Einstein Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/einstein/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 Jun 2014 13:38:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Einstein Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/einstein/ 32 32 Come raccontare il “mistero” degli atomi https://minimaetmoralia.it/libri/come-raccontare-il-mistero-degli-atomi/ https://minimaetmoralia.it/libri/come-raccontare-il-mistero-degli-atomi/#comments Mon, 26 May 2014 15:40:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20998 Questo pezzo è uscito su Europa.

La fisica atomica è, tra i tanti argomenti esoterici della scienza contemporanea, quello che più di tutti sembra richiedere uno sforzo d’immaginazione e, poiché tratta di una dimensione enormemente distante da quella della nostra esistenza quotidiana, promette un distacco affascinante e sublime dalle faccende terrene. Così, mentre dai giornali apprendi che in un acceleratore di particelle lungo 27 kilometri è stata individuata «la particella di Dio», tendi ad accettare che un libro di divulgazione scritto da autorevoli scienziati descriva così la grande rivoluzione della fisica quantistica avvenuta circa un secolo fa: «Era come se il capitano Kirk e la sua Enterprise fossero atterrati su un pianeta simile a quello trovato da Alice dopo la sua caduta nella tana del coniglio. Era una realtà diversa, che seguiva logiche da mondo dei sogni».

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Questo pezzo è uscito su Europa.

La fisica atomica è, tra i tanti argomenti esoterici della scienza contemporanea, quello che più di tutti sembra richiedere uno sforzo d’immaginazione e, poiché tratta di una dimensione enormemente distante da quella della nostra esistenza quotidiana, promette un distacco affascinante e sublime dalle faccende terrene. Così, mentre dai giornali apprendi che in un acceleratore di particelle lungo 27 kilometri è stata individuata «la particella di Dio», tendi ad accettare che un libro di divulgazione scritto da autorevoli scienziati descriva così la grande rivoluzione della fisica quantistica avvenuta circa un secolo fa: «Era come se il capitano Kirk e la sua Enterprise fossero atterrati su un pianeta simile a quello trovato da Alice dopo la sua caduta nella tana del coniglio. Era una realtà diversa, che seguiva logiche da mondo dei sogni».

La frase si trova in Fisica quantistica per poeti (Boringhieri 2013, €24), una breve storia delle teorie fisiche fondamentali scritta dal premio Nobel per la fisica Leon Ledermann (già autore di La particella di Dio) e da Christopher Hill. Ma simili formulazioni si possono trovare nei libri che hanno scandito la storia (e l’esplosione) della divulgazione scientifica degli ultimi venticinque anni, dal best seller Dal Big Bang ai buchi neri di Stephen Hawking (1988) a L’Universo elegante di Brian Greene (2003). Anche noi non-fisici, quando un mattino abbiamo deciso che volevamo saperne di più sull’origine dell’Universo, ci siamo rivolti a libri come questi, che contengono sempre l’immagine di una grande esplosione da cui ha origine un cono, che più si allarga più contiene grumi di galassie e infine l’insignificante Terra, oltre a garanzie certe sui viaggi nel tempo. È qui che abbiamo cercato la parola dei grandi scienziati che, come una casta sacerdotale, ormai di norma interrompono la scrittura dei propri articoli scientifici, destinati a un centinaio di lettori molto scettici, per scrivere una di queste storie di scoperta a beneficio del grande pubblico. Ma c’è un problema: le storie raccontate in questi libri non vanno a finire tutte nello stesso modo.

L’origine del problema è ripetuta in tutti i libri del genere scritti da decenni a questa parte: le due teorie fondamentali della fisica contemporanea, la teoria della relatività generale (che si occupa di spazio, tempo e gravitazione) e la meccanica quantistica (che si occupa delle particelle atomiche) non vanno d’accordo. L’indagine degli scienziati che tentano di capire come si possa rimediare al problema, e ottenere una Teoria unificata, coinvolge l’interpretazione di stadi dell’Universo di poco successivi al Big Bang, la divisione di particelle atomiche, lo studio di fenomeni remoti come i Buchi neri, il tutto attraverso la formulazione di teorie ancora congetturali e – diciamo subito – ancora prive di riscontro empirico. Queste teorie sono talmente complicate che anche tra i fisici sono soltanto ristrette comunità di specialisti a saperle padroneggiarle; si chiamano“gravità quantistica” e “teoria delle stringhe”, e raggiungono l’unificazione della fisica a condizione di modificare la nostra immagine del mondo fisico introducendo (rispettivamente) uno spazio frammentato in un reticolo di celle di dimensioni dell’ordine dei 10-15 cm, molto inferiori alle particelle elementari, e nuove entità fondamentali che esistono in 10 dimensioni… ma eccoci allo stadio-Enterprise!

Siamo «dove nessuno è mai giunto», e le parole diventano per tutti noi significanti alla deriva – eccettuato forse il fisico in t-shirt che sta coprendo la lavagna di segni indecifrabili. Così abbiamo il nuovo compito di orientarci in una situazione scientifica che, al presente, è al tempo stesso complicatissima e irrisolta. Il fisico in t-shirt, che nel frattempo è impegnato a seguire i suoi calcoli indecifrabili e a chiedere finanziamenti per la sua ricerca su teorie non pienamente accreditate, ha poco tempo libero per fare una scelta: che cosa raccontare di tutto questo? È una scelta difficile, che avviene dietro il muro quasi insormontabile del tecnicismo, nel momento in cui lo scienziato deve costruire la narrazione della fisica. Si tratta a mio parere di trovare una strettoia tra due scogli che, mentre la scienza tenta di passare al pubblico, rischiano di distruggerne la vocazione più autentica: li chiamerò fondamentalismo e relativismo.

Il fondamentalismo è l’atteggiamento di chi pretenda di aver colto la verità sul Libro della natura e di ritrovarla in un testo (questo sarà di solito un libro divulgativo, che a differenza degli articoli specialistici contiene una Narrazione esaustiva della scienza). In realtà, forse nessuno scienziato è veramente fondamentalista, ma la scelta retorica di nascondere i limiti della sua ricerca può avere come effetto quello di trasmettere il fondamentalismo al lettore medio. È una scelta che di solito dipende dal fatto che lo scienziato in questione crede nella teoria su cui lavora, e vuole raccontarne le promesse, lasciando a margine i dubbi: vuole invitare il lettore a immaginare che la teoria sia vera – come fa lui, perché è fondamentale crederci, alle stringhe 10-dimensionali, per affrontare la tempesta matematica dei calcoli. Il lettore è del resto disarmato: come sappiamo fin dai tempi di Galilei, la lingua della fisica è matematica e capire questa matematica, oggi, richiede almeno un dottorato. Per evitare qualsiasi equivoco, dunque, bisognerebbe semplicemente evitare di divulgare.

Questo ragionamento portò già Newton a chiudere nel cassetto il manoscritto del suo Sistema del mondo, scritto in forma «popolare», ingabbiando la sua teoria della gravitazione universale (che pure possedeva una forte base empirica) nell’edificio quasi impenetrabile dei Principi matematici della filosofia naturale: «per sottrarre la cosa a ogni disputa» basata su pregiudizi, cioè: “se non potete capire nulla, è meglio che lasciate stare, invece di convincervi di aver capito”Ma almeno dai tempi dell’Illuminismo è considerato un diritto del pubblico (e anche dell’autore, che dispone della propria scienza come di una proprietà) rompere questa cerchia di esclusività. Dato che la verità letterale resta indecifrabile, si tenta di narrarla con il linguaggio comune, che però è pur sempre inadeguato: il risultato è che il fisico deve necessariamente abusare di termini tecnici che suonano soltanto metaforici, e dare per scontata l’esistenza di entità o proprietà puramente ipotetiche, spiegando a lettore che, se non capisce, forse è perché non ha la preparazione (e il coraggio intellettuale) di credere l’inimmaginabile.

Il germe del fondamentalismo è quasi inestirpabile dalle frasi con cui si provano a illustrare le teorie contemporanee. Per esempio, Ledermann e Hill (pur senza sottoscrivere la validità della teoria) scrivono che in gravità quantistica «lo spazio e il tempo comunemente intesi diventano una “schiuma” quantistica, un caos ribollente».

Il fascino engagé del fisico teorico, che come un filosofo detta l’agenda per il senso comune del futuro, è ormai inseparabile da formulazioni come queste. Ma il punto non sta nell’uso di simili frasi ottime per un romanzo di fantascienza anni ’50 – che è forse inevitabile – quanto nella scelta di non accompagnarle da adeguate considerazioni di cautela, raccontando al pubblico come stanno le cose dietro la scena. Oltre al fatto che le posizioni sulla Teoria futura sono divise, bisogna segnalare che una delle teorie fondamentali che questa Teoria dovrà includere, la meccanica quantistica, è essa stessa oggetto di controversie ancora in corso. Si tratta di una teoria che permette soltanto di prevedere la probabilità di trovare le particelle in determinati luoghi, senza dire nulla del loro stato prima all’osservazione, e questo fatto, che per molti va accolto come strano tratto di un mondo «come quello di Alice», pieno di particelle che appaiono e scompaiono tenendosi in contatto telepatico, non ha mai convinto tutti gli scienziati (il primo dei dissidenti fu Einstein). Le proposte alternative, però, sono molteplici. Il risultato è che, come scrive un osservatore, i convegni di fondamenti assomigliano a «Città sante sconvolte dalle dispute tra predicatori di diverse religioni».

Ora, se il fondamentalismo è un eccesso, anche descrivere le cose in questi termini lo è, e porta la scienza a infrangersi contro il secondo scoglio, il relativismo. Questo atteggiamento non è tipico degli scienziati, ma di scrittori che approfittano della confusione per aggirare ogni cautela scientifica, lanciandosi in affermazioni fantascientifiche che il pubblico, di nuovo, non avrà modo di controllare. In questo modo si mira a legittimarsi facendo saltare in aria la cittadella degli scienziati, alcuni dei quali del resto (diffondendo l’atteggiamento fondamentalista) hanno lasciato socchiuso il portone. Nel 1996 il fisico Alan Sokal, in Imposture intellettuali, mostrò che l’immagine della fisica tra gli umanisti era talmente sfocata che un articolo sull’«ermeneutica della gravità quantistica» pieno di affermazioni insensate poteva essere accettato da una rivista di cultural studies postmodernista.

Più di recente ha fatto discutere (si veda qui) il caso del gioielliere newyorkese David Birnbaum che ha stampato in proprio un libro di fisica Definitiva, finanziando a sue spese una giornata di studi presso un Dipartimento universitario americano, con tanto di call for papers per gli studiosi che desiderassero intervenire. Birnbaum è un esempio di scrittore che, senza avere formazione scientifica, costruisce la fisica manipolando fantasiosamente i libri di divulgazione e così conferisce nuova linfa al termine science fiction. Dato che in fisica si parla (in molti sensi specifici) di potenziale, e che manca una sintesi, Birnbaum approfitta del potenziale semantico del termine Potenziale, scrivendolo con la maiuscola, e dichiara al mondo di aver risolto tutti i problemi, con frasi così: «la traiettoria cosmica va dal VUOTO senza fondo allo STRAORDINARIO illimitato».

Negli ultimi anni sono stati diversi i tentativi di accreditare teorie di questo genere, che sono indubbiamente affascinanti, dal punto di vista estetico: è la fisica degli “outsider”, raccontata in un libro molto interessante di Margaret Werheim, Physics on the Fringe (2011), che ci chiama in causa con una domanda disarmante: «Che cosa succede in una società in cui la cosmologia ufficiale, l’immagine del mondo ufficiale, è letteralmente incomprensibile per il 99.9% delle persone?». Come mostra il caso di Birnbaum, in questi casi l’assalto alla scienza non si concentra soltanto sulla fragilità delle teorie ancora congetturali, ma anche sull’autorevolezza che l’outsider può attribuirsi approfittando degli spazi aperti del mercato editoriale e della tentazione che, come finanziatore privato, può esercitare su un Dipartimento universitario. Il problema, però, è come impedire che il pubblico non si accorga della differenza tra queste costruzioni immaginarie e le autentiche ipotesi scientifiche. Il relativismo è il risultato desolante che si ottiene quando questa differenza scompare, e il mondo diventa popolato indistintamente di fisici in t-shirt, elettroni, circloni, stringhe, zuppe di quark, e anelli di fumo. La distopia cognitiva corrispondente sarebbe un mondo in cui ottengano una patente di realtà le entità più finanziate.

In questa situazione, un libro come Fisica quantistica per poeti ha diversi pregi. Presenta un itinerario completo attraverso la fisica dell’ultimo secolo, accettando la sfida di raccontarne i problemi e i risultati senza usare un singolo segno matematico. È scritto da fisici sperimentali, che non sono direttamente coinvolti nella difesa di una teoria contemporanea, e forse per questo non prende posizioni nette, e ha un linguaggio mediamente sobrio (l’inserto di poesie, che interrompono ogni tanto la narrazione, non ha nessun vero collegamento con il discorso, ma proprio per questo non minaccia seriamente la comprensibilità).

Il libro però oscilla tra una visione bilanciata e laconica della situazione («purtroppo bisogna ammettere che la teoria delle stringhe non ha ancora nessuna base sperimentale»), e un altro atteggiamento dogmatico, che tra i fisici è molto diffuso, lo strumentalismo. Si tratta dell’atteggiamento secondo cui provare a capire il mondo (e quindi a spiegarlo) non è il compito delle teorie scientifiche, che devono «funzionare» in pratica, poiché ciò basta allo sviluppo tecnologico. Nel caso della fisica quantistica, gli autori ricordano diversi sondaggi da cui emerge che i fisici stessi hanno idee molto diverse sul significato della teoria, ma proprio per questo raccomandano di non dare troppo credito ai “ribelli” che si intestardiscono a trovare un senso nella teoria, seminando lo scompiglio. Dimenticano però che gli stessi Bohr, Heisenberg e Born erano percepiti ai loro tempi – come scrivono gli stessi Ledermann e Hill – come dei «ribelli». Se questo atteggiamento fosse stato pienamente diffuso le principali rivoluzioni scientifiche non avrebbero avuto luogo: non pare che la fisica possa liberarsi dal demone della teoria.

Come diceva Einstein «pensare fisicamente» senza usare pure idee è come «respirare senz’aria». In questa situazione, un libro di divulgazione può fare la sua parte sottolineando valori scientifici evidentemente antinarrativi: il cammino lento e spesso tortuoso della giustificazione empirica; il fatto che ogni conoscenza presente sia relativa a uno stato perfettibile della teoria; il ruolo fondamentale delle idee per il concepimento di verità possibili, ma anche l’incertezza costitutiva che caratterizza la fisica rispetto alla conoscenza dell’Universo nella sua totalità. Far passare queste nozioniè complesso, ma ne va della vera fedeltà alla nostra cultura scientifica.

Una delle sue caratteristiche generali, che Galilei, Newton e Einstein ereditarono da un interrogatore compulsivo come Socrate, è infatti quella di comprendere i limiti del nostro sapere. Rilanciare questo aspetto della scienza è ancora più difficile in un momento storico in cui la scienza non gode più del credito culturale di cinquant’anni fa, mentre sono popolari forme di retorica e di narrazione che la scienza non può imitare, se non autodistruggendosi. Proviamo a dimenticare Star Trek: «I fisici indicavano un cammino in un deserto smisurato. Il loro metodo per orientarsi, e correggere i propri errori, era superiore a qualsiasi altro, ma ci dissero che sinceramente non avevano idea di dove e quando saremmo arrivati. Noialtri andavamo con loro, discutendo alla luce di una fiaccola». Ecco lo spunto per un romanzo in stile “Urania” intitolato Esodo nell’infinito­ – o per una nuova narrazione divulgativa.

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Musica, poesia e DNA – il caso Christian Bok https://minimaetmoralia.it/musica/musica-poesia-e-dna-il-caso-christian-bok/ https://minimaetmoralia.it/musica/musica-poesia-e-dna-il-caso-christian-bok/#comments Thu, 30 Jan 2014 18:07:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18029 Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica pop e insieme coltissima, la cui traccia eponima ospitava una specie di […]

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Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica pop e insieme coltissima, la cui traccia eponima ospitava una specie di lamento umano, poco meno che umano, infantile, ma di una elementare infanzia della materia, una distorsione timbrica che poteva sembrare il canto di un feto in rapida formazione – o l’ondulante impronta vocale di un filamento di acido desossiribonucleico. Negli stessi anni, forse leggendo le notizie sulle fondamentali scoperte del genetista, forse ascoltando la voce inquietante del primo bimbo nella canzone del gruppo britannico, il canadese Christian Bok ha concepito un’idea abbastanza sconvolgente.

“Il mio prossimo libro si chiamerà Xenotext. Conterrà una poesia che trasformerò in una sequenza di nucleotidi genetici attraverso un procedimento crittografico. In seguito, con l’aiuto degli scienziati, cercherò di costruire questa sequenza genica in laboratorio, in modo tale da poter sintetizzare un gene e impiantarlo in un batterio, rimpiazzando così una porzione del suo genoma con i versi della mia poesia. Ho selezionato un batterio particolare, chiamato Deinoccocus radiodurans, scoperto in America negli anni cinquanta durante alcuni esperimenti sulla radioattività. Pare sia l’organismo più difficile da abbattere sul pianeta. E’ un microbo che resiste al caldo, al freddo, al vuoto, a dosi di raggi gamma mille volte superiori a quelle che ucciderebbero un essere umano. Inoltre riesce a riparare il proprio DNA assai velocemente, e ciò lo rende piuttosto resistente ai salti evolutivi. Ho pensato che se riuscissi a inserire i miei versi nella matrice di un organismo del genere, potrei dire a tutti gli effetti di aver creato un artefatto letterario capace di sopravvivere all’estinzione del genere umano. Non nascondo che la mia speranza è di scrivere un libro, un giorno, in grado di rimanere intatto sul Pianeta Terra anche mentre il sole esplode”.

A parlare, in un’intervista pubblicata nel 2008 sulla rivista letteraria The Believer, non è il piccolo Einstein di un b-movie di fantascienza – ma un poeta, titolare di una cattedra all’università di Calgary e vincitore di un importante premio letterario, ottenuto per merito di una collezione di poesia dal titolo paradigmatico, Eunoia, il più breve vocabolo inglese di senso compiuto a contenere tutte le vocali. Bok è un poeta oulipienne, anche se non ha mai frequentato l’Ou.li.po., l’officina di letteratura potenziale resa famosa dai contributi di Raymond Queneau, Georges Perec, Italo Calvino ed Harry Matthews: erede di una tradizione moderna che nei vincoli grammaticali, sintattici e strutturali non vedono gabbie, ma templi infinitamente forzabili. E come insegna la retorica cristiana classica, in qualsiasi metafora legata all’idea di tempio niente è più esemplare del corpo umano.

Come funziona, dunque, Xenotext? Come si insegna l’arte della versificazione all’acido desossiribonucleico? Come s’inscrive l’immateriale qualità del codice linguistico umano nella poltiglia materiale che definisce l’alfa e l’omega dell’essere umano? Nel DNA ci sono quattro tipi di nucleotidi, composti alternativamente da adenina, citosina, guanina e timina, comunemente rappresentate con le quattro lettere A, C, G e T. Per ciascuna lettera dell’alfabeto Bok ha immaginato una ‘tripletta’ di nucleotidi, così che alla lettera ‘E’ corrisponda la combinazione A-C-G, alla ‘F’ la combinazione G-T-C, e così via. Ecco che l’intero alfabeto umano è incorporato in sequenze esistenti di materiale genetico. L’idea di Bok è che impiantando nel batterio una serie di versi sotto forma di una data sequenza genica, capace di causare in ‘risposta’ la codifica di una proteina, quest’ultima costituirebbe una poesia a sua volta: gli aminoacidi, di cui è fatta la proteina, produrrebbero un senso compiuto attraverso le ‘triplette’ di nucleotidi ai quali il poeta ha arbitrariamente conferito un senso compiuto. Si tratta dunque di due poesie che si generano vicendevolmente, vincolate da rigorosi legami chimici e verbali, dentro un organismo vivente. Sarebbe troppo lungo spiegare le modalità di computazione linguistica che Bok ha progettato di utilizzare per far sì che ad ogni ping corrisponda un pong dotato di senso lirico compiuto. La strada è accidentata e lunga, e non è detto che l’intento produca risultati memorabili – così memorabili da estendersi oltre ogni nostra ipotesi di futuro, per milioni e milioni di anni. Bok è un artista concettuale. Quel che conta è l’idea: o meglio, l’azzardo peculiare cui ha sottoposto un filone già esistente di tentativi (la cosiddetta arte transgenica, come quella praticata da Eduardo Kac, che aveva impiantato un estratto dal Libro della Genesi nel codice genetico di un batterio di E. coli). La sua visione – questo complicata coreografia del possibile – produce diverse rilevanti domande.

E’ giusto intervenire in questo modo su un organismo vivente? Come schivare l’accusa di ‘teratologia’ lanciata a tal proposito da Paul Virilio? E’ filosoficamente sensato far coincidere un linguaggio convenzionale con una serie di ‘fatti’ – il replicarsi del DNA – che in non costituiscono alcun linguaggio, se non agli occhi dell’uomo che lo studia? Ed è poi così costruttivo rimpiazzare la vecchia idea romantica di resistere al tempo, di puntare alle vette dell’eternità, con una specie di adattamento ultrascientista della stessa ossessione? E’ buona letteratura, o buona arte, quella che combatte con tali e tante costrizioni logiche da non permettere una reale complessità di rappresentazione? E se l’arte e la poesia sono un dialogo ininterrotto e plurale sulle forme assunte dal fenomeno umano, cosa restituirà, di tale fenomeno, un raffinatissimo gioco di parole impiantato nella crosta intima di un oggetto animato ma incosciente?

Quello di Bok è un esempio di ricerca estrema, così affascinante da lasciar senza fiato, il cui sottotesto esorta con ogni chiarezza scrittori e poeti ad alzare il livello delle ambizioni, a perseguire una vocazione altissima, a porre domande così radicali da sembrare quasi risibili. Christian Bok, se non fosse vero, potrebbe venir fuori dalle pagine dei libri di Richard Powers, tra i pochi romanzieri contemporanei a lasciar minare la propria immaginazione umanistica dalle questioni scientifiche fondamentali del presente e del futuro prossimo, senza perdere un millimetro di letterarietà e senza smettere di credere nella religione del personaggio. L’ipotesi di far replicare nel DNA del batterio indistruttibile versi poetici è il tentativo di riaffermare il diritto della letteratura di spingersi oltre i pilastri del pubblicabile e del pensabile.

Non importa come finirà la vicenda di Xenotext (per ora il manifesto d’intenti è stato promosso da Ubuweb, si può leggere digitando l’indirizzo  HYPERLINK). Il prossimo Leopardi, a qualunque latitudine lo immaginiate, troverà un posto nel suo Zibaldone elettronico, da leggersi sfregando le dita sulla superficie di neuroni incastonati in un microscopico gioiello, per la curiosa parabola di Christian Bok – l’uomo che all’alba del Ventunesimo secolo ha provato a far cantare le nostre molecole.

ricuperatig@gmail.com

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New York Ballerina https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/ https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/#comments Thu, 07 Mar 2013 09:38:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13423 (Fonte immagine.)

La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

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La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

New York è la città della danza

New York dev’essere la città col maggior numero di ballerini. Te ne accorgi facendo la conta delle compagnie di danza presenti in città e delle scuole di danza e degli spazi dove almeno una volta a settimana c’è la prima di uno spettacolo di danza. Danza danza danza. La trovi al Bac (Baryshnikov Arts Center), meraviglioso spazio aperto e diretto da Mikhail Baryshnikov, che è sia residenza per ballerini sia spazio dove presentano i loro spettacoli importanti compagnie di danza contemporanea. La trovi nello spazio di Cedar Lake, un grande capannone a Chelsea dove i ballerini provano i loro spettacoli e che ogni tanto aprono al pubblico per mostrare il loro work in progress. La trovi nei teatri e nelle scuole, in coreografie grandi e piccole, destinate a girare il mondo, o a nascere e morire in città.

Una tra le più belle l’ho vista quest’estate, Vespers del Company C Ballet, musiche di Tom Waits, in scena due ballerini, un lui e una lei, lui vivo, lei in pigiama bianco e morta, nella loro vita immaginaria dovevano essersi amati moltissimo. Lui non accettava che fosse morta, e la faceva ballare, muovendo gambe e braccia e testa e gomiti e ogni cosa. Hanno duettato così per un po’. Il pubblico in sala piangeva. Anch’io piangevo. Sono tornata a rivedere Vespers qualche giorno dopo. Poi volevo rivederlo, ho cercato in rete anche pochi minuti ma niente. Ogni tanto mi rimetto a cercarlo, più o meno una volta al mese, vorrei rivedere la ragazza morta ballare, fino a oggi non l’ho ritrovata.

Si può ballare qualsiasi cosa

Tempo fa Lorenzo Mattotti mi disse che si può disegnare qualsiasi cosa. Se metti dei limiti è meglio che cambi mestiere. Lo stesso vale per la danza. L’estate scorsa ho passato tre mesi a New York. Guardavo danza quasi quotidianamente. A volte da sola, quasi sempre con un amico che stranamente (e per fortuna) aveva stabilito con la danza la mia stessa relazione e prospettiva. Andavamo a vedere qualunque cosa, e ne uscivamo ogni volta stupefatti, come sotto sortilegio, incapaci di avere un punto di vista critico o anche solo di verbalizzare quello che avevamo visto, desiderosi di svegliarci l’indomani e vederne ancora. A distanza di tempo, se dovessi descrivere alcuni o tutti gli spettacoli che ho visto e vedo la cosa che mi viene da dire è che si può ballare qualsiasi cosa. I ballerini di Yung-Li Dance che danzano la relatività di Einstein, quelli di Cedar Lake che ballano il decostruzionismo di Jacques Derrida, il New Chamber Ballet che usa Stockhausen per mettere in scena un triangolo amoroso, la Trisha Brown Dance Company che fa ballare le opere di Robert Rauschenberg. Questi ballerini possono ballare qualsiasi cosa, mi dico.

La mia educazione sentimentale

Se dovessi scrivere una lista delle cose che hanno contribuito alla mia educazione sentimentale, ai primi posti ci sarebbe Saranno famosi, la serie tv. Avevo circa tredici anni e guardavo e riguardavo sempre le stesse puntate cercando di capire chi volevo essere. Lì dentro cercavo il mio futuro. Poi alla fine vinceva sempre Coco. Vinceva nelle puntate in cui ballava. Vinceva sempre perché ballava. Io volevo essere Coco Hernandez, volevo ballare e volevo abitare a New York. Ora di anni ne ho quarantuno, non sono Coco Hernandez, non faccio la ballerina, a New York ci abito ogni tanto, guardo ininterrottamente spettacoli di danza. È la mia educazione sentimentale che me lo impone. Fortunatamente. E poi mi fermo. Potrei scrivere di danza all’infinito. Potrei guardare danzare all’infinito. Potrei danzare all’infinito. Dice Leonard Cohen, Dance Me To The End of Love. Dico io, la soluzione sta nella danza. Qualunque cosa voglia dire.

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Made in Europe https://minimaetmoralia.it/letteratura/made-in-europe/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/made-in-europe/#comments Wed, 06 Feb 2013 10:08:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12894 Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. (Immagine: Jasper Johns.)

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l'Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l'idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d'invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l'ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò "eccomi alla frontiera della cultura occidentale", lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino ("Ma lei si aspetta qualcosa dall'Europa?"), spiazza il lettore e forse meno l'interlocutore: "Mi aspetto tutto dall'Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l'Occidente sia un po' uno specchio eterno dell'Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche".

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Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. 

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l’Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l’idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d’invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l’ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò “eccomi alla frontiera della cultura occidentale”, lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino (“Ma lei si aspetta qualcosa dall’Europa?”), spiazza il lettore e forse meno l’interlocutore: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l’Occidente sia un po’ uno specchio eterno dell’Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche”.

Brandire un conservatore come Borges può sembrare un estremo tentativo di dar lustro al Vecchio Continente quando a scommetterci sono rimasti in pochi. Dirò allora che più di recente Roberto Bolaño – un trotskista che amava Pound – ebbe a scrivere: “l’America Latina è stata il manicomio d’Europa come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. La fabbrica ora è in mano ai caposquadra, e i matti evasi dal manicomio sono la mano d’opera”. Oltre a esprimere dolore per i figli perduti del proprio continente, nel linguaggio paradossale di Bolaño c’è la constatazione che le sfide lanciate dall’Europa risultano tutt’altro che risolte, attendono anzi rilanci e aggiustamenti, magari proprio da chi le elaborò per primo. Il che è testimoniato da ciò che sta accadendo alla letteratura dell’altro nostro fondamentale interlocutore: gli Stati Uniti.

Dopo la grande ondata dei Novanta (il decennio che vide la luce di opere come Pastorale americana, Infine Jest, Underworld) qualcosa ha cominciato a rallentare nella narrativa statunitense. Credo dipenda da due fattori. Il primo è proprio l’infiacchimento del dialogo intercontinentale. Finito il periodo degli americani che “venivano a scuola” in Europa (Hemingway e Fitzgerald a Parigi, Faulkner che si accostava all’Ulisse “come un battista analfabeta al Vecchio Testamento”), o che degli orrori del Vecchio continente facevano un’esperienza di vita (Salinger sulle Ardenne e Vonnegut a Dresda), si è anche attenuata l’opposta spinta degli europei arrivati nel Nuovo Continente, come i Nabokov o gli ascendenti dei Bellow e dei Roth. Difficile che i nuovi scrittori americani siano oggi disposti a esplorare altri mondi per motivi più avventurosi di una fellowship.

Il secondo fattore è la crisi del postmoderno. Se opere come Underworld o Infinite Jest sono fondamentali per farci comprendere il funzionamento di un mondo dominato da consumi, mass media e flussi finanziari, il loro limite è stato quello di sviluppare sistemi perfettamente chiusi. Per quanto paradossale, è come se queste opere soffrissero di una strana forma di marxismo privo di escatologia. Esiste solo la struttura. Meglio: esiste solo la matrice di un presente in continuo upgrading. Un’ipertrofia della diagnostica (anche dolente) a cui fa da contraltare la debolezza di una scuola del sospetto che non si limiti a mostrare aspetti inquietanti nel funzionamento della Macchina (questo il postmoderno lo fa benissimo), ma la ben più radicale verità che la Macchina non è tutto ciò che esiste. Non viviamo in una delle epoche che più fatica a immaginare un futuro?

E qui torniamo all’eredità della nostra tradizione. Lo sconvolgente merito del Novecento europeo è consistito nel mostrare quali regni sotterranei sostenessero la piccola punta d’iceberg a cui la debolezza dei sensi si era abituata a dare il nome di realtà. Le parabole di Freud e gli incubi di Kafka, le sottili avventure di Stephen Dedalus e la complessa danza subatomica in cui galleggiano i Guermantes non sono semplici interpretazioni, ma una spallata in grado di aprire la porta verso mondi di cui ignoravamo l’esistenza. L’Europa ha però anche il vizio di trasformare con sconfortante rapidità l’audacia in accademia, motivo per il quale le ossessioni di Alex Portnoy e la bonaria pazzia di Moses Herzog risulteranno sempre più interessanti dell’ennesima imbalsamazione di Molly Bloom spacciata per romanzo d’avanguardia. Impossibile da una parte aggirare la vitalità e l’invidiabile robustezza delle opere con cui, almeno fino a poco tempo fa, i nordamericani hanno fatto scuola. E tuttavia, quando riesce a ribaltare l’odioso scetticismo di maniera nel suo magnifico speculare (ancora una volta il sospetto: quello di Galileo e di Giordano Bruno, di Marx e Einstein), l’Europa è sempre in grado di mostrare un’apertura e una capacità di mettere in discussione l’esistente sconosciute su altre latitudini.

Solo uno scrittore del vecchio continente poteva ad esempio intrattenere con il proprio paese una polemica furibonda quale quella che ha legato fino a poco tempo fa Thomas Bernhard all’Austria. E chi, se non un lusitano allenato a contestare i pilastri del mondo circostante (prendessero il nome di Dio o Capitalismo) avrebbe sviluppato l’immaginazione di Saramago? Paralizzati dalla crisi che scuote le basi del nostro patto continentale – abituata la superficie del nostro immaginario a considerare New York più vicina di Atene o Berlino –, rischiamo di non renderci conto quanto una possibile forza trasformativa qual è quella contenuta nella nostra tradizione sia, proprio in questi anni, al centro di un tentativo di rinnovamento. Basti ancora pensare alla profondità con cui Sebald ha fatto il contropelo alla Storia in Austerlitz. O ad Ágota Kristóf, capace di caricarsi sulle spalle un pezzo di mitteleuropa con quel grande romanzo che è Trilogia della città di K. La Spagna devastata dalla disoccupazione è anche il paese in cui Vila-Matas dialoga a distanza con Unamuno, e Javier Marías innerva le sue storie con quel “pensiero letterario” di matrice proustiana, che – capace com’è di scorrere libero dalla dittatura del plot – corre di tanto in tanto il rischio di inciampare in qualche domanda ultima. L’Italia del ventennio berlusconiano (sempre pronta a fustigarsi per non andare alla guerra) ha del resto prodotto scrittori come Walter Siti.

Così, se nel 1908 l’ebreo austroungarico Henry Roth arrivava in quella New York che avrebbe descritto in modo così toccante in Call It Sleep, a distanza di un secolo la storia si ribalta. Il 2007 è infatti l’anno in cui il newyorkese di origine ebraica Jonathan Littell, dopo aver scritto nella lingua di Flaubert un romanzo ambizioso come Les Bienveillantes, chiede e ottiene la cittadinanza francese per trasferirsi infine a Barcellona.

Potrebbe essere una delle stranezze di cui la storia letteraria abbonda. A me pare piuttosto un segnale interessante perché non privo di un suo contesto di riferimento. Non c’è uscita dalla crisi senza grandi idee a ispirarla, e forse sotto la cenere brucia più di quanto pigrizia e scetticismo vogliano ammettere.

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L’arte del racconto – tradizione e innovazioni, da J.D. Salinger ad Alice Munro https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vera-fiction/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vera-fiction/#comments Thu, 13 Sep 2012 09:34:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9358 Questo pezzo è uscito su Repubblica.

Nella prima pagina di Un giorno ideale per i pescibanana – probabilmente il miglior racconto di J.D. Salinger – una ragazza di nome Muriel Glass alza la cornetta del telefono in una camera d'albergo dopo essersi passata lo smalto sulle unghie. Dall'altra parte del filo c'è sua madre, una pedante signora middle class la quale per tutta la conversazione ventila l'ipotesi che Seymour, il giovane marito di Muriel congedato dall'esercito dopo la fine della II guerra mondiale, sia un soggetto poco raccomandabile. "Muriel, te lo chiedo per l'ultima volta: stai bene?" "Mamma – disse la ragazza – per la novantaseiesima volta: sì". "E non vuoi tornare a casa?" "Mamma, no".

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

Nella prima pagina di Un giorno ideale per i pescibanana – probabilmente il miglior racconto di J.D. Salinger – una ragazza di nome Muriel Glass alza la cornetta del telefono in una camera d’albergo dopo essersi passata lo smalto sulle unghie. Dall’altra parte del filo c’è sua madre, una pedante signora middle class la quale per tutta la conversazione ventila l’ipotesi che Seymour, il giovane marito di Muriel congedato dall’esercito dopo la fine della II guerra mondiale, sia un soggetto poco raccomandabile. “Muriel, te lo chiedo per l’ultima volta: stai bene?” “Mamma – disse la ragazza – per la novantaseiesima volta: sì”. “E non vuoi tornare a casa?” “Mamma, no“.

L’intera telefonata (i patemi della mamma di Muriel si alternano a fiorite divagazioni sulla moda balneare) è congegnata in modo che il lettore non capisca dove finisca la mitomania della suocera e dove inizi la reale possibilità che in Seymour ci sia qualcosa che non va. Segue una lunga scena sulla spiaggia in cui un giovanotto senza nome (nel quale il lettore riconosce immediatamente Seymour prima di avere il tempo di chiedersi il perché) imbastisce uno stralunato dialogo con una bambina di sei anni nel quale l’elemento ludico ha in sé qualcosa di minaccioso, così che i dubbi della suocera di Seymour (mai più nominata da Salinger) vengano continuamente smentiti e confermati. Nell’ultima scena il suddetto giovanotto entra in una stanza che odora “di valigie nuove e di acetone”, osserva sul letto una ragazza addormentata, recupera una pistola nascosta “sotto una pila di mutande e canottiere” e si spara un colpo in testa.

Ecco un prototipo di racconto moderno. Così come l’odore d’acetone ci fa capire di essere tornati nella stanza dell’incipit (e segna il passare del tempo senza che l’autore debba esplicitarlo), una serie infinita di indizi, rimandi, microtasselli ricongiunti a distanza col proprio pezzo mancante creano una tensione quasi magica. L’immagine sarebbe quella di una tensostruttura in apparenza priva di sostegni. È grazie a questo gioco che riconosciamo Seymour (indossa l’accappatoio cui fa allusione sua suocera), che a un certo punto dubitiamo del suo equilibrio (uno psichiatra ospite dell’albergo lo ha osservato con troppa insistenza senza sapere chi fosse), e il suo suicidio (fino ad allora plausibile e implausibile) getta nuova luce sulle altre pagine, ridefinendo retroattivamente persino le nostre emozioni. Tutto un lavoro che in più di quindici cartelle comincerebbe a scricchiolare.

La mole di un romanzo annacquerebbe per forza di cose, fino a estinguerne gli effetti, il dialogo segreto tra gli elementi che fanno brillare di luce propria le short stories. Questo uno dei motivi per cui il racconto non è un sottogenere né una riduzione in scala delle grandi narrazioni, ma una delle forme più interessanti in cui è dato di incarnarsi alla letteratura d’invenzione. Si tratta, in definitiva, di un contenitore pressoché unico per l’organizzazione del pensiero. Ho prima parlato di tensostruttura. Ma l’idea che forse meglio ne riassume il funzionamento è quella del modello atomico. Se i romanzi sono grandi cattedrali nelle quali ci aggiriamo alla ricerca di un punto d’equilibrio (“il centro segreto”, come lo definisce Pamuk), le particelle elementari di un racconto sono ognuna responsabile dell’equilibrio dell’altra. Ed è stupefacente osservare come dai tempi di Salinger – che era andato a lezione da Hemingway e prima ancora da Rilke –, la forma breve abbia raggiunto via via gradi maggiori di complessità. Da Raymond Carver a Andre Dubus, da Flannery O’Connor a Buzzati e Manganelli (un occhio a Čhecov e Kafka, l’altro rivolto al futuro) non sono pochi gli autori che hanno scritto in venti pagine ciò che sarebbe stato impossibile spiegare in cinquecento. Così se David Foster Wallace ha bisogno di Infinite Jest per stendere un affresco del mondo postmoderno, è poi costretto a ricorrere alle forme brevi (e per certi versi più estreme) di La ragazza dai capelli strani o Brevi interviste con uomini schifosi per indagare la microfisica dei nostri disagi quotidiani.

La canadese Alice Munro è oggi probabilmente la più abile manipolatrice delle strutture interne del racconto. Non inganni l’apparente tradizionalità delle sue storie. I giochi di specchi e i rimandi tra pagina e pagina sono così ben congegnati che noi leggiamo con piacere senza accorgerci di che lavoro ci sia sotto, il che è possibile perché la Munro (con personaggi, dialoghi e colpi di scena al posto dei modelli computazionali) sembra quasi aver trovato il modo di riprodurre in forma calda le dinamiche associative secondo cui funzionerebbe il nostro cervello. Oltre che ai critici letterari, i suoi racconti potrebbero interessare a cognitivisti e neuroscienziati.

Se la Munro è prodigiosa nel puntellare dall’interno le regole della forma breve, il racconto ultimamente si sta evolvendo anche nella direzione opposta. Sono sempre più interessanti i casi di scrittori che strutturano i propri romanzi (ma sono ancora tali?) come un insieme di racconti legati tra loro. Funziona in questo modo Il tempo è un bastardo dell’ultimo Pulitzer per la narrativa Jennifer Egan. E cosa sono I detective selvaggi e 2666 di Roberto Bolaño se non opere-mondo costituite da tasselli a volte addirittura indipendenti ma tutti, misteriosamente, comunicanti tra di loro secondo un modello reticolare?

Si potrebbe dire che la letteratura sta imparando da internet e dagli ipertesti, se non fosse che la Egan e Bolaño hanno alle spalle un gigante ultimamente riemerso in tutta la sua mole davanti ai nostri occhi: l’argentino Julio Cortázar il quale, nel non sospetto 1963, pubblicò Il gioco del mondo, che della Rete si può considerare una versione limitata e più profonda. A dimostrazione che la letteratura, come è chiaro ai grandi uomini di scienza, continua a intrattenere con gli altri campi del sapere rapporti più intimi di quanto immaginiamo. Prova ne sia che il Nobel per la fisica Murray Gell-Man, al momento di dare un nome alla sua più celebre scoperta (il quark), lo prese in prestito non da Einstein o Bohr ma dai neologismi di James Joyce, che in Finnegans Wake aveva riorganizzato i moti segreti dell’animo secondo regole enigmatiche quanto la meccanica quantistica.

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