editorialisti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/editorialisti/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:10:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg editorialisti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/editorialisti/ 32 32 A proposito di questa cosa chiamata lavoro intellettuale https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/a-proposito-di-questa-cosa-chiamata-lavoro-intellettuale/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/a-proposito-di-questa-cosa-chiamata-lavoro-intellettuale/#comments Sat, 31 Mar 2012 16:54:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7263 di Federica Sgaggio

Il lavoro si paga. Questo non si discute.
L’affermazione è logicamente e moralmente incontestabile, e in effetti non risulta che il cosiddetto governo tecnico o la Confindustria abbiano mai mosso eccezioni.
Tutti, però, siamo consapevoli – per averlo vissuto anche in prima persona – che nella realtà della nostra vita quotidiana quest’affermazione è smentita molto spesso dai fatti.
Sul tema della retribuzione del lavoro intellettuale, poi, si è cominciato a ragionare e a confrontarsi già da tempo, e – recentemente – anche sulla scorta delle riflessioni promosse dai Tq intorno alle questioni dello statuto identitario del lavoratore intellettuale, e della promozione della dignità e dei diritti (anche retributivi) dei lavoratori editoriali.

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di Federica Sgaggio

Il lavoro si paga. Questo non si discute.
L’affermazione è logicamente e moralmente incontestabile, e in effetti non risulta che il cosiddetto governo tecnico o la Confindustria abbiano mai mosso eccezioni.
Tutti, però, siamo consapevoli – per averlo vissuto anche in prima persona – che nella realtà della nostra vita quotidiana quest’affermazione è smentita molto spesso dai fatti.
Sul tema della retribuzione del lavoro intellettuale, poi, si è cominciato a ragionare e a confrontarsi già da tempo, e – recentemente – anche sulla scorta delle riflessioni promosse dai Tq intorno alle questioni dello statuto identitario del lavoratore intellettuale, e della promozione della dignità e dei diritti (anche retributivi) dei lavoratori editoriali.

Un paio d’anni fa, interrogandomi sulla deriva della mia professione per così dire «storica» – quella di giornalista dipendente, interna a una redazione – mi sembrò di cogliere l’esistenza di un nesso (non saprei se di causalità o no, ma propenderei per un no) fra il depauperamento del ruolo dei giornalisti «interni» e la contemporanea superfetazione di quello dell’«intellettuale esterno», chiamato a commentare, spiegare, raccontare, definire, argomentare in editoriali e articoli di fondo alcuni dei fatti salienti della nostra vita collettiva, e non necessariamente culturale.
Quasi nessun giornale, insomma, permette che a commentare i fatti siano i giornalisti a cui paga uno stipendio: quei giornalisti sono sempre più spesso chiamati a fare desk, a diventare invisibili, a fare opera di carpenteria intellettuale, di modo che siano costruiti cornice, travature e supporti materiali (il disegno delle pagine, la scelta delle foto, la titolazione, e un’infinità di altri adempimenti) al lavoro di altri, che – non giornalisti professionisti, ma magari intellettuali diventati pubblicisti in virtù dei loro pezzi di commento usciti sui giornali – a quel punto costruiscono l’edificio vero e proprio: le solette, le pareti, i pavimenti e i tetti.
La linea del giornale viene interpretata da loro; e la «casa-giornale» ha colori e volumi che, collettivamente, i collaboratori intellettuali hanno concorso a definire.
L’«intellettuale esterno» chiede e ottiene il pagamento del suo pezzo di analisi (cosa che l’economia di mercato non consente di contestare), e viene autorizzato a credere che produrre commenti sia un lavoro con un suo autonomo statuto professionale, o – al più – una delle multiformi declinazioni della sua complessa professionalità, che si esprime nello scrivere e pubblicare libri propri, nel curare l’editing di libri altrui, nel promuovere iniziative culturali, nell’assumere il ruolo di conferenziere, di presentatore, di docente.

Questo comporta la conseguenza che i giornalisti si sono trasformati in schiere di papà Geppetti che lavorano coi chiodini e il martello, e se proprio vogliono poter sperare di tornare a scrivere un’analisi sul loro giornale devono prima conquistarsi l’identità di «intellettuale» altrove, fuori dal giornale; e a quel punto, forse, se ne riparla (o forse anche no, perché se sei voluto diventare «intellettuale» adesso puoi pure fare l’intellettuale fuori di qui, grazie, perché i nostri intellettuali di riferimento ce li abbiamo già).
Questa conseguenza non pare rilevante quasi a nessuno. E di questi tempi, d’altra parte, mi rendo conto che è difficile sostenere le ragioni dei giornalisti…

Secondo quel che vedo, però, c’è un’altra conseguenza su cui ha senso riflettere, e sottende la questione relativa alla definizione di «lavoratore intellettuale».
In cosa si sostanzia il lavoro intellettuale? Quando il lavoro intellettuale è lavoro stricto sensu, e quando – invece – rappresenta un’attività finalizzata alla costruzione di un’identità-immagine di sé come «lavoratore intellettuale»? Dove collochiamo il confine fra l’uno e l’altra? In quale misura un «lavoratore intellettuale» opera in una sfera semplicemente relazionale o conviviale che, al di fuori di ogni quantificabilità mercantile del suo specifico apporto professionale, contribuisce a fare di lui l’intellettuale che è?

Io sono ragionevolmente certa che un «lavoratore intellettuale» abbia totale necessità di vicinanza, scambio e confronto continuo con altri esseri umani, intellettuali e non.
È solo attraverso la relazione e lo scambio che un intellettuale può ritenersi in movimento. È solo incamminandosi su un sentiero aperto alla penetrazione delle idee e delle intuizioni altrui che si può creare la possibilità di contaminazioni e di fecondità.
Anche questo mi pare un dato di fatto incontestabile sul quale nemmeno il governo tecnico potrebbe dissentire, anche se – immagino – nessuno di noi lo interpellerebbe sul punto.

Tutti sappiamo quanto possa essere difficile mantenersi con un lavoro intellettuale. Le cose funzionano meglio, in genere, se il lavoro intellettuale preminente è un lavoro strutturato; se si è insegnanti, per esempio; o se si è dipendenti di un qualche datore di lavoro del settore.
Ma funzionano ancora meglio – e in molti casi, splendidamente meglio – se il prezzo del proprio lavoro è aumentato dal sovrapprezzo del proprio brand.
Una borsa di Vuitton, un abito di Armani o un foulard di Hermès valgono certamente per il materiale di cui sono fatti e per la quantità di lavoro che vi è stata impiegata, ma anche per il brand che vi è impresso. Sappiamo tutti che il gioco del mercato esige la capacità di creare una chiara identità di marchio; e a questa legge non sfuggono nemmeno le professioni intellettuali.

Ora.
Eravamo partiti dalla considerazione lapalissiana secondo cui il lavoro va pagato.
A questo punto sono in condizione di fare una domanda: a quali condizioni, l’attività di un intellettuale va pagata?
In prima approssimazione, credo di poter dire che l’attività di un intellettuale vada pagata quando si configura come prestazione lavorativa.
Incontrare «colleghi» che discutono di temi di interesse comune è «lavoro» o costruzione di relazioni, di vicinanze, di percorsi? È professione o costruzione di me come intellettuale (o come brand, se uno ci tiene)?
Partecipare a un seminario che per qualunque motivo mi pare interessante è «lavoro» o costruzione di me come intellettuale?
Scambiare opinioni e pareri, ascoltare, confrontarmi, vedere «colleghi» che mi raccontano esperienze diverse dalle mie, stringere relazioni umane e forse anche professionali con loro è «lavoro» o costruzione di me (come persona, come «intellettuale» o come brand, se – ripeto – uno ci tiene)?
Sentirsi motivati, dopo l’ascolto degli altri, a parlare di sé, a dire delle proprie esperienze, a discutere, a controbattere, a ragionare ad alta voce, a costruire reti che non siano necessariamente strategicamente rilevanti per l’incremento della propria fama e del proprio reddito, a mettersi in relazione con gli altri, è «lavoro intellettuale»?

La mia idea è che questo non è «lavoro».
Questo è l’espressione di un universo che col «lavoro intellettuale» necessariamente convive, ed è l’universo dello scambio delle idee, senza il quale nessun lavoro intellettuale si rende possibile.

Ha dunque senso ritenere che fra le prestazioni professionali di un lavoratore intellettuale vadano incluse la sua presenza, la sua eventuale attenzione, l’auspicabile implicazione del suo pensiero e il suo non obbligatorio ricorso alle parole in un contesto comunitario e non commerciale?
Ha senso pagare un lavoratore intellettuale, quando si confronta liberamente con altri, senza che gli si presenti nemmeno il vincolo di strutturare un proprio intervento su un tema specifico?
È ragionevole supporre che fra le «buone pratiche» del «mercato» del lavoro intellettuale (mi scuso per le virgolette, ma ci sono alcune denominazioni con le quali mi trovo in difficoltà) ci sia la retribuzione della presenza di un intellettuale per il solo fatto che egli c’è, e magari (se ci tiene) porta il suo nome e il suo corpo come insegne del suo «brand»?

Non avrebbe più senso immaginare che le occasioni che ho definito comunitarie siano ciò a cui il mio reddito di lavoratore intellettuale mi rende possibile partecipare, come attività volontaria e non mercantile?

Non sto parlando dei rimborsi spese, che meriterebbero altro tipo di riflessioni a cui faccio qui solo un breve cenno: per esempio, a me e chissà a quanti altri è capitato di partecipare un’infinità di volte, anche dietro invito, a incontri, riunioni, reading e conferenze anche ben distanti da casa mia, senza aver chiesto nemmeno il rimborso dei biglietti del treno o dei pernottamenti; ma questo accade quando c’è un interesse autentico nelle cose che si fanno, e per quelle cose si vive una passione; e quest’interesse ognuno lo spende legittimamente – insieme ai soldi veri e propri! – nelle iniziative che più gli vanno a genio (o, magari, meglio gli consentono di definirsi «brand»).

Mi rendo conto che non aver mai chiesto nessun rimborso e nessun pagamento – e, anzi, avere spesso insistito affinché le associazioni o i gruppi che organizzavano gli incontri tenessero per sé, a scopi di autofinanziamento, qualunque cifra potessero aver pensato di destinarmi – potrebbe avere autorizzato una lettura di me come donnina naif di scarso profilo intellettuale.

Dice: ma tu hai uno stipendio, e questo ti dà la possibilità di fare la generosa.
Sì, prendo uno stipendio. Ma questo non mi dà di per sé la possibilità di fare la generosa: un po’ perché, come diceva sempre mia nonna, «ognuno conosce i fatti suoi»; un po’ perché nel momento in cui ci si definisce «lavoratori intellettuali» bisognerebbe aver chiaro il fatto che è grazie al «lavoro» intellettuale – dipendente o no – che ci stiamo mantenendo.
Se con il lavoro intellettuale non riusciamo a mantenerci, forse sarà il caso di ammettere che quel che facciamo non è un «lavoro» intellettuale.
Obiezione: non è colpa nostra se ci pagano troppo poco; se dai libri non ricaviamo abbastanza per vivere; se i nostri contratti co.co.co o come si chiamano o si chiameranno d’ora in poi ci fanno arrancare.
Vero. Giusto.
Però, cionondimeno, la distinzione fra i momenti in cui facciamo lavoro intellettuale in senso stretto e i momenti in cui operiamo in una sfera relazionale e conviviale, al di fuori del nostro specifico apporto professionale, dovremmo poter continuare a vederla.

Altrimenti, tutte le parole d’ordine della nostra alterità al sistema cozzano contro il muro di una contraddizione che a me pare esplosiva: siamo contro le logiche del mercato editoriale, che premia la quantità a discapito della qualità (oh, quanto avrei da dire su questo), e poi però chiediamo che quando si tratta di noi la qualità venga data per scontata, a tal punto che riteniamo giusto sempre e comunque venir pagati.

(Le riflessioni qui sopra nascono a margine del fatto che insieme ad altri sto organizzando, col patrocinio dell’ambasciata irlandese in Italia, la seconda edizione dell’Italo-Irish Festival Exchange, e sulla questione del rimborso e/o pagamento mi sto interrogando molto seriamente. Non solo perché mi rendo conto della difficoltà di organizzare incontri non avendo a disposizione nient’altro che se stessi, le proprie idee, un gruppo di amici, e i propri conti correnti in rosso; ma anche perché le vedo collegate al tema del «brand» su cui da tempo esercito i miei neuroni un po’ naïf).

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