Edward Snowden Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edward-snowden/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Nov 2016 01:17:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Edward Snowden Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/edward-snowden/ 32 32 Trump: genesi dell’autoritarismo nell’era iperconnessa https://minimaetmoralia.it/altro/trump-genesi-dellautoritarismo-nellera-iperconnessa/ https://minimaetmoralia.it/altro/trump-genesi-dellautoritarismo-nellera-iperconnessa/#respond Fri, 18 Nov 2016 06:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32841 Questo pezzo è uscito su Valigia Blu, che ringraziamo.

di Fabio Chiusi

“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.

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di Fabio Chiusi

“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.

Il nuovo fascismo, quello che l’America rischia in quest’era iperconnessa, si insinua mentre l’urlo di centinaia di fact-checker ammutolisce nel caos, mentre la realtà frana in quella creata ad arte da Trump, nelle sue incalcolabili bugie. Jay Rosen, docente di giornalismo alla NYU, in uno splendido e dolente saggio che ha anticipato di 24 ore il mea culpa di massa dell’intera categoria giornalistica, descrive quel meccanismo di sostituzione del vero col falso che ha portato alla vittoria del totalitario: prendere un mondo, quello dei fatti, e smontarlo, pezzo a pezzo, comizio dopo comizio, fino a che i desideri del maschio bianco statunitense — il vero responsabile del disastro — diventano quelli di tutti, e la parola di Trump — qualunque parola — ciò che li realizza.

Il risultato sta lì a dimostrare che è proprio così. Quello che tutti chiamavano falso è vero, l’impossibile possibile, l’indicibile detto. E allora ecco il nuovo fascismo: se i sondaggi erano sbagliati come diceva Trump, se i giornali, i siti e le televisioni hanno descritto una realtà inesistente e ne hanno dottamente disquisito per mesi—sempre come diceva lui—su quante altre questioni è lecito, addirittura doveroso, affidare alla bocca di Trump l’immane compito di distinguere il vero dal falso? A morte la democrazia, che peraltro oltre due terzi dei giovani statunitensi non reputa indispensabile; a morte l’establishment; a morte chi lo racconta.

Tra le litanie funebri del sistema si insinua così il pensiero che ora il Times, per convincere un elettore di Trump della verità di una qualunque notizia, dovrebbe camuffarsi da Breitbart; che il luogo tradizionale del vero debba imitare il luogo tradizionale del falso, per poter dire una qualunque verità in modo credibile.

Il nuovo fascismo è il giornalismo che assume i modi e le forme del complottismo per sopravvivere, pensi ancora, mentre il terrore porta qualcuno a chiedersi, con l’avanzare della notte, di scrutinio in scrutinio, che sarà delle opinioni passate, se non sia il caso di rimuovere da Internet tutte quelle che il futuro presidente potrebbe usare contro di loro.

Trump non ha nemmeno vinto, ed ecco già le prime avvisaglie del clima di autocensura  che si respira in Russia, in Cina, nei paesi da cui gli Stati Uniti tentano disperatamente di distinguersi da un pezzo.

Gli algoritmi che ci chiamano “estremisti” per un nulla ci sono già, anche in democrazia. Sono le punizioni a cambiare. E la vaghezza con cui Trump da sempre affronta il tema della sicurezza nazionale in ambito informatico non aiuta.

Sappiamo che vorrebbe un bottone per spegnere Internet in caso di necessità; che Apple e Amazon se la passeranno male, tra minacce di boicottaggio e minacce e basta; che su tutte queste materie il nuovo presidente è un completo ignorante — tanto da sostenere, per capirci, che l’FBI non sia in grado di analizzare 650 mila mail in una settimana.

Sappiamo soprattutto che quell’ignorante oggi dispone della più sofisticata, pervasiva e rodata infrastruttura di sorveglianza e controllo delle opinioni e dei comportamenti mai esistita: lo ha rivelato Edward Snowden, lo hanno confermato giornalisti, esperti, studiosi, commissioni di inchiesta, parlamenti, perfino le Nazioni Unite. Ma a nulla è servito il monito degli attivisti per i diritti civili, a nulla è servito ripetere decine e centinaia e migliaia di volte che un sistema di controllo totale non è giustificabile con le buone intenzioni di chi l’ha costruito, perché poi a usarlo può essere un erede molto meno bene intenzionato. Ora che quell’erede è Trump, si annunciano i tempi più bui di sempre.

I media liberal hanno immediatamente trovato in Internet la causa di tutti i mali, la struttura di manipolazione del consenso e disintermediazione del potere che ha reso, essa sola, possibile la disfatta. Colpa di Twitter se la nostra attenzione dura 140 caratteri e, di conseguenza, i candidati parlano in tweet; di Facebook se le bufale diventano “virali” mentre i relativi debunking no; dei meccanismi della pubblicità in rete se la politica è polarizzata come mai prima d’ora, la democrazia vilipesa come mai prima d’ora, e ciascuno non parla che al proprio confirmation bias.

Dopo il 2008 e il 2012, dopo l’utopia “social” di riscrivere le leggi del politico dal basso, dopo la speranza di Obama, ecco il 2016 con il suo pieno di disperazione, xenofobia, sessismo, insulti, raggiri, propaganda annunciare il nuovo fascismo, eccolo avanzare fino alla luce dopo avere prosperato nel lato oscuro di Internet. Questa la narrazione liberal della sconfitta: abbiamo sottostimato il carico di distopia che la rete trascina con sé, un peso finora rimasto in qualche modo ben celato alla vista ma che ora improvvisamente è schiacciante, annienta.

E allora ecco la paura, tweet dopo tweet; ecco i tanti che dicono, in distopica fotocopia: “non è un episodio di Black Mirror”. Continuiamo ossessivamente a scivolare tra apocalittici e integrati, pur sapendo non sarà la rete a portare, di per sé, né l’apocalisse né il paradiso multiculturale in cui molti confidavano proprio per non dover più ragionare di fascismi.

E fa paura. Non solo per l’enorme sottovalutazione dei fattori umani, sociali, economici che si accompagna alla riduzione del consenso a una volizione istantanea, o partigiana, su Internet — come se Trump avesse vinto per via di un algoritmo difettoso e non di un’avversaria, se non di una intera democrazia, difettosa.

Fa paura perché, oltre a questa micidiale miopia, c’è l’effetto che quello strabismo avrà proprio su Internet. Conosciamo la risposta dei “progressisti”: “alfabetizzare” le masse a un “buon uso”, un uso “cosciente” del digitale; e scrivere nuove regole per domare la bestia imbizzarrita che corre tra le fibre ottiche sottomarine, da un continente all’altro, rendendo tutto istantaneo. Ma, in un simile contesto, è difficile i diritti ne possano uscire vincitori

Sarà piuttosto una gara al ribasso, tra un autoritarismo che potrebbe avvalersi , sabotandola, dell’ossatura di democrazia digitale impostata dall’amministrazione Obama — “Che significa costruire strumenti che rendono più efficiente un governo autoritario?”, si chiede l’ex direttrice di Code For America, Catherine Bracy, sul Guardian — e un altro, in sedicesimi, mascherato da difesa della tolleranza, della parola. E noi faticheremo a capirlo, come abbiamo faticato a capire ogni cosa di Trump, e prima di così tanti altri macro-fenomeni dirompenti, rivoluzionari da costringere alla domanda su quale “abbondanza” sia, esattamente, quella dell’era dell’abbondanza.

Non è solo information overload: è proprio che abbiamo disimparato a guardare la storia. Persi in ogni più insignificante frammento di un presente che sempre comanda la nostra attenzione, abbiamo dimenticato cosa prende i pezzi e li muta in intero. Senza il passato è tutto nuovo, sconosciuto e affascinante. Così quando Matt Blaze scrive che ora sarà difficile parlare di politica, online, la mente non corre ai regimi di ieri ma alla possibilità, esaltante, che la rete diventi luogo di puro svago, domani, e che la libera espressione vaghi altrove, come un fantasma a caccia di una casa da infestare.

Ma è anche un’abbondanza sciocca, che confonde. Non è, ti chiedi scorrendo le mappe del voto di bianchi, in maggioranza pro-Trump, e neri, quasi interamente con Hillary, che il tutto si riduce all’astio di ritorno di chi, per anni, si è sentito spodestato nella propria essenza di cittadino americano per il solo e semplice fatto di un nero presidente per due mandati? Non è, insomma, come ha suggerito anche Van Jones della CNN, puro e semplice razzismo? E non vi si aggiunge forse l’odio per l’idea di una donna al comando? Difficile spiegare altrimenti come Trump abbia potuto varcare indenne le soglie del prenderne così tante by the pussy.

Republican presidential candidate Donald Trump speaks to supporters as he takes the stage for a campaign event in Dallas, Monday, Sept. 14, 2015. (AP Photo/LM Otero)

Forse, ti rispondi, ribattere a tutto questo con le armi del normale confronto democratico non è stato abbastanza perché non poteva esserlo. Ma se Trump è da considerare a tutti gli effetti un propagandista totalitario — Rosen concorda — come mai non lo abbiamo trattato come tale? Perché invece Hillary, nei confronti diretti, si è limitata a reagire così spesso con una risata, robotica e tiratissima? Che avrà mai avuto da ridere? Si prendano i dibattiti presidenziali. Lui minaccia di metterla in galera appena eletto, lei ride. Lui le dice che deve vergognarsi, è una corrotta, una incapace: lei ride. Lui minaccia di non accettare un esito elettorale avverso, e lei ancora ride.

In molti hanno riso, in passato, di fronte alle sparate di futuri dittatori: un po’ perché il totalitarismo è idiota per definizione, chiede idiozia per esistere e vuole idiozia per prosperare; un po’ perché i leader totalitari sono tutti più o meno l’incarnazione di quella idiozia: goffi, sbagliati, grotteschi, caricaturali, finti fin nella fisiologia. Ma ridere non serve a farli sparire dai libri di storia: serve a inciderne il nome a caratteri cubitali, come “Donald J. Trump” in quella statunitense. Don’t feed the troll, insomma, non funziona quando il troll è candidato alla presidenza della prima potenza mondiale.

Il problema è capire cosa serve. La democrazia ha pensato di rinnovarsi vestendosi di dati: di Big Data, per l’esattezza. Non ha funzionato. “La corsa allo sfruttamento dei dati”, scrive il New York Times ora che Trump ha vinto, “potrebbe averci privato della capacità di riconoscerne i limiti”. Ma fino a ieri, quello stesso giornale forniva previsioni in tempo reale sull’esito della contesa accusate da svariati commentatori — giustamente — di confondere le idee, e poco altro. Oggi discutiamo di metodologie, imprecisioni, scetticismo: ieri era tutto oggetto di fede.

Trump aveva un motto più semplice: “dire le cose come stanno”. Secondo il senso comune, non la statistica. Il motto di ogni populista. E un motto che le metriche, le infografiche, i sondaggi paiono non riuscire proprio a decodificare, e prevedere. È come se la rivolta di quel senso comune — altro nome dell’ignoranza e di ogni sorta di pregiudizio — fosse invisibile alle macchine, un intero popolo che si muove oltre i margini non solo del politically correct ma anche della logica, della ragione, di ogni possibile argomentare; un abbandono incerto, inconoscibile, alle emozioni. Perfettamente solleticate dall’imbonitore di turno, sono loro a chiedere un cambiamento che Hillary non ha potuto incarnare.

E allora viene da chiedersi certo, con Dan McQuillan, “come sviluppare un approccio antifascista agli algoritmi”, per contenere lo strapotere manipolatorio di oggetti considerati invisibili, neutrali, oggettivi e al di là dell’errore del giudizio umano. O ancora, come metterci al riparo da psyop di livello militare basate sui comportamenti reali dei singoli elettori da influenzare. Ma, soprattutto, la domanda è come si sia potuto dimenticare anche solo un istante che “la politica non è solo numeri”, perché — scrive ancora il Times, prodigo di saggezza ex post — “i dati non sempre colgono la condizione umana”.

Se era Hillary la candidata dei Big Data, la sua sconfitta può renderci un utile lascito: spingerci verso un data realism di cui, finora, non c’è stata avvisaglia. A un antiriduzionismo, cioè, in cui il cittadino non diventa la somma di ciò che dicono di lui sistemi di rating, contatti nel proprio grafo sociale e tracce-metadati dei propri comportamenti e abitudini. Perché il fascismo è anche questo: riduzione dell’umano ad altro, numeri o cosa poco importa. Riduzione arbitraria, ovviamente. E sordidamente manipolata. Pensavamo di averla scongiurata con le evidenze, l’approccio “scientifico” — ma cos’ha di scientifico la scienza dei dati, oggi? — alla governance democratica.

Chiedo: davvero? E a che servono i dati se gli elettori li ignorano quando vanno al voto? Hillary è stata sconfitta più severamente dove i tassi di disoccupazione sono migliorati di più rispetto al 2010. I dati sono importanti, dunque, ma anche più importante è la ragione umana che deve darvi senso. Capire l’ascesa di Trump, in questo caso, significa spiegarsi le cause di questi fenomeni, non correlarli incessantemente con qualunque variabile si abbia a disposizione — solo perché si può fare.

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C’è uno splendido tweet, di Ross Douthat del Times: “Il Mulo”, dice. Il riferimento è perfetto, all’universo della Fondazione di Asimov e a una distopia tutta basata sulla capacità algoritmica di predire il futuro, la scienza immaginaria chiamata “psicostoria” che oggi in molti, nei centri di ricerca più prestigiosi, cercano di sottrarre alla fantasia.

Verrà un dittatore di tutti e tutto, predicono i dati, e si tratta di capire come fermarlo prima che ascenda al potere. Il problema è che lui, il Mulo, è in grado di influenzare i sentimenti, e confondere dunque senza sosta la base su cui si fondano le predizioni psicostoriche. Una manipolazione emotiva rende i dati insignificanti, le predizioni fasulle e la propaganda realtà: non serve la galassia di Hari Seldon, per capire l’effetto che fa.

Nella nostra, tuttavia, l’incertezza è tale da non capire nemmeno se Trump sia davvero un Mulo o un asino, un dittatore in nuce o la versione politica del conduttore di The Apprentice. Sappiamo che finge: ma quanto? È sincero quando mostra toni, propositi e comportamenti da caudillo o ne ha semplicemente fatto carne da macello elettorale, marketing per cavalcare, come poi avvenuto, l’indignazione, l’ignoranza e la rabbia popolare fino a portarla dentro la Casa Bianca e da lì ammansire, farsi docile nelle mani di funzionari, consiglieri e — soprattutto — in quelle della Costituzione?

L’avvocato di Snowden e direttore dell’ACLU, Ben Wizner, dice che “gli americani stanno solo ora realizzando di avere creato una presidenza troppo forte”: sicuri quelle mani la possono contenere? È una domanda difficile. Come quella che implica: siamo al punto in cui perfino la minaccia di un nuovo fascismo sembra finzione?

Sappiamo dei tre milioni di deportati, del “muro” confermato per la prima volta da president-elect. Ma per rispondere davvero servirebbe un’analisi storica, di fenomeni e cause, di comparazione con i tratti totalitari — l’uomo atomizzato ma massa, l’identificazione tra leader e paese, la mutazione di chiunque dissenta in nemico della nazione intera, l’essere nemico oggettivo di alcune determinate categorie sociali, e così via — e con lo stato socio-economico in atto. Un’analisi che spieghi se le forze messe in moto da Trump, i fascisti, razzisti, sessisti e bigotti che ha sedotto e legittimato per tutta la campagna elettorale, si possono fermare con una improvvisa virata al moderato, al normale, una volta in carica, o se invece tornare alle regole del gioco dopo averle rotte — e dopo aver vinto proprio per averle rotte — sia piuttosto una ulteriore, decisiva spinta a essere fascisti, razzisti, sessisti e bigotti davvero, di più, fino a realizzare uno Stato che lo sia altrettanto.

Servirebbe questo tipo di analisi, ma l’attenzione sfuma e si confonde sfogliando sullo smartphone pagine e pagine di contenuti, in buona parte ottimi; pensandoci un attimo e poi no, sei già altrove; temendo, ma per il tempo che scorre tra un meme e l’altro. È un appiattimento barbaro ma vitale, in cui un siriano morto sfila accanto al cane o gatto bizzarro del giorno, ed è dolore e abitudine al dolore, consapevolezza e immemoria, attenzione e distrazione insieme.

Così la notte finisce, comincia il mattino, e tu non sai esattamente se ciò che hai testimoniato è un crollo gigantesco, quello che segna una vita, o un altro show della tv pomeridiana: se la rivoluzione è innocua o, invece, pugnala solo alle spalle — automatica come un bot, determinata come un algoritmo, seducente come un social network. Ma antica come la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, cinica quanto quella di un’azienda sui concorrenti, potente come lo è un predicatore di fronte non a una, ma a milioni di anime in cerca di una fede, una qualunque, pur di zittire la voce della morte che assorda, dentro.

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Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/ https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/#respond Tue, 12 Apr 2016 05:45:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30520 Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

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di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

Julian Snowden Act

Il 2001 è l’anno spartiacque: con il promulgamento del Patriot Act –la legge statunitense che estende i poteri governativi di spionaggio a “danno” della privacy dei cittadini – l’opinione pubblica internazionale è stata investita da un racconto giornalisticamente e politicamente difficile da sintetizzare: un magma di inchieste, sentenze, scuse, emergenze internazionali, aggiornamenti delle vecchie questioni giuridiche e filosofiche imposti dalle nuove tecnologie, sequenze di pesi e contrappesi che riguardano la divisione dei poteri, l’esercizio e la natura del potere stesso, le forme di governo democratiche contrapposte a quelle totalitarie, e le zone grigie che ci stanno in mezzo.

A confondere le acque, le figure di Julian Assange, australiano paladino della libertà dai capelli bianchi coinvolto in scandali sessuali in Svezia e attualmente “residente” nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Edward Snowden, ex tecnico informatico della CIA, attualmente “ospite” in una località segreta in Russia, e tutto il contorno di personaggi stravaganti (come Bradley Manning, ora Chelsea, la militare che ha cambiato sesso condannata a 35 anni di carcere per aver passato informazioni riservate a Wikileaks), pubblicazioni di documenti top secret, polemiche, blitz, ingerenze sui governi nazionali, aggiramenti costituzionali, iperboli di megalomania e vanità, che ruotano attorno alle due facce del web: quella di una rete in cui tutto deve essere disponibile “alla luce del sole”, e quella della dittatura dell’immediatezza e dei populismi incendiari a scapito di ogni buonsenso.

Se da un punto di vista giuridico e politico sono questioni difficili, se non impossibili, da sciogliere, da un punto di vista narrativo queste contraddizioni diventano il fertile materiale d’attualità da cui attingono alcuni dei più significativi racconti contemporanei.

Big (Data) Brother

Henry Kissinger, ex segretario di Stato dell’era Nixon, ammonisce dal suo “World Order” sul rapporto tra le nuove tecnologie e le campagne elettorali basate su “una ricerca big data – il trattamento elettronico di enormi quantità d’informazioni sui social network, dati anagrafici pubblici e cartelle cliniche capaci di definire un profilo per ciascun elettore, probabilmente più preciso di quanto gli stessi interessati avrebbero potuto ricostruire sulla base della propria memoria”, che rischia di produrre «candidati ridotti a portavoce di un’operazione di marketing».

Il “realismo politico” di Kissinger, da decenni eminenza grigia della politica estera USA, centra uno dei principali problemi della politica ai tempi di internet, tanto palese in queste primarie americane che si consumano nella realtà, quanto lo è parallelamente in quelle della “realistica finzione” della quarta stagione di House of cards: se il gap tra le qualità richieste per farsi eleggere e quelle necessarie per governare è troppo ampio, «la capacità concettuale e il senso della storia che dovrebbero essere parte della politica estera possono andare perduti», o (ogni riferimento a Obama non sembra puramente casuale) «acquisire queste qualità potrebbe assorbire così tanta parte del primo mandato di un presidente» da paralizzarne l’operato.

Guardata in questa ottica, l’avvincente ultima stagione del politicaldrama più riuscito di sempre sembra la trasposizione drammaturgica delle preoccupazioni di Kissinger: un mondo sconvolto da irrisolte tensioni internazionali pronte a deflagrare,e ad affrontarle, da una parte i candidati, che manipolano la percezione che gli elettori hanno di loro sulla base di quel che gli elettori stessi inconsapevolmente desiderano, dall’altra gli elettori, convinti di scegliere quel che i candidati li convincono a scegliere sulla base delle loro più irrazionali aspirazioni.

Anarchy in the World Wide Web

Un po’ Anonymous, un po’ V per Vendetta, il nuovo eroe anarchico contemporaneo è il protagonista della prima stagione di Mr. Robot, Elliot Alderson, che nonostante sia un sociopatico, depresso e tossicodipendente, uno stalker che tratta gli esseri umani come device da craccare per poterne conoscere il contenuto più intimo, incarna sentimenti decisamente più emotivi che politici.

In bilico tra il desiderio di salvare il mondo e quello di distruggerlo, la figura dell’hackvista anonimo incappucciato in una felpa no-logo, (il cui vago sogno politico è all’incirca “So this is how a revolution looks like: people in expensive clothing running around”), è quella più capace di interpretare i sentimenti post-ideologici di nativi e immigrati digitali.

Siamo lontani anni luce dall’ennesima critica ad una società ingiusta e alienante, piuttosto di fronte al suo ribaltamento celebrativo, un inno a un’era in cui l’informazione è liquida, non filtrata e onnipresente, tanto da far tifare gli spettatori per la versione 2.0 (emo? nerd? hipster?) di un Dottor Stranamore affetto da una crisi di identità alla Fight Club, deciso (?) a “formattare” la società.

Homeland Insecurity

Se narrativamente la quinta è forse la stagione meno riuscita di Homeland, sociologicamente è probabilmente la più puntuale.

Tutto parte da una fuga di notizie/documenti top secret che mischia sapientemente le vicende del “caso” WikiLeaks di Assange a quelle delle rivelazioni di Edward Snowden con la pubblicazione e la denuncia di operazioni di spionaggio non autorizzate tra Servizi alleati, mettendo in scena le contraddizioni della lotta al terrorismo.

La trasferta in Europa – che dopo gli USA e il Medioriente diventa il nuovo teatro dello show – mette in mostra come il tema della fragilità della sicurezza domestica e la sfiducia nell’operato di governi e forze di sicurezza si sia ormai fatto sentimento del tempo.

Non solo con la premonizione (con tanto di disclaimer di “scuse”) degli attacchi dell’Isis in Europa (nella fiction a Berlino, invece che a Parigi e a Bruxelles), quanto con l’intreccio tra la volontà di hacker, organizzati e non, e pseudogiornalisti con manie di protagonismo, di diffondere le informazioni riservate, e quella delle agenzie di spionaggio di aggirare le leggi nazionali per “sorvegliare e punire” i terroristi prima che possano mettere in atto i loro piani.

Se le vicende personali dei protagonisti sembrano meno interessanti che in passato, non lo sono le dinamiche con cui vengono rappresentati gli interessi contrastanti dei vari attori in gioco: dalla potenza globale più direttamente coinvolta nella lotta al terrorismo nei lustri precedenti, gli USA, al loro vecchio e nuovo antagonista, la Russia, si passa per la riluttanza dei paesi europei, incapaci di un piano comune, di farsi carico dell’eredità degli accordi Sykes-Picot, mentre le medie potenze mediorientali lottano per una leadership regionale e il sedicente califfato sfrutta la confusione per ritagliarsi il suo posto all’ombra dei pozzi di petrolio.

A prescindere dalle differenze etniche e religiose, è la sicurezza (non solo informatica) della vita quotidiana della gente comune a essere messa in discussione. A Baghdad, Damasco, Cairo e Tripoli, come a Parigi, Bruxelles e nelle altre capitali occidentali, il mondo è sempre più piccolo e le madrepatrie sempre più insicure.

In tech we trust

Nel nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, i segreti sono al centro delle vicende personali della protagonista, Purity “Pip” Tyler – chi è suo padre? Chi è veramente sua madre? Per scoprirlo finirà cooptata nel Sunlight project, organizzazione con lo scopo di pubblicare ogni sorta di leak guidata dal carismatico e donnaiolo Andreas Wolf, “una specie di uomo bambino ossessionato dal rivelare segreti” –, ma insieme a tante altre cose (il rapporto genitori/figli, l’amorevole crudeltà delle relazioni sentimentali, la ricerca di una propria identità nella società liquida), nell’obiettivo di Franzen, quando non impegnato a immortalare per iscritto i suoi adorati uccelli, annoiando tutti i non appassionati di birdwatching, finisce fotografata, ingigantita e studiata con la lente d’ingrandimento della sua maestria letteraria, la nostra fiducia nelle nuove tecnologie.

Franzen mette in discussione il nuovo mantra, “nella tecnologia confidiamo” (In Tech we trust is the new In God we trust), il cui ottimismo non tiene conto degli “algoritmi usati da Facebook per monetizzare la privacy dei suoi utenti, e da Twitter per manipolare meme che in apparenza si autogenerano”, e traccia un parallelo tra le nuove utopie della trasparenza e le vecchie utopie del controllo: nella Germania Est “la risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si ottiene internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

E dalla glasnost digitale, all’ostalgie analogica, il passo è breve.

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Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/#comments Thu, 28 May 2015 16:36:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27054 Questo pezzo è uscito su Reset

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

Scartabellare la lista delle sue letture per avere un quadro dell’uomo Osama bin Laden ci restituisce un quadro forse utile, ma tutto sommato prevedibile e rassicurante nella sua prevedibilità. Studiare le lettere che inviava ai suoi seguaci, le indicazioni su ciò che in linea di principio era loro permesso e ciò era vietato, ci dice molto sulla natura organizzativa di al Qaeda. E come vedremo anche sulle ragioni per cui, più che gli epigoni di al Qaeda, dovremmo temere i membri dell’organizzazione rivale, lo Stato islamico.

Prima di vedere dove ci portano le due letture, un paio di premesse. I documenti resi pubblici mercoledì sono soltanto una parte di quelli trovati nel rifugio di Abbottabad nel maggio 2011, una vera e propria piccola biblioteca universitaria secondo i funzionari americani. Non sappiamo con quali criteri siano stati selezionati e scelti per la pubblicazione, né quali siano gli altri documenti ancora segretati. Non sappiamo se la pubblicazione faccia parte – come qualcuno sospetta – di una “damage control propaganda” per esorcizzare le domande poste dal giornalista Seymour Hersh sulla veridicità del racconto dell’amministrazione Obama sull’uccisione di Osama bin Laden. Secondo uno dei portavoce della Cia, Jeffrey S. Anchukaitis, l’analisi dei documenti da pubblicare è iniziata nel maggio 2014, proseguirà per tutta l’estate e ha avuto un’improvvisa accelerazione perché la Casa Bianca ha deciso di assecondare “il crescente interesse del pubblico”. Bontà loro.

Molti documenti pubblicati mercoledì erano disponibili dal 2012, ha ricordato Jason Burke dalle pagine del Guardian. D’altronde già nel 2006 il Combating Terrorism Center dell’accademia militare di West Point ha cominciato a declassificare per la prima volta, nell’ambito del progetto Harmony, alcuni documenti del gruppo fondato da Osama bin Laden nel 1998.

La lettura a volo d’uccello

Ma veniamo alle due letture. La prima, a volo d’uccello, ci restituisce l’immagine complessiva un uomo che, a dispetto dei problemi di comunicazione e dell’isolamento coatto, cerca di restare aggrappato al mondo esterno, di comprenderne i cambiamenti, e di veder confermati i propri pregiudizi sul grande Satana.

Bin Laden vive nel compound di Abbottabad con una famiglia numerosa. Tre mogli, diversi figli, una dozzina di nipoti. Sente forte la mancanza degli altri figli e della moglie Khayriyah, che dal 2001 vive agli arresti domiciliari in Iran. Dà loro consigli (“attenzione alle brutte compagnie, soprattutto femminili”, manda a dire ai figli). Non riesce a comunicare quanto vorrebbe anche perché è ossessionato dalla sicurezza. Sa che le tecniche di spionaggio degli americani sono sofisticate. Che ogni piccolo dettaglio potrebbe condurre alla cattura. O alla morte. In una lettera del 7 agosto 2010 scrive a un suo uomo: “il nemico può facilmente monitorare tutto il traffico email […]. La computer science non è una nostra scienza e non l’abbiamo inventata noi. Credo che sia un grande rischio dipendere dalla criptazione per inviare messaggi segreti”.

A una delle mogli che torna da un viaggio all’estero consiglia di lasciare dietro di sé ogni cosa, inclusi i vestiti, perché le cimici potrebbero essere dovunque. La sua ossessione non è campata in aria. Secondo alcuni documenti forniti dal contractor della Nsa Edward Snowden e resi noti dal sito The Intercept, la National Security Agency avrebbe elaborato un piano – Medical Pattern of Life: Targeting High Value Individual #1 – per nascondere strumenti di spionaggio nelle apparecchiature mediche potenzialmente destinate a Bin Laden.

Mentre cerca di mantenere saldo il legame con il resto della famiglia, lo sceicco saudita coltiva i suoi interessi. Prova a interpretare il mondo e le sue trasformazioni. La sua biblioteca è ricca ed eclettica, ma tutto sommato scontata. Noam Chomsky (con Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance), pensatore della sinistra radical e contestatore delle politiche imperialiste americane, va bene. Un po’ meno Michel Chossudovsky, che nel suo America’s War on Terrorism finisce per trasformare Bin Laden in un fantoccio nelle mani degli americani. Bin Laden è ossessionato dall’occidente e dagli Stati Uniti, ha scritto la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani. Nella biblioteca ci sono testi recenti ma ormai classici come Obama’s Wars di Bob Woodward eThe Rise and Fall of the Great Power di Paul Kennedy.

Studia il nemico e vuole sapere quanto il nemico conosca la sua organizzazione. Legge e rilegge gli studi dei più accreditati think tank internazionali, inclusi quelli legati all’accademia militare di West Point, come Rand Corporation e Combating Terrorism Center. Legge Imperial Hubris di Michael Scheuer, l’ex funzionario della Cia che coordinava gli sforzi per catturarlo. Non si lascia ovviamente sfuggire il rapporto ufficiale della Commissione americana sugli attacchi dell’11 settembre, oltre che i rapporti del centro di ricerca del Congresso americano.

La politica, le relazioni internazionali, il cambiamento climatico, l’islamismo politico dei padri del jihadismo contemporaneo (Abdallah Azzam e Sayyd Qutb), l’economia francese degli anni Trenta, l’agricoltura delle palme, le analisi sul terrorismo. C’è un po’ di tutto nella lista dei libri di Bin Laden. Peccato che manchi un testo fondamentale come Le altissime torri, di Lawrence Wright. Perfino Osama avrebbero potuto imparare qualcosa su al Qaeda, la sua creatura.

La lettura operativa

Il grande errore di chi analizza i documenti di al Qaeda, sostiene Watts nell’articolo War on the Rocks già citato, è di concentrarsi eccessivamente sulle idee strategiche, piuttosto che sulle istruzioni operative. “Con i documenti di al Qaeda, preferisco concentrarmi su ciò che fanno, piuttosto che su ciò che dicono. I ragazzi di al Qaeda formulano sempre piani”. Quelle istruzioni operative non sono soltanto interessanti di per sé, dice Watts, ma risultano fondamentali, perché aprono una finestra su un mondo altrimenti inaccessibile: raccontano le motivazioni che si nascondono dietro al reclutamento di un jihadista, spiegano il funzionamento interno di un’organizzazione terroristica, anche nei particolari minori, apparentemente secondari.

Seguiamo allora i suoi consigli e puntiamo l’attenzione sui documenti operativi. Alcuni documenti rivelano aspetti quotidiani, di micro-gestione di una macchina economica e militare complessa. Altri illuminano la futura traiettoria di al Qaeda e spiegano, almeno in parte, il declino di al Qaeda come brand del jihadismo globale e il successo dello Stato islamico. Tra i primi ci sono per esempio alcuni fogli contabili relativi alle spese sostenute tra l’aprile e il dicembre 2009. Osama tiene i conti da vero burocrate. Ce lo immaginiamo nel suo camicione lungo, seduto alla scrivania, gli occhi stretti puntati sul quadernino degli appunti. Una delle mogli che dice “Osama, torna a letto. Si è fatto tardi”. Bin Laden si preoccupa delle spese. Nell’agosto del 2010 scrive a un suo sottoposto, dicendogli di non anticipare gli stipendi mensili agli agenti operativi di al Qaeda. “Potrebbero spenderli e tornare chiedendo un prestito”. Ogni azienda ha i suoi problemi.

Molti commentatori hanno trovato interessante la job application destinata agli aspiranti jihadisti: “Quanto Corano conosci a memoria?”, “Quali predicatori segui?”, “Qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici lavora per il governo?”, “Sei disposto al martirio?”. Domande semplici. Alle quali si prega di rispondere scrivendo “in modo chiaro e leggibile”, includendo soprannomi, hobby. E conoscenza delle lingue straniere. Che non fa mai male.

Queste sono alcune delle indicazioni operative, concrete, che emergono dalla lettura dei documenti resi pubblici mercoledì. Ma facciamo un passo ulteriore. Cerchiamo di capire cosa ci dicono tali documenti sull’organizzazione di Bin Laden, sulla sua parabola militare, sulle differenze rispetto allo Stato islamico. Grazie alle conoscenze ai piani alti del Pentagono e del Dipartimento della Difesa, il giornalista Peter Bergen ha avuto accesso non solo ai documenti pubblicati mercoledì, ma a molti altri, ancora riservati. L’impressione che ne ha avuto è quella di un terrorista che continua a immaginare piani di attacco poco credibili agli Stati Uniti, mentre fatica a tenere le redini di un’organizzazione che si è espansa oltre i suoi propositi iniziali.

I luoghi dove tutto ha preso vita nel 1998, le montagne del Pakistan, non sono più sicuri come una volta. I droni americani colpiscono duro. I vari gruppi affiliati ad al Qaeda in giro per il mondo agiscono troppo di testa loro. Sono tre, in particolare, le questioni che non fanno dormire sonni tranquilli a Bin Laden. Le stesse che mostrano quanto al Qaeda sia diversa dallo Stato islamico.

Le vittime civili e l’unità della comunità islamica

Il 3 dicembre del 2010 Bin Laden scrive all’allora leader dei Talebani pakistani, Hakimullah Meshud. Gli intima di interrompere la campagna di attacchi contro le moschee e i mercati, che ha già causato centinaia di vittime civili. È una lettera dai contenuti molto simili a quella inviata nel 2007 in Somalia, affinché i “fratelli somali riducano il danno dei musulmani del mercato di Bakarah come risultato dell’attacco ai quartier generali delle forze africane”. “Siate compassionevoli con la popolazione”, suggerisce ai guerriglieri locali. Non uccidete i membri delle tribù locali, scrive invece a uno dei leader di al Qaeda nella penisola arabica, il gruppo con base nello Yemen. L’obiettivo è chiaro: non ripetere gli errori compiuti nell’Iraq occidentale.

Sul nome di al Qaeda pesa infatti un’ipoteca negativa. Quella guadagnata con la loro brutalità dai gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq. In qualche occasione bin Laden suggerisce di tenere nascosto il legame con la casa-madre: il 7 agosto del 2010 scrive a Mukhtar Abu al-Zubair, il leader della milizia al-Shabaab in Somalia. “Se ve lo chiedono, è meglio dire che c’è una relazione con al Qaeda, ma semplicemente una connessione islamica fraterna, niente di più”. Tenete la vostra affiliazione ad al Qaeda segreta. Attirerete meno attenzione. E riuscirete a guadagnarvi più facilmente i finanziamenti del mondo arabo. Dichiarare pubblicamente il legame con al Qaeda sarebbe controproducente per i ribelli somali. Così pensa e scrive Bin Laden.

Che arriva perfino a pensare di cambiare nome alla sua organizzazione, anche per ragioni di strategia comunicativa, ricorda Peter Bergen. In un memo interno scrive: “Obama dice ‘la nostra guerra non è contro l’Islam o contro i musulmani, ma contro l’organizzazione di al Qaeda’. Così, se la parola al Qaeda fosse derivata o avesse un legame più forte con la parola ‘Islam’ o ‘musulmani’, o se includesse il nome ‘Partito islamico’, sarebbe più difficile per Obama riuscire a dirlo”. Bin Laden suggerisce alcuni nomi alternativi rispetto all’ormai tradizionale al-Qaeda: “Gruppo del jihad e del monoteismo; Gruppo del monoteismo e della difesa dell’Islam; Gruppo per la Restaurazione del Califfato; Gruppo per l’unità islamica…”.

La questione dell’unità islamica è centrale, per comprendere le differenze tra al Qaeda e lo Stato islamico. Hassan Hassan, co-autore di un libro importante sull’ascesa dello Stato islamico (Isis. Inside the army of terror) recentemente ha ricordato che Bin Laden mirava a rendere popolare il jihad, voleva persuadere gli altri musulmani a unirsi alla lotta, creare un fronte comune. Il leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi, che su questo eredita l’impostazione del suo predecessore Abu Musab al-Zarqawi, ritiene invece che sia essenziale combattere gli altri gruppi militanti sunniti che si oppongono al suo progetto, e ovviamente gli sciiti. La sua è innanzitutto una guerra interna al mondo musulmano. Portata avanti a colpi di “takfirismo”, la corrente dottrinaria che fa della scomunica degli altri musulmani, considerati eretici, apostati o complici dei miscredenti occidentali, il motore principale del jihad.

Entrambi i gruppi si ispirano al salafismo, la corrente teologica dell’Islam sunnita che punta alla purificazione della fede e che contrassegna ideologicamente gran parte del jihadismo contemporaneo. Ma c’è salafismo e salafismo (ce n’è perfino uno quietista). E come nota il ricercatore Cole Bunzel in un saggio per la Brookings Institution di Washington, al di là di un comune ricorso a un rigorismo testuale nell’interpretazione del Corano, ancorato a una tradizione teologica premoderna, le differenze tra i due gruppi sono più marcate di quanto non appaiano agli occhi dei profani. “Se dovessimo collocare il jihadismo lungo uno spettro politico – scrive Bunzel in From Paper State to Caliphate: The Ideology of the Islamic State – al-Qaeda rappresenterebbe la sinistra, e lo Stato islamico la destra”.

Gli Stati Uniti, la destra e la sinistra jihadista

È vero dunque, come è stato scritto su Foreign Policy, che le lettere ritrovate nel rifugio di Bin Laden illustrano bene le differenze tra al Qaeda, la vecchia scuola del movimento jihadista, e le nuove leve, quelle dello Stato islamico. Sinistra e destra del jihadismo contemporaneo, al Qaeda e lo Stato islamico, differiscono profondamente su quali siano i nemici da combattere, su quali siano le strategie e le tattiche da adottare per sconfiggerli. Lo hanno spiegato in modo chiaro su The National Interest Daniel Byman e Jennifer Williams. Scopo ultimo di al-Qaeda è sì il rovesciamento dei regimi apostati e corrotti del Medio oriente e la loro sostituzione con governi ‘puramente’ islamici, ma l’obiettivo primario rimangono gli Stati Uniti, il “nemico lontano”. I documenti ritrovati nel covo di Abbottabad lo confermano.

“Dobbiamo estendere e sviluppare le nostre operazioni in America, senza limitarci a far saltare in aria gli aeroplani”, scrive Bin Laden al leader dei suoi affiliati in Yemen. Uccidere gli americani è prioritario, rispetto all’uccisione dei soldati o poliziotti yemeniti. In una lettera destinata ad Atiyah Abd al-Rahman, che sarebbe divenuto il capo delle operazioni di al Qaeda prima di essere ucciso con un raid nel 2012, Bin Laden suggerisce apertamente di informare i membri di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) di rinunciare alle operazioni contro le forze di sicurezza locali, “le fronde”, e di “concentrarsi sul tronco americano”.

Per Jason Burke, tra i documenti resi pubblici mercoledì, molti “sembrano tentativi di mantenere al Qaeda concentrata sulla ventennale strategia di colpire il ‘nemico lontano’, gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, piuttosto che lasciarsi invischiare in battaglie contro le autorità del mondo islamico”. L’ostacolo principale alla ribellione delle masse arabe, ne è convinto Bin Laden, è il sostegno economico, militare e politico degli Stati Uniti ai regimi arabi e mediorientali. Abu Bakr al-Baghdadi ritiene invece che il fronte principale del jihad sia quello “interno”, dei regimi arabi: il “nemico vicino”. E che per combattere la loro corruzione morale e materiale occorra innanzitutto purificare la comunità islamica, eliminare l’idolatria (shirk), affermare l’unicità di Dio (tawhid), attaccando gli sciiti e le altre minoranze religiose.

Per lo Stato islamico la violenza sanguinaria va dunque indirizzata, prima ancora che contro il “nemico lontano”, gli Stati Uniti, contro il “nemico vicino”, gli sciiti e tutti quei musulmani sunniti compromessi con i regimi oppressivi del Medio Oriente e non solo. Bin Laden e i suoi seguaci hanno sempre avuto un atteggiamento più pragmatico: gli sciiti sono degli apostati, certo, ma attaccarli in modo esplicito sarebbe controproducente, sul breve e sul lungo termine. La rivoluzione di al-Qaeda vuole essere globale. Ha bisogno delle masse, e le masse musulmane faticano a comprendere la violenza contro gli sciiti, oltre a considerare secondarie le differenze dottrinali tra sciiti e sunniti. Al-Qaeda, da questo punto di vista, è un gruppo più orientato al pragmatismo politico: laddove conviene in termini strategici o tattici, segue le vie di mezzo, rinuncia alla purezza dottrinaria. Lo Stato islamico al contrario non accetta compromessi sulle questioni dottrinali, ricorda Cole Bunzel.

Il Califfato

Pragmatismo politico-militare versus purismo dottrinale. Semplificando, potremmo sintetizzare così la differenza tra al Qaeda e lo Stato islamico. Che si riflette anche sulla questione del Califfato. Nei documenti di Abbottabad emerge un Osama bin Laden molto preciso su questo punto: frena, dice di aspettare, nota che i tempi non sono maturi. Se non si sconfigge prima il grande nemico – gli Stati Uniti – ogni tentativo di istituire uno Stato islamico sarà destinato alla sconfitta, pensa. Lo ha dimostrato il rovesciamento nel 2001 dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il regime dei Talebani fatto fuori a colpi di B-52.

Osama invita i membri di al Qaeda nella penisola arabica a rinunciare a ogni possibile ambizione a dichiarare un Califfato islamico. I combattenti “per ora” devono “evitare di insistere sulla formazione di uno Stato islamico, e lavorare alla distruzione del potere del nostro grande nemico, attaccando le ambasciate americane nei paesi africani, come Sierra Leone, Togo, e soprattutto attaccando le compagnie petrolifere americane”. Non siate troppo ambiziosi, scrive agli affiliati yemeniti: “Il popolo yemenita non è ancora veramente pronto per un governo formato da al Qaeda”.

Con Atiyah Abd al-Rahman è ancora più preciso. “Dobbiamo enfatizzare l’importanza del tempo nell’instaurazione dello Stato islamico”, scrive in una lettera. “Dobbiamo essere consapevoli che la pianificazione per l’instaurazione dello Stato comincia con la sconfitta della grande potenza che ha rafforzato l’assedio sul governo di Hamas, e che ha spodestato l’Emirato islamico in Afghanistan e Iraq […] Dobbiamo tenere in mente che questa potenza ha ancora la capacità di mettere sotto assedio lo Stato islamico e che tale assedio potrebbe forzare la popolazione a spodestare il loro governi debitamente eletti”.

Osama bin Laden, nel 2011, prima di venire ucciso, è un veterano del jihad. Un politico navigato. Conosce l’importanza dei rapporti di forza, in guerra come in diplomazia. Ha rinunciato a sognare il grande Califfato. Il suo sogno sarebbe poi stato realizzato da Abu Bakr al-Baghdadi, il cui gruppo sin dall’inizio ha puntato, contrariamente ad al Qaeda, alla conquista territoriale, all’occupazione e al governo dei luoghi finiti sotto la propria influenza.

Eppure anche gli esponenti di al Qaeda hanno discusso a lungo l’opzione-Califfato. Lo nota Cole Bunzel nel saggio già citato. Tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, subito dopo la caduta dei Talebani, in Iran si incontrano Sayf-al’Adl e Abu Musab al-Zarqawi. Il primo è lo stratega militare di al Qaeda, il secondo è il militante giordano che avrebbe poi fondato al Qaeda in Iraq, dando la linea allo Stato islamico. Un’opportunità storica, la reputa Sayf-al’Adl.

Abu Musab al-Zarqawi comincia allora a coltivare l’idea. Nel 2005, l’anno successivo al suo giuramento di fedeltà ad al Qaeda, riceve tre lettere da esponenti della casa madre. Perfino Ayman al-Zawahiri, allora vice di Osama e attuale numero uno dell’organizzazione, scrive di sperare che la creazione di uno Stato islamico in Iraq possa “portare allo status di Califfato”. Poi le cose cambiano. I rapporti tra Zarqawi e la casa madre si fanno più tesi. Al Qaeda, pragmaticamente, rinuncia all’idea. Fino a quando Abu Bakr al-Baghdadi non dà vita al sogno mai realizzato di Osama bin Laden.

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Intervista a Glenn Greenwald https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-glenn-greenwald/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-glenn-greenwald/#comments Wed, 28 May 2014 14:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21047 Pubblichiamo un articolo di Simone Pieranni uscito sul manifesto ringraziando l'autore e la testata.

di Simone Pieranni

Glenn Greenwald, il giornalista ex Guardian e autore degli articoli che hanno rivelato al mondo le tecniche di controllo della Nsa statunitense (National Security Agency), grazie ai documenti consegnati a Hong Kong da Edward Snowden, ex analista della Cia, ha presentato a Milano il suo nuovo libro Edward Snowden e la sorveglianza di massa (Rizzoli, euro 15). Prima della presentazione alla Sala Buzzati della Fondazione del Corriere della Sera, lo abbiamo incontrato per una intervista sui temi salienti della sua «produzione». ringraziando l'autore e la testata.

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Pubblichiamo un articolo di Simone Pieranni uscito sul manifesto ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Simone Pieranni

Glenn Greenwald, il giornalista ex Guardian e autore degli articoli che hanno rivelato al mondo le tecniche di controllo della Nsa statunitense (National Security Agency), grazie ai documenti consegnati a Hong Kong da Edward Snowden, ex analista della Cia, ha presentato a Milano il suo nuovo libro Edward Snowden e la sorveglianza di massa (Rizzoli, euro 15). Prima della presentazione alla Sala Buzzati della Fondazione del Corriere della Sera, lo abbiamo incontrato per una intervista sui temi salienti della sua «produzione».

Lo scandalo Datagate ha rivelato infatti un complesso sistema di controllo in grado di violare la privacy di una persona. Le modalità e le conseguenze di come Snowden, Greenwald – e la documentarista Laura Poitras – hanno deciso di gestire l’intero scandalo ha finito per aprire scenari non solo sulla critica delle contemporanee forme di controllo, ma anche sull’attuale mondo dei media, sui compromessi tra giornali e governi, sull’indipendenza delle inchieste giornalistiche. Con Greenwald partiamo dall’inizio, dalle fasi durante le quali si è reso conto chi fosse Snowden e del materiale che aveva sotto mano.

Nel libro racconti l’eccitazione alla visione dei primi documenti, al senso di vertigine e la percezione che tutto quanto sarebbe andato ben oltre quelle rivelazioni. Cosa sono diventate oggi quelle sensazioni?

Furono momenti molto esaltanti, ci rendemmo subito conto di aver di fronte materiali molto più importanti di quanto pensavamo. Eravamo sotto pressione, lavoravamo con ansia, avevamo capito che non sarebbe stata solo una storia giornalistica, ma che avrebbe investito temi molto più ampi, sociali, relativi alle tecniche di controllo, alla privacy. Capimmo subito che avremmo dovuto muoverci con cautela, che saremmo stati bersagliati da critiche e che avremmo potuto avere problemi. Anche per questo capimmo subito che il profilo di altissimo livello di Snowden sarebbe stato decisivo nella ricezione da parte del pubblico di quegli articoli.

C’è qualcosa che faresti in modo diverso oggi? Nel libro racconti di come anche le comparsate televisive durante i giorni caldi dello scandalo, fossero concepite con una strategia precisa, quella di indirizzare la discussione nei binari a voi più congeniali. Ci siete riusciti?

C’è sempre qualcosa che una persona vorrebbe rifare, non siamo perfetti, riscriverei in modo diverso alcune cose, però credo che abbiamo retto l’urto e credo che la questione della privacy abbia finito per diventare centrale nel dibattito politico. Certo, alcuni errori li abbiamo fatti, credo che anche Snowden ne abbia fatti…

Ad esempio?

Credo che ci sia stato un errore tattico del padre, che recentemente lo ha spinto a partecipare alla conferenza stampa di Putin. Non credo sia stata una buona idea (Snowden è stato accusato di aver aiutato Putin nella sua propaganda circa la presunta trasparenza del governo russo, n.d.r.). Questa è stata una mossa che, per quanto Snowden abbia cercato di giustificare, è stata sbagliata.

A questo proposito, ieri gli avvocati di Snowden avrebbero detto di essere in trattative con il governo americano per un suo possibile ritorno negli Stati uniti…

Non credo che ci sia alcun margine di trattativa. Questi negoziati, come vengono chiamati, possono durare anche anni, ma di sicuro l’amministrazione Obama non ha altra intenzione che quella di fare tornare Snowden e metterlo in carcere come ogni persona che riveli i segreti dell’amministrazione.

Obama per altro non sembra intenzionato a riformare la Nsa, possiamo quindi immaginare che i sistemi di controllo proseguiranno come se niente fosse accaduto?

Controllare la popolazione, la tua e quella altrui, non è altro che esercizio di potere. E chi gestisce il potere ne vuole avere sempre di più, non certo di meno, quindi è normale che queste pratiche proseguiranno. La riforma proposta cambia poco, veramente poco. La verità è che questi sistemi di controllo sono basilari per il mantenimento del potere.

Nel tuo libro sostieni che le forme di controllo nascano dall’esigenza di tenere sotto scacco una società in cui le diseguaglianze economiche rischiano di produrre cambiamenti sociali. C’è quindi – secondo te – un’origine economico- sociale nelle strategie di controllo così diffuse?

Più aumenta la diseguaglianza economica, più la crisi colpisce, più le persone protestano, creando problemi a chi detiene il potere. Abbiamo visto ovunque questi fenomeni, sia nel mondo cosiddetto sviluppato, sia in quello considerato più in difficoltà. Le forme di controllo servono a sorvegliare (e punire, proprio come sostiene Michel Foucault) gli elementi «cattivi» della società, all’interno di una divisione tra «buoni» e «cattivi» che crea la legittimazione alle forme di controllo.

Cosa pensi della net neutrality?

Sono a favore di qualsiasi cosa che permetta a Internet di essere uguale per tutti e libera. Ormai la Rete è il mondo attraverso il quale ci formiamo le opinioni, dialoghiamo e riveliamo il nostro pensiero. È necessario che sia uguale per tutti. Non può diventare un posto dove dominano i governi e le multinazionali e il concetto di net neutrality è la chiave perché questo non avvenga.

In che modo sono cambiati, se sono cambiati, i media mainstream dopo le rivelazioni di Snowden e il vostro lavoro di pubblicazione dei dati raccolti?

Il nostro obiettivo non era solo quello di pubblicare articoli e rivelazioni. Il nostro obiettivo era dare vita ad un dibattito, non solo sulla sorveglianza, ma sul giornalismo. In particolare a noi interessava sottolineare perché Snowden non si era rivolto ai grandi giornali, dove di solito finiscono questo tipo di storie. Lui stesso non voleva alcuna intermediazione con il governo, non voleva un media che provasse a mediare, finendo poi per insabbiare o bloccare tutto. Noi volevamo proprio creare questo dibattito, su quanto i media americani – specie dopo l’11 settembre – fossero diventati deboli rispetto la critica al potere.

Che pensi dell’acquisto di Jeff Bezos (proprietario di Amazon, ndr) del «Washington Post»?

Sapere che una persona con una marea di soldi si interessa al mondo dei media potrebbe essere un’ottima notizia per un’industria che sta morendo. Bisogna capire quanto voglia fare gli interessi del giornale e della stampa in generale o quanto quelli della sua azienda, Amazon.

Qual è la differenza tra il tuo progetto, «The Intercept», e i media mainstream tradizionali?

Il principio centrale è il giornalismo indipendente. Nessuno può e deve dire a un giornalista cosa può o cosa non può fare. Il problema è che di solito nei posti dove puoi fare vero giornalismo, non ci sono le risorse per reggere grandi progetti di investigazione. Abbiamo provato a creare qualcosa di intermedio: giornalismo indipendente e fondi che permettano di pagare persone, avvocati e tutto quanto serve per tutelare le inchieste, chi le fa e le fonti.

Però anche «The Intercept», è finanziato da un tycoon, Omidyar. Tra l’altro recentemente si è scoperto che Omidyar ha finanziato alcune ong in Ucraina, che hanno preso soldi anche da organizzazioni diretta emanazione del Congresso americano e in particolare dei neocon. Come ti poni di fronte a questa ambiguità e in che modo gestirai la relazione con lui?

Siamo stati molto chiari, se ci dovesse essere una qualsiasi interferenza nel nostro lavoro i patti sono espliciti, ce ne andremmo via subito; su questo c’è stata estrema chiarezza e credo lo sappia bene anche lui.

Se dovessi avere un’altra straordinaria rivelazione…

Che ho…

A proposito di?

Non posso dirlo…

Quando lo sapremo?

Tra poco…

Se dovessi, dicevo, avere un’altra straordinaria rivelazione da pubblicare, ti affideresti nuovamente a media mainstream e o pubblicheresti tutto su «The Intercept»?

Non mi affiderei più ai media tradizionali, ormai la strada intrapresa è questa. Sicuramente di fronte a questioni che dovessero riguardare singoli paesi, potrei cooperare con media nazionali di quel paese.

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