Edoardo Winspeare Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edoardo-winspeare/ un blog di approfondimento culturale Wed, 09 Jul 2014 13:41:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edoardo Winspeare Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edoardo-winspeare/ 32 32 Quando il cinema racconta il Sud https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/#comments Wed, 09 Jul 2014 13:41:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21986 Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

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Il-Postino

Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Immagine: una scena del film Il postino)

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

D’altro canto, Ernesto Galli della Loggia scrive che, nel disastro culturale italiano, il cinema, «escluso qualche raro bagliore, è sempre più una commediaccia senz’anima che non sa raccontare il Paese profondo» («Corriere della Sera», 29 giugno). Pessimista o realista? Certo continuiamo a vivere di rendita. Dappertutto a molti sarà capitato di sentirsi definire italiani – o di definirli – con poche, icastiche parole, che non di rado sono cinematografiche. Italia? «Dolce vita, Fellini». Italia? «Neorealismo». Italia? «Sophia Loren». Sono icone che vanno ben oltre lo schermo, definendo un paese nel segno della fantasia e della vitalità, o del riscatto da stagioni avverse (la Loren «ciociara»).

Il cinema, la moda, il cibo, e da sempre l’opera, agiscono con efficacia ben di là dal consumo del singolo prodotto, fino a delineare un «sogno italiano» impastato di arcaismi e futuro. È una dimensione collegata alla (presunta) piacevolezza del vivere, alla sapienza artigianale, a un orizzonte poetico, a una melodia dell’esistenza, a una contemplazione estetica ed estatica del mondo. Ripensiamo al successo internazionale di Il postino, film del/dei Sud, ovvero film del cileno Pablo Neruda e del suo esegeta e connazionale Antonio Skàrmeta. Ma soprattutto film del napoletano Massimo Troisi scomparso vent’anni fa, più che dello stesso regista scozzese Michael Radford, il quale lo diresse nel 1994 (premio Oscar nel ’96 per le musiche di Luis Bacalov). Girato tra Procida e Salina che l’altro giorno ha intitolato una via a Troisi, Il postino, rovescia la nozione insulare nel suo contrario. Un’isola del Sud consente ai personaggi – un celebre scrittore e un portalettere – nonché agli spettatori, di non essere soli o isolati, quindi di stringere legami di affetto e di amicizia impensabili altrove.

Il sogno italiano della «dolce vita», per uno dei ricorrenti paradossi della storia, ha assunto contorni evidenti in una temperie segnata dal dolore e dalla speranza di affrancarsene. È storia sia del dopoguerra sia degli ultimi lustri quando il Sud dell’Italia diventa chimerico nello sguardo dell’Altro, che per il filosofo Emmanuel Lévinas è l’unico passaporto sempre valido. Centinaia di migliaia di migranti asiatici e africani hanno «eletto» le spiagge siciliane o pugliesi ad approdo occidentale, a novella terra promessa, a frontiera decisiva. Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) in poi, l’esodo è passato dal Mezzogiorno d’Italia. E l’esodo è tout court la storia del XX secolo, ricordava la scrittrice americana Susan Sontag negli ultimi anni «di casa» a Bari. Il flusso continua ancora in queste settimane e ogni illusione di «governarlo» per legge è inevitabilmente naufragata.

L’Italia e in particolare il Mezzogiorno sono agli antipodi di chi vagheggia uno «schermo buio» globale; ne costituiscono un possibile antidoto. Il Sud è visionario, è luce ma conosce la saggezza dell’ombra, della pausa, della preghiera da Tommaso d’Aquino a Giordano Bruno, fino a Giambattista Vico e Benedetto Croce. Il Sud è alieno dal teorema del «dimostrare», cui preferisce di gran lunga il «mostrare». Perciò sugli schermi lontani l’Italia è il Sud, ovvero spesso coincide con le sue visioni luminose, ardenti, incantate, ma anche dure, laconiche, dignitosamente povere. «Mischia di luce e lutto», per dirla con lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Tale percezione dell’immaginario collettivo è confermata, appunto, da non pochi fra i premi Oscar andati ai film italiani prima di La grande bellezza, che pure riserva il suo segreto primo e ultimo nell’isola dove il protagonista Toni Servillo, adolescente, scoprì l’amore. Se si esclude lo straordinario corpus artistico di Federico Fellini (cinque statuette a film scanditi dalle marcette delle bande del Sud amate da Nino Rota, per vent’anni al Conservatorio di Bari), nel corso del tempo molti dei vincitori italiani degli Academy Awards riservano una pregnanza meridionale o proiettata verso un Sud più largo dei suoi confini.

Citiamo Sciuscià (Oscar nel 1947) e Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica, Anna Magnani (1955), Divorzio all’italiana di Pietro Germi (1961), Sophia Loren (1961), Ieri, oggi e domani (1964) ancora di De Sica, Nuovo cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Sono titoli e nomi che danno ragione, nel più ampio contesto meridionale, a un’intuizione di Leonardo Sciascia sui temi siciliani ricorrenti al cinema: «Il mondo offeso; il teatro della commedia erotica; il luogo della bellezza e della verità» (La corda pazza, 1963).

Non valgono soltanto gli Oscar, ovviamente. Così fu in L’oro di Napoli con i suoi ingegni di pizzaiole e pazzarielli scandagliati da Giuseppe Marotta e portati sullo schermo da De Sica nel 1954. Così, nella Sicilia dei documentari anni Cinquanta di Vittorio De Seta. Così, per la sobrietà/sacertà del pasoliniano Vangelo secondo Matteo (1964) che giusto cinquant’anni fa iscrisse la Passione di Cristo nei Sassi di Matera (il film ottenne comunque tre nomination nel 1967 per scenografia, costumi e colonna sonora).Un passato da tradurre nel futuro è anche il Salento di Edoardo Winspeare, da Pizzicata (1996) a Sangue vivo (2000), da Il miracolo (2003) all’essenziale e prezioso In grazia di Dio (2014). Da ultimo, il regista che «balla coi ragni» ha testimoniato la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta, incanalata in un fenomeno pop e in una «narrazione» politica per edulcorare i conflitti dello stesso Sud da cui sgorgò (in primis il dramma dell’Ilva di Taranto).

Segnate da una forte impronta morale sono le regie del foggiano Michele Placido, in questi giorni impegnato a Bisceglie sul set di La scelta da Pirandello. Placido esplora le zone d’ombra della realtà in film come Pummarò (1990) sull’Italia dei migranti clandestini o Del perduto amore (1998) nei «suoi» paesini del Subappenino. Sono i borghi dove L’amore ritorna, per dirla con Sergio Rubini (2004), anche grazie a una buona dose di anima e di prodigio. È il Sud della «permanenza del tempo» che Carlo Levi, in una pagina di Un volto che ci somiglia, attribuiva all’Italia contadina, alla familiarità con l’arcaico e all’«uso non interrotto delle generazioni». E nel Sud «magico» di Castel del Monte sta girando Matteo Garrone, il quale si misura con le fiabe secentesche di Lo Cunto de li Cunti, capolavoro postumo di Giambattista Basile.

Fedele alla memoria ma con lo sguardo al domani… Magari Il Sud è niente (Fabio Mollo, 2013), eppure può ben essere salvifico. Purché non si adagi nei luoghi comuni. Ricordate Ricomincio da tre? Il film è del 1981 e dopo i successi teatrali e televisivi della «Smorfia», segnò l’esordio da regista di Massimo Troisi, giovane protagonista in viaggio da Napoli a Firenze. Il simpatico automobilista depresso Michele Mirabella e altri gli chiedono se sia un emigrante e lui risponde: «Perché, u’ napoletano nun pò viaggià, pò sulamente emigra’?». Ironia amara da non dimenticare, tanto più alla luce di una disoccupazione dei giovani meridionali che oggi è al 61 per cento.

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La “pizzica” è finita. Il Sud è in grazia di Dio https://minimaetmoralia.it/cinema/in-grazia-di-dio-edoardo-winspeare/ https://minimaetmoralia.it/cinema/in-grazia-di-dio-edoardo-winspeare/#comments Sat, 22 Mar 2014 08:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19447 Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (La foto è di Cosimo Cortese)

La pizzica è finita, gli amici se ne vanno... Per il nuovo film di Edoardo Winspeare, In grazia di Dio, si potrebbe parafrasare il celebre brano di Umberto Bindi. Non sono da meno, anzi, i versi di Vittorio Bodini: «Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare» (da La luna dei Borboni, 1952). Risuonano sullo schermo come una spina nel cuore della trama, recitati dal personaggio di un’aspirante attrice. Siamo ancora una volta nel Salento terragno e metafisico caro al nostro regista. E ancora una volta, a dispetto dei cantori dell’«attrattività territoriale», non si tratta di una piccola patria sottratta al mondo e consegnata alla nostalgia. Macché! Nel cinema di Winspeare la Puglia del Tacco è una concrezione/rarefazione della Storia, pervasa puntualmente dai fattacci della cronaca (il crimine, i migranti), sebbene sia sospesa fra il verde degli ulivi e un’«azzurra lontananza» alla Hesse.

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (La foto è di Cosimo Cortese)

La pizzica è finita, gli amici se ne vanno… Per il nuovo film di Edoardo Winspeare, In grazia di Dio, si potrebbe parafrasare il celebre brano di Umberto Bindi. Non sono da meno, anzi, i versi di Vittorio Bodini: «Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare» (da La luna dei Borboni, 1952). Risuonano sullo schermo come una spina nel cuore della trama, recitati dal personaggio di un’aspirante attrice. Siamo ancora una volta nel Salento terragno e metafisico caro al nostro regista. E ancora una volta, a dispetto dei cantori dell’«attrattività territoriale», non si tratta di una piccola patria sottratta al mondo e consegnata alla nostalgia. Macché! Nel cinema di Winspeare la Puglia del Tacco è una concrezione/rarefazione della Storia, pervasa puntualmente dai fattacci della cronaca (il crimine, i migranti), sebbene sia sospesa fra il verde degli ulivi e un’«azzurra lontananza» alla Hesse.

Stavolta gli orti sul mare della perduta civiltà contadina tornano a essere una promessa contro la miseria. La terra scongiura la recessione in atto. Addirittura si rivede il baratto: frutta e verdura in cambio di benzina, galline e uova per ottenere altri generi alimentari, lezioni private offerte per simpatia o per amore.

La stessa realizzazione «a chilometro zero» del film – girato tra Giuliano, Castrignano del Capo e Tricase – si è avvalsa di sponsor locali che vi hanno contribuito «in natura». In grazia di Dio è una produzione di Rai Cinema e della «Saietta Film» allestita dal regista con Alessandro Contessa e Gustavo Caputo (quest’ultimo anche attore nel ruolo dell’impiegato buono di Equitalia), con il sostegno della Apulia Film Commission e dell’assessorato regionale alle Politiche agricole. Il film arriverà nelle sale il 27 marzo  forte dei consensi ricevuti all’anteprima nel «Panorama» del festival di Berlino, distribuito dalla «Good Films» dei fratelli Ginevra e Lapo Elkann.

L’antropologia culturale meridiana cara a Ernesto De Martino, Franco Pinna, Diego Carpitella, poi rinnovellata nel corso del tempo dai Barbano, Durante, Spedicato, Rosaleva e da Winspeare medesimo, resta l’orizzonte delle elegie di questo autore alle soglie dei cinquanta. Nato a Klagenfurt nel 1965, rampollo di una famiglia nobile per metà inglese e per metà austroungarica, Edoardo lu figghiu te lu barone è cresciuto e continua a vivere nel castello di famiglia in quel di Depressa (Tricase). È un esempio di artista che più glocal non si potrebbe: ispirazione locale, afflato globale, in opere  come Sangue vivoIl miracolo e Galantuomini. Stavolta di scena ci sono le storie quotidiane di  quattro donne di tre generazioni differenti. In grazia di Dio è quasi del tutto  recitato in dialetto leccese, con sottotitoli in italiano. I possibili modelli? Diremmo Ermanno Olmi e Abbas Kiarostami, ovvero il cinema delle pause, degli sguardi, delle immagini nitide e delle parole autentiche.

Ma la vera «notizia» è la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta che proprio Winspeare – una sorta di giovane Zorba il Salentino – contribuì a lanciare quasi vent’anni fa con il film d’esordio, Pizzicata (autocitato in In grazia di Dio), e fondando l’Officina Zoè. Rito ancestrale e danza bellicosa o erotica,trance ed esorcismo, la pizzica è ormai un ramo dionisiaco della World Music all’apice ogni agosto nella «Notte della taranta» di Melpignano. Il fenomeno, come sappiamo, si presta a incarnare extra moenia una Puglia «mitica» che nella musica nasconde o edulcora i suoi conflitti e le sue ferite. Per esempio il dramma dell’Ilva di Taranto, dove l’estate scorsa si tenne una fallimentare anteprima della «Notte della Taranta». Ebbene, di tale «narrazione» o  ideologia della pizzica non v’è traccia nel nuovo Winspeare: i personaggi magari cantano, però non ballano. Niente tamburelli scatenati e catarsi sudaticcia. Quando si affaccia, l’allegria è intima, non esibita, assai pudica.

Così il profondo Sud prova di nuovo a essere un Sud profondo, pensoso e amareggiato fino all’ira come la corrusca protagonista Adele (Celeste Casciaro, nella vita moglie di Edoardo). C’è lei al centro della trama matriarcale: separata da un uomo simpatico e canagliesco di nome Crocifisso, abita con la madre vedova sessantacinquenne innamorata di un fattore (le sequenze più intense e sobrie nelle due ore e passa della storia), con la sorella aspirante attrice che – appunto – declama Bodini e manca a un provino leccese per Ozpetek, con la figlia adolescente ribelle e ignorante destinata a un bel guaio…

Adele era titolare di una minuscolo laboratorio tessile chiuso per colpa della concorrenza cinese, insieme al fratello che perciò è emigrato in Svizzera. Costretta a svendere la casa pur di ripianare parte dei debiti verso Equitalia, con le altre si trasferisce in campagna, in un pezzo di terra di residua proprietà. Vanno avanti fra molti problemi e qualche aiuto in un tugurio senza elettricità, che tuttavia presto emana e riflette una vaga luminosa speranza, più poetica che politica, senza traccia retorica – per fortuna – della «decrescita felice» di Latouche e compagni. Magari ricominciare è possibile «nel sud del sud dei santi» (Carmelo Bene) mai in grazia di Dio. Magari.

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