Edna O’Brien Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edna-obrien/ un blog di approfondimento culturale Wed, 04 Apr 2018 11:37:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edna O’Brien Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edna-obrien/ 32 32 Parlarne tra amici. Cosa racconta Sally Rooney https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlarne-tra-amici-sally-rooney/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlarne-tra-amici-sally-rooney/#respond Wed, 04 Apr 2018 06:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36803 di Francesca Massarenti

(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

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di Francesca Massarenti

(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

La reticenza descrittiva di Rooney, insieme alla politica astratta di conversazioni che si tengono sempre al sicuro da obiezioni, le hanno valso entusiastici paragoni con Jane Austen, forse complici la lingua inglese e la prevalenza femminile tra i protagonisti. Rooney tasta la superficie della bolla millennial spargendo abbondanti riferimenti culturali, ma è una bolla in cui è talmente a suo agio da dare forse per scontato l’atteggiamento estetico che lega tutto insieme. Una maniera di scrivere di cui è parte il diniego a farsi portar via pagine intere da parafrasi del tempo presente, così come il rifiuto di esporsi in giudizi o appiccicare etichette. Si tratta di uno stile che, di certo ben radicato in Austen, è però arrivato a Rooney già rivisto e aggiornato.

Conversations parla dell’elasticità di un rapporto senza nome tra due giovani donne, che da amore, relazione sessuale, collaborazione diventa amicizia, sorellanza, avversione, complicità, coabitazione. Faber&Faber (Einaudi da noi) e l’olio su lino Sharon and Vivien di Alex Katz in copertina hanno probabilmente salvato Rooney dallo scaffale chick lit, letteratura per signorine. Per quanto l’insistenza sui tacchi a spillo sia sostituita da scrupolose descrizioni di bottoni – sopra vestiti di lino blu e cappotti di lana nera – i tropi del genere rosa sono dappertutto. Dappertutto, ma sfumati: c’è l’ambientazione urbana, ma la metropoli è Dublino; la vacanza all’estero, ma i voli sono low cost e a tarda notte; i lavori creativi che rendono autosufficienti chi li pratica, ma solo se si è raccomandati dall’esperto del settore. C’è pure la rappacificazione conclusiva durante lo shopping natalizio, a cui mancano solo i fiocchi di neve per diventare il Diario di Bridget Jones, oppure The Dead di Joyce.

È natale anche nel racconto per Granta, Mr Salary, una sorta di prova generale a Conversations in cui risposte sfacciate a domande argute disegnano di sbieco una relazione padre-figlia biforcuta. Sukie, la brillante protagonista, si giostra tra due figure paterne, una immobilizzata dal cancro terminale, l’altra incastrata da sentimenti sconvenienti solo perché inconsueti. Il corpo malato, in Rooney, è curato prima di tutto via internet, attraverso l’accumulo di PDF informativi o spiando forum specializzati, oppure monitorato da sé, con il proprio smartphone. Nel suo pezzo per il New Yorker, “An App to Cure My Fainting Spells”, racconta di come è guarita dagli improvvisi svenimenti di cui soffriva grazie all’allarme periodico di un’app che le ricordava di bere i bicchieri d’acqua tassativi per restare idratata. La malattia invisibile è cruciale anche in Conversations. La sofferenza del corpo prende molte forme: la depressione di Nick, mutevole e invalidante, l’autolesionismo di Frances, che si gratta e pizzica le braccia fino a farsi sanguinare, si pesta le dita dei piedi fino a doversi mordere le guance per non urlare. Ma è una forma di dolore anche la pancia vuota di Frances, che, ossessionata dalla propria fame, compra provviste di pasta e sugo in scatola con gli ultimi quaranta euro racimolati, e va avanti a marmellata e pollo surgelato regalatole da Nick.

In Conversations il tempo è scandito in cicli mestruali. L’aggravarsi dell’endometriosi diventa una contingenza sempre più rilevante per sviluppo narrativo. Lo stupore e la debolezza di Frances davanti al tradimento del proprio corpo la rendono visibile ai passanti quando si accascia a terra, e vulnerabile davanti a Nick, con cui le conversazioni più sincere sono sempre quelle non premeditate, dettate dell’urgenza del corpo dolorante. Doctor Google consola il bisogno di informazioni di Frances quando i professionisti sanitari falliscono, e completa i suoi termini della ricerca, “non riesco a dire che sono”, con problemi comuni e ad alto tasso di alienazione, “incinta” o “gay”. Resta comunque difficile per Frances stare nella sua bolla anche offline: che cosa significa vedere la propria endometriosi scambiata per aborto all’interno di una struttura sanitaria pubblica di un paese che, con un emendamento apposito, l’ottavo, riconosce l’uguale diritto alla vita del feto e della madre? Che cosa significa avere dimestichezza con aeroporti, autobus e viaggi improvvisati, sapendo che Ryanair non distingue chi viaggia per turismo da chi esporta la propria gravidanza per terminarla fuori dai confini nazionali (diritto sancito da un altro emendamento irlandese, il tredicesimo)?

La politica potrà anche restare sullo sfondo della narrazione ermetica di Rooney – appena percepibile e del tutto accessoria a chi sta cercando una lettura rassicurante – ma il microcosmo non smette mai di respirare le scelte del macrocosmo. Ed è indubbiamente austeniano il focus sulle dinamiche relazionali di un gruppo ristretto di conoscenti, da cui traspare un’intelaiatura immediatamente leggibile dal pubblico dei contemporanei. Non c’è bisogno di nominare la chat che ha archiviato anni di conversazioni tra Bobbi e Frances, così come possiamo subito immaginare la copertina fluo dell’I Love Dick che, Nick informa Frances, sta per essere ripubblicato, o ascoltare James Blake, o guardare film con vampiri iraniani.

C’è, però, qualcosa di insoddisfacente nel paragone tra Rooney e Austen, resta il sospetto che si tratti più che altro di un’analogia suggerita dal marketing, affine alla perplessità con cui Frances guarda la signora vittoriana dallo sguardo triste e le mani impegnate a maneggiare fiori che campeggia sulla copertina del Middlemarch che si è portata dal dottore. Senza dubbio Emma è presente in Conversations: sullo scaffale della cameretta di Frances a Ballina, di fianco ad un Nuovo Testamento e un’antologia di letteratura americana. E ci sono le giovani donne belle, intelligenti, ricche con case confortevoli a loro disposizione che si immischiano in affetti e relazioni non loro, l’educazione e il talento manipolati da disponibilità economiche fossilizzate, amministrate da figure genitoriali solo vagamente incoraggianti. Si sottovaluta, però, che la grande invenzione di Jane Austen è lo stile indiretto libero, un modo ingegnoso per mantenere un occhio narrante esterno, ma sviscerare menti e pensieri mettendoli sullo stesso piano delle chiacchiere e delle visite di cortesia.

La prima persona concessa a Frances per raccontare il suo semestre autunnale situa Rooney (insieme alle connazionali Claire-Louise Bennett e Eimear McBride) all’interno del filone “confessionale” che non si appiglia alla pretesa del flusso di coscienza per simulare intimità, e preferisce interrompere le riflessioni teoriche con il “carico mentale”delle commissioni da fare. Claire-Louise Bennett, per esempio, è riuscita con una meravigliosa raccolta di racconti, Pond (2015), a elevare la prima persona a motore narrativo capace, da solo, di rendere liriche pagine di prosa dedicate al pomello di un fornello, contratti d’affitto non rinnovati e cattivo tempo. Rooney resta di certo meno sperimentale di Bennett, ma chat e email che permettono di parlarne fra amici riempiono gli intervalli che in Jane Austen, vuoti, lasciano spazio alle speculazioni, alle analisi dei ricordi e al desiderio per le conversazioni che non stanno accadendo, o meglio, che sono ritardate dalle lettere, dalla distanza, dalle buone maniere che frenano visite e imbrigliano il passaggio di informazioni.

Collegare la prosa calma e asciutta di Rooney direttamente a Jane Austen e ai suoi finali con cerimonia nuziale significa sottovalutare la lunga, sebbene ombreggiata, tradizione novecentesca di scrittura femminile in inglese che Rooney sta contribuendo ad innovare. Dalla ben nota Jean Rhys, Rooney eredita le protagoniste tristi e squattrinate in perenne attesa di assegni e prestiti da amanti passati, come Julia in After Leaving Mr Mackenzie (1930), ma instancabili flâneuses, come Sasha in Good morning Midnight (1939).

È interessante anche rispolverare le somiglianze con The Country Girls di Edna O’Brien, l’epopea in tre volumi di Cait e Baba in fuga dalla provincia, pubblicati nel Regno Unito (tra il 1960 e il 1964) per schivare l’accusa di oscenità da parte della censura irlandese.Eppure Conversations sembra esistere soprattutto grazie alle scrittrici del dopoguerra inglese, lavoratrici intellettuali che traggono beneficio dal Golden Notebook di Doris Lessing (1962), senza invidiarne la complessità, i cui personaggi sono uguali a loro: donne operose, magari in difficoltà, ma mai alcolizzate e mai depresse. Scrittrici prolifiche di prosa pacata al centro di culti sotterranei, indimenticate star dei gruppi di lettura i cui romanzi l’accademia sta iniziando a studiare, e che già sono stati, seppur saltuariamente, tradotti in italiano.

Ricordiamo la serie di romanzi con citazioni bibliche per titolo di Margaret Drabble – sorella in pessimi rapporti di A.S. Byatt – The Millstone (1965), Jerusalem the Golden (1967), The Needle’s Eye (1972). Storie di donne spigliate e delle loro ascese sociali rese possibili da welfare state, educazione universitaria e un nuovo atteggiamento disinvolto nei confronti di sesso e gravidanza: personaggi immuni al compromesso, ma solo perché si stanno confezionando bussole morali capaci di aggirarlo. E ancora, la griglia dell’amicizia tra donne ripetuta con minime variazioni da Barbara Pym. Amiche, o sorelle, che vivono insieme, oppure vicine di casa che intessono la loro relazione mentre fanno altro, di solito faccende domestiche, come vuotare i bidoni dell’immondizia in Excellent Women (1952), e preferiscono il ruolo di perpetua o segretaria a quello di moglie, come in Some Tame Gazelle (1950) e Jane and Prudence (1953).

È uno schema, purtroppo, che finisce per annoiare pubblico ed editori: Pym viene dimenticata per un decennio finché un articolo incoraggiante di Philip Larkin, nel 1977, ne loda “l’occhio per le commedie quotidiane”. Oppure, Anita Brookner, che negli anni ‘80, in coda alla sua carriera da storica dell’arte, inizia a scrivere fiction. Fa uscire un romanzo all’anno, nel 1984 vince il Booker Prize, e scrive solo di zitelle e vedove. Il primo capitolo di Brief Lives (1990) è un capolavoro di caratterizzazione pasticciata, in cui antipatia e cordialità sono indistinguibili: mogli di colleghi, Fay e Julia non hanno nulla da dirsi, ma infilzando favori e dispetti finiscono per condividere un’esistenza (e un uomo). Le protagoniste di Brookner sono badanti, casalinghe, bibliotecarie, professoresse a cui sembra solo mancare il vocabolario per definirsi queer per dare un senso a vite che, e sono loro le prime a stupirsi, non ci si spiega come possano scorrere tanto monotone.

In una delle sue interviste più interessanti – concessa a Joanna Walsh nel 2016, mentre ancora stava scrivendo Conversations – Rooney ammette che la sua ambizione è produrre una “scrittura trasgressiva”. Non basta che a scrivere, o parlare, sia una donna: “sto cercando di trovare forme per esprime me stessa che sovvertano [le tradizionali forme maschili], per rendere il discorso, o la scrittura, trasgressivi. Ma è difficile, perché siamo intrappolate in quelle forme, credo, o almeno lo sento. “La trasgressione di Rooney fermenta nell’interstizio tra il romanzo rosa e il romanzo d’autrice, in cui l’io narrante si rende visibile e udibile in pubblico – in gare di dibattito o di spoken poetry – mentre cerca modi di “esprimere emozioni ed esprimere l’importanza di intimità ed empatia” senza reiterare ideali di femminilità premurosa, e zitta. E forse la ribellione più grande di Rooney è il suo dichiararsi ottimista senza ironia, augurandosi il vero lieto fine millennial: ambiguo abbastanza da garantire spazio e validità a visioni personali di contentezza.

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Piccole sedie rosse. Intervista a Edna O’Brien https://minimaetmoralia.it/interviste/piccole-sedie-rosse-intervista-edna-obrien/ https://minimaetmoralia.it/interviste/piccole-sedie-rosse-intervista-edna-obrien/#comments Fri, 16 Jun 2017 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34623 Pubblichiamo un pezzo uscito su D di Repubblica, che ringraziamo.

MILANO. “Prendiamo un tè? Sa, in Irlanda a quest’ora si prende un drink, ma io ormai vivo da oltre cinquant’anni a Londra, preferirei un tè. Lei invece? Mi spiace tanto per prima”. Edna O’Brien è una donna sublime. Non fa che scusarsi perché quando l’ho salutata, alle cinque in punto nel bar dell’Hotel Principe di Savoia, ha sgranato gli occhi dietro il giornale, dicendomi che l’appuntamento era alle sei e non era affatto pronta. Poi, in uno scatto improvviso, si è alzata, ha detto che no, io non c’entravo nulla, doveva esserci stato un fraintendimento con il suo editore, e mi ha chiesto almeno quindici minuti di attesa. Era appena arrivata dall’aeroporto, doveva prepararsi. Adesso è qui, impeccabile, e ha deciso di dedicarmi tutto il tempo che vorrò. Racconta per filo e per segno la genesi del suo ultimo romanzo (Tante piccole sedie rosse, Einaudi), il diciassettesimo della sua lunga carriera di scrittrice iniziata nel 1960 con il successo di Ragazze di campagna (Elliot).

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Edna O'Brien

Pubblichiamo un pezzo uscito su D di Repubblica, che ringraziamo.

MILANO. “Prendiamo un tè? Sa, in Irlanda a quest’ora si prende un drink, ma io ormai vivo da oltre cinquant’anni a Londra, preferirei un tè. Lei invece? Mi spiace tanto per prima”. Edna O’Brien è una donna sublime. Non fa che scusarsi perché quando l’ho salutata, alle cinque in punto nel bar dell’Hotel Principe di Savoia, ha sgranato gli occhi dietro il giornale, dicendomi che l’appuntamento era alle sei e non era affatto pronta. Poi, in uno scatto improvviso, si è alzata, ha detto che no, io non c’entravo nulla, doveva esserci stato un fraintendimento con il suo editore, e mi ha chiesto almeno quindici minuti di attesa. Era appena arrivata dall’aeroporto, doveva prepararsi. Adesso è qui, impeccabile, e ha deciso di dedicarmi tutto il tempo che vorrò. Racconta per filo e per segno la genesi del suo ultimo romanzo (Tante piccole sedie rosse, Einaudi), il diciassettesimo della sua lunga carriera di scrittrice iniziata nel 1960 con il successo di Ragazze di campagna (Elliot).

Ne parlerà a una platea affollata il giorno dopo e questa è l’unica intervista che ha concesso perché “voglio parlare di ogni cosa, senza superficialità, e questo è possibile una volta sola”. Sa già che l’indomani, come le capita ovunque con questo libro, non ci saranno soltanto signore e ragazze ad ascoltarla. “Quando firmavo copie, mi trovavo di fronte un settanta per cento di pubblico femminile e un trenta per cento di uomini la cui maggioranza era lì per conto della madre o della compagna. Stavolta è diverso”.

Il personaggio maschile del romanzo, lo spietato e tragico dottor Vlad, le ha portato lettori che prima non la conoscevano neppure. “Aveva ragione il mio amico Philip Roth. Gli mandai un manoscritto incompleto della prima parte del romanzo. E lui, nel suo gergo vernacolare del New Jersey, mi disse entusiasta: Gimme more of him. Gimme more of Doctor Vlad”. Ho seguito i suoi consigli. Ho approfondito la figura di quest’uomo da cui del resto il romanzo aveva preso il via”. È la figura ricreata soprattutto su Radovan Karadzic, uno degli spietati e ricercatissimi criminali di guerra diventato celebre per il genocidio durante la guerra dei Balcani. Aveva fatto perdere le sue tracce e al momento del suo arresto, Edna O’Brien lo aveva visto in televisione, con i lunghi capelli bianchi e l’aria da profeta. Si era rivenduto come guaritore, poeta, esperto di erbe mediche.

Il suo posto nella storia però lo avrebbe preso tempo dopo. “Ero a Dublino a girare un documentario sulla mia vita e tra una pausa e l’altra mi colpì un ragionamento del regista. Diceva che secondo Tolstoj non esistono che due storie da raccontare: l’uomo in viaggio e uno straniero che arriva in città. Ecco il criminale dei Balcani arrivare in un piccolo villaggio irlandese”.

E ecco anche Fidelma McBride, l’eroina del romanzo, che s’innamora del presunto guaritore e poeta e va incontro al suo inferno. Amore e tragedia di fronte a un tiranno. “Amore e tragedia vanno sempre insieme. Anni fa, c’erano molte donne a contestare quel che raccontavo. Il fatto che io abbia scavato così profondamente negli amori che ho vissuto e in quelli che ho visto vivere per raccontare poi solo la verità non ha mai fatto piacere a chi fraintende perché vuole fraintendere. Ma insomma, cosa posso farci io se il vero amore è sempre tragico? In letteratura, nell’arte in generale, fuorché in certi musical bisogna dirlo, le grandi storie d’amore sono sempre legate a doppio filo alla tragedia. Cosa può interessarmi di un amore perfetto: marito e moglie in un giardino fiorito? Ciò che è vero è altro. La gelosia per esempio. Pensi a Otello che arriva a uccidere chi ama. No no, per favore. L’amore eterno non esiste. In un solo caso Shakespeare sbaglia. Quando parla dell’età come di qualcosa che non cambia l’amore. Figuriamoci. Cambia tutto con l’età. Dunque se anche esistesse una specie di amore eterno, io ci credo solo a metà. Lo so che ci sono ben altre opinioni. Il vostro Montale, per esempio, che io apprezzo molto, lascia pensare che possa esistere, ma dubito. E Dante? Prendiamo Dante e Beatrice. Certo, ma c’è bisogno di conoscere quel meccanismo che ci porta nell’aldilà. Mi piacerebbe moltissimo esserne in possesso. Ma qui, in questa nostra esistenza, resta pochissimo. Pensi a Giulietta e Romeo. Conosce la storia di Lord Byron e i capelli di Giulietta? Sa, quando Byron arrivò in Italia era molto famoso, dunque gli fu concesso di toccar con mano sotto una teca di vetro nella biblioteca di Mantova i capelli di Giulietta. Be’ lui ne prese una ciocca e se la portò via. Quel che restava di Giulietta. Che storia fantastica. Ma divago. No, no, l’amore eterno è un sogno o una favola. L’amore ci porta via, ci riempie di forza e ce ne toglie altrettanta. È per questo che nella mia vita ho amato così raramente, perché un amore profondo è qualcosa che non va e viene senza lasciare segni indelebili, spesso cicatrici che non si rimarginano”.

Le domando dell’amore del tiranno. Un amore che è tirannico perché cresce nell’animo del tiranno e perché tiranneggia su ogni cosa e si manifesta come inarrestabile desiderio di dominio. È un tipo di eros di cui già Platone parlava nella Repubblica. Edna O’Brien s’illumina: “In Inghilterra mi avrebbero chiesto subito chi avevo amato a 39 anni e come quell’amore era diventato tragedia. Voi, in Europa (ride)… Platone! Oh, mi lasci ricordare”. Della sua vita di amori e celebri party nella swinging London sappiamo tutto. Una straordinaria autobiografia (Country Girl, Elliot) ci ha raccontato ogni cosa. Ma adesso la scrittrice cerca un verso elegiaco di Platone girando il cucchiaino nella tazza di porcellana. “Il suo amore per Dione, in Sicilia, ricorda che verbo usa? Oh Dione, tu che con il tuo amore… Che verbo usa qui Platone? Qualcosa che ha a che fare con il delirio. O forse la febbre? No, no, credo sia il delirio. Può aiutarmi? Lo trova su internet, per favore? Lei è veloce in questo genere di cose? Oppure no, facciamolo dopo. Le dico intanto quel che penso. Immagino che l’eros di cui parlava il filosofo fosse quel sentimento totalizzante che conquista l’anima, ma dovrei rileggere ogni cosa. E soprattutto La Repubblica certo. Ma che fantastico scrittore Platone!”

Parlando di scrittori, Conrad e Coetzee sono dietro il suo ultimo libro. Ma ovunque è Shakespeare. E fra gli irrinunciabili del nostro Novecento, Curzio Malaparte “L’ho letto e riletto. Non se ne parla mai. Da voi è dimenticato. Com’è possibile? Credo che oggi la gente sia terrorizzata dalla profondità. C’è chi mi dice di aver letto quattro libri in una settimana. Ma come si può?  Si finisce per dimenticare anche il titolo dei libri, così. Ma vede: si tratta di persone che non conoscono la felicità di una lettura che ti porta via, ti cambia dentro. Harold Bloom, critico eccezionale, diceva che non aveva avuto in vita sua una relazione umana così ricca e intensa come quella costruita con Shakespeare, rileggendolo. La letteratura ci fa crescere e ci fa capire gli altri. Altrimenti a cosa servirebbe? In questo, per me il maestro è Cechov. Tocca il punto decisivo come nessuno. Neppure Tolstoj”. Le raccolte di racconti che la O’Brien ha pubblicato (nove), tanto influenzate dall’arte di Cechov, per ora si sono interrotte. Un altro romanzo è in attesa di essere scritto. Una storia molto difficile per la quale la scrittrice si sta documentando con viaggi e interviste.

Lo stesso lavoro che le è servito a raccontare la seconda parte di Tante piccole sedie rosse, quando Fidelma si trasferisce in una Londra di immigrati, disperati, reietti e scopre un’umanità più elevata. “Non avevo quasi mai raccontato Londra e certo non questa Londra. Ho avuto a che fare con persone eccezionali. Ho scoperto che chi ha vissuto la tragedia più dura, quella della migrazione, lasciandosi dietro tutto, con solo pochissimi averi appresso, per sbarcare in mondi inospitali, chi ha vissuto le cose più dure, possiede una sincerità e un’autenticità imbarazzanti. Non esagerano mai, queste persone. Non ne hanno bisogno”.  Sono quelli che chiamiamo gli ultimi. Saranno davvero evangelicamente i primi? “Oh no, no, no!” Edna O’Brien trattiene la rabbia “Ho cominciato a dubitarne seriamente. Sono solo primi nelle news ma mai nella riconciliazione e nella compassione. La politica! Le fake news! Che mondo! Stavo cercando di capire che tipo di guerre stia immaginando Trump prima che lei arrivasse. Sono costantemente sbalordita da quel che capita oggi. Aveva ragione Zweig dicendo che il cuore può consolare gli individui ma è inutile di fronte alla storia”. Sono passate quasi due ore. Edna mi chiede ancora di scusarla e dice che di tempo ne abbiamo quanto vogliamo. “Prendiamo un bicchiere di vino adesso? Il vino di questo straordinario paese. Quanto amo l’Italia. Beviamo un vino ora, Matteo. Mi aiuta a cercare quella parola di Platone?”

I versi che secondo una tradizione Platone avrebbe dedicato a Dione, l’amico siciliano con cui immaginò di creare il suo Stato ideale a Siracusa, sono questi: “Oh Dione, con il tuo amore hai reso folle il mio animo”. Il verbo ekmaino significa rendo folle, pieno di mania, pieno di delirio.

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L’ultima luce prima della fine: intervista a Edna O’Brien https://minimaetmoralia.it/interviste/la-luce-della-sera-edna-obrien/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-luce-della-sera-edna-obrien/#respond Tue, 29 Sep 2015 14:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28037 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

"La luce della sera, Lissadell, grandi finestre aperte verso sud, due ragazze in kimono di seta, entrambe belle e una una gazzella. Sono versi di W.B. Yeats, è l'inizio di un poema scritto per due ragazze, due sorelle, Constance Gore-Booth e sua sorella Eva. E Lissadell è la casa dove abitavano". Edna O'Brien cita a memoria pochi versi di Yeats, spiegando con metrica e parole la scelta del titolo del suo romanzo, La luce della sera (Elliot, pp. 320, 17,5o). Poi aggiunge che la luce della sera è quella che vediamo prima della notte, l'ultima luce che illumina e risplende prima della fine.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“La luce della sera, Lissadell, grandi finestre aperte verso sud, due ragazze in kimono di seta, entrambe belle e una una gazzella. Sono versi di W.B. Yeats, è l’inizio di un poema scritto per due ragazze, due sorelle, Constance Gore-Booth e sua sorella Eva. E Lissadell è la casa dove abitavano”. Edna O’Brien cita a memoria pochi versi di Yeats, spiegando con metrica e parole la scelta del titolo del suo romanzo, La luce della sera (Elliot, pp. 320, 17,5o). Poi aggiunge che la luce della sera è quella che vediamo prima della notte, l’ultima luce che illumina e risplende prima della fine.

Due, come nel poema di Yeats, sono le protagoniste del romanzo, pubblicato in America nel 2006 e oggi in Italia nella bella traduzione di Cosetta Cavalcante. La prima donna, Eleanora, è un alter ego dell’autrice, che in forma romanzata e mai ripetitiva racconta accadimenti e personaggi autobiografici e parzialmente noti a chi da anni legge le sue storie (la partenza dall’Irlanda, un primo matrimonio finito in disastro, il primo romanzo e la vita a venire, con tutta la fatica che la conquista della libertà comporta). La seconda donna è la madre di Eleanora, Dilly Macready, alter ego a sua volta della madre dell’autrice, prosecuzione e origine della figlia, nel romanzo prossima alla morte (alla notte inevitabile che segue la luce della sera), autrice di lettere brillanti scritte alla figlia e riportate fedelmente nel romanzo.

“Le lettere che ho usato nel romanzo sono vere, sono le lettere che mi scriveva mia madre”, racconta oggi O’Brien, amatissima scrittrice irlandese, per Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”.

Continua O’Brien: “Mia madre mi scriveva quasi tutti i giorni. Le sue lettere sono dei capolavori, e questo malgrado fosse contraria alla scrittura, e al mio essere diventata una scrittrice. Si vergognava del fatto che scrivessi in modo così diretto del mio paese, della mia gente, di me stessa. Meglio: da una parte si vergognava, dall’altra era anche orgogliosa della notorietà che avevo raggiunto, del fatto che gente sconosciuta leggesse e addirittura apprezzasse i miei libri. Nei miei confronti era emotivamente divisa”.

Poi racconta, con la stessa devozione con cui l’ha riportata in vita nel romanzo, di come la madre, pur non avendo mai letto libri in vita sua, avesse un talento naturale per la scrittura. “A leggere le sue lettere è evidente che la mia scrittura in parte devo averla ereditata da lei. Aveva ritmo, e la sua scrittura era puro flusso di coscienza. James Joyce avrebbe amato le sue lettere. Io però quando le ricevevo, in momenti poco felici della mia vita, le leggevo di fretta e le mettevo via. Adesso le trovo magnifiche”.

 

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Edna d’Irlanda. Intervista a Edna O’Brien https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-edna-obrien/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-edna-obrien/#comments Wed, 27 Nov 2013 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16000 Questa intervista è apparsa in versione ridotta sul Venerdì di Repubblica. L'8 dicembre Edna O'Brien sarà a Roma a Più libri più liberi per un incontro alle 18 in Sala Smeraldo. (Foto: Rex Features; Associated Press)

C’è una pagina del suo memoir (Country Girl, pubblicato pochi mesi fa in America da Faber and Faber e in uscita a il 27 novembre in Italia per Elliot Edizioni) in cui Edna O’Brien scrive: “Ma ogni libro che sia valido deve essere per certi versi autobiografico, perché non si possono né si devono fabbricare le emozioni”. Autrice amatissima sin dall’uscita nel 1960 del suo primo romanzo,Ragazze di campagna (appena ripubblicato in Italia da Elliot Edizioni), definita da Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”, O’Brien ha raccontato emozioni e cose della vita (spesso della propria, in modo direttamente autobiografico o romanzando, senza mai smettere di restare fedele alla propria e altrui realtà), grandi amori e solitudini, interni piccolo borghesi e paesaggi sconfinati, prevalentemente d’Irlanda.

Nata e cresciuta a Drewsboro, in Irlanda, a ventitré anni sposò lo scrittore Ernest Gébler contro la volontà della propria famiglia. Insieme al marito andò a vivere all’Isola di Man, nel Mar d’Irlanda, ospiti dello scrittore J.P. Donleavys, e poi a Londra, che mai più abbandonò. Diventò madre di due bambini (maschi entrambi), cominciò a scrivere. Quel primo romanzo, rivoluzionario per l’Irlanda puritana del Novecento, fece di lei la scrittrice che è oggi e al tempo stesso segnò la fine del matrimonio con un uomo che proprio non ce la faceva ad accettare l’idea di una moglie che avesse più successo di lui. Come non bastasse, il libro venne odiato dalla madre e bruciato e bandito nella sua amata Irlanda. Un’altra donna al posto di O’Brien si sarebbe arresa per molto meno, lei perseverò. Da allora a ora Edna O’Brien non ha mai smesso di scrivere.

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Questa intervista è apparsa in versione ridotta sul Venerdì di Repubblica. L’8 dicembre Edna O’Brien sarà a Roma a Più libri più liberi per un incontro alle 18 in Sala Smeraldo. (Foto: Rex Features; Associated Press)

C’è una pagina del suo memoir (Country Girl, pubblicato pochi mesi fa in America da Faber and Faber e in uscita a il 27 novembre in Italia per Elliot Edizioni) in cui Edna O’Brien scrive: “Ma ogni libro che sia valido deve essere per certi versi autobiografico, perché non si possono né si devono fabbricare le emozioni”. Autrice amatissima sin dall’uscita nel 1960 del suo primo romanzo, Ragazze di campagna (appena ripubblicato in Italia da Elliot Edizioni), definita da Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”, O’Brien ha raccontato emozioni e cose della vita (spesso della propria, in modo direttamente autobiografico o romanzando, senza mai smettere di restare fedele alla propria e altrui realtà), grandi amori e solitudini, interni piccolo borghesi e paesaggi sconfinati, prevalentemente d’Irlanda.

Nata e cresciuta a Drewsboro, in Irlanda, a ventitré anni sposò lo scrittore Ernest Gébler contro la volontà della propria famiglia. Insieme al marito andò a vivere all’Isola di Man, nel Mar d’Irlanda, ospiti dello scrittore J.P. Donleavys, e poi a Londra, che mai più abbandonò. Diventò madre di due bambini (maschi entrambi), cominciò a scrivere. Quel primo romanzo, rivoluzionario per l’Irlanda puritana del Novecento, fece di lei la scrittrice che è oggi e al tempo stesso segnò la fine del matrimonio con un uomo che proprio non ce la faceva ad accettare l’idea di una moglie che avesse più successo di lui. Come non bastasse, il libro venne odiato dalla madre e bruciato e bandito nella sua amata Irlanda. Un’altra donna al posto di O’Brien si sarebbe arresa per molto meno, lei perseverò. Da allora a ora Edna O’Brien non ha mai smesso di scrivere.

Adesso vive a Londra, ha scritto e pubblicato con successo sedici romanzi, otto raccolte di racconti, poesie, sceneggiature, commedie, biografie (di James Joyce e Lord Byron) e l’ammaliante autobiografico Country Girl, affollato di solitudine e scrittura tanto quanto di party e varie celebrità (Robert Mitchum, RD Laing, Marianne Faithfull, Sean Connery e Jane Fonda tra le sue frequentazioni). Scrive a un certo punto O’Brien: “Non c’era connessione alcuna tra i due mondi, il vertiginoso mondo dei party e lo straziante mondo del lavoro”. E poi, sempre a proposito del costante scollamento tra scrittura e vita, in una delle pagine più illuminanti del memoir: “L’altro giorno ho letto da qualche parte che gli uomini delle caverne non disegnavano quello che vedevano, ma quello che avrebbero voluto vedere”. E poi: “Diciamo che ci sarà sempre letteratura perché l’immaginazione è sconfinata”.

La chiamo al telefono una mattina di luglio, cercando di visualizzarla nella sua Londra che mai più ha lasciato.

Com’è Londra oggi?

Caldissima. Anche troppo calda.

C’è un momento di Country Girl in cui lei scrive: “I luoghi sono il cuore dello scrivere”. Sono davvero così importanti per lei?

Bisogna distinguere i luoghi della mente da quelli reali. L’Irlanda è il posto di cui racconto in quasi tutti i miei libri ma per me è solo un posto della mente. Mentre scrivo sono seduta nel mio appartamento in questa Londra che, tornando alla domanda di prima, oggi è caldissima. Ma con la mente è notte, sono in Irlanda, fa freddo e sono in pericolo.

Country Girl l’ha scritto a Londra?

Quasi tutto. Ma c’ho messo tre anni per finirlo, e nel frattempo mi è capitato di fare dei viaggi. Viaggiando non smetto di scrivere. Poi, per rivivere certe situazioni, sono tornata in Irlanda. Anche se preferisco scrivere a Londra. Mi piace stare qui e vivere la mia vita da eremita. Nelle grandi città hai più privacy. In Irlanda hai sempre gente che ti bussa alla porta o alle finestre per chiederti qualcosa.

Qual è stato il momento più complicato dello scrivere un’autobiografia?

Ripiazzare me stessa, ricollocarmi in certi momenti precisi che sapevo sarebbero stati funzionali alla narrazione. C’è un momento, all’inizio del libro, in cui racconto di essere stata morsa da un cane. Per raccontarlo sono dovuta tornare a quell’età lì, bambina, mentre venivo realmente morsa da quel cane. Ed è così per ogni pezzo del libro, è sempre un ritornare in quel preciso contesto e a quell’età, e da un punto di vista emotivo questa è indubbiamente la parte più complicata. È stato complicato soprattutto quando ho dovuto raccontare il mio matrimonio, la fine del mio matrimonio, la separazione, la battaglia per la custodia dei figli. Mentre ritornavo a quel momento della vita ce l’avevo con me stessa per essere stata, col senno di poi, troppo remissiva. Ma ero in una situazione difficile, e ho fatto del mio meglio per essere coraggiosa.

Alcune delle storie che racconta in Country Girl erano già in Ragazze di campagna. È più facile raccontarsi quando si romanza?

Non credo ci sia una grande differenza. Si tratta sempre e comunque di narrativa, e la scrittura è e dev’essere sempre al centro di tutto. Quando scrivi devi immergerti completamente nel mondo che racconti, indipendentemente dal fatto che lo racconterai in modo veritiero o romanzato. Nel frattempo il mondo interrotto, quello che resta fuori, va tenuto a distanza, e non è facile. Romanzo o autobiografia che sia.

C’è qualcosa della sua vita che ha deciso di non raccontare, di tenere a distanza come il mondo di fuori?

Ci ho messo un sacco di cose in quel libro, in tutto sono centomila caratteri! Ho scritto tutto e a quel tutto ho dato una forma narrativa. Non credo nei memoir che sono liste della spesa di mariti, madri, padri, figli, amanti. La forma, la musica che scegli per raccontare quelle storie lì dev’essere all’altezza delle storie che racconti.

Sapeva già dal suo primo romanzo che sarebbe diventata una scrittrice?

Non voglio sembrare arrogante, ma credo di sì. Volevo esserlo perché sentivo e continuo a sentire che la scrittura è una cosa speciale. È speciale il mio amore per le parole che cerco di trasformare in frasi e per le frasi che cerco di trasformare in romanzi. La scrittura quando è bella è come una sceneggiatura che ha molta più verità della vita. Leggere e scrivere sono i pilastri della mia vita. Sapevo che sarei stata una scrittrice? Non lo so, sapevo che ci avrei provato. E ci sto ancora provando.

In un’intervista dell’84 lei dice: scrivere non è affatto terapeutico.

No, infatti non lo è. Sarebbe facile se lo fosse. Molta gente parla di catarsi, ma non è così. Credo piuttosto che ogni libro porti a un altro più profondo del precedente, e così via, senza sosta, di libro in libro. Scrivere è un viaggio di ricerca, e ogni libro che scrivi ti porta un po’ più in là. Ma questo andare più in là non è mai terapeutico. Uno scrittore serio sa che il tempo e la concentrazione dedicati a ogni libro sono qualcosa di politico, di linguisticamente impegnato, ma non curano solitudine né desolazione. In una delle mie storie c’è una donna che torna nel suo villaggio su un pullman di notte e ricorda momenti della sua vita. E ha bisogno di quella solitudine per ricordare. La scrittura viene da una sorta di solitudine, e non è quel genere di solitudine che viene dagli amori mancati.

E da dove viene?

Dal fatto che la vita non è mai soddisfacente. La letteratura lo è ogni tanto. Così come lo sono la musica o l’arte. Come lo è guardare un quadro di Leonardo Da Vinci o ascoltare della buona musica.

Dal come parla di certi epistolari o memoir di celebri scrittori, sembrerebbe che ama di più le vite vere degli scrittori dei loro romanzi.

No, non faccio che rileggere Shakespeare e Faulkner e Tolstoj ed Emily Dickinson. E poi Proust. E Joyce. La cosa che leggo di più forse è la poesia.

Ne scrive molta di poesia?

Sì, scrivere poesia mi dà il parametro della musica e della precisione. C’è una ricerca dell’esattezza nello scrivere poesia che andrebbe applicato anche alla prosa. Poi chi l’ha detto che la prosa non sia anch’essa poesia? Joyce era un poeta che scriveva in prosa. E come lui molti altri.

Tutti questi scrittori e libri del passato influenzano la sua scrittura più delle persone vere?

No, non puoi scrivere se non frequenti la gente vera. Osservare l’interazione tra le persone è la cosa che ti fa scrivere. Sì, Emily Dickinson c’è riuscita senza frequentare nessuno, ma è stato un caso eccezionale. Direi unico. Noi scrittori dobbiamo mettere un piede nel mondo, osservarlo e trasformarlo in letteratura, prosa o poesia che sia.

Ha anche degli autori o libri preferiti di questo secolo qui?

Ammiro molto W.G. Sebald. Altri non ho molto tempo per leggerli. Ho letto Città aperta del nigeriano Teju Cole, e Yellow Birds di Kevin Powers. Sono entrambi sono libri eccellenti. Ma non mi confino nella scrittura contemporanea. Sì, amo Lydia Davis e Alice Munro. E però torno sempre a Sylvia Plath che come poetessa è stata pari ai greci.

C’è un momento del suo memoir in cui s’interroga sul perché Freud regalò a Virginia Woolf un narciso. L’ha poi scoperto?

Mi piacerebbe, ma no. Mi piacerebbe incontrare Freud o Virginia Woolf e chiederlo direttamente a loro. Perché sì, lo sappiamo che dal narciso derivano tutte le teorie sul narcisismo, ma allo stesso tempo è un fiore bellissimo e Freud potrebbe averlo regalato a Virginia Woolf solo per quello. Non riesco a decidermi su quale delle due sia la risposta, e allora continuo a chiedermelo.

 

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