Eco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eco/ un blog di approfondimento culturale Thu, 18 Sep 2025 08:07:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Eco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eco/ 32 32 Un estratto da “Eco” di Cesare Sinatti https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-eco-di-cesare-sinatti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-eco-di-cesare-sinatti/#respond Sat, 20 Sep 2025 06:06:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56159 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da “Eco” di Cesare Sinatti, pubblicato da Italo Svevo Edizioni nella collana Incursioni. * Snudo i denti, succhio aria gelata. Il treno sarà qui fra poco. Guardo l’albero che cresce sul retro della kebabberia della stazione, in un giardino da cui qualche volta ho visto scappare fuori i […]

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da “Eco” di Cesare Sinatti, pubblicato da Italo Svevo Edizioni nella collana Incursioni.

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Snudo i denti, succhio aria gelata. Il treno sarà qui fra poco. Guardo l’albero che cresce sul retro della kebabberia della stazione, in un giardino da cui qualche volta ho visto scappare fuori i topi, questo albero appesantito dai rampicanti che nessuno si cura di sradicare. Penso alla mia destinazione; penso all’idea che ci ha tentati e legati assieme e guidati in questo sogno non tanto del leggere i libri ma dell’amarli come se contenessero verità, come se il poetico nei libri potesse rivelare qualcosa della vita; penso ai viaggi che ho fatto e a quello che sto per fare. Non sarà tanto diverso da quelli per raggiungere Resi a Siena. Penso a ciò che pensavo allora e a ciò che penserò tra poco, nell’accompagnamento ritmato e meccanico del treno, quando vedrò dilatarsi i paesaggi di questo paese di colline, montagne, pianure nebbiose e lastre di mare: staranno comparendo per me, questi paesaggi, per parlare a me, per rivelarmi qualcosa; starà calando per me questo buio che non lascia altro da fare che leggere e dormire, leggere e sognare e vedere i sogni diramarsi nelle vite e nelle opere degli autori che, come me e Resi, avranno cercato il bello e il poetico.

Avranno viaggiato anche loro lungo questi binari, su uno di questi treni che, magari tagliando per Faenza anziché procedere fino a Bologna, avranno attraversato la Toscana passando per villaggi appenninici che immagino sempre e solo innevati e sempre e solo immersi nella notte, incendiati dalla luce livida che splende tra una galleria e l’altra; avranno attraversato questi villaggi, i poeti, portandosi dietro le loro allucinazioni, come ad esempio avrà fatto Dino Campana, di cui non saprei citare a memoria nemmeno un verso ma di cui mi è rimasta impressa l’espressione con la quale ai tempi si definiva la sua malattia: mania deambulatoria.

Avrà sentito, Campana, questo bisogno immotivato di partire, di andarsene, di scapparsene altrove a praticare altri mestieri e a vedere altre persone. Anche Campana, di sicuro, maniaco e deambulante, sarà passato per ognuna di queste stazioncine duobinariche tumulate nella neve alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, e avrà camminato con le scarpe rotte e i piedi fasciati attraverso tunnel scavati nella roccia e sentieri battuti soltanto dai suoi passi, portando con sé un bagaglio minimo di libri e di quadernacci color sangue, intento ad appuntarsi nel cervello le crepe di dolore che straziano ogni brano dello spazio percorribile. Sarà sembrato chiaro anche a lui, nella sua ipersensibilità di pazzo secondo i criteri del suo tempo, quello che a tanti comincia a diventare chiaro solo alla fine dell’età adulta, ovvero che per rimanere ancorati saldamente a qualcosa, qualunque cosa sia, è necessario continuare a muoversi; lo avrà realizzato, Campana, traversando quei paesini che vanno spopolandosi anche delle poche anime canute rimaste a rimuginare ai tavoli ominosi di locande e bar, in un aldilà di montagne agglutinate e di strade tese come stringhe sul punto di spezzarsi.

Ma lo avrà sentito ancora più intensamente quando, fuggito da quei microcosmi isolati verso l’universo più ampio della pampa argentina sferzata dai venti dell’Atlantico, si sarà finalmente fermato e riposato in quelle pianure, trascorrendo ore e forse giorni disteso sulla schiena lungo il suolo smisurato del continente americano, sapendosi in moto perpetuo anche se fermo. Proprio là, disteso immobile, in pace a osservare la rotazione dei giorni e delle notti sopra di sé, avrà iniziato ad avvertire la dilatazione polmonare della Terra distanziare attorno a lui gli steli variopinti delle piume della pampa e, allo stesso tempo, simmetrica sopra di sé, la dilatazione polmonare del cielo separare fra loro le quattro stelle della Croce del Sud, che così, un giorno, avrebbe cessato di esistere. Proprio là, disteso immobile, Campana avrà avvertito l’espandersi di un cosmo che per nascere è esploso all’interno di un altro, squarciandolo e straziandolo da dentro, e che a sua volta continua a esplodere, squarciato e straziato al suo interno dall’avvento del cosmo successivo. E avrà pensato, là dove ogni uomo si sarebbe sentito perso nel nulla, che è il nulla a essere perso nelle cose, e nell’uomo fra tutte le cose, premendo dall’interno di ciascuna per emergere da essa come l’embrione che stia consumando, sviluppandosi, i succhi nutritivi contenuti nell’oscurità piombata del suo uovo.

Là, nella solitudine della pampa, lo avrà colto un terrore panico totale e senza oggetto, percepito più che concepito; un terrore della stessa natura di quello sentito alla vista di un cadavere, quando il dispiacere per il morto è superato, anche se solo per un attimo, non dall’idea ma dalla visione immediata di un annientamento che riguarda noi stessi e di cui un giorno faremo esperienza dall’interno di noi stessi, naufragando e annegando nelle profondità materiche del nostro stesso corpo, mentre assistiamo allo spegnersi graduale delle luci dei pensieri.

Campana, a quel punto, si sarà alzato. Avrà pensato di dover tentare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di trattenere vicine le quattro stelle divergenti della Croce del Sud nel cielo argentino, pur di mantenere il globo polveroso e arido della luna vicino a quello liquido e lussureggiante della Terra, pur di far sì che entrambi restassero ancorati alla sfera tiepida del sole, e il sole a tutti i soli nella ruota radiante della galassia, e tutte le galassie al fusto luminoso dell’albero del cosmo. Avrà sentito di dover correre da un punto all’altro, ritornando con l’ostinazione di una cometa impazzita in luoghi che si sarebbero fatti sempre più lontani; e correndo per le infinite praterie argentine avrà pensato di dover guardare, ricordare e appuntare nel cervello in una lingua propria la materia smembrata dei villaggi appenninici, degli sguardi offuscati degli anziani, delle distanze impercorribili della pampa, delle costellazioni frantumate nella notte. E avrà creduto, deambulando, guardando, appuntando e ricordando, avrà creduto, con tutti questi gesti inutili e infinitamente delicati, di poter salvare l’universo. Come tutti i poeti.

E anche tu, come me, ti sarai voluta alzare, sollevare, e poi avrai voluto correre, tentare. Anche tu, come me, avrai sentito, avrai capito, guardando me che ti guardavo, guardando me che rimanevo lì al piazzale Est, anche tu mi avrai pensato e immaginato sulla via di casa. Anche tu avrai provato mille volte, in mille modi, a spiegartelo e a spiegarmelo che cos’è che succede nel poetico e nel bello; anche tu avrai cercato di spiegarti e di spiegarmi perché soffrivi, ripetendomi che le tue poesie perdute erano segni. Anche io, come te, guardando te che mi guardavi, ho cercato di pensarti e di pensare quello che pensavi; e attraverso la mia pelle ho creduto di sentirlo dilatarsi, ciò che pensavi, ciò che avevi in te, come le immagini del sogno di questa notte e come le fantasie dei miei viaggi in treno; e mi è sembrato di poter vedere tutta la tua piccola vita legando fra loro le parole che mi avevi detto, il tuo modo di muoverti e di vestire, le tue espressioni, le tue fotografie e gli ambienti che abitavi; e ho creduto di vedere anche, nella tua piccola vita, l’incubo vegliante di questo mondo senza segni né sensi né destini, in cui ciascuno si risveglia a mano a mano, crescendo, e da cui anche tu, come me, hai fatto di tutto per non risvegliarti, cercando ovunque al suo interno la scintilla del poetico, del bello che non c’è. Anche tu: come me. Questo ho creduto di vedere. E credendo di vederlo, e poi vedendolo, ho sentito lo stesso rapimento che sentivo quando leggevo i romanzi che mi prestavi, quando li leggevo in treno mentre venivo da te e fantasticavo sulle vite, le opere e le malattie degli autori; lo stesso rapimento che provavo ascoltando poesie lette ad alta voce, a volte in lingue che nemmeno conoscevo, da stranieri che pure hanno catturato interamente la mia anima col ritmo delle parole; il rapimento in cui il flusso della mia concentrazione arrivava a coincidere del tutto con quello della lingua di un altro e del pensiero di un altro, come ci è accaduto certe notti in cui ci siamo rivelati a vicenda le nostre ingenue e totalizzanti visioni della vita, cospirando per continuare a raccontarci la storia che riposa placida nell’abbandono del cosmo sognante; la storia per cui nonostante tutto siamo arrivati a incontrarci, a essere qui, confabulanti e sperduti, a guardare l’altro che ci guarda, a riconoscere nell’altro il nostro stesso guardare, a guardare, cioè, come se stessimo leggendo.

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Memorie del reduce Arbasino https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/#comments Thu, 26 Sep 2013 09:12:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15584 Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l'autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del '30, è il più grande scrittore italiano vivente.

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Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l’autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del ’30, è il più grande scrittore italiano vivente.

Uno penserebbe a un ego debilitante, invece Arbasino è uno da cui farsi raccontare d’altro, di altri (tanto, per l’agiografia e la completezza abbiamo i ben due Meridiani Mondadori usciti pochi anni fa). Ecco per esempio come ritrae la scena di Nuovi Argomenti, la rivista pensosa e impegnata di Moravia, dove arrivò neanche trentenne, grazie all’esordio proustiano e già Nouvelle Vague di Le piccole vacanze.

Con Moravia che rapporti aveva?

Ottimi, perché erano pessimi con Elsa Morante, perché non so perché lei ce l’aveva con me… con Moravia erano ottimi…

Era anche la donna più antipatica d’Italia, no?

Era molto antipatica… Noi spesso con la buona stagione pranzavamo fuori, la sera, con Moravia e Morante, i due Piovene quando erano a Roma, i due Guttuso che abitavano qui e quindi venivano lì, poi Bassani, Pasolini eccetera e qualche volta Gadda, che se era stanco non veniva, poi il giorno dopo telefonava e diceva «Ha strillato molto la Elsina anche ieri sera?». «Ha strillato la Elsina?», diceva Gadda… E lì effettivamente lei strillava perché arrivava agitando Paese Sera dicendo «Qui bisogna scrivere una protesta, bisogna fare una raccolta di firme»…

E Moravia invece… era credibile il suo ruolo pubblico?

Sì.

Anche utile?

Anche utile, lui poi era sempre imbronciato ma era molto socievole: imbronciato e socievole. Anche con Dacia [Maraini] ci siamo sempre visti abbastanza spesso. Una cosa curiosa era che verso le undici di sera mentre si era ancora lì a tavola c’era Pasolini che cominciava ad agitarsi un po’ e la Elsina gli diceva «Vai, vai pure Pier Paolo perché sennò non aspettano»… allora, quello che ci potremmo chiedere oggi era che, siccome la pedofilia allora non esisteva come concetto oltre che come termine, e allora non ci si pensava alla maggiore o minore età dei ragazzini… il fatto era che siccome i ragazzini non avevano né moto né biciclette né niente, stavano lì sotto casa e Pier Paolo arrivava lì sotto le case loro, come mai i fratelli maggiori, i genitori…

… Non lo andavano a menare?

Appunto, perché ogni tanto, specialmente Pier Paolo si vedeva un po’ percosso ma però ci si domandava come mai i genitori, il padre, i fratelli non andavano a menare Pier Paolo…

Eh però Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto] dice che ogni tanto lo si vedeva un po’… (malconcio, ma non ho finito la frase).

Sì, perché a lui piaceva farsi picchiare quindi quando poi giravano i film esotici… India, Yemen, così… dicevano i macchinisti che tornava tardissimo insanguinato, picchiato… trovava dovunque, in questi luoghi esotici, trovava delle turbe di ragazzini da cui si faceva picchiare perché è impossibile che lo picchiassero in Yemen, in Arabia, in India…

(Ecco qui un racconto di Arbasino, composto così, di fronte a me, nel suo salotto pieno di libri. Attento a ogni dettaglio, sul tavolino, accanto a un Mallarmé ha il numero di Nuovi Argomenti che contiene un mio saggio su di lui, e anche un mio libro in cui scrivo di lui, e non li menziona mai, solo mi dà a intendere di essere al corrente. Si vede che ha frequentato un genio delle relazioni come Henry Kissinger quando lavorava nella diplomazia internazionale. Ma torniamo ai racconti: comincio a capire come ha fatto a pubblicare tanto: parla esattamente come scrive – ed ecco la parte inevitabile sull’infanzia, il fascismo e la guerra…)

Sono nato nel ’30, quindi ho fatto in tempo a vivere gli ultimi anni del fascismo e poi tutta quanta la guerra perché eravamo sfollati in campagna ed eravamo in difficoltà gravi perché si era in una zona dominata dalle brigate nere e da una Sichereit tedesca… e poi quello che colpiva negli anni dei partigiani e delle brigate nere era con che spontaneità veniva fuori da persone grigie, burocratiche, apparentemente normalissime, una crudeltà sanguinaria tale… Era inimmaginabile perché si son viste delle persone come – ripeto – grigie, burocratiche, funzionariali, che non appena avevano una divisa organizzavano subito le celle della morte… supplizi, delle cose inverosimili da concepire fino a un momento prima, voglio dire… e quindi è diventato abbastanza complicato avere dei rapporti con quel tipo di realtà dove da ragazzini si vedevano degli anziani signori che diventavano improvvisamente sanguinari crudelissimi torturatori… e quello succedeva…

Come si venivano a sapere queste cose?

Si sapevano perché c’erano gli arresti, ne parlavano, se ne parlava moltissimo. C’erano ad esempio i castelli dei dintorni di Voghera, che venivano requisiti dalle brigate nere, dalle Sichereit, da quelle varie formazioni… ed erano poi formazioni abbastanza spontanee, si veniva a sapere perché lì nei paesini si sa tutto – se un castello viene requisito, se una casa viene requisita, occupata. Così per esempio a un certo punto mio padre era stato arrestato da una di queste formazioni fasciste perché facendo il farmacista dava le medicine ai partigiani. Poi era amico di Italo Pietra, che era comandante partigiano della zona quindi ovviamente mio padre gliele dava… e quando veniva arrestato mio padre, dovevano intervenire degli amici di famiglia, degli avvocati, persone che avevano un po’ rapporti con tutti, diciamo, perché poi nei centri piccoli tutti si conoscevano da prima ovviamente e quindi se uno veniva arrestato, se mio padre veniva arrestato… non lo vedevamo tornare e io che avevo quattordici, quindici anni, così, dovevo mettermi a cercare dove lo tenevano e lo vedevo lì in attesa di un interrogatorio…

E poi quanto è rimasto fuori casa?

Qualche giorno, alcuni giorni… ma poi siccome nei centri molto piccoli tutti quanti si conoscono da sempre, lì poi ci sono degli accomodamenti. Uno viene arrestato anche forse per intimidirlo.

E questo quindi tra persone che si conoscevano già prima?

Sì, appunto, per un ragazzino molto giovane… Io poi avevo a scuola, nel primo ginnasio, quindi nel quaranta, quarantuno, come insegnante una delle figlie del preside Provenzal, ebreo… queste figlie erano cattoliche come la madre e andavano anche in chiesa in maniera piuttosto visibile e lui, Dino Provenzal, a un certo punto, succedeva ad alcuni ebrei che abitavano a Voghera e nei dintorni, si diceva «È in Svizzera, è riuscito a espatriare», ma poi era vero o era invece in una camera lì nascosta della villa… in cantina, torretta? Che poi a Voghera non c’è mai stato un ghetto ebraico, però c’erano degli ebrei di posizione: il preside del ginnasio, oppure c’erano degli avvocati, dei commercianti. C’era per esempio, in campagna vicino a noi, era nascosto il professore Della Seta, non solo ebreo come dice il nome, ma era un personaggio molto famoso ai suoi tempi perché aveva diretto la scuola archeologica italiana ad Atene, Alessandro Della Seta, c’è anche sulla Treccani. Siccome aveva sposato una sorella della sciura Marina, che era una signora proprietaria di terreni, allora si era rifugiato lì, ma siccome era scappato con gli abiti che aveva addosso, che erano abiti elegantissimi da città con dei paltoncini blu come usavano, però ogni tanto usciva, verso sera, per fare una passeggiata: ma non aveva né le scarpe né gli indumenti adatti per le vigne fangose dove eravamo sfollati… Lui poi morì lì, prima che finisse la guerra morì lì.

Voi eravate sfollati.

Vicino Casteggio, tra Voghera e Casteggio. Perché si usava che allora tutti i cittadini di un certo rilievo avevano lo studio professionale oppure nel caso di mio padre la farmacia a Voghera e poi c’era, a poca distanza, la casa di campagna dove si passava tutte le estati, perché si stava al mare o in montagna per un mese ma poi, l’estate essendo lunga, prima di cominciare le scuole si stava nelle case in campagna e c’eran tante di queste case di campagna perché era un’usanza…

A voi cosa venne requisito?

A noi niente, perché non avevamo castelli o ville.

Ha iniziato a scrivere già durante la guerra?

No, dopo la guerra. Le piccole vacanze, sono uscite nel cinquantasette, Calvino l’ha pubblicato, è stato il mio primo libro. Però erano racconti scritti da un anno o due circa. Prima avevo scritto un po’ di poesie che sono quelle poi raccolte in Matinée… In verità è successo che volevo, ormai stufo da anni e anni di neorealismo postbellico, esemplato sulle brutte traduzioni degli americani, tutti quei “disse”… allora io nelle Piccole Vacanze, nel primo racconto, si dice che adagio adagio era finita la guerra, e questo adagio adagio è finita la guerra dice proprio il contrario perché non era adagio adagio: era morte, fame… Perché facendo finta di parlare di vacanze, di estati, in realtà si decretava la fine del neorealismo ed è per quello che a molti non è piaciuto quel libro, perché non era engagé, non c’erano i partigiani, non c’erano le SS, e non c’era “Bella ciao”, insomma…

Per questa cosa potrei ridere per un’ora… E Calvino? Rispetto a questa cosa?

Calvino ha avuto un atteggiamento fantastico perché io gli avevo mandato parecchi racconti…

Lo conosceva?

No… si mandavano tranquillamente via posta… e allora Calvino mi disse testualmente – che queste son cose che si ricordano: «Guarda, tu mi hai mandato parecchi racconti, più di cinque non ci conviene pubblicarne perché se il libro è troppo lungo non lo leggono e quindi non lo recensiscono, dobbiamo stare entro un limite modesto di pagine così lo leggono e lo recensiscono», poi però siccome sono tutti col fucile spianato in attesa del secondo, che non è mai all’altezza del primo perché nel primo uno ci ha messo tutte le sue esperienze, le letture, così, il secondo invece va fatto in fretta, dice «Tu non preoccuparti, che il secondo ce l’hai già qui, sono questi altri racconti quindi non stanno lì col fucile spianato che tu ti devi preoccupare, il secondo è qui», e infatti poi Bassani nella sua collana da Feltrinelli, Bassani ha pubblicato anche il secondo, cioè era un integrale dove c’erano gli stessi racconti più parecchi altri e fra l’altro c’era anche L’Anonimo lombardo che essendo di soggetto, diciamo, si direbbe scabroso per allora, oggi non importerebbe niente [si parla di neoavanguardia e omosessuali, ndr], ma siccome capitava in quel momento, è una cosa che io racconto anche per stabilire qual era il clima dell’epoca…

Fine anni Cinquanta erano sotto processo la maggior parte degli scrittori e dei registi, da Pasolini a Testori, Visconti, Antonioni, Fellini, erano tutti denunciati da un pm o da un altro perché nelle opere c’era qualche cosa di contrario alla morale corrente, c’era qualche trasgressione, qualche cosa contro la morale… allora, siccome si diceva normalmente che contrariamente ai film, che ci vuole un paio d’ore per vederli, invece per quanto riguarda i libri i pm non vanno oltre le prime pagine, allora mettendo L’Anonimo lombardo in un librone, una specie di omnibus, un librone grossissimo per allora, non c’era nessuno dei vari pm provinciali disposto a leggerlo… Erano tutti quanti sotto processo… poi Pasolini son continuate le storie anche per via delle vicende personali ma per esempio Visconti, Antonioni, Fellini, Testori: tutti sotto processo.

E di questi registi lei frequentava qualcuno? Come funzionava la vita a Roma?

Mah, io vedevo soprattutto Visconti e Fellini, frequentandoci poco tutto sommato perché per esempio Visconti era molto altero, così, e quindi siccome ero anche abbastanza amico di Testori, proprio in epoca dell’Arialda, allora ogni tanto andavo a mangiare da lui con Testori, così… Oppure con Fellini ci si vedeva abbastanza spesso perché viveva in via Veneto al tempo della dolce vita. Quando è uscito il film, il fenomeno della dolce vita era finito praticamente, perché il film descriveva ma ha segnato la fine di quel periodo dolce vita, e siamo nel Sessanta, Sessantuno… E però c’erano dei fatti molto simpatici perché siccome Fellini viveva in via Veneto, dove c’erano tavolini con Pannunzio, Patti, De Feo, qualche volta venivano Nicola Chiaromonte, Franca Valeri con Vittorio Caprioli, Nora Ricci che era la più elegante di tutti, perché era figlia del famoso Renzo Ricci e di Margherita Bagni ed era una bellissima donna elegante e spiritosa, colta, poi avendo dietro le spalle – il nonno era Zacconi, aveva tutta un’eleganza acquisita, non di primo acchito diciamo… e si stava volentieri con loro, certe volte veniva addirittura Saragata sedersi al tavolino… e c’era Fellini…

Com’era stato l’arrivo a Roma? Quando è arrivato a Roma?

Io sono arrivato subito dopo Le piccole vacanze, fra il Cinquantasette, Cinquantotto. Ero tutore e sono stato a lungo assistente di diritto internazionale… io mi ero trasferito a Roma da Milano con il mio professore di diritto internazionale, Ago, di cui ero assistente… alle Scienze Politiche, quelle dove c’era anche Moro che aveva una cattedra e parecchi altri luminari dell’epoca… allora siccome lui si è trasferito a Roma, anche perché poi aveva molte cariche internazionali a Ginevra, all’Aia, a tribunali vari, allora aveva casa a Roma – fra l’altro era cognato di Noberto Bobbio, avevano sposato due sorelle figlie di un notaio molto…

Sembra che stia parlando di un paesino, sembra che ci siano trecento persone che si conoscono tutte… E dove si abitava? Quali erano i quartieri in cui abitavate?

Dunque… io ho abitato per i primi tempi, per un paio d’anni in via Mario dei Fiori all’angolo con via Frattina ed era un ultimo piano dove avevano abitato nei vari periodi Zeffirelli, Bolognini… E allora la cosa che si usava normalmente e tranquillamente era che si pranzava in trattoria prendendo un’hachée, uno spaghetto, qualche cosa così, alla trattoria romana di via Frattina che non esiste più… e invece la sera Cesaretto, via della Croce, dove c’erano appunto Flaiano, Comisso, Giovanni Rodani, Sandro Viola che era il più giovane di tutti e insomma si era in parecchi… io di solito andavo a colazione, cioè pranzo alla romana, con un gruppo tutto di spettacolo perché c’erano appunto Bolognini, Tosi, Zeffirelli, Laura Betti, Adriana Asti… che poi Laura Betti era simpaticissima, non quella strega che viene diffamata da Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto]… Io l’ho conosciuta quando scrivevamo le canzoni per lei… le scrivevano Moravia, Pasolini, Soldati, Calvino, Fortini… che poi sapeva anche trovare degli ottimi compositori… era veramente, ripensandoci, una specie di paesino perché per esempio per il fatto di essere… l’impressione di paesino è inevitabile, perché la mattina l’università, lì fa meno paesino già…

A piazza Aldo Moro?

Sì, piazza Aldo Moro, con Aldo Moro che era ancora vivo e non era ancora piazza Aldo Moro… stava lì a Scienze Politiche…

E con questa abbiamo detto tutto…

Però colazione-pranzo lì con Zeffirelli, Bolognini, Tosi…

Questa è proprio fantascienza, tutti che abitavano lì…

Dunque io prima son stato in questa casetta che è ancora tale e quale… un cinque piani da salire a piedi ma non ci si pensava, via Mario dei Fiori angolo via Frattina… Dopo sono andato invece a stare in via del Consolato che è l’ultima traversa di via Giulia davanti alla Chiesa dei Fiorentini e lì c’è Palazzo Malvezzi dove io stavo… Io avevo un appartamentino nelle scuderie e lì c’era un insieme che era abbastanza interessante perché all’ultimo piano ci stava prima gli Aldobrandini, poi ci son venuti a stare Audrey Hepburn e il marito Dotti… A metà scala c’era Milo Mendez il poeta brasiliano che era anche diplomatico… Poi erano ambienti diversi veramente… perché c’era l’ambiente della trattoria romana di via Frattina era appunto gente di teatro, la Asti, la Betti…

Ma non c’erano altre duecento persone che volevano entrare nel locale?

No…

C’era questa battuta di Vaime: Vaime da Rosati, a piazza del Popolo, con Flaiano, e Flaiano indica un po’ di gente intorno e dice «Guarda, credono di essere noi!». Che fa molto ridere e la collego al discorso della fine della dolce vita…

Poi bisogna pensare anche – per le differenze di epoche e di costume – che quando si andava a teatro poi si andava a cena, quindi si andava a cena che era mezzanotte e mezza dopo di che si andava a via Veneto… Via Veneto si animava dopo l’una, l’una e mezza, erano orari che dicevamo spagnoli. Io mi svegliavo la mattina per andare in università.

Lei quando scriveva? Aveva due lavori.

Quando potevo.

Poi ha smesso la carriera diplomatica?

Ho smesso l’altra cosa perché era tutt’altra faccenda, perché se si pensa per esempio che a Londra oltre ad andare a teatro tutte le sere e a fare le interviste con i grandi maestri io facevo delle ricerche a Chatham House che era il cosiddetto Royal Institute of International Affairs, e io a Milano ero borsista cioè impiegato stipendiato all’Ispi, Istituto studi politica internazionale…

E Fellini come vide questa fine della dolce vita dopo il suo film? Qual era la sua…

Be’, Fellini in realtà aveva fatto ricostruire via Veneto a Cinecittà allora, ed era tale e quale…

Lei la vide? La andò a vedere?

No, l’ho vista dopo, quando è uscito il film, perché un aiuto di Fellini, che era direttore di produzione, che era Guidarino Guidi, invitava spesso i protagonisti della dolce vita, cioè De Feo e gli altri… ad andare, a partecipare al giraggio de La dolce vita a Cinecittà. Naturalmente ci siamo sempre ben guardati dall’andare…

Perché sarebbe stata una caduta di stile?

Era sbagliato apparire.

Poi passiamo a parlare degli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta hanno portato l’inizio del Gruppo 63… era una piattaforma generazionale di personaggi diversissimi… Eco, Sanguineti, Manganelli… allora si pensava di utilizzare il boom economico, che sembrava molto più solido e a lunga portata, per cercare di migliorare la qualità letteraria, elevare la qualità perché l’altra strada era approfittare del boom economico per produrre bestseller.

Approfittare dei soldi per fare progetti.

E allora i casi, le prospettive erano fondamentalmente queste due: usare il boom economico per produrre bestseller per il mercato, era quella che si chiamava “letteratura da aeroporti” allora, perché negli aeroporti si facevano le ore lunghe e c’erano i romanzi di Moravia in tutte le lingue… Allora l’altra ipotesi era non produrre bestseller ma, dal momento che avevamo tutti quanti uno status economico abbastanza normale, soddisfacente in qualche caso, allora cercare di elevare la qualità media della letteratura, che poi la qualità media della letteratura…

Concetto pericoloso.

Il Gruppo 63 è entrato in crisi col ’68 perché di fronte all’ipotesi di usare le pubblicazioni del Gruppo 63 per pubblicare integralmente le risoluzioni delle assemblee extraparlamentari, allora si diceva «Se le pubblichino da sé»…

E chi stava dalla parte di pubblicare le risoluzioni?

Mah… Balestrini e altri così… mentre Giuliani e altri…

E Manganelli?

Manganelli ha sempre fatto letteratura…

(Breve parentesi in cui Arbasino invece di raccontare di tutto parla del suo libro più importante, Fratelli d’Italia, che esiste in tre versioni molto diverse fra loro, una del ’63, una del ’67, una del ’91.)

Per me quello che conta non è la fase intermedia, è la prima edizione e l’ultima… tutte e due partivano da uno stesso presupposto in fondo, cioè dare l’impressione di una struttura franante perché fatta di frammenti e di lunghe conversazioni, ma conversazioni dove scompaiono gli interlocutori, non contano molto, e in fondo forse è quella un’idea che veniva da Joyce ma non lo so…

(Ma parliamo piuttosto di epoche, e arrivando agli Anni 70 Arbasino sembra all’improvviso scordare i dettagli.)

È stata un’età un po’ vuota tutto sommato. Infatti facevo libri politici in quegli anni lì.

E non andava più a pranzo con tutti? E l’atmosfera del cinema italiano per esempio com’era?

Crisi… perché ormai erano finiti i maestri…

Soldi ce ne erano ancora?

Non credo molti… cominciava un po’ di certa crisi… comunque però non c’erano più i soldi per fare i film di Visconti o di Fellini come c’erano stati prima, perché se si pensa al costo dei film di Visconti e di Fellini sono cose che fanno paura…

Fellini di che umore era in quel periodo? Lo vedeva ancora o non lo vedeva più?

Lo vedevo tristissimo, e poi era cupo perché non riusciva più a fare film: perché i produttori non lo volevano più.

Nella scena letteraria qual era l’umore?

Non saprei, perché francamente non mi viene in mente… cioè so che io facevo molto giornalismo, facevo dei libri di politica tipo quello sul caso Moro, Questo Stato, Fantasmi Italiani

(Così magicamente si torna indietro, a parlare di anni Cinquanta, e assurdamente di Henry Kissinger).

… Kissinger che dirigeva l’International Seminar… faceva delle bellissime colazioni del sabato… sul pratino, che poi era estate, sul pratino dietro casa… colazioni buffet che ci si andava a servire… come si usa in America insomma… e dove c’erano personaggi anche molto notevoli come per esempio Schlesinger e c’era addirittura… io ho conosciuto Eleanor Roosevelt che viveva ancora: andiamo molto indietro nei decenni. Allora poi siccome alla fine di ogni corso, anzi all’inizio dell’estate la segretaria di Kissinger mandava ai vari ex alunni del seminario nelle varie capitali europee un messaggio dicendo «Il professor Kissinger sarà a Roma», per esempio, oppure Parigi… dal… al… sarebbe felice di incontrarla. Allora a questo punto si cercava di ricambiare in qualche modo la sua ospitalità con personaggi illustri e mi ricordo che per esempio io facevo dei pranzetti con Pannunzio, De Feo, La Malfa, personaggi abbastanza rappresentativi con cui lui si intratteneva molto piacevolmente col suo accento gutturale bavarese che aveva sempre tenuto da tutta la vita e che ha ancora adesso da vecchissimo novantenne. E quindi cosa è successo poi: che quando Kissinger è diventato segretario di Stato, da qualunque parte andasse incontrava delle persone con cui era stato a pranzo poco tempo prima e quindi dal punto di vista dei contatti umani oltre che diplomatici lui era in confidenza perché ci aveva pranzato insieme, nelle diverse capitali…

(Succede qualcosa di strano: anche degli anni Ottanta non ha ricordi. Mi telefona qualche giorno dopo, per dirmi: «Ah sì, negli anni Ottanta sono stato in Parlamento». Ci diamo appuntamento telefonico per l’unico pomeriggio in cui è possibile, prima che parta per Parigi. Gli telefono poco meno di dieci volte, lasciando diversi messaggi in segreteria. Del Parlamento dunque niente, non una parte interessante, quindi? Degli anni Ottanta solo questo aveva ricordato, a casa sua: «A parte la riscrittura dei Fratelli d’Italia che mi ha portato via un bel po’ di tempo e di fatica, ma che cosa ho fatto?». Così gli chiedo, rispetto a quella vita di articoli discussi con il gatto e la volpe Pannunzio e De Feo, da lui continuamente citati…) Quando lei ha iniziato a scrivere sui giornali quello che scriveva immagino veniva poi discusso tra gli amici, alla fine eravate tutti collegati, adesso invece quando scrive su Repubblica che impressione ha, che interesse ha?

Non ho nessuna impressione, in realtà, perché mi dà la sensazione di essere in un certo senso sopravvissuto a una certa epoca, a un certo linguaggio, un certo tipo di interessi: perché, faccio un esempio in concreto, se si pensa che c’era una volta un pubblico di livello che si definiva “liceale” cioè se in una rivista, alla prima con i commendatori in cammello con le mogli ingioiellate alla ultima col pubblico in piedi, standing, in una rivista così, con Totò, c’erano delle citazioni dantesche, Elena di Troia, un po’ di Iliade, Promessi Sposi, Renzo e Lucia, la monaca di Monza… Qualunque pubblico, fino dalle prime a quelli delle ultime, li coglievano al volo. Oggi, mi domando, se ci fosse nelle comiche televisive qualche allusione alla Divina Commedia o ai Promessi Sposi non lo so se sarebbe colta immediatamente come succedeva ai tempi di Totò e della Wanda Osiris…

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Sono già cento anni… Saussure nel 2013 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ferdinand-de-saussure/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ferdinand-de-saussure/#comments Fri, 22 Feb 2013 15:24:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13200 di Daniele Gambarara

Il 22 febbraio 1913, quando aveva compiuto 55 anni da pochi mesi, morì Ferdinand de Saussure.  In quel momento, nel mondo della cultura, l’avvenimento colpì poche persone, soprattutto linguisti svizzeri, francesi, tedeschi, che lo conoscevano dal suo capolavoro scritto a vent’anni - il Saggio sul sistema primitivo delle vocali in indoeuropeo -, e che rimpiangevano che non avesse scritto di più, altri articoli e monografie di linguistica storica come quelli degli anni giovanili.

Tre anni dopo, due allievi ginevrini che erano già studiosi affermati, Charles Bally e Albert Sechehaye, redigono un montaggio degli appunti degli studenti dalle sue lezioni di Linguistica generale, tenute dal 1907 al 1911 a Ginevra, e lo pubblicano a suo nome: è il Corso di linguistica generale. Prima edizione nel 1916, seconda edizione nel 1922, il libro conquista seguaci geniali a Mosca e San Pietroburgo, a Praga, a Copenaghen, a New York. Si apre la stagione dei Circoli linguistici, e quella degli strutturalismi: quello classico europeo, ma anche quello statunitense, e a loro modo anche i post-strutturalismi continuano a farvi riferimento. Tutto l’ambito delle scienze dell’uomo ne esce trasformato.

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di Daniele Gambarara

Il 22 febbraio 1913, quando aveva compiuto 55 anni da pochi mesi, morì Ferdinand de Saussure.  In quel momento, nel mondo della cultura, l’avvenimento colpì poche persone, soprattutto linguisti svizzeri, francesi, tedeschi, che lo conoscevano dal suo capolavoro scritto a vent’anni – il Saggio sul sistema primitivo delle vocali in indoeuropeo -, e che rimpiangevano che non avesse scritto di più, altri articoli e monografie di linguistica storica come quelli degli anni giovanili.

Tre anni dopo, due allievi ginevrini che erano già studiosi affermati, Charles Bally e Albert Sechehaye, redigono un montaggio degli appunti degli studenti dalle sue lezioni di Linguistica generale, tenute dal 1907 al 1911 a Ginevra, e lo pubblicano a suo nome: è il Corso di linguistica generale. Prima edizione nel 1916, seconda edizione nel 1922, il libro conquista seguaci geniali a Mosca e San Pietroburgo, a Praga, a Copenaghen, a New York. Si apre la stagione dei Circoli linguistici, e quella degli strutturalismi: quello classico europeo, ma anche quello statunitense, e a loro modo anche i post-strutturalismi continuano a farvi riferimento. Tutto l’ambito delle scienze dell’uomo ne esce trasformato.

Così ai linguisti Benveniste e Martinet, Jakobson e Trubezkoy, Hjelmslev, si aggiungono anche Barthes e Levi-Strauss, Piaget e Foucault, Althusser e Balibar, Greimas e Lacan. Per l’Italia bastino i nomi di Prieto (che ha insegnato sulla cattedra di Saussure a Ginevra, ma scritto in italiano i Saggi di semiotica), Garroni, De Mauro ed Eco.

Negli ultimi anni, nuove edizioni di testi editi e inediti, e nuove ricerche e riflessioni, ci restituiscono un’immagine di Saussure più ricca e mossa di quella del padre nobile dello strutturalismo e precursore di Chomsky.  Lo si può vedere fra l’altro da un recente volume curato da Fadda ed altri su Saussure filosofo del linguaggio, o dal numero 115 di Versus, o dalla stessa monumentale biografia di John Joseph (Oxford  University Press, 2012). Sono in corso diverse nuove ricerche sui manoscritti –una cassa di manoscritti importanti è stata fortunosamente ritrovata di recente-, conservati presso le biblioteche di Ginevra e Harvard (D’Ottavi ha mostrato che a volte parte di un’opera è presso la prima, e l’altra metà presso la seconda), ed è in avanzata preparazione una edizione digitale on-line di tutte le opere (edite e inedite), predisposta grazie a un progetto italiano PRIN.

Non è un caso che in quest’anno tutte le iniziative che sono state prese nel nome di Saussure abbiano un carattere non celebrativo, di mera commemorazione, ma di discussione scientifica avanzata, e che vi prendano parte soprattutto giovani studiosi (le tesi di dottorato appena discusse o che si stanno per discutere su Saussure sono molte, ed estremamente interessanti per la connessione fra versante filologico e versante filosofico).

Claire Forel e il compianto Curzio Chiesa hanno organizzato da ottobre a dicembre un Corso Pubblico su Saussure presso l’Università di Ginevra; a Parigi a gennaio-febbraio hanno tenuto diversi incontri su Saussure Università come Parigi 3 (in particolare Christian Puech) e Parigi 7, con la loro scuola dottorale, laboratori come l’ITEM nella sezione diretta da Irène Fenoglio, e la Società di storia ed epistemologia delle scienze del linguaggio (SHESL).

In Italia il Cercle Ferdinand de Saussure, l’Istituto Svizzero di Roma (ISR) e l’Università della Calabria organizzano ora un ciclo di iniziative che si aprirà con un convegno ad Arcavacata su “Insegnare Saussure, studiare Saussure” il 14-15 marzo, seguirà una lezione magistrale di Tullio De Mauro presso l’Istituto a Roma il 12 aprile, una giornata di studi al teatro Valle occupato il 19 aprile, una discussione a ESC il 3 maggio e una tavola rotonda finale di nuovo presso l’ISR il 17 maggio. Il ciclo di iniziative è stato posto all’insegna di due nozioni forti: “Istituzione” e “Differenza”, su cui interrogare oggi il pensatore svizzero può essere particolarmente fruttuoso.

L’evento conclusivo di tutte queste manifestazioni sarà lo svolgimento a luglio a Ginevra del 19mo Congresso Internazionale dei Linguisti, in cui sono previsti due laboratori organizzati dal Cercle F. de Saussure, sulla tradizione e l’attualità del pensiero di Saussure.

Cento anni ben portati e che promettono nuovi e fertili sviluppi.

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New Realism: Un dialogo con Antonio Gramsci https://minimaetmoralia.it/libri/new-realism-dialogo-antonio-gramsci/ https://minimaetmoralia.it/libri/new-realism-dialogo-antonio-gramsci/#comments Thu, 13 Dec 2012 08:08:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12015 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris: è uno Spettro che si aggira per l’Europa!. La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris:«è uno Spettro che si aggira per l’Europa!». La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

­Io (passandogli una bustina di zucchero): Conviene cominciare dal piano teorico. Di “nuovo realismo” in Italia ha parlato per la prima volta Ferraris, presentandolo come antidoto al decostruzionismo e al pensiero debole.

Gramsci tace. Tira fuori un quaderno dal cappotto e lo appoggia sul distributore del caffè. Annota ‘pensiero debole’, con l’aria poco convinta.

Io: Ci sarebbe la diatribatra Ferraris e il maestro Vattimo… ma lasciamo stare: fin qui è una questione di nicchia. Per chi (come te) non sia mai stato turbato dalle argomentazioni di qualche filosofo che ha preteso di dissolvere ogni verità in un gioco d’interpretazioni, il nuovo realismo può sembrare una difesa contro i mulini a vento. Ma in Bentornata realtà, ora, Ferraris e De Caro propongono un nuovo attacco che aiuta a far chiarezza: si tratta di recuperare nozioni come ‘verità’ e ‘realtà’ di contro a un ampio e eterogeneo movimento “postmoderno” internazionale che insistendo sul condizionamento culturale di ogni giudizio (da Kuhn a Foucault, da Feyerabend a Rorty) le ha ritenute obsolete, mettendo però in dubbio la validità oggettiva della scienza e minando le basi documentarie del giudizio storico. Riabilitare queste nozioni sarebbe indispensabile per poter esercitare quella stessa funzione di critica dei saperi e delle istituzioni che era cara al movimento postmoderno.

In questo senso il realismo, come chiarisce De Caro nel suo saggio, non è già una tesi particolare, ma piuttosto una funzione fondamentale della filosofia, a cui si è fatto male a rinunciare. Si è realisti quando si afferma che qualcosa – il corpo, la mente, i numeri, le specie, il narcisismo, le classi sociali, il bosone di Higgs, Dio – esiste indipendentemente dalle teorie con cui lo definiamo. Si potrebbe dire che ‘realismo’ è sinonimo di ‘filosofia’, da quando Platone tentò di stabilire ciò che «è veramente», provando a guardare oltre i limiti delle effettive conoscenze umane. L’antirealismo sarebbe invece un proposito paradossale, che non si può a rigore nemmeno formulare, proprio perché anche i suoi promotori credevano nella verità delle proprie tesi.

Gramsci (finisce il caffè e getta il bicchierino di plastica, fa per chiudere il quaderno pieno di nomi, m’incalza): Insomma: dogmatici contro scettici. Che cosa c’è di “nuovo”?

Io: Come mostra la presenza, in questo volume, di anziani maestri della filosofia delXX secolo (Putnam, Searle, Eco) qualche forma di realismo non è mai venuta meno. Lo saprai meglio di me, tu che hai polemizzato da marxista contro il realismo sovietico. Il “nuovo” realismo si propone però di assimilare la lezione costruttivista dei suoi avversari. Putnam: «noi siamo effettivamente in contatto con le proprietà degli oggetti […] ma queste proprietà sono in parte antropocentriche».«Ogni fatto è intrecciato con aspetti normativi». Esempio: le particelle atomiche sono definite da una teoria fisica, che trae il suo valore di verità dai fatti sperimentati, ma al tempo stesso organizza questi fatti secondo norme del pensiero umano, come la semplicità e la coerenza.

Altro esempio: la definizione di malattia dipende da schemi culturali (pensa alla passata medicalizzazione dell’omosessualità), ma al tempo stesso richiede un sottofondo oggettivo rispetto al quale distingueregli errori di questi schemi. Searle e De Caro provano così la quadratura del cerchio, individuando il problema comune nel trovare una prospettiva unitaria tra il “realismo del senso comune”, che ammette l’esistenza di oggetti postulati dalle “pratiche quotidiane”, come corpi e alberi, e il “realismo scientifico”, che considera reali le entità definite dalle scienze.

Searle: «Credo che il problema fondamentale della filosofia contemporanea consista nel tentativo di conciliare la nostra autorappresentazione di esseri coscienti, ragionevoli ecc., con la visione secondo cui la struttura della realtà è composta, in ultima analisi, da particelle fisiche prive di mente e di significato». Un modo di risolvere il problema è distinguere diverse descrizioni degli oggetti, tutte condizionate da una medesima realtà di fondo (lo «zoccolo duro dell’Essere» di cui parla Eco): così una falce e un martello possono essere alternativamente utensili, ammassi di molecole, prove di colpevolezza, opera d’arte, simbolo politico [a Gramsci brillano gli occhiali]. Ma non si possono interpretare come strumenti per viaggiare nel tempo: la realtà dice NO a questa interpretazione.

Gramsci (un po’ confuso): Siamo d’accordo: la Realtà con la R maiuscola è là fuori, non nei capricci dei letterati o nella poesia. Su questo sarebbe stato già d’accordo un critico militante come Francesco De Sanctis. Ma è dunque questa la tesi del nuovo realismo?

Io: No, questa è solo una premessa. I curatori citano Montale, un poeta dei tuoi tempi (che ti consiglio): «Il nuovo realismo dice anzitutto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”». Il resto è per ora un programma. Tentando di stabilire cosa esiste veramente e in che senso, le tesi (e i “realismi”) si moltiplicano. De Caro: «mai nessun filosofo è stato del tutto realista e mai nessuno del tutto antirealista». Nelle pagine del libro trovo discusse almeno 19 versioni di “realismo”. Il programma, formulato un po’ in astratto, è di combinarli. In particolare, l’idea di realtà va elaborata mediante l’analisi e il confronto dei discorsi disciplinari più diversi, come estetica, semiotica, psicoanalisi, fisica, metafisica, neuroscienze.

Gramsci (finendo di scrivere e ripetendo pensoso “…neuroscienze”): Qui [mi punta l’indice] si dà troppo peso alla percezione, alle scienze e poco alla Storia. Quasi che la realtà fosse un dato atemporale, come in quella che ho chiamato «la concezione della realtà oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica». Si trascura così lo sviluppo attraverso cui l’uomo elabora e modifica la realtà.

Io: Siamo d’accordo: una volta concesso che una qualche Realtà è là fuori, nel senso che quel che accade non si crea poeticamente, è fondamentale riconoscere che la stessa idea di realtà ha una storia – come mostra, per esempio, l’impatto della scienza moderna su tutte le riflessioni qui raccolte. Ciò non comporta affatto il relativismo, mentre previene l’idolatria del “fatto” scientifico. Proprio un tuo contemporaneo, Cassirer, sottolineava che la verità oggettiva, intesa come perfetto rispecchiamento tra conoscenze e realtà, è un limite ideale cui tende per approssimazione il progresso dei sistemi di sapere, e che non si può dare mai una volta per tutte (Putnam, a p. 15, è sul punto di ricordarlo; e oggi i “realisti strutturali” fanno altrettanto)».

Gramsci (annotando su un quaderno il nome di Cassirer): Questo è molto importante! La consapevolezza storica, infatti, non significa solo che la realtà ha un passato, ma anche che ha un futuro. Forse, postulando una realtà immobile, perdono di vista questa discontinuità!

Io: A quest’obiezione, nel libro, dà voce Recalcati, contrapponendo la «regolarità» della realtà con il «trauma» del Reale, che la «scompagina». La distinzione resta ancora troppo generica (“Reale” è un sintomo, un amore, un’esperienza mistica, una scoperta scientifica…), ma invita a un chiarimento fondamentale: si dice ‘reale’ qualcosa di dato, presente, al limite risaputo; ma si dice ‘reale’ anche qualcosa di non ancora dato e ignoto, potenzialmente futuro. Si capisce allora come la formulazione di una nuova verità (una scoperta scientifica, una diagnosi medica, l’accertamento di un magistrato) possa modificare la realtà presente, e in fin dei conti cambiare l’esperienza.

Gramsci (esultando): …e cioè cambiare il mondo!

Io (facendo con la mano un vago gesto di assenso): Eccoci comunque all’aspetto politico della questione, che sta molto a cuore ai nuovi realisti. Ferraris opponeva il nuovo realismo al berlusconismo, che avrebbe approfittato della debolezza della nozione di verità per fare i propri interessi. Insieme a De Caro, ora, rivendica una funzione politica della filosofia: questa non fornirà mai «la cura del cancro», ma ha «la capacità di rivolgersi a uno spazio pubblico, consegnando a questo spazio risultati elaborati tecnicamente, però in forma linguisticamente accessibile». Quest’apologia della filosofia riflette uno stato di cose: i dipartimenti di filosofia qui da noi chiudono, e si cercano nuove strade per sottrarsi alla mortificazione cui la disciplina– come in genere tutto il pensiero critico – è costretta da politiche di governo ostili all’istruzione e alla ricerca. In questa proposta l’approfondimento scientifico nella sua inevitabile complessità non deve mai perdere di vista l’obiettivo didattico e civile della divulgazione (per es. sugli allegati dei quotidiani). Anche se…

Gramsci (interrompendomi): Purché non si cada nella semplificazione, proprio mentre indeboliscono la scuola e l’università. E poi… attenzione! Galilei si divulgava benissimo da solo.

Io: Come darti torto? D’altra parte, se è necessario stampare manifesti per reclamare un interlocutore politico, si capisce che vengano meno molti distinguo, come quando alle manifestazioni, sotto la bandiera che dice “Giustizia”, ci capita di trovarci accanto chi non la pensa come noi. Così il nuovo realismo cala sul tavolole sueparole d’ordine apertamente politiche: ‘critica’, ‘illuminismo’.

Gramsci (con aria scontenta): Ma come si fa a raccogliere questi valori sotto una formula come quella del Manifesto di Ferraris: «Il mondo ha le sue leggi e le fa rispettare»?

Io: I nuovi realisti rispondono che la realtà va prima conosciuta, per poterla cambiare. Si dissociano nettamente dal “realismo politico”.

Gramsci (schiarendosi la voce, con tono da comizio): Vedremo se questi filosofi riusciranno – come ho scritto una volta – ad assolvere il loro compito di «suscitare nuovi modi di pensare». Procedano pure al dialogo con le forze politiche, ma stiano attenti a non dimenticare che la “realtà” di cui parliamo si modifica, anche nelle scienze come la fisica… e l’economia.

Io (annuendo): Questo libro, dicono i curatori, intende «avviare un confronto»: c’è da auspicare che sia più ampio possibile, che non si blocchi alle polemiche personali, che insieme a eminenti studiosi del passato coinvolga anche chi nello “spazio pubblico” già lavora, spesso senza supporti istituzionali;che si torni a discutere di problemi specifici senza perdere di vista la capacità della filosofia di “guardare attraverso” le teorie e le narrazioni che descrivono la realtà semplificandola (In fondo, le bugie di Berlusconi non facevano leva proprio su questo? Sul togliere complessità presentando “una storia italiana” senza fratture e con una sola via d’uscita? E non dice oggi Monti – basandosi sulle “previsioni” dell’economia – che in realtà«la crisi ha colpito» e dunque il futuro è già scritto? Se un tale realismo fosse «inemendabile» non ci sarebbe tolto ogni futuro che non sia prolungamento del presente?)

Gramsci (stanco, ma finalmente soddisfatto): Ne parlerò su “L’Ordine Nuovo”.

Io: Da che anno vieni?

Gramsci (con aria fiera): Il 1921. Torno da Livorno. Abbiamo fondato il Partito Comunista d’Italia!

1921. Rabbrividisco. Tra un anno avrà cose ben più gravi di cui occuparsi. Tra cinque lo arresteranno. Gramsci chiude il quaderno, si stringe nel cappotto, poi dice:

Toglimi un’altra curiosità: che cos’è questo PD?

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