Eduardo Galeano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eduardo-galeano/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Jul 2025 11:28:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Eduardo Galeano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eduardo-galeano/ 32 32 Se un altro calcio è ancora possibile: intervista a Riccardo Cucchi https://minimaetmoralia.it/interviste/se-un-altro-calcio-e-ancora-possibile-intervista-a-riccardo-cucchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/se-un-altro-calcio-e-ancora-possibile-intervista-a-riccardo-cucchi/#respond Tue, 01 Jul 2025 11:55:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55324 Dal 5 al 6 luglio torna a Radicofani, in Val d’Orcia, La Posta Letteraria, festival nato nel 2019 grazie all’associazione Pyramid. Il programma si apre con Anna Katharina Fröhlich, traduttrice e scrittrice, che presenta ‘La trama dell’invisibile’ (Mondadori). Tra gli ospiti attesi anche Riccardo Cucchi, voce storica del giornalismo sportivo Rai: presenterà Un altro calcio […]

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Dal 5 al 6 luglio torna a Radicofani, in Val d’Orcia, La Posta Letteraria, festival nato nel 2019 grazie all’associazione Pyramid. Il programma si apre con Anna Katharina Fröhlich, traduttrice e scrittrice, che presenta ‘La trama dell’invisibile’ (Mondadori). Tra gli ospiti attesi anche Riccardo Cucchi, voce storica del giornalismo sportivo Rai: presenterà Un altro calcio è ancora possibile (People), un elogio della dimensione più autentica e inclusiva del calcio, raccontato da chi lo ha vissuto con passione e rigore per tutta la vita.

Una voce inconfondibile, di una pasta rotonda e intonata, leggera. Gentile. Per tanti anni Riccardo Cucchi è stato il racconto radiofonico dello sport italiano, dal calcio, dove ha ereditato lo scettro degli Ameri, Ciotti e Provenzali, fino alle olimpiadi, ben otto. Ci ha così raccontato le gesta di Maradona e Bordin, dei fratelli Abbagnale e di Roberto Baggio. Quando ha lasciato, qualche anno fa, ha potuto sentire ancora una volta il calore e l’affetto degli sportivi, dei tifosi che vollero dedicargli applausi e striscioni. Fuori dal calcio urlato che riempie l’etere contemporaneo, Cucchi ha seguito per tutta la sua carriera la via del racconto garbato, elegante, mostrando come intensità non faccia rima con strillare, e come si possano trasmettere le emozioni più autentiche senza un’enfasi inutilmente pomposa.

Ho avuto il piacere di sentirlo per telefono qualche giorno fa.

Vorrei partire dall’attualità, da questo mondiale per club realizzato con soldi arabo-americani. Il calcio è diventato da tempo una macchina da soldi, a che punto siamo arrivati?

Guarda, sarò molto sincero con te, non lo sto guardando affatto. Sono un grande appassionato di calcio, adoro il calcio, soffro quando finisce il campionato e non ho più appuntamenti fissi a cui dedicarmi, ma proprio non riesco a guardare questo torneo. Lo dico con un po’ di amarezza e tristezza, ma ritengo che sia una scelta scellerata.

Giocare adesso: immagino che cosa potrà succedere alle due squadre italiane impegnate, Juventus e Inter, che hanno finito di giocare il campionato poche settimane fa, con l’Inter che ha dovuto fare gli straordinari in Coppa dei Campioni, in Champions, alcuni di loro hanno giocato anche in Nazionale. Mi rendo conto che le società hanno bisogno di incassare e fare portafoglio, perché devono far fronte a enormi spese di ingaggio, cartellini, crisi finanziarie, debiti e quant’altro, però così veramente si distrugge il calcio.

Io credo che sia impossibile pensare di vedere bel calcio con giocatori stanchi e distrutti. Quindi sì, io boicotto apertamente questo mondiale. 

Pensavo che siamo di fronte all’ennesimo tentativo di far sbocciare la passione per il soccer negli Stati Uniti, dai grandi campioni importati perlopiù a fine carriera, ai mondiali disputati nel 1994 e che si giocheranno l’anno prossimo. 

Non credo. Non credo che questo amore sboccerà mai. Nel ’94 ero negli Stati Uniti per seguire il mondiale la squadra di Arrigo Sacchi, e negli stadi dove si giocava gli americani erano pochi e distratti: non capivano evidentemente cosa avveniva sotto i loro occhi. I tifosi più appassionati erano naturalmente i latinoamericani, gli italiani, qualche turista. Ma loro, gli americani… non capivano questo sport. Mi ricordo tra l’altro un dato molto divertente, che dice anche molto rispetto allo sviluppo del calcio femminile negli Stati Uniti: la squadra italiana si allenava in un college alle porte di New York, avevano molti campi a disposizione, ma intorno a quello in cui giocava c’erano soltanto ragazze a giocare a pallone.

Il calcio femminile in America si è sviluppato moltissimo. Il calcio è considerato uno sport prevalentemente femminile. Credo che dal punto di vista dei maschietti non avrà mai un grande sviluppo. E mi hanno messo una certa tristezza le battutine del presidente Trump ai calciatori della Juventus, radunati alle sue spalle.

Lasciando lo studio ovale, e venendo a noi: il tuo ultimo libro, Un altro calcio è possibile, si apre con un’immagine: le automobili che hanno vinto sul gioco, le strade con i cartelli che vietano di giocare a pallone. È uno dei problemi della crisi tecnica che ci riguarda? 

Cambiano i commissari tecnici sulla panchina italiana, ma le difficoltà sono lì da ormai tanti anni. A parte l’ottimo lavoro di Roberto Mancini, che ha portato una squadra che non era la più forte – si sono rivelati i più bravi, ma non erano i più forti – a vincere un europeo, una vittoria che probabilmente ci ha anche illuso. La verità è che il vero grande problema della squadra azzurra, al di là di chi guida la formazione, è la scarsa qualità tecnica.

Diciamoci la verità. Io ho raccontato la finale nel 2006 di quella squadra che tutti ricordiamo – una squadra che forse è stata addirittura sottovalutata: schierava giocatori del calibro di del Piero, Totti, Pirlo, tutti insieme, e poi naturalmente la difesa dei Buffon e Cannavaro –  ma credo che da quel momento non abbiamo avuto più una rosa adeguata. Si è proprio spenta la luce. Non nascono più i talenti, o meglio: non riusciamo a valorizzare i talenti, perché dubito che non ne nascano più.

Il calcio è cambiato. Prima si giocava per strada, nelle parrocchie, non c’era questa spasmodica attenzione alla tattica. Il talento era lasciato libero di esprimersi: si insegnava ad avere una maggiore sensibilità nel contatto con il pallone, assieme ad altre qualità tecniche. Oggi purtroppo nelle scuole calcio si applicano altri criteri, probabilmente viene anche soffocato il talento, o non siamo più capaci di allevarlo. E poi c’è un tema per così dire sociale, con la “privatizzazione” del pallone e le scuole calcio. Oggi i bambini devono pagare per poter giocare a calcio, e mi domando quante fasce sociali, quanti bambini che non hanno una famiglia alle spalle con la possibilità di pagare sono tagliate fuori. 

Quanto invece è il calcio a non tirare più? I ragazzi e le ragazze magari inseguono Sinner o Paolini. 

Sono un frequentatore di stadi: l’ho fatto per anni per ragioni di lavoro, ma prima ancora perché ero un appassionato, un tifoso, e adesso sono tornato a esserlo. Seguo la mia squadra del cuore in curva e devo dire che i giovani allo stadio sono tantissimi. Quello che annoia, forse, è il calcio della televisione o quello al computer, il calcio-fiction. Il calcio vero è quello che si vive dentro gli stadi, non su un telefonino: ecco quest’ultimo può rivelarsi noioso anche per i più giovani.   

Da sempre calcio e politica hanno un intreccio molto stretto. Hai raccontato, ad esempio, la storia della formidabile Jugoslavia a Italia ’90. E ricordi l’utilizzo delle nazionali di calcio durante gli anni Trenta. 

Sai, io credo che si possa scrivere – ci sto pensando, non so se ci riuscirò – una storia parallela del calcio, una storia del tentativo del calcio di essere libero, di scrollarsi di dosso il tentativo dei regimi di utilizzarlo, di sfruttarlo a fili di propaganda.

Di questo abbiamo esempi incredibili nel corso della storia. Il fascismo e il nazismo hanno utilizzato il calcio e lo sport – il calcio in particolare – come strumento di propaganda. È successo evidentemente dall’altra parte del muro di Berlino: finché il muro era in piedi, anche i regimi comunisti hanno utilizzato il calcio come veicolo di propaganda. Il calcio è stato spesso oggetto di interesse da parte del potere proprio perché è uno sport che ha un’ampia diffusione popolare, e di conseguenza è uno strumento che viene usato da chi vuole sfruttare il calcio e la sua popolarità a fini propagandistici.

È successo e succede continuamente, succede anche oggi: pensiamo al mondiale del Qatar, con il tragico errore commesso dalla FIFA di giocare in un paese che calpesta i diritti umani. Un errore che probabilmente – anzi sicuramente – verrà ripetuto, con la prospettiva dei mondiali in Arabia Saudita. Credo nella battaglia che il calcio dovrebbe condurre per liberarsi, essere libero da chi vuole sfruttarlo; una battaglia che non sempre il calcio è riuscito a vincere, e per questo sarebbe molto interessante scrivere questa sorta di storia parallela.

Alla luce di quello che dici, e aggiungendo le note di cronaca che raccontano di periodici episodi di corruzione e mala gestione, credi che gli organismi istituzionali, insomma tutto il carrozzone, sia riformabile, migliorabile? 

Il calcio è un’attività umana, e come tutte le attività umane in qualche modo riflette pregi e difetti degli esseri umani. Quindi può essere buono, tra virgolette, se gli esseri umani che lo praticano hanno dei valori forti, credibili; o può essere cattivo, sempre tra virgolette, se gli esseri umani che lo praticano e lo gestiscono non hanno valori etici.

Personalmente credo che laddove il calcio dovesse perdere i suoi valori originali, dovesse in qualche modo distanziarsi o distaccarsi da quelli che sono stati i suoi valori fondanti – perché lo sport non può esistere senza capacità di esportare valori – be’, certo, diventerebbe un’altra cosa ed uno degli elementi di dubbio che sollevo tra le pagine del mio libro è proprio questo. Il calcio è di fronte a un bivio, lo è già da molto tempo: vuole rimanere uno sport, e dunque mantenere la sua identità; o vuole imboccare un’altra strada – spinto da qualche dirigente sportivo, primo tra tutti il presidente della FIFA Infantino – che vorrebbe trasformarlo in puro e semplice spettacolo, intrattenimento, grande evento televisivo? Se fosse questa la strada imboccata verrebbe definitivamente meno la sua origine di sport, l’autonomia di sport: perderebbe la propria identità per trasformarsi in qualcos’altro. Sinceramente non vorrei mai vedere il calcio paragonato al wrestling. 

Nel suo libro cita scrittori leggendari, soprattutto sudamericani, come Soriano, o Galeano. Dal tuo punto di vista, cosa rende il calcio affascinante per la letteratura? 

Il calcio è la vita. Lo hanno detto più di me, meglio di me grandissimi scrittori, penso proprio a Eduardo Galeano che ha scritto pagine meravigliose, indimenticabili per tutti gli appassionati del calcio. Il calcio è la nostra storia nell’arco di 90 minuti, un tempo durante il quale si consumano le stesse cose che viviamo nell’arco di un’intera esistenza. Si cerca di lavorare insieme per un obiettivo e qualche volta ci si riesce, qualche volta no. Cerchiamo la collaborazione dell’altro per raggiungere un obiettivo; cadiamo, immaginiamo e viviamo la sconfitta e poi abbiamo la capacità di rialzarci, di rimetterci in piedi, di credere in noi stessi. Sono parabole della nostra esistenza che vengono concentrate tutte insieme in 90 minuti su un rettangolo di prato verde.

Il calcio è questo, un grande paradigma della vita ed è la ragione per la quale tutti noi ne siamo così affascinati. Il calcio è scritto da uomini o donne come noi che hanno capacità superiori rispetto alle nostre; per questo il gesto tecnico ci affascina, è quello che noi vorremmo fare e sogniamo di fare la sera quando andiamo a letto. Un dribbling, una serpentina che ci spalanca la via della porta, qualcosa che noi abbiamo provato in un campo di periferia da ragazzini ma che riesce solo ai campioni ed è qui che scatta l’identificazione tra noi e il calciatore, tra noi e il campione, tra noi e il Roberto Baggio che è in noi. Sono questi gli elementi che rendono il calcio una passione, un vero amore: non ho alcun dubbio nel considerare l’amore per una squadra alla stregua di un qualunque grande amore. Come tutti i grandi amori è irrazionale: se l’amore non fosse irrazionale non sarebbe un grande amore. 

Già, credo sia proprio come dici. A proposito ancora di narratori di questo sport, quali sono stati i tuoi maestri italiani? 

Dal punto di vista della scrittura giornalistica non posso non citare Gianni Brera, che ha illuminato la mia giovinezza. Si possono avere opinioni diverse su alcuni momenti della sua carriera ma nessuno potrebbe dire che non sia stato un narratore prestato al racconto dello sport. Ricordo anche con grande affetto Gianni Mura tra i colleghi che sono stati capaci di tirar fuori attraverso le parole che utilizzavano il vero senso dello sport; il senso più profondo, e anche l’umanità di chi lo praticava.

Se dovessi entrare invece nella sfera più vicino a me, quella della radio, be’ ho avuto maestri incredibili come Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali, narratori autentici capaci di immedesimarsi nell’evento a cui stavano assistendo per raccontarlo alla radio. Prima di tutti però vorrei citare Sergio Zavoli, lui che è stato davvero un narratore straordinario di gesta. Sai cosa diceva Sergio Zavoli? Diceva che non c’è soltanto chi vince; c’è il vincitore e c’è il secondo e c’è il terzo e c’è anche l’ultimo, c’è gente che sputa sangue e sudore per riuscire comunque ad arrivare al traguardo. E quella storia, diceva Sergio Zavoli, quelle storie vanno raccontate esattamente come vanno raccontate le storie di chi vince. 

Riccardo, quali sono i campioni che hai raccontato con maggiore piacere? 

Come sai non ho seguito soltanto il calcio, per fortuna ho vissuto anche otto olimpiadi e quindi tanti campioni che nulla avevano a che fare con il calcio. Rimanendo a quest’ultimo, ho avuto la fortuna e il piacere di vedere all’opera i più grandi di tutti, compreso quello che secondo me è il più grande di tutti, Diego Armando Maradona. Per lui era veramente difficile trovare le parole giuste. Una volta, ricordo, ci interrogammo con Ameri su questa cosa: abbiamo le parole giuste – mi disse Enrico Ameri – o dobbiamo inventare un vocabolario nuovo per descrivere quello che sta facendo Maradona?

Fuori dal calcio penso a Gelindo Bordin, che nell’88 vinse una maratona olimpica, prima volta per un corridore italiano. Sempre a Seoul, penso ai fratelli Abbagnale: raccontavo per radio le imprese che Galeazzi raccontava in televisione. Canottaggio ma anche scherma, come non ricordare campioni come Dorina Vaccaroni, Mauro Numa, Valentina Vezzali, Giovanna Trillini. Ho potuto ammirarne davvero tanti, sono felice di aver vissuto in mezzo a questi ragazzi e di aver avuto l’opportunità di raccontare le loro storie. 

Qual è infine la partita che non hai raccontato e avresti voluto? 

Ce n’è una, una a cui tra l’altro ho dedicato un libro. È la partita del secolo, e quando dico la partita del secolo evidentemente mi riferisco all’Italia, all’Azteca, contro la Germania Ovest. Già, Germania Ovest, perché quando a Città del Messico si giocò quella partita la Germania erano due, Germania Ovest e Germania Est. La vidi in televisione, ebbi l’autorizzazione a rimanere sveglio fino alle tre di notte, qualcosa che all’epoca per un minorenne non era così facile da ottenere.

Ecco, questa partita è veramente il simbolo del calcio ed è quella che avrei voluto raccontare come fecero Martellini per la televisione e Ameri per la radio. A quella notte ho dedicato un libro, ho cercato di ricostruirla, l’ho raccontata di nuovo anche attraverso le storie di quei magnifici protagonisti, italiani e tedeschi. Quella notte che credo sia il sogno di ogni radiocronista, Italia – Germania.

Italia – Germania Ovest.

Esatto! Ovest.

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Desaparecidos: Quello che cambia con il nuovo governo argentino https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/desaparecidos-quello-che-cambia-con-il-nuovo-governo-argentino/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/desaparecidos-quello-che-cambia-con-il-nuovo-governo-argentino/#respond Fri, 24 Jun 2016 06:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31389 Per la traduzione dallo spagnolo ringraziamo Maria Pina Iannuzzi, laureata in lingue e letterature europee e americane, dottoranda di ricerca presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina), traduttrice per numerose case editrici.

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell'Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l'indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt'altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all'ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.

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nuncamas

Per la traduzione dallo spagnolo ringraziamo Maria Pina Iannuzzi, laureata in lingue e letterature europee e americane, dottoranda di ricerca presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina), traduttrice per numerose case editrici.

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell’Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l’indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt’altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all’ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.

C’è una statistica che raffigura il percorso compiuto nell’ultimo decennio dall’Argentina per assicurare alla giustizia i criminali resesi responsabili di delitti durante la dittatura. Dal 1988 al 2005, dunque a trent’anni dal colpo di Stato, le condanne per crimini contro l’umanità, e altre fattispecie di reato, erano appena ventitré. Dal 2006 a oggi, a dieci anni dalla caduta delle leggi per l’impunità e dalla riapertura dei processi, quel numero è salito a 669 condannati e 62 assolti in seguito a 162 sentenze, la più recente delle quali nell’interessantissimo Dossier de sentencias pronunciadas en juicios de lesa humanidad en Argentina risale al 4 maggio a Rosario. Il 14 maggio del 1983 i militanti peronisti Eduardo Pereyra Rossi e Osvaldo Cambiasso furono sequestrati da militari in borghese presso il Bar Magnun, per poi essere torturati con l’elettricità in un capannone industriale. Successivamente li assassinarono, simulando uno scontro a fuoco. I loro corpi sono riemersi da una fossa comune. Per il duplice delitto il tribunale di Rosario ha condannato due poliziotti e altrettanti militari, assolvendone sei.

Sempre nel mese di maggio al Tribunal Oral en lo Criminal Federal n°1 di Buenos Aires è arrivato a destinazione dopo tre anni e sei mesi un processo chiave, storico. Sono state emesse condanne tra gli 8 e i 25 anni di reclusione per 15 dei 17 imputati. Reynaldo Bignone, il capo dell’ultima giunta militare argentina, è fra i condannati per l’Operacion Condor, l’associazione illecita transnazionale, riconosciuta dalla sentenza, dedita all’interscambio di informazioni d’intelligence, persecuzione, sequestro, tortura, omicidio e/o sparizione di dissidenti politici nel Cono Sur.

Parliamo della fragile costruzione teorica della dottrina della Sicurezza Nazionale, basata sulla dedizione completa, indiscutibile del cittadino alla nazione per il raggiungimento delle mete prefisse da potentissime strutture economiche e politiche contrarie agli interessi della grande maggioranza dell’umanità, ai principi di rispetto della dignità umana e dunque alimentate dalla strategia del terrore che superò i confini di un singolo paese per propagarsi come una malattia sociale.

Per comprendere la discrepanza statistica che intercorre tra il periodo 1988-2005 e il decennio 2006-2016, tornano utili le parole in un libro intervista (Editori riuniti/1988) dell’ex presidente Raúl Alfonsín, candidato radicale eletto nel 1983 al ripristino del sistema democratico. Alfonsín, il padre della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che mandò a giudizio le Giunte militari, rilevando l’intima ripugnanza di vasti settori militari a svolgere una funzione subordinata al potere civile, spiega la genesi della Ley de Punto Final e del principio dell’obbedienza dovuta, che circoscriveva ai vertici delle forze armate tutta la responsabilità per le violazioni dei diritti umani. Nell’intenzione del legislatore questi leggi non avrebbero costituito un oblio ma la distinzione dell’autonomia decisionale dei militari.

Insomma occorreva dare una risposta politica ai processi, agire con maggiore prudenza per non mettere a rischio la democrazia a fronte dei focolai rivoltosi dei militari, che opponevano il proprio diniego alle citazioni giudiziarie.

«A metà marzo 1987 sono giunto alla conclusione che era necessario prendere misure drastiche perché a quel punto era prevedibile che la giustizia non sarebbe stata in grado di agire entro termini tali da non esporre a un grave rischio il già disgregato sistema di gerarchie all’interno dei vertici delle forze armate con immaginabili conseguenze per il sistema costituzionale», spiegò Alfonsín.

Poi, a cavallo del Novanta, si concretizzò la stagione degli indulti di Carlos Menem, bocciati nel 2006 per incostituzionalità dalla Cámara de Casación Penal.

Attualmente sono 537 le cause penali pendenti nei tribunali federali del paese, il 30% è giunto a prima sentenza, mentre il 47% è ancora nella fase istruttoria. Tra le cause in marcia spicca il maxi procedimento Esma, cominciato nel 2012.

Il picco delle sentenze, complessivamente cinquanta, è stato raggiunto nel biennio 2012-’13. Sempre nel 2013 si è impennata la curva degli imputati condannati, trentaquattro, per violenze sessuali. Nel biennio successivo è stato registrato un calo (21 nel 2014, 20 nel 2015).

Quest’anno la giustizia argentina, nell’ambito della Megacausa Menéndez La Rioja, ha emesso la prima condanna per aborto forzato, al quale fu costretta una detenuta. In un libro essenziale per capire, Strategia del terrore: il modello brasiliano (di Ettore Biocca – De Donato editore), pubblicato due anni prima del golpe argentino, colpisce al cuore la testimonianza dell’allora ventunenne Denise Peres Crispim. Viveva in clandestinità col compagno Eduardo. Fu arrestata il 23 giugno del 1970. Era gravida di sei mesi. Il resto è la cronaca di torture psicologiche e fisiche con le incessanti minacce di aborto.

Risuonano, insieme alla cronaca, le parole di Eduardo Galeano per dirsi quanto mai sia attuale la questione del rimedio all’impunità dei regimi dispotici: «La tortura presuppone una struttura malata incapace di governare senza di essa», (Biocca/1974). Correva l’anno 2006:

«(…) Nelle sale dove si tortura, un sistema, che pratica il crimine per spogliare paesi, si toglie la maschera. I burocrati del dolore, soldati e polizie sono solo strumenti di un potere che ha bisogno della tortura per assicurarsi ed estendere i suoi confini. Un sistema atrocemente ingiusto utilizza metodi atroci per durare. Questa macchina, che si nutre di carne umana, non serve per proteggere ma per terrorizzare la popolazione. Non serve per ottenere informazioni, si pratica per prevenire ribellioni, per castigare eresie, per umiliare dignità e seminare la paura», scrisse Galeano.

Il tempo delle lacrime non è quello della giustizia. In Argentina un passaggio critico è rappresentato dagli ultimi gradi del giudizio. La Cámara Federal de Casacion Penal ha revisionato il 25% del totale delle cause, confermando tutte le condanne e revocando qualche assoluzione. All’ultima tappa, la Corte Suprema di Giustizia, la percentuale scende al 17%. I dati della Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad sembrano smentire le accuse di giustizialismo, secondo le quali i repressori sarebbero detenuti senza criteri ed eccezioni. Il 36% dei 2354 imputati è in libertà. Del 48% che è sottoposto a misura di carcerazione preventiva, circa la metà usufruisce degli arresti domiciliari.

Fra gli attuali 57 latitanti spicca il condannato in via definitiva Jorge Antonio Olivera, sul quale il Ministerio de Justicia y Derechos Humanos ha posto una taglia da due milioni di pesos, coinvolto nella vicenda della scomparsa di Marie-Anne Erize.

Carolina Varsky è un’avvocatessa, laureata alla Facoltà di Diritto dell’Università di Buenos Aires. Per una decade ha svolto la propria professione presso il Centro de Estudios Legales y Sociales. Dall’agosto 2013, dopo l’incarico nella Procuraduria de Narcocriminalidad, è la procuratrice e coordinatrice del Procuratorato di Crimini contro l’Umanità del Ministero Público Fiscal,  un organo straordinario che gestisce non la giustizia ordinaria, bensì si focalizza sui crimini contro la vita e l’umanità, il narcotraffico.

Il MPF (Ministero Público Fiscal) non è un organo di nomina politica. Conforme alla Costituzione Nazionale Argentina, art. 120, è un organo indipendente con autonomia funzionale e autarchia finanziaria, che promuove atti di giustizia in difesa della legalità, degli interessi generali della società in coordinamento con le altre autorità della Repubblica. È guidato da un Procuratore generale della Nazione e dagli altri membri secondo legge, che godono di immunità funzionali e intangibilità di remunerazioni.

La PCCH (Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad), che non dispone di una polizia giudiziaria, è stata presentata nel giugno del 2013, ereditando e strutturando il lavoro della Unidad de coordinacion y seguimiento de los causas por la violacion a los derechos humanos, messa in funzione nel 2007 dal procuratore Esteban Righi. L’attività di collaborazione della Procura è anche internazionale, inclusa l’Italia, per sostenere indagini e procedimenti che interessano alla giustizia argentina.

Varsky, è corretto sostenere che negli ultimi anni l’Argentina sia stata all’avanguardia, se la compariamo alla Germania o alla Spagna con i franchisti, nella battaglia pubblica per il riconoscimento delle responsabilità penali individuali negli anni della dittatura?

«Assolutamente sì. E sottolineo che i crimini del Franchismo vengono investigati anche in Argentina con l’applicazione del principio di giurisdizione universale».

Le Abuelas de Plaza de Mayo denunciano il depotenziamento di aree sensibili del Ministerio de Seguridad de la Nación, dedicate al sostegno delle politiche per i diritti umani, e hanno lanciato un allarme sulla disarticolazione del Grupo Especializado de Asistencia Judicial (GEAJ). Che cosa succede a oltre sei mesi dall’insediamento del presidente Macri?

«Sì, anche noi avvertiamo cambiamenti enormi, non solo per lo smantellamento di questo ufficio, ma anche per lo svuotamento di altri uffici nell’ambito dello stesso Ministero per la Sicurezza, nella Segreteria dei Diritti Umani. Si percepiscono cambiamenti nell’Unità del DDHH del Consiglio della Magistratura e della Corte Suprema di Giustizia. Posso solo dire che il nuovo governo, in conformità con la sospensione dell’implementazione della nuova legge del Ministero, ha diminuito gli investimenti. Le inquietudini per il clima, creato da questa volontà politica, sono state discusse e analizzate nell’ultimo incontro convocato da questa PCCH nell’aprile scorso».

Il sistema di relazioni, le complicità, aperte o nascoste, tessute per molti decenni per fare in modo che tutto fosse dimenticato sono ancora attive e quale potere esprimono?

«Continuano a essere attive e negli ultimi mesi sono cresciute. Tale situazione è visibile mediante svariate pubblicazioni sui quotidiani di diffusione nazionale. Le organizzazioni, che difendono gli imputati, hanno tenuto riunioni con funzionari politici, ponendo come questione centrale l’assenza per i loro clienti delle garanzie processuali. Sarebbero giudicati senza il rispetto delle prerogative della difesa. Lamentano di essere trattenuti in carcere, anche quando ritengono che potrebbero beneficiare degli arresti domiciliari. Negli ultimi anni hanno presentato ricorsi al sistema interamericano del DDHH».

Qual è la traccia più profonda del terrorismo di Stato tuttora ravvisabile nella società argentina?

«Non è soltanto una questione che concerne i sopravvissuti o i familiari delle vittime, anche se si cerca di addossare a loro ogni cosa. Le conseguenze della dittatura si avvertono nella vita quotidiana. Per esempio alcuni funzionari pubblici, non solo quelli appartenenti alle forze militari o di sicurezza, sono persone collegate e denunciate per crimini riguardanti il periodo della dittatura».

Se dovessimo individuare un periodo in cui è stato segnato un cambio di passo, un avanzamento decisivo per questa battaglia? Per esempio nel 1994 quando la Costituzione argentina fu emendata? I Trattati internazionali sui diritti umani, che proibiscono leggi di prescrizione e/o amnistie per crimini contro l’umanità, furono incorporati come legge suprema del paese.

«Senza dubbio la riforma della Costituzione nazionale del 1994 è stata decisiva. Farei riferimento anche al rapporto 28/92 del CIDH sull’Argentina, all’avanzamento dei processi all’estero, la sentenza della Corte IDH nella causa Barrios Altos de Perú del 14/03/2001, pronunciata otto giorni dopo la prima dichiarazione di incostituzionalità delle leggi “Punto Final” e “Obbedienza dovuta”, che prevedevano la prescrizione per i reati commessi durante la dittatura militare. Infine la decisione del PEN e del Congresso argentino di considerare la persecuzione penale di questi crimini come politica di Stato».

Qual è la percezione del vostro lavoro nella società argentina?

«Questo Procuratorato occupa un posto importante, essendo un punto di riferimento per gli organi del DDHH e gli avvocati querelanti, perché abilita il canale di dialogo con i pubblici ministeri attuanti nelle cause. La PCCH si è consolidata come un riferimento ineludibile per tutti gli attori che portano avanti le cause in tale rilevante materia, ampliando in maniera sostenuta la propria attività su tutto il territorio nazionale e partecipando in ogni giurisdizione, tanto nella tappa dell’istruttoria quanto nel processo vero e proprio. Lo sforzo dell’Unità, poi gerarchizzata in Procuratorato, in un primo momento si focalizzò nel cercare di imporre una politica di raccolta dei casi, mirando a raggiungere giudizi sostanziali in funzione degli obiettivi proposti.

Questo lavoro si vede riflesso nella celebrazione dei processi significativi, come è accaduto per esempio nella Capitale, a Córdoba, Bahía Blanca, Mar del Plata, Salta e La Plata. Al fine di sostenere i pubblici ministeri nella fase istruttoria e in quella dibattimentale è stata firmata a novembre 2009 una convenzione di Cooperazione Istituzionale tra questo Ministero Publico e il Ministero della Difesa della Nazione (Risoluzione PGN N° 150/09), che ha consentito di consolidare l’interazione tra le parti stabilendo agili canali di comunicazione istituzionale.

In tale contesto, fu inviata a numerosi pubblici ministeri la documentazione che risultò di grande rilevanza per rafforzare ipotesi di imputazione e disegnare nuove strategie di indagine. La crescita della quantità di processi ha fatto sì che l’Unità collabori anche nella tappa processuale, soddisfacendo le necessità di ogni giurisdizione. Si è intensificata, inoltre, la marcatura e la collaborazione nella tappa ricorsiva delle sentenze definitive e della loro esecuzione. Al tempo stesso, l’ex Unità ha realizzato un lavoro di approfondimento di ambiti d’imputazione attraverso l’elaborazione di modelli per i pubblici ministeri come l’identificazione dei delitti con tortura e contro l’integrità sessuale. D’altro canto, questa PCCH è l’unico organismo statale che possiede una base dati e analisi statistiche su cause, imputati e vittime (quest’ultima in fase di elaborazione)».

In che cosa consiste la vostra attività di indagine in materia di identificazione e persecuzione dei presunti casi di appropriazione dei ninos e di violenza sessuale perpetrati durante la dittatura?

«Per i casi di appropriazione di bambini è stato creato un gruppo di lavoro dedicato, che ha elaborato una diagnostica delle cause giudiziarie e un piano d’azione. In tal senso, il 23 ottobre 2012, la Procura Generale ha creato l’Unità specializzata in casi di appropriazione di bambini durante il terrorismo di Stato (Procedimento PGN n° 435/12) per continuare e approfondire il lavoro che già si stava svolgendo in materia. Sui delitti sessuali, il lavoro di questa PCCH consiste nel condividere con i pubblici ministeri, incaricati delle indagini, norme d’azione e materiale bibliografico che possa risultare interessante. Le cause in cui ora si è dato luogo all’ampliamento per delitto sessuale sono dieci».

Può fornire qualche numero riguardante i procedimenti nei quali è stata già riconosciuta la violenza sessuale?

«Nel rapporto della PCCH contiamo su 17 sentenze nelle quali sono state ottenute condanne per crimini di violenza sessuale, due delle quali sono state confermate dal CFCP. Sono stati pertanto condannati 71 imputati (70 uomini e 1 donna) per crimini quali abusi e violenze sessuali, l’aborto forzato nei casi di 62 vittime (56 donne e 6 uomini). In riferimento alla forma di responsabilità e partecipazione diretta, dei 71 imputati per aver commesso violenze sessuali, 13 sono stati condannati come autori diretti, 27 come coautori, 14 come autori mediati, 16 come partecipanti obbligati o complici primari e 2 come partecipanti secondari; quindi solo il 19 % dei condannati lo è stato a titolo di autore diretto del crimine».

Negli ultimi anni sono state intensificate le indagini per la fattispecie di reato?

«Sì, ce ne sono numerose in corso. A maggio 2014 abbiamo iniziato uno studio sui casi di violenza sessuale perpetrati dal terrorismo di Stato, esposti in cause penali per crimini contro l’umanità ed è stato creato un registro delle vittime. In molti casi giudiziari, per svariati motivi, non si è proceduto alla richiesta di ampliamento dell’accusa durante il dibattimento e i casi di violenza sessuale esposti nelle testimonianze sono stati rimessi a istruttoria per l’indagine. Attualmente nel registro sono indicati 460 casi da tutte le regioni del Paese, dei quali 250 sono in corso di indagine, 62 sono già stati accertati. La restante parte non è indagata, perché la vittima espressamente non ha dato l’assenso per le indagini, mancano testimoni o i fatti sono stati qualificati come mera tortura».

C’è una vicenda in particolare che l’ha colpita?

«Pongo l’accento sull’ultima sentenza in merito alla Megacausa Menéndez La Rioja. Il Tribunal Oral Federal de La Rioja ha condannato tredici imputati, fra i quali l’ex giudice federale Roberto Catalán e Luciano Benjamín Menéndez, dai sei anni di reclusione al carcere perpetuo. Il dibattimento processuale verteva sugli atti accaduti ai danni di 50 vittime nel circuito repressivo che integrava il Batallón 141 de Ingenieros, la Base Aérea de Chamical, el Escuadrón 24 de Chilecito, la Delegación de la Policía Federal, el Instituto de Rehabilitación Social e il Tribunale Federale.

Il tribunale di La Rioja ha dato disposizione di trasmettere la sentenza alla Comisión Nacional Coordinadora de Acciones para la Elaboración de Sanciones de Violencia de Género, secondo gli articoli 1, 2, 7 e 8 della Convenzione Interamericana per prevenire, sanzionare e sradicare la violenza contro le donne di Belém do Pará, in ragione dei delitti a sfondo sessuale che sono stati denunciati dalle vittime durante il giudizio e per le quali sono stati condannati vari imputati.

Per la prima volta c’è stata una condanna per un caso di aborto forzato e il Tribunale Federale di La Rioja ha dichiarato: “Nell’ambito di questa causa, le donne che furono arrestate e che, conformemente alle testimonianze raccolte nelle udienze di dibattimento, subirono qualsiasi tipo di oltraggio o abuso sessuale, furono vittime di atti conclamati dalla Convenzione di Belém do Parà, quali odiose forme di violenza contro la Donna”».

Qual è stata l’influenza dall’estero in un avanzamento politico, sociale e giudiziario così complesso? Mi riferisco in particolare all’effetto dell’apertura e della celebrazione di processi in altri paesi come l’Italia.

«L’influenza dei processi all’estero durante il periodo d’impunità in Argentina è stata fondamentale. La possibilità di continuare a indagare, anche quando in Argentina non si poteva, a produrre prove, di consentire alle vittime e/o ai loro familiari di testimoniare davanti ai giudici e nei tribunali ha permesso di mantenere viva la memoria e il bisogno di giustizia. Dall’altro versante però, il fatto che paesi terzi perseguissero i repressori ha altresì comportato che costoro decidessero di non uscire dal Paese per evitare la sorte di Pinochet».

Quali effetti potrebbero avere la declassificazione di documenti riservati, l’apertura degli archivi del Vaticano relativi agli anni delle dittature latinoamericane, riguardanti intanto l’Uruguay e l’Argentina?

«Il Vaticano non ha declassificato ancora documenti da quello che sappiamo noi. Ha portato dei documenti in una causa in particolare, in cui la vittima era un religioso di La Rioja. Qualora fossero disponibili, sarebbe una funzione di questa PCCH analizzarli e riferirli alle cause già iniziate come apporto documentale. Non conosco il contenuto di tale documentazione, ma senza dubbio tutto può aiutare all’identificazione di bambini/e sottratti/e».

Qual è il ruolo della stampa rispetto al vostro lavoro?

«Effettivamente la stampa ha una posizione preponderante nella società argentina. Esiste una stampa complice della dittatura e sulla quale si sta ancora indagando, ci sono editori imputati e anche giornalisti desaparecidos. Oggi, grazie a determinati settori della stampa, conosciamo l’avanzamento dei dibattimenti. Quotidiani come Página 12 o Tiempo Argentina assicurano l’informazione quotidiana su ciò che accade nei processi. Questo garantisce la pubblicità del processo stesso senza reticenze, tuttavia si tratta di giornali con una diffusione minore rispetto ai grandi mezzi stampa».

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Marc Augé e il football come fenomeno religioso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/marc-auge-e-il-football-come-fenomeno-religioso/ Thu, 26 May 2016 13:46:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31094 Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

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Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

Ecco, diciamo che a voler essere blasfemi l’equivalente contemporaneo e postmoderno del nostro tifoso scozzese, il battezzatore compulsivo, potrebbe essere il tizio le cui gesta sono state raccontate dai tabloid inglesi dopo la sorprendente vittoria del Leicester in Premier League. Vera o falsa che sia, la storia riguarderebbe un elettricista – di Glasgow pure lui! Ecco una città dall’indubbio fervore – che sfruttando la forte somiglianza con Claudio Ranieri avrebbe per così dire sedotto quasi trenta donne invaghite dell’allenatore romano. In questo caso, anche fosse una panzana, ci sarebbe da scomodare più che altro la categoria del totemismo.

Tornando subito al saggio di Augé: in realtà i riferimenti storici, sì, ci sono, ma ricadono tutti nei primissimi campionati inglesi di fine ‘800, quando il calcio, nato come portatore di valori “elevati” medio-altoborghesi, dall’eleganza al coraggio e alla generosità, sport disinteressato e individualista, si trasforma rapidamente in un fenomeno di massa. Si affacciano i professionisti che di prepotenza soffiano la scena ai dilettanti; gli stadi si vanno riempiendo, con il risultato che già nel 1897 gli ideali elitari di Eton erano andati in fumo, per dire meglio erano evaporati tra le nebbie dei cinquantamila tifosi che assistevano alla finale della Coppa d’Inghilterra, facendo del calcio uno sport sempre più popolare («Oppio o stimolante? Entrambi forse, nello stesso modo in cui si può osservare che i movimenti religiosi possono contribuire nel corso della storia, simultaneamente o in successione, all’oppressione o alla liberazione di coloro che vi aderiscono»: in Football – Il calcio come fenomeno religioso non mancano riferimenti, questi sì un po’ datati, alla coscienza di classe consentita dallo stare-insieme-allo-stadio).

Ma il calcio costituiva ormai “una fonte di spettacolo per le masse e portava profitti finanziari, contrariamente al ruolo di sviluppo personale e di interesse generale che si voleva attribuire al principio”. Ora, se l’élite inglese arricciava il naso già a fine ‘800 (e Rudyard Kipling in un articolo sul Times denunciava “lo sport-spettacolo come simbolo di decadenza e impotenza di fronte alle minacce della Germania”), è difficile non sorridere dinanzi alle lamentazioni che ciclicamente si ripetono sullo snaturamento del calcio, sul deturpamento dei suoi valori originari e via discorrendo.

Il repertorio in perenne refresh va dai centocinque milioni di lire spesi nel 1952 da Achille Lauro per portare a Napoli l’attaccante svedese Hanse Jeppson (‘o Banco ‘e Napule, lo ribattezzarono i tifosi) all’elicottero di Silvio Berlusconi e a mister cento miliardi Bobo Vieri, fino all’attuale vortice di denaro su scala globale che ha/sta costringendo persino tre delle società più popolari e ricche d’Italia alla cessione, la Roma agli americani – la dolly vita – e le milanesi agli asiatici. «Devo passare la mano a qualcuno che sia in grado di mettere fondi necessari per far tornare il Milan protagonista e i soldi vengono o dalla Cina o dal petrolio», ha detto poche ore fa Berlusconi, e pazienza se qualche giorno prima, in un video già di culto, confessava di voler lasciare la sua squadra in mani “possibilmente italiane”.

Il pallone dunque come fonte di spettacolo e profitto, certo: ma piuttosto sui generis, nota Augé… Qui abbiamo a che fare con flussi di persone che si muovono simultaneamente a intervalli regolari per confluire nelle nuove cattedrali, gli stadi, o, sempre a orari fissi, davanti agli “altari domestici”, le televisioni, sia pure in tutte le declinazioni odierne. Se un gruppo di uroni o persiani sbarcassero sulla Terra contemporanea, scrive Augé, «sarebbero sensibili alla regolarità e all’intensità degli spostamenti che si verificano il mercoledì sera o la domenica pomeriggio. Osserverebbero comodamente che questi raduni popolari si accompagnano paradossalmente a un’intensificazione del culto domestico e scoprirebbero con interesse che il dramma, celebrato in un luogo posto al centro della scena da ventitré officianti e qualche comparsa, davanti a una folla di fedeli di importanza variabile, è seguito con la stessa fede da milioni di praticanti a casa, talmente a conoscenza dei dettagli della liturgia che, apparentemente senza scambiarsi una parola, si alzano, gridano, strepitano o si rimettono a sedere allo stesso ritmo della folla riunita allo stadio».

Un format che persiste ormai da più di un secolo, mix tra rito e sport su cui si soffermava un paio di anni fa Francesca Serafini in un breve e appassionato saggio, Di calcio non si parla, uscito per Bompiani, sottolineando in questo passaggio un motivo fondamentale del suo successo: «l’idea che nella partita singola possa accadere di tutto, anche la vittoria di Davide contro Golia, rende le puntate di questo lungo racconto, dal numero potenzialmente infinito, una bibbia laica affascinante per tutti, indipendentemente dalla classe sociale, dal livello di cultura».

E «per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto”, aggiungeva Eduardo Galeano. Anche se bisogna ammettere che qualche manipolazione, qua e là, è occorsa (e se volessimo assurgere le partite “truccate” al livello di un’eresia con un santo protettore, questi sarebbe senz’altro Ramón Quiroga, il portiere peruviano che incassò sei gol al mondiale argentino per far passare la squadra, in piena giunta militare).

Eppure, non è forse ancora più potente un’attrazione che può sapersi a volte manipolata, e che ciò nonostante continua a stregare milioni di spettatori? Siamo lì ad aspettare qualcosa di imprevedibile, preghiamo/imprechiamo per la nostra squadra e a allo stesso tempo cerchiamo di decifrare il futuro per poterci guadagnare una discreta sommetta… una chiesa di soldi e ardore religioso. «Se arrivasse un genio della lampada che mi chiedesse di esprimere un desiderio, gli chiederei questo: di tornare a luglio e puntare cento euro sul Leicester campione», mi ha confessato un amico qualche giorno fa.

Quel Leicester che ha incarnato alla perfezione la Grande Epopea accennata da Serafini, quella del Davide che sconfigge Golia (e per spiegare il sostegno alla squadra di Ranieri, un tifo che è andato ben oltre i confini del piccolo club inglese, ecco Augé: «i gruppi che si scontrano si identificano fino a un certo livello: possono riconciliarsi a un livello superiore contro un avversario assoggettato allo stesso modo a questa logica segmentaria di identificazione-opposizione»; insomma, ci siamo tutti identificati contro un Golia immaginario). Una storia talmente farcita di simboli, dal cannoniere operaio all’allenatore che dopo anni di vagabondaggi sbanca il jackpot, che per essere pienamente compresa meritava d’estinguersi nel momento esatto del suo compimento, perché le lunghe articolesse del seguito sono già fuori dalla festa autentica.

Perché, ecco, dopotutto, la verità è questa, e Augé la riserva alla fine del suo breve saggio: «Nel rituale sportivo l’attesa si colma con la celebrazione stessa: alla fine del tempo regolamentare le sorti saranno decise ma il futuro sarà estinto – frammento di tempo puro, grazia proustiana a uso popolare».

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Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/#respond Wed, 27 Apr 2016 05:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30705 Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

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Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

Relativizzazione, ironia e idealismo, quasi un autoscatto: «Vincere per un romanista è ottenere giustizia. La vittoria nel suo mondo è illegale perché la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe». Seguono notti di coppe e di campioni, rimpianti, esempi, paure, gioie, consapevolezze. Incipit: «All’inizio del credo e alla fine della decenza. Peggio di così non poteva andare. Non è vero. Perché il concetto di peggio per un romanista non esiste, non è confinato in una logica precisa».

Più in là dei 60 film, dei premi e dei copioni studiati per Scola, Virzì, Moretti, Abel Ferrara e Giordana, Mastandrea ha visto anche un altro cinema. Per le strade di Testaccio, con una cassa d’acqua nella sinistra e le chiavi di casa nell’altra mano, lo salutano con familiarità. Lui parla con gli sconosciuti in libera uscita, accarezza i cani al guinzaglio e non dimentica di quando abbaiando alla luna tra i gradoni di un’arena a briglia sciolta, l’intera settimana altro non era che un conto alla rovescia dai tre fischi finali della domenica a quello iniziale della domenica successiva.

Da bambino giocava a calcio?

Forse avrei voluto, ma le iscrizioni, quando mia madre mi accompagnò nell’ottobre 1978 in oratorio, erano state già chiuse. «Signora ci dispiace-dissero i preti a questa signora di ventisei anni che teneva per mano il figlio di sei- il gruppo del calcio è stato completato a settembre». «Cos’è rimasto?» domandò. «La pallacanestro. L’allenamento è iniziato da dieci minuti, se suo figlio vuole può iniziare subito».

E lei iniziò.

«Vuoi giocare a pallacanestro?», «Che sport è?», «Un calcio con le mani». Mamma mi strappò un rapido assenso, si tolse la maglietta, me la mise e mi mandò sul parquet. Il basket è stato la mia vita fino al 1988.

Poi?

Smisi. Mi disamorai. Avevo avuto uno sviluppo lento. A quindici anni marcavo gente con la barba. Il basket è uno sport molto fisico e mi facevo sempre male. Con i miei compagni di allora ogni tanto giochiamo ancora.

Niente calcio quindi.

Dopo aver mollato il basket che come tutti i veri ex non seguo più, ho giocato in porta per tre o quattro anni. Non ero capace e non ero neanche coraggioso. Mi piaceva stare tra i pali, ma nelle uscite ero una pippa. I miei danni li ho fatti. Ho anche spaccato una gamba al mio difensore. Ci penso spesso, poveraccio.

Dinamica?

Lui e l’attaccante, un bel toro, avanzano gomito a gomito verso la porta. Io, gliel’ho detto, non uscivo mai. Quella volta esco. La palla è bassa e io prendo tutto. Il mio difensore era molto simpatico, scherzava sempre. Così quando lo sento urlare gli dico di rialzarsi sorridendo. Ma quello non si rialza. Allora mi avvicino, gli abbasso il calzino e vedo l’osso fuori asse.

Lo sport è anche questo: brutalità, immediatezza e colpi duri?

Stare in uno spogliatoio,  in qualsiasi spogliatoio, significa condividere con i tuoi compagni tantissime cose. Lo sport è una forma di socialità importantissima.

Lo è anche la curva?

Allo stadio, da piccolo, andavo con un amico di mio nonno. Poi, più grandicello con quelli del bar, un po’ più adulti di me. Quando iniziai a farlo da solo cominciai a capire anche altro.

Che cosa?

Andare in curva a 18 anni, vivere in quell’ambiente e passare tanto tempo in quel contesto, ti fa sentire l’identità della tua squadra nel cuore in un’altra maniera. E poi lo stadio, la curva, è aggregazione vera.

Può spiegarcelo?

Sei giovane. Vedi con i tuoi occhi un mondo nuovo e una comunità che ha le proprie regole. Sei sedotto da tante situazioni al limite. Impari a distinguere i confini. A fermarti in tempo. Cresci e intanto, riconosci i tuoi simili.

Chi erano i suoi simili in curva?

Gente con cui viaggiavo per vedere un Brescia-Roma serale, di lunedì, in trasferta. Gente che ha conosciuto il mondo attraverso la Roma e in funzione della Roma. Gente che sa come muoversi a Bruges e a Mosca. Dove mangiare e dove bere il caffè buono. La chiamano sottocultura. Non so, a me sembra cultura vera e propria.

Lei non ama parlare della Roma.

Lo faccio solo con i miei simili. Parlo pochissimo del mio rapporto con la Roma proprio perché lo definisco un rapporto. E non si racconta in giro di come fai l’amore con la tua donna. Finiti i tempi delle descrizioni sofferte dei flirt adolescenziali, su certe cose, non c’è niente di meglio del silenzio.

L’hanno cercata per chiederle di schierarsi tra Totti e Spalletti?

L’hanno fatto, certo. E io gli ho detto di non azzardarsi. Io nasco come romanista a prescindere dal mestiere che faccio e dalla persona che sono. Non l’ho scelto. È stato automatico.

Tra il campione quasi quarantenne e l’allenatore di ritorno, Roma si è divisa.

Sono stati giorni sofferti. È come se avessimo avuto un grave problema di famiglia. Non è che uno non prenda posizione per ignavia, ma solo perché è troppo complicato.

Giorni sofferti.

La sofferenza è un’altra cosa, però ci incontravamo al bar  tra persone romaniste con certe facce che erano un programma: «Ma tu stai male?», «Benissimo non mi sento». È stato come se le chiacchiere di casa tua, quello che ne so, fatte a Natale tra un sette e mezzo e una stoppa, fossero rese pubbliche. Lo so che sembra ridicolo, ma la Roma è qualcosa che va oltre l’amore, gli anni e la passione. È facile dire moriremo romanisti. Il difficile è vivere come tali.

Il calcio le piace ancora?

Allo stadio non vado più. Sono abbonato, ma non riesco più ad andare in un posto in cui le due curve non sono piene e non cantano. Non c’è più l’approccio goliardico. L’ironia e l’autoironia che faceva impazzire gli avversari e ci portava a passare sopra alla sconfitta. A ridere e a far casino anche se perdevamo per cinque a zero. Il romanista sapeva prendersi e prenderti per il culo come nessuno. Oggi il Barcellona ti fa sei gol ed è subito psicodramma. Si sfasciano le famiglie. È diventato tutto più nevrotico ed è svanita quella sensazione di poter andare oltre. Oltre il risultato, come si diceva, ma non solo.

Andare oltre era importante?

Era fondamentale. In curva ho imparato a ridere e ad amare nonostante tutto. Se tifi per una squadra che ha storicamente perso scudetti e coppe, spesso in casa e sempre all’ultimo istante, ridere è l’antidoto che ti permette di sopravvivere alle sofferenze dell’amore.

Sono sensazioni che si stanno perdendo?

Si stanno perdendo perché lo stadio è diventato un luogo inaccessibile. Ci sono norme assurde che limitano fortemente quando non impediscono del tutto l’accesso allo stadio.  Mi stupisco che ci si sia dimenticati la valenza sociale di una curva.

Curva e tifosi vengono raccontati unidirezionalmente?

È strano, ma quando si tratta di discutere di tifo, anche da parte dei commentatori più illuminati, c’è un riflesso pavloviano. E si ascoltano banalità, analisi superficiali, accuse scontate. Per scrivere di quel mondo dovresti conoscerlo. E conoscere non significa giustificare ogni eccesso, ma evitare di chiudere una curva per un coro magari sì.

“La curva come luogo d’elezione della frustrazione” hanno scritto.

E hanno mentito. I frustrati che portano allo stadio le rabbie delle proprie vite esistono, ma sono negli altri settori dello stadio. In curva c’è un’altra dimensione. Che il settore popolare continui a essere il settore più sano non me lo toglie dalla testa nessuno. Una curva unita vale da sola tutti gli agi e i lussi dei mille Emirates Stadium sparsi per il mondo.

I tifosi parlano di repressione indiscriminata.

Che nel 2016 non si permetta ad alcune tifoserie di venire allo stadio di Roma e viceversa mi pare un controsenso. Sembra una scelta poco intelligente e poco lungimirante. A meno che l’interesse non sia mantenere la tensione alta senza alcun reale interesse nel contrastare le derive violente che pure esistono, di cui chi controlla conosce ogni dettaglio a partire dai nomi e dai cognomi e di cui certo non sarò mai alfiere. Se dai una coltellata a un altro, amico mio non sei.

Si ricorda di Gabriele Sandri?

I morti da stadio italiani me li ricordo tutti, uno a uno. La lezione che suo padre Giorgio ha dato a tutti, a differenza di quanto fecero le istituzioni, è stata grandissima. Ci penso sempre a quella conferenza stampa che fu fatta in tarda mattinata. Parlarono di una rissa da stadio come fosse un reato che prevedesse sparare.

Sarebbe bastato dire la verità: «Un matto ha sparato, prenderemo provvedimenti». Perché poi uno ci pensa: «Faccio a cazzotti e tu che fai, mi spari? Dall’altro lato di una carreggiata, in autostrada?». La repressione in questi anni ha alzato molto il livello dello scontro. Ma alcune curve hanno dimostrato di sapersi educare da sole anche attraversando momenti di contraddizione pura. I precetti calati dall’alto come le ricette da laboratorio non funzionano.

Lo stadio è stato usato come laboratorio per veicolare la repressione?

Senz’altro. Il mondo del pallone è appetibile per ogni forma di potere. L’ambiente che rimpiango, a tutto questo, al potere in senso stretto, era estraneo.

Ha mai avuto paura allo stadio?

Certo. Ho imparato ad avere paura e ad avere coraggio.

Il calcio è conflitto?

Il calcio è battaglia nel senso positivo del termine. È conflitto perché a duellare sono due identità. Chi tifa si immedesima, vibra, soffre e sembra quasi soffiare alle spalle di chi corre. Perché la gente ama i calciatori scarsi che però mettono in gioco ogni cosa? E perché invece detesta la personalità di un calciatore che è l’unico aspetto che un atleta non può allenare?

Puoi migliorare tecnicamente, ma il tuo carattere rimane tale e a essere diverso da come sei in fondo non impari mai. Una volta Franco Baldini mi disse che per capire che calciatore hai davanti agli occhi, devi guardare quanto gli altri si fidino di lui in campo. Non è solo questione di tecnica. La squadra è una classe, l’allenatore è il professore, gli alunni vanno in campo e devono dimostrare di avere cuore, non solo di aver appreso la lezione.

Dalle maglie in lanetta degli anni 70 a oggi, il calcio ha compiuto il suo giro ed è diventato un affare.

Il pallone negli ultimi trent’anni è stato talmente mercificato a livello ideologico e non solo commerciale che è entrato nell’immaginario collettivo ancor prima che le persone lo scoprissero e lo praticassero. I bambini italiani oggi hanno accesso al calcio in una maniera talmente costante, polemizzata ed esasperata che automaticamente, in un processo imitativo, rifanno delle cose invece di scoprirle.

Colpa delle tv?

Prenda il cinema. Perché, Fuga per la Vittoria a parte e soprattutto per merito del cast, non esiste un buon film sul calcio che sappia coniugare immagine e drammaturgia? Perché la tv ha ucciso la curiosità. Perché devo concentrarmi sulla finzione quando con Sky posso leggere persino il labiale al rallentatore e capire cosa ha detto il giocatore in campo?

Il calcio è anche letteratura.

Il libro di Sandro Modeo sul Barcellona è filosofia. Come erano saggi filosofici anche i pensieri di Soriano e Galeano. Si ricorda il suo affresco di Maradona? «È stato un grande calciatore di calcio nonostante la cocaina». Nonostante.

Amava altri campioni che non vestissero la maglia della Roma?

Il romanismo l’ho incamerato molto presto, a cinque o sei anni. Ho avuto un momento di offuscamento quando Zico andò all’Udinese. Era un campione ed era brasiliano come Falcao. Non dico che tifassi per l’Udinese, ma una sbandata l’avevo presa. Poi ci fece gol e mi bastò per capire da che parte stavo.

Altre sbandate?

È come chiedermi se mi è mai piaciuta una donna diversa dalla mia.

Figurine romaniste?

A parte quelle dell’infanzia, penso al bomber Pruzzo e ad Agostino (Di Bartolomei, ndr) e a qualche passione improvvisa e smodata per certi eroi da derby, vedi Simplicio, ho sempre ricordato meglio le figurine che mi hanno interrotto un sogno, magari al novantesimo. Vavra dello Slavia Praga ad esempio adesso si è ritirato e magari ha aperto una burgheria a Praga, ma per me resta un nome indimenticabile. E comunque le figurine che ti restano dentro più di quelle dei calciatori sono quelle dei tuoi compagni di stadio.

Alcuni conosciuti, altri raccontati, storie e persone che hanno sempre fatto e dato qualcosa in più al senso più grandi dell’essere tifosi di una squadra di calcio. I calciatori prima o poi smettono di giocare nella Roma. Noi non smettiamo mai di essere parte della Roma. Non c’è un contratto che scade. A parte quello con la “commare secca”.

E le sconfitte?

Ringrazio dio di aver avuto solo dodici anni a Roma-Liverpool e non più di quattordici dopo Roma-Lecce. Le sconfitte si ricordano meglio delle vittorie. A volte gli zero a zero improvvisi non li cancelli più. Il Liverpool ad esempio mi ha colpito in tutte le fasi della mia vita. Infanzia. Adolescenza e quasi maturità. (Coppa Uefa, arbitro Miranda). Forse da vecchio un dispiacere glielo darò anche io.

Il lutto?

Bisogna elaborarlo e accettarlo alla velocità della luce. Perché per un romanista la vittoria è illegale e la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe. Non vincere una Coppa dei Campioni. Non una Coppa Uefa. Non due Coppe Italia. Non due scudetti. Giocando sempre in casa. Episodi che sanciscono la biodiversità di un romanista. E la sua grande forza. Non nel sopportare. Ma nel crederci sempre, pronto a cogliere il canto della normale felicità, quella che non ci appartiene di natura: la felicità illegale. E vittoriosa.

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Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/#comments Wed, 15 Apr 2015 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26225 «Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell'ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov'era nato il 3 settembre 1940, dov'era vissuto prima e dopo i lunghi anni d'esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell'America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

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eduardo-galeano-1Questo ricordo di Gianni Mura è uscito ieri su La Repubblica. (Fonte immagine)

«Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell’ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov’era nato il 3 settembre 1940, dov’era vissuto prima e dopo i lunghi anni d’esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell’America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

Non è questo il momento migliore per stilare una classifica di grandezza degli scrittori sudamericani e cercare un posto a Galeano nella lista dei Borges, Coloane, Benedetti, Cortázar, Rulfo, García Márquez, Mutis. Li ha incrociati, frequentati, anche impaginati. Quando si dice la vocazione: a 21 anni dirigeva la rivista Marcha , cui collaboravano, tra gli altri, Mario Benedetti e Mario Vargas Llosa. Poi diresse Epoca , altra testata di sinistra. Nel ‘73, quando i militari presero il potere, fu incarcerato, poi riparò in Argentina. Ancora militari al potere (Videla) e molto sbrigativi nei confronti dell’opposizione. Il nome di Galeano figura nella lista nera dei condannati dagli “squadroni della morte”. Altro esilio, in Spagna, e di nuovo in Uruguay nel 1985, con il ritorno della democrazia.

Tra le sue opere: la trilogia di Memoria del fuoco, La conquista che non scoprì l’America, Splendori e miserie del gioco del calcio, Un incerto stato di grazia (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin), Specchi, Le parole in cammino, Il libro degli abbracci, Giorni e notti d’amore e di guerra, Le labbra del tempo, I figli dei giorni (pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer). Nel 2009 Hugo Chavez, presidente del Venezuela, regalò a Obama l’edizione inglese di Le vene aperte, dicendogli che si trattava di un’opera fondamentale per capire l’America Latina. Non è dato sapere se Obama l’abbia letto. Si sa però che Galeano ha preso le distanze dal suo libro più famoso, che quel giorno del duetto Chavez-Obama ebbe una prodigiosa impennata nelle classifiche di Amazon: era oltre la sessantamillesima posizione e risale nelle prime dieci.

«Non ho voglia di rileggerlo», disse Galeano, criticando la sua relativa ignoranza in fatto di economia. Fondamentalmente, Galeano si è sempre considerato un giornalista. Non uno storico, non un economista, non un romanziere, non un poeta. Uno «che ha imparato a raccontare nei vecchi caffè di Montevideo». Uno che si definiva «uno scrittore ossessionato dalla memoria». E come si diventa scrittori? «Guardando e ascoltando. Per questo abbiamo due occhi, due orecchie una sola bocca». Già, parliamo di parole. «Uso soltanto quelle che possono migliorare il silenzio».

Ne ha usate tante e ha migliorato un silenzio sinonimo di indifferenza, ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Tra le frasi più citate, dal diario degli adolescenti ai propositi dei vecchi combattenti, quella sull’utopia: «È come l’orizzonte, cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora, a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare ». Nelle sue pagine la critica ha scorto parentele con Faulkner e Dos Passos, Lorca e Pasolini. È stato certamente uno scrittore militante, ai tempi s’era candidato con Pepe Mujica nel Frente Amplio. Da ossessionato della memoria, era legato a Che Guevara: «Aveva capito che la vita è darsi, e si è dato». Spesso Galeano usa una prosa che, salgarianamente, vien da definire lussureggiante. Dentro ci sono i colori dei mercati guatemaltechi, il calore delle passioni e degli sguardi, la malinconia di chi è nato in un Paese di emigranti che confina con altri Paesi di emigranti. Aveva radici gallesi, Galeano (il secondo cognome è Hughes) e forse, da parte dei bisnonni paterni, venete. Aveva anche un modo brechtiano di descrivere il Sistema: «I funzionari non funzionano. I politici parlano ma non dicono. Gli elettori votano ma non scelgono, I mezzi d’informazione disinformano. I centri d’insegnamento insegnano a non imparare. I giudici condannano le vittime. I militari sono in guerra contro i loro compatrioti. I poliziotti non combattono i delitti perché sono troppo occupati a commetterli. I fallimenti si socializzano, gli utili si privatizzano. È più libero il denaro che la gente. Le persone sono al servizio delle cose».

Gli piaceva il calcio, tanto da dedicargli un libro intero, anche se la sua storia è triste «perché passa dal piacere al dovere». Non gli piaceva la sinistra che snobba il calcio in quanto oppio dei popoli (qui evidente la vicinanza con Pasolini). Si definiva «mendicante di bellezza» e si specchiava solo in Messi. Però sapeva a memoria la formazione tipo dell’Inter del Mago (Sarti, Burgnich, Facchetti ecc). Con Osvaldo Soriano, Galeano è la stella (uruguayana) nel cielo dei giornalisti sportivi che non vivono di solo 4-3-3. Ha scritto: «Come tutti gli uruguagi avrei voluto essere calciatore. Giocavo benissimo ma solo di notte, mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggiore scarpone mai apparso sui campetti del mio Paese». Ma anche: «Se non ci fosse il diritto di sognare tutti gli altri diritti morirebbero di sete». Ci teneva agli etimi: «Democrazia, parola che significa potere del popolo, è stata umiliata fino a ridursi al contrario di giustizia». E ancora: «Ricordare deriva da re-cor, significa ripassare dalle parti del cuore». Non faceva sconti: «La carità è verticale, va dall’alto al basso. Non mi piace. La solidarietà invece è orizzontale, ha rispetto degli altri». Si era appuntato un cartello degli Indignados spagnoli: «Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire». Credeva nella grandiosità delle piccole cose. Dalle parti del cuore non ha mai smesso di abitare né di scrivere. Mi piace immaginarlo come un ambulante di generi un po’ così, la dignità e la speranza. A cosa serve, in definitiva, leggere Eduardo Galeano? A non smettere di sognare, di lottare e di stare, per quanto è dato, dalle parti del cuore.

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Una milonga per Eduardo Galeano https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-milonga-per-eduardo-galeano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-milonga-per-eduardo-galeano/#comments Tue, 14 Apr 2015 08:05:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26203 Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

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eduardo-galeano_184vtr3umgiab15i9a26lov3ibIn ricordo di Eduardo Galeano

di Fabio Stassi

Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

Era nato in quella città nel 1940 e aveva avuto una geografia del sangue mista e desterrada: gallese, tedesca, spagnola e italiana. Ma per scrivere aveva scelto il nome della madre. Il cancro lo aveva colpito ai polmoni. Un primo intervento nel febbraio del 2007, e dopo il consueto e feroce tariffario della malattia: gli esami, le terapie, le altre operazioni.

Diceva di avere appreso l’arte di narrare nei vecchi caffè di Montevideo, e che la sua università erano stati quei posti allagati da una luce così forte da ingiallire i sorrisi alle donne e da ombre tanto estese e nette da tracciare la mappa e i contorni della nostra locura. Per uno come lui, la memoria era una bettola straripante di voci, di amici e di musica. Una lanterna degli affogati, dove ogni ricordo è il soffio di una diceria. La sua adolescenza e giovinezza di operaio e portalettere, cassiere di banca e pittore di insegne, dattilografo e imbianchino. Un fumetto politico venduto a 14 anni all’organo del Partito Socialista uruguayano. E poi le prime avventure di cronista, i giornali fondati e diretti, le collaborazioni. L’idea di tentare una grande angiografia letteraria di un continente e di chiamarla Le vene aperte dell’America Latina. E subito dopo la censura, il carcere, le fughe. Da una dittatura all’altra. La condanna degli ” escuadrón de la muerte” di Videla e il riparo in Spagna. E il tiro di dadi di un’altra impresa, ancora più spericolata e gigantesca: racchiudere in tre libri La memoria del fuoco e comporre così gli annali del Nuovo Mondo, dalla creazione e la scoperta fino al secolo del vento e al suo definitivo ritorno a Montevideo nel 1985. Senza nessuna pretesa di neutralità. Perché la storia non è neutrale, e Galeano lo ha sempre saputo e sempre ha preso partito, e raccontato ogni cosa a modo suo, dal massacro di Tlatelolco del 1521 a quello degli studenti di Città del Messico nel 1968, consumatosi nello stesso posto. Sacrilegi, profezie, colonie e rivoluzioni, guerre di corsa e colpi di tacco, perdite e riconquiste. La spoliazione e lo scialo. Il fiato e la dignità.

Da allora, ogni libro fu per lui la fine di un esilio. Si consacrò alla brevità come Borges, lo scrittore dell’altro lato del mar del Plata, ma dilatandola a dismisura fino a gareggiare in estensione e fiato con il romanzo, la storiografia, la saggistica e le opere degli antichi. La sua scrittura, senza mai smettere di essere denuncia e affrancamento, divenne almanacco, diario, cronaca, scatto fotografico e aneddoto, paradosso e capriola, libro degli abbracci e labbra del tempo, specchio, splendori e miserie di un gioco e di un’intera epoca e inesausto esercizio di speranza e di lucidità.

Aveva lo sguardo oceanico puntato sempre contro l’orizzonte dell’utopia.

Per tutto questo, stasera, terrò una lampada accesa sul tavolo, a migliaia di chilometri dalla luce della sua stanza in un sanatorio di Montevideo, lasciando entrare la tristezza e respirando a pieni polmoni le tante parole che ha scritto e che ora sono l’ultima rimessa della sua voce. Tenendo bene a mente, come diceva lui, che il verbo ricordare viene dal latino re-cordis, e significa ripassare dalle parti del cuore.

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Letteratura e calcio https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/#comments Wed, 18 Jun 2014 09:20:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21590 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

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slinkachu

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Slinkachu. Fonte)

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

Orientarsi non è semplice: soprattutto se si è in cerca di bellezza; dal momento che la suggestione del tema non basta in sé a rendere questo tipo di letteratura – usando il termine come si fa nel diritto o nella medicina, per esempio, per intendere l’insieme degli scritti di una data disciplina su un certo argomento – letteratura tout court. Tra molti dei testi sul calcio in circolazione e la Letteratura sul calcio, infatti, c’è un po’ la stessa differenza esistente tra la cronaca – per quanto dolorosa e coinvolgente nel ricordo della barbarie – del rapimento di Dori Ghezzi e di Fabrizio De André e ciò in cui l’ha trasformata il cantautore genovese nell’album a tutti noto come Indiano (1981). E quella differenza è l’arte, sempre affidata, proprio come in una partita di calcio, al gesto e all’intuizione dei fuoriclasse: alla loro formidabile tecnica (e da questo punto di vista, se pensiamo al lavoro di Gianni Brera sulla lingua, si capisce che il campione, quando c’è, è in grado di smarcarsi da ogni smania tassonomica: Brera è uno scrittore o un giornalista? De André, il cantautore che si diceva o un poeta?).

A leggere le pagine sul calcio di Soriano, di Bolaño, di Marías, di Peace o – per guardare anche in casa nostra – di Pasolini (quello che una volta aveva assegnato ai suoi studenti il tema “Ringraziamento a Umberto Saba per le sue poesie sul calcio”), non c’è il rischio di incorrere in delusioni, sebbene scrivere di calcio sia difficile, come sottolineano due scrittori molto distanti tra loro. Da un lato Giovanni Arpino che, in una lettera indirizzata a Soriano (allora poco più che esordiente), durante la gestazione del romanzo Azzurro tenebra (Einaudi, 1977) – la storia tribolata dell’Italia ai Mondiali di Germania del 1974 – scrive: “È ambientato nel mondo del calcio, che in Italia (non solo in Italia, però) è molto complesso, acqua che scappa dalle mani”. E dall’altro lato, Enrique Vila-Matas, secondo cui – come ricorda Massimo Raffaeli nella raccolta mirabile La poetica del catenaccio (Italic, 2013) – “il calcio è una realtà autocentrata, un fenomeno auto-evidente”, e allora “raccontarlo non è più possibile”.

Eppure – si diceva – nonostante questa dichiarata difficoltà (o magari invece proprio in virtù della sfida che comporta), di calcio si continua a scrivere molto e in tanti modi diversi. C’è chi lo racconta in una dimensione privata, famigliare, che poi è il contesto in cui nella maggior parte dei casi si sviluppa questa passione: come Fernando Acitelli nelle poesie struggenti dedicate al padre in Epilogo in cielo (PaC). E c’è chi, come Carlo D’Amicis, offre due diverse declinazioni di questo tema. Da un lato un racconto di finzione in cui il calcio fa da sfondo a una storia più ampia, come fissazione del suo protagonista, nel Ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998); e dall’altro lato il racconto di un eroe – come sempre vengono vissuti dai tifosi i loro campioni – in Ho visto un Re. Luciano Re Cecconi, l’eroe biancoazzurro che giocava alla morte ed è morto per gioco (Limina, 1999). Che poi è anche la variante più diffusa tra gli scritti di calcio, anche perché, come ci ha spiegato Eduardo Galeano in Gli abitati (in PaC, trad. E. Pintor): “Dentro alcuni atleti, abita una folla, una moltitudine di gente. E quando i discriminati, i disprezzati, i condannati al fallimento eterno si riconoscono nel successo di un eroe solitario, in questo trionfo pulsa, in qualche modo, la speranza collettiva”.

È questo il caso di uno degli eroi più fascinosi – il filosofo, il medico, la bandiera del Corinthians – a cui è dedicato il libro di Lorenzo Iervolino Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario (66th and 2nd, 2014); e tanti altri sono i protagonisti di questa straordinaria epopea nell’ultimo libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gloria agli eroi del mondo di sogno. Il gioco del calcio. Racconto fantastico di un universo mitico (Il Saggiatore, 2014), che insieme mostrano la validità dell’idea di Vila-Matas del calcio come racconto in sé, forma di narrazione (e dunque – non bisogna avere paura a dirlo – di arte, quando i suoi interpreti sono quei campioni lì). Motivo per cui ogni tentativo di raccontarlo diventa immediatamente mise en abyme, operazione metanarrativa, che moltiplica a sua volta le possibilità di rimandi e di intermittenze.

Un gioco di specchi che, quando riesce, può determinare nel lettore-tifoso – in ogni appassionato di calcio e di letteratura insieme – lo stesso sconvolgente rimescolamento che determinano per esempio le pagine di Noa Noa (Passigli, 2000, trad. M. C. Marinelli) di Paul Gauguin, a leggerle sdraiati in riva al mare (lo stesso che porta le conchiglie di cui parlava Veronesi), quando si arriva al punto in cui – nella descrizione di Tahiti che si sporge sull’orizzonte da Morea – uno, avendo la fortuna di trovarsi proprio lì, alza gli occhi e la riconosce. Legge Tahiti e intanto la vede. Qualcosa di simile a quell’emozione, insomma, ma accessibile a tutti, perché a un costo infinitamente più contenuto rispetto a un viaggio in Polinesia, come quello di uno dei libri che hanno raccolto la sfida di Vila-Matias e sono riusciti a vincerla.

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