Douglas Coupland Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/douglas-coupland/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Dec 2020 10:43:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Douglas Coupland Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/douglas-coupland/ 32 32 Il mondo perduto: La valle oscura di Anna Wiener https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-mondo-perduto-la-valle-oscura-di-anna-wiener/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-mondo-perduto-la-valle-oscura-di-anna-wiener/#respond Wed, 23 Dec 2020 09:23:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47464 Photo by Christian Wiediger on Unsplash

Nel 1997 Ellen Ullman, programmatrice ed ex attivista politica, pubblica un memoir dal titolo Close to the Machine. Tecnophilia and its Discontents. Il libro esce per City Lights Books, la casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, e si propone di raccontare in presa diretta l'esperienza di una sviluppatrice di sofware nella Silicon Valley del primo boom digitale.

In Italia arriverà solo molto dopo, all'inizio del 2018, tradotto da Vincenzo Latronico per minimum fax (Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley): un intervallo di ben due decenni, durante il quale il presente ancora liquido e dinamico descritto nel libro ha potuto sedimentarsi assumendo la forma solida del nostro futuro.

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Nel 1997 Ellen Ullman, programmatrice ed ex attivista politica, pubblica un memoir dal titolo Close to the Machine. Tecnophilia and its Discontents. Il libro esce per City Lights Books, la casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, e si propone di raccontare in presa diretta l’esperienza di una sviluppatrice di sofware nella Silicon Valley del primo boom digitale.

In Italia arriverà solo molto dopo, all’inizio del 2018, tradotto da Vincenzo Latronico per minimum fax (Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley): un intervallo di ben due decenni, durante il quale il presente ancora liquido e dinamico descritto nel libro ha potuto sedimentarsi assumendo la forma solida del nostro futuro.

In quegli anni l’atmosfera si stava riscaldando parecchio, da quelle parti. Il tempo della storia aveva accelerato bruscamente, cominciando a scorrere non più alla velocità dell’uomo ma a quella, molto maggiore, della larghezza di banda. Il sogno di Bill Gates di portare un computer su ogni scrivania americana sembrava sempre più vicino a realizzarsi. La bolla delle dot-com aveva appena cominciato un’espansione che, poco prima prima di deflagrare bruciando quasi tutto, poteva ancora permettersi l’entusiasmo dell’onnipotenza. Era l’alba della nuova corsa all’oro e le cose si stavano muovendo decisamente in fretta.

Anche il sismografo della letteratura iniziava a registrare i sommovimenti in atto sotto la crosta sottile di una quotidianità in rapido mutamento. Appena due anni prima, per esempio, nel 1995, Douglas Coupland aveva messo in scena in Microservi lo sconvolgimento sociale e cognitivo che, dal nuovo epicentro localizzato nell’industria californiana del tech, prometteva di irradiarsi presto ovunque, dissestando e riorganizzando il nostro modo di concepire il lavoro, l’identità, le relazioni, il nostro stesso posto nel mondo.

Più ancora di Coupland, però, è proprio Ellen Ullman a intuire, con una lungimiranza che sconfina nella divinazione, il lontano profilo di una realtà ancora in divenire. La prima volta che ho letto Accanto alla macchina non ho potuto fare a meno di provare una strana sensazione, una specie di disorientamento sensoriale: un po’ come quando il nostro cervello si inganna e crede di vedere qualcuno che sbircia uno smartphone in un film di Charlie Chaplin. L’esplosione delle startup, il trasferimento di ogni aspetto dell’esistenza fisica nella dimensione virtuale del cyberspazio, l’avvento di un’economia immateriale basata non sul valore intrinseco di contenuti e prodotti ma sul puro e semplice atto della transazione, sul clic, sulla continua e ossessiva presenza di chiunque in rete: Ullman ha descritto nei minimi dettagli una società che ha tutte le caratteristiche di quella in cui viviamo noi, solo che l’ha fatto alla fine degli anni Novanta.

Soprattutto, ha saputo intravedere la nascita di un mondo basato su un rapporto uomo – macchina pesantemente sbilanciato sul secondo polo: l’inevitabile sottoprodotto dell’errata convinzione che il nostro cervello e i computer ragionino seguendo gli stessi percorsi logici, che le esigenze individuali vadano sempre subordinate all’interesse per la funzionalità tecnica dei sistemi informatici e che l’intera vita umana sia, in ultima analisi, un insieme di processi ancora troppo inefficienti, che richiedono un upgrade di ottimizzazione. Lavorando nel cuore stesso del punto zero, vedendoli all’opera e parlando con loro Ullman ha capito ben presto che tutti quei giovani imprenditori multimilionari, lanciati alla conquista della valle del silicio dal chiuso dei loro enormi uffici condizionati, stavano progettando sì un mondo nuovo, ma incardinato su tutte le premesse sbagliate. “Il problema è che più tempo passiamo a osservare un’idea ristretta dell’esistenza, più la nostra idea di esistenza si restringe […] Siamo convinti di creare il sistema, ma al contempo è il sistema che crea noi. Lo abbiamo costruito, ci viviamo dentro, ne siamo trasformati”.

Accanto alla macchina inaugura un nuovo modo di raccontare la Silicon Valley, lontano dal trionfalismo delle narrazioni aziendali ispirate alla più sfrenata tecnoutopia libertaria e destinato a comporre, negli anni a venire, un vero e proprio genere letterario.

Un genere contraddistinto da una prospettiva specifica, anche se declinata di volta in volta secondo chiavi interpretative diverse: quella di una donna con un background di studi umanistici e un orizzonte politico ideale ben definito, che osserva il proprio ambiente da un’angolazione estranea sotto tutti gli aspetti fondamentali all’ideologia dominante nell’industria tecnologica, ancora oggi maschiocentrica, popolata quasi esclusivamente da ingegneri e tecnici votati al culto del software e in cui le poche presenze femminili possono ambire al massimo solo a ruoli ancillari, quando non puramente estetici.

Ho pensato spesso a quel libro mentre leggevo La valle oscura di Anna Wiener, appena uscito per Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra: anch’esso un memoir che, accompagnato da aspettative alte, si inserisce pienamente nella linea genealogica avviata proprio da Ullman. Non mi sono quindi stupito di trovarlo citato dalla stessa Wiener, in varie interviste, tra i libri più simili per intento al suo.

I due testi hanno in effetti diversi punti in comune. Su tutti, l’idea che la rivoluzione digitale sia anche – o forse in primo luogo – un fenomeno sociale, legato a doppio filo alle caratteristiche dell’ambiente in cui è maturata. Che cioè la tecnologia digitale, al pari di ogni altra, non possa fare a meno di contenere in sé frammenti dell’idea di mondo delle persone che l’hanno generata: tutto quel composto chimicamente instabile di abitudini, modi di parlare, stili di vita, sistemi di valori, visioni etiche e politiche, ambizioni e pregiudizi umani, troppo umani che inevitabilmente finiscono per condizionare l’architettura e il funzionamento di quell’insieme di infrastrutture che Wiener chiama “l’ecosistema”. E che perciò, per capire davvero la struttura del nostro Brave New World, si debba per prima cosa raccontare i modi in cui vivono, lavorano ed entrano in relazione con la realtà i suoi creatori, “le persone dietro Internet”.

Anna Wiener non aveva mai pensato che un giorno una di quelle persone sarebbe stata lei, “perché di fatto non avevo mai considerato che dietro Internet ci fosse qualcuno”. Una laurea in sociologia, un lavoro monotono e sottopagato in una piccola agenzia editoriale, un appartamento condiviso a North Brooklyn “con così tanti mobili usati che quasi si respirava la storia”, all’inizio del racconto Wiener si descrive come una sorta di Cenerentola hipster impegnata a condurre “una vita ostentatamente analogica”, tra foto scattate con la vecchia macchina fotografica del nonno, sale prove fatiscenti a Bushwick e relazioni con “uomini che fabbricavano libriccini fatti a mano o mobili in legno grezzo”.

Una vita, però, il cui spazio di manovra si restringe sempre di più, rendendo ogni giorno più difficile nascondersi la realtà: e cioè che, mentre l’editoria rimane votata alla perpetuazione del proprio eterno passato, là fuori “le maree volgevano al digitale”. A pochi fusi orari di distanza da una New York improvvisamente declassata a periferia dell’impero, c’è un mondo in piena ebollizione: colossi informatici e multinazionali dell’e-commerce che lavorano notte e giorno per riprogrammare la realtà, estendere la propria giurisdizione su ogni attività umana e, incidentalmente, accumulare ricchezze incalcolabili. L’attrazione di quel mondo sconosciuto si fa sempre più forte, finché Wiener si convince a fare il salto: lasciare tutto per arruolarsi nelle fila tanto più ricche e promettenti dell’industria del tech, prima per un breve periodo a New York e poi direttamente nella nuova capitale del pianeta: San Francisco.

Più che un battesimo, l’immersione improvvisa nel mondo delle startup digitali è uno shock culturale. Passando da una startup di ebook a un’azienda di analisi dati per approdare infine a una piattaforma di software open source, Wiener si ritrova catapultata nella materializzazione del sogno proibito di un liceale nerd con la passione per i computer e qualche milione di dollari in banca. La Silicon Valley è il regno incontrastato di una generazione all’apice di una parabola di assoluta fede tecnocratica, che va dalla quotazione in borsa di Facebook nel 2012 fino all’alba del giorno successivo all’elezione di Trump, quando il crollo delle illusioni sembrò decretare un imminente crepuscolo degli dèi. Cinque anni decisivi di cui La valle oscura ci consegna un resoconto di prima mano, condotto con un misto di curiosità, incredulità, stupore, sagacia e autoironia ad accompagnare l’osservazione (fin troppo) minuziosa di pratiche, credenze, costumi collettivi, rituali identitari e spazi sociali che, tutti insieme, compongono un vero e proprio diario di antropologia siliconvallica.

Anna Wiener traccia il ritratto di un ambiente creativo fiero di proclamare la propria avversione per ogni forma di autorità accademica e di organizzazione gerarchica, che dichiara di promuovere la più totale libertà di espressione individuale, ricompensa i propri dipendenti con cifre enormi per mantenerli legati all’azienda, ragiona per obiettivi e non impone nessun orario d’ufficio e, almeno all’apparenza, nessuna formalità nei rapporti. Che crede nella crescita inarrestabile, nell’innovazione continua, nella perfettibilità illimitata del corpo e della mente e, su tutto, nella possibilità, autentica e tangibile, di migliorare – o persino salvare – il mondo grazie al potere della tecnologia.

Un idealismo potente e orgogliosamente autoconsapevole, che tuttavia, con il passare dei mesi, rivela sempre più chiaramente il trucco dietro l’illusione. È a quel punto che la Uncanny Valley si fa non oscura come la selva dantesca, ma semmai, appunto, perturbante: un’espressione, quella del titolo originale del memoir, con cui si indica il sottile ma crescente disagio provato al cospetto di una ricreazione artificiale dell’umano tanto accurata da suscitare nell’osservatore sentimenti di inquietudine e repulsione. Un po’ come il volto dell’androide raffigurato sulla copertina dell’edizione italiana, ma in senso contrario: nel caso della società descritta da Wiener è l’umanità che tende a rimodellarsi secondo i princìpi della macchina, nascondendo sotto la superficie levigata e attraente di una purezza fervida di buoni propositi una realtà più complessa, spesso contraddittoria e ambigua.

Così, per esempio, la sbandierata antipatia startuppara per gli organigrammi gerarchici tipici dei colossi del tech si rivela presto per quello che è: un paravento per l’imposizione silenziosa di una struttura piramidale non basata su contratti o meriti individuali, ma semplicemente accettata così com’è, conseguenza naturale della superiorità intrinseca di certe figure (i tecnici e i dirigenti) su tutte le altre. L’immaginario rilassato e amichevole dei posti di lavoro, rappresentato fisicamente dall’assenza di barriere degli open space, si sgretola in uno scenario più complesso, che comprende non solo feste in ufficio, bar gratuiti e partite di ping pong, ma anche molestie sessuali, microaggressioni quotidiane, esclusione delle minoranze e discriminazioni di genere. A ogni nuovo giro di finanziamenti, tutti quei ventenni elettrizzati all’idea di cambiare il mondo diventano sempre un po’ più simili ai vecchi monopolisti che volevano detronizzare.

Soprattutto, Wiener capisce ben presto che i giovani supereroi della rete vogliono sì il grande potere, ma non le grandi responsabilità: sotto la maschera ribelle dell’anarchia antisistema sta l’intolleranza per ogni forma di ingerenza esterna. Sono gli anni in cui l’euforia per i big data si riscalda fino a diventare incandescente. Internet è uno spazio di conquista vastissimo e incontaminato, popolato da infiniti “flussi digitali di comportamento umano” che attendono solo di essere raccolti, analizzati e aggregati. “Non tutti sapevano perché avevano bisogno dei big data, ma tutti sapevano di averne bisogno”: un’esigenza che le startup digitali sono lì per soddisfare, sviluppando strumenti progettati appositamente per setacciare l’attività online di ogni tipo di utente ed estrarne, ricombinare e sfruttare ogni tipo di informazioni. Mai prima d’ora l’uomo aveva avuto un controllo così capillare sulla vita di individui e comunità. I dipendenti delle aziende di analisi dati hanno accesso letteralmente a ogni cosa: una condizione quasi divina, definita infatti “God Mode”, modalità Dio. Le stesse interfacce, così pulite e intuitive, sono “come la magia o la religione” e alimentano la stessa “collettiva sospensione dell’incredulità”.

L’accelerazione del settore è stata d’altronde talmente fulminea da precorrere ogni tentativo di regolamentazione e le attività delle startup possono ancora svolgersi nel disinteresse più assoluto per ogni implicazione di carattere etico. La sola idea di rivelare nel dettaglio il funzionamento della macchina è fonte di fastidio: “la trasparenza verso le masse non era l’ideale: meglio che le masse ignorassero cosa le aziende nel settore dei big data sapevano di loro”. La conseguenza è ovvia e Wiener ne ha la conferma parlando con un amico che si occupa di diritti digitali: al di là delle intenzioni, ogni società del tech è una società di sorveglianza.

Dai tempi di Ullman non è cambiato molto: il credo siliconvallico è ancora una trinità di codice, software e dati. L’aspetto umano della realtà, poco più di un insieme di processi imperfetti da sistemare. Il traguardo, lo stesso di sempre: “un mondo migliorato dalle aziende migliorate dai dati. Un mondo di metriche affidabili, in cui gli sviluppatori non avrebbero mai smesso di ottimizzare, e gli utenti non avrebbero mai smesso di guardare i loro schermi. Un mondo libero dal peso delle decisioni, dalle inutili frizioni del comportamento umano, dove ogni cosa – ridotta alla versione più veloce, semplice e patinata di se stessa – poteva essere ottimizzata, gerarchizzata, monetizzata e controllata”.

Anche Anna Wiener, dalla sua postazione di assistenza clienti, all’inizio avverte la seduzione del codice, della lucidità rigorosa di un mondo riprogrammato secondo gli script logici e necessari che fanno funzionare gli algoritmi. Il codice, spiega, è un po’ come la matematica: appagante nella sua chiarezza, rassicurante nel suo ordine, nella sua “distinzione netta tra giusto e sbagliato”. Soprattutto, è “reattivo e indifferente. Caso unico nella mia vita, quando facevo uno sbaglio me lo comunicava subito”. Nel chiuso degli uffici refrigerati delle startup, l’algida astrattezza del codice sembra davvero il modo migliore per debuggare il mondo da tutti i suoi problemi, come se la realtà fosse un programma che non stia performando a dovere.

All’esterno la situazione è ben diversa: la tecnologia sta sì trasformando il mondo, ma non sempre in meglio. Dalle sedi delle aziende il cambiamento si diffonde a raggiera, mutando prima l’identità urbana di San Francisco e provocando la gentrificazione di interi quartieri, il proliferare di sacche di nuova povertà e l’espansione incontrollata di una speculazione immobiliare che taglia fuori dallo spazio cittadino intere fasce di popolazione. Poi modificando il rapporto con il corpo, ridotto come tutto il resto a una piattaforma da ottimizzare ricorrendo al biohacking; con le relazioni sociali, sempre più alienate e superficiali nel risicato spazio concesso loro dal perpetuarsi ininterrotto del ciclo produttivo; e persino con l’esperienza sensibile, che finisce per partecipare della medesima tendenza alla smaterializzazione insita nella missione di digitalizzare l’intera esistenza, sconfinando spesso nella tecnodipendenza. Fino all’ingegneria politica e sociale messa in atto da chi si serve degli strumenti di profilazione per orientare opinione pubblica e scelte politiche, o alla Guerra Fredda digitale che contrappone spregiudicati organi istituzionali di sicurezza e leaker ribelli votati alla sovversione del sistema.

Dalla lettura del memoir di Wiener emerge insomma un quadro composito e fortemente chiaroscurale: l’ambiguità di un nuovo ceto dominante quasi sempre in conflitto con la propria stessa immagine pubblica e non di rado persino con la percezione che ha di sé. Un’ambiguità che in un certo senso trova, nel racconto, un efficace correlativo formale nella scelta di evitare ogni tipo di menzione esplicita. Brand, aziende, persone, app, persino titoli di film e di libri: ogni riferimento viene spogliato del nome e scarnificato in perifrasi che si limitano a descriverne l’essenza. Come le tre startup in cui Wiener lavora: “la app di lettura per cellulari che funzionava su un modello a sottoscrizione” (Oyster), “la startup specializzata in analisi dei dati” (Optimizely o forse Mixpanel) e la startup open source “che produceva strumenti per sviluppatori” contrassegnata dal logo di un “un polpo-gatto” (GitHub). O ancora: “il social network che tutti dicevano di odiare ma a cui nessuno riusciva a smettere di loggarsi”, “il grande negozio online che aveva aperto negli anni Novanta vendendo libri sul web”, “il colosso dei motori di ricerca”, “la piattaforma a misura di millennial dove si poteva affittare una camera in casa di estranei”. Una soluzione narrativa legata forse, in origine, al rispetto di accordi di riservatezza, ma che nel risultato finale trasforma la rete in un ecosistema di riferimenti al tempo stesso vaghi e chiarissimi, l’immagine di una società digitale in cui ogni cosa è insieme nota e sfuggente, ora predominante e subito dopo evanescente e inafferrabile.

In realtà, però, La valle oscura non soddisfa le attese, lasciando l’impressione di aver letto un lungo personal essay dilatato ben oltre i limiti del necessario. Del resto è proprio così che nasce il memoir, da un longform pubblicato nel 2016 sulla rivista n+1. L’accumulo continuo di scene, episodi e aneddoti che cadenzano il racconto, se da un lato intendono movimentarlo e ampliarne il più possibile il raggio, dal’altro lo appesantiscono stiracchiandolo a dismisura, rendendolo a tratti ripetitivo, monotono ed eccessivamente incline qua e là a digressioni prive di reale interesse per il lettore.

Ma il problema principale è un altro: e cioè che l’abbondanza di situazioni dettagliate da Wiener nella sua storia non sembra in alcun modo giustificata da un’analoga ricchezza di spunti tematici. A chi abbia già anche solo una minima dimestichezza con il dibattito corrente sugli enigmi, le contraddizioni e i rischi delle tecnologie digitali La valle oscura non dice quasi nulla di nuovo. Nessuna rivelazione, nessun retroscena, nessuna verità nascosta o intuizione illuminante. Quella che Wiener descrive, con qualche anno di ritardo, è semmai l’epoca aurorale di un mondo che, con la sua entusiastica esuberanza e la sua fede cieca nelle magnifiche sorti e progressive della perfettibilità tecnologica dell’umanità, almeno da Cambridge Analytica in poi fa parte più della mitologia che della storia.

Quello di Anna Wiener, in definitiva, è il resoconto di un’esperienza individuale che non sembra distinguersi per eccezionalità, malgrado gli sporadici tentativi che compie per suggerire riflessioni di carattere universale. Non solleva domande particolarmente originali e, di fatto, non risponde se non in minima parte nemmeno a quelle con cui l’edizione italiana lo presenta al pubblico: in particolare la questione, non proprio nuovissima, relativa all’utilizzo da parte delle aziende del tech di tutti i dati che accumulano su di noi. Cosa se ne fanno di tutte quelle informazioni?, ci si chiede. Le usano “per vendere, d’accordo. Per sorvegliare, come no. Ma poi?”. Ma poi niente: La valle oscura non fornisce nessun’altra risposta oltre a quelle due, a cui è riservato peraltro uno spazio tutto sommato minimo nell’architettura complessiva del libro – e un grado di approfondimento da cui nel 2020 sarebbe lecito aspettarsi decisamente di più.

Dieci anni fa, o anche solo cinque, La valle oscura sarebbe stato forse un testo rivoluzionario. Oggi è l’epigono un po’ deludente di un genere letterario che comprende titoli ben superiori per acutezza di analisi e profondità di osservazione. Uno di questi è citato spesso, insieme al memoir di Ullman, dalla stessa Wiener: The Boy Kings di Katherine Losse, impiegata n. 51 di Facebook e autrice di un vivace resoconto della sua esperienza quinquennale alle dipendenze di Mark Zuckerberg, prima come addetta all’assistenza clienti e poi, di promozione in promozione, come ghost writer dello stesso Zuck. Un’altra testimonianza della vita nella Silicon Valley, quindi, ma da un punto di osservazione ancor più privilegiato: il social network che ha riscritto da zero tutte le regole del gioco è l’epicentro stesso della rivoluzione e Losse ci ha lavorato tra il 2005 e il 2010, gli anni cruciali in cui il modello di business su cui si basava la sostenibilità economica dell’impresa stava sempre più progressivamente condizionando, e in certa misura snaturando, la visione originaria che aveva dato vita al sito.

Pubblicato nel 2012, pochi mesi dopo The Boy Kings arriva anche qui da noi, con il titolo Dentro Facebook (Fazi, traduzione di Nicola Vincenzoni). Purtroppo non riceve un’accoglienza particolarmente calda né in America né in Italia: un po’ troppo in anticipo sui tempi, forse, e poi l’anno dopo ci avrebbe pensato Dave Eggers a cannibalizzare la scena con Il Cerchio (secondo Losse, tra l’altro, pesantemente ispirato proprio alla sua storia personale). Eppure il memoir di Losse è, in un certo senso, l’antecedente più immediato di quello di Wiener: per formazione, inquadramento lavorativo e approccio critico le autrici si ritrovano a testimoniare due percorsi del tutto sovrapponibili.

Leggendoli in parallelo, le affinità tra i due sono evidenti e numerose. Entrambi raccontano dall’interno il rapporto strettissimo tra l’idea di mondo dei giovani sovrani della Silicon Valley e le caratteristiche delle piattaforme da loro create, descrivendone lo stile di vita con lo sguardo esterno di qualcuno che di quel mondo non potrà mai far parte davvero. Ed entrambi seguono le vite delle protagoniste lungo il medesimo arco narrativo, che conduce lentamente ma inesorabilmente da una situazione iniziale di ambiziosa speranza a una condizione finale di disillusa consapevolezza. Losse ha però dalla sua il vantaggio del tempo: se La valle oscura ci appare già oggi il ritratto di una fase storica al tramonto, Dentro Facebook preannunciava già esplicitamente, con un buon lustro di vantaggio, i segnali di tutti i temi più caldi con cui avremmo avuto a che fare negli anni successivi.

Era già tutto lì, tra le sue pagine. La profilazione come sorveglianza. L’intolleranza delle “tecnologie del dominio” per ogni forma di regolamentazione (quattro anni prima di Cambridge Analytica, e riferendosi a episodi avvenuti nel 2007, Losse allude già ai rischi legati all’assoluta libertà concessa agli sviluppatori esterni di accedere ai dati degli utenti). Il mito dell’efficienza del software coltivato a discapito dell’umanità, della sensibilità e spesso dei diritti dei destinatari del proprio lavoro. L’indifferenza per tutto ciò che non sia algoritmicamente misurabile. Il sessismo dominante nell’industria del tech. L’esclusivismo discriminatorio tipico di una società composta quasi interamente di maschi bianchi privilegiati, geniali e ricchissimi. L’alienazione dilagante di un unico gruppo sociale impegnato a riprogettare i princìpi fondativi dell’intera civiltà, pur essendo quasi del tutto privo di contatto con quel mondo che ambisce a riplasmare a propria immagine e somiglianza. Fino alla smaterializzazione del reale, dei corpi, delle relazioni, delle comunità e della vita stessa, resa sempre più impalpabile e incomprensibile dalla velocità a cui procede il cambiamento, la dedizione cieca e competitiva al lavoro, alla ricchezza, alla creazione per la creazione.

Era davvero già tutto lì, otto anni fa, tra le pagine di un memoir che, questo sì, resta ancora oggi uno dei testi più importanti per attingere all’autentica essenza del nuovo mondo in cui siamo immersi.

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Facciamoci una partita a Scarabeo. Breve storia della letteratura del Novecento davanti un tabellone. https://minimaetmoralia.it/letteratura/facciamo-una-partita-a-scarabeo-breve-storia-della-letteratura-del-novecento-davanti-un-tabellone/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/facciamo-una-partita-a-scarabeo-breve-storia-della-letteratura-del-novecento-davanti-un-tabellone/#respond Sun, 19 Jan 2014 12:20:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17663 Cinquantanove anni fa, il 19 gennaio 1955, veniva messo in commercio Scrabble, forse il più intellettuale dei giochi da tavola. La sua versione italiana, Scarabeo, fu pubblicata qualche anno dopo senza autorizzazione, con le regole leggermente diverse, e rimase in commercio dopo una causa legale.
La letteratura ha omaggiato Scrabble in molti modi. Un articolo del Boston Globe del 2007 metteva in fila almeno una cinquantina di citazioni letterarie. Ne abbiamo tradotte alcune. F
acendo un po' di mente locale, minimum fax ha pubblicato almeno tre libri Scrabble-Scarabeo in cui viene citato. Magic kingdom di Stanley Elkin, Cercasi batterista, chiamare Alice di Rick Moody, e Si prega di allegare dieci dollari per ogni poesia inviata di Charles Bukowski. Ma, come vedrete qui sotto, Elkin, Bukowski e Moody sono in buona compagnia.

Robert Lowell. "Ero seduto a bocca aperta davanti a un tabellone di Scarabeo, incapace di formare anche la parola più semplice; dovevo essere imbeccato da un'infermiera, anche così non riuscivo a dare nessun senso alle parole che l'infermiera aveva fatto per me" (da Near the Unbalanced Aquarium, il libro di memorie postume di 1955)

Sylvia Plath. "Mia madre era l'unica in un lungo flusso di visitatori - il mio ex datore di lavoro, la signora di quelli di Christian Science, che camminava sul prato con me e ha parlato della nebbia che sale dalla terra nella Bibbia, e del fatto che la nebbia è l'errore, e che tutti i miei guai sono che ho creduto nella nebbia, e il minuto in cui avrei smesso di crederci, la nebbia sarebbe scomparsa e avrei visto come ero sempre stata bene, e l'insegnante di inglese che avevo al liceo che è venuto e ha cercato di insegnarmi a giocare a Scarabeo, perché pensava che questo potesse far rivivere il mio vecchio interesse per le parole, e Philomena Guinea stessa, che non era affatto soddisfatta di quello che i dottori stavano facendo e continuava a dirglielo. Odiavo queste visite.  di quello che i medici stavano facendo e continuava a dire loro così. Odiavo queste visite." (da La campana di vetro, 1963)

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Cinquantanove anni fa, il 19 gennaio 1955, veniva messo in commercio Scrabble, forse il più intellettuale dei giochi da tavola. La sua versione italiana, Scarabeo, fu pubblicata qualche anno dopo senza autorizzazione, con le regole leggermente diverse, e rimase in commercio dopo una causa legale.
La letteratura ha omaggiato Scrabble in molti modi. Un articolo del Boston Globe del 2007 metteva in fila almeno una cinquantina di citazioni letterarie. Ne abbiamo tradotte alcune. F
acendo un po’ di mente locale, minimum fax ha pubblicato almeno tre libri Scrabble-Scarabeo in cui viene citato. Magic kingdom di Stanley Elkin, Cercasi batterista, chiamare Alice di Rick Moody, e Si prega di allegare dieci dollari per ogni poesia inviata di Charles Bukowski. Ma, come vedrete qui sotto, Elkin, Bukowski e Moody sono in buona compagnia.

Robert Lowell. “Ero seduto a bocca aperta davanti a un tabellone di Scarabeo, incapace di formare anche la parola più semplice; dovevo essere imbeccato da un’infermiera, anche così non riuscivo a dare nessun senso alle parole che l’infermiera aveva fatto per me” (da Near the Unbalanced Aquarium, il libro di memorie postume di 1955)

Sylvia Plath. “Mia madre era l’unica in un lungo flusso di visitatori – il mio ex datore di lavoro, la signora di quelli di Christian Science, che camminava sul prato con me e ha parlato della nebbia che sale dalla terra nella Bibbia, e del fatto che la nebbia è l’errore, e che tutti i miei guai sono che ho creduto nella nebbia, e il minuto in cui avrei smesso di crederci, la nebbia sarebbe scomparsa e avrei visto come ero sempre stata bene, e l’insegnante di inglese che avevo al liceo che è venuto e ha cercato di insegnarmi a giocare a Scarabeo, perché pensava che questo potesse far rivivere il mio vecchio interesse per le parole, e Philomena Guinea stessa, che non era affatto soddisfatta di quello che i dottori stavano facendo e continuava a dirglielo. Odiavo queste visite.  di quello che i medici stavano facendo e continuava a dire loro così. Odiavo queste visite.” (da La campana di vetro, 1963)

Vladimir Nabokov. “‘Lei pensava che avremmo giocato a Scarabeo senza di lei’, disse Ada, ‘o che saremmo passati a qualche ginnastica orientale, che ti ricordi, Van, avevi cominciato a insegnarmi'” (da Ada, 1969) 

Don DeLillo. “Obbediscono alle loro madri. Non s’infilano in una cantina buia senza aspettarsi di essere strangolati da uno zombie. Si benedicono costantemente. E noi, che cosa facciamo? Guardiamo la televisione e giochiamo a Scarabeo. Ecco com’è, figli della luce e le tenebre.”

Patricia Highsmith. “La parola ‘Scarabeo’ fu come una bomba che esplose nella mente o nella memoria di Minderquist. Lui e Julia non giocavano più. Il fatto era che Minderquist non riusciva a concentrarsi o non voleva”. (da “Mermaids on the Golf Course”, 1978)

Douglas Adams. “Quello che stava facendo era piuttosto curioso, e ed era questo: su un largo pezzo di roccia piatta aveva inciso la forma di un grosso quadrato, suddiviso in 169 quadrati più piccoli, tredici per lato … ‘No’, disse Arthur a uno dei nativi che aveva appena mescolato alcune delle lettere in un raptus di sconforto abissale, ‘la Q vale dieci, ed è su una casella tripla parola, quindi… guarda, vi ho spiegato le regole… no, no, seguimi per favore, metti giù quella mandibola … Va bene, cominciamo di nuovo. E cercate di concentrare questa volta’”. (Ristorante alla fine dell’universo, 1980)

Stanley Elkin. “La giovane donna [a Buckingham Palace], che non si è preso la briga di presentarsi, lascia [Eddy Bale] a sedersi su una sedia molto alta e elegante accanto a un tavolo da gioco su cui ha apparecchiato un tabellone di Scarabeo. Eddy vorrebbe chiedere del protocollo, ma lei è sparita prima che lui possa anche porre la questione. Bale è in grado di leggere alcune delle parole che i giocatori hanno formato e lasciato lì – ‘contadino’, ‘servo’, ‘primogenitura’ – ma un bambino di forse sette o otto anni, forse un paggio di corte o uno dei giovani reali, arriva vicino a lui, e Eddy distoglie lo sguardo rapidamente via come fosse stato beccato a studiare i segreti di Stato”. (Magic Kingdom, 1985)

John Le Carré. “Non importa che sono vent’anni più giovane di Pym. Quello che riconosco in Pym è quello che vedo in me stesso: uno spirito così ribelle che, anche mentre sto giocando una partita a Scarabeo con i miei figli, può oscillare tra le opzioni suicidio, stupro e assassinio”. (da La spia perfetta, 1986)

Stephen King.  “La cosa che Richie ricordava di Jimmy Cullum, un ragazzino tranquillo che portava anche gli occhiali, era che gli piaceva giocare a Scarabeo nei giorni di pioggia. Non poter andare più a giocare a Scarabeo, pensò Richie, e rabbrividì un po’”. (da It, 1986)

Michael Cunningham. “Tutti volevano un drink. E subito se ne occupò Jonathan. Ho capito che era probabilmente per come era cresciuto: proporre di farsi un drink o una partita a Scarabeo una passeggiata nel parco… Si stava coltivando una vita ordinata e precisa come il salotto di sua madre”. (La casa alla fine del mondo, 1990)

Richard Powers. “Dietro la radiazione dell’orrore ce n’è un’altra così grande che richiede alle Agenzie di vietare i fatti. Il drammaturgo del copione della vita è un dado; anche ora che il copione non è stato fissato. Ci sono macchie che cambiano da una lettura all’altra. La spettacolare esplosione della specie è scritta su un tabellone di Scarabeo mandato all’aria. Chi può continuare a respirare se i mutageni sono ovunque nell’aria?” (da Gold Bug Variations, 1991)

Douglas Coupland. “Mia a madre, Jasmine, si è svegliata questa mattina per trovare la parola DIVORZIO scritta al contrario sulla fronte con un grosso pennarello nero… ‘È qualcosa a che fare con una partita a Scarabeo, Tyler. La spiegazione era confusa’, disse Daisy. ‘Che cosa terribile. Che cosa orribile da fare [per Tyler e il patrigno di Daisy]. Davvero abietta. Mi sento male'”. (da Generazione Shampoo, 1992)

Rick Moody. “Dopo le superiori le cose presero a andare veramente male …. per dirla tutta, mi sono affidato a un ospedale psichiatrico nel Queens, sostenendo ingenuamente che la mia sensibilità stava diventando un peso per me. Questo non diede un nome al mio problema. Imparai a giocare a Scarabeo in ospedale, e imparai, un pochino, a prendermi cura del benessere di altre persone”. (da Cercasi batterista, chiamare Alice, 1992)

Michael Chabon. “Passai un paio d’ore davanti alla televisione con Philly, a guardare Edward G. Robinson che se ne andava in giro per la faraonica Menfi in sandali. Poi mi lasciai trascinare in una triste partita a Scarabeo con Irv e Irene” (da Wonder Boys, 1995)

Alice Munro. “I pensieri che le venivano in mente, di Jeffrey, non erano veramente pensieri – erano più simili alterazioni nel suo corpo. Questo poteva accadere nel mezzo di una partita a Monopoli, a Scarabeo, a qualche gioco con le carte. Lei continuò a parlare, ascoltare, lavorare, tenere traccia dei bambini, mentre alcuni ricordi della sua vita segreta la disturbavano come un’esplosione.” (da Il sogno di mia madre, 1998)

Jonathan Franzen. “Robin distolse lo sguardo, verso la strada, a una fila di palazzi morti con cornici di lamiera arrugginita. ‘Brian dice che sei molto competitivo …. Ha detto che non vorrebbe giocare a Scarabeo con te.'” (da Le correzioni, 2001) 

E per finire una poesia di Charles Bukowski, tratta da Si prega di allegare dieci dollari per ogni poesia inviata

Una tapparella abbassata. 

quello che mi piace di te
mi disse lei
è che sei rozzo –
ti guardo mentre stai seduto lì
con una lattina di birra in mano
e un sigaro in bocca
e guardo
la tua pancia zozza e pelosa
che ti sporge
da sotto la camicia.
ti sei tolto le scarpe
e hai un buco
nel calzino destro
riempito dal ditone
che esce fuori.
non ti fai la barba da
4 o 5 giorni.
hai i denti gialli
e le sopracciglia
ti penzolano
tutte attorcigliate
e hai abbastanza
cicatrici
da far cacare sotto
dalla paura chiunque.
c’è sempre
un anello di sporcizia
nella tua vasca da bagno
il tuo telefono
è coperto di
grasso
e
metà della robaccia
che hai in frigorifero
è marcia.
non lavi mai
la macchina.
sul pavimento
ci sono giornali
di una settimana fa.
ti leggi riviste
sconce
e non hai neanche
la tv
ma fai le
ordinazioni dal
negozio di liquori
e lasci una buona
mancia.
e la cosa migliore
è che non fai nulla per convincere
una donna a
venire a letto
con te.
non sembri per niente
interessato
e mentre ti parlo
non dici
una parola
non fai che
guardare in giro
per la stanza o
ti gratti il
collo
come se non mi
ascoltassi.
tieni un vecchio
asciugamano bagnato
nel lavandino
e una foto di
Mussolini
attaccata al muro
e non ti lamenti
mai
di niente
e non fai mai
domande
e ti
conosco da
6 mesi
ma non
ho idea
di chi sei.
sei
come
una tapparella abbassata.
ma è questo
che mi piace di
te:
che sei rozzo:
una donna
può andarsene
dalla tua
vita e
scordarsi di te
in un attimo.
a una donna
può andare solo
MEGLIO
dopo essere
stata con te,
tesoro.
tu devi
essere
la cosa più bella
che sia mai
capitata
a
una ragazza
che si trova tra
una storia finita
e una da cominciare
e non ha niente
da fare
per il momento.
questo cazzo di
scotch
è davvero buono.
facciamoci una partita
a Scarabeo.

L'articolo Facciamoci una partita a Scarabeo. Breve storia della letteratura del Novecento davanti un tabellone. proviene da Minima et Moralia.

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