Edward Hopper Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edward-hopper/ un blog di approfondimento culturale Sun, 20 May 2018 16:55:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edward Hopper Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edward-hopper/ 32 32 La solitudine è una città con le luci accese https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-solitudine-citta-le-luci-accese/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-solitudine-citta-le-luci-accese/#respond Mon, 21 May 2018 06:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37246 È uscito in Italia, per Il Saggiatore, Città sola di Olivia Laing, nella traduzione di Francesca Mastruzzo. Pubblichiamo un pezzo apparso originariamente su The Towner, che ringraziamo.

C’è Arthur Rimbaud in mezzo al marciapiede della 7th Avenue: sullo sfondo si riescono ancora a leggere i titoli dei film usciti quell’anno al cinema; James Bond al New Amsterdam e Amytiville Horror all’Harris, sono Rated X quelli del Victoria. È il 1979, è New York e la foto è una delle tante scattate da David Wojnarowicz prima di morire di Aids, giovane, infelice. Il giorno del suo funerale, il 29 luglio del 1992, un mercoledì, centinaia di persone si radunano nell’East Village, bloccando il traffico; un cartellone annuncia: DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLECT.

Di tutte le storie che racconta, la sua è quella a cui continuo a tornare quando finisco Città sola; il saggio di Olivia Laing parla di solitudine, di città e di arte contemporanea e di come questi elementi si combinino; di cosa significa essere soli in una metropoli e di come sia difficile dire davvero qualcosa di questa condizione.

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È uscito in Italia, per Il Saggiatore, Città sola di Olivia Laing, nella traduzione di Francesca Mastruzzo. Pubblichiamo un pezzo apparso originariamente su The Towner, che ringraziamo.

C’è Arthur Rimbaud in mezzo al marciapiede della 7th Avenue: sullo sfondo si riescono ancora a leggere i titoli dei film usciti quell’anno al cinema; James Bond al New Amsterdam e Amytiville Horror all’Harris, sono Rated X quelli del Victoria. È il 1979, è New York e la foto è una delle tante scattate da David Wojnarowicz prima di morire di Aids, giovane, infelice. Il giorno del suo funerale, il 29 luglio del 1992, un mercoledì, centinaia di persone si radunano nell’East Village, bloccando il traffico; un cartellone annuncia: DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLECT.

Di tutte le storie che racconta, la sua è quella a cui continuo a tornare quando finisco Città sola; il saggio di Olivia Laing parla di solitudine, di città e di arte contemporanea e di come questi elementi si combinino; di cosa significa essere soli in una metropoli e di come sia difficile dire davvero qualcosa di questa condizione.

Città sola è un libro sul desiderio di svanire nel nulla e sul tentativo di fermare questa sparizione infinita. Olivia Laing disseziona la materia della solitudine a partire dalle storie di quattro artisti: Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e, ovviamente, David Wojnarowicz – quattro loner nelle metropoli prima ancora che artisti, quattro storie che non si intrecciano tra di loro, ma che si innestano nella vita della stessa Olivia Laing, quando si trasferisce a New York senza una ragione valida per farlo.

Laing è britannica e dall’altra parte dell’Atlantico c’è un uomo che non la aspetta più, un appartamento in subaffitto e i palazzi che svettano sulle acque dello Hudson. “In assenza dell’amore, – scrive – finii per aggrapparmi disperatamente alla città: la trama ripetitiva di veggenti e bodegas, i sussulti del traffico, le aragoste vive all’angolo della 9th Avenue, il vapore che si alzava dal sottosuolo”.

Quando sei sola cammini, continuamente e ogni volta più lontano: è un espediente per rompere il cerchio delle giornate sempre uguali – se niente ti dice che appartieni a un posto, allora inizi a conquistare tu la città. Arrivi fino al parco di Dumbo: qui la domenica i matrimoni dei portoricani ti ricordano come in confronto il resto del mondo sia noioso e grigio. Manhattan brilla nella notte. New York I love you, but you are bringing me down: essere soli è un’esperienza di fantasmi, nessuno ti vede, nessuno si accorge di te (volevo svanire e volevo qualcuno che mi trattenesse, scrive Olivia Laing). Pensa cosa significa non essere sfiorati per settimane, mesi:

“Temevo di svanire da un momento all’altro, eppure così cruda e schiacciante era la sofferenza che spesso desideravo proprio dissolvermi, magari per qualche mese, finché non si fosse attenuata. Se fossi riuscita a esprimere verbalmente quella sensazione, le parole avrebbero assunto la forma del lamento di un neonato: «Non voglio stare da sola. Voglio qualcuno che mi desideri. Sono sola. Ho paura. Ho bisogno di essere amata, toccata, stretta».”

David Wojnarowicz non era solo un fotografo: era uno scrittore magnifico, orgoglioso e fragile come uno dei gigli di Mapperthorpe. Quando scrive che “alcuni di noi vivono nelle metropoli perché vogliono essere soli, per sfuggire a se stessi, e, vivendo in luoghi tanto affollati, avere amore o aiuto a portata di mano, se necessario” racconta la sua storia – quella di un uomo omosessuale in anni in cui questo metteva a rischio il suo corpo, la sua stessa sopravvivenza nella città – e anche quella degli uomini e delle donne che decidono di vivere in luoghi in cui il proprio isolamento si possa diluire nella folla, in cui l’anonimato diventi una forma di protezione, donne e uomini che cercano il sollievo dell’invisibilità.

“A volte vuoi essere ridotta a un pezzo di carne; arrenderti al corpo, ai suoi appetiti e al suo bisogno di contatto fisico”: Laing parla in difesa della solitudine, ricorda che “La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva”. “È una città”, continua ed è proprio la città a poterne rappresentare la cura, il luogo dove gli stranieri in patria, i fuori casta, i frutti strani trovano un posto. Poi racconta di come si possa uscirne, perché la solitudine non è una colpa e perché è facile dimenticare come le regole dell’esclusione sociale siano un fatto culturale di cui ci rendiamo complici:

“Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno, non necessariamente. Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui sono in realtà il risultato di forze più grandi come lo stigma e l’esclusione, a cui ci si può, e ci si dovrebbe, opporre”.

Strange Fruit, lo strano frutto, è il titolo di una scultura di Zoe Leonard: l’artista ha conservato e disseccato le scorze d’arancia per poi ricucirle insieme, un rimedio parziale, prima che il tempo riduca i frutti in polvere una volta per tutte. È un tributo a David Wojnarowicz, amico e compagno di lotte della Leonard ai tempi dell’ACT UP: con fruit si chiamano gli omosessuali – il frutto strano e deviato, allontanato dalla società – e omosessuali erano Wojnarowicz, Peter Hujar, Klaus Nomi: tutti uccisi dall’AIDS, senza il conforto di un mondo a salutarli. Dimenticati, abbandonati, esclusi da una società che si è sempre preoccupata più del contagio che dalla perdita di vite umane, la loro solitudine è un fatto politico, un inferno creato in terra che si traduce in camere separate, stanze di ospedale, corsie deserte.

Peter Hujar – come Nan Golding – ha fotografato l’elite della cultura underground, gli outsider dall’interno; la sua è una testimonianza di esistenza: una città che sarebbe scomparsa tra malattie, paura e l’abbandono. Ogni immagine di Hujar è in bilico: mascolinità e femminilità, vita e morte, oblio e ricordo; anche la nudità ricorda quella delle statue, ogni volto un monumento alla memoria. La sua foto di Candy Darling, la superstar warholiana, compare sulla copertina del disco di Antony and the Johnson, I am a bird now, con il suo corpo morente reclinato sul letto d’ospedale: Peter Hujar vedeva i momenti di transizione – ne coglieva la assoluta solitudine, una città di lonely one che si raccoglieva intorno alla propria sparizione.

David Wojnarowicz, distrutto dalla morte di Hujar, trasformerà la sua scomparsa in un film. Il corpo avorio dell’amato, la luna, gli uccelli visti da un ponte di New York: Pete è diventato queste cose, il suo fantasma vive tra le strade e negli incroci. Il mondo svanisce e restano gli oggetti lasciati nelle scatole, gli appartamenti svuotati dai padroni di casa che non si chiedono cosa sia successo. È il 1987, la solitudine è una città di luci accese, di camere separate. L’anno successivo a David sarà diagnosticato l’AIDS.

C’è anche una canzone di Billie Holiday che si chiama Strange Fruit: parla di linciaggio e dell’inumanità del razzismo, perché anche la sua è una storia di esclusione. Quando collassa nel 1959 per abuso di sostanze viene portata al Metropolitan Hospital di Harlem e abbandonata in corsia, il suo un caso di overdose come un altro: così è il modo in cui finisce il mondo, con una cantante che saliva sul palco per il pubblico, ma veniva fatta entrare dalla porte di servizio, il corpo del padre speditole in una bara con ancora la camicia sporca di sangue, alcol e eroina ad attenuare questo dolore. Billie Holiday muore scortata dalle forze dell’ordine, abbandonata, il suo corpo senza valore: lo stesso accadeva regolarmente ai pazienti affetti da HIV, lasciati a morire come fosse quello l’unico destino possibile. Ricordate: DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLECT.

Come Zoe Leonard, Olivia Laing mette insieme i frammenti delle vite degli altri, per far sì che ogni perdita conti, che ogni sparizione parli a noi, almeno per un attimo, che quelle solitudini siano un rimedio alla nostra. Detriti è la parola che mi torna in mente, la stessa che Jenni Sorkin utilizza per parlare di Strange Fruit, ma assume una sfumatura intima, dolce e amara; così quella di Olivia Laing è una ricollezione di frammenti, di oggetti imprecisi e alieni, di opere dimenticate e polverose. Andy Warhol diceva di se stesso: I am glued together.

Si dice che spesso le persone sole diventino degli accumulatori ossessivi, quasi stessero cercando di riempire lo spazio che altrimenti occuperebbe un partner. Lo erano Vivian Maier, la tata diventata poi una fotografa amatissima: un documentario racconta dei pavimenti piegati dal peso degli oggetti, i centinaia di rullini non sviluppati, un archivio praticamente infinito di fotografie.

Lo era Henry Darger, il custode morto nella totale solitudine di Chicago dopo aver scritto un romanzo da quindicimila pagine – il più lungo lavoro di fiction del mondo occidentale, se mai fosse pubblicato – e aver lavorato a un impressionante numero di collage e dipinti, tutti conservati nella sua stanza, la stessa dal 1932 al 1972, senza che il mondo sapesse niente di lui. La sua è, forse, la storia più malinconica di tutte.

Nel suo libro, The Realms of the Unreal (titolo completo The Story of the Vivian Grils, in What is Known as the Realms of the Unreal, of the Glandeco-Angelinian War Storm, Caused by the Child Slave Rebellion – (La storia delle ragazze Vivian, in quello che è noto come il Regno dell’Irreale, della guerra glandeco-angelinniana causata dalla ribellione degli schiavi bambini), Darger racconta un mondo immaginario fatto di scontri finali, bambini da salvare e foreste intricate, un mondo tanto ricco e complicato, quanto spoglio e solitario era quello in cui Darger stesso abitava, orfano di madre e abbandonato dal padre sin da bambino alla cura delle istituzioni benefiche. Nel suo mondo altro ci sono le Vivian Girls, le eroine che nessuno sconfigge mai, che proteggono i bambini dalle forze del male, dalle violenze quotidiane, probabilmente specchio degli ambienti difficili a cui era stato affidato, case famiglia in cui le violenze erano all’ordine del giorno, che comprendono castrazioni, suicidi, decessi – i corpi dei bambini usati poi per le lezioni di anatomia. Quella di Darger è la storia di un uomo che non ha mai avuto niente e che nell’assoluta assenza di legami non ha imparato a discernere l’interno dall’esterno, l’amore dalla violenza; le crudeltà inflitte ai bambini, i fiori lascivi che sfiorano le innocenti ragazzine: la sua arte non parla di pedofilia, ma di un uomo che voleva proteggere gli altri, senza sapere come proteggere se stesso. Collezionava pile di giornali, per ritagliare le immagini per i suoi collage; poi collezionava lacci: tenere tutto, non gettare niente, legare a sé; il vocabolario dell’amore e degli hoarders è lo stesso.

Tra i progetti più affascinanti di Andy Warhol ci sono le Time Capsule: 610 scatole piene degli oggetti che invadevano la Factory, realizzate nel corso di tredici anni, dalle cartoline alle fotografie, fette di pizza e vestiti. Dietro l’uomo delle feste e della Factory fa la sua apparizione anche Andy Warhola, il figlio di una famiglia di immigrati che non sapevano parlare bene l’inglese, un uomo dal colorito pallido e dal naso rosso che collezionava oggetti e immagini e persone, un hoarder, un accumulatore anche lui. La scatola numero 27 è dedicata alla madre Julia Warhola e dentro ci sono le cose inutili e banali che ci lasciamo dietro quando moriamo, come un orecchino spaiato, un grembiule e una lettera che recita «Cari Buba e zio Andy, è venuto Babbo Natale? Avete guardato la tv?»

La numero 552 è per Basquiat, un artista divorato dall’eroina come lo era stata Billie Holiday.

Quando Basquiat scopre che non esiste una lapide per Billie Holiday decide di preparagliene una, nella consapevolezza di essere uno della stessa stirpe, un artista amato ma che la security non riconosceva all’entrata delle feste, uno per cui i taxi non si fermavano: un altro escluso per cui ci dimentichiamo che la fama non è una cura al razzismo. A Andy Warhol piacevano le cose, perché sono indifferenti a chi siamo, soli, isolati, amati, a loro non importa. Le star sui tabloid, la zuppa Campbell’s, una banconota da un dollaro: non possono ferirci, non possono abbandonarci.

In Città sola il lavoro di rievocazione dei morti e degli scompasi – Jo Hopper, l’artista che era diventata la moglie di Hopper e che lui aveva scoraggiato per tutta la vita, Valerie Solanas, la femminista senza tempismo che aveva sparato a Andy Warhol, e molti altri – sembra derivare dalla città stessa, provenire come dagli scheletri dei grattacieli. Scrive Olivia Laing che ogni città è un luogo di sparizioni, ma Manhattan è un’isola e per reinventare se stessa deve letteralmente demolire il passato: questo la rende un luogo pieno di fantasmi, dove niente si crea e niente si distrugge.

Allora le storie di ieri si mescolano al cemento con cui si tirano su i nuovi edifici: anche Ben Lerner descrive Il mondo a venire come un mondo di fantasmi, duecento anni di storia in un battito di ciglia, un blind spot che ci insegue e non si coglie. Dietro la vetrina della nuova agenzia viaggi resta traccia della tua pizzeria preferita dell’infanzia, dice Colson Whitehead: se guardi bene c’è ancora tutto, come un fantasma o una collezione di possibilità future.

Quando Olivia Laing cammina in mezzo alle piscine vuote di Manhattan, la sua solitudine si consuma e si somma a quella di tutti quelli che sono venuti prima di lei e che verranno dopo: la separazione dal mondo non diventa meno speciale così, solo più tollerabile. Edward Hopper rappresenta i solitari – così si definiva anche lui, a lonely one – nella città con la sconcia e dolorante apparizione di una donna vestita per piacere agli altri seduta da sola o in attesa in una stanza; forse, scrive la Laing, Hopper rappresenta i solitari come una grande città, un luogo abitato da anime isolate, inconsapevoli l’una dell’altra, incapaci di darsi conforto a vicenda.

Quasi un quarto degli abitanti degli USA dichiara di aver provato cos’è sentirsi soli, intendo davvero soli, e la percentuale sale al 45% quando si parla degli abitanti del Regno Unito: eppure questa è una condizione che per quanto diffusa sembra non solo resistente ai rimedi, ma addirittura autoalimentante. Il motivo si chiama ipervigilanza: il senso di pericolo diffuso di quando tutto pare congiurare alla rovina personale, i giorni in cui le facce in metropolitana sembrano più tirate, il vento soffiare più forte e chiunque tranne te gode della compagnia degli altri; il meccanismo per cui chi è solo si trova ancora più solo, diffidente verso il mondo, incapace di aprirsi agli altri e il resto del mondo percepisce solo l’aura di malessere che la solitudine crea attorno a sé, non il bisogno di contatto. Allora la pressione sanguigna si alza, il sistema immunitario si indebolisce, si invecchia prima: la solitudine uccide, in un certo senso, o aiuta a morire prima. Per questo ne parliamo – perché niente svanisca, tutto abbia un nome, qualcosa che ci aiuti a identificare la nostra presenza in mezzo a queste strade.

A un certo punto Olivia Laing sta scrivendo da una stanza a Times Square. È china sul computer e controlla la posta elettronica, in uno dei tanti appartamenti presi in subaffitto, la casa deserta, le luci spente, il suo volto illuminato dalla luce blu e pallida dello schermo e i neon fuori dalle finestre nella città che non dorme mai: è un’immagine comune, una delle tante declinazioni della solitudine, una donna al computer per cui il posto di lavoro è lo stesso in cui si lavano i piatti, si dorme, ci si cambiano i vestiti. In assenza di legami significativi con la città, ci vogliono allenamento e persistenza per percepire un senso di radicamento qualsiasi, nel momento in cui la propria presenza non è giustificata da niente (si potrebbe vivere ovunque, forse, e da nessun’altra parte), se non da un bisogno di appartenenza: finii per aggrapparmi disperatamente alla città, aveva scritto.

È da questa condizione specifica che inizia uno dei capitoli più interessanti del libro, I fantasmi del rendering: qui Laing racconta come internet sia venuta in soccorso del senso di solitudine, cambiandone la struttura genetica e materiale, soddisfacendo i nostri bisogni sociali, senza chiederci di parlare, mai.

Dalla città che non dorme mai alla città infinita: internet e i social network ci hanno sollevati dall’incombenza di interagire fisicamente con il mondo, proteggendoci in mezzo alle persone. Ci hanno permesso anche di vergognarci meno della nostra inadeguatezza, perché abbiamo scoperto che quella inadeguatezza era comune, replicata su grande scala. Internet ci ha detto che la nostra tristezza era una fase, era solo un messaggio malinconico che qualcuno aveva già scritto: in qualche modo la condivisione delle difficoltà bastava a alleviarle, la condivisione della gioia a testimoniarne l’esistenza. Ogni giro su Twitter i soliti messaggi malinconici, tristi o talmente desiderosi di risposta da essere imbarazzanti. C’è un sito, Lonely Tweets, che li raccoglie: Lonely Tweets explores what it means to be hyper-connected yet still lonely, dice la didascalia sotto il titolo. Dall’altra parte: la rabbia, i linciaggi pubblici, la violenza dell’anonimato.

Come James Stewart ne La finestra sul cortile guarda i vicini e li scopre più soli e fragili, come Hopper dipinge l’intimità di una camera da letto, così l’esposizione del privato su internet dona l’impressione di un mondo in cui tutto è vicino e chiaro; ma non lo è neanche per un attimo, perché come Stewart o Hopper non tocchiamo né siamo mai toccati davvero: il mondo è chiuso in una bolla di vetro senza porte per entrare – solo che questa volta anche gli altri stanno osservando. Il fatto è che internet non ci ha resi più o meno soli di quanto non lo fossimo prima: forse ha solo estremizzato i sentimenti, legando alla nostra presenza una performatività che è difficile da gestire. La nostra solitudine si muove oggi in una città infinita e inesauribile: è eccitante, quanto terrificante, perché un posto così non smette mai di esercitare il suo richiamo.

E, ancora, voglio partire da David Wojnarowicz per tornare a lui, alla New York sporca e pericolosa, a un ragazzino che si prostituisce perché conosce un piacere che viene dal contatto con gli sconosciuti e che esiste senza dover essere condivisibile. Ci sono giorni in cui David Wojnarowicz si appende dal cornicione del suo palazzo: i limiti fisici indicano un confine da superare e le ginocchia si graffiano contro i mattoni nel tentativo di tenerti lì, vivo, in bilico, ma vivo. In alcuni dei passaggi più belli di Close to the Knives, il memoir che dedica al compagno Hujar, racconta cos’era la vita che si consumava lungo i piers negli anni Settanta, in quegli incontri occasionali con uomini a cui non chiedeva il nome, ma che seguiva nelle macchine, nelle stanze buie. Racconta queste ombre sfuggenti, le voci, le sirene e i gabbiani che risuonano nelle orecchie come un legame ininterrotto con la città: di quei mesi ricorda tutto, “la curva di un braccio, di una schiena, il profilo di un collo che appare in una stazione, in mezzo alla folla, intorno a cui si potrebbero scrivere intere poesie”.

Leggere Close to the Knives è un’esperienza tanto intensa, quanto dolorosa. È guardare un mondo che è stato esiliato provare a ricostruire un senso di comunità, di comunione fisica, a tratti così forte da essere abbagliante, di amore senza condizioni: è nella pioggia, chiuso dentro una macchina a fare sesso con un ragazzo che non incontrerà più, che vede l’universo aprirsi a un contatto, gli aeroplani attraversare le nuvole, il fumo di una sigaretta che esce da una stanza, “nell’amarlo, lo vedo liberarmi dal silenzio della mia vita interiore”. Ma Close to the Knives è anche il resoconto di una disintegrazione: è vedere quella comunità smettere di incontrarsi nei night club per trovarsi nelle sale d’aspetto dei dottori che promettono una guarigione, è la rabbia di assistere a un mondo crollare poco alla volta, sotto il peso della mortalità, del dolore, la solitudine che torna e rivela la città così com’è – un posto che ti ha esiliato, dove la tua invisibilità ha smesso di proteggerti.

Per questo è importante descrivere le solitudini nelle città immense, metterle accanto a noi, nel loro dolore sordo:

La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci, e non bisogna provare vergogna, basta ricordarsi che la ricerca della felicità individuale non travalica e non ci esime dai nostri obblighi reciproci. Siamo tutti sulla stessa barca, e accumuliamo cicatrici in questo mondo di oggetti, questo paradiso materiale e temporaneo che troppo spesso assume il volto dell’inferno.

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Uccidi la tua famiglia, diventa uno scrittore https://minimaetmoralia.it/letteratura/uccidi-la-tua-famiglia-diventa-uno-scrittore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/uccidi-la-tua-famiglia-diventa-uno-scrittore/#comments Mon, 06 May 2013 09:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14210 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Edward Hopper, People in the Sun.)

Nel suo ultimo libro, How literature saved my life (Knopf 2013), non ancora uscito in Italia, David Shields sintetizza in una frase una grande verità della scrittura: È difficile scrivere un libro, è molto difficile scrivere un buon libro, ed è impossibile scrivere un buon libro se ti preoccupi di come le persone a te vicine lo giudicheranno.

Sul New York Times, la scrittrice e giornalista Susan Shapiro – che nella sua biografia si definisce autrice di tre memoir che la sua famiglia odia – dice di dare agli studenti dei suoi corsi di scrittura questo semplice quanto diabolico consiglio: Avrete trovato la vostra voce quando scriverete un pezzo che la vostra famiglia odierà. Se volete avere successo con genitori e fratelli, provate con i libri di ricette.

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PEOPLE_IN_THE_SUN

Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Edward Hopper, People in the Sun.)

Nel suo ultimo libro, How literature saved my life (Knopf 2013), non ancora uscito in Italia, David Shields sintetizza in una frase una grande verità della scrittura: È difficile scrivere un libro, è molto difficile scrivere un buon libro, ed è impossibile scrivere un buon libro se ti preoccupi di come le persone a te vicine lo giudicheranno.

Sul New York Times, la scrittrice e giornalista Susan Shapiro – che nella sua biografia si definisce autrice di tre memoir che la sua famiglia odia – dice di dare agli studenti dei suoi corsi di scrittura questo semplice quanto diabolico consiglio: Avrete trovato la vostra voce quando scriverete un pezzo che la vostra famiglia odierà. Se volete avere successo con genitori e fratelli, provate con i libri di ricette.

Sareste teoricamente disponibili ad accettare una buona recensione su un quotidiano a grande tiratura in cambio di una burrascosa interruzione dei rapporti con vostra madre? Se la risposta è sì, siete sulla strada giusta, la letteratura, fiction o non fiction che sia, è per i rapporti famigliari un campo minato in cui ogni scrittore che si rispetti non solo conosce la posizione delle mine, ma trova inevitabile farle esplodere.

La delicata questione può essere considerata da due punti di vista: 1) per lo scrittore la propria famiglia è, in quanto a profili psicologici e dinamiche umane, il materiale più ricco e meglio conosciuto che ha disposizione, ma 2) non bisogna sottovalutare il potenziale vendicativo del testo letterario; scrivere può anche significare, e lo dimostrano alcuni capolavori, regolare i conti con il proprio passato.

La Lettera al padre di Franz Kafka è, in questo senso, una lampante dimostrazione di come un’intera poetica si possa articolare intorno a un tentativo di vendetta. A trentasei anni il grande scrittore praghese compone un drammatico ritratto del genitore e dei suoi abusi psicologici stilando una lista di lontani aneddoti a cui si è tentati di ricondurre tutta la sua produzione letteraria, e arrivando infine a individuare l’origine della sua vocazione proprio in quel rapporto per lui così doloroso: Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata.

Ne sa qualcosa anche Lucie Ceccaldi, madre dello scrittore più famoso della Francia contemporanea, a cui spesso si aggiungono gli aggettivi: controverso, cinico, rancoroso, sessualmente morboso, che non equivalgono a buone notizie per chi è stato, o avrebbe dovuto essere, responsabile della sua costruzione emotiva. Nelle Particelle elementari, Michel Houellebecq, la prende di peso con il suo vero nome, Ceccaldi, e le fa interpretare il “ruolo” della madre hippie che abbandona il proprio figlio ai nonni, ubriaca di illusioni libertarie, affamata di sesso. La terribile coincidenza è che Houellebecq fu esattamente affidato ai nonni da piccolissimo e che i suoi genitori furono esattamente due giramondo imbevuti di edonismo sessantottino.

Si scopre così che tutta la critica asprissima alla generazione dei baby boomers, uno dei temi centrali dei primi libri dello scrittore francese, mascherata abilmente nello stile del personaggio, un nichilista prodigo di considerazioni storico-sociali, mette radici nel risentimento personale, in una tristissima sindrome da abbandono. Ma la storia non finisce qui. Nel 2008 Lucie Ceccaldi dà alle stampe un memoir intitolato con eloquenza L’Innocente con cui si propone di dire la sua verità e rilascia interviste in giro nelle quali dichiara di essere disposta a perdonare suo figlio solo nel caso in cui decidesse di presentarsi in una piazza brandendo Le particelle elementari e autoaccusandosi come bugiardo e impostore. La lite letteraria finisce per assumere connotati vertiginosi perché non solo è curioso che l’autore di un romanzo venga accusato di essere un mentitore, ma anche perché se suo figlio non fosse diventato Houellebecq, Lucie Ceccaldi non avrebbe mai pubblicato un libro.

D’altra parte, per quanto strano possa sembrare,  il suo non è l’unico caso di “genitore d’arte”. Henry James e William Yeats, erano figli di due padri parecchio simili: artisti falliti e borghesi inconcludenti, con John Butler Yeats che, dopo il successo letterario del figlio, arrivò addirittura a implorarlo di raccomandare i suoi testi teatrali. Le due vicende sono raccontate nel bellissimo libro di Colm Tóibίn New Ways to Kill Your Mother: Writers and Their Families (Penguin 2012), uno spaccato ricchissimo di fatti e documentazioni sulle famiglie di alcuni importanti scrittori dell’Otto-Novecento, che scoperchia un covo di dolori, frustrazioni, condizionamenti.

Il limite estremo della morbosità famigliare si tocca nel capitolo dedicato alla famiglia Mann, condensato di distorsioni sessuali, mancanza di amore, ambiguità storiche. Klaus, secondogenito di Thomas, è la figura tragica, quasi più letteraria che reale, che ne incarna le storture. Ragazzo prodigio e di ambizioni smisurate – al punto che il padre gli autografò con ironia sprezzante una copia della Montagna incantata, scrivendo Al mio rispettato collega, il suo promettente padre – sessualmente incerto, ma legato più che fraternamente a sua sorella Erika, tossicodipendente e anti-nazista più vibrante del suo prudente e celebre congiunto, visse fino al suicidio una vita alla continua ricerca dell’approvazione paterna, anche attraverso una frustrante competizione letteraria.

Nel 1936 pubblicò Mephisto, in cui la figura di un personaggio che decide di non esporsi politicamente per non rovinare il suo successo artistico è, secondo Tóibίn, ispirata precisamente da suo padre. Che, d’altra parte sembra rispondergli in Carlotta a Weimar, descrivendo così il personaggio di August, figlio di Goethe: Essere figli di un grand’uomo è una grossa fortuna, un considerevole vantaggio. Ma, d’altra parte, anche un fardello opprimente, una umiliazione permanente del proprio ego.

Si dà il caso poi, ed è un caso non meno doloroso per una famiglia, di una vita segreta rivelata post-mortem da un lascito letterario. Sempre nel libro di Tóibίn  si può leggere della vicenda legata ai Diari di John Cheever, recentemente pubblicati da Feltrinelli, che svelarono un’omosessualità tenuta a lungo nascosta tra le mura di casa. Mary Cheever, la moglie dello scrittore della suburbia americana, decise di non leggerli, giustificando così la sua scelta: “Non posso leggerli, non è la mia vita. Si tratta di lui. È tutto dentro di lui”. Ed è proprio la consapevolezza di questo scarto tra realtà esterna e vita interiore, identificato con disperata lucidità dalla moglie di Cheever, che potrebbe alleviare i dolori delle vittime del fuoco amico, o parentale, della letteratura.

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Ti racconto una storia https://minimaetmoralia.it/libri/ti-racconto-una-storia/ https://minimaetmoralia.it/libri/ti-racconto-una-storia/#comments Mon, 02 Nov 2009 09:27:35 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1053 (Apparso sul Riformista) «“Ti racconto una storia”, dice Carver a Hopper. “È un’immagine che ho avuto. Non so se è una storia che si può definire realmente tale. Potrebbe essere una poesia. Forse un giorno la scriverò, e potrebbe essere un racconto breve quanto una poesia”. “L’ascolto con piacere”, dice Hopper». L’incontro tra lo scrittore […]

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(Apparso sul Riformista)

barhopper«“Ti racconto una storia”, dice Carver a Hopper. “È un’immagine che ho avuto. Non so se è una storia che si può definire realmente tale. Potrebbe essere una poesia. Forse un giorno la scriverò, e potrebbe essere un racconto breve quanto una poesia”. “L’ascolto con piacere”, dice Hopper».
L’incontro tra lo scrittore del cosiddetto minimalismo americano Raymond Carver e il pittore del cosiddetto realismo americano Edward Hopper non è mai avvenuto nella realtà. Ma sappiamo che la letteratura è una delle più raffinate forme di estensione del reale. Se qualcosa accade in un libro possiamo ancora dire con assoluta certezza che non è mai accaduto? Ebbene, da oggi, questo incontro plausibile, seppure storicamente fallito, in un certo senso c’è stato.
Aldo Nove ha appena pubblicato un libro che si intitola Si parla troppo di silenzio. Un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver (Skira, pp. 78, euro14) in cui racconta l’incontro tra lo scrittore e il pittore. Appuntamento mancato per un soffio, visto che si trovavano entrambi in California, negli stessi mesi del 1958, ma si sfiorarono. Aldo Nove, ex-cannibale, autore di Superwoobinda (1998), di Amore mio infinito (2000), di Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese (2006) e di altri libri, ci dà la possibilità di assistere a questo contatto tra due giganti e lo fa in una narrazione pienamente riuscita. Nella prima scena vediamo Hopper («L’uomo con il Borsalino è Edward Hopper. Famoso per i suoi silenzi e per i suoi quadri»), e la moglie (anche lei pittrice, modella sempre presente nei quadri del marito). I due vengono presentati così: «Una coppia che per l’America, di tanto in tanto, scorrazza in cerca di tagli di luce, di angoli di case». Si fermano in un locale dove stanno parlando due uomini: «Il ragazzo sui 20 anni con la camicia a scacchi si chiama Raymond Carver».

Carver e Hopper vanno a pesca insieme. Aldo Nove ha il coraggio di mettere in bocca a Carver delle storie. Sentiamo Carver che racconta. E Hopper sta in silenzio e ascolta. Presto la loro conversazione diventa un commento al loro lavoro artistico. Carver per esempio dice: «Non sono capace di scrivere romanzi. Forse un giorno ne scriverò uno, o forse no. Il racconto è come una poesia. Ti permette di iniziare e completare una storia in un momento solo, senza doverci lavorare per anni. Io questo non posso farlo. Ma posso descrivere le emozioni i sentimenti che provo di fronte a tante cose».
Carver e Hopper hanno raccontato la stessa America. Pompe di benzina, interni di case spoglie, natura incontaminata, luci a neon di locali sulle strade provinciali. Si sono concentrati su scene semplici, domestiche, per raccontare dinamiche universali: l’incomunicabilità delle coppie, la solitudine, la stanchezza della passione, il declino dei corpi, il tramonto dei sogni. Hanno messo in scena anime disperate, corpi nudi, menti assorte. Sigarette, bicchieri di whisky e vasti paesaggi americani.
estatehopperNove ha avuto coraggio a scrivere queste pagine e il coraggio in letteratura è sempre ripagato. Ecco un dialogo tra Hopper e la moglie: «“Sei la mia unica modella” [dice lui]. “Io lo so perché” dice la donna come se stesse per rivelare un grande segreto. “Perché?”. “Perché tu adori le distanze”. “Forse è così”. “Ti piace, che io sia distante. Anche se sono nuda, anche nell’intimità. È per questo che mi hai sposata e lo hai sempre saputo”».
Si parla troppo di silenzio è un libro fatto quasi solo di luci, ombre, silenzi e parole. Nove, che di solito preferisce raccontare un’umanità squalificata dalla merce, debilitata mentalmente dall’intrattenimento televisivo, ha scelto questa volta una direzione nuova, poetica, introspettiva, psicologica. Carver, Hopper (e anche Nove) condividono sicuramente quanto dice Hopper nel libro: «È quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c’è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende».

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