e la cosa migliore
è che non fai nulla per convincere
una donna a
venire a letto
con te.
non sembri per niente
interessato
e mentre ti parlo
non dici
una parola
non fai che
guardare in giro
per la stanza o
ti gratti il
collo
come se non mi
ascoltassi.
tieni un vecchio
asciugamano bagnato
nel lavandino
e una foto di
Mussolini
attaccata al muro
e non ti lamenti
mai
di niente
e non fai mai
domande
e ti
conosco da
6 mesi
ma non
ho idea
di chi sei.
sei
come
una tapparella abbassata.
ma è questo
che mi piace di
te:
che sei rozzo:
una donna
può andarsene
dalla tua
vita e
scordarsi di te
in un attimo.
a una donna
può andare solo
MEGLIO
dopo essere
stata con te,
tesoro.
tu devi
essere
la cosa più bella
che sia mai
capitata
a
una ragazza
che si trova tra
una storia finita
e una da cominciare
e non ha niente
da fare
per il momento.
questo cazzo di
scotch
è davvero buono.
facciamoci una partita
a Scarabeo.

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