Eisenhower Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eisenhower/ un blog di approfondimento culturale Tue, 14 Apr 2015 12:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Eisenhower Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eisenhower/ 32 32 Volevo leggere Anna Frank https://minimaetmoralia.it/letteratura/volevo-leggere-anna-frank/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/volevo-leggere-anna-frank/#comments Wed, 15 Apr 2015 05:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26169 Cara Kitty, mi sono presa l’impegno di vivere una vita diversa dalle altre ragazze, e, un domani, diversa dalle normali casalinghe. Questo è un inizio interessante ed è la ragione, la sola ragione per la quale nei momenti più pericolosi devo ridere della buffa situazione. Sono giovane e ho ancora molte virtù nascoste, sono giovane e forte e vivo questa grande avventura”. Il 3 maggio 1944 Anna Frank stava per compiere quindici anni: da quasi due si nascondeva, con i genitori, la sorella e un’altra famiglia ebrea, in una soffitta di Amsterdam che chiamava l’Alloggio segreto (“ho l’impressione di trovarmi in una strana pensione in un luogo di villeggiatura”), e aveva riempito la parete nuda sopra il suo letto di cartoline e ritagli di stelle del cinema. Voleva scrivere un libro che avesse proprio quel titolo, l’Alloggio segreto, e stava ricopiando e sistemando il diario, in attesa di uscire al sole: voleva andare a studiare un anno a Parigi e uno a Londra, essere corteggiata, incontrare persone interessanti, innamorarsi, diventare una giornalista e poi una scrittrice, vivere altre grandi avventure da donna libera. “Non mi accontenterò di un futuro modesto”, scriveva, e non c’è niente di modesto nella sua scrittura, nei pensieri, nella capacità di essere avvincente raccontando la lotta per le patate dentro la soffitta, o descrivendo la sua vagina dall’alto, con precisione e stupore (“Tutto qui, eppure è così importante!”). A tredici anni era una scrittrice, sapeva far ridere, sapeva riflettere, essere forte e solitaria, e sapeva scrivere l’indicibile in un modo preciso e fiero: un’adolescente che non ha intenzione di volere bene a sua madre solo perché è sua madre, e che riflette sul matrimonio dei suoi genitori (le parti eliminate dal padre durante la prima pubblicazione del Diario nel 1947) individuandone i punti deboli e il disamore: “Dentro di lei pian piano si è distrutta. Lei lo ama come nessun altro ed è duro non vedere corrisposto un amore così”.

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Cara Kitty, mi sono presa l’impegno di vivere una vita diversa dalle altre ragazze, e, un domani, diversa dalle normali casalinghe. Questo è un inizio interessante ed è la ragione, la sola ragione per la quale nei momenti più pericolosi devo ridere della buffa situazione. Sono giovane e ho ancora molte virtù nascoste, sono giovane e forte e vivo questa grande avventura”. Il 3 maggio 1944 Anna Frank stava per compiere quindici anni: da quasi due si nascondeva, con i genitori, la sorella e un’altra famiglia ebrea, in una soffitta di Amsterdam che chiamava l’Alloggio segreto (“ho l’impressione di trovarmi in una strana pensione in un luogo di villeggiatura”), e aveva riempito la parete nuda sopra il suo letto di cartoline e ritagli di stelle del cinema. Voleva scrivere un libro che avesse proprio quel titolo, l’Alloggio segreto, e stava ricopiando e sistemando il diario, in attesa di uscire al sole: voleva andare a studiare un anno a Parigi e uno a Londra, essere corteggiata, incontrare persone interessanti, innamorarsi, diventare una giornalista e poi una scrittrice, vivere altre grandi avventure da donna libera. “Non mi accontenterò di un futuro modesto”, scriveva, e non c’è niente di modesto nella sua scrittura, nei pensieri, nella capacità di essere avvincente raccontando la lotta per le patate dentro la soffitta, o descrivendo la sua vagina dall’alto, con precisione e stupore (“Tutto qui, eppure è così importante!”). A tredici anni era una scrittrice, sapeva far ridere, sapeva riflettere, essere forte e solitaria, e sapeva scrivere l’indicibile in un modo preciso e fiero: un’adolescente che non ha intenzione di volere bene a sua madre solo perché è sua madre, e che riflette sul matrimonio dei suoi genitori (le parti eliminate dal padre durante la prima pubblicazione del Diario nel 1947) individuandone i punti deboli e il disamore: “Dentro di lei pian piano si è distrutta. Lei lo ama come nessun altro ed è duro non vedere corrisposto un amore così”.

Ho letto per la prima volta il ‘Diario di Anna Frank’ da bambina, in quarta o quinta elementare, ho preteso di averlo con ostinazione: strattonavo la mano di mio padre che era venuto a prendermi a scuola e gli ripetevo: per favore compramelo. Lui non voleva, sei ancora piccola dài, ma la maestra in classe aveva parlato dell’Olocausto e io pensavo solo a quella bambina nascosta in soffitta con il pigiama che le era diventato piccolo, a lei che la sera quando c’era la luna aveva il coraggio di aprire la finestra e guardare le stelle, a lei che mangiava gli spinaci mezzi crudi anche se le facevano schifo e faceva battute su Braccio di Ferro.

Avere quel libro fra le mani, con la faccia carina di Anna in copertina e la foto di un frammento della sua calligrafia è stato molto più di immaginare Robinson Crusoe, Piccole Donne o più avanti il Giovane Holden. E’ stato un passo avanti nel mondo, il primo passo verso la vita adulta ma con le parole di una non adulta, una ragazzina di tredici e poi quattordci e quindici anni anni chiusa fuori dal mondo, che più di ogni altra cosa desiderava tornarci dentro e conquistarlo, e viveva quei mesi, quel buio, quella paura e a volte disperazione come una grande avventura. Anche per una bambina che non sapeva niente era così chiaro che quella era una cosa vera, un libro totalmente sincero (non è uno scrittore che si mette nei panni di una quindicenne, è una bambina che comincia a raccontare le sue giornate e finisce per intuire, da sé, che quel diario sta diventando qualcosa di grande, che è perfino più importante di lei, della sua famiglia e di quello che accadrà): un racconto che scoppia a ogni pagina di vita, di desiderio e di speranza (“Se Dio mi farà vivere, otterrò di più di quanto la mamma abbia mai ottenuto, non sarò mai insignificante, lavorerò nel mondo e per per gli uomini!”). Saltavo le considerazioni politiche, e del racconto sull’eccitazione con cui si mettevano intorno alla radio ad ascoltare di Churchill e Eisenhower assorbivo soltanto l’eccitazione. Poiché il diario termina in un giorno di agosto in cui non succede niente (ma è una pagina meravigliosa e appassionata in cui Anna descrive la sua anima divisa in due parti e lo fa da grande scrittrice), avevo, a nove o dieci anni, il diritto di pensare che forse quella bambina intelligentissima si era salvata, e anche il ragazzo che viveva con loro, e a cui lei aveva dato il primo bacio, e per il quale aveva scritto una lettera terribile al padre, dicendogli: io non ho più bisogno di voi. “Non è che io sia riuscita così da un giorno all’altro a sistemare le cose in modo da vivere senza una madre e senza l’aiuto di nessuno; mi è costato molta fatica e molte lacrime diventare così indipendente come sono adesso. Puoi anche ridere e non credermi, non me ne importa niente, so di essere una persona indipendente e non mi sento affatto di rendere conto a voi. Delle mie azioni devo essere responsabile solo davanti a me stessa”.

Era la cosa più sfacciata e ribelle che avessi mai letto, ed era ardente, l’aveva scritta una ragazzina olandese nascosta in un abbaino che sognava di tornare a scuola, sentiva l’enormità di quello che stava vivendo e confidava a Kitty (il nome che aveva dato al suo diario, l’amica immaginaria, l’escamotage letterario di una ragazza vincente) sogni ambiziosi e un ottimismo straziante e allo stesso tempo esaltante: “Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione. Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace”.

Leggere queste parole, adesso, è di nuovo sconvolgente, non solo per il valore assoluto e per l’orrore, di lì a pochi mesi, ad Auschwitz e a Bergen Belsen, Anna e sua sorella Margot, il tifo e l’inizio e la fine di tutto, i diari nascosti in un cassetto in attesa che qualcuno tornasse (solo il padre sopravvisse, fra le otto persone nascoste in quella soffitta) e li richiedesse indietro, ma perché erano le parole di una ragazza imperfetta, vivace, ambiziosa, geniale, vivissima, “pazza per i libri e per la lettura”, ancora più ardente e viva da quando la vita libera le era stata negata, e quella libertà la esercitava nel diario, sui fogli, scrivendo e pensando e immaginandosi un futuro bellissimo (“una scrittrice famosa”) e colmo di frivolezze (“Penso sempre a bei vestiti e persone interessanti, voglio vedere qualcosa e conoscere il mondo, questo te l’ho già detto, e anche avere un po’ di soldi non può far male!”). E’ questo a essere tanto terribile, ha scritto Philip Roth, sempre ossessionato da Anna Frank (ne Lo scrittore fantasma immagina e costruisce una Anne Frank sopravvissuta all’Olocausto), il fatto che lei fosse, nel senso più semplice e migliore del termine, viva.

Il diario di Anna Frank è diventato velocemente il simbolo di tutto l’orrore e l’innocenza del Novecento, ma il diario di Anna Frank è molto di più: è la storia di una vita, di quella vita in particolare, è lo sguardo e il calore di una ragazza nata nel 1929 che racconta la sua curiosità, la febbre di conquista, i desideri sessuali, la convinzione di diventare meglio di sua madre, meglio perfino di suo padre che la notte nella soffitta le leggeva Dickens in inglese. Nel volume appena pubblicato da Einaudi che raccoglie tutto quello che Anna Frank ha scritto, le cartoline di compleanno alla nonna, i racconti di fantasia e quelli ispirati all’Alloggio segreto, oltre alle due versioni del diario e alle fotografie di famiglia (Anne Frank, Tutti gli scritti, edizione italiana a cura di Frediano Sessi), l’orrore è solo nostro, la morte è solo nostra, lì dentro è tutto spumeggiante, gioioso perfino, e profondo. Come un albero che si riempie di fiori, come la scoperta del mondo in un giorno di primavera. C’è la convinzione fortissima di un lieto fine, anzi di un nuovo inizio, e di grandi possibilità, unita alla comprensione di quello che sta accadendo (“Non credo che la guerra sia causata solo dagli uomini grandi, dai governanti e dai capitalisti. No, il piccolo uomo la fa altrettanto volentieri”) e c’è una capacità di osservazione straordinaria, il senso della storia unito all’energia e al talento della giovinezza (“considero questa clandestinità un’esperienza pericolosa, romantica e interessante”). E la nostalgia del passato e della leggerezza: “Ti ricordi? Sono ore così belle quelle in cui posso parlare di scuola, insegnanti, avventure e ragazzi. Quando ci circondava ancora la vita normale tutto era stupendo. Quell’unico anno di liceo fu per me qualcosa di meraviglioso. Gli insegnanti, tutto ciò che ha imparato, gli scherzi, il prestigio, gli innamoramenti e gli adoratori”. Al primo anno del liceo ebraico, Anna Frank aveva molti corteggiatori che cercavano di catturare la sua immagine con un pezzo di specchio, e l’aveva raccontato al suo diario fin dalle prime righe, era quello il mondo in cima ai suoi pensieri, e aveva fatto l’elenco dei suoi compagni di classe, perché era la sua vita di bambina in mezzo ad altri bambini ebrei. Bambini veri, persone nate nella seconda decade del Novecento (“Chi ci ha imposto questo? Chi ha fatto sì che noi ebrei fossimo un’eccezione fra tutti i popoli?”).

A tredici anni Anna Frank aveva le idee molto chiare e non arrossiva mai,“Rob Cohen è stato innamorato di me, ma adesso non lo sopporto più. E’ un ragazzetto falso, bugiardo, frignone, svitato e noioso che si dà un sacco d’arie. Miep Lobatto è senza dubbio la più bella della classe. Ha un viso carino, ma a scuola è piuttosto stupida. Mi sa che sarà bocciata, ma ovviamente non glielo dico. Saffle Springer è terribilmente meschino; si dice che sia stato con una ragazza. Però a me è simpatico, perché è divertente”. Nei due anni successivi, dal suo tavolino in soffitta al quale aveva il permesso di sedersi tutti i pomeriggi dalle due e mezzo alle quattro (e più tardi combatté una guerra con un ospite dell’alloggio segreto per avere diritto ad altre tre ore alla settimana, “Signor Pfeiffer, io lavoro seriamente, perciò la prego di essere tanto cortese da ripensare ancora alla mia domanda”, e vinse), intitolò un racconto: “Ti ricordi?”. “Ti ricordi? Come Sam Salomon continuava a seguirmi in bicicletta e voleva offrirmi il braccio”. Non era trascorso molto tempo, ma nella formazione di Anna Frank quello era già il passato che non ritorna, un mondo lontanissimo e spensierato in cui lei era ancora una bambina vivacissima e affettuosa, ma non era ancora diventata la vera Anna, non aveva vissuto ancora “la grande avventura”. Adesso aveva imparato a vivere con la pressione dell’isolamento e della paura, aveva pianto la notte, aveva riso sottovoce di giorno immobile sul letto per non farsi sentire da quelli del piano di sotto, aveva usato il gabinetto solo agli orari consentiti, e aveva conquistato l’amore di un ragazzo per poi capire che non era abbastanza per lei, che lui non sapeva ancora reggersi da solo sulle sue gambe mentre lei sì, aveva lottato, dentro l’altra lotta per la sopravvivenza, per l’affermazione di sé. Contro quelli che, pur amandola, o semplicemente sopportandola, non la prendevano sul serio. “Sono stata definita cacciatrice di uomini, civetta, sapientona e lettrice di romanzetti”. L’evoluzione, la crescita di Anna Frank anche come scrittrice è talmente veloce e importante che nessun romanzo di formazione potrà mai volare alla sua altezza. E’ un’opera universale per l’incubo reale che racconta e incarna, ma lo è ancora di più, anche se è indicibile, perché è personale, perché è la reazione e la guerra di un’adolescente dentro la guerra del mondo fuori, ed è una guerra per se stessa e per il futuro, per iltrionfo dell’immodestia. “Non sopporto, quando si occupano tanto di me, allora sì che divento prima sfacciata, poi triste e alla fine torno a rovesciare il cuore, giro in fuori la parte brutta e in dentro la buona e cerco un modo per diventare come vorrei tanto essere e come potrei essere se… nel mondo non ci fosse nessun altro”. Sono le ultime frasi del diario, tre giorni prima della fine. Le pagine bianche rimaste sui quaderni hanno raccontato tutto il resto.

Anne Frank
Tutti gli scritti
Giulio Einaudi Editore

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Abercrombie & Fitch e la fine del ciabattaro https://minimaetmoralia.it/societa/abercrombie-fitch/ https://minimaetmoralia.it/societa/abercrombie-fitch/#comments Fri, 14 Mar 2014 13:36:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19319 Michele Masneri oggi parte con i suoi infradito per il tour in Versilia, in attesa dell'incontro di domenica a Libri Come. È molto orgoglioso di questo suo pezzo uscito il 6 marzo sul Foglio.

Sarebbe un personaggio perfetto per un prossimo film di Paul Thomas Anderson, raccontatore brutalista di maschi alfa americani, dal "Petroliere" allo scientologo "The Master": Mike Jeffries, inventore di Abercrombie & Fitch, marchio ghiandolare e aspirazionale dell'abbigliamento giovane nell'America clintoniana e bushiana, e oggi in crisi di identità e fatturati.

Il 28 gennaio scorso il manager è stato destituito dalla carica di presidente della società dopo un crollo delle vendite del 18 per cento nel terzo trimestre, la chiusura di oltre 170 negozi negli ultimi cinque anni e l'ottava trimestrale in rosso. E pur rimanendo ceo - non si sa ancora per quanto - è chiaro che un'epoca si è conclusa, quella della rinascita di un marchio che da classicone borghese il sessantanovenne manager aveva trasformato nel volto sessual-imperiale dell'America adolescente anni Novanta.

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Michele Masneri oggi parte con i suoi infradito per il tour in Versilia, in attesa dell’incontro di domenica a Libri Come. È molto orgoglioso di questo suo pezzo uscito il 6 marzo sul Foglio.

Sarebbe un personaggio perfetto per un prossimo film di Paul Thomas Anderson, raccontatore brutalista di maschi alfa americani, dal “Petroliere” allo scientologo “The Master”: Mike Jeffries, inventore di Abercrombie & Fitch, marchio ghiandolare e aspirazionale dell’abbigliamento giovane nell’America clintoniana e bushiana, e oggi in crisi di identità e fatturati.

Il 28 gennaio scorso il manager è stato destituito dalla carica di presidente della società dopo un crollo delle vendite del 18 per cento nel terzo trimestre, la chiusura di oltre 170 negozi negli ultimi cinque anni e l’ottava trimestrale in rosso. E pur rimanendo ceo – non si sa ancora per quanto – è chiaro che un’epoca si è conclusa, quella della rinascita di un marchio che da classicone borghese il sessantanovenne manager aveva trasformato nel volto sessual-imperiale dell’America adolescente anni Novanta.

Il primo negozio A&F era stato fondato a New York nel 1892 e aveva servito gloriosamente Ernest Hemingway, che vi comprava fucili e tenute da caccia, mentre i presidenti Hoover ed Eisenhower lì si servivano per l’attrezzatura da pesca; e Cole Porter giacche e pantaloni, e tutti durante il proibizionismo affollavano le vetrine dell’Alce – animale eponimo della ditta – per le famose fiaschette da whisky, di peltro o silver plate, oggi oggetto di collezionismo su eBay.

Niente a che vedere però con le folle che dalla prima metà dei Novanta avevano cominciato a circondare i negozi A&F, con ragazze e ragazzi entusiasti per un’esperienza di vendita che Jeffries, divenuto ceo nel 1992, l’anno della prima campagna elettorale di Bill Clinton, aveva autodenunciato programmaticamente come “sessuale ed emozionale”.

Il manager aveva preso in mano il gruppo dell’Alce fallito, trasformando una catena di vetrine polverose di scarpe da ginnastica e impermeabili da campagna in un marchio immaginifico che mischiava le nostalgie di un’America campagnola e reazionaria da Ralph Lauren con le porcellate più cittadine e moderne alla Calvin Klein.

Vendendo jeans e t-shirt ma soprattutto una certa idea muscolare degli Stati Uniti sessualizzati dai Clinton, e poi imperializzati da Bush jr. Puntando tutto su un’immagine di maschi rudemente americani ma con sensibilità in bianco e nero molto metrosessuali, si era affidato alla macchina fotografica di Bruce Weber e ad alcune ossessioni evidentemente personali ma anche molto condivise; trasformando i negozi della casa da tranquille botteghe per uomini di mezza età in wunderkammer invitanti e inquietanti.

Gli store A&F, bui, cavernosi, con la musica alta, cinti da modelli palestratissimi, erano diventati il centro di irraggiamento dell’immagine dell’Alce: strategia simile e simmetrica anche antropologicamente alla Apple e ai suoi candidi Apple Store; qui creativi e intellettuali riflessivi e flaccidi in candide serre, lì surfisti al buio; una via di mezzo infatti, i negozi A&F, tra una discoteca e una dark room, però frequentata benissimo: luce al minimo, miasmi asfissianti di Fierce, profumo della ditta, irrorato da speciali spruzzini, e cordialità da parte di commessi e commesse più nudi che vestiti con guizzi di addominali e pettorali e femori, tra tavole da surf e trofei di caccia e amichevoli “how you doing” come accogliendoci finalmente in una fraternity molto ambita; tra scaffali di sobri legni scuri come banconi da bar, dove invece che consumare alcolici si consumano jeans e magliette.

E sotto giganteschi affreschi da socialismo reale o ministero dell’Agricoltura di via Venti Settembre, con corpi maschili pronti per virili fatiche o imprese agonistiche, e commessi palestrati a mimare passi di danza nel sottofondo di una musica sempre molto alta, e un’esperienza ipnotica per cui tra musica, buio, odore del Fierce della casa – che leggenda metropolitana vuole a base di ormoni in grado di far arrapare maschi e forse anche femmine – ci si ritrova alla cassa con tre polo mai provate e una borsa della spesa con sopra un uomo nudo in bianco e nero.

Fino a qualche anno fa questa era stata la ricetta geniale di Mike Jeffries: il gruppo negli anni d’oro – i Novanta e i Duemila – fatturava 2 miliardi di dollari l’anno con 800 negozi sparsi per il mondo, per teenager globali. Jeffries aveva montato un immaginario mischiando “Beverly Hills 90210″, mitologie universitarie stile Ivy League, tartarughe e pettorali contemporanei con vecchie coppe e trofei, libri, cuoi antichi, canoe, l'”Attimo Fuggente” e Tom of Finland e Leni Riefenstahl e le statue fasciste del Foro Italico: e la sua esperienza “emozionale e sessuale” mimava non “Una notte al museo” ma una notte chiusi in uno spogliatoio di Harvard. Il successo era assicurato perché non frutto di speculazioni o studi di marketing ma di personalissime ossessioni di Jeffries.

Un Federico Moccia dell’abbigliamento, un Peter Pan forse con antichi complessi insanabili, ma convinto, anche oggi a sessantanove anni, di essere veramente un adolescente americano di un’università bene, e di voler vestire i suoi simili.

Grandi mèches bionde, sfregiato dalle chirurgie plastiche, che oggi lo rendono una via di mezzo tra Calvin Klein e la duchessa d’Alba, abbigliato solo con le polo Muscle di sua invenzione, che grazie ad alcuni rinforzi e restringimenti strizzano da qualche parte e celano qualcos’altro, e rendono tutti apparentemente fisicatissimi, e jeans strappati il giusto, dal 1992 Jeffries regna in ciabatte sul regno immaginario di A&F.

Il flip flops, o infradito, o ciabatta, appunto, è un capo fondamentale del suo abbigliamento e viene imposto a commessi e dipendenti non solo dei negozi ma anche del quartier generale di New Albany, Ohio. La ciabatta sta ad Abercrombie come l’auto ibrida sta a Google e all’idealtipo dell’azienda Silicon Valley: e anche l’architettura lo riflette; qui dunque non mense biologiche e architetture sostenibili e biliardini ma invece un design molto rustico e campagnolo che riproduce cascinone e fienili da “Brokeback Mountain” o da bassa bresciana, con comignoli e capannoni di quercia e modelli-impiegati in jeans sdruciti e musica dei Pet Shop Boys a palla, e il profumo della casa (ancora) spruzzato virilmente nell’aria.

E ciabatte; si dice che Jeffries, ossessivo del controllo, maniaco, e furiosamente scaramantico, si metta le scarpe solo al momento delle trimestrali di bilancio e per le riunioni importantissime, che si svolgono davanti a un enorme camino-falò finto. Jeffries è nato nel 1944 a Los Angeles da un piccolo imprenditore di accessori per le feste (come Kate Middleton) e prima di dare il volto alla più grande campagna per la preservazione della razza maschile americana ha diretto negozi di abbigliamento, si è sposato, ha fatto un figlio, e poi è diventato ufficialmente gay.

Nel 1998 è diventato anche presidente di Abercrombie, e mentre l’America si scandalizzava per le macchie lasciate da Bill Clinton sul vestito della stagista Monica Lewinsky lui perfezionava la sua sessualizzazione dell’adolescente di massa. L’anno in cui “il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America”, come scriveva Philip Roth ne “La macchia umana”, Jeffries con il suo marketing andrologico rassicurava l’adolescente medio etero (col marchio più pornogay che si fosse visto da un bel po’ di anni in giro).

La rivista del gruppo, A&F Quarterly, venne ritirata in America nel 2003 per oscenità; anche lì, proiezioni di un maschio di mezza età su desideri inconsci forse più collettivi del previsto: mischiando retoriche alla Doris Day e maschi “beefcake” anni Cinquanta, oliati e fotografati in tutte le posizioni, e smutandamenti e orge attorno a fuochi, con qualche ragazza sempre bonona ma posticcia, e atmosfere boscaiole e titoli di copertina pruriginosi tipo “Ritorno a scuola: studiare duro”, copertina marezzata bianca e nera da classico quaderno di scuola americano, e maschi ariani che limonano con ariane studentesse che sembrano le gemelle Bush (ma molto in secondo piano).

In un altro numero – esiste un vasto collezionismo – un adolescente in jeans sbottonati con in braccio un orsetto e un sorriso ammiccante: “Buono o cattivo?”. Il numero di Natale 2003 prometteva invece programmaticamente in copertina “280 pagine di alci, hockey su ghiaccio, cavalleria, sesso di gruppo e molto altro”. Bei tempi. Poi sono arrivate la crisi di vendite, la fatica di crescere e le polemiche.

Nel 2004 Jeffries lancia a fianco delle linee classiche (A&F, A&F bambino e quella low cost Hollister) una Ruehl n. 925, che già dal nome farraginoso tradisce un atto mancato e un lapsus: dovrebbe essere una linea “adulta”, tipo concorrenza a Brooks Brothers, tutta camicie oxford e pantaloni chinos, ma va malissimo e viene chiusa.

Poi arrivano i subprime e lo studente medio si impoverisce e arrivano i marchi a prezzi stracciati come H&M. Poi le cause e i problemi di pubbliche relazioni: sempre più immedesimato in un adolescente repubblicano bello e spietato, o forse solo rincoglionito dal botox, Jeffries spiega con sincerità la sua poetica e la sua estetica: “In ogni scuola ci sono i ragazzi fighi e popolari, e poi ci sono i bambini non così ‘cool’. E, dovendo essere sinceri, noi ci occupiamo dei ragazzi fighi. Escludiamo della gente? Certo”.

Poi altre polemiche per il lancio sul mercato di reggiseni imbottiti per ragazzine sotto i 14 anni. Infine le polemiche sulle ciccione, con la decisione di non produrre taglie oltre la L per le donne (per gli uomini, sì). E la confessione pubblica di bruciare tutti i vestiti difettosi, invece che regalarli ai poveri (ma perché, qualcuno lo fa?). Buonisti globali e attivisti naturalmente si accaniscono su Jeffries.

Tra le azioni legali, l’unica interessante è però quella lanciata nel 2010 dall’ex pilota del suo jet privato, tale Michael Bustin, licenziato perché troppo vecchio, che fa trapelare il “manuale di volo A&F”; galateo di bordo del Gulfstream G-550 dell’Alce, con una serie di accorgimenti che fanno sembrare il Valentino di “Last Emperor” un geometra sul volo Milano- Lamezia Terme.

Nell’ordine: i quattro “attori o modelli” che lavorano in cabina possono rivolgersi al principale solo ed esclusivamente con un “no problem”; le loro uniformi blu, appositamente disegnate da A&F, devono avere il primo bottone in alto chiuso fino al collo e l’ultimo in basso sempre aperto. Le stesse uniformi devono essere irrorate con la fragranza Abercrombie & Fitch numero 41, e ri-spruzzate più volte durante il volo se necessario.

Il personale di bordo deve continuamente cancellare le ditate: “Sulle credenze, sulla porta della cabina, sui mobili del bagno”. Sui voli di ritorno, lo stereo di bordo deve mettere la canzone “Take me home” di Phil Collins immediatamente all’ingresso degli ospiti in cabina. Ci sono poi regole precise per il placement dei tre cani Ruby, Trouble e Sammy, mentre l’equipaggio può mangiare solo nei voli superiori alle due ore, e solo cibi “non aromatici”, cioè che non puzzino. Adesso tutto questo mondo meraviglioso finirà, mentre A&F rimane “la banalità del male” secondo Dwight A. McBride, preside della Northwestern University e curatore del volume “Perché odio Abercrombie & Fitch: saggi sulla razza e sulla sessualità” (New York University Press), secondo cui Jeffries e la sua estetica ciabattara avrebbero influenze nefaste soprattutto sul maschio afroamericano.

Soprattutto, le vendite continuano ad andar male, mentre i concorrenti antropologici crescono. Come Urban Outfitters, marchio hipster molto amato, politicamente corretto, frequentato da giovani longilinei fan di spremute bio: registra un più 10 per cento di vendite e 1 miliardo di fatturato annuo. Dati che segnano ufficialmente il cambio di paradigma: addio per sempre dunque pettorale clintoniano-bushiano, e addio mèches e abbronzature, e benvenuti maglioni sformati e jeans col risvoltino e orologini Casio.

Ma se sull’etica Jeffries è disposto a compromessi, e ha annunciato che comincerà a produrre taglie forti, ha incontrato attivisti per i diritti delle minoranze e donato milioni ad associazioni benefiche, sull’estetica non negozierà mai. Piuttosto che cedere a barbe lunghe e facce emaciate e occhiali da intellettuale, come prevede il nuovo galateo obamiano-hipster, Jeffries potrebbe commettere qualche gesto estremo, asserragliato nel suo fortino-cascina in Ohio come un Ludwig in ciabatte.

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JFK, la storia che esplode davanti agli occhi https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/ https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/#respond Sat, 23 Nov 2013 08:55:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16557 In occasione del cinquantesimo anniversario dell'assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta di inchieste dei premi Pulitzer uscita per minimum fax nel 2006 e curata da Simone Barillari. Traduzione di Ada Arduini. (Fonte immagine)

di Simone Barillari

L’articolo premiato con il Pulitzer che Merriman Smith scrisse come testimone oculare dell’omicidio del presidente Kennedy e soprattutto i suoi dispacci all’agenzia di stampa upi – in straor­dinario, inspiegabile anticipo su tutti quelli della concorrenza – collocarono a lungo la sua prestazione giornalistica tra le più notevoli mai offerte da un reporter davanti a un evento capitale cui assisteva in prima persona. In realtà, agli occhi di alcuni colleghi, quella prestazione si rivelò per ciò che era realmente stata già la notte stessa di quel 22 novembre 1963, quando Albert Merriman Smith, non senza un certo compiaciuto cinismo, sollevò la ca­micia e mostrò ai colleghi il gran numero di lividi che gli copri­vano la schiena; spiegò poi ai presenti quello che non era scritto nell’articolo ed era invece successo a bordo della macchina del pool stampa al seguito del presidente, ossia come gli era stato possibile, nell’arco di pochi minuti, appropriarsi del più sensazionale evento della storia americana dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor.

In qualità di inviato della United Press International presso la Casa Bianca, il ventottenne Merriman Smith aveva iniziato a lavorare durante l’amministrazione Roosevelt, quando nel 1941 scrisse che al cenone di Capodanno il presidente e sua moglie avevano ordinato stinco di cavallo e fagioli neri, e ai colleghi che gli domandavano sorpresi perché si fosse inventato una notizia del genere, lui aveva risposto che in America tutti, al cenone, mangiano stinco di cavallo e fagioli neri. Sotto il mandato di Truman, quando l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale aveva scatenato la corsa frenetica dei reporter verso i telefoni, lui era caduto spezzandosi una clavicola, ma prima di farsi prestare delle cure mediche aveva raggiunto comunque l’apparecchio e dettato il dispaccio con la notizia. In seguito aveva accompagnato Eisenhower nel suo storico giro di incontri diplomatici in Europa, Asia e Africa, e nel 1963, quando compì cinquant’anni, Merriman Smith era il più noto corrispondente dalla Casa Bianca e Kennedy il suo quarto presidente.

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In occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta di inchieste dei premi Pulitzer uscita per minimum fax nel 2006 e curata da Simone Barillari. Traduzione di Ada Arduini. (Fonte immagine)

di Simone Barillari

L’articolo premiato con il Pulitzer che Merriman Smith scrisse come testimone oculare dell’omicidio del presidente Kennedy e soprattutto i suoi dispacci all’agenzia di stampa upi – in straor­dinario, inspiegabile anticipo su tutti quelli della concorrenza – collocarono a lungo la sua prestazione giornalistica tra le più notevoli mai offerte da un reporter davanti a un evento capitale cui assisteva in prima persona. In realtà, agli occhi di alcuni colleghi, quella prestazione si rivelò per ciò che era realmente stata già la notte stessa di quel 22 novembre 1963, quando Albert Merriman Smith, non senza un certo compiaciuto cinismo, sollevò la ca­micia e mostrò ai colleghi il gran numero di lividi che gli copri­vano la schiena; spiegò poi ai presenti quello che non era scritto nell’articolo ed era invece successo a bordo della macchina del pool stampa al seguito del presidente, ossia come gli era stato possibile, nell’arco di pochi minuti, appropriarsi del più sensazionale evento della storia americana dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor.

In qualità di inviato della United Press International presso la Casa Bianca, il ventottenne Merriman Smith aveva iniziato a lavorare durante l’amministrazione Roosevelt, quando nel 1941 scrisse che al cenone di Capodanno il presidente e sua moglie avevano ordinato stinco di cavallo e fagioli neri, e ai colleghi che gli domandavano sorpresi perché si fosse inventato una notizia del genere, lui aveva risposto che in America tutti, al cenone, mangiano stinco di cavallo e fagioli neri. Sotto il mandato di Truman, quando l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale aveva scatenato la corsa frenetica dei reporter verso i telefoni, lui era caduto spezzandosi una clavicola, ma prima di farsi prestare delle cure mediche aveva raggiunto comunque l’apparecchio e dettato il dispaccio con la notizia. In seguito aveva accompagnato Eisenhower nel suo storico giro di incontri diplomatici in Europa, Asia e Africa, e nel 1963, quando compì cinquant’anni, Merriman Smith era il più noto corrispondente dalla Casa Bianca e Kennedy il suo quarto presidente.

Se dati come questi possono dare una misura della carriera di Merriman Smith, gli aneddoti che circolavano su di lui suggeriscono bene certi contorni della sua personalità e probabilmente anche il motivo per cui era lui, quel mattino a Dallas, a occupare il posto più vicino al telefono sulla berlina nera del pool stampa. Sarebbe stata infatti consuetudine che l’inviato dell’upi e della concorrente Associated Press si alternassero in quella posizione privilegiata, ma quasi sempre, in realtà, era Merriman Smith a sedersi di fronte. Dietro c’era invece un fotografo e c’era soprattutto Jack Bell dell’ap, interessato per parte sua molto più all’analisi politica che ai dispacci d’agenzia. Era più anziano del collega di qualche anno e di indole cupa e biliosa, raccontano, al contrario di Smith che era generalmente estroverso e solare, malgrado fosse ormai sull’orlo dell’alcolismo. Intercorreva tra i due un fermo e reciproco disprezzo che datava probabilmente dai tempi della campagna per le presidenziali del 1948, quando, almeno secondo Smith, Bell avrebbe riferito al portavoce del candidato democratico che il collega era repubblicano, e se avesse ricevuto informazioni confidenziali di certo le avrebbe usate in modo distorto.

Al di là di questi antichi rapporti di odio e di forza, quel mattino a Dallas non sembrava di particolare importanza sedere accanto al telefono – il presidente Kennedy si trovava lì solo per porre fine alle rivalità che laceravano il Partito Democratico in Texas, ed era lecito che i 3500 clienti di ap e upi tra radio e televisioni si attendessero i principali dispacci del giorno dal Golfo del Messico, per esempio, dove la marina americana stava cercando i resti di un u2 che si era schiantato in mare subito dopo aver sorvolato Cuba, oppure da Berlino, teatro di forti tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica per i controlli alle stazioni ferroviarie, o persino da Roma, dove al Concilio Vaticano II i vescovi avevano appena ratificato l’abbandono della messa in latino in favore di quella nelle lingue moderne.

Tre spari risuonarono secchi nell’aria di Dallas alle 12.30 esatte, e Merriman Smith, questo forse il suo merito maggiore, fu il primo a riconoscerli – a capire subito, grazie alla sua passione per i fucili di cui possedeva un’ampia collezione, che si trattava di colpi d’arma da fuoco e non dello scoppio difettoso del motore di un’auto, come quasi tutti intorno a lui avevano pensato d’istinto. Scrisse in seguito di aver visto anche, centocinquanta metri più in là, apparire e scomparire «un lampo di rosa», probabilmente il vestito di Jacqueline Kennedy. Nel suo articolo sono descritti con efficacia e verità anche i due minuti successivi che trascorsero in una generale incertezza e concitazione, nel tentativo di capire cosa succedeva: quello che invece manca nel suo resoconto accadde alle 12.32, quando Merriman Smith afferrò la cornetta del telefono e chiese all’operatore di metterlo in contatto con l’ufficio dell’upi a Dallas.

Alle 12.34 cst nelle agenzie di tutto il mondo si sentirono cinque squilli di campanello – il segnale per un dispaccio della massima urgenza – e i telegrafi dell’upi iniziarono a battere questo comunicato:

dallas, nov. 22 (upi) – three shots were fired

at president’s kennedy motorcade in downtown dallas

Il motivo per cui non c’è traccia di tutto questo nell’articolo è che Merriman Smith, subito dopo aver fatto quel comunicato, tenne stretta a sé la cornetta fingendo con Jack Bell che all’altro capo non avessero sentito, «they can’t hear me, they can’t hear me», ripeteva al collega, che intanto si era affacciato da dietro e ormai chiedeva il telefono con sempre maggiore insistenza, prima imprecando, ­«give me the goddamn phone», infine tempestando di pugni la schiena di Smith, che a quel punto aveva smesso di recitare e faceva semplicemente scudo con il corpo, in modo che il rivale non potesse comunicare la notizia e su un simile evento l’ap venisse sconfitta nettamente, di interi minuti, nelle agenzie di tutto il mondo.

Nient’altro di quello che seguì viene più tenuto nascosto nell’articolo. Quando la berlina nera del pool stampa giunse davanti all’ospedale, Merriman Smith gettò il telefono a Bell, scese dall’auto e seppe da un uomo della scorta che Kennedy era morto. Mentre Smith si precipitava dentro l’ospedale e raggiungeva il telefono nella corsia, Jack Bell, incerto sulle condizioni di Kennedy, non si era ancora messo in contatto con la sua agenzia. Di nuovo i telegrafi dell’upi batterono un comunicato senza che ci fosse ancora nessun riscontro dall’ap. Era un dispaccio preceduto due volte dalla parola flash e da quindici squilli di campanello, segnali usati esclusivamente per eventi chiamati in gergo earthshaker, capaci di scuotere il pianeta: Kennedy era stato gravemente ferito, forse gravemente o forse mortalmente, dai colpi di un assassino.

flash

flash

kennedy seriously wounded

perhaps seriously

perhaps fatally

by assassin’s bullet

Meno di mezz’ora dopo, Merriman Smith era l’unico giornalista a bordo dell’Air Force One quando il presidente Lyndon B. Johnson pronunciò il giuramento costituzionale e durante il volo tra Dallas e Washington si insediò come il trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Jack Bell, cui era stata offerta la stessa opportunità, aveva declinato l’invito, preferendo restare in ospedale a dettare dispacci.

Nella lettera con cui il direttore dell’upi sottoponeva al comitato del Pulitzer la candidatura di Merriman Smith per il pezzo scritto su quell’aereo si legge: «Per dieci ore circa nel corso del 22 novembre 1963 – prima a Dallas, poi a Washington – Merriman Smith si è trovato a contatto con una serie di eventi sconvolgenti e luttuosi. Raramente, forse mai, un reporter è stato testimone di una parte tanto grande della storia del suo paese in un così breve lasso di tempo». Merriman Smith aveva scritto quell’articolo, concludeva il direttore, «con il vento del mondo in faccia».

Una testimonianza oculare dell’assassinio di Kennedy – premio Pulitzer 1964 nella categoria «reportage nazionale»

di Merriman Smith

23 novembre 1963

Era un mezzogiorno mite e pieno di sole e attraversavamo in auto il centro di Dallas al seguito del presidente Kennedy. Il corteo aveva superato il cuore del quartiere finanziario e imboccato un ampio viale che si snodava all’interno di quello che sembrava un parco.

Io ero a bordo della cosiddetta auto del «pool stampa» della Casa Bianca, un veicolo della compagnia telefonica dotato di radiotelefono mobile. Viaggiavo sul sedile anteriore tra un autista della compagnia e Malcolm Kilduff, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca per la visita in Texas del presidente. Sul sedile posteriore erano stretti altri tre reporter del pool stampa.

D’un tratto abbiamo udito tre forti esplosioni, forti in modo quasi doloroso. La prima avrebbe potuto essere scambiata per lo scoppio di un grosso petardo. Ma la seconda e la terza detonazione sono state inconfondibili: colpi di arma da fuoco.

Ci è sembrato che l’auto del presidente, circa cento, centocinquanta metri davanti a noi, sobbalzasse per un istante. Poi abbiamo visto dei movimenti concitati e confusi nell’auto dei servizi segreti di scorta alla limousine con il tettuccio trasparente di Kennedy.

Subito dietro c’era l’auto del vicepresidente Lyndon B. Johnson. A seguire, un’altra vettura trasportava gli agenti di scorta assegnati alla sua sicurezza. Dopo venivamo noi.

La nostra auto è rimasta ferma probabilmente per pochi secondi, che però sono sembrati un’eternità. Quando la storia gli esplode davanti agli occhi, anche l’osservatore più attento non riesce a cogliere appieno la portata di ciò che vede.

Ho guardato verso l’auto del presidente, ma non sono riuscito a vedere né lui né la persona che viaggiava con lui, il governatore del Texas John B. Connally. I due uomini si trovavano sul lato destro della limousine con il tettuccio trasparente arrivata da Washington. Mi è sembrato di cogliere un lampo di rosa, forse la signora Jacqueline Kennedy.

Tutti ci siamo messi a gridare al nostro autista di avvicinarsi all’auto del presidente, ma in quel momento abbiamo notato che la grossa limousine e un motociclista della scorta si allontanavano a grande velocità. Abbiamo urlato all’autista: «Seguili, seguili». Abbiamo superato sbandando l’auto di Johnson e la sua scorta e abbiamo infilato il viale, riuscendo a fatica a star dietro all’auto del presidente e a quella dei servizi segreti.

Le due vetture si sono volatilizzate dietro una curva. Quando l’abbiamo superata anche noi, abbiamo capito dove eravamo diretti: il Parkland Hospital, un grosso edificio in mattoni a sinistra del viale centrale. Con una sgommata abbiamo svoltato bruscamente a sinistra e appena l’auto ha infilato il vialetto dell’ospedale ci siamo lanciati fuori. Io sono corso accanto alla limousine.

Il presidente era riverso a faccia in giù sul sedile posteriore. La signora Kennedy gli teneva la testa fra le braccia ed era china su di lui come se gli stesse sussurrando qualcosa.

Sul pavimento dell’auto c’era il governatore Connally, disteso sulla schiena, la testa e le spalle posate sul braccio della moglie, Nellie, che scuoteva il capo e singhiozzava violentemente, ma senza lacrime. Sul davanti l’abito del governatore colava lentamente sangue. Non sono riuscito a scorgere la ferita del presidente. Ho visto però che il rivestimento del sedile posteriore era schizzato di sangue e che sul suo completo grigio scuro, a destra, si allargava una macchia bruna.

Dalla nostra auto ho chiamato via radio l’ufficio della United Press International di Dallas per comunicare che erano stati esplosi tre colpi di arma da fuoco contro il corteo di Kennedy. Quando all’ingresso dell’ospedale mi sono trovato di fronte a quello scenario di sangue sul sedile posteriore, ho capito che dovevo cercare immediatamente un telefono.

Clint Hill, l’agente dei servizi segreti a capo della piccola scorta assegnata alla signora Kennedy, si è sporto all’interno dell’auto.

«Quanto è grave, Clint?», gli ho domandato.

«È morto», mi ha risposto seccamente.

Non conservo nessun altro ricordo nitido di quella scena nel vialetto. Rammento un rumore indistinto di voci ansiose, di voci tese: «Dove diavolo sono le barelle… Portate qui un dottore… Sta arrivando… Su, fate attenzione». Da qualche parte venivano dei singhiozzi nervosi. Ho superato di corsa un breve tratto di marciapiede e sono entrato in un corridoio dell’ospedale. La prima cosa che ho scorto è stato l’ufficetto di un impiegato, piccolo quasi come una cabina del telefono. All’interno, un uomo con gli occhiali sfogliava in piedi alcune carte, forse moduli ospedalieri. Su un ripiano dietro uno sportello molto simile a quello di una banca ho avvistato un telefono.

«Come si fa a chiamare fuori?», gli ho domandato ansimando. «Hanno sparato al presidente, è una telefonata d’emergenza».

«Faccia il nove», mi ha detto porgendomi l’apparecchio.

Mi ci sono voluti due tentativi prima di riuscire a comporre il numero dell’upi di Dallas. Ho dettato rapidamente un comunicato in cui annunciavo che il presidente era stato ferito gravemente, forse mortalmente, dai proiettili di un assassino mentre percorreva le strade di Dallas.

Mentre dettavo mi sono passate accanto le lettighe del presidente e del governatore, ma davo le spalle al corridoio e le ho viste solo quand’erano già all’ingresso del pronto soccorso, venti o trenta metri più in là.

È stata l’espressione terrorizzata sulla faccia dell’uomo dietro lo sportello a dirmi che erano appena passate.

Mentre stavo in quello squallido corridoio marrone che portava al pronto soccorso, cercando di ricostruire la sparatoria per il tizio dell’upi all’altro capo del telefono ma senza perdere di vista ciò che stava succedendo fuori dalla porta del reparto, davanti ai miei occhi si è svolta una serie di scene rapide e confuse.

Kilduff, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca, correva su e giù per il corridoio. Alcuni capitani di polizia urlavano ciascuno rivolto all’altro di «sgombrare la zona». Due preti, con le strette stole viola bene arrotolate tra le mani, correvano dietro a un agente dei servizi segreti. Un tenente di polizia si è precipitato in fondo al corridoio con un grosso contenitore di sangue per le trasfusioni. È anche arrivato un dottore dicendo che aveva raccolto l’invito a presentarsi subito rivolto a «tutti i neurochirurghi».

I preti sono usciti e hanno detto che il presidente, vivo ma non cosciente, aveva appena ricevuto l’estrema unzione della Chiesa Cattolica Romana. Cominciavano a sopraggiungere alcuni membri del suo staff che nel corteo si trovavano dietro di noi, ma erano rimasti irrimediabilmente incastrati nel caos del traffico.

In ospedale i telefoni scarseggiavano e mi sono tenuto ben stretto quello che avevo trovato. Avevo paura di allontanarmi dallo sportello, non volevo perdere i contatti con il mondo esterno.

A un certo punto, però, qualcuno ha deciso al posto mio, nel momento in cui mi sono passati vicino correndo Kilduff e Wayne Hawks dello staff della Casa Bianca, urlando che di lì a poco Kilduff avrebbe rilasciato una dichiarazione nella cosiddetta sala infermiere, che si trovava al piano di sopra dalla parte opposta dell’ospedale.

Ho mollato il telefono e mi sono lanciato dietro di loro. Siamo arrivati alla porta della sala stampa e ho sentito parecchie voci gridare: «Silenzio!» Sforzandosi di controllare il proprio stato d’animo, Kilduff ha detto: «Il presidente John Fitzgerald Kennedy è deceduto intorno all’una».

Mi sono precipitato in un ufficio vicino e ho notato Virginia Payette, moglie del direttore dell’ufficio sud-occidentale dell’upi e a sua volta esperta giornalista. Le ho detto di provare a chiamare dai telefoni pubblici del piano di sopra.

Dopo un tentativo frustrato di utilizzare il centralino dell’ospedale, mi sono rivolto a un’infermiera, che mi ha accompagnato attraverso un labirinto di corridoi e scale di servizio, facendomi salire al piano di sopra e indicandomi una cabina telefonica. Sono riuscito a chiamare l’ufficio di Dallas. Virginia mi aveva preceduto.

A quel punto ho riattraversato di corsa l’ospedale e sono tornato nella sala stampa. Jiggs Fauver, che fa parte del personale della Casa Bianca addetto ai trasporti, mi ha subito bloccato, dicendomi che Kilduff voleva che tre giornalisti del pool tornassero immediatamente a Washington a bordo dell’Air Force One, l’aereo del presidente.

Così mi sono precipitato giù per le scale e ho imboccato di corsa il vialetto, ma Kilduff era appena partito con la nostra auto.

Insieme a Charles Roberts di Newsweek e Sid Davis della West­ing­house Broadcasting, ho allora implorato un agente di polizia di portarci all’aeroporto con l’auto di pattuglia. I servizi segreti avevano vietato l’uso delle sirene nelle vicinanze dell’aeroporto, ma quell’agente di Dallas è riuscito a farci superare con formidabile abilità uno degli ingorghi più tremendi che abbia mai visto.

Siamo scesi dall’auto ai bordi della pista, a circa duecento metri dall’aereo del presidente. Kilduff ci ha visti e ha fatto segno di sbrigarci. Siamo corsi da lui e ci ha detto che l’aereo poteva portare a Washington due giornalisti del pool: Johnson avrebbe prestato giuramento a bordo dell’aereo e subito dopo l’apparecchio sarebbe decollato.

Accanto alla pista ho notato una fila di cabine telefoniche e ho chiesto se avevo il tempo di avvertire la mia agenzia. Lui ha risposto: «Però sbrigati, per l’amor di Dio».

A quel punto è iniziato un altro incubo con i telefoni. L’ufficio di Dallas era occupato. Ho cercato di chiamare Washington, ma le linee erano intasate. Infine sono riuscito a telefonare all’ufficio dell’upi a New York, avvisando che di lì a poco, a bordo dell’aereo, avrebbe avuto luogo l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Kilduff è sceso dall’aereo e ha cominciato a gesticolare verso di me come un pazzo. Ho riattaccato di colpo e ho attraversato la pista di corsa. Un detective mi ha fermato e ha detto: «Le è caduto il pettinino».

A bordo dell’Air Force One, dove avevo viaggiato tante volte come reporter al seguito del presidente Kennedy, le tende della cabina principale erano state abbassate e l’interno era caldo e immerso nella penombra.

Kilduff ci ha spinti verso la suite presidenziale, che si trova più o meno a due terzi dell’aereo. È una stanza che di solito viene usata come sala stampa e salottino e che ha posti a sedere per otto, dieci persone al massimo.

Mi sono infilato dentro e ho iniziato a contare: ventisette persone. Al centro del compartimento c’erano Johnson e sua moglie, Lady Bird. Il giudice distrettuale Sarah T. Hughes, sessantasette anni, una donna dal viso gentile con una piccola Bibbia nera in mano, aspettava di dare inizio al giuramento.

Nel compartimento faceva sempre più caldo. Johnson temeva che alcune persone dello staff di Kennedy non riuscissero a entrare. Invitava la gente a farsi avanti, ma un fotografo del Genio militare, il capitano Cecil Stoughton, che era in un angolo, in piedi su una sedia, ha detto che se Johnson si spostava ancora sarebbe stato impossibile scattare una foto che entrasse veramente nella storia.

Abbiamo poi scoperto che Johnson stava aspettando la signora Kennedy, che cercava di riprendersi in una piccola stanza da letto in fondo all’aereo. È riapparsa sola, con lo stesso completo di lana rosa che indossava al mattino, quando l’avevamo vista all’aeroporto stringere tante mani con gioia al fianco del marito.

Era pallidissima, ma non piangeva. Braccia amiche l’hanno sorretta quando ha lievemente barcollato. Johnson le ha preso le mani e l’ha avvicinata a sé, alla sua sinistra. Alla destra c’era Lady Bird, irrigidita in un mezzo sorriso che rivelava tutta la sua tensione.

Johnson ha rivolto un cenno al giudice Sarah Hughes, vecchia amica di famiglia e magistrato voluto dai Kennedy.

Fuori si sentiva il rombo di un jet che atterrava.

Il giudice Hughes ha teso davanti a sé la Bibbia e Johnson l’ha coperta con la grande mano sinistra. Ha sollevato lentamente il braccio destro e il giudice ha cominciato a recitare il giuramento costituzionale. «Giuro solennemente di ricoprire con fedeltà l’incarico di presidente degli Stati Uniti…»

La breve cerimonia si è conclusa quando Johnson, con voce ferma e profonda, ha ripetuto le ultime parole del giudice: «…e che Dio mi aiuti».

Allora Johnson si è girato verso la moglie, l’ha abbracciata e l’ha baciata sulla guancia. Si è poi rivolto alla vedova di Kennedy, l’ha cinta con il braccio sinistro e ha baciato anche lei.

Altre persone del gruppo – alcuni membri del Partito Democratico del Texas e componenti degli staff di Johnson e di Kennedy – si sono avvicinate al nuovo presidente, ma lui ha dato l’impressione di non voler ricevere nessun tipo di felicitazione.

La cerimonia è durata due minuti e si è conclusa alle 15.38. Pochi secondi dopo il presidente, in tono deciso, ha dichiarato: «Ora possiamo decollare».

Il colonnello James Swindal, pilota dell’aereo, un enorme jet a elica, argento e azzurro scintillante, ha dato immediatamente gas ai motori di destra. A quel punto parecchie persone, tra cui Sid Davis della Westinghouse, sono scese dall’aereo. Per il volo di ritorno la Casa Bianca aveva posto solo per due reporter del pool, me e Roberts, anche se in quel momento non siamo riusciti a trovare un sedile libero.

Alle 15.47 le ruote dell’Air Force One si sono staccate dalla pista. Swindal ha portato l’apparecchio a 12.500 metri, una quota insolitamente alta, e l’aereo ha fatto rotta verso la base aeronautica di Andrews, vicino a Washington, tenendo una velocità al suolo di circa 1000 km all’ora.

Quando l’aereo del presidente ha raggiunto l’altitudine operativa, la signora Kennedy è uscita dalla sua camera da letto e si è diretta verso il compartimento posteriore dell’aereo, il cosiddetto salottino di famiglia, una zona privata in cui lei e Kennedy, i familiari e gli amici avevano trascorso molte piacevoli ore di volo chiacchierando e mangiando in compagnia.

In quella stanza era stata collocata la bara di Kennedy, trasportata a bordo da un gruppo di agenti dei servizi segreti.

La signora Kennedy è entrata nel salottino e ha preso posto su una sedia accanto al feretro. Non si è mossa da lì durante tutto il volo. Nella veglia si sono alternati al suo fianco quattro membri dello staff vicini al presidente assassinato: David Powers, amico e assistente personale; Kennedy P. O’Donnell, segretario e importante consigliere politico; Lawrence O’Brien, principale referente di Kennedy al Congresso, e il generale di brigata Godfrey Mc­Hugh, assistente di Kennedy sull’Air Force.

Per quasi tutto il viaggio il consigliere militare di Kennedy, il generale maggiore Chester V. Clifton, è stato impegnato nella zona anteriore dell’aereo a inviare messaggi e organizzare le cerimonie per l’arrivo e il trasferimento del corpo all’ospedale navale di Bethesda.

Durante il volo Johnson è tornato nel comparto principale. Avevo lasciato la macchina da scrivere portatile chissà dove in ospedale e stavo scrivendo su un’ingombrante macchina elettrica che la segretaria personale di Kennedy, la signora Evelyn Lincoln, aveva usato per battere i suoi discorsi.

Johnson si è avvicinato al tavolo dove io e Roberts stavamo cercando di raccontare l’evento storico di cui eravamo appena stati testimoni.

«Tra pochi minuti rilascerò una breve dichiarazione, ve ne darò una copia», ha detto. «Poi, una volta atterrati, la ripeterò».

Era la prima dichiarazione pubblica del nuovo presidente, breve e commovente:

Questo è un giorno triste per tutto il mondo. Abbiamo subito una perdita incommensurabile. Per me è una profonda tragedia personale. Sono certo che il mondo partecipa al dolore della signora Kennedy e della sua famiglia. Farò del mio meglio. È tutto ciò che posso fare. Chiedo il vostro aiuto, e quello di Dio.

Quando l’aereo è giunto a circa tre quarti d’ora da Washington, il nuovo presidente ha preso un radiotelefono speciale e ha chiamato la signora Rose Kennedy, madre del presidente defunto.

«Dio solo sa se avrei voluto poter fare qualcosa», le ha detto. «Volevo soltanto che lei lo sapesse».

Poi, a trenta minuti dall’arrivo, ha chiamato Nellie Connally, moglie del governatore del Texas che era stato gravemente ferito.

Il nuovo presidente ha detto alla moglie del governatore: «Preghiamo per lei, mia cara, e so che andrà tutto bene, vero? Gli dia un abbraccio e un bacio da parte mia».

Era ormai buio quando l’Air Force One ha cominciato a sfiorare le luci della zona di Washington, preparandosi per l’atterraggio alla base aeronautica di Andrews. L’aereo ha toccato terra alle 17.59.

Ho ringraziato gli steward che mi avevano procurato la macchina da scrivere, mi sono infilato l’impermeabile e ho iniziato a scendere la rampa. Io e Roberts ci siamo fermati sotto un’ala, e lì abbiamo guardato la bara che veniva calata dalla parte posteriore dell’aereo e portata a spalla da un gruppo di rappresentanti delle forze armate fino al carro funebre che la attendeva. Abbiamo guardato la signora Kennedy e il fratello del presidente, il ministro della Giustizia Robert F. Kennedy, salire sul carro funebre accanto alla bara.

Il nuovo presidente ha ripetuto la sua prima dichiarazione pubblica per i microfoni di radio e televisioni, ha stretto la mano ad alcuni membri del governo e del corpo diplomatico venuti ad accogliere l’aereo e si è poi diretto al suo elicottero.

Io e Roberts abbiamo trovato posto su un altro elicottero diretto al prato della Casa Bianca. Nel comparto accanto al nostro, su uno dei grandi sedili accanto a un finestrino, ha preso posto Theodore C. Sorensen, uno dei più stretti collaboratori del presidente, suo consigliere speciale. Non aveva seguito il suo capo in Texas, ma era venuto alla base aeronautica per accoglierlo.

Sorensen era accasciato sul grande sedile e piangeva in silenzio. La dignità del suo profondo dolore racchiudeva tutta la tragedia e la tristezza di quelle sei ore appena trascorse.

Mentre il nostro elicottero volava in tondo nell’aria mite e buia in attesa di atterrare sul prato sud della Casa Bianca, ci sembrava incredibile che solo sei ore prima John Fitzgerald Kennedy fosse stato un uomo vigoroso e dinamico, che salutava la folla e sorrideva.

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Paolo Cognetti racconta Richard Yates https://minimaetmoralia.it/letteratura/paolo-cognetti-racconta-richard-yates/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/paolo-cognetti-racconta-richard-yates/#comments Mon, 15 Oct 2012 13:30:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9810 Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Undici solitudini di Richard Yates (segnaliamo anche che oggi dalle 17.15 Paolo Cognetti è ospite di Fahrenheit su Radio3 per presentare Sofia si veste sempre di nero). (Immagine: Edward Hopper.)

Sul tavolo di Richard Yates, sopra le foto di figlie avute da donne diverse, sopra bottiglie e portacenere e pagine scritte e stracciate e riscritte, è stata appesa per anni questa frase: «Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine». Sono parole di Adlai Stevenson, la grande speranza democratica degli anni Cinquanta: candidato due volte alla presidenza e due volte sconfitto da Eisenhower, e infine superato da un concorrente dotato di carisma, gioventù e bellezza, John Fitzgerald Kennedy. La frase che Yates amava, quella su cui meditava scrivendo, è l’uscita di scena di un perdente: uno che avrebbe potuto cambiare le cose, ma non ce l’ha fatta, uno la cui storia non ha avuto nessun lieto fine.

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Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Undici solitudini di Richard Yates (segnaliamo anche che oggi dalle 17.15 Paolo Cognetti è ospite di Fahrenheit su Radio3 per presentare Sofia si veste sempre di nero). (Immagine: Edward Hopper.)

Sul tavolo di Richard Yates, sopra le foto di figlie avute da donne diverse, sopra bottiglie e portacenere e pagine scritte e stracciate e riscritte, è stata appesa per anni questa frase: «Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine». Sono parole di Adlai Stevenson, la grande speranza democratica degli anni Cinquanta: candidato due volte alla presidenza e due volte sconfitto da Eisenhower, e infine superato da un concorrente dotato di carisma, gioventù e bellezza, John Fitzgerald Kennedy. La frase che Yates amava, quella su cui meditava scrivendo, è l’uscita di scena di un perdente: uno che avrebbe potuto cambiare le cose, ma non ce l’ha fatta, uno la cui storia non ha avuto nessun lieto fine.

Gli anni Cinquanta, l’alba dell’America contemporanea, sono l’epoca in cui questo libro fu composto. Le prime Solitudini comparvero in rivista all’inizio del decennio, ma furono raccolte e pubblicate solo nel 1962, in seguito al buon successo del primo romanzo di Yates, Revolutionary Road. Idealmente, questo è perciò un libro d’esordio: una raccolta di racconti scritti tra i venti e i trent’anni, in cui sono contenuti molti semi che germoglieranno nei romanzi successivi.

New York nel dopoguerra è un’isola brulicante. In città la giovane borghesia si mescola a intellettuali e artisti esuli dall’Europa, e i reduci appena sbarcati trasformano le strade in una festa mobile: notti in bianco, scorribande innaffiate dal whisky e ritmate dal jazz, donne da conquistare. È la stessa città ubriaca descritta vent’anni prima da Fitzgerald, che di Yates è il maestro, nel racconto “May Day”:

C’era stata una guerra combattuta e vinta, e la grande città del popolo conquistatore era addobbata con archi trionfali e vivida di fiori bianchi, rossi e rosa lanciati dalla folla. Nella grande città non c’era mai stato tanto splendore, poiché la guerra vittoriosa aveva portato con sé l’abbondanza, e i mercanti avevano affollato la metropoli insieme alle loro famiglie, venendo dal Sud e dall’Ovest, per godersi i lussosi banchetti e assistere ai festeggiamenti. Un giorno dopo l’altro le fanterie sfilavano nei viali e tutti esultavano, perché i giovani reduci erano puri e coraggiosi, con denti sani e gote rosa, e le giovani donne del paese erano vergini e belle.

Anche Yates è tornato dalla guerra. Ha una lieve forma di tubercolosi e incurabili sogni di gloria. In pochi anni, dopo il ricovero e la dimissione dal sanatorio, percorre tutta la discesa agli inferi del poeta romantico: si sposa, ha una figlia, raccoglie i soldi per ripartire, viaggia tra Parigi e Londra senza vedere Parigi né Londra ma rinchiudendosi nelle camere in affitto a scrivere i suoi racconti, torna a New York squattrinato e deluso e trova lavoro nella pubblicità, nelle riviste, nelle case editrici, comincia a scrivere romanzi e a ricevere rifiuti, subisce le prime crisi depressive e continua a bere sempre di più, viene lasciato dalla moglie e infine festeggia il suo esordio letterario. Meglio di qualsiasi riassunto biografico, quest’epoca è descritta nell’ultimo racconto del libro, “Costruttori”, un ritratto dell’artista da giovane in cui l’aspirante scrittore è fratello di altri eroi autodidatti della letteratura americana, da Arturo Bandini a Martin Eden: un appartamento sudicio, una serie di lavori frustranti e un matrimonio a rotoli, il fondo cercato e toccato in nome della fede nel proprio talento. Tanti altri episodi di quel periodo sono rintracciabili in Undici solitudini: a trentasei anni, il giorno dell’uscita del libro, Yates aveva alle spalle un’intera vita da raccontare.

Lui stesso non ha mai nascosto la natura autobiografica delle sue storie. Alcune sono reminiscenze di età passate: gli anni della scuola, dell’esercito, del sanatorio. Altre, che ritraggono il matrimonio e il lavoro negli uffici, costituiscono nitidi presagi dei suoi romanzi successivi. L’unico racconto ambientato in Europa è un omaggio a Fitzgerald, e l’ultimo, composto ormai nel ’61, guarda i precedenti con l’ironia malinconica con cui un uomo maturo, sopravvissuto a tanti naufragi, contemplerebbe le fotografie di un se stesso più illuso e ancora intatto. Nonostante le differenze tutti i racconti possiedono una voce, la stessa voce, e impressionano per come compongono un progetto organico: è lo sguardo sul mondo che rende tante storie diverse un solo libro, e trasforma protagonisti estranei nei personaggi di un unico universo. Il progetto è la declinazione, un racconto dopo l’altro, della parola solitudine.

Come molte storie newyorkesi, quelle di Yates sono storie in movimento. Ogni racconto è un pendolo tra la giovinezza e l’età adulta, la vita coniugale e l’avventura sessuale, la reclusione e la liberazione: è un moto di andata e ritorno tra due stati opposti dell’anima che prende spesso la forma di un pendolarismo geografico tra città e periferia. Anche questo è un segno dei tempi: in quegli anni, mentre a Manhattan compaiono la Beat Generation, il movimento per i diritti civili, la musica del Greenwich Village e i primi germogli dei favolosi anni Sessanta, oltre le sponde dell’Hudson e dell’East River nasce il modello dell’American way of life. Il Connecticut, Long Island, il New Jersey, i sobborghi di New York si popolano di una nuova piccola borghesia, né urbana né rurale: bravi padri di famiglia che ogni sera tornano dai grattacieli di midtown alle villette prefabbricate, mogli annoiate e premurose, abili tanto nell’allevare marmocchi quan­to nel miscelare vermut e gin, vicini ficcanaso, bambini che scorrazzano tra il vialetto d’ingresso, l’altalena e il prato tosato di fresco. Nel cielo di questo paesaggio idilliaco incombe una nuvola scura, la paura della bomba atomica e della minaccia sovietica, spaventapasseri provvidenziale per l’ordine costituito. «Negli anni Cinquanta c’era una voglia di conformismo diffusa in tutto il paese», dirà Yates. «Una specie di cieco, disperato attaccamento alla sicurezza a tutti i costi, esemplificato politicamente dall’amministrazione Eisenhower e dalla caccia alle streghe di McCarthy».

Un’intera generazione di scrittori ha affondato i denti in quel conformismo. Altri, nella stessa epoca, hanno scelto modi più spettacolari: la militanza politica, la ribellione autodistruttiva, le droghe o il sesso come pietre dello scandalo da scagliare in faccia al sistema. Mezzo secolo dopo, oggi che quelle pratiche ci appaiono esotiche e sbiadite quanto le cartoline dei loro happy days, il modo di Yates sembra ancora senza tempo: raccontare il conformismo con la sua stessa voce, e il controcanto della sua figlia più bella e triste che è la solitudine. «Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice», ha detto lo scrittore. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia».

Così, con l’alchimia miracolosa dei grandi libri, Undici solitudini ritrae allo stesso tempo un’epoca e una condizione universale dell’essere umano. I personaggi di Yates sono uomini immobili nella massa fluttuante, illuminati dall’occhio di bue della scrittura, colti nel momento in cui la solitudine provoca in loro uno scatto: desiderio, violenza, commozione, o solo un piccolo spostamento vitale dopo il quale, probabilmente, torneranno mansueti a occupare il loro posto. Questo istante di anomala lucidità è il pianto di Myra in “Nessun dolore”, o il disegno di Vinny nel “Dottor Geco”, o il tentativo di linciaggio di John Fallon nel “Mitragliere”.

Eppure, la violenza è uno sfogo più che una ribellione. Non porta con sé conquiste o cambiamenti, non redime i peccati, e serve solo ad andare avanti con un po’ più di vergogna, un po’ meno vanità. Yates non prova compassione per i suoi personaggi, e questo forse è l’ostacolo maggiore per il lettore. I protagonisti di Carver, a cui viene ogni tanto accostato, sono altrettanto miseri e meschini ma raccontati con amore, ed è facile innamorarcene a nostra volta. Yates, invece, è uno che ti tratta male. Di solito comincia presentandoti un personaggio emarginato, vittima di esclusione sociale o affettiva, pieno di speranze e voglia di cambiamento. Ti lascia immedesimare con lui quel tanto che basta, e ti offre anche un nemico su cui riversare la rabbia sua e tua. Subito dopo, quando il racconto sembra avere imboccato il classico sentiero accidentato dell’eroe, il punto di vista comincia a cambiare. Un po’ alla volta il buono non sembra più così buono. I comprimari si rivelano inutili ed egoisti. Il cattivo in compenso comincia a farci pena, perché soffre ancora di più dell’eroe e spesso ne è la vittima. Così, c’è un bambino solo perché rifiutato dai compagni di classe, e una maestra ancora più sola di lui quando, cercando di farlo sentire accettato, non produce altri risultati che attirarsi il suo odio (“Il dottor Geco”). C’è una donna ancora più sola di un marito rinchiuso in clinica, perché deve sopportare il peso morale del suo stesso adulterio (“Nessun dolore”). Ci sono un ufficiale dell’esercito e una maestra troppo pignola, ancora più soli di reclute e alunni a cui somministrano angherie quotidiane (“Jody ha il coltello dalla parte del manico”, “Il regalo della maestra”). C’è il misero mecenate dell’aspirante scrittore, un altro aguzzino triste che riceve il colpo di grazia quando il suo protetto lo abbandona (“Costruttori”). La solitudine dell’antagonista è un colpo al cuore delle nostre certezze di lettori, perché è evidente che quei carnefici pieni di buone intenzioni siamo proprio noi. Alla fine del racconto non sappiamo bene cosa provare. Per usare una parola cara a Yates, ci sentiamo soprattutto disturbati. Abbiamo intuito qualcosa che preferivamo non sapere, ed è qualcosa che parla di noi, perciò non ci resta nient’altro da fare che chiudere il libro e farci i conti, nella vita questa volta, se ne abbiamo il coraggio.

Molti scrittori hanno amato la voce di Yates per lo stesso motivo che ne ha allontanato i lettori: è onesta, spietata, disturbante. Sono loro che l’hanno restituita a noi dopo che era sparita per decenni: Richard Ford, Tobias Wolff, Robert Stone, i “realisti sporchi” che hanno imboccato quella strada a loro volta, ognuno a suo modo. Ann Beattie ha spiegato bene come i personaggi di questi racconti siano moderni in quanto estranei a se stessi: pieni di sogni e fiducia, convinti di fare del loro meglio, salvo rivelarsi per quello che non sapevano di essere, cioè soltanto crudeli, nel momento che conta. Sono uomini e donne che ignorano la propria mediocrità, e la vedono risplendere all’improvviso come una folgorazione. In questo le storie di Yates ricordano quelle di Flannery O’Connor, un’altra scrittrice poco gradita al pubblico, un’altra voce fastidiosa, che rispose alle critiche in questo modo: «Io difendo con le unghie e con i denti il diritto dell’artista di scegliere un aspetto negativo del mondo da ritrarre. Naturalmente ti è consentito guardare nell’oscurità solo se hai un lume che ti permetta di vedere».5 Nel suo caso il lume fu quello cristiano della fede: è la Grazia a incendiare quell’attimo, e non può manifestarsi se non con brutalità, perché la conversione è un atto di violenza. Nel caso di Yates è un lume più fioco, quello dell’ironia, che forse permette di vedere al buio ma non sembra prevedere forme di salvezza. «E dove sono le finestre?», scrive alla fine del libro, come per aiutarci a capire:

Da dove entra la luce? Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come può, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.

Neppure Richard Yates ha trovato luce nella sua esistenza. Dicono che fosse un uomo scontroso, spesso intrattabile, troppo severo con se stesso e con gli altri per non essere rifiutato. Come scrittore ebbe la maledizione di scrivere per primo il suo romanzo di maggior successo. Come uomo, la sua vita fu scandita da matrimoni falliti e trasferimenti continui, e popolata fino alla fine da tre amici immaginari: la scrittura, il fumo e l’alcol, compagni fedeli e traditori che lo avrebbero portato alla morte. Nonostante questo, Yates non era uomo da guardarsi indietro. Niente rimpianti o recriminazioni. «Soffermarsi su ciò che sarebbe potuto essere è nostalgia», disse una volta, «e credo che su questo possano riflettere importanti scrittori. Per me è molto più soddisfacente e proficuo soffermarsi su ciò che è».

Ciò che è, a quindici anni circa dalla sua morte, rappresenta una fortuna per noi. Come lettore io ho un nuovo libro nello scaffale dei grandi racconti americani, tra quelli di Salinger e quelli di Cheever, che nel mio cuore gli sono fratelli. Come scrittore ho scoperto un maestro, e vorrei tanto essere tra gli allievi che lo incontrarono, celebri o sconosciuti o per sempre aspiranti, alle cui prove Yates applicava l’onestà e il rigore che riservava alle proprie, e di cui parlava così:

E dannazione, vorrei che fossero tutti qui adesso, in carne e ossa, così potremmo sederci e bere e litigare e affrontare gli argomenti più selvaggi e violenti della narrativa, e finire a cantare canzoni e raccontare barzellette e fare gli scemi: e poi, quando tutti se ne andranno a casa per riprendersi dalla sbronza e rimettersi al lavoro, mi piacerebbe proprio stringergli la mano e augurargli buona fortuna. Perché la fortuna pura e semplice, dopotutto, è la cosa di cui uno scrittore ha più bisogno. Penso che questo sia il mestiere più duro e solitario al mondo, questa folle, ossessiva faccenda del cercare di essere un bravo scrittore. Nessuno di noi sa mai quanto tempo gli rimane, né come sarà in grado di usare questo tempo, e in ogni caso, anche se lo userà bene, il suo lavoro dovrà sempre affrontare la terribile, inesorabile indifferenza del tempo stesso.

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