E.L. Doctorow Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/e-l-doctorow/ un blog di approfondimento culturale Mon, 06 May 2013 14:39:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg E.L. Doctorow Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/e-l-doctorow/ 32 32 Gli accumulatori https://minimaetmoralia.it/societa/accumulatori-compulsivi/ https://minimaetmoralia.it/societa/accumulatori-compulsivi/#comments Mon, 06 May 2013 14:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14216 Questo pezzo è uscito su Artribune.

Mi capita spesso, ultimamente, di riflettere sul senso di ciò che fanno gli “accumulatori”. Queste figure esercitano un fascino indubbio sugli spettatori di tutto l’Occidente (basta citare i titoli di alcuni reality e documentari televisivi a loro dedicati: Hoarders su A&E, Extreme Clutter with Peter Walsh su OWN-Oprah Winfrey Network, Hoarding: Buried Alive su TLC). Perché? Che significa esattamente ammassare con cura e amorevolezza per decenni in casa propria robaccia, oggetti inutili (che da altri cervelli, da altre identità verrebbero catalogati come immondizia, per essere immediatamente gettati via), conferendo in molti casi a queste operazioni un carattere addirittura monumentale?

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accumulatori compulsivi

Questo pezzo è uscito su Artribune.

 

“You got to have brains to collect that much stuff.”

Uncle Arthur

“It’s as if that house was another country.”

E.L. Doctorow su Homer e Langley Collyer

Mi capita spesso, ultimamente, di riflettere sul senso di ciò che fanno gli “accumulatori”. Queste figure esercitano un fascino indubbio sugli spettatori di tutto l’Occidente (basta citare i titoli di alcuni reality e documentari televisivi a loro dedicati: Hoarders su A&E, Extreme Clutter with Peter Walsh su OWN-Oprah Winfrey Network, Hoarding: Buried Alive su TLC). Perché? Che significa esattamente ammassare con cura e amorevolezza per decenni in casa propria robaccia, oggetti inutili (che da altri cervelli, da altre identità verrebbero catalogati come immondizia, per essere immediatamente gettati via), conferendo in molti casi a queste operazioni un carattere addirittura monumentale?

Una prima spiegazione, piuttosto facile, consiste nel vedere le accumulazioni casalinghe come versioni estreme del consumismo. Tutti conosciamo il sollievo che proviene dall’acquistare beni che non ci servono (soprattutto quando per qualche motivo non ci sentiamo bene, “non siamo a posto”) e portarceli a casa. Questo sollievo, sottoposto ad una accelerazione e ad un sovraccarico quasi incredibili, dà luogo a masse di cianfrusaglie che invadono gli spazi dell’esistenza quotidiana… sostituendosi progressivamente ad essa.

Ed è qui, in fondo, che risiede forse la chiave per cominciare a capire l’intera faccenda. All’origine di un’accumulazione c’è sempre un trauma – o una sequenza di traumi. Per reagire a una perdita, a una ferita psichica che evidentemente non si rimargina, questi individui iniziano un’opera che lentamente li seppellisce vivi nei loro stessi ambienti privati. L’aspetto più agghiacciante, però, è che questo stesso processo di accumulazione impedisce di fatto una vita di relazione, ed è l’origine di altre perdite. Gli accumulatori si sganciano dai propri affetti, rinunciano ad essi, sottoponendosi ad ulteriori gravi traumi pur di non separarsi dai rifiuti che stanno ammassando.

Ciò ne fa personaggi tragici: questa tensione continua tra una forma molto acuta di dipendenza, di compulsione e la separazione progressiva dalla realtà della vita comune è qualcosa di interessante, da interrogare. Come dice E.L. Doctorow a proposito dei fratelli Collyer (leggendari accumulatori newyorkesi in azione tra anni ’10 e anni ‘40, alla cui vicenda interiore il grande scrittore postmoderno ha dedicato il suo ultimo romanzo Homer  & Langley, 2009): “è come se quella casa fosse un altro paese”.

E di che paese, di che spazio, di che territorio si tratta? Ognuno di questi accumuli – più o meno affascinanti e/o disgustosi – costituisce una commovente barriera eretta con pazienza sovrumana contro la morte e la scomparsa, propria e degli altri. È una sacca imbarazzante, socialmente inaccettabile, di resistenza alla condizione umana nella contemporaneità. Per questo quasi tutti siamo come ipnotizzati dalla visione di queste stanze e di questi corridoi resi impraticabili da ostacoli creati ad hoc – che naturalmente, da un altro punto di vista, sono invece sostegni – con oggetti di uso comune, assemblati e disposti in stratigrafie (le quali indicano, in molti casi, epoche diverse all’interno della stessa casa).

Gli accumulatori creano – sacrificando la propria vita quotidiana – un territorio privato nel senso più estremo ed esclusivo del termine (esclude infatti tutti coloro che non sono capaci di condividerlo e di apprezzarlo), sottraendolo al flusso del tempo, e alla sua azione. Ogni accumulazione crea, in definitiva, una “sospensione del tempo”: una capsula temporale malata, distorta, ossessiva, che però proprio attraverso la distorsione e l’ossessione riesce a ottenere ciò che è stato espulso con cura dalle nostre società. (E d’altra parte, su che cosa lavoravano se non sul tempo e sul suo congelamento tutte le grandi accumulazioni artistiche del XX secolo, dal Merzbau di Kurt Schwitters alle Time Capsules di Andy Warhol?)

Ciò che è stato espulso è precisamente il rapporto con la morte, la relazione tra tempo storico ed eternità. I territori creati dall’azione degli accumulatori sono dunque separati dalla realtà condivisa, sono “altri paesi” sottoposti a norme completamente diverse da quelle che regolano l’esistenza comune, caos privati e controllati che risultano invivibili alla maggioranza: ma se questi spazi, queste micro-nazioni separate, nascoste e autodistruttive fossero traduzioni molto più fedeli dei nostri ordini collettivi, precipitati più radicali – e dunque, paradossalmente, più ortodossi – dei sistemi che ci vengono consegnati alla nascita?

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Non c’è altro tempo se non quello che manca https://minimaetmoralia.it/libri/non-ce-altro-tempo-se-non-quello-che-manca/ https://minimaetmoralia.it/libri/non-ce-altro-tempo-se-non-quello-che-manca/#comments Wed, 17 Nov 2010 09:54:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3247 Homer & Langley (Mondadori 2010, traduzione di Silvia Pareschi), l’ultimo romanzo di E.L. Doctorow, è un libro apparentemente mite, persino dimesso, trasparente nella struttura e nella lingua, mai sopra le righe. Sottovalutarlo è dunque un rischio possibile, ma sarebbe un errore. La storia dei due fratelli che attraversano il ’900 orgogliosamente separati e catafratti nella […]

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Homer & Langley (Mondadori 2010, traduzione di Silvia Pareschi), l’ultimo romanzo di E.L. Doctorow, è un libro apparentemente mite, persino dimesso, trasparente nella struttura e nella lingua, mai sopra le righe. Sottovalutarlo è dunque un rischio possibile, ma sarebbe un errore. La storia dei due fratelli che attraversano il ’900 orgogliosamente separati e catafratti nella grande casa sulla Fifth Avenue di New York in cui sono cresciuti (non a caso la strada dei musei – il Guggenheim, per esempio – e dello shopping, dunque la via dell’accumulazione), ricalca e al contempo mette in torsione la vera storia di Homer e Langley Collyer, che alla morte dei genitori, negli anni ’20 del secolo scorso, si chiudono nella loro casa di Harlem e “resistono” immersi in un cumulo di materiali compulsivamente e indiscriminatamente raccolti nel corso del tempo, fino al 1947, l’anno della loro morte. Doctorow si rende conto che all’interno di questa vicenda c’è qualcosa che trascende la semplice anomalia psichiatrica – la disposofobia, anche detta “sindrome dei fratelli Collyer” – e si cimenta nel racconto della natura più traumaticamente profonda del ’900, provando – come altri narratori in questi anni – a dare forma al ventesimo secolo per prenderne congedo.

Nello sguardo di Homer – progressivamente sempre più opaco, fino alla completa cecità – il ’900 è un fantasma concreto, un’anamorfosi che si lascia a tratti intercettare; man mano che i decenni trascorrono – e alla Prima Guerra Mondiale segue la Seconda e poi la Corea, il Vietnam, i movimenti culturali, le evoluzioni tecnologiche – anche l’udito di Homer si ottunde e del secolo restano rumori piccoli, sparsi e lontani, in ulteriore graduale evanescenza; ma resta anche il presentimento – il bisogno, il desiderio – di una voce, quella della scrittrice Jacqueline, in onore della quale Homer si taglia i capelli e si compra un abito nuovo, una voce che valga da smagliatura nel tessuto di compatta imperturbabilità del tempo, perché poter immaginare che un frammento di presente si svincoli dal flusso insensibile e venga a cercarci per rivolgerci, finalmente, la parola, è un’allucinazione indispensabile e struggente.
Come in Europeana di Patrik Ourednik – altro libro straordinario nel quale il ’900 è un amnios nel quale galleggiano i corpi, le storie e la Storia – Homer & Langley ci chiarisce che il secolo appena trascorso (ma in realtà non ancora trascorso, tanto è ostinatamente radicato nelle nostre percezioni) non può che essere intravisto, colto di sfuggita; perché non c’è altro tempo – individuale e collettivo, “storico” – se non quello che manca. E alla fine balena un’ipotesi, o più esattamente un vitalissimo incubo: il ventesimo secolo non è stato altro che un organismo cieco e sordo, accumulatore, omerico, un’intelligenza autotrofa che trovandosi condannata a “una consapevolezza irrimediabilmente consapevole” non può che raccontarsi a se stessa senza potersi mai percepire.

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