Ejzenštejn Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ejzenstejn/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Jun 2015 20:23:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ejzenštejn Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ejzenstejn/ 32 32 Gli incompiuti: storie di film sognati https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/incompiuti-storie-di-film-sognati-e-mai-portati-a-termine/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/incompiuti-storie-di-film-sognati-e-mai-portati-a-termine/#comments Mon, 22 Jun 2015 05:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27417 Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

di Emiliano Morreale

(fonte immagine)

"Perché realizzare un'opera d'arte, se è così bello sognarla sognarlo?" La frase che Pier Paolo Pasolini, nei panni di un allievo di Giotto, pronuncia nel Decameron, poteva essere pensata forse solo da uno che faceva il cinema. Per varie ragioni, ma proprio per la sua natura e per il suo posto nel sistema delle arti e dei media, nel cinema il continente del mai finito, del progettato, del sognato, è più esteso che altrove. La storia del cinema è disseminata di film mai portati a termine, che diventano l'ossessione di un regista e dei suoi cultori; opere che magari si incarnano in quelle successive, o che vengono inseguite fino alla morte. Il Napoleone di Kubrick, il Mastorna di Fellini, l'assedio di Leningrado per Leone (e poi per Tornatore) sono esempi sempre citati, ma per ogni regista i progetti non realizzati sono quasi altrettanto importanti di quelli finiti. E' da poco in libreria L'isola che non c'è. Viaggi nel cinema italiano che non vedremo mai (Cineteca di Bologna, 354 pp., 18 euro), una raccolta di saggi di Gian Piero Brunetta, decano della storia del cinema italiano, scritti in varie occasioni e che si addentrano nei territori dei progetti sfumati o sfiorati da registi più o meno grandi. Anche se alla fine del volume di Brunetta c'è una prima filmografia per autori (già enorme: quasi 60 pagine, più o meno 1500 titoli) il lavoro in quest'ambito è ancora agli inizi, sia nella raccolta dei materiali che nella definizione del campo.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

di Emiliano Morreale

(fonte immagine)

“Perché realizzare un’opera d’arte, se è così bello sognarla sognarlo?” La frase che Pier Paolo Pasolini, nei panni di un allievo di Giotto, pronuncia nel Decameron, poteva essere pensata forse solo da uno che faceva il cinema. Per varie ragioni, ma proprio per la sua natura e per il suo posto nel sistema delle arti e dei media, nel cinema il continente del mai finito, del progettato, del sognato, è più esteso che altrove. La storia del cinema è disseminata di film mai portati a termine, che diventano l’ossessione di un regista e dei suoi cultori; opere che magari si incarnano in quelle successive, o che vengono inseguite fino alla morte. Il Napoleone di Kubrick, il Mastorna di Fellini, l’assedio di Leningrado per Leone (e poi per Tornatore) sono esempi sempre citati, ma per ogni regista i progetti non realizzati sono quasi altrettanto importanti di quelli finiti. E’ da poco in libreria L’isola che non c’è. Viaggi nel cinema italiano che non vedremo mai (Cineteca di Bologna, 354 pp., 18 euro), una raccolta di saggi di Gian Piero Brunetta, decano della storia del cinema italiano, scritti in varie occasioni e che si addentrano nei territori dei progetti sfumati o sfiorati da registi più o meno grandi. Anche se alla fine del volume di Brunetta c’è una prima filmografia per autori (già enorme: quasi 60 pagine, più o meno 1500 titoli) il lavoro in quest’ambito è ancora agli inizi, sia nella raccolta dei materiali che nella definizione del campo.

Tra le immagini che non vedranno la luce ci sono tanti tipi di film, tante storie diverse. Ci sono progetti megalomani che naufragano per difficoltà produttive. Altri di cui il regista si disamora. C’è il caso che interviene. Ci sono, ovviamente, la censura politica e quella di mercato. Nell’Italia degli anni ‘50, addirittura, riviste come “Rassegna del film” e “Cinema nuovo” pubblicavano regolarmente soggetti non realizzati. I temi da non toccare all’epoca erano molti: rimanevano sulla carta film sull’occupazione delle terre (Noi che facciamo crescere il grano di De Santis) o sui moti del ’19 a Torino (Bandiera bianca di Mario Soldati), ma anche su Matteotti o i fratelli Cervi.

Nei primi due capitoli il libro di Brunetta raccoglie diversi esempi e tipologie di film, alcuni sorprendenti. Ci sono soggetti immaginati da scrittori, o loro trasferte fallimentari a Hollywood, come quella di Maurice Materlinck alla MGM. I testi per il cinema di Savinio, Elsa Morante; le mille versioni mancate del Cristo si è fermato a Eboli (una scritta da Rocco Scotellaro) prima dell’arrivo di Francesco Rosi, che finalmente lo porterà sullo schermo nel 1979. Ma anche i soggetti commissionati dal festival Filmmaker a vari scrittori “giovani” (da Busi a Tondelli) negli anni ’80. Ci sono le decine di progetti “inevasi” di Orson Welles o Michelangelo Antonioni (perfino un Totò cadavere). Di 222 soggetti di Cesare Zavattini, solo 64 sono diventati film. Tra le cose più curiose, il rimpianto di Mario Martone, per non esser riuscito a fare il suo “viaggio dentro Napoli” con Troisi, e addirittura si arriva alla mise en abyme del progetto di un film sul Viaggio di G. Mastorna di Fellini (autore Carlo Bolli). Un film mai realizzato su un film mai realizzato…

E altri, a decine se ne potrebbero aggiungere, in Italia e altrove: dalle Fiabe italiane di Fellini a Louis-Ferdinand Céline che scrisse un soggetto per l’attrice Arletty, tradotto qualche anno fa da Massimo Raffaeli. Ci sono anche, negli ultimi anni, un paio di progetti trasmigrati nel fumetto. Scola ha affidato a Ivo Milazzo, autore di Ken Parker, le immagini di Un drago a forma di nuvola. E anche Fellini alla fine affidò alla matita di Manara il leggendario Mastorna, col titolo Viaggio a Tulum. Un progetto del quale diceva (e questo forse vale per molti progetti-ombra che accompagnano i registi nella loro vita):  “Me lo sono mangiato un poco alla volta ingoiandolo come una medicina, un veleno… Lo lascerò in pace anche perché ne resterà sempre meno. E lui lascerà in pace me.”

Si racconta che, secondo un famoso direttore di produzione, non si è mai sicuri che un film si farà, almeno finché non si arriva alla terza settimana di riprese. E a volte, viene  da dire, nemmeno allora la sorte è certa. Anche il momento in cui un film può rimanere nel limbo non è detto. Può rimanere una vaga idea appena accennata; un copione messo sulla carta (e in questo caso può venir pubblicato: Il padre selvaggio di Pasolini, il Proust di Pinter per Losey). Può bloccarsi alla vigilia delle riprese, e in qualche caso ne restano materiali preparatori, come i provini di Mastroianni per La madre di Luciano Emmer, da Grazia Deledda.  O interrompersi a metà (magari per cause di forza maggiore, come l’ultimo film con Marilyn Monroe), o addirittura cercare di venire al mondo a più riprese (i mille progetti di Orson Welles). Può anche rimanere invisibile una volta finito, per i motivi più vari: problemi di distribuzione, di montaggio, ma anche scrupoli morali. Jerry Lewis, ad esempio, aveva pressoché ultimato un film ambientato nei campi di sterminio, The Day the Clown Cried, ma decise di non mostrarlo mai.

Oggi molti studiosi si rivolgono agli archivi per capire il cinema italiano: e tra i luoghi più preziosi ci sono gli archivi dei registi e quelli degli scrittori, i copioni depositati all’Archivio di Stato e quelli al Centro Sperimentale, i materiali della censura e tutto quello che sta intorno al corpo dei film. Studiare il cinema perduto è affascinante per tanti motivi: per il fascino del virtuale, l’effetto-Fantacalcio potremmo dire (come sarebbe stato Roma città aperta con Clara Calamai, o il Guerra e pace  di Ejzenstein e Pudovkin scritto e interpretato da Orson Welles?). Poi perché permette illuminanti comparazioni (come mettere Il giardino dei Finzi Contini di De Sica a confronto con la sceneggiatura non realizzata di Valerio Zurlini). Infine perché aiuta meglio a comprendere il visibile e il mostrabile di un’epoca, quello che si poteva dire e quello che non si poteva: perché il cinema non è solo uno specchio della società, ma anche dei suoi limiti, ed è importante anche per quello che rimane fuori.

Più in generale, accanto al cinema possiamo spesso scorgere l’ombra dei possibili, di ciò che non è stato. Non solo per i film giunti in edizione mutilata o manipolata dai produttori, di cui possiamo solo immaginare come fosse l’originale, ma anche perché il cinema tutto è in balia del caso e se ne nutre, e intorno a ciò che vediamo sullo schermo c’è un fuori campo, un prima e un dopo, una serie di mondi possibili che sono svaniti, forse anche perché noi vedessimo ciò che invece è stato filmato. In ogni caso, ciò che vediamo sullo schermo è la punta di un iceberg, una piccola porzione di storie e di gesti e di cose strappate, almeno per un po’, al tempo.

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Con Kubrick https://minimaetmoralia.it/cinema/con-kubrick-michael-herr/ https://minimaetmoralia.it/cinema/con-kubrick-michael-herr/#comments Fri, 07 Mar 2014 11:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19167 Il 7 marzo 1999 moriva Stanley Kubrick. Lo ricordiamo con un estratto da Con Kubrick, il libro, uscito per minimum fax nel 2009 e curato di Simone Barillari, che racconta l'amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket. Traduzione di Nefeli Misuraca.

di Michael Herr

Stanley era un buon amico, e una persona con cui era meraviglioso lavorare, ma era terribile stipulare accordi d’affari con lui, terribile. La sua insistenza a tirare sul prezzo era proverbiale, ed è vero che, quando si trattava di stipulare un accordo di lavoro, i soldi, che fossero suoi o della Warner Bros., arrivavano sempre lentamente ed erano pochi, e a volte non c’erano proprio, a meno che tu non fossi una star assolutamente necessaria, e anche così lo tormentò per anni il pensiero che in Shining Jack Nicholson avesse fatto più soldi di lui. Ammesso che, credo di dover aggiungere, Jack Nicholson li abbia fatti davvero.

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Il 7 marzo 1999 moriva Stanley Kubrick. Lo ricordiamo con un estratto da Con Kubrick, il libro, uscito per minimum fax nel 2009 e curato di Simone Barillari, che racconta l’amicizia con Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket. Traduzione di Nefeli Misuraca.

di Michael Herr

Stanley era un buon amico, e una persona con cui era meraviglioso lavorare, ma era terribile stipulare accordi d’affari con lui, terribile. La sua insistenza a tirare sul prezzo era proverbiale, ed è vero che, quando si trattava di stipulare un accordo di lavoro, i soldi, che fossero suoi o della Warner Bros., arrivavano sempre lentamente ed erano pochi, e a volte non c’erano proprio, a meno che tu non fossi una star assolutamente necessaria, e anche così lo tormentò per anni il pensiero che in Shining Jack Nicholson avesse fatto più soldi di lui. Ammesso che, credo di dover aggiungere, Jack Nicholson li abbia fatti davvero.

La patologia del denaro che aveva Stanley era uno dei fenomeni comportamentali più incredibili cui io abbia mai assistito. A dispetto dell’attenzione che metteva, e del tremendo prezzo che pagava, per prendere in tutti i modi le distanze dagli uomini avidi e brutali che comandavano a Hollywood, un pezzo del suo cuore batteva sempre all’unisono con il loro, in affinità elettiva, e sapeva a volte usare i loro stessi metodi. È possibile che alcune delle sue navi abbiano navigato battendo bandiera liberiana, che la sua parola non fosse necessariamente sacra; ed è vero, se si accettava di lavorare solo per i soldi, capisco che alla fine ci si potesse sentire sottopagati, o anche derubati, come hanno detto alcuni.

Stanley era il Grande Pescatore. Trattava le persone come tanti pesci, ma pesci sempre differenti, dal maestoso salmone al grande squalo bianco, dall’agile trota all’indolente pesce di palude, ognuno da affrontare in modo particolare a seconda della velocità della corrente e della capacità di combattere che dimostrava, oltre che, naturalmente, del desiderio e della necessità che aveva Stanley di prenderlo. A volte c’era più lotta che gioco, e lui tagliava la lenza, ma molto più spesso c’erano quelli che non vedevano l’ora di saltare dritti dritti nella barca di Stanley e mettersi da soli fuori combattimento, perché, dopotutto, lui era Stanley Kubrick.

E lui lo sapeva, aveva tutte le ragioni per saperlo. Era una ferma convinzione di Stanley che fosse un privilegio lavorare con lui, e non era nemmeno lontanamente come potrebbe sembrare, si trattava soltanto di un dato di fatto che era al di là di qualsiasi questione di arroganza o umiltà. Io concordavo con lui, all’epoca, e non è mai accaduto nulla che mi abbia fatto cambiare idea in proposito. Eppure, lo rendeva felice sapere che non avrei mai fatto altro che qualche blanda rimostranza di rito riguardo a quelli che lui amava chiamare «emolumenti». Probabilmente c’era una parte di lui che mi compativa perché mi mostravo così poco attento al mio «prezzo» e gli offrivo in quel modo la mia gola bianca e morbida, sapendo, come sapevo fin troppo bene, che lui non avrebbe mai preso in considerazione, dato il quadro della sua patologia, l’eventualità di non trarne vantaggio.

«Dio mio, Michael, sei una persona così pura», diceva quasi trasudando sarcasmo.

«Mi stai dando dell’idiota, Stanley?»[1] E le parole del mio agente mi balenavano in testa.

Stanley, in realtà, non aveva fatto il bar mitzvah. Gli riusciva sì e no di essere promosso a scuola; alle medie andava male in inglese, per non parlare dell’ebraico, e inoltre il dottor Kubrick e sua moglie non erano molto religiosi, e comunque Stanley non voleva. Non aveva quello che si dice un carattere facile. Dal giorno in cui era entrato alle elementari nel 1934, il registro delle sue presenze era stato un misterioso intreccio di ripetute assenze in serie, la disciplina inesistente o almeno non visibile all’esterno, i voti scandalosi. Aveva preso «insufficiente» alla voce «Lavora e gioca bene con gli altri», «Rispetta gli altri» e, inevitabilmente, «Personalità». Se la cavava bene in fisica, ma uscì dalle superiori con la media del 6, e il college non fu nemmeno preso in considerazione. A diciassette anni stava già lavorando come fotografo freelance per la rivista Look, poi venne assunto, e intanto giocava spesso a scacchi, leggeva libri in quantità e provvedeva in altri modi alla propria formazione come fanno tutte le persone brillanti.

Ai suoi amici Stanley appariva sempre giovanile in modo quasi soprannaturale. La sua voce non invecchiò mai nel corso dei vent’anni in cui lo conobbi. Aveva una disarmante capacità di «alleggerire» i discorsi seri con un greve umorismo adolescenziale, davvero sboccato, in effetti, pressoché da liceale. (Pensate a Lolita, con le sue battute sulla torta alla ciliegia, sui buchi delle carie da otturare e sugli spaghettini molli, così ostentatamente sboccate, senza vergogna, sovversive: quella era l’idea. Stanley introduce nel film il tono nabokoviano di lirismo erotico, catturando l’essenza del romanzo, nella sequenza dei titoli di testa, quando Lolita si dipinge teneramente e meticolosamente le unghie dei piedi, e poi dà inizio alla commedia. Che favoloso, scintillante barometro morale ci apparve quel film nel 1962 quando era appena uscito, e quanto ci piaceva il modo in cui, pensavamo, avrebbe girato il vento.)

Ognuno di noi porta con sé la propria adolescenza per tutta la vita, ma l’adolescenza di Stanley era come una sorgente d’acqua, che non necessariamente sgorgava pura, ma era sempre fresca, e rinfrescante, e commovente, perché di tanto in tanto vi si poteva vedere il riflesso di qualcuno che somigliava al piccolo Stanley, un ragazzino straordinariamente intelligente che doveva aver sofferto molto, eppure non si era mai perso d’animo. A volte immaginavo di poter capire l’adolescenza che aveva avuto, in tutta la sua tortuosa complessità.

Nella biografia di Vincent LoBrutto, Stanley Kubrick. L’uomo dietro la leggenda, c’è una fotografia di questo essere, inetto nei rapporti umani e umiliato dalla scuola, che venne scattata quando aveva dodici o tredici anni, più o meno nel periodo in cui avrebbe fatto il bar mitzvah se, come ogni persona normale, avesse fatto il bar mitzvah. Come una sorta di prova reperita scavando tra le cianfrusaglie con l’intento di delineare la personalità di una leggenda, sul genere di Quarto potere, la fotografia suggerisce in modo molto persuasivo come questo sfigato ragazzino ebreo del Bronx sia giunto a identificarsi così intimamente, e anche così appropriatamente, con Napoleone.

È notevole e inquietante come le foto che usò più tardi nei suoi film: il defunto signor Haze,[2] «l’integrità in persona», i cui occhi meschini e calcolatori guardano giù dalla parete della camera da letto della vedova (le sue ceneri sono in un’urna sopra il comò), spiando la catastrofe sessuale che incombe, oppure Jack Torrance, che ha «sempre abitato all’Overlook», mentre sorride come un invasato in una fotografia appesa al muro dell’hotel e scattata trent’anni prima che nascesse. Ancora in età puberale e già caratterialmente, se non addirittura tatticamente, estraneo alla possibilità del compromesso; riservato ma schietto, concentrato, determinato, serio e seriamente divertito, abituato non tanto a guardare te ma attraverso di te, verso qualcosa che preferisco non rivelare. La definirei la fotografia di un ragazzo molto potente, un piccolo demonio (come sono certo che qualcuno a casa deve averlo chiamato almeno una volta), forse non ancora sicuro di quello che vuole, ma a cui è insolitamente chiaro quello che non vuole, e che non ha intenzione di accettare in silenzio; lineamenti molto fini, delicati eppure duri, ecco Stanley sull’orlo tremante dell’età adulta, una faccia preadolescente che avvolge un’anima antica, come se avesse già visto ogni cosa venire e poi l’avesse vista andare, e con ciò?

(Questa fotografia potrebbe anche suggerire perché, quando giunse a fare il suo «film sulla giovinezza», la vera giovinezza rimase completamente assente. Non appena uscì, Arancia meccanica suscitò controversie senza precedenti, perfino odio, rivelando una serie di convinzioni diffuse nella «comunità» dei critici in merito all’alto livello raggiunto dalla cosiddetta civiltà che Stanley attaccava, e portandoli a una condanna di quell’ambiguità che è sempre stata il marchio delle opere di prim’ordine. Penso che quel film abbia spaventato anche lui, il che depone a favore di qualsiasi artista; in Arancia meccanica l’arte e la vita procedevano così ravvicinate e incontrollabili che non c’era tempo per l’una di imitare l’altra, sgorgava tutto dalla stessa fonte. I pestaggi e gli omicidi compiuti a imitazione di quelli del film iniziarono non appena Arancia meccanica venne mostrato in Inghilterra, e lì Stanley lo ritirò in modo permanente dalla distribuzione. Le persone oneste non potevano credere che fosse consapevole di quanto era repellente il film che aveva fatto, perché se ne fosse stato consapevole non avrebbe mai potuto farlo. Ma è chiaro che lui ne era consapevole, e che era stato perfettamente sincero; non gli importava che il film fosse repellente – voleva essere repellente – purché fosse bello.)

Non amava molto i soliti riferimenti al fatto di essere stato «uno che giocava a scacchi per soldi» ai tempi del Greenwich Village, come se questo contraddicesse la solennità e la bellezza dell’esercizio, il pensiero che tutto il suo giocare fosse solo pour le sport o, più esattamente, pour l’art. Vincere la partita era importante, naturalmente, vincere i soldi era irresistibile, ma non era niente a confronto del suo gioco, alla minuziosa, infinita attività di portare il suo gioco alla perfezione. Ma naturalmente giocava anche d’azzardo, giocava sempre d’azzardo; quando crebbe e andò oltre la fotografia, gli scacchi divennero film, e i film divennero scacchi giocati con altri mezzi. Dubito che abbia mai pensato agli scacchi solo come a un gioco, o anche in minima parte come a un gioco. Non faccio nessuna fatica a immaginare che molti di quelli che sedevano dall’altra parte della scacchiera si siano sciolti, frantumati e liquefatti, quando Stanley faceva fuoriuscire dagli occhi quel raggio gelido – parlo di sguardi penetranti e di un’intelligenza capace di perforare; si erano seduti lì per una tranquilla partita a scacchi, e all’improvviso lui stava pensando per tutti e due.

Più o meno in questo periodo un suo amico delle superiori, il regista Alexander Singer, andò con lui a vedere Aleksandr Nevskij di Ejzenštejn. «E così sentiamo la colonna sonora di Prokofiev composta per la battaglia sul ghiaccio, e Stanley non riesce più a togliersela dalla mente. Comprò il disco e […] lo ascoltò e riascoltò così tante volte» che sua sorella minore finì per non reggerlo più, e ruppe il disco. «Penso che la parola ossessivo non sia del tutto inesatta».

È esatta solo fino a un certo punto; proprio nella misura in cui Stanley era versato in molte discipline, era anche variamente ossessivo, e non si comportava mai con sufficienza quando si trattava di raccogliere informazioni, né si lasciava mai spaventare da quello che apprendeva, qualsiasi cosa fosse. Nessuno che pensi davvero di essere più intelligente di chiunque altro arriverebbe mai a fare tante domande quante ne faceva sempre lui. Batteva i volonterosi e mediocri scacchisti al parco, lavorava per Look, a volte usando una serie di fotografie per raccontare storie, altre volte scattando foto di personaggi come Dwight Eisenhower e George Grosz, Montgomery Clift, Frank Sinatra e Joe DiMaggio (e, ne sono sicuro, tenendo ben aperti occhi e orecchie), leggeva dieci o venti libri alla settimana e cercava di vedere qualsiasi film fosse mai stato fatto. Le probabilità che un film fosse brutto erano tutt’altro che basse, ma non c’era nessun film che non valesse la pena di vedere.

Da ragazzo aveva fatto parte di quella piccola folla di quartiere che si raccoglieva ritualmente, come una comunità, dentro e fuori il Loew’s Paradise e l’rko Fordham[3] due o tre volte alla settimana, e adesso era un assiduo frequentatore del moma e dei pochi cineforum che programmavano retrospettive di film stranieri, del Cinema 16, vero e proprio simbolo dell’underground newyorkese, e delle sale sulla Quarantaduesima Strada che davano tre film al prezzo di uno.

Sembra che fosse già incurante, in modo perfino sconsiderato, del proprio aspetto, e che mescolasse camicie, giacche e cravatte in barbare combinazioni mai viste prima, disdicevoli pantaloni e bizzarri e fortunosi tagli di capelli. Cominciò a infiltrarsi in qualsiasi struttura che all’epoca si occupasse di cinema, gironzolando per sale di montaggio, laboratori di sviluppo e negozi di attrezzature cinematografiche, e facendo continuamente domande: Come fai a farlo?, e: Cosa succederebbe se tu invece facessi così?, e: Secondo te quanto costerebbe se…? Era un patito di jazz, e frequentava i club, ed era un tifoso degli Yankees, perciò andava anche alle partite, e tutto questo a New York alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, un brillante, sveglissimo ragazzo che sognava a occhi aperti come lui non c’è da meravigliarsi che fosse un hipster,[4] un classico hipster prodotto negli anni Quaranta, rifinito nei Cinquanta, esistenzialista, altamente evoluto e determinato. Il suo modo di vedere le cose e il suo temperamento erano molto più vicini a quelli di Lenny Bruce[5] che di qualsiasi altro regista, e questo non era solo uno dei tanti lati del suo carattere. Il suo carattere aveva molti aspetti e molti modi di essere, ma Stanley fu, per tutta la sua vita, un hipster.

 


[1] Nell’originale l’autore usa il termine yiddish schmuck. [n.d.c.]

[2] Il padre di Lolita. [n.d.c.]

[3] Due storici cinema del Bronx nei pressi di Fordham Road. [n.d.c.]

[4] Negli anni Quaranta e Cinquanta il termine hipster indicò una sottocultura metropolitana, diffusa tra i giovani di razza bianca, che si caratterizzava per uno stile di vita ispirato a quello dei jazzisti di colore che si esibivano nei club: passione per il jazz e per tutto ciò che era nuovo, modo di vestire trasandato, tenore di vita molto povero, grande promiscuità sessuale. [n.d.c.]

[5] Lenny Bruce (1925-1966) fu un geniale comico e autore satirico americano di origine ebraica, che si esibì soprattutto nei club e nei cabaret di New York durante gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, andando spesso incontro a problemi con la legge per il linguaggio osceno dei suoi spettacoli e per l’irriverenza con cui metteva a nudo le contraddizioni della morale borghese. [n.d.c.]

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Il cinema di Michael Mann https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-di-michael-mann/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-di-michael-mann/#comments Sun, 09 Sep 2012 09:36:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9243 Si è conclusa ieri l'edizione numero sessantanove della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Quest'anno il ruolo di presidente di giuria è stato affidato a Michael Mann. Pubblichiamo un estratto da «L'occhio del regista. 25 lezioni di maestri del cinema contemporaneo», a cura di Laurent Tirard. Traduzione di Paola Biggio.

Michael Mann
Chicago (Illinois), 1943

Ci è voluto molto tempo a Michael Mann perché il suo valore di cineasta venisse riconosciuto. Fino all’inizio degli anni Novanta, si guardava a lui principalmente come a un regista di serie b, con una notevole capacità di creare delle atmosfere. E anche se può apparire strano che alla fine sia stato notato con un film come L’ultimo dei mohicani, probabilmente è stato perché quell’imponente progetto romanzesco gli ha permesso di provare il suo eccezionale talento di narratore. Talento che ha confermato in seguito con Heat – La sfida e Insider – Dietro la verità, incontestabilmente due dei film più straordinari degli ultimi vent’anni.

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Si è conclusa ieri l’edizione numero sessantanove della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Quest’anno il ruolo di presidente di giuria è stato affidato a Michael Mann. Pubblichiamo un estratto da «L’occhio del regista. 25 lezioni di maestri del cinema contemporaneo», a cura di Laurent Tirard. Traduzione di Paola Biggio.

Michael Mann
Chicago (Illinois), 1943

Ci è voluto molto tempo a Michael Mann perché il suo valore di cineasta venisse riconosciuto. Fino all’inizio degli anni Novanta, si guardava a lui principalmente come a un regista di serie b, con una notevole capacità di creare delle atmosfere. E anche se può apparire strano che alla fine sia stato notato con un film come L’ultimo dei mohicani, probabilmente è stato perché quell’imponente progetto romanzesco gli ha permesso di provare il suo eccezionale talento di narratore. Talento che ha confermato in seguito con Heat – La sfida e Insider – Dietro la verità, incontestabilmente due dei film più straordinari degli ultimi vent’anni.

Per questa intervista ci siamo incontrati in occasione della sua venuta a Parigi per il lancio promozionale di Ali. Fino ad allora avevo incontrato registi o molto pratici o molto analitici. Lui appartiene a uno dei rari casi a cui si addicono entrambe le categorie. Ed è forse da questo che nasce la sua particolarità. 

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Non ho avuto scelta. Un giorno, il cinema mi ha preso per la collottola e mi ha detto: «È questo che farai». Da ragazzo, avevo molti interessi, come l’astronomia, la geografia, la storia, la politica e la letteratura. La musica riusciva a commuovermi profondamente, e avevo la tendenza a fantasticare, immedesimarmi ed estrapolare. Penso che siano il tipo di disposizioni necessarie a chi vuole fare film. Ero assorbito dal mondo che mi circondava e cercavo una maniera di rendere quelle sensazioni in modo personale. Allora ho frequentato una scuola di cinema, che mi ha dato l’occasione di dilettarmi facendo un pessimo cinema sperimentale. Credevo di avere delle idee rivoluzionarie e volevo metterle in pratica fino in fondo. Ovviamente, sono state per la maggior parte un penoso fallimento. Ma è così che ho imparato, grazie alla libertà di esprimermi in un posto dove non c’erano sanzioni o penalità. Ed è questo che dovrebbero essere i corsi di studio: la possibilità di sperimentare. Prima si può sperimentare – e nel modo più totale possibile – e meglio è. Perché ci sono cose che i giovani cineasti hanno bisogno di tirare fuori. Mi ricordo di aver visto alcuni dei miei film e aver pensato: «Uhm… l’utilizzo della luce è molto interessante… ma il contenuto è veramente scarso! Che pretesa giovanile pensare di poter diventare un cineasta simbolista!» Forse, grazie a qualche settimana in cui ho provato di tutto, mi sono risparmiato anni di sofferenza. Se mi fossi ritrovato in un ambiente più accademico, giudicato sulla base di criteri rigorosi, probabilmente non avrei imparato tanto. Perché mi avrebbe intimidito e dissuaso dallo spingermi così lontano.

Il cinema visivo contro il teatro filmato 

Il mio primo approccio al cinema era molto poetico. Con l’arroganza della gioventù, facevo dichiarazioni come: «Il cinema soffre di un eccesso di parole». Ero influenzato da Dziga Vertov e da tutti i grandi registi puramente visivi. E bisogna esserlo. È impossibile comprendere quanto il cinema, come forma narrativa, sia capace di toccare le persone, se non si ha una solida base classica. E i classici sono il cinema russo. Se si vuole comprendere qual è il meccanismo attraverso cui il cinema tocca le persone da un punto di vista emotivo e intellettuale, si devono guardare i film di Ejzenštejn, perché lavorava all’epoca del muto. È essenziale. Perché dopo il cinema ha costantemente oscillato tra un approccio puramente visivo e uno più regressivo, che di fondo non è altro che teatro filmato. Quando ho iniziato a fare film, mi ispiravo al lavoro dei grandi cineasti come Pabst, Murnau, Ejzenštejn e qualche francese della Nouvelle Vague, in particolare Resnais. E in me è nata la consapevolezza di quanto fossero retrogradi i quadri decisionali di Hollywood. C’erano, sì, alcuni esempi di film non convenzionali, iconoclasti nella loro concezione e figuranti come anomalie. Film che rompevano i codici del genere, come Bonnie e Clyde, Bullit o i film di Peckinpah. Ma gran parte della produzione hollywoodiana era teatro filmato ammantato di sapienza tecnica. E in televisione era anche peggio. L’approccio stilistico che vi ho riscontrato si poteva riassumere così: «Anestetizziamoci tutti e scegliamo i piazzamenti di macchina più piatti possibile». Non si cercava in nessun modo di coinvolgere lo spettatore. Bastava avere un’inquadratura equilibrata e di buon gusto, e tutto quello che veniva richiesto era di non dare fastidio. Lo scopo finale era che lo spettatore non provasse mai un senso di inquietudine. Quindi, per molti aspetti, il mio modo di fare cinema è stato una ribellione contro tutto questo.

La grammatica conduce nelle vicinanze di un luogo magico

In qualsiasi scena c’è una posizione magica in cui piazzare la macchina da presa al fine di far nascere un’emozione. Per riuscirci, però, bisogna prima di tutto chiedersi: «Quale sensazione voglio che provi il pubblico in questa situazione?» Immaginiamo la scena di un uomo e una donna che si sono lasciati e si incontrano per decidere come dividersi l’appartamento. La prima cosa da stabilire è da che punto di vista filmare la scena. Mettiamo che sia quello dell’uomo, perché ciò che succede è che lui vuole che lei torni. Per mostrare come lui vede la donna, c’è una posizione magica dalla quale filmare. Un asse ottimale da trovare. E per arrivarci c’è una grammatica di base su cui appoggiarsi. Ma la grammatica indicherà la direzione solo in modo approssimativo. Condurrà nelle vicinanze del luogo magico. Ma trovarlo con precisione, sapere esattamente dove puntare la macchina da presa, è qualcosa di unico, intimamente legato a quel momento. A questo stadio, è l’istinto che deve prendere il sopravvento. È per questo che non utilizzo mai gli storyboard. Mi dà l’impressione di stare copiando, cosa che elimina tutta l’eccitazione dell’atto creativo.

Nella realizzazione di un film, la spontaneità è fondamentale. Ma più si vuole essere spontanei, più si deve fare una preparazione rigorosa. Quando arrivo sul set, in genere comincio piazzando la macchina da presa, poi lavoro con gli attori per fissare le loro posizioni nell’inquadratura che voglio fare. Per farlo, ovviamente, devo aver già lavorato con loro da molto tempo, prima ancora di arrivare sul set. Faccio molte prove, ma al tempo stesso sto sempre attento a non esagerare. L’incubo di ogni regista è una prova perfetta, perché è sul set che deve accadere. Anche se faccio comunque più prove possibile. Adesso le registro persino su una piccola telecamera dv, non tanto per riguardarmele dopo, quanto per esercitarmi a girare la scena. Così, quando arrivo sul set, so sempre dove sto andando. Non cerco di scoprire di cosa parla la scena. L’ho già fatto da mesi. Grazie a un’analisi rigorosa, so come voglio che funzioni. Per arrivare a questo punto, ho già fatto tutto un percorso con gli attori, ho anche alcune idee su come girarla, nate durante le prove. Quindi non invento nulla, eseguo. Ma questa esecuzione mi conduce là dove nasce la spontaneità. Se qualcuno mi propone un’idea, lo ascolto. E se non è buona, dico di no. Se un attore si lancia a improvvisare i dialoghi, non è un problema. A patto che funzioni meglio del testo scritto. Perché sono flessibile riguardo alla conformità alla sceneggiatura. Non lo sono solo riguardo alla conformità alla storia. Quindi ho il controllo su tutto, e ce l’ho perché voglio avere delle sorprese. Per me non c’è un’antinomia tra le due cose. Al contrario, cerco sempre la freschezza e l’originalità, ed è proprio per questo che ho il controllo su tutto.

Studiare i personaggi come un antropologo 

Per dirigere gli attori, si deve sapere come parlargli. Se ci si trova al volante di una Ferrari e si sente che qualcosa non va, non si può andare dal meccanico e dirgli semplicemente: «Vibra». Per lui non significa niente. Con gli attori è la stessa cosa. Gli si deve parlare in un linguaggio che capiscono. E questo vuol dire che bisogna comprendere quello che accade nella loro testa quando recitano. Si deve anche fare una parte del loro lavoro. Personalmente, ritengo che sia una mia responsabilità avvicinarli ai personaggi, incanalarli, dargli tutte le informazioni necessarie. Il loro è un lavoro estremamente duro. Molto difficile. Richiede molto coraggio dal punto di vista emotivo. Mia è quindi la responsabilità di sostenerli e dargli tutto quello di cui hanno bisogno. A volte mi vedo come una specie di antropologo, al servizio degli attori, che studia i personaggi. È compito mio spiegargli il loro back-ground e la loro personalità. E anche sapere quante informazioni dare spetta a me. Perché ci sono informazioni che possono turbarli. E questo li può mettere sulla strada sbagliata. Non voglio che abbiano delle informazioni inutili. Voglio che conoscano solo le cose che possono aiutarli a costruire l’identità del personaggio, quelle che serviranno l’azione. Bisogna selezionare quello che gli si dice. Questo significa, naturalmente, che si deve sapere quello che si vuole. Anche se si è goffi nello spiegarlo e si ha l’impressione di non farcela. Si deve sapere quello che si vuole e avere una strategia per ottenerlo. Se si ha difficoltà a spiegare le cose ai propri attori, si può tentare di comunicare con loro mostrandogli il girato. In generale, lo sconsiglierei.

Far vedere a un attore il girato può avere un effetto catastrofico se non gli piace quello che vede. Ma a volte, se si ritiene che abbia fatto qualcosa particolarmente bene, qualcosa che racchiude l’essenza stessa del personaggio, allora può essere una buona idea mostrarglielo, perché può provocare in lui un’impressione sufficientemente intensa da non avere poi più bisogno di parole. Per esempio, mentre lavoravo con Will Smith ad Ali, gli ho fatto vedere il girato di una scena in cui pensavo che avesse colto perfettamente il personaggio. Questo lo ha incredibilmente motivato. Per cui ogni tanto lo faccio, ma sempre in modo costruttivo, mai per criticare. Un’altra cosa molto importante è trovare la giusta distanza da cui guardare gli attori. A loro piace che gli si stia il più vicino possibile quando recitano. Hanno bisogno di sentire che stanno recitando per il regista e non solo per la macchina da presa. Se si sta tutto il tempo nascosti dietro il monitor, perderanno la motivazione. Ma in verità si ha bisogno di una certa distanza. Ci vuole un certo distacco. Mi è capitato di guardare gli attori da molto, molto vicino e di avere la sensazione che la scena fosse eccezionale, per poi rendermi conto, guardando il girato, che non funzionava. Si tratta, quindi, di trovare il compromesso tra lo stare troppo vicini o troppo lontani. L’ideale, naturalmente, è maneggiare la macchina da presa di persona, cosa che ogni tanto faccio, perché permette di essere precisamente alla giusta distanza. Ma non sempre è possibile.

Le personalità forti sono le benvenute

Essendo il cinema un’arte collettiva, è importante circondarsi di persone valide. Scegliere dei tecnici validi è altrettanto difficile che scegliere dei bravi attori. Quando si sceglie un direttore della fotografia, per esempio, si può capire abbastanza presto se utilizza semplicemente un sapere acquisito per fare qualcosa di elegante o se invece ha una vera e propria visione artistica, se apporta quel tocco in più che permette di innalzare il livello del tutto. Ci sono tecnici passivi e altri che sono dei veri artisti, e bisogna essere capaci di distinguerli semplicemente guardando il loro lavoro. Per quanto mi riguarda, però, quello che cerco in primo luogo sono delle persone molto sicure di sé. Non voglio dei nevrotici. Voglio delle persone con caratteri forti. Allora si può lavorare insieme. Perché non si sentiranno intimiditi né minacciati, e non staranno sulla difensiva. Saranno onesti da un punto di vista artistico. Non ho nessun problema con uno che mi dice: «Michael, dimmi tu come la vedi, perché in questo momento mi sento perso». Mi sta bene. Quello che non voglio è uno che si sente perso, non vuole ammetterlo, prova qualcosa pur sapendo che non funzionerà, e si mette sulla difensiva quando gli chiedo perché ha fatto così. È un incubo e una perdita di tempo.

Un mezzo espressivo plastico 

Faccio film per me stesso. Sono perfettamente consapevole della necessità che le persone vedano il film e ne siano toccate, e non approccerei mai un film come un monologo interiore inaccessibile a tutti tranne me. Ma per far bene un film, lo devo fare per me. Deve essere personale e io devo esserne l’autore. Forse è per questo che ho sempre bisogno di essere coinvolto nella scrittura dei miei film. D’altro canto, i registi scrivono sempre, anche se non sono seduti fisicamente davanti alla tastiera. Il mio amico Ridley Scott, per esempio, non scrive mai una riga. Ma sta lì, con gli sceneggiatori, durante tutto il processo di scrittura e gli dice: «Ecco, deve essere così. Adesso fatelo». E gli fa riscrivere tutto, fino a quando non è come vuole lui. E credo che la maggior parte dei registi che si assumono una responsabilità artistica si trovino in questa situazione. Chi non capisce fino a che punto un regista è un autore non ha capito niente della regia. Posso modificare il senso di una scena solo con la luce. Posso girare una scena con un certo significato e poi inserire un brano musicale che le darà un senso completamente diverso. Quando ci si rende conto fino a che punto il cinema è un mezzo espressivo plastico e quanto si può modificare il contenuto con mezzi puramente cinematografici, appare evidente che di fatto i registi scrivono i loro film.

 

Filmografia

Strade violente (Thief), 1981

La fortezza (The Keep), 1983

Manhunter – Frammenti di un omicidio (Manhunter), 1986

L’ultimo dei mohicani (The Last of the Mohicans), 1992

Heat – La sfida (Heat), 1995

Insider – Dietro la verità (The Insider), 1999

Ali (id.), 2001

Collateral (id.), 2004

Miami Vice (id.), 2006

Nemico pubblico (Public Enemies), 2009

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