Edgar Allan Poe Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edgar-allan-poe/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Aug 2022 11:07:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edgar Allan Poe Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edgar-allan-poe/ 32 32 Piccolo discorso sul mal contagioso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/piccolo-discorso-sul-mal-contagioso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/piccolo-discorso-sul-mal-contagioso/#comments Mon, 16 Mar 2020 07:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42640 Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Domenica 8 marzo la trasmissione La lingua batte di Rai Radio 3 mi ha chiesto un’intervista partendo da una vecchia ricerca che avevo pubblicato su una rivista di storia contemporanea, Per una cosmografia della peste. Appunti sulla storia di una metafora nel romanzo del secondo Novecento. Ho cercato di sintetizzare in questo modo quella lontana riflessione tornata purtroppo attuale per l’emergenza in corso.

Se si potesse redigere una storia della metafora, un lungo capitolo andrebbe sicuramente dedicato a tutte le epidemie che hanno attraversato la letteratura universale. La peste è senz’altro la più importante, e in ogni tempo ha avuto il suo cronista: Tucidide, Boccaccio, Manzoni. Ma il mal contagioso si riaffacciò prepotentemente negli atlanti letterari anche alla fine della seconda guerra mondiale, per non sparirne più.

È a questo campo semantico e all’antico parallelo tra pestilenza e funzione stessa del narrare (nel Decamerone fa da cornice), che si può ascrivere anche la paura generata dal coronavirus: indagarne analogie, esempi e cause potrebbe aiutarci a capire molte ragioni del suo dilagare.

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Domenica 8 marzo la trasmissione La lingua batte di Rai Radio 3 mi ha chiesto un’intervista partendo da una vecchia ricerca che avevo pubblicato su una rivista di storia contemporanea, Per una cosmografia della peste. Appunti sulla storia di una metafora nel romanzo del secondo Novecento. Ho cercato di sintetizzare in questo modo quella lontana riflessione tornata purtroppo attuale per l’emergenza in corso.

Se si potesse redigere una storia della metafora, un lungo capitolo andrebbe sicuramente dedicato a tutte le epidemie che hanno attraversato la letteratura universale. La peste è senz’altro la più importante, e in ogni tempo ha avuto il suo cronista: Tucidide, Boccaccio, Manzoni. Ma il mal contagioso si riaffacciò prepotentemente negli atlanti letterari anche alla fine della seconda guerra mondiale, per non sparirne più.

È a questo campo semantico e all’antico parallelo tra pestilenza e funzione stessa del narrare (nel Decamerone fa da cornice), che si può ascrivere anche la paura generata dal coronavirus: indagarne analogie, esempi e cause potrebbe aiutarci a capire molte ragioni del suo dilagare.

La peste è la malattia per eccellenza, il morbo, il male peggiore. Ha una sua lugubre nomenclatura: il monatto che trasporta i morti, l’untore che propaga il contagio, il lazzaretto che racchiude le vittime, l’aggettivo “nera” che a lungo l’ha accompagnata. È portata dall’animale più immondo: il ratto, e non presenta un quadro clinico omogeneo. Ma anche per il coronavirus si è subito indicato in un pipistrello, ossia in un topo con le ali, l’origine della catena di trasmissione. E il racconto del suo propagarsi ha avuto prima un’incubazione, ricalcando i tempi della malattia stessa, un luogo di partenza per noi lontano o esotico come la Cina e una strana aria di presagio e di epilogo. Esemplari, infine, alcune espressioni come “paziente zero”.

Non esiste dunque una sola peste, esistono le pesti. Che siano nere o rosse, come quella di Edgar Allan Poe[1], sono sempre avvolte dalla paura e dal sospetto: paura per ciò che non si conosce, paura di contrarne l’infezione, paura di un veneficio (e relativo sospetto del vicino, del padrone di casa, di un passante che vada troppo rasente alla muraglia delle case: questa la situazione iniziale descritta da Manzoni nella Storia della colonna infame[2]).

La peste segue le migrazioni, è veicolata dagli eserciti e provoca una morte veloce o addirittura istantanea ma insieme ostentata. Naturalmente, ha i suoi profeti e le sue infermiere. E i suoi reduci. È infine maleodorante, come tutte le cose che imputridiscono. La sua virulenza la rese esemplare e alla fine idiomatica, tanto che fu debellata in ogni parte del mondo, meno che nei dizionari. Non c’è sinonimo più efficace di “pestilenza” per indicare l’esplodere di un’epidemia o il diffondersi di una qualsiasi corruzione, del corpo o della società. Da molto tempo, il suo nome non indica altro che questo: uno stato estremo, una condizione di condiviso malessere, da cui si genera la diffidenza, la menzogna, l’errore, l’odio, la sopraffazione, l’isteria burocratica e, in definitiva, l’ingiustizia. La sciagura della peste che sopravvive è questo scadimento universale dell’umano, su cui la letteratura ha lavorato con sorprendente coerenza, costruendo infinite variazioni su un solo tema.

All’inizio era il Fato a regolare o promuovere il disordine delle cose; l’uomo poteva solo sperare nella benevolenza di un dio: aiuto e pena venivano entrambe dal cielo, non restava spazio che per la volontà e per l’astuzia. Poi venne l’età del castigo: dal VI al XIX secolo, la peste fu raffigurata come una freccia che colpiva l’umanità per i suoi peccati[3]. Un male che scendeva dall’alto, come una folgore, la cui causa era già umana ma la fonte ancora divina, soprannaturale.

L’artista ne dava spesso un riscontro diretto, in tavole, affreschi, ex-voto, privilegiando un rapporto di testimonianza oculare, anche se simbolica. Italo Calvino invitava a leggere anche I Promessi sposi come il romanzo della peste, e non della provvidenza. Solo nel Novecento, dopo che la scienza aveva dimostrato che a provocarne l’infezione è un batterio parassita della pulce dei ratti, decadde lo schema iconografico della freccia avvelenata ma, ancora più profondamente, si incrinò il tradizionale piano cartesiano su cui si sosteneva la sua millenaria rappresentazione. Apparve abolita di colpo la prospettiva verticale. Negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale e da Camus in poi, non ci sarà più un “alto” e un “basso”, una freccia che scende, né un luogo della giustizia, né uno della provvidenza, né uno della punizione. Tutto torna all’uomo, interamente: colpa e responsabilità, cura e malanno, principio e fine. All’uomo non si addebiterà più la famigerata diceria di spargere il seme della peste, un seme scagliato comunque sul mondo da altra terribile mano; sarà lui stesso l’origine di quel seme, e sia l’arco che il dardo. È all’uomo che va attribuito il peggiore dei flagelli. Lo scarto è violento: la distanza è la stessa che passa tra gli dei e i topi, e dà l’idea intollerabile di un’affezione che può risalire dalle bestie agli uomini, e confonderli.

Nel Novecento, il tempo del colera fu raccontato per la prima volta da Thomas Mann in Morte a Venezia. È il 1913, siamo alla fine dell’età degli imperi.[4] Nulla, nel racconto, vi è ancora dichiarato: né la natura dell’epidemia, né il suo diffondersi. Ma i segni vi sono già tutti: una generale impressione di sfacelo, l’aria afosa e lagunare, la metafora rovinosa di Venezia. La frana è già iniziata: tutto corre verso la cenere, come vuole l’etimologia del protagonista, Gustav von Aschenbach. Ma la sua vicenda non ne è che il presagio, una di quelle straordinarie anticipazioni che a volte la letteratura concede. Sempre Mann, qualche anno dopo la grande guerra, ne La montagna incantata, eleggerà la tubercolosi, e non la peste o il colera, a malattia della coscienza europea. Il sanatorio diventa un surrogato della vita dove anche il concetto di tempo diviene lussuoso[5] e la tubercolosi un indizio dell’inadeguatezza e inettitudine dei giovani, il miglior espediente per figurare una lesione della volontà o dell’anima e, freudianamente, una malattia della civiltà[6] in uno stadio già avanzato.

Nel 1924, data di pubblicazione del libro, tuttavia, c’era ancora lo spazio per una possibile guarigione, o almeno per la conoscenza del male. Presto, invece, le cose peggioreranno. Klaus Mann, il figlio di Thomas, nei suoi diari, definirà la “peste bruna”[7] il vertiginoso affermarsi del nazionalsocialismo in Germania negli anni Trenta. Seguiranno la guerra civile in Spagna, la lunga stagione della guerra, la nozione di Auschwitz.

All’indomani del secondo cataclisma mondiale, appena tutto sarà, almeno in parte, placato, della peste se ne avrà di nuovo notizia ad Orano, una cittadina dell’Algeria francese, la mattina di un 16 aprile quando “il dottor Bernard Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un sorcio morto, in mezzo al pianerottolo.”[8] È il 1947. A differenza della tubercolosi, il ritorno della peste sarà la sanzione definitiva di un contagio a cui non c’è più rimedio. L’inferno del dottor Rieux sarà la sua lotta contro l’epidemia. Orano è una cittadina senz’alberi, pigra, indolente, il teatro africano di questa sventura.

L’accrescimento delle morti vi procederà geometricamente e Rieux vi rimarrà solo: la moglie, partita prima dell’epidemia, non potrà tornare. Camus ce lo descrive come uno che ha l’aria di un contadino siciliano: spalle robuste e vestiti scuri, passo rapido ma svagato e un fondo di misantropia; un uomo senza Grazia, che odia la morte, il male e l’infelicità e non vi si abitua, e si ostina a parlare il linguaggio della ragione. La peste, per lui, è un’interminabile sconfitta. Dalla finestra della sua casa, certe sere, guarda in silenzio la sua arida città dove i topi sono venuti a morire. Ai cinematografi danno sempre lo stesso film e per i marciapiedi girano eroi insignificanti e sbiaditi. Educato alla miseria e alle difficoltà, Rieux si ubriaca allora di nausea e abnegazione. E Camus commenta che “pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati”[9]. Lo spettacolo, nel frattempo, si fa apocalittico: cumuli di morti, campane delle ambulanze, panico generale. Ma i migliori alleati del morbo sono ancora una volta lo spirito burocratico, l’indifferenza, la diffidenza.

La dimensione è classica, manzoniana. In questa situazione, Rieux si mette a scrivere una cronaca in terza persona, redatta con un superiore riserbo ma senza nulla nascondere e nella sincera partecipazione al dolore comune. Il dottor Rieuxsopravviverà al flagello. Ma quando l’epidemia sta per terminare, si chiederà cosa ci ha guadagnato. “Ma se questo era guadagnar la partita, come doveva esser duro vivere soltanto con quello che si sa e si ricorda, e privi di quello che si spera.”[10] Mentre il tempo della sofferenza finiva e il tempo dell’oblio non era ancora cominciato, chiuderà con queste parole il suo triste resoconto: “egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva […] il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.” [11]

Nello stesso anno della Peste di Camus esce un altro romanzo ambientato in Africa: Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, la cui prima frase è esemplare: “Ero meravigliato di essere vivo, ma stanco di aspettare soccorsi”[12]. Questo stupore è una sindrome comune, un sentimento ambivalente, che nel 1947 genera un certo disagio per quanto si è vissuto. Ci si meraviglia della propria sopravvivenza, come di essere scampati a un incidente fortuito. È quanto capita a questo tenente mentre va a farsi firmare una licenza. Secondo lo schema di tutte le fiabe, anche qui l’azione prende avvio da una funzione di danneggiamento[13]. Sin dalle prime pagine, nel libro dilaga una molesta sensazione olfattiva e di sofferenza: il tenente ha un terribile mal di denti e per giungere al comando imbocca una scorciatoia che gli hanno indicato alcuni operai: deve seguire il puzzo dei muli morti. Nella boscaglia, naturalmente, si perde. Da questo punto in poi comincerà una catena di eventi che lo porteranno in poche settimane a sperimentare l’omicidio, il furto, la lebbra e, soprattutto, la propria vigliaccheria. Il romanzo termina così com’era iniziato: nella meraviglia della propria inverosimile guarigione e dell’ancora più inverosimile rientro, senza alcuna conseguenza esterna, nella propria precedente esistenza. Alla fine, tutto si ricompone, come dopo i vapori di un’allucinazione, e il tenente conclude che la vita è “un dado senza punti”[14].

Nel romanzo di Flaiano la lebbra colora la metafora della malattia di un evidente carattere sessuale. Ricalca quindi il tema della punizione divina, ma accentuandone il rapporto con la lussuria. È di nuovo l’indice di una piaga interiore che non si potrà risanare. Si deve sottolineare pure come l’Africa diventi nel 1947 un luogo letterariamente rilevante; l’Africa: un paese triste, guastato, invaso, abitato dalle iene: un continente che è già una gigantesca metafora: “lo sgabuzzino – scrive Flaiano – delle porcherie”[15] del mondo.

A pochi gradi di longitudine dalla peste di Orano, un giovane reduce si ricovera in un sanatorio della Conca d’Oro, sulla strada tra Palermo e Monreale, edificato su una seconda montagna incantata. Lo chiamano la Rocca. Il reduce vi è giunto “da molto lontano, con un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo” e “un pugno di ricordi secchi.”[16]Così ha inizio la Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Il libro rimase nei suoi cassetti per decenni, sottoposto a un incessante lavoro di lima, un opus infinitum che sarebbe continuato in eterno se nel 1981 l’autore, ormai sessantenne, non fosse stato convinto a pubblicarlo. Ma, per così dire, storicamente, ossia per clima, tema e ispirazione, il suo romanzo appartiene al dopoguerra.

La scrittura di Bufalino è, come lui stesso la definì, una “scrittura funeraria e sontuosa”[17]. Il suo giovane reduce è un altro personaggio che nasce dalla guerra da poco trascorsa. Ma Bufalino confesserà che a presiedere l’allucinazione della Diceria furono anche i versi di un poeta arabo, IbnZafar, che accostavano un’immagine di sfacelo a una di fulgore[18], e un quadro anonimo e medievale: il Trionfo della morte, miracolosamente scampato ai bombardamenti e ancora conservato a Palermo, a Palazzo Abbatellis.

È un quadro, per chi lo ha visto, molto particolare, non meno drammatico e attuale della Guernica di Picasso: ritrae una Morte a cavallo che semina intorno a sé dolore e lutto tra gente ignara e distratta. La Diceria è dunque dominata da una cadenza di lutto, come quelle “imparate nell’infanzia da grandi contadine vestite di nero”[19]. Nelle pagine e nel titolo di questo libro intarsiato di aggettivi per anni, la tubercolosi di Thomas Mann e la peste di Camus finalmente si sovrappongono. Alla Rocca, il giovane reduce passa il tempo in infinite discussioni o a giocare a scacchi o a tessere un amore impossibile con un’altra malata dagli ambigui trascorsi.

È un amore puerile e condannato, un amore di parole più che di atti, il cui sbocco è una fuga a due senza speranza e la morte di lei in un alberghetto sul mare. “Guarda come mi lasci in mezzo alla via: – proromperà alla fine il protagonista – una guasta semenza, una sconsacrata sostanza, un pugno di terra su cui casca la pioggia…”[20] Così si resta, per Bufalino: guastati, sconsacrati. Così rimane chi sopravvive, chi guarisce, magari inaspettatamente, “per chissà quale disguido o colpo felice di dadi”[21], forse dello stesso dado senza punti di cui parlava Flaiano.

Mentre La montagna incantata terminava con Hans Castorp che nel 1914 usciva finalmente dal suo sanatorio per andare ad arruolarsi e probabilmente a morire in mezzo al fango nel crepuscolo di una battaglia della prima guerra mondiale, i personaggi che dopo il 1945 sperimenteranno il morbo di questa nuova consapevolezza provengono già dalla morte e dalla guerra. Quando ridiscendono fra gli uomini sono giovani solo a metà e vecchissimi l’altra metà[22] e si portano dietro una personale educazione alla catastrofe e alla morte[23], avendo già assistito al suo trionfo. Il loro funebre noviziato. La malattia è stata per loro “una vergogna e, insieme, uno strumento di conoscenza; emblema di degradazione e d’orgoglio”[24]. Il rovesciamento è completato: il contagio era una forma di seduzione; la guarigione, un tradimento a un patto tra moribondi. Ora non li aspetta che “una vita nuda, uno zero di giorni previsti”[25].

L’orrore per il propagarsi della peste si lega così intimamente alla questione della memoria e del linguaggio. È la minaccia suprema, la possibilità che siano decimate intere popolazioni sino a scomparire, lo spettro di un violento crollo demografico che cancelli per sempre patrimoni culturali e identità diverse. Dopo le drammatiche vicende della seconda guerra mondiale, l’ombra dell’apocalisse a cui ogni pestilenza rimanda si identifica in un futuro privato della Storia. E nell’immaginazione degli scrittori che verranno non ci potrà essere bacillo più insidioso di quello che colpisca i ricordi e i libri.

Alla Peste di Camus segue, infatti, di pochi mesi il libro più visionario di Orwell, 1984, che prende il titolo, come tutti sanno, dall’inversione delle cifre dell’anno di pubblicazione[26]. E al filone antiutopico si aggiunge tre anni dopo, nel 1951, l’altrettanto famoso romanzo dello statunitense Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Un altro custode di libri sarà pure Hanta, il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa[27] (1981) di Bohumil Hrabal, un operaio che, in un magazzino interrato dalle parti di Praga, pressa la carta vecchia: centinaia di volumi opuscoli riviste di cui governa e dirige il disfacimento. La sua ossessione è quella di sottrarre all’oblio di ogni imballaggio una frase, un verso, un rigo di Seneca o di  Nietzsche, anche se gli costa molto più tempo del necessario.

A suo modo, è un archeologo e un contrabbandiere di frammenti, e insieme un artista e un devastatore, un testimone del nubifragio delle illusioni della cultura e della storia e un contabile di biblioteche perdute, cancellate per sempre. Lo spettro dell’incendio della Biblioteca di Alessandria si riaffaccia pure in alcune pagine di Bufalino, Le visioni di Basilio ovvero La battaglia dei tarli e degli eroi[28], dove si prefigura un’invasione di tarli giganteschi. L’unico rimedio contro ogni flagello, passato e futuro, è il libro «medicina contro il male, contro la morte»[29].

Quindici anni più tardi, il batterio si manifesta di nuovo, sotto altra forma, in un piccolo villaggio immaginario della Colombia. In uno dei primi capitoli di Cent’anni di solitudine (1967), Macondo è colpita dalla peste dell’insonnia. Ma “la cosa più temibile dell’insonnia non era l’impossibilità di dormire, dato che il corpo non provava alcuna fatica, bensì la sua inesorabile evoluzione verso una manifestazione più critica: la perdita della memoria.”[30] Macondo si mise così in quarantena, e venne il giorno in cui lo stato di emergenza lo si considerò come cosa naturale e nessuno si preoccupò più di dormire. Se la realtà diventa “sdrucciolosa”, e si perde il senso delle cose, la scrittura è l’unico antidoto possibile, per quanto precario.

Le ultime pestilenze appaiono in altre zone limitrofe, o di confine. Memoriale del convento richiama il modello di Manzoni[31]. In comune con I Promessi Sposi c’è innanzi tutto la dialettica provincia-capitale in cui si svolge la vicenda: l’asse Mafra-Lisbona analogo a quello Lecco-Milano; poi il tema del potere, del malgoverno e degli umili e lo schema dei tre principali personaggi: un soldato monco, un frate gesuita e una donna visionaria, che sembra ricalcare quello di Renzo, Don Abbondio e Lucia, seppure con le relative somiglianze e antitesi. C’è, infine, la peste, collegata questa volta a una delle più belle trovate del libro: la morte è descritta come una progressiva perdita della volontà. E la volontà è una nuvola chiusa nel corpo degli uomini che Blimunda, che ha la capacità di guardarvi dentro, andrà raccogliendo in piccole ampolle di vetro affinché la macchina di ferro e vimini di padre Lourenço possa volare, con un anticipo di ottantacinque anni sui fratelli Montgolfier. Dopo la perdita della memoria, raccontataci da Garcia Márquez, Saramago sembra così porre l’accento sulla perdita della volontà e sul suo necessario recupero.

Ma è in Cecità[32] (1995) che l’autore portoghese illustra con più forza un mondo infetto, invaso dalla più devastante pestilenza dei nostri tempi: un calare di chiarissime tenebre, un’eclisse all’inverso. Il romanzo comincia ad un semaforo. Un guidatore viene improvvisamente colpito da questo “mal bianco”, come verrà definito: un mare di latte, accecante. Un’altra epidemia, un altro ossimoro; il presente si trasforma in un globale campo di sterminio dove si ripropongono, amplificati e straniati, le lotte per il potere e per la sopravvivenza. Soltanto la moglie di un oculista non è toccata dal contagio, ma finge lo stesso questa luminosa cecità per farsi internare insieme al marito. Il suo gesto d’amore sarà l’unico itinerario possibile per la salvezza dell’intero genere umano e a questa donna senza nome si affiderà la sopravvivenza dell’“umano” in una storia avversa. I suoi occhi restano aperti, per un ultimo sguardo su quanto si salva da questo inferno di luce.

Il “tempo febbrile delle pesti”[33] pare indicare sempre la perdita di qualcosa: della memoria, del linguaggio, della volontà, della vista, e incarnarsi poi in un universo burocratico e totalitario, come in Il palazzo dei sogni (1991), Ismail Kadaré. Per ultimo, alla fine del Novecento, il motivoè ripreso da Vincenzo Consolo, ne Lo Spasimo di Palermo (1998). Lo stesso titolo rimanda all’antico lazzaretto della città da poco restaurato.  La pestilenza di cui si parla, questa volta, è la mafia, ma anche la peste nera del rimorso e del tragico senso di fallimento di una generazione che non ha saputo costruire dopo la guerra un’Italia civile e si ritrova ora a vivere in un paese franato, tra città stravolte, dove si cancellano memorie e nelle quali esala “un odore dolciastro di sangue e gelsomino”[34]. Segno che l’infezione, ancora, non è passata; né che se ne potrà guarire[35].

Come si è detto all’inizio, tutto ritorna all’uomo: la pena, e la rivolta, e il tempo della responsabilità e del bilancio.

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[1]La maschera della morte rossa è un racconto di Edgar Allan Poe in cui si racconta di un orribile e fatale peste che devasta una regione e ha l’emblema del sangue.

[2] La mattina del 21 giugno 1630 una donna chiamata Caterina Rosa vide un uomo che si fece appresso allamuraglia delle case e che la imbrattò con le mani d’un certo ontume.

[3] Cfr. Jacqueline Brossolet, Alcuni aspetti storico-artistici della peste in Europa, in Venezia e la peste, cit., pp. 201-205.

[4] La definizione è di Eric J. Hobsbawm e dà il titolo a un suo famoso libro: L’età degli imperi: 1875-1914, Roma-Bari, Laterza, 1987, a cui è seguito l’ancor più fortunato e discusso Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, che nel titolo originale suona come età degli estremi.

[5] Ivi, p. 1217.

[6] Cfr. Sigmund Freud, Il disagio della civiltàe altri saggi, Torino, Boringhieri, 1971.

[7] Klaus Mann, La peste bruna. Diari 1931-1935, Roma, Editori Riuniti, 1998.

[8] Albert Camus, La peste, Milano, Bompiani, 1997, p. 8.

[9] A. Camus, La peste, cit., p. 30. Qui l’equazione tra guerra e pestilenza è addirittura dichiarata.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 235.

[12] Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Milano, Rizzoli, 1991, p. 1.

[13] Cfr. Wladimir Ja. Propp, Morfologia della fiaba, Roma, Newton Compton, 1985. Le funzioni dei personaggi sono gli elementi costanti della fiaba. In tutto, Propp ne ricava trentuno. Le principali sono l’allontanamento, il divieto, la violazione del divieto, la vittoria, il ritorno, l’arrivo in incognita, il matrimonio…

[14] E. Flaiano, Tempo di uccidere, cit., p. 272.

[15] E. Flaiano, Tempo di uccidere, cit., p. 78.

[16] Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Palermo, Sellerio, 1981, p. 15.

[17] Id., Saldi d’autunno, Milano, Bompiani, 1990, p. 244.

[18] Ivi, p. 245.

[19]  Id., Diceria dell’untore, cit., p. 179

[20] Ibidem.

[21] Ivi, p. 195.

[22] Ibidem.

[23] Id., Saldi d’autunno, cit., p. 247.

[24]Ivi, p. 250.

[25] Id., Diceria dell’untore, cit., p. 195.

[26] Del filone antiutopico il Novecento aveva già conosciuto dei precedenti: nel 1920 era stato pubblicato Noi di Zamjatin, nel 1932 Il Nuovo mondo di Huxley e nel 1940 Kollocain di Karin Boye, senza considerare l’eco prolungata delle grandi ossessioni di Kafka.

[27] Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, Torino, Einaudi, 1991.

[28] G. Bufalino, Le visioni di Basilio ovvero La battaglia dei tarli e degli eroi, in Id., L’uomo invaso, Bompiani, Milano 1990, pp. 73-80.

[29] Id., Per l’inaugurazione di una biblioteca, discorso letto in Agrigento il 15 dicembre 1990 per l’inaugurazione della biblioteca “Lucchesi Palli”.

[30] G. G. Márquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori, Milano 1986, pp. 45-6.

[31] Sui rapporti tra storia e letteratura, di Manzoni si veda pure il suo discorso Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione in Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Lanfranco Caretti, Milano, Mursia, 1962, pp. 889-944.

[32] Il titolo originale è Ensaiosobre a cegueira (Saggio sopra la cecità), ma, con una scelta abbastanza discutibile, per evitare che il lettore italiano potesse confondere un romanzo con un trattato medico, lo si è tradotto con la sola parola Cecità (Torino, Einaudi, 1996).

[33] Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998, p. 113.

[34] Ivi, p. 115.

[35] Lo scrittore siciliano aveva già individuato in un piccolo paese nell’entroterra della sua isola, Caltagirone, l’epicentro di una epidemia e l’emblema di una nazione, “della vecchia Italia che ha generato dopo i disastri del fascismo, nei cinquant’anni di potere, il regime democristiano, la trista, alienata, feroce nuova Italia del massacro della memoria, dell’identità, della decenza e della civiltà, l’Italia corrotta, imbarbarita, del saccheggio, delle speculazioni, della mafia, delle stragi, della droga, delle macchine, del calcio, della televisione e delle lotterie, del chiasso e dei veleni. Il plastico dell’Italia che creerà altri orrori, altre mostruosità, altre ciclopiche demenze.” (In Id., L’olivo e l’olivastro, Milano, Mondadori, 1994, p. 71).

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Desolation Row https://minimaetmoralia.it/racconti/desolation-row/ https://minimaetmoralia.it/racconti/desolation-row/#comments Sun, 11 Dec 2016 07:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33024 Ripubblichiamo, ringraziando l'autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

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Ripubblichiamo, ringraziando l’autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

02

Questa signora dai bizzarri vestiti anni 30, nonostante siamo negli anni 50, è la scatola nera dell’omicidio di Elm st. Sa come sono andate le cose. Ora si trova in uno stato d’inquietudine tale che è dovuta uscire di casa. Ha guidato per circa un’ora e poi, intontita dal quel vento caldo e impetuoso, è entrata in un locale fuori città.
Per distendere i nervi ha già bevuto tre whisky allungati con l’acqua e fuma una sigaretta dopo l’altra. In questo istante sta meditando se restare sveglia fino al mattino per vedere cosa i giornali scriveranno sulla donna stregata che ha ucciso suo marito mentre ascoltava Debussy.

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Eccolo, il marito, la vittima, appassionato di giardinaggio, direttore della camera di commercio di Dultuh, Stati Uniti, poco lontano dal confine col Canada. Bob Dylan, anche lui originario di Duluth, è questo signore che ha in mente quando in Tombstone Blues canta: Jack the ripper who sits at the head of the chamber of commerce.
Uomo spietato. Rispettato, ma in realtà temuto dalla comunità per il suo potere politico utilizzato come un fucile a pompa. È capace di fare la fortuna e la sfortuna di molti cittadini.
Questa foto l’ha scattata la moglie, sua futura assassina, durante una pausa dei lavori al giardino.
Come si può vedere dall’inquadratura, non la moglie, ma sicuramente qualcosa dentro lei, ha già deciso che è un uomo morto. Non ha più il viso, oscurato dal calore omicida del sole

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Unica foto disponibile del giardino. È la notte di Halloween del 1946 e si può già intuire come crescerà rigoglioso. Dieci anni dopo sarà un tripudio intricato di forme e colori. Anche i segreti che Jack the ripper sotterra qua e là: ai piedi del melo, dietro i gelsomini, accanto alla siepe verde nera, crescono e si diramano furiosi. Nascosti là sotto ci sono foto e filmini tremendi, un infernale archivio sotterraneo su uomini e donne di Duluth.

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Una delle pochissime foto pubblicabili tratte dagli archivi di Jack the ripper. Per il resto, foto e filmini, formano un incendio indomabile di violenze e sevizie che mette a dura prova la capacità di perdono degli dèi.
Ma come riesce a reclutare modelle e modelli? Manda sul lastrico, legalmente, attività commerciali, specie quelle gestite da donne sole, negando loro permessi, inviando ispezioni e così via. Poi promette, mentendo, di fare riaprire i negozi in cambio di sessioni fotografiche.
È a lui che dobbiamo l’invenzione della parola snuff, che significa: “spegnere lentamente”; Jack the ripper spegne lentamente la vita delle persone. Abbassa le luci nelle loro esistenze, finché il buio è talmente fitto che è impossibile uscirne.
L’archivio di immagini e filmini di Jack the ripper è stato dissotterrato, esaminato e poi distrutto, anche se non del tutto; qualche esemplare dei suoi assalti impressi in super-8 è stato trafugato ed è poi scivolato di mano in mano: qualche collezionista disposto a sborsare molti soldi per certe bobine lo si trova molto più facilmente di quanto si possa pensare. Per trent’anni una minima parte dell’archivio di Jack è rotolato, rimbalzato dal Nord degli Stati Uniti fino a scendere verso la East Coast, New York City, e poi giù, verso l’altra costa, la California, Los Angeles, San Francisco e Napa Valley.

Proiezioni organizzate in case di ricchi collezionisti per un pubblico sbigottito di amici. Qualcuno, chissà se in California o nello stato di New York, deve essere rimasto colpito dall’occhio di quell’uomo dietro la cinepresa. Più che colpito ispirato. Nel 1996 infatti uscirà una campagna pubblicitaria che sarà poi bandita, vista la smisurata violenza sessuale in potenza che ogni spot trasuda.
Ogni filmato ricorda il prologo delle interviste che Jack faceva alle sue vittime. Ho detto ricorda, ma di fatto è un puro e semplice calco delle sue interviste: una copia abbellita e levigata quanto basta per la tele. E quindi il capo della camera di commercio, in una cittadina al confine col Canada, e il suo materiale nascosto sotto la terra umida e viola, hanno contribuito a modellare parte di quella che chiamiamo cultura popolare.

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La notte dell’omicidio l’avevamo vista dentro un locale fumare e bere inquieta: eccola di nuovo, nel periodo più felice della sua vita: la fine degli anni 30. Lei e suo marito possiedono una gioielleria che sta facendo ottimi affari. L’anno prossimo metteranno al mondo una figlia che chiameranno Paula. Questa è una delle ultime foto che ce la mostrano radiosa.
Negli anni quaranta perderà suo marito in guerra (duello aereo) e verrà azzannata da Jack the ripper. Prima lei e poi sua figlia Paula, ormai quindicenne.
Paula, dopo le sevizie, comincia a sprofondare dentro di sé, lontano dalla realtà, dove non ci sono più parole ma solo silenzio. Viene ricoverata nella casa di cura, l’unica, semi deserta, che si trova alla periferia di Duluth.
Ridotta sul lastrico, legami affettivi tranciati con rara violenza, non si dà pace. E chi non si dà pace prima o poi entra in guerra. Eppure, la cosa più interessante che riguarda questa donna è un’altra. Il denaro che le ha consentito di aprire la sua attività lo ha guadagnato da ragazza, facendo la rabdomante: questo il suo dono, che poi pare abbia perso. Sapeva, voglio dire: sentiva, non si sa come, la presenza di sorgenti d’acqua sotterranee. Una persona con queste facoltà è preziosa, molto contesa dagli agricoltori della zona.

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La futura assassina, moglie del Jack the ripper, ha l’hobby della fotografia. Gira per casa, nel giardino, dove si nascondono i segreti del marito, e scatta.
Non sa, ma sa. E e lo s’intuisce dai colori e l’inquadratura: l’ombra che domina la sua mente s’insinua in ogni fotografia. È come se delegasse le verità all’ombra del suo occhio. Scorrendo i suoi album si vede che ha capito, che sa, ma non riesce a pensarlo. A pensare cosa? Che suo marito andrebbe eliminato.

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La mamma di Paula, rimasta sola, comincia a girare, a vagare per le strade di Duluth. Siamo nel mese di marzo, tra un anno avverrà l’omicidio. Non sa cosa fare ma soprattutto non sa dove andare. Sembra una tronco scavato da dentro che non può fare altro che rotolare. È a meno di un passo dal diventare una vagabonda senza più niente. Se ne sta chiusa in casa a meditare, cerca di riflettere. Ma altre cose, come la sua condizione, la condizione di sua figlia, sono impensabili. Spesso va in campagna, per nascondersi e per vedere se quel suo dono, qualche rimasuglio di quella curiosa sensibilità per l’acqua, per le sorgenti sotterranee, le è rimasta.

Niente, prova ma non sente nulla. Quella forza che la trascinava verso un punto dove sotto i suoi piedi un flusso sgorgava è scomparsa. Passa l’estate. Ma a Duluth, su al nord, già a metà settembre comincia a fare freddo e la signora teme l’inverno come una bestia ferita. Non ha soldi per scaldare la casa e il dolore che prova le impedisce di pensare e rimettersi in piedi. Per non stare a casa, imbottita di vestiti, col freddo che le gela i ricordi e la trascina verso la morte, esce, vaga, cerca di muoversi, finché un giorno si trova di fronte alla biblioteca della città. Entrare non costa nulla, dentro è riscaldato e ci si può nascondere. Comincia ad andarci ogni giorno: dalla mattina, fino all’ora di chiusura.

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E come si può passare il tempo in una biblioteca? All’inizio si gira, si leggono i giornali, le riviste, ma prima o poi un libro lo si apre, lo si sfoglia, lo si scorre e magari, beh, magari lo si finisce anche per leggere. Comincia con Walden di Henry David Thoreau.
Dopo Thoreau continua con Melville e Hawthorne; legge Dreiser e Fitzgerald. Ma il suo cervello intanto registra, scopre, esplora, sa già dove vuole arrivare ma deve scoprire il modo per arrivarci.
Legge anche Frankenstein. E poi, poi arriva ad Edgar Allan Poe.
Il mattino che chiede in prestito le opere di Poe, non saprebbe nemmeno lei spiegarne il motivo – ’impiegato al banco è un nuovo arrivato, mai visto prima – decide di registrare i volumi sotto falso nome. Quando le viene chiesto nome e cognome, come se parlasse qualcun altra al suo posto, si sente dire: Helèna Thulls. Ma perché lo ha fatto?
Helèna Thulls decide di leggere le opere di Poe senza mai togliersi i guanti. Non saprebbe spiegare il perché ma sa che non deve sfilarseli.
Entra tra le pagine, come trascinata via, verso l’abisso che porta al centro della terra; il primo racconto a impressionarla, tanto che più volte è costretta a interrompere la lettura, è I delitti della Rue Morgue: madre e figlia uccise senza pietà da quello che si rivela essere un orangutan. “È quello che è successo… Quello che… Io… la mia bambina… una forza… quel mostro… quel mostro ci ha spazzate via!” La si sente bisbigliare nella sala lettura. Comincia a singhiozzare. Le sue lacrime producono una eco curiosa, è come se fosse una presenza invisibile a piangere, un fantasma fermo a mezz’aria. Ora la testa le si svuota, purificata dal pianto. Dentro non le rimane che una cosa, un pensiero, un desiderio anzi, che a poco a poco comincia a prendere corpo, ad avanzare dall’oscurità e salire su, con grande lentezza, verso la luce.

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Si asciuga gli occhi e comincia a leggere il resoconto di Gordon Pym da Nantucket.
Le avventure di Gordon Pym, quella strana novella di morte e deriva le consente di penetrare e sentire fino in fondo la propria solitudine. Un ragazzo s’imbarca su una nave e giorno dopo giorno perde tutto, finché non rimane solo, ed entra nella parte bianca dell’inferno, Antartide: dove finisce il mondo e inizia qualcosa di potente e misterioso capace di annientare lo sguardo. Fino alla fine del mondo – si ripete mentre legge – io là devo andare, anzi già ci sono, devo spingermi ancora oltre.
E quando spazi e significati sono svaniti, capisce che non le resta nulla da perdere. I suoi pensieri, sente, hanno la consistenza di sogni fitti e opachi, dove puoi sentire solo il cuore, la musica del suo cuore disperato, ma ancora vivo.
Adesso le rimane così facile vedere dentro, così facile pensare l’impensabile. Le manca solo l’ultimo passo, sente. Solo un altro passo e posso cadere dentro, fino in fondo al mondo.

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Le parole di Edgar Allan Poe hanno inghiottito Hèlena Thulls, quando un lampo, che con sé porta una visione, la colpisce: Le vicende relative al caso del Signor Valdemar. Il racconto narra un esperimento di mesmerizzazione che lascia il signor Valdemar in uno stato crepuscolare. Per sette mesi, grazie alla mesmerizzazione, il signor Valdemar rimane tra la vita e la morte.
E tra la vita e la morte, o tra il giorno e la notte, in questa zona di penombra, Valdemar compie azioni, parla: dice parole corrose dal buio e dalla morte, che però raggiungono il mondo dei vivi. Viene indotto, se non addirittura comandato, a restare in vita.
Hèlena Thulls esce dalla biblioteca ma il luogo dal quale vorrebbe uscire è il mondo di Edgar Allan Poe che le suggerisce ipotesi, possibilità, piani e progetti che le provocano una eccitazione emotiva insostenibile.
Il mattino dopo, in biblioteca, cerca sul dizionario la parola “mesmerizzare” e scopre che deriva dal nome di un medico tedesco: Anton Mesmer, morto nel 1815. Figura controversa, da molti ritenuto un ciarlatano. Tuttavia è a lui che si deve se non l’invenzione, almeno la popolarizzazione dell’ipnosi. L’ipnosi.
Consulta l’enciclopedia Britannica: tedesco, nato, come anche lei, nei pressi di un lago; scorre alcune righe e legge che Mesmer, da giovane, oltre ad avere una dote naturale per la musica era un rabdomante. Sente un tonfo al centro dello stomaco, chiude il libro ed esce dalla biblioteca.
Poi, come afferrata per le spalle da un fantasma, si ferma sull’ingresso, torna indietro e chiede all’impiegato se hanno le opere di Franz Anton Mesmer. Le viene risposto che “Sì,  di questo autore abbiamo solo libro: Il magnetismo animale”. Confusa e spaventata fugge dalla biblioteca per rimetterci piede solo tre giorni dopo.
Particolare: quando si allontana di fretta le viene istintivo controllare se ha indosso i guanti. Sì, li ha indosso, mai sfilati un istante.

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La signora ha ormai avviato il suo processo di metamorfosi, è diventata Hèlena Thulls, la donna dai guanti bianchi. Legge Il magnetismo animale. Non ci ricava niente di pratico circa l’ipnosi, ma la sensazione che prova è quella di leggere un libro… come se quel tedesco fosse uno dei profeti della Bibbia. Entra in una dimensione. Si tratta del primo vero ponte fatto di parole, di piccoli cristalli oscuri che conducono alla terra promessa.

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Legge e rilegge Il magnetismo animale. Poi prende un grosso romanzo uscito tre anni prima, Le avventure di Augie March. Ma non si sogna neppure di leggerlo, lo tiene semplicemente come paravento, mentre osserva con tutta se stessa la gente seduta in biblioteca. Scruta con ingordigia e lucidità impressionanti. Cerca nei movimenti abitudinari delle crepe dentro le quali potrebbe inserirsi e raggiungere il retro della mente di alcune persone.
Ha capito una cosa, e l’ha capita con tutta se stessa, la sua anima ne è intrisa: ipnotizzare una persona vuol dire diventarne lo specchio, esserne una replica di sogno che può condurre il sognatore lontano, dentro sé.
Mettersi di fronte a un uomo, o a una donna, e ricalcarne le movenze senza che se ne accorga. È così che ci si trasforma in specchio! Poi lo guidi. Ti allinei alle sue movenze e cominci a modificarle giusto un istante prima, in modo che l’ipnotizzato venga guidato da una figura che sembra essere solo un suo riflesso.
Ricalco e guida, ricalco e guida.

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Un mattino gelido mattino d’inverno. La signora se ne sta sulla gradinata di fronte alla biblioteca. Hèlena si sfila i guanti, li mette dentro la borsetta e si avvicina a un giovane che sta fumando con lo sguardo distratto. Per ripararsi dal vento tiene il collo incassato allo stesso modo del ragazzo. Entrambi, nel medesimo istante, sembrano venire percorsi da un brivido di freddo. Lei poi gli chiede d’accendere e mentre lo fissa negli occhi aspira avida, quasi toccando l’interno delle guance, com’è solito fare lui.

Il ragazzo tra la boccata e il “grazie” avverte, lontano, un rallentamento, uno slittare onirico della realtà che però non saprebbe dire. Qualcosa di remoto che tuttavia avviene da qualche parte dentro lui. Un sobbalzo impercettibile e morbido che non sa spiegare. Sarà forse il volto sconosciuto ma famigliare della donna, le sue movenze misteriose e materne.
Lei mette le braccia conserte e aspira di nuovo, un istante prima che lo faccia lui. È come uno specchio, eppure la replica non sta nelle movenze ma nel ritmo, nell’aria fatata che quei movimenti lasciano calare tra i due.
Quando il ragazzo incassa di nuovo la testa lo fa anche lei e bisbiglia un commento sul freddo e poi allunga il collo, senza togliere mai lo sguardo, delicato ma fisso, dagli occhi di lui: “Oggi ˗ dice ˗ questo vento è bello e caldo, bello e caldo come in un sogno.” Lui fa un cenno spiritato di assenso. Lei con aria lenta e distratta si sfila l’anello dall’anulare e, immediatamente dopo, lui si slaccia il bottone della camicia.

“Arrivederci.” dice la signora, e si allontana. Dopo un centinaio di metri, discreta, si volta in direzione del ragazzo: si è tolto la giacca, la tiene sull’avambraccio, mentre continua fumare.

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Siamo a fine febbraio, la signora dai guanti bianchi se ne sta seduta dentro la sua auto scassata di fronte a un locale notturno. Guarda gli avventori entrare, uscire. Alcuni tra loro barcollano, altri trascinano i piedi a capo chino, come condannati a morte. Ne deve trovare uno che abbia un protuberanza visibile sulla schiena o all’altezza del petto; prima o poi arriverà. E infatti eccolo, quel signore là, con un abito grigio e gualcito. È alto e assieme tarchiato, ha il collo largo come un tronco d’albero. Primitivo nei tratti, nelle movenze, l’andatura è distratta e rabbiosa. Un depresso. Lo guarda entrare, aspetta cinque minuti e anche lei fa il suo ingresso nel locale.

Lo vede subito, di spalle, con i gomiti appoggiati sul bancone, la giacca si solleva e lascia intravedere quel fallo cromato infilato tra schiena e pantaloni. Gli siede al suo fianco, a meno di un metro, e aspetta che lui le rivolga la parola. Non le parla ma le ordina invece un whisky. La signora dai guanti bianchi le rivolge un sorriso turbato e lo fissa negli occhi con uno sguardo cedevole, da preda. È così che aggancia il predatore, che subito si ritrova perso in quello sguardo, come il cacciatore che, richiamato da un suono, imbocca un sentiero che lo porta in una zona del bosco fino ad allora sconosciuta.

Si sente in pericolo, vale a dire che si sente come si è sempre nascostamente sentito: debole e indifeso. Questa è la sola ragione per cui porta una pistola: perché è un bambino impaurito di 50 anni. Sente che lei può scacciare i fantasmi che lo tormentano fin dall’infanzia.
In meno di un istante il cacciatore si accorge di essersi smarrito. L’attempata cerbiatta gli fa strada nel mondo delle sue paure, dove la sua forza, l’arma che tiene infilata nella schiena, non serve a niente. Il desiderio di protezione che cova da un vita e che ha sempre scambiato per rabbia, implode: si affida a lei. Sarebbe disposto a pagarla per liberarsi delle sue paure nei confronti dell’altro, degli altri. Ma lei non vuole essere pagata, vuole solo la sua arma.
Quella verrà usata per proteggerlo, basta solo che lui gliela dia e potrà dormire tranquillo. È come un sogno. Escono dal locale, lui entra nell’auto di lei. È quasi commosso, dal volto primitivo emerge la faccia di un bambino di 10 anni che consegna quella cosa a sua madre.

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Tornata a casa, resta al buio tutta la notte, seduta sulla poltrona di fianco alla finestra che dà sulla strada. La luce della luna piena le dà da pensare, come anche quell’oggetto luminoso appoggiato sul grembo. Più volte è tentata di alzarsi e buttarlo in fondo al fiume e dimenticare tutto.
A tratti si distrae, dimentica la feroce bestiola d’acciaio che sembra assopita. Si tratta di una Smith & Wesson mod.36; conosciuta anche come “Lady Smith”. A guardarla però non le verrebbe mai in mente di chiamarla Lady Smith; ai suoi occhi somiglia ad un sinistro incrocio tra un piranha e un minuscolo cane che ringhia nel sonno. La lascia dormire, nonostante senta quella strana gravità pesarle sulle cosce che sembra mormorarle: “Quando sei pronta, allora scatenami”.
Guarda la luce della luna che inonda la stanza; dimentica l’adesso e ricorda il passato.
Ieri mattina nella mia buca delle lettere c’era una busta arrivata dagli Stati Uniti, Minneapolis. La busta conteneva: una lettera scritta a macchina firmata a mano e questa foto.

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(Sono stato io a coprire le sagome, per pudore. Intendo però precisare che a me la foto è arrivata, per così dire, “in chiaro”).
Non so proprio come la persona abbia potuto rintracciare me e il mio indirizzo di casa, ma questo è un fatto d’interesse secondario. Ciò che invece mi piacerebbe capire è un’ altra cosa: lo scorso 12 novembre ho cominciato a scrivere questa storia di fantasia dopo aver visto la foto di una donna dallo sguardo fatato che seduta in salotto ascolta un disco. Giorno dopo giorno ho continuato la storia: ho parlato delle vicende della signora dai guanti bianchi e dell’omicidio del capo della camera di commercio.
Giorno dopo giorno ho ricostruito la storia utilizzando la mia fantasia e alcuni vecchi fatti di cronaca. Per una qualche strana piroetta del caso, un anziano signore che vive dall’altra parte dell’oceano, dopo aver letto questa storia sul mio blog ha pensato d’integrarla con una generosa manciata di verità. Pare che quello che Dylan chiamò Jack the ripper sia veramente esistito e questa foto ne svelerebbe il volto.

L’uomo che mi ha spedito la lettera ha un cognome italiano. E la lettera è scritta in un inglese bizzarro, pieno di errori e inframmezzato da vecchie parole della nostra lingua. Cito dalla lettera: “Dal momento che non hai un ritratto del volto di Jack ho pensato di aiutarti. La persona di cui parli è il ragazzo più giovane che compare nella foto.”

La persona potrebbe quindi essere il ragazzo a destra con il volto che si vede solo per metà. La lettera non dà indicazioni, dice solo che è la persona più giovane che appare nella foto. Osservandola con attenzione si può notare che ci sono altri volti nascosti e quindi qualcuno più giovane dell’unico ragazzo ben visibile potrebbe nascondersi nelle figure che s’intravedono nell’oscurità.

La lettera poi racconta la storia di questa foto, cito ancora: “Sette agosto 1930, contea di Marion, stato dell’Indiana, 640 miglia a sud-est di Duluth. I nomi dei due cadaveri sono: Thomas Shipp e Abraham Smith colpevoli di avere rapinato e ucciso un operaio di razza bianca: Claude Deeter. In realtà le persone erano tre, c’era anche un ragazzo di 16 anni, James Cameron. Il solo riuscito a sfuggire al linciaggio. Ha però portato sul collo la cicatrice del cappio finché è vissuto.
Il pomeriggio del 7 agosto, quando si è sparsa la notizia che i tre presunti assassini erano rinchiusi nella prigione della contea, una folla di cittadini, 2500 persone, ma altre fonti sostengono addirittura 5000, hanno fatto irruzione negli uffici dello sceriffo per poter disporre dei corpi. Una volta prelevati sono stati portati nella campagna alla periferia di Marion e impiccati. Smith, durante l’impiccagione, ha tentato di liberarsi dal cappio con le mani; uno del gruppo, molto probabilmente la persona di cui stai raccontando la storia, gli ha spezzato le braccia con un bastone per evitare che tentasse ancora di sottrarsi a ciò che la folla aveva deciso.

Jack the ripper, dieci anni dopo questo fatto, si trasferisce a Duluth per aprire un allevamento di visoni. Da quelle parti, all’epoca, il commercio di pellicce è molto fiorente. Altri dicono che abbia lasciato Marion per sfuggire a una storia di sevizie a danni di ragazze nere e bianche. Una di queste ragazze pare non abbia retto l’urto delle violenze di Jack e sia morta per un’emorragia. Il padre di Jack, politico locale e potente membro del KKK, sembra sia riuscito a insabbiare tutto. Jack è costretto a fuggire a nord. Si ferma a Duluth, apre l’allevamento di visoni che però fallisce molto presto. Riesce allora a farsi assumere dalla camera di commercio e in capo a cinque anni si insedia al vertice e dà inizio allo scempio.

“Ho visto che hai detto di Tombstone Blues: Jack the ripper who sits at the head of the chambre of commerce. Queste parole scritte da Dylan non sono scritte a caso. Suo padre, Abraham Zimmerman, proprietario di un negozio di elettrodomestici, dovette trasferirsi nella vicina Hibbings per sfuggire dalla grinfie del capo della camera di commercio ed evitare la bancarotta. Il motivo ufficiale del trasferimento però fu la poliomielite che lo colpì all’improvviso e in tarda età.” 

Ieri pomeriggio seguendo le tracce della foto sono venuto a sapere che il poeta americano Meeropol, in seguito al linciaggio dei tre di Marion, ha composto una poesia, Strange Fruit. Billie Holiday ha poi fatto il resto.
Hèlena Thulles cammina per molte notti nei pressi della casa di Jack the ripper. La osserva, ricorda, a volte la rabbia è tale che è costretta a fuggire via per non entrare in casa e ucciderli tutti e due.
Ma sua moglie non ha colpa, se non quella di resistere alla verità; sa che ogni giorno prepara da mangiare per un orco, lo sfama, gli mantiene il cervello lucido, che lui usa come un’arma per ferire, ricattare e uccidere. Gli lava camicie e pantaloni e fa finta di niente, non nota le macchie di sperma e di sangue; la sua lavatrice toglie ogni macchia che lei vede. Che lei vede ma non vede. Come tutto del resto, nella sua vita: vede ma non vede.

Passa molto tempo nei pressi della casa, a guardare le luci alle finestre, i movimenti di lui e lei. In silenzio osserva, immagina, studia e spesso si accorge eccitata mentre fantastica di ucciderlo con le proprie mani: bucargli il collo con le dita e cercargli il cuore, strapparglielo dal torace e schiacciarlo sotto i piedi come si farebbe con un insetto enorme e schifoso.

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Un mattino di sole, la moglie di Jack esce a fare compere ed Hèlena Thulles s’intrufola dentro casa dalla porta del retro. Gira per le stanze e rimane esterrefatta dalla pulizia. Chi pulisce là dentro pare sia un’anima condannata all’inferno, costretta per l’eternità in ginocchio a lavare le colpe e i crimini di cui si è resa complice. La casa è strigliata, il manto della casa è talmente teso e tirato che le si possono vedere le ossa. Tutto è in ordine. È pieno di fiori, cornici che tuttavia sono appoggiate su quella che somiglia a una lapide tombale. La moquette bianca sembra marmo di cimitero, anche gli sportelli della cucina, i mobili, sembrano marmo di cimitero. Da nessuna parte ci sono tracce di intimità, di colloqui, di vita, di amore. Una tomba adornata. E la verità è il cadavere. Viene colpita da questo pensiero con una forza tale che le fa cedere le gambe. Occorre che la verità resusciti, che memorie dall’oltretomba accorrano alla mente di quella signora dal vitino di vespa.

Prima di uscire guarda le foto appese al muro. Non c’è dubbio: sono opera della moglie. Mormorano di cose lugubri e nere. Vorrebbe scrutarle sotto una lente d’ingrandimento, come se fossero una miniatura medievale. L’occhio che le ha scattate appartiene a una persona pronta a prendere in mano la verità e tirare il grilletto, resuscitare il passato e spararlo sul corpo del marito.

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Hèlena Thulles, durante le lunghe giornate passate in biblioteca a ripararsi dal freddo si è addentrata dentro una foresta di storie, di azioni, di favole, di fatti verosimili e impressionanti; di resoconti e gesti disperati o geniali, finché ha deciso di percorrere un sentiero fino in fondo, quello battuto tempo prima da Mesmer.
Prima d’incamminarsi verso l’ipnosi però, i sentieri percorsi per metà o appena adocchiati, sono stati innumerevoli: ha potuto vedere cosa sia in grado d’immaginare l’uomo e cosa sia capace di escogitare.
C’è, tra le altre, una mossa del pensiero letta in un libro che non riesce a togliersi dalla mente. Si tratta di un frammento del poema di Omero, il più eccitante: Odisseo e il cavallo di Troia. I greci avevano le armi ma non bastavano a espugnare Troia. Anche lei ha le armi: una pistola e l’ipnosi, ma le manca un dono, un dono avvelenato. Il tremendo cavallo di Troia lasciato alle mura della città. Giorno dopo giorno la signora dai guanti bianchi gira per casa e riflette, mentre venditori a porta a porta suonano il suo e gli altri campanelli per vendere bibbie, polizze, spazzole e prodotti per la casa; lei non risponde neppure. Gira di stanza in stanza, pensa al poema di Omero, oppure li guarda dalla finestra, dietro la tenda avvicinarsi alla porta.
Un giorno però arriva un giovanotto che pare porti con sé un fucile. Lo osserva camminare verso l’ingresso, esageratamente sicuro di sé. Si ferma un istante davanti la porta, si schiarisce al voce e poi suona.

Lei apre la porta e lo fissa diritto negli occhi, gli chiede di accomodarsi e al solito, l’aria, la realtà, rallentano. Il giovane comincia ad elencare le novità dell’Hoover 1124 di un riposante azzurro bianco. Ma mentre illustra e spiega, incespica e si confonde.
Jason, il venditore, ha cominciato a fare questo lavoro per addomesticare la balbuzie. Ma quella casa, e quella donna dal volto gentile, lo fanno vergognare, non riesce a capire cosa gli sia preso. Racconta della schiuma appositamente pensata per le moquette; vorrebbe darne una dimostrazione ma a casa della signora dai guanti bianchi non c’è moquette. Gli tremano le mani, suda, ha le orecchie rosse e sente dopo molto tempo le parole nella gola trasformarsi in bolle, urtarsi tra loro ed esplodere in tanti pezzi mentre sono sul punto di uscire.

La signora gli porta un bicchier d’acqua e gli dice: “Deve essere molto stanco, si accomodi pure sul divano, si riposi un po’ – e poi aggiunge – : Ma prima, per farti perdonare quella tua cosa vergognosa, prendi un aspirapolvere nel baule della tua auto e lascialo a fianco dell’ingresso, qui fuori. Io dimenticherò che non sei guarito e tu dimenticherai di avermi lasciato il tuo attrezzo… Si accomodi, la prego!”
Cinguetta ancora una volta.
“Certo, certamente signora, risponde Jason”. Esce di casa, apre il baule, prende l’aspirapolvere e poi si siede sul divano. Restano a parlare, non si ricorda di cosa, la sua balbuzie è scomparsa e quella signora è la soluzione, sente che è la messaggera di un mondo in cui quella pietosa goffaggine non esiste. Darebbe qualsiasi cosa a quella presenza celestiale.

Quando Jason, passo inquieto, sale in auto per andarsene, la signora dai guanti bianchi guarda il suo cavallo di Troia.
Trascorre una settimana senza mettere il naso fuori casa, a pensare. Pensa così intensamente che il pensiero comincia a prendere i connotati di meditazione. Cammina tra aspirapolvere e Lady Smith, la bestiola cromata. In mente ha l’incontro  che presto avverrà tra lei e la moglie di Jack the ripper.

23

Spesso si ferma in mezzo al soggiorno e chiude gli occhi: con la mente rivede le foto appese al muro e la casa di Jack e sua moglie, ci sono informazioni, tracce che sente debbano essere capite e sentite con una parte di sé che va oltre l’ipnosi, che abita lontana ma esiste, proprio da qualche parte della sua mente. Rivede le foto appese al muro, proiezioni di una mente raminga, o più probabilmente amuleti per tenere lontani gli spiriti cattivi. Per il resto, la casa è igiene pura. C’è però un crepaccio tra la pulizia della casa e lo sporco delle foto. E non capisce se quelle cose appese al muro siano un tentativo grottesco di complicità con la parte oscura di suo marito, o se invece si tratta di semplice raccapriccio, pagine di un taccuino dove la donna annota l’incubo che è la sua vita.
Quale delle due?
Si sveglia che non sono ancora le quattro. Ha da rammendare, spazzolare e cucire. Apre la finestra del soggiorno e guarda il buio color mirtillo, come sciroppo. I profumi degli alberi. Gli aceri e la cassia le fanno dilatare le narici e inspirare a fondo. Le foglie scintillano nel buio producendo rumore di vetro e sabbia. Pensa a un verso di una poesia letta in biblioteca: Aprile è il più crudele dei mesi. È vero, quel tale ha ragione, anche se non saprebbe dire perché. Forse per la bellezza struggente della primavera che sboccia e già sfugge.

Accende la radio che a quell’ora trasmette canzoni italiane: perché muratori e operai della contea che si preparano per andare al lavoro sono per lo più immigrati italiani. Prende il vestito che dovrà indossare, accende la lampada e ricuce l’orlo. Una canzone, si dice, che l’italiano che canta deve aver dedicato a una certa Mary Lou. La voce alla radio ha detto che a cantare è un certo Teeno Roussi. Ascolta la musica di quel paese lontano che non vedrà mai. Il suono s’intreccia al rumore delle foglie, bisbigli di timidi fantasmi.

Guarda la pistola sul tavolo, carica. Posa ago e filo e la prende in mano, toglie i proiettili cromati, come lunghi occhi chiusi, palpebre pitturate d’argento. Occhi che una volta scagliati nel corpo si spalancheranno per stanare l’anima di quell’uomo.
Ripensa al cavallo di Troia. Come un sogno, di notte, un enorme cavallo di legno entra nella città e partorisce l’incubo peggiore dei troiani che vengono assaliti dai loro doppi. È quel che farà lei. Passerà quell’arma alla donna, sua gemella; sarà un fantasma a lasciare un oggetto nella mano di una donna vera e viva.

Ha quasi terminato il suo lavoro. L’attende una doccia, i capelli e la cipria e una sfumatura di rossetto rosa. Si alza e guarda alla finestra. È quasi giorno. Una linea dorata che si allarga, come una favolosa tempesta di sabbia lucente che avanza e si apre un varco tra il blu cobalto del cielo. Il sole che arriva. Il giorno che viene.
Questo è il giorno.
Fuma l’ultima sigaretta e poi indossa i guanti bianchi. L’aspirapolvere è già in auto. Prima d’indossare il suo cappellino rotondo, da donna innocua e sognante, guarda i suoi riccioli stanchi. Una tristezza indicibile le attraversa il corpo. Il silenzio della casa viene travolto da un’esplosione di malinconia.

Pensieri inestricabili la spingono a guardare a quello che è stato, come la sua famiglia quasi per magia si sia disintegrata; per difendersi si è lasciata mangiare il cuore e divorare una figlia. E guarda anche a quel che sarà, quel che presto sarà. Prima di uscire prende un disco ancora sigillato; il marito per amore e distrazione ne aveva comperate due copie, si tratta di Debussy suonato da Svjatoslav Richter, pianista russo dal suono timidissimo; le note sono atomi di luce lunare che nuotano attraverso il buio.

Son circa le dieci, tra meno di venti minuti suonerà alla porta. Pensa e ripensa all’ipnosi, la tecnica, il dono, la sensibilità che ha per individuare un punto della realtà, trasferirlo su uno specchio immaginario e rovesciarlo. Si ripete che una persona ipnotizzata non farà mai qualcosa contro i propri desideri e principi. Quella donna deve desiderare la morte del proprio marito. Ma soprattutto, deve desiderare di eliminarlo. Mentre guida ricorda il suo di marito e al modo in cui pronunciava Debussy: debiùssi. E a lei quel suono aveva sempre fatto venire in mente la parole abysses: abìsses. Gli abissi, già, presto lei si calerà negli abissi. Sta per suonare alla porta e una volta dentro, ecco gli abissi le staranno di fronte.

Tiene il disco sotto il braccio sinistro mentre il cavallo bianco e azzurro sta di fronte a lei. Lady Smith da dentro la borsetta le preme sul fianco. Sospira e poi suona il campanello. Sente dei passi veloci venire verso la porta. Respira, chiude gli occhi, e respira ancora una volta.
E la porta si apre: un folata di avorio, il vestito, la moquette e il sorriso; capelli biondi a tratti incendiati da sfumature ramate. Gli occhi della donna calano sull’aspirapolvere e poi, disorientati, sul disco.
Hèlena Thulles intravede gli interni e sì, sono una cripta, una tomba in attesa di un cadavere.
“È stata estratta a sorte tra le casalinghe di questa contea! Esordisce. La nostra azienda ha deciso di regalarle questo magnifico aspirapolvere, dice mentre carezza coi guanti il manico cromato.”

Questa volta fatica a lasciare scivolare le parole nell’aria ma aggancia lo sguardo azzurro della donna e lo imbeve con la molle tenebra dei suoi occhi.
La prego entri. Gli occhi della donna, guizzano meccanici e perplessi sul disco. Sì, l’aspirapolvere lo ha capito, probabilmente lo ha vinto e sarà suo, ma il disco? La donna dai guanti bianchi si presenta – Hèlena Thulls – fa scivolare il suo cavallo di Troia dentro casa e comincia a parlare del disco.
“Molto probabilmente si chiederà il perché di questo? Serve semplicemente a dimostrarle quanto silenzioso è il nostro 1124. Vedrà che potrà passarlo sulla sua moquette e assieme ascoltare la musica, sarà come danzare. E la sua casa… La sua reggia anzi sarà sempre linda a e sontuosa come il castello di una principessa malinconica in attesa del suo principe azzurro”.
Al suono della parola “malinconica” la donna s’irrigidisce; Hèlena sente il sorriso tramontare e i tendini tirarsi.

“Certo non è questo il suo caso – continua –, un donna incantevole come lei non potrà mai essere una principessa malinconica”.
E invece lo è, molto, molto malinconica. E infatti sente istintiva la voglia di accendere l’aspirapolvere, come a cancellare quella macchia del linguaggio.

“Le andrebbe una limonata?” Sente il bisogno di allontanarsi da quella figura che pare sbucata da un sogno antico.
Certo, perché no? Le dispiace se suono il disco? Anche questo è un omaggio della nostra casa.
La sente armeggiare in cucina: cubetti di ghiaccio tintinnano contro il vetro e infine il tonfo sordo dello sportello del frigo che si chiude.
Hèlena adagia il disco sul piatto, il vinile nero e lucido comincia a girare come la pozione magica dentro il pentolone di una strega.
La donna entra in salotto con i due bicchieri, ancora sorridente, mentre le note inondano la casa come un mare di velluto e luna. Hèlena si accorge che le mani della donna tremano. Quel tremolio è una parte di sé che si stacca dal resto del corpo, un’inondazione dolce la porta via dalla realtà alla quale è rimasta disperatamente attaccata come a una zattera di legno fradicio.
E la signora dai guanti bianchi è là, in mezzo al mare, che l’aspetta.
Lascia accomodare sul divano la signora dai guanti bianchi. Le note di Debussy portano la notte, mentre l’1124 scorre sulla moquette creando un suono dolce di bufera. Il salotto diventa un sentiero, il rumore un vento caldo, e la musica gli alberi che guardano.
La realtà ora si fissa allo specchio, la signora dai guanti bianchi con quella sinfonia sdoppia la realtà. La donna è ferma sul divano ma qualcosa dentro di lei si è alzato e sta di fronte ad Hèlena Thulls che ora vede dolore, risentimento, odio, fragilità e furia. La impalpabile materia di cui è fatta la donna prende corpo.

La signora dai guanti bianchi sente che è arrivato il momento di parlare. Lascia l’aspirapolvere acceso e siede di fronte alla donna. Ora si trovano in un bosco.
“È una cosa orrenda sentirsi sole”. I due sguardi si baciano. “È una cosa orrenda nutrire una belva. È sempre notte qui dentro. Mi dia la mano. Questa è una torcia, è il fuoco, sono sguardi che porteranno luce qui, dentro questa foresta fatata. Deve solo accenderla”. Le offre la mano, la donna la prende. Ma quella mano non è vuota, c’è un corpo fatto di calore e luce.

“Ci sono sei occhi qui dentro, argentei come la luna, ma con sé portano il sole, la luce e la vita. Abbandonale, esci da queste tenebre.”
La donna prende l’arma e lascia cadere il braccio, la mano ora indossa quell’anello. Un dito, l’indice, indossa l’anello. Si sta celebrando il matrimonio tra la donna e uno dei suoi desideri, anzi il suo desiderio più profondo. Riportare la luce della verità dentro quel bosco. La donna ha lo sguardo fermo e colmo di passione.

La signora dai guanti bianchi lascia la casa. Le note di Debussy scorrono, mentre l’aspirapolvere continua a soffiare quel vento caldo che le scompiglia di follia occhi e pensieri.

Le mani coperte dai guanti bianchi sono ferme sul volante dell’auto. Si accorge di tenere il collo incassato tra le spalle, come se da un momento all’altro dovesse sentire uno scoppio. E in quello stato di velenosa allerta passa tutta la giornata.
I rumori della città: uno scatto d’ira che si riversa sul clacson, improvvise frenate di auto; scoppi di voci di bambini che giocano, la fanno girare di scatto come se fosse un pistola a parlare. Un cane che abbaia a scatti, bau e si ferma, bau e si ferma, bau e si ferma. Come proiettili esplosi interrotti da un frammento di tempo. Ogni manifestazione della realtà, ogni suono le sembra una pistola che spara. Impossibile che alla distanza dalla quale si trova possa sentire la voce di Lady Smith.
Ha rivolto la poltrona verso la finestra e fissa le tende semitrasparenti tirate. Ciò che vede dunque sono ombre, sagome, proiezioni su uno schermo, come se fosse un film, un film che si concluderà con un omicidio.

La donna invece non fa nulla. La casa è pulita, immobile, come anche lei. Continua ad ascoltare Debussy e sogna di essere ancora dentro se stessa, dentro quel bosco creato da una serie di parole, musica e rumore.
Deve cadere, deve cadere, deve cadere, sembra dicano i battiti dentro la sua mente. Perché non si tratta di pensieri ma sensazioni compatte che colpo dopo colpo e passo dopo passo si addentrano in fondo, dove la sua mente finisce e comincia qualche cosa di vasto e oscuro. L’impasto del cervello viene invaso da scosse e colpi. Se potesse trasformare in parole questi rumori che stanno impossessandosi della sua mente; se dovesse pronunciare parole intellegibili per articolare quei rumori, allora direbbe: “Deve cadere”.

26

La donna resta seduta con il braccio destro disteso e la pistola in pugno, e lo sguardo rivolto verso la porta d’ingresso.
Quando la chiave viene infilata con violenta rapidità nella serratura, non alza gli occhi. Sente il corpo del marito occupare uno spazio vuoto, fermo dinnanzi all’ingresso. Sente lo sguardo di lui calare nella penombra, tra musica e abat-jour. Si dice che forse la moglie è leggermente sedata dall’alcol; si accorge, o forse no, che alla fine di quella mano comincia una pistola compatta e argentea. Saluta pigro, toglie l’impermeabile, lo appende all’attaccapanni e si volta di nuovo verso la moglie e dice: “C’è un odore strano qui”.

Sente la voce della moglie dire: “Sì, c’è un odore strano. Ora però dormi”.
La donna con lentezza alza la mano e poi tende il braccio; tira il grilletto tre volte. Poi il silenzio si riempie di fumo, dalla canna esce luce bianca e blu cobalto.
L’uomo rimane fermo per alcuni istanti, gli occhi increduli tra poco diventeranno vetro.
Gli spari sono tre fotogrammi che catturano un tramonto maestoso. Tre momenti diversi in cui Jack the ripper viene spinto con delicata fermezza lontano, fuori dalla vita. Jack the ripper tramonta.

27

Poi il silenzio, tranne la musica del mese di aprile, gli oggetti che sempre là fuori mormorano, le auto, le foglie, il ticchettare delle unghie di un cane, il cavo ad alta tensione che sibila e ronza e poi la sirena delle auto della polizia.
Arriva il medico legale, il fotografo e il giornalista del quotidiano locale. La donna sta sul marciapiede davanti a casa, nella notte che sembra le labbra, la bocca, l’interno della bocca di una donna e il suo fiato caldo e profumato.
Lei se ne sta con un soprabito sulle spalle come una Cenerentola che fissa il vuoto. L’incantesimo si è spezzato. Dove c’era un bosco, presenze, è rimasta solo la realtà; Almeno così deve pensarla un ragazzino che cammina sull’altro lato della strada, riccio, leggermente sovrappeso, estremamente inquieto. Rallenta il passo e guarda quel gruppo di persone. Lui sa chi abita quella casa. Guarda la scena e capisce tutto, e non solo. Non si limita a capire i fatti ma li trasferisce in un’altra dimensione che vive tra il suo sguardo e la realtà. Parole, immagini, un territorio ancora brullo e deserto che lentamente, mese dopo mese, si sta popolando.
Viene colpito dalla ferocia dei flash del fotografo che sparano sul corpo della donna, sulla casa, sulla sagoma coperta dal lenzuolo. La faccia del fotografo è eccitata e malvagia. Le venderà come cartoline, pensa, e vorrebbe annotarsi quel pensiero mentre guarda la via desolata, immobile, ognuno dentro la propria casa che sembra una roccaforte ostinata a non lasciare penetrare la disperazione che scorre per la strada; tutti sordi al dolore del mondo.
Vede i poliziotti, anche loro eccitati: avevano bisogno di quell’omicidio, avevano bisogno di una morte per sentirsi più vivi.
E poi, poi vede gli occhi della donna guardare verso lui, la moglie di Jack the ripper lo guarda. La donna batte le palpebre e il ragazzino è talmente sensibile che pare sentire il suono di quel battito. L’ha già soprannominata Cenerentola: l’aria consumata e triste e smarrita delle donne che spazzano la strada, le ultime. E continua a camminare dicendosi che l’unico suono che rimane in questa via deserta e desolata è il rumore del tumulto pigro e intermittente delle foglie, come se qualcuno spazzasse il marciapiede, dopo che se ne sono andati tutti. Cenerentola che spazza il marciapiede. Vorrebbe annotarsi tutto e con quelle immagine scrivere una canzone, una poesia. Ma poi si dimentica le parole, ne mastica altre. “Il commissario che sembra in trance”. Sì, sì, ripete mentre cammina. E sente un’euforia calda. Mentre i suoni di quel gruppo di persone si allontanano, perché lui continua a camminare. A dire il vero è lui che si allontana ma quei suoni lo seguono invisibili come fantasmi. Lo seguono e seguiranno, nello spazio e soprattutto nel tempo.

Grazie a Barbara Setti

 

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Il falso Borges https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/#respond Fri, 30 Sep 2016 12:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32153 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S'intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all'apprezzamento di tanti anonimi fan. L'ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l'ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un'opera d'arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

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borges

Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S’intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all’apprezzamento di tanti anonimi fan. L’ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l’ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un’opera d’arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

Se ne occupò perfino il Centro Borges della Pittsburgh University, al quale pervenivano numerose richieste di expertise dai lettori che non trovavano quei versi nell’opera omnia dell’argentino. L’ente, preoccupato per il diffondersi del falso che sembrava impermeabile a ogni smentita, incaricò il professor Almeida di individuarne il responsabile. Al termine di una lunga ricerca, lo studioso rintracciò due versioni simili dalle quali era stata tratta la poesia, una firmata dal caricaturista Don Herold, che la pubblicò nel 1958 sul Reader’s Digest, e l’altra uscita su un giornale del Kentucky vent’anni dopo ad opera di Nadine Strain. Entrambe presentavano il medesimo titolo: If I had My Life to Live over («Se potessi vivere di nuovo la mia vita»), sul modello della celebre If di Kipling, cioè come un elenco di cose che l’autore farebbe diversamente se gli fosse concessa una seconda opportunità.

Nel passaggio da una variante all’altra si contano parecchi adattamenti, ma i più consistenti si avvertono nell’ultima, quella ascritta a Borges, e sono l’abbandono della prosa in favore della lirica e la chiusa patetico-testamentaria («ma ho 85 anni e so che sto per morire»). È pur vero che fu lo stesso Borges (in saggi e racconti come Pierre Menard) a istigare la pratica dell’apocrifo, sostenendo che la valutazione di un testo è condizionata da fattori esterni, in primis dall’autore cui lo si attribuisce, come se l’opinione del lettore comune fosse irrilevante.

Succede qualcosa di analogo al fruitore del ready made nell’arte contemporanea, il cui spazio critico è confiscato perché non gli si chiede di esprimere un giudizio estetico, bensì di ratificare quello più autorevole di chi l’ha preceduto. In questo senso l’apocrifo di Istanti vanta precedenti illustri.

Nel 1984 uno sconosciuto, stanco di vedere respinti i suoi scritti dalla rivista Nuovi Argomenti, decise di vendicarsi inviandogli un falso racconto di Borges intitolato Il mistero della croce. Millantando la traduzione di Franco Lucentini e la licenza editoriale di Franco Maria Ricci, il testo fu incautamente pubblicato. In seguito il vero autore partecipò al programma televisivo Io confesso con Enza Sampò, in cui svelò l’inganno restando però anonimo nel timore di ritorsioni, giacché lavorava nell’ambiente editoriale.

Oggi questa beffa assume i tratti di un formidabile apologo. Nella vicenda del protagonista, che abdica a se stesso pur di vedere pubblicato il suo lavoro, è in gioco la titolarità dell’opera come problema metafisico. L’impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell’opera è il segno della radicale inappartenenza di quest’ultima all’artefice; il quale, nell’istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. Prelevato dal cassetto e consegnato al mondo, ogni testo è anzitutto apocrifo. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione.

A questo episodio si riallaccia l’autentico racconto Borges ed io, incluso nella raccolta L’Artefice. Qui, nell’incontro dell’autore famoso con lo sconosciuto che gli presta il nome, dai più interpretato come la rappresentazione della scissione fra l’io pubblico e quello privato, l’eterna e inconciliabile dicotomia della maschera e il volto, c’è tutta l’incapacità dell’artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena. E non tanto perché mediocre in assoluto, quanto perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea; eppure è ad essa che il mondo attribuirà (anche nel senso di rendere tributo) l’opera.

Niente può lenire il trauma dello spossessamento, sembra dirci lo scrittore triestino Francesco Burdin nell’epilogo della sua novella intitolata Manes. Il protagonista, ghost writer di un capolavoro acclamato, visto il successo del proprio libro contravviene ai patti e cerca di rivendicarne la paternità. Incapace di rassegnarsi all’anonimato, tenta con ogni mezzo un impossibile recupero, fino al gesto estremo, il plateale omicidio-suicidio dell’usurpatore (sulla scia del William Wilson di Edgar Allan Poe), quasi a farci capire che l’unica alternativa all’opera apocrifa rimane quindi, di fronte all’umanità, l’opera postuma.

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Il racconto dei volti in letteratura https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-facce-degli-eroi-il-racconto-dei-volti-in-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-facce-degli-eroi-il-racconto-dei-volti-in-letteratura/#comments Mon, 11 Jul 2016 05:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31528 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Un uomo seduto a un caffè di Londra osserva la moltitudine che gli sfila davanti finché la sua attenzione si concentra su un vecchio dalla fisionomia così perturbante che l'uomo si alza e prende a seguirlo in giro per la città.

L'uomo della folla di Edgar Allan Poe può essere considerato la metafora di ciò che accade quando la scrittura, irretita da un viso, si getta al suo inseguimento e lo pedina, una parola dopo l'altra, provando a svelarne il mistero. Perché il volto – varco d'ingresso privilegiato al personaggio letterario, luogo della differenza e della permanenza, spazio fisico di continue metamorfosi generate dal tempo e da tutto ciò che accade – è un magnete che costringe ogni tentativo di descrizione a confrontarsi con l'indescrivibile.

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luvis

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Un uomo seduto a un caffè di Londra osserva la moltitudine che gli sfila davanti finché la sua attenzione si concentra su un vecchio dalla fisionomia così perturbante che l’uomo si alza e prende a seguirlo in giro per la città.

L’uomo della folla di Edgar Allan Poe può essere considerato la metafora di ciò che accade quando la scrittura, irretita da un viso, si getta al suo inseguimento e lo pedina, una parola dopo l’altra, provando a svelarne il mistero. Perché il volto – varco d’ingresso privilegiato al personaggio letterario, luogo della differenza e della permanenza, spazio fisico di continue metamorfosi generate dal tempo e da tutto ciò che accade – è un magnete che costringe ogni tentativo di descrizione a confrontarsi con l’indescrivibile.

In Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura (Raffaello Cortina, pp. 270, euro 16) Patrizia Magli, docente di semiotica a Bologna e a Venezia, indaga le circostanze fisiognomiche della letteratura. E lo fa da un lato passando in rassegna i nodi cruciali della «resa verbale del volto» – nella consapevolezza, con Foucault, che «vanamente si cercherà di dire ciò che si vede», e che dunque dare le parole a un’esperienza sensoriale provando a trasformare il vedere in dire è uno dei paradossi, e delle grandi sfide, della letteratura; dall’altro Magli descrive le molteplici strategie alle quali gli scrittori ricorrono quando vogliono dare esistenza a un personaggio.

Attraverso un movimento inverso a quello che conduce dal «detto» al «visto», per esempio dalla parola che descrive alla matita che trasforma le parole in lineamenti (qualcosa che conosciamo attraverso la pratica dell’identikit), il «volto di carta» costruito dal narratore ha un suo versante oggettivo e condivisibile – le frasi che gradualmente o in un lampo gli danno forma – e un versante soggettivo e imperscrutabile – il modo in cui la lingua viene metabolizzata e modificata dall’immaginazione del lettore.

Per verificare come la messinscena del viso sia sempre decisiva limitiamoci a considerane una singola parte. Quando all’inizio di Uno, nessuno e centomila viene detto a Vitangelo Moscarda che ha il naso storto, la sua identità comincia a sgretolarsi; il naso dell’assessore di collegio Kovalèv, nel racconto di Gogol’, si rende così autonomo da decidere di andarsene via, mentre Edmondo Rostand enfatizza quello di Cirano facendone il suo emblema («È una rocca… È un picco!… Un capo affatto. Ma che! L’è una penisola, in parola d’onore»).

E pensiamo alla bocca deformata in ghigno di Gwynplaine in L’uomo che ride di Victor Hugo (un personaggio tragico suo malgrado tragicomico), agli occhi di Gerty nell’Ulisse di Joyce – «del più puro azzurro irlandese» –, alla bruttezza ammaliante di Fosca in Tarchetti, alla bellezza aureolata di spilli di Lucia nei Promessi sposi, al sembrare «tutta luce» di Mrs Dalloway e alla maschera che rende giovane il vecchio in Le Masque di Maupassant.

I’ll be your mirror/Reflect what you are, in case you don’t know cantavano i Velvet Undeground offrendo una sintesi – nota ancora Magli – di quello che la letteratura dice al volto: sarò il tuo specchio; fedele, trasfigurato, allusivo, opaco, frantumato, rivelatore.

Ma sarò uno specchio irrequieto: se mi passi davanti mi alzerò, ti fisserò, comincerò a seguirti.

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Flesh for Fantasy. Il romanzo ai tempi di Reddit https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flesh-for-fantasy-il-romanzo-ai-tempi-di-reddit/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flesh-for-fantasy-il-romanzo-ai-tempi-di-reddit/#comments Tue, 07 Jun 2016 12:23:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31212 (fonte immagine)

di Filippo Belacchi

Reddit, sì, bisogna prima provare a spiegare di cosa si tratta, come funziona e poi raccontare di questa storia macabra e strampalata che sta diventando il romanzo più interessante del 2016.

Reddit: The Front Page of Internet – questo il nome completo –  è ormai in rete da undici anni; tra i fondatori c’è stato anche Aaron Swartz. Per provare a darne un’idea si potrebbe dire: immaginate Facebook senza rumore bianco e svuotato di egomania. Pochi esibizionismi a sproposito, niente amici che postano la foto del cocktail che stanno bevendo o il selfie con il calciatore o attore incontrato per strada o nella hall di un albergo a Miami. Su Reddit gli utenti, detti redditors, girano con addosso solo un nickname. Niente foto minuscola a fianco, niente maschio, femmina o età, pochissime informazioni personali, nulle direi. Tra i redditors la tendenza è di parlare nel merito delle cose e basta, stima e rispetto se li guadagnano sul campo in base alla qualità dei loro post, degli interventi fatti e dei contenuti condivisi.

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klein

(fonte immagine)

Reddit, sì, bisogna prima provare a spiegare di cosa si tratta, come funziona e poi raccontare di questa storia macabra e strampalata che sta diventando il romanzo più interessante del 2016.

Reddit: The Front Page of Internet – questo il nome completo –  è ormai in rete da undici anni; tra i fondatori c’è stato anche Aaron Swartz. Per provare a darne un’idea si potrebbe dire: immaginate Facebook senza rumore bianco e svuotato di egomania. Pochi esibizionismi a sproposito, niente amici che postano la foto del cocktail che stanno bevendo o il selfie con il calciatore o attore incontrato per strada o nella hall di un albergo a Miami. Su Reddit gli utenti, detti redditors, girano con addosso solo un nickname. Niente foto minuscola a fianco, niente maschio, femmina o età, pochissime informazioni personali, nulle direi. Tra i redditors la tendenza è di parlare nel merito delle cose e basta, stima e rispetto se li guadagnano sul campo in base alla qualità dei loro post, degli interventi fatti e dei contenuti condivisi.

Personalmente, quando sono su Reddit a leggere post e relativi commenti ho l’impressione che il mio cervello si mescoli agli altri, i miei pensieri si amplificano, ronzano, si diramano, si nutrono a vicenda. È come se mi trovassi in testa un megacervello ribollente, denso e complicato – non necessariamente più intelligente di quello che ho –, capace di cogliere e collegare un sacco di linee di interesse, campi d’indagine, opinioni, riflessioni, intuizioni e, inevitabilmente, anche un po’ di pattume mentale.

Si diceva post, commenti e contributi, sì, ma su che cosa? Sostanzialmente su tutto. Reddit è una piattaforma, un canale che contiene altri canali che si chiamano subreddit, creati da uno o più utenti con un interesse comune. Quanti sono questi subreddit? Circa settecentomila, stando a una stima di un anno fa, quelli davvero attivi però mi pare siano seimila. Ne esiste uno per ogni cosa. Sì, anche su quella che vi è venuta in mente in questo istante. Si passa dal porno alla medicina, alla letteratura, all’ingegneria, alla matematica, alla psicologia, alle serie TV, quasi ogni serie TV, fino a toccare interessi marginalissimi, come per esempio Five heads, subreddit dedicato alla bellezza e all’orgoglio di persone dotate di fronte alta e prominente; un altro, True Reddit (stupendo), raccoglie articoli e inchieste di altissima qualità apparsi sui giornali, dagli anni 60 ad oggi. Tutto!

Quando scrivo che esistono subreddit dedicati a ingegneria, o matematica, o porno, non faccio riferimento a un subreddit che si chiama Porn o un altro che si chiama Math, ma al contrario intendo dire che un macro argomento si nebulizza e propaga sotto forma di una intimidente quantità di subreddit dedicati ad aspetti specifici inerenti quell’argomento. E quindi, per restare in tema, ci sono subreddit dedicati alla letteratura, ai romanzi, ai romanzi sci-fi, allo scrivere. Per esempio, c’è un subreddit che si chiama Prose Porn in cui vengono postati con una abbondanza indecente, pornografica appunto, brani di romanzi o racconti ritenuti dagli utenti di bellezza esemplare.

O ci sono subreddit che si chiamano Suggest Me a Book in cui utenti chiedono consigli su libri capaci di continuare una linea di interesse che stanno sviluppando, un percorso culturale ed emotivo; utenti che vogliono approfondire la conoscenza di un autore, di un genere o verso un certo modo di costruire e raccontare storie; su un altro subreddit utenti che vorrebbero fare gli scrittori si scambiano consigli, su un altro ancora, Writing Prompts, un redditor lancia l’idea per una storia e invita gli altri a proseguirla. Questo discorso sulle sotto-categorie inerenti un tema vale per ogni altra cosa. Il cinema, per esempio, il cinema inteso come film visti, ma anche come cinema da fare: luci, set, lenti, telecamere, make-up, montaggio; ce n’è una miriade, anche su biologia, informatica, coding, psicologia, studi letterari, grammatica. Una volta registrato su Reddit, passati trenta giorni, hai diritto di creare il tuo subreddit. Poi sarai tu a dovertene occupare: lo animi, lo curi, lo moderi, lo nutri e magari chiedi ad altri di darti una mano. Molti subreddit diventano niente, restano lì fermi, deserti, piccoli parchi gioco abbandonati in cui echeggiano tracce dell’euforia iniziale. Altri invece diventano punto d’incontro per appassionati di un certo argomento. E quindi, se lo si desidera, si può trovare tutto. E inoltre, non di rado, questo “tutto” è discusso da persone parecchio appassionate e competenti.

Allora, se Facebook è (anche) un modo per mettere in mostra il corpo della nostra esistenza, Reddit è invece l’intelligenza al lavoro, l’onnivora intelligenza di una comunità. Ognuno ovviamente segue i subreddit che più lo interessano costruendosi il proprio palinsesto fatto di informazioni, link e notizie e relativi commenti da parte dei redditors.

Ora, tra questi centinaia di migliaia di subreddit, ce n’è anche uno il cui nome è Mildly Interesting (circa 7 milioni di iscritti), la media di utenti presenti è di tremila. Cosa si può trovate su M.I.? Immagini, notizie e informazioni ritenute, appunto, “moderatamente interessanti” che poi, se ne hanno voglia, gli utenti commentano.

Su Mildly Interesting vengono postate immagini che secondo me hanno un che di lievemente paranoico, paranoia di pura marca americana, espressa con una leggera sfumatura perturbante. È come se tra queste notizie moderatamente interessanti si nascondesse un pattern, un plot, un senso nascosto. A scorrere le foto, a tratti si ha l’impressione di poter intravedere un disegno oscuro, la direzione misteriosa verso cui procede il mondo. Per esempio: su M.I. un utente posta la foto di una serie di cognomi sul citofono di un palazzo che forma una frase compiuta, se letta però in danese; un altro posta la foto del proprio cane e fa notare come l’ombra proiettata dal suo corpo formi la sagoma perfetta di una freccia.

E poi, il 21 aprile, un redditor posta la foto di una vecchia edizione Penguin censurata di 1984, all’epoca pubblicata con due fasce nere in copertina a coprire titolo e autore che, però, tempo e usura hanno consumato lasciando affiorare quel che coprivano: George Orwell, 1984. Ecco, sotto questo post, tra i vari commenti, un utente il cui nick è _9MOTHER9HORSE9EYES9, con i modi spampanati del troll comincia a raccontare del Progetto MKULTRA. Negli anni 50 e 60, scrive, la CIA avrebbe condotto esperimenti per mettere a punto tecniche di controllo mentale da impiegare durante gli interrogatori. Pare somministrasse LSD per lunghi periodi a persone ignare per studiarne gli effetti. Mezz’ora più tardi, alle otto di sera (UTC), su un altro subreddit, sempre lui, _9MOTHER9HORSE9EYES9, commenta ancora, poche righe dedicate all’Hamlet Strategic Plan.

Durante la guerra in Vietnam i governi americano e sud vietnamita costruiscono villaggi per i contadini con lo scopo di sottrarli dalla possibile influenza dei Vietcong. Alcuni di questi villaggi vengono isolati e agli abitanti somministrate massicce dosi di LSD, la loro realtà comincia a slittare, a liquefarsi, mescolarsi,  fino a che spunta una Flesh Interface.

Passa poco più di un’ora e _9MOTHER9HORSE9EYES9 si fa vivo con un un altro commento, questa volta in un subreddit in cui si fa riferimento alla morte di Prince (il giorno in cui questa storia comincia, tanto per aggiungere un tocco di mistero un po’ cheap, è lo stesso della scomparsa di Prince). Il narratore si chiede se le persone uccise da Erzsébet Báthory, scatenatissima serial killer ungherese, non le servissero per creare una interfaccia di carne, già quattrocento anni fa; nel 600 però l’LSD non esisteva; forse, pensa l’autore, alle sue vittime somministrava ergotina,

Per le undici di sera _9MOTHER9HORSE9EYES9 si è lasciato dietro otto commenti a post tra loro completamente scollegati. Poi compare ancora alle tre del mattino del 22 e continua con la sua storia delle interfacce di carne. Cosa racconta? Un incubo sgangherato, raccapricciante e a tratti bellissimo che avviluppa il mondo dalla seconda guerra mondiale a oggi. Dice che l’LSD somministrato per lungo tempo creerebbe mutazioni nella mente e nei corpi dando luogo a Flesh Interface, delle interfacce di carne, aperture fatte da pezzi di corpo umano sotto il mare, sotto terra o verso il cielo, verso un’altra dimensione, verso il divino.

Già dopo i primi interventi la comunità di Reddit rizza le orecchie. La storia, non facile da seguire, è molto avvincente. _9MOTHER9HORSE9EYES9 tra le altre adotta la tecnica del MacGuffin, cioè a dire: racconta in maniera febbrile ma volutamente imprecisa delle Flesh Interfaces suscitando la curiosità dei lettori di sapere, capire esattamente cosa effettivamente siano queste interfacce di carne, ma intanto altre vicende, altri narratori (sedici per il momento) si affacciano, altri luoghi e momenti storici si fanno avanti. (Il MacGuffin è un espediente narrativo che funge da motore fittizio della storia: il pubblico resta in suspense per seguire la vicenda principale – per intenderci: la valigetta di Pulp Fiction – ma di fatto segue la storia secondaria che in realtà è però quella principale).

A questo punto, se avete intuito come funziona Reddit, passa qualche settimana e un gruppetto di redditors crea The Flesh Interface Series, un subreddit che comincia a intercettare e raccogliere i commenti che _9MOTHER9HORSE9EYES9 si lascia dietro; li organizza, cerca di capire quanti sono i narratori, linka i riferimenti storici e discute quelli inventati, fa paragoni con altri autori (ovviamente Lovecraft, e poi Philip K. Dick, Burroughs, Neil Gaiman e King e Cronenberg e David Mitchell), crea un audiobook e un ebook che vengono aggiornati a ogni nuovo intervento dell’autore. E poi, utenti francesi, polacchi, italiani, brasiliani cominciano a tradurre e, in capo a un mese, The Flesh Interface Series si ritrova con seimila iscritti, ne parla il Guardian, Motherboard e qualche giorno fa anche la BBC.

Cosa sono, a cosa servono le interfacce di carne?

Tutto comincia a Treblinka tra 1943 e 44. L’esperimento per la prima volta viene condotto dal medico del campo di concentramento, un certo Dr. Engel (quasi sicuramente l’autore fa riferimento a Josef Mengele). Il Dr. Engel e i suoi aiutanti, tra cui un ebreo, somministrano ai prigionieri quella che chiamano “l’invenzione svizzera”, una sostanza chimica di recente invenzione capace di modificare profondamente il pensiero degli uomini. Dopo un po’ di tempo sotto la baracca in cui vengono condotti gli esperimenti qualcosa di vivo e ripugnante comincia a crescere. Le interfacce di carne, appunto; cavità, come l’interno di una gola o di una vagina, composte da frammenti di corpi umani, una torre di babele fatta di arti e organi, pezzi di corpo ancora vivi e pulsanti nonostante siano staccati dai corpi.

(Alcune delle parti che si svolgono a Treblinka sono bellissime, la lucidità di Grossman senza empatia e strazio, e un senso di orrendo che si dirige a velocità bestiale sulla pelle del lettore). Giusto un dialogo, un brano brevissimo, da me tradotto tra uno dei narratori, Franz Stangl, ufficiale delle SS, e l’aiutante ebreo:

«Gli chiesi della natura di questi esperimenti. Alla mia richiesta si fece più reticente. Gli era stato ordinato di non farne parola con me. Allora, in tutta tranquillità, lo informai che se non me ne avesse parlato gli avrei sparato in faccia. Alle mie parole non mostrò alcun segno di paura, mi guardò invece con un’espressione sfrontata e mi restituì un sorriso, quasi a commiserarmi. Mi disse che i dottori stavano sperimentando una sostanza chimica inventata di recente da uno scienziato svizzero, capace di produrre profondi mutamenti nel pensiero umano .

Volli sapere quali fossero questi cambiamenti. Mi rispose che quella sostanza gli aveva permesso di vedere la mente di Dio. Ovviamente gli chiesi di essere più chiaro. Mi rispose con un sorriso affettato e fece un discorso che aveva a che fare con uno specchio infranto, e poi passò a dire della tela di un ragno. Nessuno dei due esempi aveva per me alcun senso. Gli dissi che ero un uomo concreto e che i discorsi astratti non mi erano gran che utili. Rispose che dopo aver assunto quella sostanza molte volte era entrato in possesso di due menti: la sua e quella di Dio. In tutto ciò che faceva era consapevole delle intenzioni di Dio, dei piani che aveva riguardo la vita umana. Gli chiesi se era in grado di seguire il piano di Dio. Mi rispose che no, non era in grado di farlo interamente.

“Sto lottando con Dio,” mi disse criptico.

“E come si lotta con Dio? Non è forse l’Onnipotente?”

“Quando Dio spinge in avanti devi cedere, altrimenti ti distruggerebbe. Quando cede allora devi spingere avanti.”

“A me questo fa venire più in mente la danza, o il sesso.”  dissi sbuffando.

Sorrise. “Sì, solo che danzare non è così doloroso.”

“Perché lottare? Se Dio è Dio e tu conosci il suo piano perché non limitarsi a seguirlo? Questa sarebbe di certo la scelta più giusta.”

“Sì, ma non ci riesco” rispose.

Per la prima volta quell’espressione tranquilla gli scomparve dal volto e venne rimpiazzata da un’altra, piena di paura e turbamento, che gli fece tremare lo sguardo.

“Il piano di Dio è semplicemente troppo orribile”».

Finita la guerra questi azzardi con l’LSD vengono replicati da vari eserciti, quello americano, quello nord coreano, quello sovietico. Le interfacce di carne creano un passaggio che porta alle Sister-city, luogo di approdo che si trova dall’altra parte, alla fine del viaggio. Chi torna indietro da questo viaggio muore dopo pochi giorni. Più i viaggiatori selezionati sono giovani, più a lungo sopravvivono al ritorno dal viaggio. La CIA quindi comincia a selezionare viaggiatori tra i bambini.

Finché Jingles (“Cominciammo a chiamare i bambini con nomi di cani per spersonalizzali e alleviare così il nostro senso di colpa. Lo facemmo seguendo le raccomandazioni degli psichiatri della CIA, ma non andò molto bene.”), una bambina di otto anni, torna dal viaggio imbozzolata, avviluppata da una placenta intrisa di una sostanza equivalente all’acido lisergico. Le chiedono cosa abbia visto dall’altra parte, lei risponde raccontando cose confuse. Il corpo, nonostante abbia otto anni, si è trasformato in quello di una neonata, una neonata di otto anni. La incalzano e lei risponde: “Venite su queste sabbie d’oro.” E poi muore. Come unto these yellow sands è una citazione dalla Tempesta di Shakespeare.

La tipica caduta di stile dei romanzi di serie B (ma anche C), far citare Shakespeare come ultime parole prima di morire a una bambina appena tornata da un viaggio ultraterreno è una mossa letterariamente goffa, esteticamente imbarazzante, ma tutto questo riscatta, anzi è il segno dell’autenticità del vero romanziere, quello cioè di sparare delle bullshit out of proportion per impressionare gli altri e magari buttarci dentro anche Shakespeare. L’idea è quella del romanziere goffo, parvenu che sbaglia nelle maniere, sbaglia a scegliere la cravatta, ma azzecca tutto il resto.

La storia procede in mille direzioni (Michael Jackson e la sua dipendenza dal Propofol, i Nefilim, l’ingresso di Pompeo nel Sancta Sanctorum dopo la presa di Gerusalemme), l’impressione è quella di leggere un racconto enciclopedico, come se Wikipedia si fosse fatta un acido. La sensazione è anche quella di una libertà indescrivibile.

A me, tornando poi alla cosa che più mi interessa, e cioè la scrittura come espressione di sé, cioè a dire mettere la mano dentro se stessi e, con quello che si riesce a tirare fuori, ardere un fuoco per incantare gli altri; a me, dicevo, leggere queste storie che pasticciano con la Storia mi dà un’idea di cosa poteva essere scrivere una romanzo secoli fa, uno di quelli scritti alla svelta, da invasato, raccontando le bugie più sfacciate e grandi che ti vengono in mente, intrecciarle assieme e accorgersi, verso la fine, di avere combinato una magia ed essere riuscito a mettere piede, a camminare, dentro te stesso, i tuoi sogni, quello che sei, in fondo in fondo. A questo punto è inevitabile fare il nome di Moresco i cui lavori, va detto, conosco molto poco, ma un libro come il bellissimo Gli Incendiati viene in mente mentre si legge l’adorabile sgorbio di _9MOTHER9HORSE9EYES9.

L’ho sentito di persona, Moresco, a uno di quegli incontri col pubblico, dire con occhi ardenti quanto certi romanzieri dell’ottocento (in quella circostanza parlava dell’Uomo che ride di Hugo, io però pensavo a Poe e il suo Gordon Pym) dovessero sentirsi liberi di potere buttare nella loro storia quello che saltava loro in mente e andava a genio. Tutto questo potrebbe essere detto con le parole di David Lynch: “Il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio”.

Per il momento mi fermo qui, se le cose si faranno ancora più interessanti tornerò a farmi vivo. Intanto vi invito a tenere d’occhio questa storia e fare un giro su The Flesh Interface Series e, se non conosceste l’inglese, leggere le parti che un gruppo di utenti italiani ha tradotto, almeno vi fate un’idea.

Grazie a Barbara Setti

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“I cani romantici”, le poesie di Roberto Bolaño https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-cani-romantici-le-poesie-di-roberto-bolano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-cani-romantici-le-poesie-di-roberto-bolano/#comments Thu, 28 Apr 2016 12:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30736 Oggi Roberto Bolaño avrebbe compiuto 63 anni. Lo ricordiamo con questo pezzo che affronta un tema meno battuto ma non meno importante per la sua vita artistica: la sua produzione poetica (fonte immagine).

di Giorgia Esposito

Los perros románticos (I cani romantici) è il primo libro di poesie pubblicato in Spagna da Roberto Bolaño. La prima edizione, Zarautz, Fundación Social y Cultural Kutxa, 1993, che gli vale il “Premio Literario Ciudad de Irún 1994”, contiene quarantacinque poesie, scritte fra il 1977, anno in cui Bolaño arriva in Europa, a Barcellona, e il 1990.

Le poesie sono raggruppate in cinque capitoli tematici: Poetas, Detectives, Amores, Hospitales, Crepúsculos. Soltanto ventitré componimenti confluiranno, insieme ad altri venti testi inediti, nelle due edizioni successive: Barcellona, Lumen, 2000 e Barcellona, Acantilado, 2006.

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Oggi Roberto Bolaño avrebbe compiuto 63 anni. Lo ricordiamo con questo pezzo che affronta un tema meno battuto ma non meno importante per la sua vita artistica: la sua produzione poetica (fonte immagine).

di Giorgia Esposito

Los perros románticos (I cani romantici) è il primo libro di poesie pubblicato in Spagna da Roberto Bolaño. La prima edizione, Zarautz, Fundación Social y Cultural Kutxa, 1993, che gli vale il “Premio Literario Ciudad de Irún 1994”, contiene quarantacinque poesie, scritte fra il 1977, anno in cui Bolaño arriva in Europa, a Barcellona, e il 1990.

Le poesie sono raggruppate in cinque capitoli tematici: Poetas, Detectives, Amores, Hospitales, Crepúsculos. Soltanto ventitré componimenti confluiranno, insieme ad altri venti testi inediti, nelle due edizioni successive: Barcellona, Lumen, 2000 e Barcellona, Acantilado, 2006.

A partire dalla seconda edizione, Los perros románticos, non più suddiviso in capitoli tematici e accompagnato dalla prefazione del poeta e critico letterario Pere Gimferrer, contiene le poesie scritte fra il 1980, anno in cui Bolaño lascia Barcellona per trasferirsi a Girona, e il 1998, anno di pubblicazione de Los detectives salvajes.

In un’intervista, rilasciata il 20 luglio 2003, al quotidiano cileno “El Mercurio”, Bolaño dice: «La mia poesia e la mia prosa sono due cugine che vanno d’accordo. La mia poesia è platonica, la mia prosa è aristotelica. Entrambe abominano il dionisiaco, entrambe sanno che il dionisiaco ha trionfato».

Tutta l’opera di Bolaño – entrambe le cugine che vanno d’accordo – canta la sconfitta dell’apollineo, attraverso una molteplicità di voci: da quella del calzolaio che, in Notturno Cileno, non vede realizzata la sua Collina degli Eroi, alla voce della madre della poesia messicana, Auxilio Lacouture, che, in Amuleto, si trova faccia a faccia con l’ombra dei suoi figli – una massa di bambini, unita solo dalla generosità e dal coraggio – che cammina inevitabilmente verso l’abisso.

Ma l’abisso, ricorda Bolaño in Tra Parentesi, è anche l’unico posto dove si può trovare l’antidoto alla malattia che affligge Apollo. Per essere poeti occorre scandagliare il fondo inesistente del portafiori di Poe, quello che contiene tutti i crepuscoli e le porte segrete dell’inferno, che il poeta può contemplare, ma giammai varcare: più in là c’è solo la morte, e con essa innumerevoli storie di «generazioni sacrificate sotto la ruota e non raccontate» («I passi di Parra», I cani romantici).

Bolaño era un sopravvissuto, un testimone, impegnato in una lotta contro il tempo, contro la malattia, che ha voluto dare voce ai poeti morti bambini, a quelli che non hanno potuto raccontare, ai cani romantici che hanno attraversato, con lui, le strade polverose del Messico, inseguendo assassini, puttane e poetesse.

Nelle poesie de I cani romantici il lettore trova il canto dei personaggi che costellano la produzione in prosa dell’autore: dalla prostituta adolescente, Lupe, all’abitante della città degli assassini, il Verme, fino ai poeti troiani, i figli dimenticati di Walt Whitman, Violeta Parra e José Martí. Ai sopravvissuti spetta l’ufficio della memoria, sebbene si tratti di memoria della sconfitta.

La raccolta, la cui stesura precede il breve periodo di fama di cui ha goduto Bolaño in vita, è un gesto d’amore nei confronti della letteratura e della possibilità di riscatto che l’atto di scrivere comporta. «La tua amicizia mi raccoglierà / dalla terra incolta dell’oblio», scrive nella poesia Musa, «Perché con te posso attraversare / i grandi spazi desolati / e sempre troverò la porta che mi ricondurrà / alla Chimera».

Bolaño tratteggia, nel genere a lui più congeniale, la poesia, il proprio percorso d’iniziazione poetica e le immagini che lo hanno definito, a cominciare dai «detective perduti nella città oscura / Ho sentito i loro gemiti, la nausea, la discrezione / Delle loro fughe», il detective che, come il poeta, attraversa e contempla l’orrore, tornando «sulla scena del crimine / Da solo, tranquillo / Come nei peggiori incubi, / L’ho visto sedersi per terra e fumare / In una stanza piena di sangue secco / Mentre le lancette dell’orologio / Viaggiavano rattrappite nella notte / Interminabile» (Detective).

Per attraversare invitti il «breve racconto del terrore», che è la storia, occorre una grande dose di coraggio: «Un coraggio innominabile e inutile, è vero, / Ma ritrovato ai margini / Del sogno più remoto, / Nei reparti del sogno finale, / Sul sentiero confuso e magnetico / Degli asini e dei poeti» (L’asino). Affinché il detective torni sulla scena del crimine e il poeta canti la bellezza nascosta oltre l’orrore, per riscattare, alfine, la storia dall’oblio, serve la maggiore delle virtù, il coraggio: «La virtù maggiore della mia specie traditrice / È il coraggio, forse l’unica reale, palpabile fino alle lacrime, / Fino agli addii» (La mia vita nei condotti di sopravvivenza).

In continua oscillazione fra il romantico «cammino dei cani» e il sinistro, ma inevitabile, «sentiero dei serpenti», il poeta si trova smarrito: «Mi trovo nel posto dove si vede solo con la punta delle dita, pensai. Qui non c’è nessuno.», cosciente di aver intrapreso una strada che lo condurrà verso una meta ineludibile: «la moto nera mi portava / direttamente verso la distruzione. Non più lune tremanti / sulle vetrine, non più camion della spazzatura, non più / desaparecidos. Avevo visto la morte copulare con il sogno / e ormai ero avvizzito» (L’ultimo selvaggio).

Viaggiano i poeti Mario Santiago (Ulises Lima ne I detective selvaggi) e Roberto Bolaño, a bordo di una moto, che è “un asino nero che viaggia senza fretta / Nelle terre della Curiosità”, ai confini del sogno, dove risuona un motivo: «Un’allegra canzone d’addio. / E può darsi siano gli atti di coraggio / A dirci addio, senza rancore né amarezza, / In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi. / Sono le piccole sfide inutili – o che / Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì / Che credessimo inutili –  A salutarci, / A farci segnali enigmatici con le mani, / A notte fonda, su un lato della strada, / Come nostri figli amati e abbandonati, / Cresciuti soli in questi deserti calcarei, / Come lo splendore che un giorno ci attraversò / E che avevamo scordato» (L’asino).

Se il riscatto collettivo avviene con l’esercizio della memoria, è l’amore a salvare l’individuo: «sei come lo zoppo che l’amore ha reso eroe: / non tornerai mai nella tua terra (ma qual è la tua terra?), / non sarai mai un uomo saggio, anzi, neanche un uomo / ragionevolmente intelligente, ma l’amore e il tuo sangue / ti hanno fatto fare un passo, incerto però necessario, in mezzo / alla notte, e l’amore che ha guidato quel passo ti salva.» (Il signor Wiltshire).

Di seguito, I cani romantici e Pioggia, tratte dalla mia tesi di laurea magistrale in traduzione conseguita presso l’Università di Torino.

I cani romantici

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma mi ero guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
assieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte guardavo dentro me stesso
e visitavo il sogno: statua resa eterna
da pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorceva
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.

Pioggia

Piove e tu dici è come se le nuvole
piangessero. Poi ti copri la bocca e affretti
il passo. Come se quelle squallide nuvole piangessero?
Impossibile. Ma allora, da dove questa rabbia,
questa disperazione che ci condurrà tutti all’inferno?
La Natura cela alcuni dei suoi processi
nel Mistero, suo fratellastro. Così questa sera
che reputi simile a una sera da fine del mondo
prima di quanto immagini ti sembrerà soltanto
una sera malinconica, una sera di solitudine smarrita
nella memoria: lo specchio della Natura. O forse
la dimenticherai. Né la pioggia, né il pianto, né i tuoi passi
che riecheggiano sul cammino della scogliera hanno importanza.
Adesso puoi piangere e lasciare che la tua immagine si dissolva
sui parabrezza delle auto ferme lungo
il Paseo Marítimo. Ma non puoi perderti.

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Pretty Deadly: il fumetto western di Kelly Sue DeConnick https://minimaetmoralia.it/interviste/pretty-deadly-kelly-sue-deconnick/ https://minimaetmoralia.it/interviste/pretty-deadly-kelly-sue-deconnick/#respond Tue, 19 Apr 2016 15:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30628 Questo pezzo è uscito su RSera (fonte immagine).

Una chioma rossa accesa, un parlare deciso e fermo ma col sorriso, negli Stati Uniti il suo nome è sempre presente quando si parla di “donne nel fumetto”.

È una delle non tantissime sceneggiatrici in un mondo soprattutto maschile, ma lei non vuole sentirne parlare, non sopporta di essere un fenomeno da baraccone, ha tutta la grinta e la bravura per affermarsi indipendentemente da questo discorso, e preferisce parlare dei suoi personaggi, femminili ma ben lontani dagli stereotipi di genere.

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Questo pezzo è uscito su RSera (fonte immagine).

Una chioma rossa accesa, un parlare deciso e fermo ma col sorriso, negli Stati Uniti il suo nome è sempre presente quando si parla di “donne nel fumetto”.

È una delle non tantissime sceneggiatrici in un mondo soprattutto maschile, ma lei non vuole sentirne parlare, non sopporta di essere un fenomeno da baraccone, ha tutta la grinta e la bravura per affermarsi indipendentemente da questo discorso, e preferisce parlare dei suoi personaggi, femminili ma ben lontani dagli stereotipi di genere.

Kelly Sue DeConnick, autrice di serie come Captain Marvel, in cui ha ripensato l’eroina americana, o come Bitch Planet (disegni di Valentine De Landro), su donne indipendenti e ribelli incarcerate in un futuro patriarcale che riduce le donne a bamboline piacenti, ora con la serie Pretty Deadly (in Italia per Bao publishing) affronta assieme alle matite della spagnola Emma Ríos il mondo maschile per eccellenza, il western, e presenta una storia dalla trama complessa e dai personaggi (anche femminili) incredibili.

C’è una farfalla che racconta a un coniglio morto una storia antica, della stramba cantastorie Sissy e del suo mentore cieco e pistolero Volpe, che a loro volta narrano la vicenda di Ginny, figlia di una bellissima donna imprigionata dal marito e dalla Morte. E a causa di una pergamena rubata da Sissy, un’altra donna, Alice, ha un compito che pare impossibile: uccidere proprio la Morte, la carceriera. Che però non appare come una donna, ma forse è un uomo.

Partiamo da questo personaggio: la Morte, maschile, che si innamora di una donna.

DeConnick: Be’ innanzitutto è vero che in molte tradizioni la morte è rappresentata al femminile, ma io ho pensato al “Sinistro Mietitore”, e la sua storia in questo caso mi serviva per raccontare il ciclo della vita e l’impossibilità di controllare le cose per sempre. Nella mitologia tutto ha uno scopo, anche la morte dell’amato o dell’amata, di ogni cosa. Nel mio caso, la Morte che vuole incarcerare una donna per tenerla con sé, non lasciarla morire, incarna l’assurdità di inscatolare le relazioni, i rapporti tra le persone. Con Pretty Deadly voglio raccontare proprio questo: l’importanza e il bisogno di vivere secondo cicli, perché ci fa male fissare all’infinito qualcosa che amiamo.

Però è pericoloso rappresentare la Morte e l’aldilà: si rischia sempre di cadere nella banalità e nello stereotipo. Come per il far-west. Specie nel disegno.

Ríos: Certo, è un problema, ma si può affrontare. Per la Morte e l’aldilà ho pensato a un giardiniere e al suo giardino. Sono legati tra di loro, vivi, si muovono, e se il giardiniere è tormentato lo è anche il giardino. È una Morte che ha degli umori, e il suo ambiente cambia con lei. Per il western, invece, mi sono appoggiata in primo luogo al cinema che ha a dato a noi europei un’idea di quel mondo. Parlo soprattutto dei film di Sergio Leone che, anche se sono stati girati in Spagna, sono la vera immagine che abbiamo di quei luoghi, quegli spazi, quelle persone.

Poi però li ho fatti incontrare con la pittura surrealista, con le divinità di Max Ernst o con le atmosfere e i dettagli di De Chirico per costruire il mood che mi sembrava ideale per la storia. È un incontro che porta inquietudine, ma d’altronde amiamo entrare a fondo nelle psicologie dei personaggi, e capire cosa gli succede. E l’arte aiuta, specie per dare immagine a certe parole di Kelly Sue: una volta nella sceneggiatura ha scritto che la farfalla era “delighted”, cioè “gioiosa”. Come si rappresenta una farfalla gioiosa in un mondo inquietante?

DC: Diciamo che le cose si mescolano continuamente, nel disegno come nella storia, perché anche i personaggi cambiano d’importanza, si modificano, passano da un ruolo di secondo piano a uno di primo, tanto che se leggi velocemente il nostro fumetto molte cose ti scappano e devi tornare indietro per capirle. D’altronde, siamo partite dall’idea di raccontare una storia western e ci siamo trovate a confrontarci con dei mostri, e con una farfalla che parla a un coniglio morto. Non era pensabile ne nascesse una storia lineare.

Ma, a parte cinema e pittura, cha ruolo ha avuto la tradizione folk americana, che è un patrimonio meticcio immenso?

DC: Fondamentale. Pensiamo ad esempio al coniglio e alla farfalla, alla storia che si raccontano: è una citazione del trickster, il dio degli inganni che può prendere forme d’uomo o d’animale, tra cui appunto il coniglio, e possiede quel senso dello humor che amiamo usare. E poi ci sono le credenze dei nativi americani, i cui spiriti guida erano negli animali. Ma non abbiamo attinto solo alla tradizione americana.

R: Infatti, io ho introdotto la tradizione dei cantori popolari galiziani, che usavano strumenti come la gironda nel raccontare le loro storie nelle piazze, e quella del picaresco, del romanzo cinquecentesco spagnolo Lazarillo de Tormes. Abbiamo insomma connesso tradizioni diverse, scoprendo che avevano tanto in comune, e che in fondo stavamo raccontando anche una storia sul narrare: si passa dal coniglio e la farfalla al cantastorie in piazza e così via.

Però ci sono anche molti riferimenti colti: Shakespeare, il mito di Orfeo, il corvo di E.A. Poe. Inoltre, le battute dei personaggi sono spesso ermetiche, formule quasi da iniziati. Non è facile leggere questo fumetto.

DC: Sinceramente, pensavo che nessuno avrebbe letto una storia così, invece ci sono persone che lo amano proprio per la sua poeticità. Abbiamo voluto fare una grande opera e l’abbiamo fatta come volevamo, ma non è un libro per tutti e ne siamo consapevoli. D’altronde siamo in un’epoca in cui tanti vogliono che tutto sia chiaro e ben spiegato, ma noi non sopportiamo i fumetti didascalici, la vediamo in un’altra maniera.

Anche sui personaggi femminili: le sue protagoniste, non solo in Pretty Deadly, vivono situazioni difficili, risolvono problemi, guardano in faccia la realtà, hanno un’identità forte, cercano di aiutarsi. Quanto un discorso “femminista” può dare fastidio ai lettori di fumetto?

DC: Molto, temo. Tutti mi chiedono sempre perché io usi tante donne nei miei libri. Forse non sanno che è femminile solo il 15% dei personaggi dei fumetti, ma che lo è il 51% dei lettori. E le autrici e le lettrici devono sempre mettersi nei panni di personaggi maschili, perché una donna non può che essere o una spalla dell’eroe maschile, o una figura strumentale da vendicare, o una bambolina sexy.

È insomma un personaggio inferiore, e nessuno nella cultura occidentale ha mai incoraggiato a identificarsi in una figura così. Eppure tante adolescenti dicono «io sono diversa!», perché si sentono lontane dai modelli che vedono non solo nel fumetto, ma anche nel cinema, nella pubblicità, ovunque. E spero che con i miei personaggi possano dire «non sono qui come un oggetto, magari di piacere, ma come persona, e voglio essere io, non la copia di un modello in cui non mi riconosco».

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Nelle terre selvagge di Horacio Quiroga https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/#respond Mon, 11 Apr 2016 05:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30497 L'articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall'ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

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L’articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall’ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

Era partito per il classico viaggio di formazione a Parigi con l’eredità ricevuta dal patrigno suicida e tuttavia era tornato indietro senza nulla, senza neppure la più blanda illusione, solo una barba destinata a renderlo famoso. Il 1900 era dietro l’angolo. Ma Quiroga doveva perdere ancora due fratelli uccisi dalla febbre tifoidea e doveva uccidere accidentalmente il suo migliore amico pulendo una pistola, per decidersi a lasciare l’Uruguay dove era nato nel 1878 a Salto.

Il richiamo della foresta pluviale però doveva ancora attendere. Era cresciuto su Edgar Allan Poe, soprattutto, ma anche su Kipling e Maupassant. Aveva affinato le armi di uno stile sobrio, naturalista e modernista. Ma imparò a renderle definitivamente incisive nella selva. Qui, come scrive Ernesto Franco, introducendo la magnifica raccolta di racconti che appare in libreria (Tigre per sempre. Racconti 1917-1935, trad. e cura Jaime Riera Rehren, Einaudi, pp. 349, euro 24), Quiroga scoprì che “per poter accedere alla “vita integrale” è necessario diventare “padrone delle parole” che possono definirla.

Le parole, prima ancora di essere belle, “consonanti o assonanti”, devono essere vere. Non è una volontà estetica, in quei territori, ma una “necessità vitale”. Le parole dei trentatré racconti contenuti in questo libro ce lo mostrano di continuo. Costituiscono un esempio celebrato da infiniti autori, su tutti Cortázar. Ci troveremo dentro il nucleo della tragedia umana, scavando nel misterioso intreccio che lega animali umani e uomini animali, passando dai famosi racconti in cui gli animali parlano e si comportano come uomini a quelli in cui gli uomini parlano e si comportano come animali.

Del resto l’ombra della tragedia non smise di accompagnare Quiroga. Nella selva dove aveva portato a vivere la prima moglie, dovette ritrovarla suicida. Era il 1915 e con i due figli Quiroga tornò a Buenos Aires, vide crescere la propria fama, visse nella precarietà, si innamorò di una compagna di classe della figlia, la sposò, tornò ancora nella selva nel 1932, visse l’abbandono della seconda moglie, si ammalò.

All’inizio del 1937 fu ricoverato a Buenos Aires. Fece in tempo a scoprire nei sotterranei dell’ospedale un uomo affetto da mostruose deformazioni che lo rendevano spaventosamente inumano, quasi animale. E fu di fronte a lui, dopo aver costretto i medici a liberarlo dalla prigionia, che ingurgitò una tazza di cianuro e andò incontro al suo destino.

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UT, la nuova e disturbante miniserie di casa Bonelli https://minimaetmoralia.it/fumetto/ut-il-nuovo-fumetto-di-casa-bonelli/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/ut-il-nuovo-fumetto-di-casa-bonelli/#comments Mon, 21 Mar 2016 06:30:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30323 Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un'edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d'autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

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Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un’edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d’autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

A realizzarla sono Paola Barbato e Corrado Roi. Barbato, nata a Milano, 45 anni, tre figlie e una passione per il thriller, ha scritto per Bonelli diverse sceneggiature molte delle quali per Dylan Dog mentre nel 2006 ha iniziato a scrivere libri: Bilico, seguito nel 2008 da Mani nude e nel 2010 da Il filo rosso. Ha anche collaborato alla sceneggiatura di una fiction per Sky, Nel nome del male, l’unica serie tv mai apparsa in Italia sulle sette sataniche. Tutto quello che fa è sempre piuttosto disturbante.

Ut nasce dall’incontro con un disegnatore che dell’incubo ha il colore: nero, sporco, sfumato, fatto di ombre evanescenti, Corrado Roi. “Quando mi chiedono qual è la mia tecnica di disegno rispondo che è quella dello sporco: spugnette, tamponi, pennello secco. Ma è una scelta culturale: potrei disegnare in un’altra maniera, vengo dal chiaroscuro netto ma oggi non m’interessa più. Quindi atmosfere molto cupe, molto dense tetre, il nero scavato”, racconta dalla sua casa di Laveno in provincia di Varese dove è nato e ha scelto di vivere (“odio le grandi città, non ci posso stare, sono degli orrori”) e dove ha fatto anche l’assessore.

Ut è da quarant’anni nella sua vita ma fino ad oggi non era mai venuto alla luce. “Non sarei mai stato in grado di fare una serie mensile regolare, sono sempre stato impegnato su troppi fronti e sarebbe stato inopportuno. Però i tempi sono cambiati e quando Sergio Bonelli cominciò ad aprire alle miniserie cominciai a radunare il materiale che avevo accumulato in tutti quegli anni e che era assolutamente caotico. Passò ancora del tempo. A quel punto ho pensato che l’unica persona che avrebbe potuto trovare il bandolo di quella matassa di pensieri e di disegni fosse Paola Barbato, con cui avevo spesso lavorato trovandomi in grande sintonia”.

Lei, da parte sua, ricorda maledizioni da parte di Roi: “All’inizio ero inesperta e maniacale nelle descrizioni. Credevo che al disegnatore bisognasse spiegare tutto, Roi mi ha fatto capire che invece ognuno doveva avere il suo spazio soprattutto se, come lui, vede le cose nel suo particolare modo. Poi col tempo siamo diventati amici, entrambi amiamo lavorare di notte e così ci facevamo lunghe telefonate”.

Di Ut già si dice che sarà l’evento del fumetto del 2016 e in effetti ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione, soprattutto nel mondo Bonelli tradizionale e per famiglie. “In realtà Bonelli ha sempre saputo innovare” dice Roi, “ma certe cose è ovvio non si toccano: Tex è la tradizione e rimarrà sempre così. Il Dylan Dog di Sclavi è stato innovazione e oggi la casa editrice ha capito che doveva continuare a osare reclutando nuovi talenti come appunto Paola”.

Di certo un “eroe” Bonelliano che alla sua prima apparizione fa una strage ammazzando quattro persone e tagliandogli le dita non si era mai visto, anche se il nuovo corso di Dylan Dog, dopo un periodo di “buonismo”, è ritornato alle atmosfere spiazzanti degli esordi di Sclavi, mentre un’altra serie che ha molto fatto parlare di sé, Orfani, ammazza più protagonisti de Il trono di spade e il nuovo Morgan Lost di Claudio Chiaverotti si svolge in un mondo surreale dove i serial killer sono diventati una sorta di rockstar.

Ma Ut non è un thriller, assomiglia di più a una visione. “Si trattava di creare un nuovo mondo”, spiega accendendosi una sigaretta Roi, “in Ut non ci sono per esempio riferimenti manieristi per esempio al cinema ma piuttosto alla letteratura, alla filosofia. Il Borges di Finzioni è sicuramente un’influenza, così come Poe: di quest’ultimo mi affascina il rapporto che lo scrittore ha con il lettore”. Il nome Ut viene da una congiunzione latina ma è anche l’antico “do” della scala esatonale poi caduto in disuso: Roi, non a caso, è anche musicista. “Una cosa così non poteva essere una normale testata a cui lavorano altri disegnatori, era una cosa che dovevo fare io. Con Paola”.

È lei infatti che dall’insieme delle visioni dei personaggi di Roi ha costruito una storia. “Avevo centinaia e centinaia di pagine di disegni, appunti, personaggi, ma senza inizio né fine”, racconta. “Per dieci anni con Corrado ci siamo parlati e alla fine siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa. Di quello che è venuto fuori non riesco a dare una definizione. So solo quello che non è: non è un racconto di genere, non è un romanzo apocalittico, non è un thriller”.

E all’inizio abbiamo solo qualche indizio che parte da un’unica certezza: l’umanità si estinta. “Non c’è un perché. O meglio ce n’erano tanti” spiega Roi “ma abbiamo lavorato di sottrazione su tutto. In principio c’era un sapore un po’ intellettualoide che abbiamo scarnificato fino a che non è rimasto più nulla, solo l’essenziale. Non c’è neppure niente di istituzionale: non ci sono le forze dell’ordine, né religioni, né chi comanda. Ho tolto tutto quello che di solito è piattaforma per scrivere dei racconti di avventura. Ho tolto anche i cattivi. Persino chi sembra cattivo è un’altra cosa, e tutta la storia che si può leggere tranquillamente in maniera normale è in realtà piena di inganni”.

Il primo volume si chiude con una fiaba. “Anche quella si scoprirà che non è una fiaba. Non posso dire di più. Si tratta di venti tavole diluite nei primi quattro episodi che hanno un ruolo fondamentale”.

La miniserie è fatta di sei numeri e anche la struttura è inusualmente complessa. “Ho fatto un ingresso, due commedie dove ho inserito degli elementi che si vedranno dopo, e poi dal quarto al sesto episodio si entrerà nel vivo, anche se ogni episodio sembra autoconclusivo” spiega Roi mentre si sente di nuovo il suono dell’accendino per l’ennesima sigaretta. “A cinquantotto anni dovrei starci più attento però non è mica da tanto che fumo: sono solo quarantasette anni”.

Sì ma cosa succede in Ut? “Succede che l’umanità si è estinta ma noi non sappiamo né perché, né da quanto” spiega ancora Paola Barbato. “Esistono nuove specie antropomorfe ma molto limitate, primitive. Le cose sono e basta. Non esiste sesso, non esistono emozioni, infatti non si sa come vengano generate le persone, le gravidanze non ci sono più e Yersina che è una bambina è così e basta, non crescerà. Tutti sono quello che sono. Questa astrazione che Corrado ha voluto imporre porta tutto su una base animalesca, primordiale. Ne Le Vie della fame che è il titolo del numero uno si vedono dei cannibali. Sono così. Ut li massacra ma non perché commettono un gesto eticamente sbagliato. Tutto è molto spoglio e intossicato anche in termini naturali , ci sono poche specie animali. Ci sono gli insetti. Uno dei personaggi, Decio (un omaggio al grande direttore Bonelliano Decio Canzio, ndr) è un entomologo. Corrado ha raccolto suggestioni da moltissime parti: architettura, musica, storia dell’arte, filosofia, esoterismo. Ci sono moltissimi simboli soprattutto negli ultimi tre volumi che si muovono in una dimensione immaginifica e sono di una bellezza straordinaria ma anche molto disturbanti. Per capire cosa intendo si provi a immaginare una persona che sorride. Ma che al posto dei denti ha gli occhi”.

All’inizio leggendo viene in mente il Cormac McCarthy de La strada e per il disegno Alberto Breccia, o Sergio Toppi e Dino Battaglia, a cui Roi si sente vicino (“per l’uso dei grigi, delle sfumature”). Ma poi le cose si fanno sempre più rarefatte e siamo più dalla parti di Jodorowsky che incontra Lovecraft, Poe e Dada. C’è violenza, spietatezza, fame. Eppure in questa crudezza c’è poesia, c’è qualcosa che colpisce e ti si ficca in testa: Ut è come un bambino, crudele ma al tempo stesso innocente che fa domande come “Ma è l’anemometro che fa sbattere le porte o è il vento?”. Chi ha visto anche solo una volta questa bambinesca innocenza sa che è l’essenza stessa dell’essere uomo. “Per questo dicevo che amo Borges: mi piace che le cose non siano quello che sembrano, mi piace camuffarle, trasformarle e dimensionarle in un altro modo”, aggiunge Roi.

Sì, ma alla fine, chi è dunque Ut? Lampo, sfregamento, un’altra sigaretta che probabilmente non sarà l’ultima della giornata. “Un pinocchio feroce”.

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Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/#comments Fri, 12 Feb 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29875 Cinquant'anni senza Elio Vittorini: l'intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

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Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono non azzeccatissimo, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Se Picasso ha i suoi grattacapi con la Pravda[2], la grana di Vittorini assumerà le severe sembianze di Palmiro Togliatti. Fin dagli esordi, il Politecnico avrebbe dovuto decisamente agganciarsi alla linea rivoluzionaria del Pci. O almeno queste erano le intenzioni di Vittorini, che non esita a definirsi comunista; d’altro canto, Togliatti e compagnia guardano con attenzione al nucleo di intellettuali che gravita intorno alla redazione di viale Tunisia, a Milano.

Ma bastano pochi numeri della rivista per chiarire a entrambi le parti che, insomma, dev’esserci stato un equivoco. La visione politico-culturale di Vittorini è tutt’altro che ortodossa, e il suo lavoro al Politecnico – generoso, appassionato, a volte persino caotico – ne è uno specchio.  Che riflette, ad esempio, la grande fascinazione per la letteratura e il mondo americano. Uno dei suoi primi colpi è la pubblicazione a puntate di Per chi suona la campana di Ernest Hemingway[3]. Racconta: «Era il 1942 quando riuscii ad avere, via Svizzera, una copia di For whous the bells tolls. Cominciai allora io stesso a tradurlo, sapevo che presto non ci sarebbe più stato Mussolini ad impedire di pubblicarlo. Ma poco tempo dopo venni arrestato, e la mia traduzione andò perduta col testo». Poco male: la prima puntata del romanzo di Hemingway campeggia sulla rivista, accompagnata da un disegno di Renato Guttuso.

politecnico_vittorini

Non solo Hemingway, però. Sul primo numero del Politecnico, nell’elegantissimo formato ideato da Albe Steiner, c’è un pezzo di Henry Miller (titolo sibillino: L’America non è sempre il paradiso). Più avanti troveranno spazio opere o interventi di Charlie Chaplin, Walt Withman e persino di un altro zio Walt d’America, Disney in persona. Accade sul numero 20: l’articolo firmato dal creatore di Mickey Mouse («Walt Disney: la mia officina») è corredato con disegni di Paperino – definito nella didascalia un papero furente – e Topolino («Il topo ragazzo Mickey Mouse è uno dei personaggi più sconsolanti di Disney: euforico, furbo ma non troppo. Un uomo che non sa di essere un topo[4]»).

E insomma se è vero che fu il Politecnico a pubblicare le prime lettere dal carcere di Antonio Gramsci, e che in copertina figuravano pezzi come «Principio di carattere e principio di casta[5]», e all’interno saggi di Georg Luckás, d’altro canto l’ortodossia filo-Pci era ben altra cosa. La tentazione è quella di immaginare lì a Botteghe Oscure una sequela di alzatine di spalle a ogni numero del Politecnico.

Ad esempio: sin dal secondo numero Vittorini affida a Oreste Del Buono (e ad altri collaboratori) il compito di “sdoganare” il fumetto[6], con l’obiettivo di illustrare la dignità del nuovo formato: ecco i balloons con Braccio di Ferro, Barnaby o il signor O’Malley. Passano pochi giorni e Nilde Iotti censura su Rinascita la “sottoletteratura dei fumetti”, incapace di veicolare contenuti ideologici, formativi o culturali. Anni dopo, intervistato da Umberto Eco su Linus, Vittorini dirà candidamente: «Avevamo cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria, ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno spirito di fumetto c’era anche nel tipo di impaginazione che usavamo per il Politecnico».

Ma la dialettica, al Politecnico, era piuttosto vivace anche dall’interno. Franco Fortini, al fianco di Vittorini dalla prima uscita della rivista[7], tiene una rubrica intitolata Diario di un giovane borghese intellettuale. Ecco quello che compare sotto la voce 13 settembre: «Vittorini mi scrive, indignato per il mio “Kafka” “astruso e inutile”. Dice che è contro lo spirito del Politecnico. Ho telefonato, molto di malumore, a Milano, ma Vittorini non c’era […] Può darsi che sia davvero astruso e inutile, letterario e sbagliato. La buona volontà non basta, è noto. Ed effettivamente, scrivendolo, sentivo di non aver risolto quasi nulla. Ma è possibile oggi parlare altrimenti di Kafka? Non si corre il rischio, parlandone, di riprendere il tono degli innumerevoli articoli che compaiono dovunque sulla sua opera, articoli psicologico critici, mistico letterari, e francamente insopportabili?». La polemica si riferisce al numero 37: il servizio di copertina presenta “cinque inediti di Kafka”, accompagnati da due pezzi critici, uno di Carlo Bo e uno di Fortini.

La verità è che di carne al fuoco, nella cucina di viale Tunisia, ce n’era davvero tanta. È come se Vittorini – e i suoi collaboratori – non vedesse l’ora di rovesciare sulla nazione tutte le istanze represse da vent’anni di dittatura, con una miscela di curiosità intellettuale e zelo pedagogico. La rivista considera ogni linguaggio una tecnica, ma non vuole eccedere negli specialismi. Parla ai lettori in modo rigoroso ma non accademico; invita a uscire «dai compartimenti stagni dei tecnicismi e a rendere traducibili i diversi linguaggi, riconducendoli ai concreti motivi umani da cui hanno avuto origine».

Anche in questo caso, l’accavallarsi di idee e spunti rischia di generare disarmonia – e alzatine di spalle a Botteghe Oscure – eppure le intenzioni sono decisamente moderne. Ecco quanto scrive Vittorini a un suo redattore, Marcello Venturi[8], sulla struttura e sulla direzione che avrebbe dovuto seguire per scrivere i suoi reportage: «Vorrei ora impegnarti in un lavoro nuovo. […] Prendendo come esempio l’articolo sulle Puglie, desidererei che qualcosa di simile tu mi facessi su qualche paese tipico della tua zona. politecnico Come lavorano, come mangiano, come amano gli uomini e le donne di famiglie di diversi ceti sociali, le condizioni della donna e dei giovani, le abitazioni di uomini ricchi e poveri. Questo lo schema, ma tutto deve essere raccontato, vivo». E reportage del genere compariranno via via sui numeri del giornale. Italo Calvino ne firma due (Liguria magra e ossuta e Riviera di Ponente), Giorgio Caproni uno (Viaggio tra gli esiliati di Roma).

(Da rivedere la sezione dedicata alla critica musicale: con un pezzo siglato “Firmus”, il Politecnico intona il funerale del jazz, perché «appare chiaro che artisticamente parlando è stato un fenomeno assai circoscritto e di modesta portata[9]»).

Dopo tanto abbozzare e far grossomodo finta di nulla, la prima vera cannonata per il Politecnico arriva per mezzo di un articolo su Rinascita, firmato da Mario Alicata. Dirigente del Pci, intellettuale raffinato – lavorò con Giaime Pintor e Luchino Visconti – Alicata scrisse: «Bisognava lavorare a una cultura nuova, e lavorare per una cultura nuova significa riuscire a creare e diffondere un linguaggio nuovo. Orbene, il linguaggio col quale essi vogliono parlare è risultato quanto mai astratto ed esteriore: intellettualistico, insomma. Mi si chiederà che cosa intendo per intellettualismo. Ecco, per esempio secondo me è intellettualismo giudicare “rivoluzionario” e “utile” uno scrittore come Hemingway, le cui doti non vanno al di là d’una sensibilità da “frammento”, da “elzeviro”, e “rivoluzionario” e “utile” un romanzo come Per chi suona la campana,che rappresenta la riprova estrema dell’incapacità dell’Hemingway a comprendere e a giudicare (cioè, poi, a narrare) qualcosa che vada al di là d’uno suo quadro di sensazioni elementari e immediate: egoistiche».

Ora, si capisce che per Vittorini le parole “Hemingway” e “incapace” non possono comparire nella stessa frase, eppure il direttore del Politecnico prova a non cadere nella provocazione e a rispondere nel merito. E quindi, risponde: «Qui si incorre in una serie di errori. Si vede in Alicata il Partito comunista stesso».

E: «L’errore principale è di ritenere il Politecnico comunista per il fatto di essere diretto da un comunista».

E: «La politica agisce sul piano della cronaca, la cultura sul piano diretto della storia».

In un crescendo wagneriano la polemica giunge al culmine. A scrivere al Politecnico è stavolta il segretario del Pci in persona, Palmiro Togliatti. La lettera, come riferisce nel sommario Vittorini, arriva quando il giornale era “già pronto per andare in macchina”, e viene pubblicata nella sua versione integrale. L’immagine che mi viene in mente di Togliatti si sovrappone a quella di un gatto. «Ma davvero si può arrivare a un punto tale per cui una rivista comunista non potrà esprimersi criticamente a proposito di una pubblicazione culturale fatta da comunisti, senza che s’apra la ridicolissima campagna sulla nostra intolleranza, sul soffocante controllo che noi pretenderemmo esercitare sopra le attività intellettuali?».

E: «La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione!».

E: «Quando il Politecnico è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia […] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, a una astratta ricerca del nuovo, del diverso, del sorprendente».

E: «A noi rincrescerebbe che il Politecnico non riuscisse a fare opera di rinnovamento. Il nostro voleva essere più che altro un richiamo alla serietà del compito che vi sta davanti».

E il punto che preferisco, dove sul finire della frase Togliatti incontra Edgar Allan Poe: «Negli ultimi tempi del fascismo, ci furono tentativi di reazione al cretinismo ufficiale; ma anch’essi scarsamente efficaci, perché mancanti di unità e anche di serietà, tanto che si esaurirono nell’attività intermittente, come un fenomeno di fuggevole fosforescenza sopra un corpo in decomposizione, di piccoli gruppi slegati l’uno dall’altro».

Vittorini scrive sul numero 35 un’accorata risposta al segretario del Pci, Suonare il piffero per la rivoluzione?, il cui culmine arriva in questi due passaggi, a): «Se Hemingway, mettiamo, si compromette politicamente, noi potremo considerare nemica la sua persona, ma i suoi libri non sono nemici, sono ancora nostri amici[10], e io ho molto in contrario a vederli rifiutati come letteratura della borghesia reazionaria»; e b): «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre».

Ma a quel punto il destino del Politecnico, che già non era in una fase diciamo espansiva, è segnato. In una lettera inviata a Italo Calvino nel 1956, Vittorini scrisse: «Se qualcosa di pubblico mi piacerebbe di fare, di questi tempi, non sarebbe di dirigere un Politecnico, ma di tornarmene in Sicilia e mettere in piedi un quotidiano[11]». Eppure, Vittorini, che impeto, e quanta libertà, possiamo ancora ritrovare sulle pagine di quella tua rivista.

 

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[1] Opinione sua.

[2] E non sarà l’unica volta: qualche anno dopo il PCUS non gradirà un suo ritratto commemorativo del compagno Stalin.

[3] «Più importante di Joyce e Proust, è lo Stendhal dei nostri giorni».

[4] Di fianco all’intervento di Disney ecco il pezzo «Come si studia la storia nell’U.r.s.s.»

[5] Esattamente, “casta”.

[6] Con un pezzo intitolato «Il mondo a quadretti».

[7] E per esempio nel numero doppio 33/34 ha scritto un saggio bellissimo sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

[8] Partigiano, giornalista all’Unità, futuro direttore della collana Universale economica Feltrinelli. Così lo introduce Vittorini: «Marcello Venturi è un altro giovane che non ha mai pubblicato un rigo. Un altro scrittore del Politecnico. È toscano delle parti di Lucca. Suo padre è ferroviere».

[9] Il pezzo è del 1946. Nel 1965 John Coltrane pubblica A love supreme.

[10] I libri sono degli amici. E Vittorini ancora in difesa di Hemingway: «Giuseppe Mazzini, per citare un esempio illustre, scrisse che Leopardi era un poetucolo decadente al paragone del grande poeta civile G.B. Piccolini».

[11] Quando Vittorini lascia il Pci, Togliatti non rinuncia a un’ultima stoccata e con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia fa uscire su Rinascita un pezzo intitolato Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato: «A dire il vero, nelle nostre file pochi se ne sono accorti. Pochi si erano accorti, egualmente, che nelle nostre file egli ci fosse ancora. Vittorini? Sì, era stato accanto a noi nel combattimento contro la tirannide interna e l’invasore straniero. Come tanti altri. Né meglio, né peggio, dicono […]. Fondò una rivista che finì per scontentare tutti perché conteneva di tutto e non conteneva nulla […]. (Scrisse libri) di cui è difficile parlare, perché è a tutti difficile trovar la pazienza di leggerli sino alla fine. Nei precedenti, almeno, qualcosa c’era […] Vittorini pensa che rimanga, per lui e per gli altri, la libertà. Ma già ragiona, egli stesso, come uno schiavo».

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Su Maurice Blanchot https://minimaetmoralia.it/estratti/su-maurice-blanchot/ https://minimaetmoralia.it/estratti/su-maurice-blanchot/#comments Sat, 16 Jan 2016 07:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29654 Pubblichiamo un estratto dal libro Su Maurice Blanchot (Caratteri Mobili, a cura di Augusto Ponzio e Francesco Fistetti), una raccolta di quattro saggi del filosofo Emmanuel Lévinas sullo scrittore e critico letterario francese, ringraziando l'editore.

di Emmanuel Lévinas

Il modo di rivelare ciò che resta altro malgrado la sua rivelazione non è il pensiero ma il linguaggio della poesia. Il suo privilegio non consiste, nelle analisi di Blanchot, nel portarci più lontano dal sapere. Esso non è telepatico, l’esteriore non è il lontano. Esso è ciò che appare – ma in maniera singolare – quando tutto il reale è stato negato, realizzazione di questa irrealtà. Il suo modo d’essere – il suo genere –consiste nell’essere presente senza essere dato, nel non offrirsi al potere, essendo stata la negazione l’ultimo potere umano, consiste nell’essere il campo dell’impossibile al quale il potere non può aggrapparsi, nell’essere un congedarsi perpetuo da ciò che lo svela. Ne consegue per colui che guarda l’impossibile, una solitudine essenziale, che non può essere equiparata al sentimento d’isolamento e di abbandono nel mondo, superbo o disperato.

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Pubblichiamo un estratto dal libro Su Maurice Blanchot (Caratteri Mobili, a cura di Augusto Ponzio e Francesco Fistetti), una raccolta di quattro saggi del filosofo Emmanuel Lévinas sullo scrittore e critico letterario francese, ringraziando l’editore.

di Emmanuel Lévinas

Il modo di rivelare ciò che resta altro malgrado la sua rivelazione non è il pensiero ma il linguaggio della poesia. Il suo privilegio non consiste, nelle analisi di Blanchot, nel portarci più lontano dal sapere. Esso non è telepatico, l’esteriore non è il lontano. Esso è ciò che appare – ma in maniera singolare – quando tutto il reale è stato negato, realizzazione di questa irrealtà. Il suo modo d’essere – il suo genere –consiste nell’essere presente senza essere dato, nel non offrirsi al potere, essendo stata la negazione l’ultimo potere umano, consiste nell’essere il campo dell’impossibile al quale il potere non può aggrapparsi, nell’essere un congedarsi perpetuo da ciò che lo svela. Ne consegue per colui che guarda l’impossibile, una solitudine essenziale, che non può essere equiparata al sentimento d’isolamento e di abbandono nel mondo, superbo o disperato.

Solitudine nel campo desolato delle impossibilità incapaci di costituirsi in mondi. A ciò condurrebbe la letteratura. Sempre essa farebbe parlare ciò che non è mondo – gli dei e gli eroi, quando gesta e battaglie non erano Azione e Politica, ma eroismo e avventura. Oggi che gli dei se ne sono andati, essa lascia parlare e compiersi ciò che è più radicalmente non-mondo, l’essere dell’essente – la presenza della sua sparizione. Blanchot riprende per mostrarlo le sue antiche meditazioni su Mallarmé e su Kafka. Scrivere sarebbe ritornare al linguaggio essenziale che consiste nello scartare le cose nelle parole, nel far eco all’essere.

L’essere delle cose non è nominato nell’opera, ma si dice nell’opera, coincide con l’assenza delle cose che sono le parole. Essere equivale a parlare, ma parlare in assenza di ogni interlocutore. Parlare impersonale, senza «tu», senza interpellazione, senza vocativo e tuttavia distinto dal «discorso coerente» che manifesta una Ragione universale, discorso e Ragione che appartengono all’ordine del giorno.

Ogni opera è più perfettamente opera nella misura in cui il suo autore non fa conto di servire un ordine anonimo. Kafka ha cominciato a scrivere veramente quando ha sostituito «egli» a «io», perché «lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla». Non che un ideale universale ed eterno comandi dunque la scrittura. Blanchot mostra come l’impersonalità dell’opera è quella del silenzio che segue alla dipartita degli dei, inestinguibile come un mormorio, quella del tempo dove affonda il tempo storico che possiamo negare come figli della storia, quella della notte in cui sorge la negazione del Giorno che noi neghiamo ancora come figli del Giorno. Il creatore è colui il cui nome si cancella e la memoria si estingue.

«Il creatore non ha potere sulla sua opera». Scrivere è spezzare il legame che unisce la parola a me stesso, invertire il rapporto che mi fa parlare a un tu – «farsi eco di ciò che non può cessare di parlare». Se la visione e la conoscenza consistono nel potere sui loro oggetti, nel dominarli a distanza, il rovesciamento eccezionale che la scrittura produce comporta l’essere toccato da ciò che si vede essere toccato a distanza. Lo sguardo è preso dall’opera, le parole guardano colui che scrive. (Così Blanchot definisce la fascinazione). Il linguaggio poetico che ha scartato il mondo lascia riapparire il mormorio incessante di questo allontanamento, come una notte che si manifesta nella notte. Non è l’impersonale dell’eternità, ma l’incessante, l’interminabile, che ricomincia sotto la negazione che se ne possa tentare.

Situazione che Blanchot accosta alla morte. Scrivere è morire. La morte, per Blanchot, non è il patetico delle ultime possibilità umane, possibilità dell’impossibilità, ma ripetizione incessante di ciò che non può essere afferrato, di fronte al quale l’«io» perde la sua ipseità. Impossibilità della possibilità. L’opera letteraria ci avvicina alla morte, perché la morte è questo brusio interminabile dell’essere che l’opera fa mormorare. Nella morte come nell’opera, l’ordine regolare si rovescia poiché il potere conduce a ciò che non può assumersi. Sicché la distanza fra la vita e la morte è infinita come è infinita l’opera del poeta di fronte all’inesauribile linguaggio che è lo svolgersi o più esattamente l’interminabile oscillazione o anche il trambusto dell’essere.

La morte non è la fine, è il non finire di finire. Come in certi racconti di Edgard Poe, dove la minaccia si avvicina sempre più e dove lo sguardo impotente misura questo avvicinamento sempre ancora distante. Blanchot specifica quindi la scrittura come una struttura quasi folle, nell’economia generale dell’essere, e per la quale l’essere non ha più economia, perché esso non porta più, affrontato attraverso la scrittura – alcuna abitazione, non comporta alcuna interiorità. Esso è spazio letterario, cioè esteriorità assoluta – esteriorità dell’assoluto esilio. È ciò che Blanchot chiama anche la «seconda notte», quella che nella prima notte, esito normale e annullamento del giorno, si fa presenza di questo annullamento e ritorna così incessantemente all’essere; presenza che Blanchot descrive con termini quali sciabordio, mormorio, ripetizione incessante, tutto un vocabolario che esprime il carattere, se così si può dire, inessenziale di questo essere della seconda notte. Presenza dell’assenza, pienezza del vuoto, «compiutezza di ciò che tuttavia si nasconde e permane chiuso, luce che brilla sull’oscuro, che è brillante di questa oscurità divenuta apparente, che toglie, rapisce l’oscuro, ciò la cui essenza è richiudersi su ciò che vorrebbe rivelarlo, attirarlo in sé e inghiottirlo».

La scrittura sarebbe, da parte sua, l’inverosimile procedere di un potere che, a un certo punto chiamato ispirazione, «vira» in non-potere. Ritmo stesso dell’essere, sicché la letteratura non avrebbe altro oggetto che se stessa (e bisognerà dire un giorno il senso latente dell’opera di Blanchot romanziere). L’arte moderna non parla che dell’avventura stessa dell’arte – cerca di essere pittura pura, musica pura. Senza dubbio l’opera critica e filosofica, che racconta questa avventura, è ben al di sotto dell’arte che è il viaggio stesso al termine della notte, e non soltanto il racconto del viaggio. E tuttavia al filosofo la ricerca di Blanchot apporta una «categoria » e un «modo di conoscenza» nuovo che noi vorremmo esplicitare, qualsiasi cosa ne sia, della filosofia dell’arte propriamente detta.

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Dino Campana: un genio da manicomio https://minimaetmoralia.it/letteratura/dino-campana-un-genio-da-manicomio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dino-campana-un-genio-da-manicomio/#comments Sun, 20 Dec 2015 12:13:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29436 di Marco Candida

Impossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

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di Marco Candida

Impossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

Campana nacque a Marradi, un paesino in Toscana, nel 1885. Nel 1913, a circa ventotto anni, consegnò un manoscritto ad Ardengo Soffici e a Giovanni Papini direttori entrambi della rivista “Lacerba”. Forse è utile richiamare, brevemente, chi fossero Soffici e Papini. Nel 1923 Giovanni Papini compilò Il dizionario dell’omo salvatico in cui l’autore si scaglia contro ebrei, protestanti, donne, laicismo e democrazia. Aderì al fascismo e considerò sempre il Duce “amico dei poeti e della poesia”. Ardengo Soffici, d’altro canto, nel 1925 firmò Il Manifesto degli intellettuali fascisti e aderì al regime fascista a cui rimase sempre fedele.

Nel 1914, l’anno successivo alla consegna da parte di Campana della sua raccolta di poesie ai personaggi appena descritti, il poeta iniziò a riscrivere il manoscritto, essendo quest’ultimo andato smarrito. Dino aveva infatti ingenuamente consegnato a Soffici e a Papini l’unica copia esistente del testo. Il manoscritto fu ritrovato in una casa di Ardengo Soffici solo cinquant’anni dopo, nel 1971. Nel 1918, a trentatré anni circa, Dino Campana fu ricoverato nel manicomio di Castel Pulci dove rimase fino alla morte.

Messa così, la nuda sequenza degli eventi conduce inevitabilmente a pensare che questa sia la storia di un uomo che ha sofferto di una tremenda ingiustizia e ne è stato travolto. Tuttavia, bisogna considerare che l’arco di tempo che va dal 1885 al 1918 è costellato di episodi che, per così dire, contribuirono a far finire Campana in manicomio.

Dino Campana soffriva di una forma di schizofrenia chiamata ebefrenia. Era soggetto a terribili sbalzi d’umore. Spesso veniva colto da attacchi d’ira furibonda. Aveva momenti di lucidità a cui alternava fasi nelle quali si esprimeva in modo sconnesso. Nel 1906, all’età di ventun anni, venne ricoverato per la prima volta al manicomio di Imola. Secondo alcune fonti qualche volta Campana finì anche in carcere. Ebbe un rapporto tormentato con la madre, la quale gli preferì sempre il fratello Manlio – di pochi anni più giovane.

Anche la sua storia d’amore con Rina Faccio in arte Sibilla Aleramo, avvenuta tra il 1916 e il 1917, un anno prima di finire nel manicomio di Castel Pulci, fu tumultuosa, impetuosa, violenta e insomma dominata dai tratti delle esperienze più tipiche a cui una personalità simile a quella di Campana è in grado di dar vita. Tra l’altro gli uomini di Sibilla Aleramo furono, tra gli agl’altri, anche Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

Il poeta di Marradi morì nel 1932. Nel 1914 (data d’inizio, ricordiamolo, della Grande Guerra) uscì per Ravagli la prima edizione dei Canti Orfici nata sulle ceneri del precedente manoscritto, andato smarrito, dal titolo Il più lungo giorno. Era un’edizione zeppa di errori e benché Dino tentasse di vendere personalmente le copie nei caffè e per strada, fu un fiasco. Solo nel 1928 – quattro anni prima della morte dell’autore – la casa editrice Vallecchi fece uscire una seconda edizione.

Non chiese alcun permesso a Campana, del resto ricoverato in manicomio e ritenuto ormai incapace di intendere e di volere. Delirava qualcosa a proposito della forza curativa dell’elettricità: del fatto che gli elettroshock gli facessero propagare onde benefiche e di trovarsi benissimo nella casa di cura senza darsi più pena per tutto il resto. Anche questa edizione del ’28 risultò densa di refusi, storpiature, lacune. Nel 1941 uscirono altre edizioni dei Canti Orfici. Solo in seguito, soprattutto grazie a Montale e a Luzi, si procedette alla riabilitazione della figura di Dino Campana come poeta.

Se questi sono i tratti essenziali della vita del “folle di Marradi”, appare quasi inevitabile leggere la sua opera andando alla ricerca delle tracce del suo stato di salute mentale. Holderlin. Strindberg. Nietszche. Van Gogh. Esistono autori – come ci ha insegnato il filosofo Karl Jaspers in uno dei suoi scritti più rilevanti e suggestivi dal titolo Genio e follia – nei quali mente e opera si saldano in uno stretto rapporto di circolarità. L’opera è innanzitutto una descrizione dei processi mentali dell’autore: una fotografia, un frammento di modalità di rappresentazione inafferrabili e del tutto singolari. E l’opera di Campana, in questo senso, non delude.

Anastrofi. Tmesi anacolutiche e chiasmiche. Adnominationes. Catacresi. Anastrofi con aprosdoketon. Queste le piovre presenti nella mente di Campana che ne hanno risucchiato a poco a poco la salute mentale. Tutte cosiddette figure retoriche di rottura degli schemi di comunicazione più elementari.

Similitudini. Metafore. Metonimie. Anafore. Allitterazioni. Di queste figure retoriche tutti, più o meno, facciamo uso. Quando a tavola diciamo “Passami il sale” stiamo usando una sineddoche. Quando alla nostra fidanzata diciamo: “Sei bella come il sole” abbiamo appena fatto una similitudine. Quando diciamo a un amico: “Sei una vecchia lenza” abbiamo usato una metafora. Certo, non usiamo le figure retoriche in modo consapevole, gustoso e profondo come può fare un poeta; ma a un livello assai più basico e strutturale ne facciamo uso, e di solito queste figure retoriche ci servono per comunicare, spiegarci meglio, chiarire.

Altre figure retoriche, invece, le evitiamo: specialmente se vogliamo arrivare a chi ci ascolta. Ai nostri amici non diciamo: “Le discoteche, è bello andarci ogni week-end” parlando per anacoluti. Ai nostri genitori non diciamo: “Prestavo attenzione sedendo” o “Mi comporto un vigliacco come” parlando per anastrofi e iperbati. Evitiamo persino le catacresi (“La gamba del tavolo”; “Il collo della bottiglia”), se vogliamo costruire un discorso seguendo regole logiche. Ci vuole maestria assoluta per usare quest’altra strumentazione oratoria riuscendo a ottenere perspicuità di senso e addirittura a creare in chi ascolta emozione.

In un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose, erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P:S: E così dimenticammo le rose

(per Sibilla Aleramo)

Circolarità, dicevamo, tra mente e opera: ma anche tra mente e mente. Ed ecco il rispecchiarsi di Campana in una figura fondamentale per il poeta nato sugli appennini tosco-emiliani: ossia Nietzsche – e nei Taccuini campaniani vi sono numerose annotazioni riguardanti il filosofo tedesco. L’eterno ritorno nicciano è l’eterno ritorno di ogni cosa; pertanto, anche delle parole. Le parole tornano senza soluzione di continuità nelle poesie di Dino Campana: parole e gruppi alfabetici.

Sdraiata nel carrettino

Sdraiata nel carrettino
Con il zio prete vicino
Bellezza ecclesiastica
Eletto giardino
Occhi a mandorla e sensuale
Che la bocca non si vede
Che il seno non si scorge
Dietro le ruote del tuo carrettino
Sono come un bambino
La fronte scritta sotto la fratina
Che hai gli occhi pallidi come una bambina
Il viso è muscoloso seta pallida
Nel riso della prima gioventù
Penso dove consista la tua bellezza
Questa sera davanti al giardino
Occhi a mandorla e sensuale
Che la bocca non si vede
Che il seno non si scorge
Grassa canonichessa sdraiata nel carrettino
Con il zio prete vicino
Che la bocca non si vede
Che il seno non si scorge
Il viso è muscoloso seta pallida
Nel riso della prima gioventù

È vero che l’autore ripete parole o gruppi di parole dando l’impressione di creare componimenti simili a nenie o filastrocche, ma, si noti, ripete variando. In termini più manualistici si potrebbe azzardare di essere difronte a una sorta di variatio nell’aequivocatio. L’equivoco (che significa letteralmente “medesima voce”) si ha quando la stessa parola indica cose diverse. Dunque, nell’equivoco, si può sensatamente sostenere, convivono sia ripetizione che variazione. E la parola chiave qui è “variazione” ossia appunto variatio. La variatio è uno dei principi sacri della retorica classica e Campana sovverte questo principio solo in apparenza. E’ invece la variatio (pur nella forma en travesti dell‘aequivocatio) che permette alle poesie del poeta toscano di essere così meravigliosamente e misteriosamente sapide. Solo all’apparenza esse sono ripetitive.

La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso 
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
15 Regina de la Melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Altra figura fondamentale (anche se non dichiarata) sembra essere Giacomo Leopardi. La sera di fiera di Dino Campana suona eco adamantina di La sera del dì di festa di Giacomo Leopardi. Ma perché “eco”? Perché il canto campaniano è di rabbrividente bellezza e risuona di un altro canto di bellezza indiscutibile. Il concetto è: una voce bella produce l’eco di una voce bella.

La sera di fiera

Il cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia imperiale
Incantava la rosea
Freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell’aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno:
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(Che tu amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle pallide notturne):
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colombe
Certo è morta: non sai?
Era la notte
Di fiera della perfida Babele
Salente in fasci verso un cielo affastellato un paradiso di fiamma
In lubrici fischi grotteschi
E tintinnare d’angeliche campanelle
E gridi e voci di prostitute
E pantomime d’Ofelia
Stillate dall’umile pianto delle lampade elettriche
……………………………………………………………………
Una canzonetta volgaruccia era morta
E mi aveva lasciato il cuore nel dolore
E me ne andavo errando senz’amore
Lasciando il cuore mio di porta in porta:
Con Lei che non è nata eppure è morta
E mi ha lasciato il cuore senz’amore:
Eppure il cuore porta nel dolore:
Lasciando il cuore mio di porta in porta.

La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

Intanto Campana rende più concreto il “dì di festa” leopardiano. Non più generico “dì di festa” (“generico” è termine involgarente per indicare il principio cardine della poetica leopardiana di “vago e indefinito”) ma “fiera”. Sapendo che Campana, oltre al Leopardi, teneva in gran conto anche Dante, quel “fiera” potrebbe rimandare alle “tre fiere” del primo canto infernale del sommo poeta duecentesco. “Fiera” potrebbe, pertanto, alludere non solo a “festa”, ma anche a “bestia”.  Allusione,  se vogliamo, “volgaruccia”; parola, come vedremo, utilizzata più avanti dallo stesso Campana in riferimento a una canzonetta. Nel canto campaniano troviamo l’aggettivo “fresca” e il sostantivo “freschezza” che, sebbene riferito a “mattino”, fanno ricordare il “dolce e chiara è la notte e senza vento” a sua volta riverbero del petrarchesco “Chiare fresche e dolci acque”.

Poi ci sono il sogno e il profumo che velano le stelle e il guardar le stelle da dietro i cancelli. Veli, cancelli, anche qui modi leopardiani – molto ben mascherati e modulati, bisogna dire. Infine ci sono le “lampade elettriche” che, se vogliamo, potrebbero rievocare “la notturna lampa” leopardiana. Ora, si può assennatamente sospettare che, quelli appena elencati, siano riferimenti al Leopardi, grazie all’ultima parte del canto campaniano. Quel “Una canzone volgaruccia era morta” sembra quasi una riscrittura (anche qui più terrigna) del verso “Un canto che s’udia per li sentieri/ Lontanando morire a poco a poco”. Quest’ultimo, nel componimento campaniano, è presumibile provenga da qualcuno nelle stesse condizioni dell’artigiano leopardiano e che stia, anch’egli, tornando alla sua dimora modesta. E’ verosimile immaginare che, essendo l’artigiano leopardiano persona di condizioni umili (come indicato dal distico: “Dell’artigian, che riede a tarda notte,

Dopo i sollazzi, al suo povero ostello”), il motivo che costui canticchi sia “volgaruccio”. In più Leopardi, udendo l’artigiano, sente il cuore stringersi “fieramente” in petto e qui “fieramente” significa “in modo bestiale, in modo forte, netto”. Torna la parola “fiera”. Campana, nei suoi versi, pare proprio descriverci quella canzonetta dell’artigiano leopardiano, ce la fa proprio udire, ascoltare, ci dice quali sono le parole, “cuore, amore, dolore”. Rimane attratto da questo particolare del canto leopardiano e lo ingrandisce, con grande maestria, e stile. A onta delle dichiarazioni di Campana stesso riguardo la predilezione verso Carducci, Pascoli, D’Annunzio e Poe, pare il Leopardi, in questo e in altri casi, l’eco più frastornante.

Io povero troviero di Parigi

Io povero troviero di Parigi
Solo t’offro un bouquet di strofe tenui
Siimi benigno a ai vivi labbri ingenui
Ch’io so, tremulo scendi o bacio e ridi.

La vita di Campana è sempre stata caratterizzata dagli spostamenti di città in città. Marradi e Firenze. Poi il periodo a Genova. Torino. Domodossola. Gli studi all’Università di Bologna alla Facoltà di Chimica. Il 1906 è l’anno dei viaggi. Dino, a ventun anni, sulla scorta di un altro suo grande maitre a penser assieme a Nietzsche ovvero Rimbaud, interrompe gli studi di Chimica a Bologna e si mette a viaggiare in Francia e poi nell’America del Sud. E in particolare l’Argentina. Quell’Argentina che rappresenta uno dei dettagli più favoleggiati della biografia del poeta toscano – a causa soprattutto del suo psichiatra Carlo Pariani.

Si dice che Campana sia stato nella pampa argentina cinque anni. Invece è probabile vi abbia vagabondato solo sei mesi. Poi da Bahìa Blanca è tornato ad Anversa passando per Odessa. Rientrato in Europa, in Belgio, nel 1909, nove anni prima di essere internato definitivamente a Castel Pulci, viene ricoverato, per la seconda volta dopo Imola, in manicomio. Le città portuali. La matrona barbarica. Le enormi prostitute. Le pianure ventose. La schiava adolescente. Tutti scenari e attori del grande tema campaniano del viaggio. Il vagabondaggio – splendidamente rappresentato nel componimento dal titolo “Io povero troviero di Parigi”. Il viaggio sentimentale – “un viaggio chiamato amore”. Il viaggio onirico.

Le Cafard
(Nostalgia del viaggio)

Le vele le vele le vele!
Che schioccano e frustano al vento
che gonfia di vane sequele
le vele le vele le vele…
che tesson e tesson lamento
con l’onda che sorda dismorza
la sua volubile forza.
Ne l’ultimo schianto crudele!
Le vele le vele le vele…

Ai venti, ai venti, presso l’augurale
forma di che affacciato a le fortune
l’inquieta prora ha il Sogno suo navale
ah! Ch’io parta! Ch’io parta! E che un lontano
giorno l’ultimo sonno in te laggiù
dorma Genova
sotto degli sfrenati archi marini
dell’alterna tua chiesa azzurra e bianca
dove una fiamma pallida s’infranca
in arco eburneo a magici confini

Campana brucia la sua vita in manicomio. Eppure, quando si siede e scrive, è capace di opere ammirevoli. Allora cosa dobbiamo concludere? Che, in una sorta di rincorsa all’interno di un circuito patologico, arte e follia si rafforzano e vivificano vicendevolmente? Ma il caso di Dino Campana non dimostra, invece, al contrario, che capacità e stravaganza finiscono per azzerarsi? Nel caso di Campana la follia ha vinto sul talento. L’arte è una forma assai povera di potere. Non può affatto scagionare da un’accusa di insania. Il talento non basta, non è per nulla sufficiente a giustificare intervalli d’insalubrità mentale – specialmente quando tale follia ci renda socialmente pericolosi.

Questo aspetto, dopotutto, può riguardare anche noi da vicino. Anche nei nostri ambiti. Già, perché che cos’è, innanzitutto, la follia? La follia è, prima di tutto, assumere atteggiamenti fuori dagli schemi. Pertanto, rapportando il tutto alle nostre vite assai più convenzionali rispetto a quelle di un grande poeta, saper far bene una qualsiasi cosa, anche maledettamente, non concede alcun diritto a vivere fuori dagli schemi. Fosse anche necessario averla, questa follia, essa, così ci insegna la vita di Dino Campana, non consente e non giustifica nulla.

Se Campana non si fosse lasciato andare a scoppi d’ira e accessi di violenza, assumendo atteggiamenti facinorosi, ma fosse riuscito a contenersi; se fosse riuscito a comprendere di vivere in un contesto storico-culturale a forti connotazioni autoritarie e pertanto assolutamente poco propenso ad accettare atteggiamenti fuori dagli schemi; se fosse riuscito a far traboccare questa alienazione esclusivamente nei suoi scritti – come Montale, Pascoli, Leopardi…; forse, chi può dirlo?, Dino Campana avrebbe ottenuto più fiducia nei contemporanei, avrebbe ottenuto di più, e avrebbe ugualmente consegnato l’esito altissimo dei suoi prosimetri.

Non possiamo saperlo; ma possiamo supporlo. Anzi, possiamo persino sospettarlo.

La speranza
(sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte…..
………………………
Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

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Abbasso Bloom! https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/abbasso-bloom/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/abbasso-bloom/#comments Sat, 11 Jul 2015 09:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27766 Oggi il critico letterario Harold Bloom compie ottantaquattro anni. Pubblichiamo un intervento di Edoardo Pisani.

di Edoardo Pisani

Come il Sainte-Beuve combattuto dal Proust postumo a inizio Novecento, Harold Bloom è considerato da molti uno dei maggiori critici letterari del nostro tempo, forse l’unico accademico a “godere” internazionalmente dello status di Grande Vecchio, di guru della letteratura. Il suo saggio più conosciuto, Il canone occidentale, è spesso letto e invocato quale baluardo estetico contro i critici marxisti o femministi o multiculturalisti o poststrutturalisti delle università americane, da lui definiti con sprezzo critici del Risentimento – quasi che Bloom non sia, a sua volta e più di altri, un risentito! Il canone bloomiano affonda le radici in Shakespeare, “aurora boreale visibile in un luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai”, in Dante e in Cervantes, per poi innalzarsi e ramificarsi nella letteratura di tutti i tempi, da Montaigne a Milton a Goethe a Kafka, da Whitman a Proust a Borges a Pessoa, delineando influenze e parentele e catalogando senza sosta, costringendo autori e opere in suddivisioni fin troppo progressive, lineari, come se gli scrittori canonizzati dipendessero o l’uno dall’altro o, e per l’autore è senz’altro così, tutti da Shakespeare e da Bloom.

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Oggi il critico letterario Harold Bloom compie ottantaquattro anni. Pubblichiamo un intervento di Edoardo Pisani.

di Edoardo Pisani

L’artista deve vivere nel soggettivo.
Witold Gombrowicz

Come il Sainte-Beuve combattuto dal Proust postumo a inizio Novecento, Harold Bloom è considerato da molti uno dei maggiori critici letterari del nostro tempo, forse l’unico accademico a “godere” internazionalmente dello status di Grande Vecchio, di guru della letteratura. Il suo saggio più conosciuto, Il canone occidentale, è spesso letto e invocato quale baluardo estetico contro i critici marxisti o femministi o multiculturalisti o poststrutturalisti delle università americane, da lui definiti con sprezzo critici del Risentimento – quasi che Bloom non sia, a sua volta e più di altri, un risentito! Il canone bloomiano affonda le radici in Shakespeare, “aurora boreale visibile in un luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai”, in Dante e in Cervantes, per poi innalzarsi e ramificarsi nella letteratura di tutti i tempi, da Montaigne a Milton a Goethe a Kafka, da Whitman a Proust a Borges a Pessoa, delineando influenze e parentele e catalogando senza sosta, costringendo autori e opere in suddivisioni fin troppo progressive, lineari, come se gli scrittori canonizzati dipendessero o l’uno dall’altro o, e per l’autore è senz’altro così, tutti da Shakespeare e da Bloom.

Abusando del suo stesso metodo, potremmo dire che Harold Bloom è a sua volta un discendente di Samuel Johnson e di Sainte-Beuve, critici che peraltro non nega di amare. Ne Il canone occidentale per esempio si passa da Tolstoj a Ibsen a un divertente Freud scespirizzato – “Amleto non soffriva del complesso di Edipo, ma Freud soffriva senza dubbio del complesso di Amleto, e forse la psicoanalisi è un complesso di Shakespeare…” – a Proust a Joyce a una Woolf sempre mal sopportata e a tratti sminuita, una grande scrittrice cui i complessi da maschio medio e da viscerale (e risentito!) critico antifemminista di Harold Bloom costringono a fare letteralmente la paternale – “suo padre, Leslie Stephen, non era l’orco patriarcale dipinto dal suo risentimento”; “Virginia Stephen, una donna organizzata in maniera complessa, avrebbe subìto crolli ancora più frequenti e completi a Cambridge e a Oxford, e non avrebbe avuto l’istruzione letteraria garantitale dalla biblioteca del padre”; “come reazioni al padre, l’estetismo e il femminismo di Woolf erano così compatti che nessuno sarebbe più riuscito a dividerli…” Eccetera eccetera: come il Sainte-Beuve odiato e demolito da Proust, qui Bloom eccelle viscidamente nell’arte della riduzione del genio, manovrando la vita di Virginia Woolf, donna organizzata in maniera complessa (e a questo punto ci si chiede in che limpida maniera fossero “organizzati” gli altri autori del Canone), quale pretesto per regolare le sue beghe con il femminismo accademico.

“They shall not pass!” Questo sembra gridare, mutando talvolta il grido in lamento, Bloom contro i falsi lettori, i risentiti, facendosi scudo con Shakespeare e Dante e combattendo le femministe, i postmarxisti, i decostruzionisti, i semioticisti e via di seguito; poi però il suo stesso astio lo rende simile e forse peggiore dei suoi nemici – un risentito in più! In un mondo in cui assegnano il premio Nobel “a ogni idiota di quinta categoria” (e non al suo Philip Roth) o a scrittori francesi “illeggibili” (Le Clézio) o “che nessuno conosce” (prima del Nobel Modiano era tradotto in oltre 20 lingue, inglese compreso) o a autori turchi, cinesi, svedesi e via dicendo, Bloom ama dipingersi come l’ultimo lettore possibile, uno scespiriano elegiaco accerchiato da una massa di idealisti risentiti – di cui non si accorge di far parte!

Harold Bloom o del risentimento, dunque. Oppure Harold Bloom o del furore genealogico, catalogante. O ancora, e forse soprattutto, Harold Bloom o della riduzione del genio, come quando scrive del padre di Virginia Woolf o del fascino di Goethe – “Goethe incantava così tanto se stesso e chiunque lo circondasse che nessuno dei personaggi da lui creati reggeva il confronto con il suo creatore” – o di Edgar Allan Poe – “Poe viene accettato a un livello così universale che è impossibile escluderlo dai maggiori autori americani, sebbene la sua scrittura sia quasi sempre pessima” – o di Arthur Rimbaud – “Rimbaud fu un grande innovatore nell’ambito della lirica francese, ma sarebbe sembrato molto meno rivoluzionario se avesse scritto nella lingua di William Blake e William Wordsworth, di Robert Browning e Walt Whitman…”; al che ci viene da opporre i famigerati merde scagliati da Rimbaud all’ormai ignoto Auguste Creissels o da chiederci più educatamente per quale motivo bisogna mettere in competizione, manco la letteratura fosse una corsa campestre o un torneo di bocce, geni diversissimi quali Keats, Hugo, Baudelaire, Rimbaud, Whitman, Dickinson, Eliot e così via, tralasciando i contemporanei.

Per bisogno di un canone? Per foga genealogica, suddividendo influenze e debiti e grandezze e scrivendo frasi del tipo: “Tutti i movimenti francesi sono stranamente in ritardo rispetto alla letteratura angloamericana…”? O per i soliti complessi misuranti di Harold Bloom, che sembra valutare le prestazioni di ogni grande scrittore, da Milton a Tolstoj a Joyce a Beckett, con il righello Shakespeare?

Nei confronti di Tolstoj le pagine del Canone sono esemplificative: dopo aver dichiarato che “è doloroso parlare di limitazioni in Tolstoj, limitazioni che tuttavia esistono solo se lo si paragona a Shakespeare” e che “non sappiamo se Tolstoj avesse mai amato qualcuno, compresi i suoi figli”, Bloom confessa di essere spesso “tentato di organizzare un gioco di società in cui classificare gli scrittori più grandi in base al loro grado di solipsismo…”

E in questo caso il pensiero corre, o meglio schizza, a un lampo di Roberto Bolaño, il “concorso di masturbazione che organizzano i presidenti e le tre uniche modalità di vittoria: grossezza, vinta dall’ambasciatore dell’Ecuador, lunghezza, vinta dall’ambasciatore del Brasile, e lancio del seme, prova massima, vinta dall’ambasciatore d’Argentina.” Ecco: la prova massima onanista, il lancio del seme, contenuta ne La letteratura nazista in America, ci pare adatta tanto agli ambasciatori di Bolaño quanto agli insopportabili cataloghi di Harold Bloom, sorta di critico onnisciente che riduce e incasella e condanna ogni grande autore a una masturbazione a perpetuità, nei secoli, affibbiando prolunghe scespiriane o dantesche (o whitmaniane – “You villain touch!”) e indicando al common reader l’inimitabile foga orgasmica di Omero o Dante o del Bardo di Stratford-upon-Avon…

Bolaño aveva letto i saggi di Harold Bloom. “Credo che Bloom si sbagli, come in tante altre cose” afferma in Tra parentesi, contestando una sua lettura nerudiana, salvo poi aggiungere che “in tante altre cose Bloom è forse il miglior saggista letterario del nostro continente.” Bolaño infatti era un ammiratore di Harold Bloom, seppure con molte riserve, tanto da scrivergli delle lettere (purtroppo non ancora edite), citarlo in diversi articoli e addirittura parodiarlo, sbeffeggiandone la foga catalogante e competitiva. “Nell’immenso oceano della poesia” scrive in un celebre brano de I detective selvaggi, ripreso ne I dispiaceri del vero poliziotto, “distingueva varie correnti: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfe e fileni…” E ancora: “Una pazza, secondo San Epifanio, era più vicina al manicomio fiorito e alle allucinazioni in carne viva, mentre i finocchioni e le finocchie vagavano sincopatamene dall’etica all’estetica o viceversa…” Oppure: “Il panorama poetico, dopotutto, era essenzialmente la lotta (sotterranea), il risultato del conflitto fra poeti finocchioni e poeti finocchie per impadronirsi della parola…”

Bloom è un grande lettore di poesia, forse l’unico americano a conoscere e amare tanto Leopardi quanto Campana, tanto Neruda quanto Nicanor Parra, e Roberto Bolaño, enfant terrible della poesia contemporanea, lo sapeva – come resistere alla tentazione di pasticciarne lo stile? Hai un grande critico, sei un grande scrittore – che altro puoi fare, se non sbeffeggiarlo? In effetti sarebbe interessante conoscere la reazione di Harold Bloom di fronte ai pastiche critici di Bolaño; un lettore attento e egocentrico come lui non può non riconoscere il proprio metodo, il proprio stile – e trasalire!

Bloom: “Come Whitman, Dickinson è la più pericolosa delle influenze dirette. I seguaci più fedeli di Whitman sono quelli più nascosti: l’Eliot della Terra desolata e Stevens. Allo stesso modo, la massima influenza di Dickinson si osserva in Elizabeth Bishop e May Swenson, che si sforzarono di non assomigliarle sulla superficie poetica. La sua affinità più ovvia è quella con la poesia di Emerson, ma i suoi immediati precursori, come quelli del filosofo, sono i tardoromantici inglesi, e le sue affiliazioni nascoste sono sorprendentemente shakespeariane…” Bolaño: “Il fatto è che un poeta frocione come Leopardi, per esempio, ricrea in qualche maniera poeti froci come Ungaretti, Montale e Quasimodo, il trio della morte. Nello stesso modo Pasolini rivernicia il frociume italiano attuale, si veda il caso del povero Sanguineti (su Pavese non metto bocca, era una checca triste, un esemplare unico nella sua specie)…”

“I suspect Bolaño is another period piece. His excess attracts but flows away…” Così risponde Bloom a chi gli chiede di Bolaño, prevedendone la scomparsa e circoscrivendolo al suo tempo, e tuttavia al riguardo sembra insolitamente evasivo, incerto, incapace di stroncarlo veramente. Negli Stati Uniti I detective selvaggi e 2666 sono stati accolti come le opere estreme di uno dei massimi scrittori degli ultimi anni, con studi approfonditi sulle maggiori riviste e clin d’oeil ovunque (Bolaño si affaccia persino in un film da blockbuster quale Now you see me, con Woody Harrelson che lo legge prima di essere arrestato dall’Fbi – e chissà se l’omaggio è opera del regista o degli sceneggiatori o dello stesso Woody Hareelson…). Possibile che Harold Bloom, giudicando la mania bolaniana another period piece, un fenomeno passeggero, non sappia stroncarlo in modo più deciso, con veemenza, come fa con altri autori? O è incapace di raccoglierne la sfida?

“Non mi sembra che nella letteratura contemporanea ci sia nulla di radicalmente nuovo. Non ci sono più grandi poeti…” ripete laconicamente Bloom (che noia!) a El país – al che l’intervistatore gli chiede di Bolaño, appunto, e la risposta è tanto ambigua quanto sfuggente, breve: “Lì dentro c’è qualcosa, vedremo. Io e lui avevamo molte differenze, anche se ha detto che l’ho influenzato…” Dopodiché Bloom passa a elogiare Parra e Vallejo e soprattutto Octavio Paz, suo “very dear friend” e arcinemico di Bolaño, a proposito del quale si guarda bene dall’aggiungere altro, limitandosi a quel we’ll see, vedremo, in tono paternalista – come se Bolaño fosse uno studentello sul banco di prova della posterità! Quanto a lui, Harold Bloom, ça va sans dire: Bloom è il dio esaminatore, il giudice dei grandi scrittori; e chi altri potrebbe esserlo? Dio è morto, il dottor Johnson e Sainte-Beuve sono morti, Harold Bloom non si sente molto bene…

Un autore che ha avuto il coraggio (e il talento!) di attaccare apertamente Bloom è Jonathan Franzen. I due si detestano: Bloom considera le opere di Franzen dei Pynchon di terz’ordine e Franzen si fa beffe continuamente delle teorie e del maschilismo bloomiani. Se Harold Bloom non sembra aver colto i pastiche e la sfida di Bolaño, Franzen ha di sicuro risposto alle critiche di Bloom – e il duello è in atto! Bloom dice, ripetendo la solita litania: “Nella nuova generazione non c’è nessuno paragonabile a Roth, Pynchon, DeLillo e McCarthy, e non riuscirò mai a capire l’entusiasmo per David Foster Wallace e Jonathan Franzen. Ho finito da poco Libertà e mi sembra Pynchon in versione annacquata…” Franzen risponde: “Bloom mi ricorda Norman Mailer: entrambi non possono ammettere che qualcosa di buono sia venuto dopo la loro generazione. I critici come Bloom tendono ad amare gli autori che essi stessi hanno aiutato a emergere. Io ho portato i miei lavori direttamente ai lettori senza bisogno del suo aiuto e non mi sorprende se ciò lo ha irritato…” A questo bisogna aggiungere che Franzen si è scagliato con estrema violenza (che coraggio!) anche contro Philip Roth, noto protegé di Bloom, affermando che “invece di pensare in modo ossessivo a vincere il Nobel, farebbe meglio a scrivere libri migliori” – e in effetti viene da chiedersi, con un filo di malizia, quali letterine di buon compleanno abbia scritto il Roth degli anni Ottanta a Harold Bloom e quali non abbiano invece mai scritto Saul Bellow, definito da Bloom “an immensely wasted talent”, o lo stesso Jonathan Franzen…

Franzen massacra la teoria delle influenze di Bloom. Tutto Il progetto Kraus può essere letto in chiave antibloomiana, e a ragione, giacché Kraus stesso derideva e massacrava Freud, uno dei capisaldi del canone bloomiano. “Nel mio ultimo semestre al college avevo letto alcuni saggi di Harold Bloom in cui si parlava molto di poeti ‘forti’ e poeti ‘deboli’” racconta Franzen. “Dato che io comunque avrei scritto romanzi, immaginavo che mi avrebbe dato molta più gioia e soddisfazione essere forte…” E più avanti: “Quando cominciai a leggere il Pynchon, nel seminterrato della casa di periferia della famiglia che mi ospitò per le prime cinque settimane a Berlino, stavo leggendo anche L’angoscia dell’influenza di Bloom, come se Pynchon fosse un virus letale e la teoria letteraria la tuta protettiva che mi avrebbe permesso di maneggiarlo senza rischi. Ma la tuta era inutile…”

Oppure, in Più lontano ancora: “Secondo Harold Bloom, che sulla distinzione tra autori ‘deboli’ e autori ‘forti’ nella sua acuta teoria dell’influenza letteraria ci ha costruito una carriera, non sarei consapevole di quanta influenza E. M. Forster eserciti tuttora su di me. L’unico a esserne pienamente consapevole sarebbe proprio Harold Bloom.” E finalmente: “Il più grande problema della domanda sulle influenze, tuttavia, è che sembra presupporre che i giovani scrittori siano blocchi di argilla morbida sui quali certi grandi scrittori, morti o viventi, lasciano un marchio indelebile. E la cosa più fastidiosa per lo scrittore che cerca di rispondere con sincerità è il fatto che quasi tutte le sue letture gli hanno lasciato una sorta di marchio…”

Per il momento l’attacco krausiano di Franzen non ha sortito alcun effetto; dall’Università di Yale non giungono reazioni, risposte. Probabilmente il guardiano del Canone è troppo impegnato a non leggere Roberto Bolaño…

Bloom continua a lamentarsi, nelle interviste e nei saggi: non ci sono più grandi scrittori, non ci sono più grandi poeti, gli ultimi premi Nobel sono perlopiù illeggibili, il tal libro di certo non è un capolavoro, la tal grande scrittrice di racconti (Alice Munro) non è all’altezza di James o Hemingway (ma perché confrontarli?), il tal grande scrittore in realtà è uno scribacchino, eccetera. In America e in Europa è considerato un maestro della letteratura occidentale, l’unico critico in grado di dare del tu ai maggiori scrittori contemporanei e ai classici, soppesandoli e suddividendoli e classificandoli senza tregua; di fatto però è talmente preso dai propri canoni e cataloghi e scuole delle età e paternalismi saccenti e attacchi ai “risentiti” da non accorgersi di appartenere a sua volta a una corrente letteraria ben più elementare, stucchevole, una scuola che proclama da tempo non la fine del romanzo o la morte dell’autore bensì l’estinzione del lettore puro, appassionato, incolpando il chiasso linguistico della modernità, i videoclip, Mtv, il rap, il pop, l’ignoranza delle masse e via di seguito, fino al cinismo o alla rassegnazione, al disincanto – forse perché le loro opere non sono abbastanza lette, amate?

“Non riesco a immaginare poeti, interpreti dell’essere, nell’eone che viene” scriveva Guido Ceronetti già nel 1996, prefaendo le sue poesie. “Anime in esilio tante, e disperate, ma non di questo tipo, non capaci di versarsi in poesia. Lo stato delle lingue stesse non lo consentirà, la vigilanza feroce del Brutto – acustico o visivo – non lo consentirà…” Dopo Ceronetti il diluvio, quindi? O dopo Ceronetti (e Bloom) il Dio Selvaggio, cioè la ribellione e il caos, il grido di Yeats e lo scempio di Ubu roi – l’Apocalisse, infine! O dopo Ceronetti (e Bloom, i cui saggi peggiori non valgono una sola poesia di Ceronetti) il linguaggio del Brutto acustico o visivo o verseggiante o romanzesco – qualunque esso sia! Recentemente, in una serie di articoli ripresi nel Tragico tascabile, lo stesso Ceronetti si è definito con ironia uno scrittore prima semifallito e poi semiriuscito – fallito perché incapace di impedire la degenerazione della lingua italiana, “spregevolmente prostituita all’angloamericano”, con “un libro di eccezionale bellezza eppure in grado di attrarre all’incirca venti milioni di lettori”; riuscito perché in possesso di “un riparo forte come la morte: la tranquillità d’animo di un dovere perfettamente compiuto, secondo la parola di Baudelaire, faro nelle tenebre, comme un parfait chimiste et comme une âme sainte…”

In Francia, varcando il faro e i fiori baudelairiani e scavalcando le Alpi, la situazione è pressoché identica, con la belle langue in preda a inglesismi di ogni tipo e gli scrittori sempre più marginali, esausti, rassegnati o a imitare goffamente i bestseller d’oltreoceano (con il beneplacito degli editor) o a morire per la lingua, con la lingua. Un esempio: “Il disincanto è quel processo per cui la letteratura sembra non soltanto volgere al termine per esaurimento dei suoi due veicoli supremi, il romanzo e la poesia, ma anche quello che raccoglie per effetto dell’ottenebramento del mondo o per il fatto di non poter più rivaleggiare con il sociologico, il cinema, l’ignoranza, il crollo sintattico…”

Qui pare davvero di leggere la chiusa elegiaca del Canone; si tratta invece de Il disincanto della letteratura di Richard Millet, malinconico custode di una lingua in declino e di un canto del cigno culturale, canto fin troppo rassegnato, come se le nuove generazioni fossero incapaci di leggere e di scrivere – e di aggredire (perché no?) i risentiti come Millet o Bloom! Per fortuna Richard Millet, a differenza di Harold Bloom, ha la lucidità di aggiungere: “Può darsi anche che non sia l’era del romanzo che vedo volgere al termine ma sono io che sono arrivato a un’età in cui il romanzo si è esaurito in me, sono io che ho smesso di interessarmi e che ho bisogno, scrivendo, di reinventarlo in me, compito sicuramente impossibile e tuttavia più che mai urgente nella sua feconda inattualità…” Ah, se soltanto Bloom scrivesse la stessa cosa, internandosi fra gli esauriti piuttosto che prendendosela con il rap e il rock e i premi Nobel e i fumetti e indicando il proprio Canone come unica via di salvezza – la salvezza del lettore autentico, scespiriano, bloomiano!

Shakespeare, appunto. Harold Bloom è innegabilmente uno migliori saggisti scespiriani del nostro tempo, benché sia Shakespeare a salvare il lettore bloomiano e non viceversa – cosa che talvolta sembra credere Bloom, ergendosi a ultima sentinella della letteratura occidentale, quasi che Otello e Iago abbiano bisogno dei suoi libri per non essere travolti e linciati e sradicati dal palco (e dalle librerie) da una massa di ideologi risentiti, dal pubblico, come le marionette di Davoli e di Totò nell’Otello di Pasolini. In ogni caso, Shakespeare, L’invenzione dell’uomo è la sua opera più riuscita; per Bloom le commedie e i drammi scespiriani compongono una vera e propria Bibbia dell’umanità, un codice linguistico e comportamentale che si tramanda fra le generazioni e che di fatto crea il pubblico, l’uomo.

Gli stessi critici del Risentimento, afferma Bloom, sono caricature di Iago e Edmund; Shakespeare non solo mette in scena la natura umana, come già scriveva il dottor Johnson, ma la incarna, la è, in tutte le sue variabili psicologiche e emotive. Shakespeare è Dio, fondamentalmente, e a leggere Harold Bloom pare che il suo attuale rappresentante in Terra sia proprio Harold Bloom, mentre Samuel Johnson potrebbe essere un valido Gesù Cristo (e a questo punto, spingendo il gioco più in là, Antonin Artaud, voce quasi assente dal Canone, un Giordano Bruno, Emily Dickinson una Giovanna d’Arco, la Recherche di Proust un’arca di Noè, eccetera eccetera – fino all’Apocalisse di Mtv?).

Lo Shakespeare di Bloom vuole essere definitivo, totale. Le maggiori opere del Bardo sono studiate e scandagliate con originalità e talento e i personaggi rivivono nel testo, accompagnando l’autore e il lettore fino a diventare opere anch’essi, ricreandosi a ogni rilettura e chiamando in causa altri lettori e critici scespiriani, personaggi a loro volta, voci, da Johnson a Wilde a Levin a Freud, da Kierkegaard a Nietzche a Pirandello a Beckett, componendo una sorta di orchestra interpretativa dei drammi, un prisma critico cui il giudizio di Harold Bloom è al tempo stesso la summa e il canone, l’ultima chiave di lettura possibile – e spesso è davvero illuminante, come quando scrive che “non riusciamo a guardare Amleto da un numero sufficiente di prospettive e ne cerchiamo sempre di nuove, perché la grandezza e l’indifferenza non fondono tanto il principe nella natura quanto confondono la natura con lui” o che “la meraviglia, la gratitudine, lo sgomento e lo stupore” sono l’unico approccio giusto a una lettura critica di Shakespeare.

Altrettanto spesso, tuttavia, il risentimento e il protagonismo di Bloom prendono la scena, scalzando la gratitudine e lo stupore e riducendo le opere scespiriane a mero scudo per le sue battaglie accademiche, invero più simili a beghe condominiali che a battaglie, attaccando i marxisti, le femministe e gli ideologi di ogni genere, colpevoli di contestualizzare ideologicamente Shakespeare (è il famigerato “Shakespeare francese”, per Bloom), oppure sputando en passant su grandi scrittori per lui sopravvalutati, come de Sade (un francese, guardacaso!), che oltre a scrivere “in maniera abominevole”, sarebbe soltanto un mediocre epigono dell’Angelo di Misura per misura, profanatore della commedia e sadico ante litteram…

Pur volendosi totale, esaustivo, lo Shakespeare di Harold Bloom è perciò totalizzante, totalitario, per usare un gioco di parole di Romain Gary, costringendoci nei malumori e nei pregiudizi del suo autore, nel suo assolutismo saccente, risentito. Un’opera che, pur partendo da presupposti simili, ossia la grandezza e l’universalismo biblico di Shakespeare, può essere raffrontato e a tratti perfino opposto alla lettura di Bloom è Di vita si muore di Nadia Fusini, viaggio nello “spettacolo delle passioni” delle maggiori tragedie scespiriane, a sua volta strutturato come un dramma in sé, con un prologo, cinque atti, un intermezzo (il demone della lussuria) e un congedo, cioè l’epilogo.

Di vita si muore, dunque, e l’apparente ossimoro del titolo, unito al nome dell’autrice, ci porta sia a Shakespeare che a Virginia Woolf, alla storia d’amore vissuta con Vita Sackville-West, su cui Nadia Fusini ha scritto pagine memorabili, appassionate – la stessa Virginia Woolf maltrattata ne Il canone occidentale, e anche questo contrappone le due letture, come Simone Weil, citata in epigrafe di Di vita si muore e protagonista di Hannah e le altre, una fool scespiriana (così si definiva lei stessa) del tutto ignorata da Bloom…

Bloom contro Fusini, quindi. Un punto di incontro per il duello potrebbe essere la lettura elotiana dell’Amleto, Hamlet and his problems, nella quale il dramma scespiriano viene definito senza mezzi termini an artistic failure, un fallimento artistico, disarmonico, puzzling, troppo denso di pathos e di scene superflue, inconsistenti, da tagliare o rivedere. Cosa rispondono Harold Bloom e Nadia Fusini? Per Bloom “il nostro enigma irrisolto deriva dal fatto che la maggiore personalità teatrale della produzione shakespeariana è al centro di un dramma famoso per le sue ansiose aspettative, per i suoi ritardi incessanti, che sono più della parodia di una vendetta rimandata all’infinito. Amleto è un grande attore, come Falstaff e Cleopatra, ma il suo regista, il drammaturgo, sembra punire il protagonista per essergli sfuggito di mano, per essersi trasformato nello spiritello maligno che ha rubato la ghirlanda ad Apollo e forse aver suscitato più dubbi di quanti il suo creatore ne nutrisse già” – e risponde alle critiche elotiane riprendendo una frase di William Hazlitt, it is we who are Hamlet, Amleto siamo noi, e adducendo: “Credo che Eliot, con tutte le sue ferite, abbia reagito alla malattia spirituale di Amleto, il malessere più enigmatico della letteratura occidentale.”

Nadia Fusini invece lascia perdere le “ferite” di Eliot, qualunque esse siano, affrontando le sue critiche strutturali al dramma: “Da tempo leggo Amleto, e da sempre, ancora prima di aver letto Deleuze, da sempre so che nelle anse, nelle pieghe, si nasconde il suo principio costruttivo. Il suo ritmo non è affatto ‘tutto uno sbaglio’, come sostiene Eliot. Se il testo si piega e si ripiega e si avviluppa, e l’azione ristagna, si intasa, non è perché la forma rinascimentale abbia perduto la sua magnifica misura: il fluire ordinato di atto in atto di un’azione e una materia scenica che deriva le sue leggi da un teatro, che è quello greco, nella rilettura degli umanisti. O nella riscrittura di Seneca. Shakespeare non fa questo. […] È su una piega del tempo che si incanta il principe-attore. Il tempo è, nella misura più semplice, la misura del passaggio, il calcolo del movimento; Amleto lo sa bene. E lo sa la tragedia in cui sta, che è soprattutto un dramma sulla natura del movimento. La questione del moto finito e infinito, la meraviglia, lo stupore di fronte al movimento, davanti a una differente rotazione dei pianeti, della terra, sono assolutamente centrali alla struttura logica del secolo. La trasformazione intellettuale che ne deriva è strabiliante. Vertiginosa.”

E questa vertigine rinascimentale, che Bloom taccerebbe stupidamente di “contestualizzazione”, per Nadia Fusini diventa lingua, linguaggio, fra le pieghe della volontà e dell’essere, del divenire – “Lapsed in time and passion: Shakespeare non conosceva il greco, ma conosceva bene il latino, ed è straordinaria la ricaduta del verbo latino labor, lapsum, sum, labi, che perfettamente trasporta in ‘lapsed’ il labor di Amleto, quel suo faticoso muoversi tentennando, cadendo e ricadendo, continuamente scivolando lungo il vettore del Tempo nelle sabbie mobili della sua passione…”

Il confronto – per ribaltare contro Bloom il suo stesso metodo agonistico – è impietoso: da una parte si tirano in ballo le supposte ferite di Eliot, una citazione di Hazlitt e il “malessere della letteratura occidentale”, dall’altra ci si addentra nel pathos e nel linguaggio scespiriani, scavando fra le pieghe strutturali e visionarie del testo. Più in generale, mentre Nadia Fusini vive e soffre e ama con Shakespeare, Harold Bloom sembra troppo preso a difendere il proprio status di grande critico, di censore e catalogatore, tendendo generalmente a chiudere le opere studiate, restringendone la grandezza e concentrandosi sulla psiche dei personaggi (dove le sue letture eccellono) ma non sulla lingua, sulle parole.

Di vita si muore invece è aperto, libero, traboccante di ossessioni e gelosie, di follie e amori, di ira e urla – di passione. “Com’è che il grido della creatura è così bello?” chiede Simone Weil sulla soglia del libro, e Nadia Fusini risponde con un vortice in fermento, cinque atti sequenziali, una spirale emotiva e filologica piena di sound and fury che intorno ai drammi e nei drammi si fa ritmo, lingua, perfino visioni, teatro, portando in scena tutto lo scibile del sentire umano, dall’amore alle ossessioni, dal furore alla follia, fino ad assorbire il lettore, ovvero lo spettatore, in una “recita” ormai diventata mondo, furia, bellezza, vita – e di conseguenza morte, giacché di vita, di troppa vita forse, si muore.

“Come not between the dragon and his wrath” ammonisce il re Lear nella sua furia, e Nadia Fusini, per cui la lingua è tutto, spiega: “Nel termine wrath – che è parola di origine sassone – rifulgono le spire serpentine che nella radice antica alludono a un moto del corpo e dell’animo che in sé si attorciglia e che nell’immagine della piega e dell’intrigo trasporta l’idea di malvagità. Lì, in quella radice, non a caso si intrecciano la collera rabbiosa del vecchio Lear e l’astuzia maligna (wreth) delle figlie. Il male si attorciglia. Il male è un serpente…”

E se il male è un serpente la lettura di Di vita si muore si attorciglia a sua volta, segue i moti e le serpentine del linguaggio e delle passioni umane, e sa essere addirittura politica, con buona pace di Bloom, ad esempio quando l’autrice descrive l’epidemia di peste bubbonica di inizio secolo, con i soccorritori che bussano alle porte delle case “così forte da risvegliare gli ammalati, bussano, bussano; ma se dentro sono tutti morti nessuno apre e allora sfondano la porta per raccogliere i cadaveri…” – e così in Shakespeare la morte bussa e lo spettatore trasale, sgomento, da Otello a Misura per misura al terribile Macbeth, nel secondo atto, al Whence is that knocking? e dopo il My hands are of your colour; but I shame to wear a heart so white, ripreso in Corazón tan blanco di Javier Marías, non a caso un traduttore, come Nadia Fusini. E allora: Knock. I hear a knocking. Knock. Hark! More knocking. Knock. Wake Duncan with thy knocking! Sveglia Duncan coi tuoi colpi! Knock, knock, knock! Ma Macbeth ha ucciso il re Duncan nel sonno, e la tragedia – la morte, la paura – picchia alla porta e ci pervade…

“Di paura traboccano queste tragedie. E di pietà.” Così scrive Nadia Fusini nel magnifico congedo del saggio, a proposito di Bruto, di Amleto, di Ofelia, di Otello, di Desdemona, di Lear, di Cordelia, di Macbeth e della sua Lady, che di pietà hanno bisogno, e tuttavia le due frasi possono riguardare anche i libri di Harold Bloom, seppure in senso opposto – fino a farsi grido: “Di paura difettano questi saggi! E di pietà!”

Di pietà e di paura sono privi tanto i saggi quanto le singole opinioni di Harold Bloom, scaltramente sparse fra articoli e interviste e prefazioni, la sua saccenteria mista a arroganza e il suo stesso metodo di lettura, non dissimile da quello di Sainte-Beuve. Di sciocca presunzione è invece invasa la sua foga da inventario, che lo spinge a suddividere e classificare o persino a soggiogare i grandi autori di ogni tempo, quasi competessero con lui, mentre nessuno scrittore o artista si lascerà mai incastrare in uno schema critico o impiccare a un albero genealogico, scespiriano o meno – la letteratura non è un albero, Bloom, bensì una foresta in fiamme o una selva oscura! Scrivere del disamore di Tolstoj o del risentimento antipatriarcale di Virginia Woolf non intacca in alcun modo le loro opere, al contrario, semmai svilisce e condanna e rende dimenticabili e ripetibili proprio i saggi di Harold Bloom – giacché morto un Sainte-Beuve, morto un Harold Bloom, se ne disfarà sempre un altro.

Non esitiamo quindi a dichiararci contro Bloom, con forza, pur riconoscendone l’erudizione e un certo talento critico, già lodati da Roberto Bolaño e in parte da Jonathan Franzen, nell’ambito della poesia – quanto a noi, ci basta leggere il primo paragrafo di L’arte di leggere la poesia (“La poesia è essenzialmente linguaggio figurato, condensato in modo tale che la sua forma sia espressiva e al contempo evocativa. La figuratività si distacca dal significato letterale, e la forma stessa di una grande poesia può essere un tropo o figura retorica…”) per essere sopraffatti dalla noia e dalla nausea e vomitare e preferirgli qualsiasi poesiaccia o racconto zoppicante dell’ultimo degli scribacchini, che in quanto ultimo sarebbe pure interessante. Tale reazione è forse eccessiva, violenta, oltre che poco fine, e tuttavia è proprio per eccesso e per violenza, oltre che per amore, che ci diciamo contro Bloom, e i toni a tratti urlanti e isterici di questo attacco vogliono per l’appunto opporsi allo stile compassato dei saggi bloomiani, alla loro boria pretenziosa – noi siamo contro Bloom!

Noi siamo contro Bloom. Bisogna ripeterlo, urlarlo! Noi siamo contro Bloom e sogniamo una letteratura che incanti e travolga e strazi e sgomenti, una letteratura fatta tanto di parole quanto di gesti (oggi è il compleanno di Harold Bloom), se necessario una letteratura disperata e feroce ma se possibile scevra dal risentimento e dai calcoli, dalla vigliaccheria. Noi siamo contro Bloom e vogliamo credere, vogliamo disperatamente credere nei lettori che commuovevano Roberto Bolaño un mese prima di morire, che in fin dei conti siamo noi stessi o i nostri figli, “i lettori tout court, quelli che hanno ancora il coraggio di leggere il Dizionario filosofico di Voltaire, che è una delle opere più amene e moderne che io conosca…”

Noi siamo contro Bloom e sogniamo Arturo Belano e Arthur Rimbaud; noi sogniamo l’Arthur Rimbaud sognato da Antonio Tabucchi in Sogni di sogni, la notte del ventitre giugno 1891, a Marsiglia, mentre sogna lui stesso di abbandonare l’ospedale in cui dovrà morire per fare l’amore un’ultima volta, incartando la sua gamba amputata in un poema e sdraiandosi in un granaio – “Quando si furono amati la donna disse: resta. Non posso, rispose Rimbaud, devo partire, vieni fuori con me, a vedere l’alba che sorge…” Noi sogniamo una letteratura racchiusa, come in un guscio di noce, bounded in a nutshell, in un unico verso di Pessoa, A lua começa a ser real, La luna comincia a essere reale. Noi siamo contro Bloom e sogniamo la Rachel Bespaloff di Nadia Fusini, in Hannah e le altre, e l’Omero di Simone Weil (Ne recommençons pas la guerre de Troie!) e di Rachel Bespaloff e di Nadia Fusini, giacché chi scrive e chi legge “entra in un dialogo tra ombre, tra doppi, che affiorano come fantasmi nella lingua, tanto che alla fine si fatica a capire chi parla, chi parla in chi…”

Noi sogniamo dei lettori che sappiano leggere il Danubio di Claudio Magris sulle sponde della Senna, che come il viaggiatore danubiano riescano a osservare o a immaginare il “fluire che si apre e si abbandona alle acque e agli oceani di tutto il globo”, fino alla morte di Ognuno e alle parole di un poeta, Biagio Marin, “comò ‘l scôre de un fiume in t’el mar grando” – perché non c’è narrazione che non sbocchi in poesia, e viceversa. Noi sogniamo una letteratura che non renda saggi o liberi o migliori bensì consapevoli e ribelli, una letteratura fatta di amore e urla e fiumi e ribellione, poiché “lesen macht rebellisch”, leggere rende ribelli, scriveva Heinrich Böll. E infine noi sogniamo una conclusione veramente elegiaca. Una conclusione sofferta, sbagliata, che Harold Bloom non potrebbe mai capire. Perché noi sogniamo una finestra. Noi sogniamo la notte e le luci oltre quella finestra – mentre ci chiamano alla vita! Noi sogniamo una finestra e il buio e il terrore di uno sguardo scagliato nel vuoto, e in quel vuoto, contro quel vuoto, nella letteratura, noi gridiamo abbasso Bloom – e tanti auguri!

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L’arte della guerra di carta e inchiostro https://minimaetmoralia.it/scrittura/larte-della-guerra-di-carta-e-inchiostro/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/larte-della-guerra-di-carta-e-inchiostro/#comments Wed, 10 Jul 2013 13:23:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14942 Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

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Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

Un po’ di rigore folle non guasta. Non leggere mai gli autori contemporanei. Non leggere mai gli autori della tua terra altrimenti il tuo terreno di azione si restringerà visibilmente. Non essere invidioso e se proprio lo devi essere siilo solo nei riguardi di Dostoevskij, Hemingway, Faulkner, Dante, Boccaccio, Joyce, Edgar Allan Poe e Orazio.

Non avere fretta.

Anela la sconfitta iniziale perché quella è la via per la Scrittura. Le sconfitte ti rendono più forte o ti eliminano dalla competizione. Sia che ti eliminino sia che ti rafforzino sono funzionali alla tua via per la Scrittura.

Punto 2. Cosa deve essere lo scrittore?

Deve essere pazzo, spugna, narratore, comunicatore, missionario, sognatore, ladro, artigiano, guerriero, esploratore, giullare, acrobata, maiale, iconoclasta, lurido verme, vigliacco, cornuto, bocchinaro, asceta, renitente, anarchico fascio o marxista ma mai moderato di centro, falso, baro, pederasta, coprofilo, randagio, prostituto ma mai mercante, bavoso, squallido, ironico, disadattato, mitico.

Punto 3. La casa di uno scrittore non può essere una casa qualunque. Deve avere un angolo tutto suo. Magari una stanza. Nella stanza i quadri dei grandi del passato. È preferibile avere Hawthorne, Dick, Leopardi, Bukowski poggiato a un frigo, Céline che si tiene le mani tra i capelli, lo sguardo di Poe, Joyce, Dostoevskij. Inoltre il bagno deve essere sempre libero. Il bagno è un luogo sacro per pensare e riordinare appunti. La tazza del bagno è un trono d’oro. La carta igienica è un gong di fine round. La cucina e il televisore devono essere il più lontani possibile. In bagno la foto di Melville è fondamentale perché ti ricorda di continuo ciò che è insuperabile ogni volta che ti fai la barba. Una casa troppo calda o troppo fredda non va bene, ma dovendo scegliere è meglio avere freddo. L’ideale è un appartamento all’ultimo piano. Una casa indipendente andrebbe bene, ma presupporrebbe un tenore di vita che condiziona quello che scrivi. Un appartamento è l’ideale. E ci vuole un balcone per la notte.

Punto 4. La sposa di uno scrittore deve essere curiosa, riflessiva, silenziosa e discreta. Incompetente nella Scrittura e mai ambiziosa. Una sposa (o uno sposo) estranea al mondo editoriale tiene lo scrittore lontano dalla vita pubblica, dai party, dalle serate letterarie e dalle accozzaglie del mondo della Scrittura. La sposa di uno scrittore deve essere sempre presente nell’assenza e assente nella presenza. Se parliamo di sposo deve essere paziente e bisessuale. La sposa di uno scrittore deve essere intelligente e porca. La sposa di uno scrittore deve avere i capelli neri.

Punto 5. Le case editrici hanno bisogno di te e tu di loro. Non aspettarti nulla da una casa editrice. Case editrici medie sono meglio di case editrici grandi o piccole. La casa editrice migliore è quella che ti lascia ampia libertà. Le promesse delle case editrici valgono per quello che sono: promesse.  E quelle dei librai ancora meno. I librai sono mercanti, ma mercanti illuminati. Avrebbero potuto vendere canne da pesca o dildi nodosi e invece hanno puntato sui libri e questa scelta li nobilita. Ma si tratta di terreni diversi e lo scrittore non deve entrarci. I librai ti diranno che sono in grado di indirizzare la propria clientela verso i tuoi libri. Uno scrittore non deve scendere nemmeno su questo terreno.

I librai tuoi lettori ti supporteranno. Questi sono i migliori.

Punto 6. I corsi di scrittura sono inutili per gli scrittori di talento e per i negati nell’arte della Scrittura. Vanno bene per i bravi inconsapevoli. Tenere corsi di scrittura per uno scrittore è una iattura. Perderà tempo prezioso e sarà costretto a leggere manoscritti mediocri.

Punto 7. La città di uno scrittore deve essere brutta, squallida e priva di un tessuto letterario. I boschi possono andare bene. Il mare invece presuppone che uno scrittore abbia avuto successo e questo è un male. Fabbriche e panorama cementificato vanno bene. L’Hinterland Nord di Milano è perfetto. Meda lo è ancora di più.

Punto 8. Le presentazioni sortiscono un effetto disastroso. Lo scrittore perde il ritmo ed è costretto a confrontarsi con chi legge o non legge la sua roba quando tutto quello che ha da dire lo dice nei suoi libri. Presentare un libro è come spiegare al proprio figlio le tecniche di masturbazione: imbarazzante, inutile e innaturale. Le presentazioni a cui lo scrittore parteciperà gli faranno perdere forza. La sua Scrittura ne risulterà menomata e il suo fascino di mago ne resterà deturpato.

Le presentazioni vengono realizzate per vendere libri, dare risalto sulla carta stampata e rinsaldare i rapporti coi librai. Una presentazione che fallisca tutti e tre gli obiettivi è una sciagura. Lo scrittore avrà pagato un tributo alto e il bottino non varrà un decimo del sacrificio. Inoltre spiegare la propria opera è impossibile e al tempo stesso dannoso. Andare in tour è il massimo della rovina.

Presenziare ai post presentazione è deleterio perché neutralizza sia la giornata dedicata alla presentazione che il giorno successivo. Uno scrittore che abbia la forza di evitare tutte le presentazioni propostegli è uno scrittore di valore.

Punto 9. Le amicizie di uno scrittore devono essere improntate alla fuga dalla letteratura. Uno scrittore che frequenta altri scrittori è uno scrittore mediocre o finito. I tuoi amici siano operai, tecnici, meccanici, papponi, clown, ma non gente del mondo editoriale.

Punto 10. Scrivere con la penna o col pc è uguale. Scrivere di notte o all’alba è uguale. Scrivere nel silenzio o nel chiasso è uguale. L’importante è farlo tutti i giorni e lasciare la frase nel momento ideale. Né un momento prima né uno dopo che l’ispirazione sta calando. Quando la prima stesura è terminata bisogna stamparne una copia e rispettando la cabala lasciarla per tre mesi tra un libro di Garcìa Màrquez e uno di Orwell. Anche un libro di Pound e uno di Baudelaire possono andare bene. Sul tavolo bisogna tenere una copia di Bartleby lo scrivano, per l’ispirazione e It per le copie vendute. Mai scrivere a pancia piena. Mai scrivere dopo aver fatto l’amore su un letto.

Punto 11. Uno scrittore non deve mai entrare in politica, mai lavorare per il mondo intellettuale e in generale non lavorare più del dovuto. Abituare la famiglia alla frugalità è fondamentale. Mai organizzare festival o incontri letterari. Non curare mai antologie. L’ozio dello scrittore è costruttivo come l’appostamento di un carnivoro in attesa di prede.

Punto 12. Gli amori per uno scrittore sono materiale per le storie. Uno scrittore dovrebbe innamorarsi solo di amori impossibili come ad esempio persone morte o della propria suocera. La masturbazione è pratica tollerata. Bisogna evitare di scopare con lettrici o lettori.

Punto 13. Gli incubi e le ferite. Lo scrittore deve sperare di avere una vita infelice. Molte ferite molti romanzi. Pochi soldi molti romanzi. I genitori morti sono di aiuto. Se la ragazza o il ragazzo che avete amato muore siete sulla buona strada. Se vi hanno violentato da bambini il Dao della Scrittura sarà luminoso.

Se rispetterete i tredici punti e avete talento diventerete scrittori, altrimenti al massimo diventerete gente che scrive libri.

I tredici punti sono il meglio.

I tredici punti sono il bene.

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Per il corpo di mille cyber-balene, ahr https://minimaetmoralia.it/editoria/ebook-pirateria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/ebook-pirateria/#comments Thu, 21 Feb 2013 09:44:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13151 A dicembre è uscita la nuova edizione di Pazzi scatenati - Usi e abusi dell'editoria, stavolta per Tic, una minuscola casa editrice che pubblica un libro e mezzo l'anno e si finanzia vendendo parole magnetiche. O qualcosa del genere. Non mi trovo molto a mio agio a parlare del libro ma un paio di frasi sono nella condizione di doverle proprio mettere insieme. E sia: per me Pazzi scatenati è uno scritto sulla vanità, sull'illusione e sulle «odiose velleità» (per dirla con Marco Montanaro) che regolano tanta parte della filiera editoriale. Circostanze che hanno portato un'abbondante sezione della filiera medesima a prostrare una generazione di precari, dal canto loro correi di partecipare alla giostra – anche questi si sono illusi col sudore dei loro anni migliori di poter cambiare qualcosa. Non era vero, non era possibile, o almeno quasi mai. Ammesso che il libro un merito ce l'abbia è quello di parlare di queste cose con una certa levità.

minima&moralia mi offre l'onore di proporre qualche pagina dalla nuova edizione. Discorrendone un po' si è pensato di prendere uno stralcio da un capitolo sui nuovi media. In particolare nel brano qui sotto si parla degli scan ripper, una delle misconosciute figure che popolano il panorama della cometa che (forse) stravolgerà il mercato del libro che conosciamo oggi.

Nel business editoriale ci sono solo due attori ad avere il futuro garantito: i lettori e gli autori, a cui paghiamo il 70 per cento dei diritti. Tutti gli altri devono lavorare per assicurarsi un futuro. L’ecosistema che ruota intorno al libro dovrà adattarsi al nuovo e per farlo bisogna sforzarsi di creare valore aggiunto. Non si vince mai se si combatte contro il futuro: il futuro vince sempre.

Jeff Bezos

Il capo di Amazon, Jeff Bezos, ci mette in guardia: «Il futuro vince sempre». E una delle partite che il futuro propone al mercato del libro è quella della pirateria e delle nuove formule di fruizione artistica. Lo abbiamo visto con la musica, abitudini come quella del peer-to-peer, la pratica di scaricare file piratati su Internet, fanno presto ad attecchire. Un passo avanti si fa quando si riconosce che in realtà chi si scarica i file altri non è se non un cliente a cui è negato un servizio. Quale? La possibilità di scaricarsi film, musica, libri – non tanto senza pagare – ma in modo libero e senza avere ogni volta l’onere di dover spendere per un prodotto che ancora non conosce. Perché ormai ci siamo abituati a questa possibilità.

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A dicembre è uscita la nuova edizione di Pazzi scatenati – Usi e abusi dell’editoria, stavolta per Tic, una minuscola casa editrice che pubblica un libro e mezzo l’anno e si finanzia vendendo parole magnetiche. O qualcosa del genere. Non mi trovo molto a mio agio a parlare del libro ma un paio di frasi sono nella condizione di doverle proprio mettere insieme. E sia: per me Pazzi scatenati è uno scritto sulla vanità, sull’illusione e sulle «odiose velleità» (per dirla con Marco Montanaro) che regolano tanta parte della filiera editoriale. Circostanze che hanno portato un’abbondante sezione della filiera medesima a prostrare una generazione di precari, dal canto loro correi di partecipare alla giostra – anche questi si sono illusi col sudore dei loro anni migliori di poter cambiare qualcosa. Non era vero, non era possibile, o almeno quasi mai. Ammesso che il libro un merito ce l’abbia è quello di parlare di queste cose con una certa levità.

minima&moralia mi offre l’onore di proporre qualche pagina dalla nuova edizione. Discorrendone un po’ si è pensato di prendere uno stralcio da un capitolo sui nuovi media. In particolare nel brano qui sotto si parla degli scan ripper, una delle misconosciute figure che popolano il panorama della cometa che (forse) stravolgerà il mercato del libro che conosciamo oggi.

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Nel business editoriale ci sono solo due attori ad avere il futuro garantito: i lettori e gli autori, a cui paghiamo il 70 per cento dei diritti. Tutti gli altri devono lavorare per assicurarsi un futuro. L’ecosistema che ruota intorno al libro dovrà adattarsi al nuovo e per farlo bisogna sforzarsi di creare valore aggiunto. Non si vince mai se si combatte contro il futuro: il futuro vince sempre.

Jeff Bezos

Il capo di Amazon, Jeff Bezos, ci mette in guardia: «Il futuro vince sempre». E una delle partite che il futuro propone al mercato del libro è quella della pirateria e delle nuove formule di fruizione artistica. Lo abbiamo visto con la musica, abitudini come quella del peer-to-peer, la pratica di scaricare file piratati su Internet, fanno presto ad attecchire. Un passo avanti si fa quando si riconosce che in realtà chi si scarica i file altri non è se non un cliente a cui è negato un servizio. Quale? La possibilità di scaricarsi film, musica, libri – non tanto senza pagare – ma in modo libero e senza avere ogni volta l’onere di dover spendere per un prodotto che ancora non conosce. Perché ormai ci siamo abituati a questa possibilità.

Chi sarà in grado di accettare la scommessa della fruibilità – un sistema che per quanto combattuto da produttori, editori, tycoon è stato ormai assorbito dall’utenza media al punto che potrebbe essere riconosciuto come un segno dei tempi, un cambio di paradigma nel campo della ricezione artistica – potrebbe ritrovarsi per le mani le carte per vincerla. Chi invece si ostinerà ad arroccarsi sulle proprie posizioni, fissando il prezzo di un e-book a 11,99 euro, sarà seppellito dai tempi [Cfr Roberto Giacobbo, Aldilà, o in altre parole: rip].

«Perché mi devo comprare il disco di Tiziano Ferro rischiando 20 euro senza sapere se mi piace?» si domanda Andrea Belli, raffinato web designer. «Io voglio scaricarmelo, senza pagare. Ma non perché non voglio dare i soldi a Tiziano Ferro. Non voglio spendere 20 euro a prescindere da Tiziano Ferro; se invece mi chiedessero un euro per il suo disco – e io avessi un minimo di interesse – me lo scaricherei, è un euro, sticazzi. Come sta succedendo nelle applicazioni per iPhone. La gente ne scarica una marea, senza sapere se servono, gli piacciono perché costano 79 centesimi. C’è un download compulsivo di cose. Io mi scarico di tutto, ci stanno le applicazioni gratuite, le applicazioni gratuite infarcite di pubblicità (succede il più delle volte su Android). Esiste questa libertà di scaricarsi la roba senza un onere di prezzo. Ora, in America questa cosa succede già: paghi un abbonamento a un servizio, 10 o 12 euro al mese. Per esempio c’è Netflix[1]. In realtà ce ne sono vari, Netflix è il più famoso, è per i film. Per la musica la stessa Amazon ha un servizio di download per abbonamento».

Per quanto riguarda il mercato editoriale non c’è ancora niente di simile nemmeno negli Stati Uniti, però non è impossibile immaginare anche per i libri uno scenario di questo tipo. Del resto i file testuali favorirebbero il peer-to-peer migliore in assoluto: essendo file leggeri si potrebbe godere dell’intero servizio (tutto il libro) in una frazione di secondo (per musica, serie tv e cinema i tempi di download vanno da qualche minuto a qualche ora).

«Pagando un fee mensile, cioè una tassa sulla cultura, in America io ho la possibilità non tanto di avere quello che mi piace – perché per quello che mi piace ce li spendo dodici euro – ma di poter scaricare quello di cui non sono sicuro. La differenza è questa. Sto pagando un piccolo abbonamento per tutto ciò di cui non sono certo, che voglio provare.

«Se ci pensi è una tassa sulla cultura. Pago dodici euro al mese e posso accedere a tutto quello che voglio. Questi dodici euro tu li puoi chiamare abbonamento, ma effettivamente è una tassa. Per cui io ti do dodici euro per i film, dodici per la musica, dodici euro, un domani, per il mercato dell’editoria. Prima o poi sta cosa probabilmente diventerà statale. A un certo punto s’arriverà al fatto che tu avrai un account, ok? Avrai un account, sarà riconosciuto come legale quello – stiamo parlando quasi di fantascienza eh, però sarà più o meno così – non avrai numero di telefono, carta d’identità, carta di credito, non c’avrai un cazzo: avrai un account a cui tutto è riferito, e da quell’account potrai pagare una tassa per avere tutto quello che ti pare. Perché i mercati della musica, del cinema e dell’editoria saranno liberi, dal punto di vista privato. E considera che per quanto riguarda i film e le serie tv succederà presto. Nell’arco di un anno e mezzo ci sarà Netflix pure in Italia».

Al di là degli scenari più o meno futuribili appena vaticinati, bisogna riconoscere che l’occasione che si presenta al mercato editoriale è proprio questa: l’opportunità di sapersi avventurare in uno spazio vergine, di poterlo coltivare. Volendo lanciare un’ipotesi tra le infinite possibili si potrebbe dire che per un gruppo di editori medio-piccoli non sarebbe nemmeno troppo costoso tirare su una struttura del genere. Si tratterebbe di organizzare un sistema per cui pagando un abbonamento i lettori avrebbero diritto a scaricarsi in formato e-book tutti i libri che vogliono degli editori aderenti. Sarebbe controproducente? Non credo, piccole e medie case editrici sfruttando al meglio il meccanismo del rental potrebbero attrarre un pubblico che sinora non avevano. Tutta quella fascia di lettori che non se la sentiva di acquistare testi di editori sconosciuti, magari potendo fruirne liberamente e a costi contenuti, si accosterebbe a libri prima trascurati. E leggendoli si appassionerebbe. E appassionandosi finirebbe per volerli comprare – di carta.

«Io è una vita che non compro un disco, mi scarico tutto ovviamente. Però se qualcuno mi dicesse che con dodici euro al mese avrei accessibilità tranquilla a quello che scarico, a roba di qualità, senza il rischio di scaricarmi un porno o un cd compresso male… ma è sicuro che ce li metto dodici euro. Piano piano s’arriverà a quella cosa che t’ho detto dell’account. Facebook – che è un sistema rudimentale – è comunque un primo passo verso uno strumento che ti consente di fare tutto. Facebook è integrato già con tutto. Quando si fa un sito non si usano più i propri account, non si cercano i propri clienti: ci si rivolge a quelli di Facebook e di Google, che in qualche misura sono certificati da loro. Che poi non si sa mai eh, Internet è una cosa talmente arretrata che può succedere ancora di tutto. Stiamo all’età della pietra con Internet. Perché si vede che esiste. Il problema di Internet è che si vede che c’è. La tecnologia è fatta bene quando è invisibile. Col computer tu vedi ancora i file, ancora vedi la corrente. Un domani tu non vedrai più la corrente, vedrai la luce».

Andrea Belli ci ha fatto notare come chi scarichi illegalmente sia «un cliente a cui è stato negato un servizio», a me piace pensare che si tratti di una persona che sente la necessità di soddisfare un bisogno non ancora percepito. Ed è proprio per soddisfare questo bisogno che è nata la pirateria editoriale. L’affascinante regno sommerso degli scan ripper è l’ultimo scorcio di asteroide che mi concedo di indagare – la lente ce la fornisce ancora Luca Calcinai – e, dopo questo, che il masso ci colpisca pure, e vada come vada.

 

«La pirateria esiste da prima che gli editori iniziassero a pensare agli e-book. Chi legge molto, e ne ha scoperto le caratteristiche, ha subito apprezzato i vantaggi della lettura digitale. Personalmente ho iniziato “solo” nel 1999, e all’epoca l’offerta legale di libri che non fossero di pubblico dominio era praticamente assente. I lettori avevano fame di libri e gli editori non venivano incontro a queste esigenze. È nata così la pirateria editoriale, una pirateria ben diversa da quella di altri settori. Mentre nella musica, nei film e nei videogame i pirati si limitano a duplicare prodotti digitali già esistenti, in campo editoriale il pirata parte dal libro di carta, lo scannerizza da cima a fondo, lo passa all’ocr per estrarne il contenuto in forma testuale, lo rilegge per correggere i frequenti errori di scansione e rimuovere intestazioni e numeri di pagina, e lo reimpagina editandolo graficamente in modo che rispecchi quanto più possibile l’originale. A volte il pirata ha una propria linea grafica personale, e in tal caso edita da capo i contenuti perché rispecchino il suo stile. In passato si sono succeduti diversi gruppi che hanno organizzato i propri lavori in collane, ad esempio La biblioteca del brivido, una collana realizzata da un piccolo gruppo di scan ripper che si dedicava prevalentemente a thriller, horror, fantascienza e fantasy; oppure Bluebook che invece prediligeva narrativa e saggistica. Queste persone hanno cessato l’attività da tempo, ma altri gruppi si sono succeduti. Alcuni si sono dati anche una sorta di “etica” scannerizzando solo libri fuori catalogo (anche se ancora sotto diritti) o libri usciti da almeno un anno.

«Inoltre da qualche tempo si trovano per i canali del peer–to–peer anche libri prodotti nativamente in digitale dagli editori, libri che sono stati acquistati da qualcuno e da questo qualcuno liberati dalle protezioni e messi in circolazione, ma questo genere di copie (peraltro spesso già “disponibili” come scansioni da cartaceo) sono una minoranza».

Al settembre 2012, sono circa 36.000 i titoli presenti nei cataloghi legali, mentre è ragionevole stimare a circa 70.000 i titoli reperibili illegalmente. È evidente che la pirateria non si ferma con l’applicazione di drm ai libri digitali, perché comunque la fonte primaria a cui attingono gli scan ripper è la carta, e la carta non si può proteggere in alcun modo:

«I lettori che si sono avvicinati al mondo digitale hanno sempre attinto al catalogo degli scan ripper, è inutile negarlo, ma in genere hanno sempre premiato le vie legali quando si sono rese disponibili. Come è possibile quindi arginare il fenomeno della pirateria? I drm sono inutili e ora [in nota[2], N.d.A.] ti spiego il perché. Come mai gli editori insistano nell’adottare a tappeto questa falsa protezione, invece di implementare un watermark[3] (che al contrario è più difficile da rimuovere e più accettabile agli occhi dei lettori) è incomprensibile, per me come per molti lettori abituali di e-book. Ho chiesto ad alcuni editori tra i più solerti a implementare il drm perché insistessero, malgrado le indicazioni contrarie anche dell’aie. Le risposte si possono riassumere in “noi lo elimineremmo, ma gli autori lo esigono”. Ho chiesto ad alcuni autori, tra cui Carlo Martigli e Marco Buticchi, e mi è stato risposto che quelle cose le decidono gli editori…

«Insomma, se vogliamo rendere inutile la pirateria bisogna batterla sul suo terreno. Un esempio di successo, come dicevamo prima, sono gli store di Apple: musica e applicazioni sono reperibili in tempo reale a un prezzo irrisorio. Chi si rivolge al “lato oscuro” per procurarsi da leggere non lo fa solo perché si tratta di contenuti gratuiti. Il motivo principale è la facilità di reperimento».

 


[1] Negli Stati Uniti Netflix è stato il primo servizio di rental. È partito affittando tramite abbonamento mensile cinque film, che venivano inviati all’utente per posta. A restituzione avvenuta, l’abbonato poteva ordinarne altri cinque. Funzionava così da prima della rete, ed era molto popolare: a fronte di un abbonamento abbordabile (12 dollari al mese) il cliente godeva di una fruibilità continua. Non rischiava di spendere per un film che non gli piacesse, era continuamente nella condizione di riceverne di nuovi.

[2] «Un drm cripta i contenuti rendendoli illeggibili. Aprendo un file criptato ti troverai di fronte a un’accozzaglia di caratteri apparentemente casuali che nulla hanno a che vedere col file originario. Per decrittare questi contenuti c’è bisogno di una chiave che decodifichi il testo, un po’ come il procedimento descritto nello Scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe: a ogni lettera era associato un diverso simbolo e per decifrarlo serviva una tabella di corrispondenza. Ma come funziona in pratica? Facciamo l’esempio del drm Adobe, quello più diffuso sui file ePub e pdf; quello che crea più problemi. Innanzitutto un utente che desidera acquistare (e leggere!) libri protetti col drm Adobe deve scaricare un’applicazione che si chiama Adobe Digital Editions disponibile per Windows e per Mac O SX (ma non per Linux). Poi deve installarlo sul proprio computer. A questo punto ade chiede di “autorizzare” il computer. Se si acconsente, ade chiede una e-mail e una password e con queste crea la cosiddetta Adobe id (un account che viene generato dai server della Adobe) e genera la chiave di decrittazione personalizzata che risiederà sul computer stesso. Il computer è autorizzato, resta da sbloccare il dispositivo di lettura (mica leggerete un romanzo sullo schermo di un pc?). Colleghiamo l’e-reader, il tablet (o lo smartphone, se avete gli occhi buoni) al pc e nuovamente ade ci chiede se vogliamo autorizzare il dispositivo collegato. Ne possiamo autorizzare cinque. Tutto ciò va fatto prima di acquistare un qualsiasi libro protetto, e tutto ciò è quanto normalmente non viene fatto dall’utente ignaro di queste procedure. Siamo pronti ad acquistare il nostro libro preferito. Andiamo su uno degli store on-line, lo mettiamo nel carrello, scarichiamo un file. Quel file non è un ePub (o pdf), ma un file con estensione .acsm. Il lettore che non ha effettuato la prima parte ed è passato subito all’acquisto non sa che farsene. Non c’è verso di leggerlo e si imbufalisce. Chi invece ha fatto tutta la procedura precedente può accedere al file .acsm. Che non è altro che la descrizione di ciò che si è acquistato, e che viene inviato (tramite ade) al server Adobe che accederà al libro richiesto, lo cripterà con le credenziali dell’acquirente e lo scaricherà direttamente nel pc. Solo in quest’ultima fase riceviamo un file ePub (o pdf) contenente il libro vero e proprio, libro che può essere letto solo sul pc e sui dispositivi autorizzati».

[3] Con watermark si intende l’inserimento di informazioni personali relative all’acquirente visualizzabili direttamente all’interno dell’e-book acquistato. Il watermark non impedisce l’accesso al contenuto ma essendo solitamente posizionato nella zona del frontespizio è comunemente considerato un buon deterrente, difficilmente verrà infatti commercializzato un libro con su scritto “copia di Tizio”.

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