Elena Ferrante Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elena-ferrante/ un blog di approfondimento culturale Tue, 26 Jan 2021 08:57:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elena Ferrante Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elena-ferrante/ 32 32 Napoli, il rione geniale: qui è nato il racconto di Elena Ferrante https://minimaetmoralia.it/letteratura/napoli-il-rione-geniale-qui-e-nato-il-racconto-di-elena-ferrante/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/napoli-il-rione-geniale-qui-e-nato-il-racconto-di-elena-ferrante/#respond Tue, 26 Jan 2021 09:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47620 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo. di Livia De Paoli A due chilometri dalla stazione di Napoli Centrale e vicino alla fermata metro Gianturco si trova il rione Luzzatti. Ci si arriva percorrendo una strada ad alto scorrimento che collega il centro alla zona industriale, in direzione est. Qui la rete di vie […]

L'articolo Napoli, il rione geniale: qui è nato il racconto di Elena Ferrante proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

di Livia De Paoli

A due chilometri dalla stazione di Napoli Centrale e vicino alla fermata metro Gianturco si trova il rione Luzzatti. Ci si arriva percorrendo una strada ad alto scorrimento che collega il centro alla zona industriale, in direzione est. Qui la rete di vie e viuzze che caratterizzano la città si disperde in una geografia urbana rada, dove agglomerati di palazzine lasciano il posto a distese di terra incolta e a vecchie discariche.

Anna e Raffaele sono residenti storici del rione; lui è nato qui negli anni Cinquanta, ricorda quando nelle case non c’erano le docce e la gente andava a lavarsi gratis ai bagni pubblici. Lei è arrivata dopo, appena sposati, da un paesino della provincia campana. Questo posto per Anna è stata una conquista. «Un tempo lo chiamavano la piccola Parigi, perché c’era un bel viale alberato e per farti assegnare un appartamento dall’Istituto delle case popolari dovevi avere la fedina penale pulita. Ci vivevano solo persone per bene». Le finestre del loro salotto affacciano sulla piazza Francesco Coppola, in pieno rione, dove comitive di ragazzi scorrazzano in motorino mentre “Peppe dal 1986”, un furgoncino ambulante, sforna pizzelle e frittatine per un euro al pezzo.

Da quando sono finite le riprese di L’amica geniale, la serie tratta dall’omonima quadrilogia di Elena Ferrante e diretta da Saverio Costanzo, sulle facciate di diverse palazzine sono state affisse le fotografie delle due protagoniste Lila e Lenù e di alcuni dei personaggi principali. Francesco, ventitré anni, abita a un isolato da casa di Anna e Raffaele, non ha visto la serie ma conosce a memoria tutti i murales e cammina indicandoli. Davanti alla scuola elementare del rione, dove nel racconto ferrantiano studiavano le due protagoniste, alcune foto sono state sostituite con installazioni in alluminio. «All’inizio le avevano strappate, più per scherzo che per sfregio, perché la gente non sapeva chi fossero. Sono venuti qua e le hanno messe, ma non hanno fatto nulla. Non c’è stata un’inaugurazione o qualsiasi cosa che potesse creare aggregazione» dice Francesco. Un’installazione all’entrate del rione, sotto il ponte della metro Gianturco, è durata un giorno e poi è sparita. Rubata.

Secondo Titta Fiore, presidente della Film CommissionCampania – che ha curato la mostra L’amica geniale. Visioni dal setcon la direzione del museo Madre di Napoli– c’è una forte corrispondenza tra le foto di scena e il quartiere. «Eduardo Castaldo, nelle sue installazioni di street art al rione Luzzatti, unisce la fascinazione di una storia ai luoghi che l’hanno accolta. Il progetto espositivo sottolinea momenti e passaggi cruciali delle riprese, valorizza gli aspetti culturali e la vocazione turistica del territorio regionale».

Prima della pandemia l’invito ai turisti aveva funzionato: gruppi spontanei e organizzati passeggiavano per strade di solito frequentate solo da residenti, scattavano foto e tracciavano somiglianze tra i luoghi reali e le descrizioni dei libri. «Una volta mia figlia era sull’autobus per casa e un signore inglese le ha chiesto se conoscesse il rione Luzzatti, e lei: certo, ci sono nata!» dice Raffaele. Per lui che tiene in mano le redini cronologiche del quartiere questa è stata una vera novità. «La descrizione del rione è fedele alla realtà: ci sono il bar, la pasticceria, la salumeria. Per quanto riguarda le persone non so, se sono così come li descrive la serie, e prima il libro. Forse con la riassegnazione delle case popolari, negli anni Sessanta, e la costruzione di nuovi edifici, c’è stato una sorta di riequilibrio nel quartiere. È arrivata più povertà». Secondo Anna «è vero quello che succede a Lila nella serie: che le femmine non ce le mandavano a scuola, perché era meglio che stavano a casa e imparavano a cucire, a cucinare».

Nelle parole di Elena Ferrante e nelle immagini che sono poi state andate in onda il rione appare come un luogo di povertà e miseria, dove criminalità, mancanza di mezzi e di risorse sfilacciano il tessuto sociale e lo corrodono. Oggi questo posto assomiglia a una periferia urbana, una zona tranquilla ma priva di servizi e opportunità per le persone che ciabitano. Francesco studia cinema all’Università Federico II e lavora in centro, al rione torna solo di sera perché «tanto che ci stai a fare, non c’è nulla». Anna, che fa parte del comitato di quartiere, racconta che è stato presentato un esposto al comune per verificare l’assegnazione di un terreno a un’associazione che avrebbe dovuto realizzare dei progetti per i residenti, tra cui degli orti urbani. A un anno dalla consegna dell’esposto, lo spazio rimane una discarica e il comune non ha inviato risposte.

Con l’arrivo dei turisti, che è probabile ritornino finita la pandemia – rimangono altre due stagioni della serie e, intanto, i libri continuano a essere letti in tutto il mondo –, il rione avrebbe potuto beneficiare di una riqualifica. Al momento non sono previste nuove iniziative, la mostra è rimasta un evento a sé nato soprattutto per creare un raccordo tra la serie e il territorio.Nel panel di presentazione del progetto si celebra soprattuttoil ruolo del cinema come portavoce e immagine  della cultura campana.

Negli ultimi anni, i set e le riprese sono stati una presenza imponente in Campania: dai dati pubblicati dalla Film Commission regionale emerge che nel 2019 più di sessanta produzioni sono state attive sul territorio. Secondo Alex Marano, che si occupa di produzione e ha lavorato negli ultimi film di Mario Martone e di Paolo Sorrentino, «da tre quattro anni a questa parte Napoli è la capitale del cinema italiano». Lui, come altri giovani, ha trovato lavoro grazie all’enorme indotto che le produzioni cinematografiche creano sul territorio. In altre periferie, come Scampia, ci sono stati degli effetti più evidenti che a Luzzatti. Maurizio Braucci, scrittore e sceneggiatore di Gomorra e Martin Eden, sostiene che il cinema crea sempre una relazione con il territorio, anche se è spesso difficile. «In aree dove la disoccupazione raggiunge il settanta percento, un set cinematografico offre possibilità concrete di lavoro, a partire da occupazioni più saltuarie: comparse, macchinisti, affittacamere. A volte si rischia di creare delle illusioni, perché c’è chi vuole fare l’attore chi il regista. Altre vai a smuovere degli equilibri precari, che esistono nei luoghi. Dove ci sono delle produzioni che vengono con un certo spirito e rimangono per un bel po’ di tempo si vedono degli effetti positivi, ma è assurdo che questo ruolo venga affidato al cinema, come si dice a Napoli è mettere una pezza a colori».

Se da un lato, quindi, è impossibile chiedere al cinema di arrivare lì dove mancano le istituzioni, dall’altro a volte il cinema riesce a dar voce a quei territori che le istituzioni lasciano in ombra, li illumina. In alcuni casi questo non basta, in altri dove c’è una luce si riescono anche a vedere le ombre, a nominarle.

Ed è anche questo l’input da cui inizia il racconto in L’amica geniale: Elena, la voce narrante, quando non sa più come rintracciare Lila, si siede alla scrivania della sua casa a Torino e inizia a scrivere della vita dell’amica, ricostruisce la sua e la loro storia.

___________________

Didascalia foto:

foto 1: rione Luzzatti (visto da fuori)

foto 2: una delle installazioni della mostra di Eduardo Castaldo, Visioni dal set

foto 3: gigantografia delle due protagoniste, Lila e Lenù, fuori dalla metro Gianturco

foto 4: edicola votiva al centro del rione Luzzatti

foto 5: fuori dal rione, in direzione nord

foto 6: fuori dal rione Luzzatti-Ascarelli, in direzione sud

foto 7: rione Luzzatti (visto da dentro)

L'articolo Napoli, il rione geniale: qui è nato il racconto di Elena Ferrante proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/napoli-il-rione-geniale-qui-e-nato-il-racconto-di-elena-ferrante/feed/ 0
C’era una volta l’America https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cera-volta-lamerica/ Wed, 03 Jan 2018 10:12:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35869 Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto […]

L'articolo C’era una volta l’America proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto di New York battesse ancora tra le città del Vecchio Continente), ma un altrettanto imperdonabile sentimento di minorità ci ha persuaso di trovare in America un paradiso a noi precluso (come se l’Europa non producesse una cultura impossibile da rinvenire in qualunque altra parte del mondo). In questi casi viaggiare diventa l’arte della disillusione. Le cose, viste da vicino, smentiscono il proprio mito. In compenso rivelano dettagli che le rendono più umane e fragili di come le avevamo immaginate.

Arrivo a San Francisco in un caldo venerdì di ottobre. Il viaggio inizia sulla costa ovest. Europa Editons – nata da una costola dell’italiana e/o – è l’editore che sta facendo scoprire la letteratura europea a un continente che traduce appena il 3% di ciò che pubblica. Il modo in cui sono riusciti a imporre qui Elena Ferrante è esemplare. Europa Editions e anche il mio editore americano, e ha organizzato il tour che mi vedrà in giro tra Stati Uniti e Canada.

Viaggiando dall’aeroporto verso la città, il cielo sulla baia di San Francisco è saturo di colori innaturali. Una suggestiva luce color miele avvolge lo skyline. Ciò che vediamo è in realtà l’effetto dei terribili incendi che stanno devastando la Napa Valley. Le fiamme hanno divorato quasi ottanta ettari, distrutto migliaia di case, ucciso persone. Per evitare pericoli le scuole oggi sono chiuse. Una grande nube tossica avanza verso di noi nel più suadente dei modi.

In questa atmosfera irreale mi muovo tra edifici che pochi anni fa sarebbero stati diversi. La provvisorietà qui porta il segno del potere: i soldi della Silicon Valley ridefiniscono di continuo l’assetto urbano. San Francisco è una delle città più prospere degli Stati Uniti, e al tempo stesso tra le più care. Trovare lavoro non è difficile (nel fine settimana a Frisco arrivano persino gli autisti stagionali di Uber), ma se non sei anche molto ricco il cuore della città è precluso. A mezz’ora di macchina c’è la sede di Facebook, di Tesla, di Hewlett-Packard, di Apple, di Google, di You Tube. Vedere passare un’auto elettrica è facile, ma è più facile imbattersi negli homeless che popolano a migliaia queste strade.

La produzione di ricchezza non cancella la povertà, e persino un certo mondo culturale non sembra ricevere benefici dall’ultima rivoluzione industriale. Dimenticatevi i beat e l’estate dell’amore. Benché la libreria City Lights di Lawrence Ferlinghetti resti l’orgoglio di North Beach e a pochi passi, tra le mura smeraldine del Sentinel Building, ci sia Zoetrope (lo studio cinematografico della famiglia Coppola), la sensazione è che lì dove il desiderio condiviso insegue l’algoritmo perfetto il mondo del cinema e della letteratura di ricerca sia marginale.

Me ne accorgo frequentando le serate del Litquake, il festival a cui sono invitato. È uno degli appuntamenti più noti di queste parti, ma siamo lontani da ciò che potrebbe succedere a Mantova, a Milano, a Torino, a Palermo, a Roma per qualcosa di analogo. Da una parte privatizzazione e gentrificazione impediscono che i luoghi più rappresentativi di una città siano prestati a una manifestazione letteraria (tutti gli scrittori americani, tra quelli che ci sono stati, mi hanno detto che Massenzio è il luogo più bello in cui hanno mai fatto un reading in vita loro), dall’altra è raro trovare il coinvolgimento popolare che per questi eventi c’è in Europa. Negli Stati Uniti può succedere che una serata con Zadie Smith e Jeffrey Eugenides attiri non più di cento persone. Così da noi il calore che circonda i festival è magari eccessivo, perché genera ogni volta l’illusione che la cultura sappia innescare i cambiamenti che non propizia la politica. Negli Stati Uniti però il problema non si pone. È come se da una parte ci fosse il mercato dei libri, le scuole di scrittura, i dipartimenti di lettere e i ritrovi per appassionati; dall’altra c’è il mondo delle cose che contano, il potere, per nulla intaccato da chi si occupa di libri. Fatti salvi pochi autori come Paul Beatty o Ta-Nehisi Coates, impegnati a scuotere le coscienze sulle tensioni razziali (in Italia un ministro può permettersi condotte che altrove porterebbero alle dimissioni, ma se dalle nostre parti la polizia si fosse comportata come a Charlotte o a Saint Paul ce ne sarebbe stato a sufficienza per far tremare un governo) è raro che uno scrittore abbia voce nella vita pubblica nazionale. Pur avendo scritto un romanzo che ha al centro il crollo delle Twin Towers, Jonathan Safran Foer mi ha raccontato che ogni 11 settembre le richieste di interviste e di articoli sul tema gli arrivano dai giornali europei, mai da un quotidiano del suo paese.

Eccomi allora in un interno di Market Street molto simile a un locale clandestino. Sono con una scrittrice svedese, un narratore francese, una critica letteraria olandese. Titolo dell’incontro: Longform Fiction from Europe. Bastano pochi scambi con il pubblico perché noi europei, ricevendo conferma di ciò che già sappiamo, iniziamo a guardarci l’un l’altro con benevolenza. Così come gli appassionati che in Europa vengono ad ascoltare uno scrittore americano sanno tutto della scena letteraria statunitense, i lettori americani, con la grandiosa eccezione di Elena Ferrante, non conoscono quasi nulla di ciò che accade da noi. La sensazione di essere ai loro sguardi un animale esotico mi fa partire lancia in resta con un discorso appassionato sui benefici degli scambi intercontinentali. Hemingway a Milano, Eliot da Bergson a Parigi, Salinger sulle Ardenne, la prima e la seconda generazione di ebrei a New York, per non parlare di Vladimir Nabokov che sbarcò a Manhattan portandosi in spalla qualche secolo di letteratura russa. “Il dialogo con l’Europa ha sempre fatto bene al vostro paese”, concludo.

Noto in chi mi ascolta curiosità mista a sconcerto. Non sembro solo un animale esotico, parlo come un animale esotico. Non che i presenti ignorino Salinger o T.S. Eliot. Ma è proprio lo schema del discorso (tutti i collegamenti tra passato e futuro, tra un continente e l’altro) a essere lontano dalle loro abitudini. Perché mai sto parlando degli anni Trenta? Cosa mi spinge a evocare Philip Roth, uno scrittore che non pubblica da tempo? E come mai, parlando di Roth, sento il bisogno di tirare in ballo addirittura Bernard Malamud, un dinosauro studiato giusto da quattro accademici di Yale?

Il tempo. La verticalità. Durante il mio soggiorno americano sentirò sempre la mancanza di una dimensione che per noi è fondamentale. E tuttavia, nonostante i miei discorsi appaiano strani, chi affolla questa stanzetta ha pagato 15 dollari per ascoltarmi e non sembra pentito. Ecco un difetto della cultura europea – e di quella italiana – di cui invece non sento la mancanza: il pregiudizio, lo scetticismo preventivo, il cinismo, il vittimismo, l’arte di arrendersi per non mettersi in gioco. Qui in America non c’è nulla che preventivamente non valga la pena di essere fatta. Non importa da dove vieni. Se hai un’idea in cui credi, chi ti circonda tenderà ad aiutarti, non a ostacolarti. Se sulle prime non funziona, provaci ancora. Se continua a non ingranare, la colpa forse non è di una macchinazione oscura. Il governo e le scie chimiche non hanno spalle tanto grandi da accollarsi le tue responsabilità. Se il tuo progetto non parte significa che ha qualche difetto, e se ti lasci aiutare – qualcuno disposto ad aiutarti su un progetto interessante lo trovi sempre – è probabile tu che riesca a realizzarlo. Ciò che funziona genera fiducia, non invidia. La sensazione è che qui prendano insomma in modo molto serio e adulto persino la loro puerilità, e noi prendiamo in modo troppo puerile la nostra altrimenti preziosa maturità.

Tanta fede nel sistema possiede tuttavia qualche controindicazione. Sempre a San Francisco, il giorno dopo, durante un incontro in libreria, una signora mi chiede cosa ne penso della misoginia in Italia. Il modo in cui alcuni miei connazionali hanno attaccato Asia Argento sul caso Weinstein è “sconvolgente”. Rispondo che nel mio paese le scorie del patriarcato producono effetti grotteschi. Definisco “scandaloso” che in Italia non ci sia mai stata una donna Presidente del Consiglio. “Del resto… neanche voi avete mai avuto un Presidente donna”, aggiungo, e vedo un velo di perplessità sul volto della mia interlocutrice. Torno all’Italia, dico che il caso di Asia Argento dimostra quanto siamo retrivi, vedo la soddisfazione riprendere possesso della donna, “BUT MAYBE!”, non riesco trattenermi citando un tormentone di Luis CK (anche lui tra qualche giorno accusato di molestie), “ma forse”, dico, “il caso Weinstein, esploso proprio qui sulla West Coast, dimostra quanti problemi sul tema abbiate pure voi. Parliamone”.

Mormorio in sala. Sarebbe eccessivo dire che ho sortito l’effetto di un professore iraniano venuto ad accusare il Congresso di scarsa democrazia. Se credi che il tuo sistema non sia il migliore possibile ma migliore di quello degli altri, farselo mettere in discussione non è semplice. Proprio per questo, scoprirò, l’argomento più evitato da un bianco americano che vota democratico e va a sentire il reading uno scrittore europeo, si chiama oggi Donald Trump.

Tornerò negli Stati Uniti tra una settimana. Domani parto per il Canada.

Calgary, Vancouver, Toronto. Il Canada è il paese più esteso del mondo dopo la Russia, e io lo attraverso da una costa all’altra. Se gli Stati Uniti rischiano di apparire la nazione di Donald Trump, dei poliziotti dal grilletto facile, dei pluriomicidi che sparano a caso sulla folla “non perché abbiano le armi” (Donald dixit), il “piccolo” Canada di Justin Trudeau potrebbe essere l’eccezione culturale del Nord America. Ecologia, rispetto delle minoranze, diritti civili, e uno stato sociale non ancora defunto. Il Canada è anche la testimonianza che il riscaldamento globale non è una fake new (a fine ottobre mi aggiro in t-shirt a Toronto) e che nessuno è soddisfatto da ciò che accade in casa propria (qualche sera dopo, a cena, Naomi Klein mi dirà che Trudeau è più un brand che l’uomo del cambiamento).

È difficile negare che un’atmosfera di pace regni tra questi grattacieli. Il lavoro c’è. I servizi funzionano. Le università pubbliche contano su strutture invidiabili. I festival letterari si svolgono in un clima di rilassatezza e felice coinvolgimento dei gruppi di lettura. A Vancouver l’autista che mi porta al festival dove sono destinato tampona un’altra macchina – subito i proprietari delle auto incidentale si esibiscono nell’unica constatazione amichevole da me sperimentata in grado di omaggiare l’aggettivo. Tuttavia, a causa della bolla alimentata da Hong Kong (gli speculatori dell’ex colonia britannica hanno acquistato migliaia di case lasciate rigorosamente inabitate) un appartamento di 70 mq nel centro di Vancouver può costare 1 milione e mezzo di dollari. Un addetto al festival mi dice di aver creduto che un altro mondo fosse possibile soltanto quando è stato in Europa. Ha visitato Berlino, Roma, Barcellona, Parigi. Per lui fino a quel momento la vita sociale era vedersi al Mall con gli amici della moglie e incontrare gente allo sport club. È rimasto stupefatto da una civiltà che si incontra nelle piazze, circondata da chiese e statue in grado di comprimere qualche millennio di cultura in una sola forma, e da una vita sociale che a lui è apparsa (per spigliatezza, approccio, complessità di interazione) anni luce avanti rispetto a ciò che accade qui. “Non credere che in Canada sia tutto come appare. Questa serenità nasconde dei malesseri. Conta i ragazzi morti ogni anno di overdose a Vancouver”.

A ben guardare anche il rispetto delle minoranze mostra uno strano doppio fondo. Nella British Columbia riscuote ultimamente molto credito il movimento a tutela dei nativi. Non c’è evento pubblico che non inizi con un rappresentante dei Popoli delle Prime Nazioni a cui i colonizzatori chiedono scusa per essere quasi riusciti a sterminarli in passato e aver usurpato le loro terre. Dopo di che i colonizzatori ringraziano gli indigeni per concedergli ospitalità anche ora, proprio adesso che ad esempio il festival letterario a cui partecipo sta per iniziare. Tutto giusto. Mi domando tuttavia quanto ingenuo. Se, rompendo lo schema di formali gentilezze, il rappresentante delle Prime Nazioni dicesse: “be’, no, questa volta abbiamo deciso che non vi ospitiamo. Questo festival voi oggi non lo fate”, su quale spiacevole constatazione dovrebbe frantumarsi la grammatica del politicamente correttissimo?

Così, non appena si riconoscono l’un l’altro, gli scrittori europei invitati a un festival nordamericano tendono a fare comunella. Si guardano l’un l’altro come a dire: “dove siamo capitati?” Mai ho visto un francese così ansioso di abbracciare un tedesco. Mai un portoghese e un italiano si sono sentiti tanto protetti dall’essere ognuno sotto lo sguardo altrui mentre cercano di spiegare chi è Mircea Cartarescu a un professore universitario. In sintesi: ti accorgi che l’Europa esiste soltanto fuori dall’Europa.

Noi ce ne accorgiamo definitivamente quando, dopo una lunga serie di letture disciplinatissime, sul palco sale lo scrittore spagnolo Eduard Marquez. Rompendo la ritualità del programma, Marquez chiude anziché spalancare il libro da cui dovrebbe leggere. Quindi si lancia in un appassionato omaggio alla Catalogna. Illustra le ragioni di Puigdemont, biasima i torti di Madrid. Non arriva a proclamare lui stesso l’indipendenza, ma ci va vicino. I canadesi sono stupefatti. A nessuno qui verrebbe in mente di sfiorare l’apologia di reato durante un festival letterario. Gli altri scrittori europei sono invece in visibilio. Non perché favorevoli o contrari all’indipendenza della Catalogna, ma perché sentono finalmente aria di casa. E cioè: 1) possibilità di rompere gli schemi; 2) libertà di contestare lo stato delle cose portando a suffragio alcune tonnellate di studi sulla materia, piegate a un’altrettanto ipertrofica temperatura emotiva; 3) capacità di immaginare un radicale rovesciamento di paradigma, perché se in Nord America il cambiamento passa attraverso un lento, minuzioso e per noi forse inarrivabile perfezionamento dell’esistente, il cuore delle vere rivoluzioni batte nel brodo che generò i Giordano Bruno, i Galileo, gli Spinoza, i Sigmund Freud, i Karl Marx, i James Joyce e le sorelle Brontë, i Friedrich Nietzsche, gli Albert Einstein, le Simone Weil.

È con addosso l’argento vivo di queste considerazioni che torno negli Stati Uniti.

Chicago è tra le più belle città d’America, un vero capolavoro architettonico del Novecento. Il gotico, il neoclassico, l’art déco si fondono tutt’intorno in un magnifico concerto verticale. Tra i suoi cantori c’è Saul Bellow, che dipinse questa metropoli come una moderna Bisanzio.

Ma quando, devo ammettere in cerca di approvazione, faccio iniziare l’incontro letterario di cui sarei protagonista con un “sono felice di essere nella città di Saul Bellow!”, un centinaio d’occhi mi guardano perplessi. “Non conoscete Bellow?” Una signora alza la mano (“I know his books. I’m graduated in literature”). A Roma citare Pasolini è un sistema per scatenare l’aneddotica dei taxisti. Di nuovo sento la mancanza della dimensione verticale.

Sempre a Chicago avrò modo di constatare come la nostra eccessiva mancanza di patriottismo strida con la loro convinzione di essere davvero una specie di popolo eletto. Un signore del pubblico mi chiede in che senso – visto che l’ho appena affermato – ritengo che l’Italia sia un osservatorio privilegiato sul piano politico e sociale.

“Perché se guardate dalle nostre parti”, rispondo, “potrebbe capitarvi di vedere cosa succederà da voi tra dieci o quindici anni. Siamo un paese di grande cultura ma sempre in ritardo rispetto ai nostri omologhi. Non siamo preparati a gestire i cambiamenti, e quando il nuovo arriva è come se inciampassimo e, cadendo in avanti, vedessimo il futuro prima degli altri”

Mormorio in sala. Signore dal pubblico: “in che senso?”

“Non so se ha presente la citazione di Karl Marx secondo cui ciò che accade la prima volta come tragedia si ripete poi come farsa. Ecco, in Italia è vero il contrario. Ciò che da noi accade la prima volta come farsa, nel resto del mondo può ripetersi come tragedia. Capite dove voglio arrivare?”

“No”

“Ok, pensate a un uomo ricco. Un miliardario. Narcisista. Facile alle battutacce. Abituato ad andare in tv. Che a un certo punto si butta in politica. Chi vi viene in mente?”

Tutti: “Berlusconi!”

“Berlusconi, oppure…”

Una signora si stacca dal coro: “Berlusconi. Una minaccia per la vostra democrazia!”

“D’accordo, signora”, faccio, “ma Berlusconi non aveva la valigetta atomica. Berlusconi, oppure…”

(Mormorio in sala)

“…oppure Trump, no? Trump!”, alzo la voce, “il vostro presidente!”

Iniziale gelo tra un pubblico che vota democratico. Poi scoppiano tutti in una risata piena di cordialità.

Più tardi, a cena, mentre non smetto di decantare la bellezza di Chicago, un professore di antropologia mi ammonisce: “bella, certo, se non sei nero e non abiti in un ghetto. Sai quanta gente viene ammazzata qui ogni anno?” Mi racconta di un suo amico, un afroamericano che fa il medico, abita in periferia, e ogni giorno andando in ospedale viene fermato dalla polizia per una sorta di presunzione di colpevolezza dovuta al colore della pelle. “Pur non avendo figli, questo mio amico si è allora montato in macchina uno sgabello per bambini e ha riempito il sedile posteriore di peluche. La polizia lo scambia per un padre di famiglia e lo ferma di meno”.

A Baltimora sono ospite della John Hopkins University, una città nella città. “Benvenuto nella bolla”, mi saluta uno studente. Qui, tra studiosi di letteratura e persone attive nel mondo dell’editoria, chiarisco definitivamente qualche dubbio. Uno: Elena Ferrante in questo momento negli Stati Uniti è più famosa di Philip Roth. Questo è meraviglioso. Al tempo stesso trovo assurdo che siano gli italiani a non capacitarsene. La fortuna de L’amica geniale ha riaperto l’interesse degli americani per la nostra letteratura, ma la ridicola avversione che nutriamo per il successo dei connazionali ci impedisce di indagarne a fondo il valore. Due: benché negli Stati Uniti si legga mediamente più che da noi, il mercato dei cosiddetti libri letterariamente forti non è così diverso. Altra sorpresa: molti scrittori americani che da noi sono santificati, in madrepatria non godono di molta considerazione. Infine: la letteratura europea conta negli Usa su un pubblico di iniziati, ma ultimamente è una sorpresa per gli scrittori locali. I quali, formatisi anche troppo sui corsi di creative writing e ligi alle prescrizioni degli editor, trovano sorprendente la libertà di forma (e dunque di pensiero) che sappiamo concederci. Nessun europeo sarebbe in grado di scrivere Non è un paese per vecchi. Ma romanzi come Bussola, Austerlitz, Trilogia della città di K o Memoriale del convento sono possibili solo da noi.

A Iowa City, nell’eterna provincia del Midwest, trovo forse l’unica America che per produrre immaginario può fare a meno di guardare troppo fuori da se stessa. Sono ospite di Charles D’Ambrosio, uno degli scrittori contemporanei che amo di più. D’Ambrosio insegna all’Iowa Writer’s Workshop. Da qui, tra insegnanti e studenti, sono passati nomi come Raymond Carver, John Cheever, Flannery O’Connor, e quella che forse oggi è la voce più intensa e profonda della narrativa americana: Marilynne Robinson. “Nel nostro paese la letteratura viene quasi sempre dalla provincia”, mi dice Charles. Basti pensare al Mississippi di Faulkner o al remoto Massachusetts di Emily Dickinson. Il Maine di King. Persino Truman Capote, in apparenza il più metropolitano degli scrittori, in Colazione da Tiffany racconta una storia di provinciali che arrivano nella grande città.

È con in testa l’immagine di Holly Golightly che arrivo allora a New York, ultima tappa del mio viaggio. Nel Centre for Fiction, il luogo in cui ho l’onore di parlare, non troppi isolati lontano dalla casa del narratore di Capote, lì dove nessun giovane artista potrebbe ormai permettersi di vivere, parlo ancora della necessità di ricostruire un ponte tra Stati Uniti e Europa. Ricordo l’incipit di Chiamalo sonno di Henry Roth, magnifico archetipo letterario moderno sull’arrivo degli europei nel Nuovo Mondo. Che mondo è quello del XXI secolo? Europa e Stati Uniti hanno spesso riconosciuto se stessi attraverso l’altro, e tanto più dovrebbero farlo adesso, quando l’oceano li che separa sembra farsi più profondo. In Europa viviamo un’epocale crisi d’identità, ma l’America di Trump, così convinta di bastare a se stessa, sembra chiusa in uno spaventoso sogno fatto di rabbia e di paura. Gli europei sono i peggiori sostenitori di se stessi, eppure sotto le strade di Roma, di Parigi, di Vienna, di Berlino, di Barcellona, morte e risorte tante volte, scorre un messaggio da cui chiunque potrebbe trarre giovamento.

“È una vergogna vincere la guerra”, scriveva Curzio Malaparte in quel paradossale trattato sui rapporti tra Vecchio e Nuovo Continente che è La pelle. Noi, che la guerra l’abbiamo persa tante volte, siamo forse a conoscenza di un segreto che dovremmo divulgare.

L'articolo C’era una volta l’America proviene da Minima et Moralia.

]]>
Carne da canone https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/#comments Tue, 29 Nov 2016 13:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32689 (fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

L'articolo Carne da canone proviene da Minima et Moralia.

]]>
books

(fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri? Forse avremo pochi dubbi sugli anni ‘70: La Storia, I sillabari e Todo modo. Forse anche per ’80: Altri libertini, Seminario sulla gioventù, Diario di un millennio che fugge. Più difficile dire degli anni ’90 dove convivono Gioventù cannibale e Alonso e i visionari. Ma quando si cerca di stabilire cosa rimarrà nei prossimi 15 anni della letteratura italiana scritta dal 2000 a oggi?

Una delle possibili risposte sta in Canone 2030, saggio edito da Enrico Damiani Editore, che vede gli interventi di Paolo Di Paolo, Cristiano De Majo, Gabriele Pedullà tra i tanti. Se ormai non riusciamo più a stabilire in termini teologici, né filosofici o giuridici dove risieda il bello, Canone 2030 ha un pregio: col metro di una vocazione storicista cerca di decidere almeno quali siano i libri più importanti degli ultimi 15 anni pubblicati in Italia.

Nei suoi episodi più interessanti Canone 2030 centra il bersaglio: emerge un panorama molto differenziato, che smentisce alcune delle mitologie critiche nostrane. Non potrebbe essere diversamente, considerando gli autori trattati: Nicola Lagioia, Edoardo Albinati, Elena Ferrante, Giordano Tedoldi, Antonio Tabucchi, Alessandro Piperno, Serena Vitale, Roberto Saviano, Milena Magnani, Caterina Serra, Simona Vinci, Andrea Bajani, Francesco Pecoraro, Leonardo Pico Ciamarra, Lucia Calamaro, Milo De Angelis. Alcuni di questi sono molto letti, altri sono solo prediletti, perché la critica non può fare a meno di sondare, osservare, valutare i libri del presente, dando anche qualche stoccata come accade in questo saggio. E sebbene appare evidente la difficolta di dare un canone quando un corpo sociale è così suddiviso in microcomunità emerge un dato perlomeno statistico: le tribù letterarie in Italia sono grossomodo tre: letteratura di genere, nonfiction e autofiction.

Non è la fiction

Non è un caso che Paolo Maccari, nel suo intervento su Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale, scriva sul senso di «saturazione verso le ‘storie finte’ e di un bisogno diffuso dell’effetto realtà che si avverte un po’ a tutti i livelli». Gilda Policastro continua: «la suspension of disbelief sembra non poter riguardare almeno un paio di generazioni che la confidenza col virtuale ha reso quasi per paradosso più scettiche, meno avvezze alla finzionalità romanzesca, da cui rifuggono per un sentore di stantio, di muffa e di separatezza dal mondo». L’autofiction conosce il suo zenit con Trevi, Genna, Nesi e Piccolo. Curiosa dimenticanza di questo saggio è l’assenza dell’autore che più rappresenta questo genere in Italia: Walter Siti. Per contrasto emerge un’altra figura che Francesco Longo identifica con l’autore di Inseparabili, Piperno, che «sembra ignorare i generi egemoni oggi in Italia e tira dritto lungo la strada del romanzo. Sembra che per lui esistano solo i romanzi».

Il corpo negato

Negli ultimi 15 anni solo due italiani hanno avuto una dimensione davvero internazionale: la Ferrante e Saviano. Entrambi sono presenti nel discorso pubblico, ma da una posizione di evanescenza più o meno ideale; la prima assenza è voluta, la seconda imposta dalle drammatiche circostanze. Sono tra noi ma allo stesso tempo sono irraggiungibili, sono autori senza corpo, avatar. Se per Paolo Di Paolo «la forza di Ferrante è, più che nei suoi libri, nel suo non esserci», per Cristiano De Majo la grandezza di Gomorra risiede nel cortocircuito che il corpo minacciato del suo autore imprime all’opera letteraria quando diventa testimonianza civile. Altrove il corpo negato è quello dell’editore. Accade che lo scrittore che più ha investito sulla cifra della radicalità negli ultimi anni, Giordano Tedoldi, dopo Io odio John Updike e I segnalati, decida di autopubblicare e vendere su Amazon il suo romanzo Deep Lipsia. Analogo destino è quello di Fallire di Beppe Sebaste, anch’esso autopubblicato su Amazon.

Tra quindici anni saranno carta solo pochissimi libri, l’autore sarà il sinonimo di un prisma ottico da cui partiranno una serie di informazioni, gli editori da evocare in seduta spiritica?

L’importanza genetica delle interazioni artistiche

Nessun canone ha la pretesa di essere esaustivo e di farsi regolamento, tantomeno questo Canone 2030. Tuttavia qualsiasi esplorazione geografica, anche la più spericolata, esercita la nostra capacità di relativizzare l’esperienza artistica. Se dall’arcipelago di ghiaccio del ‘900 emergono con forza i vari Levi, Manganelli, Landolfi, Ginzburg, Morante, questa vittoria l’hanno subita i vari Raffaello Brignetti, Ottiero Ottieri, Vittorio Gorresio e i tanti di cui non rimane che il fenomeno allucinatorio. A rileggere il passato non si può che essere d’accordo con esso: in pochi oggi baratterebbero una pagina de La tregua con le trecento di Tempi stretti.

Torniamo a monte. L’aneddoto su Peppino di Capri ci fa sorridere perché sappiamo la storia ineluttabile, dimenticando che il vero campo di battaglia è il presente. È suggestivo immaginare un presente dove ha vinto il gene di Peppino di Capri su quello di Lennon e soci, o dove Liala sovrasta Calvino. Improbabile e ormai impossibile, eppure sappiamo la casualità forte quanto la genetica: nel 2030 forse non sentiremo più la necessità di una sintesi interpretativa perché non ci sarà più nulla da leggere e interpretare.

Fissate nella memoria questa scena: lo scrittore Flavio Soriga, inviato speciale di Rai Letteratura al Salone del Libro di Torino 2016, intervista il cantautore Motta, che presenta il suo nuovo album La fine del vent’anni. Soriga chiede: «tu sei un lettore?». Motta sorride alla telecamera. La risposta è superflua, immaginatela. Ciò che conta è proprio la domanda. Proviamo a rovesciarla: «tu ascolti musica?».

Bene, nel 2030, di chi sorrideremo: di Flavio Soriga o di Francesco Motta?

L'articolo Carne da canone proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/feed/ 2
Paolo Sorrentino e “The Young Pope” https://minimaetmoralia.it/interviste/paolo-sorrentino-e-the-young-pope/ https://minimaetmoralia.it/interviste/paolo-sorrentino-e-the-young-pope/#comments Thu, 13 Oct 2016 07:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32265 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nei cassetti di Paolo Sorrentino: appunti di ricordi insulsi o fondativi destinati a esplodere in scene fiammeggianti, o a delineare personaggi. Ritagli. Immagini. Sentimenti lasciati a galleggiare in attesa che si palesino. Progetti saltati, rimandati, ripresi, che tengono a bada l’horror vacui. Insomma, era il 2013 e il regista aveva il suo da fare montando La grande bellezza, ma nei cassetti scivolò la storia di un giovane papa americano fico, conservatore e pieno di contraddizioni. A dire il vero, lui era preso da un’altra santità, quella di padre Pio: aveva letto la biografia di Sergio Luzzatto e gli era piaciuta molto.

L'articolo Paolo Sorrentino e “The Young Pope” proviene da Minima et Moralia.

]]>
young

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nei cassetti di Paolo Sorrentino: appunti di ricordi insulsi o fondativi destinati a esplodere in scene fiammeggianti, o a delineare personaggi. Ritagli. Immagini. Sentimenti lasciati a galleggiare in attesa che si palesino. Progetti saltati, rimandati, ripresi, che tengono a bada l’horror vacui. Insomma, era il 2013 e il regista aveva il suo da fare montando La grande bellezza, ma nei cassetti scivolò la storia di un giovane papa americano fico, conservatore e pieno di contraddizioni. A dire il vero, lui era preso da un’altra santità, quella di padre Pio: aveva letto la biografia di Sergio Luzzatto e gli era piaciuta molto.

Lorenzo Mieli, il produttore prodigio della Wildside, sapeva di questa passione e gli aveva proposto di farne una serie: «Ma in tv di padri Pii ce n’erano stati già due, e un terzo, per quanto diverso, non mi pareva il massimo. Gli ho prospettato invece questa storia sul Vaticano e mi sono messo a scribacchiarla, sicuro che, in un Paese come il nostro, sarebbe stata lettera morta. Invece Mieli mi ha preso sul serio, ha combattuto per realizzarla; è intervenuta massicciamente Sky, poi siamo andati da Hbo, che per la prima volta ha coprodotto una serie europea. È un pionierismo di cui siamo fieri: ha aperto la strada a progetti come la saga della Ferrante e il Limonov di Carrère. I più grandi producer di serie tv al mondo chiedono a noi italiani se abbiamo qualcosa di buono e dicono: bene, facciamola insieme».

Aleggia quindi il miracolo, e non solo produttivo, su The Young Pope, che debutta il 21 ottobre su Sky Atlantic e ha già fatto parlar bene di sé alla presentazione dei due primi episodi a Venezia. Ricapitolando: Jude Law/Lenny Belardo, 47 anni, è Pio XIII, primo papa americano della storia, appena eletto; nostalgico della messa tridentina, labbra alla Mick Jagger, un gran bel sedere che si vede subito nelle abluzioni mattutine, e un passato di abbandono dato che i genitori fricchettoni l’hanno mollato in un orfanotrofio cattolico quando aveva sette anni.
Diane Keaton/sister Mary è la suora che lo ha accolto, educato e spinto verso la brillante carriera ecclesiastica. Silvio Orlando/cardinal Voiello è il segretario di Stato che ha gattopardescamente brigato in favore dell’epocale elezione di Belardo per fare in modo che tutto rimanga com’è, ma ha sbagliato previsioni. Tutto intorno, la curia e le mene per il potere. Ma niente scandali, delitti, misteri alla Dan Brown. L’unico mistero è quello della fede.

Appunto: lei l’ha fatta la comunione?

«Certo, anche la cresima. E l’ambiente religioso lo conosco abbastanza perché ho studiato dai salesiani, al liceo. Sono mondi particolari, a connotazione sessuale unica: solo maschi o femmine, quindi prevedono tutte le aberrazioni del caso».

Come vanno i suoi rapporti con Dio?

«Non so: ho fatto dieci puntate – dovevano essere otto, ma mi sono allungato – su delle persone presumibilmente immerse nella fede e non ho ancora le idee chiare. Confido nella seconda serie».

E il suo papa? Al confessore dice che non crede in Dio, ma poi fa marcia indietro: «Stavo scherzando».

«Una cosa l’ho capita: la domanda fondamentale non è credi? Non credi? Ce n’è una più decisiva: perché non si può fare a meno dell’esigenza di Dio, di un rapporto di negazione o di abbraccio? Nessuno, neanche un agnostico, riesce a eludere questo domandone: essendo superiore alle mie possibilità io non ho trovato risposta, ma uno più intelligente di me, lo studioso di teologia Jack Miles, autore di Dio: una biografia, sostiene che è il più grande personaggio letterario mai esistito, così grande che lo conosciamo abbastanza in dettaglio anche senza aver letto la Bibbia. È così potente che ci invade la vita al di là dal nostro assenso. The Young Pope è un’indagine su uomini e donne, ma sono soprattutto uomini, che fanno un matrimonio molto stretto con qualcuno che materialmente non c’è, Dio. Su una relazione con Dio vissuta in modo diverso da noi, che ogni tanto ci ricordiamo di lui e continuiamo a farci i fatti nostri. No, quello è un rapporto ingombrante, è come aver un marito o una moglie che ti dice continuamente cosa fare o non fare».

Raccontata così, la serie potrebbe scoraggiare chi il domandone non se lo pone, ma c’è molto altro, anche se Sorrentino è abbottonatissimo sulla trama, perché al pubblico televisivo non va rivelato alcun passaggio o dettaglio, pena la disaffezione. Visto che gli aspetti più noti del Vaticano sono gli scandali, lui è andato a cercare il lato in ombra: il tran tran amministrativo, il menage sconvolto dal nuovo papa che fa colazione solo con la Coca-Cola Zero alla ciliegia (un’eresia), la redazione di un’enciclica, le relazioni tra i cardinali, il marketing della fede, spiragli e correnti della Chiesa. Insomma, è entrato in Vaticano come in uno studio legale o in una stazione di polizia per raccontarne la quotidianità. La quotidianità di un minuscolo Stato che non ha niente se non i palazzi, i quadri, le statue, la diplomazia.E la forza della guida di un leader monocratico cui fa capo un miliardo di fedeli.

E c’è il mistero, una suspense mistica, quasi hitchcockiana  che crea l’attesa del miracolo, dell’irruzione del soprannaturale. Sister Mary porta dei guanti a mezze dita: avrà le stigmate?

«No, i guanti se li è voluti mettere Diane Keaton per motivi suoi, forse per coprirsi le mani. Ma la propensione al soprannaturale della Chiesa cattolica è uno dei motivi che mi ha spinto a fare questo lunghissimo film, che non considero una serie, ma un film come gli altri che ho girato, più libero nella scrittura, quasi come un romanzo, senza il limite delle due ore, e molto più faticoso. L’unica regola televisiva che ho osservato è l’elemento di interesse alla fine di ogni episodio che fidelizza il pubblico. Ed è vero che c’è la suspense: ho disseminato quello che i credenti definiscono il mistero non umanamente comprensibile, la dimensione del prodigio, che il mago Silvan definirebbe un trucco, mentre Wojtyla obietterebbe che è Silvan a essere un cialtrone. La Chiesa prevede una messinscena suggestiva di santi, beati, miracoli, rivelazione: una sfida irresistibile per un regista».

Per un regista napoletano, figlio di una città che nel pensiero magico ci sguazza, questo imprinting sarà stato utile.

«Vengo da una famiglia dove tutti i parenti avevano visto fantasmi o munacielli e raccontavano cose incredibili. Sono cose che mi hanno molto impressionato da bambino, influendo sul mio rapporto con la realtà e la paura.  Ma oltre le superstizioni la materia è molto più affascinante. Anche se uno come me fatica ad afferrarne il senso: l’altro giorno parlavo con una donna di una certa età che mi sembrava di un’intelligenza meravigliosa, che poi ha detto: “Ora vado a messa, come tutti i giorni”. Mi ha colpito: la sua razionalità, la larghezza di vedute stridevano con la fede, c’è un corto circuito che non riusciamo a capire, come se credere nel trascendente fosse un attentato all’intelligenza. Invece la maggior parte degli studiosi del cattolicesimo sono fra gli intellettuali più attenti, profondi e speculativi, proprio perché sono abituati a porsi domande».

Il suo papa obbliga il padre confessore a riferigli le confessioni dei cardinali e in Vaticano non hanno gradito, sostenendo che nessun sacerdote tradirebbe il sacramento. Come pensa sarà accolta la serie da San Pietro in giù?

«Anche i mariti e le mogli non vorrebbero tradire il sacramento del matrimonio, ma succede. Il mio bravo consulente per le cose vaticane Alberto Melloni, che ne sa più di me, dice che sarà amata dai preti intelligenti. Da quelli che vogliono capire i lati oscuri e meravigliosi delle loro biografie. C’è anche chi ha avuto da ridire sul fatto che ho raccontato un papa conservatore mentre adesso Francesco sta rivoluzionando la Chiesa. Sempre Melloni mi ha avvertito che non è affatto improbabile che il prossimo papa sia un restauratore del vecchio ordine. È l’alternanza».

Perché il padre confessore a un certo punto dice: «Mi fanno male i capelli», battuta feticcio di Deserto rosso?

«Perché è molto sciocco. E la battuta, che è la quintessenza della stupidità, gli si addice. Questa citazione di Antonioni l’avevo già inserita in This Must Be the Place: anche a Sean Penn facevano male, i capelli, poi l’ho tagliata».

Continuando il gioco delle citazioni, al postfelliniano Sorrentino qualche omaggio al Maestro è sfuggito. Lui ricorre alla proprietà transitiva: il Vaticano ha un senso altissimo dello spettacolo, Fellini ha un senso altissimo dello spettacolo, filmando le cose vaticane non si può non essere felliniani. Anche la strategia dell’assenza di papa Belardo che non vuol mostrarsi ai fedeli, né apparire sui gadget della Santa Sede, e cita Salinger, Kubrick, Banksy, Daft Punk e Mina come campioni della fama e dell’invisibilità, ricorda un altro regista italiano, Nanni Moretti, non quello di Habemus Papam, ma quello di Ecce Bombo: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Adesso, invece, ci addentriamo in memorie più personali.

Belardo fuma, come sister Mary e il cardinal Dussolier, compagno di orfanotrofio del futuro papa. C’è un senso nascosto in questo fumo che aleggia?

«No. E comunque pure Ratzinger fumava. Le Marlboro, lo so per certo. È un tratto comune agli orfani, anche sister Mary lo è: dipende dallo stress e dalla libertà di abbracciare tutti i vizi».

È un tratto comune alla sua storia, anche lei ha perso i genitori da ragazzo.

«È irrilevante».

Mica tanto.

«Uno parla sempre di se stesso, a volte in maniera più diretta altre meno».

Nel primo episodio c’è una scena splendida in piazza San Marco: da una piramide di neonati apparentemente morti ne emerge uno vivo. Che vuol dire?

«Non lo so, non lo so. A volte mi vengono queste immagini, le trovo potenti, intense, e decido di metterle, con disinvoltura, perché nascono con un’intuizione istintiva. Poi affiora un collegamento con la storia, una plausibilità che, in questo caso, devo ancora scoprire. Un bambino di sette anni abbandonato ha necessariamente a che vedere con la morte. E quella è una piramide di morte perché quando i tuoi genitori ti abbandonano – non muoiono, ti abbandonano, ed è ancora più doloroso – non c’è niente di più vicino alla morte. Il fatto che Belardo, diventato adulto, esca da questa morte e diventi una guida dei vivi è una specie di resurrezione».

A quanto pare anche le serie tv si sono fatte adulte. Ce n’è qualcuna che le è piaciuta particolarmente?

«Twin Peaks ha rivoluzionato il genere. E recentemente mi sono piaciute molto True Detective e Fargo. È meravigliosa, True Detective, perché indaga la storia dei due poliziotti, le relazioni, le donne, il Delta, ma non mi ricordo chi è morto all’inizio e chi è il colpevole alla fine. Invece mi ricordo l’atmosfera, la fatica di stare al mondo dei personaggi. Forse quel che ho fatto è simile, perché in The Young Pope le storie ci sono, c’è il rapporto tra religione e potere e la buona fede o la malafede che possono segnare questo rapporto; c’è l’eterno conflitto con il segretario di Stato progressista; c’è il vecchio cardinale mentore di Belardo che voleva diventare papa e, quando viene eletto il suo discepolo, cade in depressione, ma poi si rimette in gioco; c’è un accenno alla pedofilia, c’è tanta narrazione che di solito non metto nei miei film, ma non solo quello. Il centro di una serie su delle persone che se la vedono con Dio non può essere solo la trama: sarebbe stata un’occasione sprecata. Perché la cosa che mi piace nelle storie belle è proprio il racconto della fatica di stare al mondo».

L'articolo Paolo Sorrentino e “The Young Pope” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/paolo-sorrentino-e-the-young-pope/feed/ 1
La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/#comments Mon, 10 Oct 2016 12:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32238 Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

L'articolo La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout proviene da Minima et Moralia.

]]>
elizabeth-strout-e1424373333102

Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

Elizabeth Strout ha 60 anni, è nata nel Maine ma vive da oltre trent’anni a New York. Ha pubblicato i suoi racconti su The New Yorker e altrove. L’Italia non ha tardato a riconoscere la grazia e l’inquietudine della sua voce, oggi ritenuta tra le più preziose della letteratura Usa. Sono infatti apparsi, per Fazi editore, tre romanzi, Amy e IsabelleResta con me e I ragazzi Burgess, e la raccolta di racconti Olive Kitteridge. Grazie all’amara ironia di Olive Kitteridge, Strout ha vinto il prestigioso Premio Pulitzer nel 2009, e, da noi, il “Bancarella” e il “Mondello”. Dalla stessa raccolta di racconti è stata tratta una serie Tv con Frances McDormand, che fu presentata in anteprima alla Mostra di Venezia nel 2014.

Come Lucy Barton, per uno di quei beffardi “giochi di specchi” che si creano tra vita e letteratura, anche Elizabeth Strout qualche giorno fa è stata ricoverata e operata d’urgenza per un’appendicite all’ospedale “Cardarelli” di Napoli. In città era appena giunta per imbarcarsi verso Capri, dove domenica 2 ottobre avrebbe dovuto ritirare il Premio Malaparte. Il “Malaparte” è rinato nel 2012 grazie alla tenacia di Gabriella Buontempo, nipote di Graziella Lonardi Buontempo che insieme a Moravia lo aveva fondato negli anni ’80. Il genius loci isolano Raffaele La Capria presiede la giuria e Andrea Kerbaker ne promuove le scelte coraggiose e raffinate: Emmanuel Carrère, Julian Barnes, Donna Tartt, Karl Ove Knausgard e, appunto, Elizabeth Strout.

La manifestazione si è tenuta egualmente nella Certosa di San Giacomo senza la Strout, che però intanto sta meglio e ha risposto alle nostre domande.

Signora Strout, il testo che ha scritto e che verrà comunque letto a Capri, si intitola “Why Fiction Matters” (Perché la narrativa è importante). In sintesi estrema, può dirci il perché?

“Perché la fiction permette di entrare nella mente delle persone. Anche il cinema ci riesce, ma rimane un po’ più esterno. La letteratura accede alla struttura mentale ed esplora le pieghe nascoste della nostra anima”.

Quale considerazione lei ha del cosiddetto “storytelling” che, di marca Usa, oggi è in voga anche in politica? Le “regole della narrazione” avvicinano alla realtà oppure proiettano il lettore e il cittadino in una dimensione artificiosa e retorica? 

“I politici raccontano storie, certo, ma sono storie false, perciò quel genere di storytelling non è fondamentale nel mio mondo”.

Quale dialogo concreto o immaginario intrattiene con i suoi lettori mentre scrive un romanzo?

“Penso sempre al lettore quando scrivo. Per me equivale in qualche modo a danzare con lui o con lei, immaginando quale sarà il prossimo passo, la mossa successiva da fare insieme”.

Come sceglie le storie che racconta?

“In verità, non penso di essere io a scegliere le mie storie. Le storie mi appaiono sotto forma di un personaggio, o di una persona che incontro, o di un raggio di sole che filtra attraverso una finestra. Amo molto il momento in cui questa epifania accade”.

Il reverendo in crisi protagonista di “Resta con me” evoca un personaggio alla Hawthorne, il grande autore di “La lettera scarlatta” Quale rapporto coltiva con i classici americani? 

“Mi fa piacere che venga citato Hawthorne e le confesso che lo stavo rileggendo mentre scrivevo Resta con me. Del protagonista mi interessava che stesse perdendo non tanto la fede, quanto il senso di sé. Rileggo i classici perché a ogni età donano qualcosa di diverso: noi cambiamo con loro. Così è ad esempio per Francis Scott Fitzgerlad, ma soprattutto per i romanzi russi, i miei prediletti”.

“Olive Kitteridge” e altri suoi libri sono ambientati nel Maine donde lei proviene. E anche in “Mi chiamo Lucy Barton” c’è una fuga della protagonista dalla provincia. Provincia che però “torna” nei racconti materni. Bisogna forse andar via per capire il proprio mondo?

“Non è propriamente una fuga quella di Lucy Barton. Gli americani si muovono molto di più degli europei e muoversi significa reinventarsi la vita ogni volta. A mio avviso, questa è una chiave di lettura forte per comprendere l’America”.

A proposito ancora di “Mi chiamo Lucy Barton”, esiste un modo per riuscire a perdonarsi vicendevolmente nelle relazioni genitori/figli? Passa attraverso il racconto?

“Sì, senz’altro sì. La narrazione può aiutare. Quando scrivo, io mi astraggo dai giudizi che esprimo nella vita quotidiana. La scrittura è empatia ed è compassione: sono i personaggi che fanno le loro cose e sono i personaggi a dettare le regole. Non importa che siano buoni o cattivi, che stiano dalla parte del bene o del male, io ci sono affezionata. E il lettore, grazie ai personaggi, può capire meglio se stesso e magari dirsi: ‘Se anch’io sono così, in fondo non sono poi così male’“.

E’ tempo di elezioni presidenziali negli Usa. Lei è sposata con James Tierney, avvocato dello Stato del Maine e politico del Partito Democratico, che l’ha accompagnata a Napoli. In Europa tendiamo a interpretare il duello tra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump come un conflitto non solo tra due visioni politiche, ma tra due mondi opposti: la tradizionale democrazia americana contro il populismo rinvigorito del resto anche in Europa. E’ così o semplifichiamo troppo?

“Populismo, sì certo, ma per Trump io parlerei anche di fascismo e di razzismo. La sua ascesa è una cosa incredibilmente strana e inaspettata che mi fa molta, molta paura. I suoi elettori sono persone arrabbiate e scelgono lui per sfogare la loro rabbia”.

Arrabbiati verso chi o che cosa?

“Hanno perso il lavoro, hanno meno soldi, hanno assistito alla chiusura delle loro aziende. Nondimeno sono elettori molto miopi”.

Chi crede che vincerà le elezioni a novembre?

“Hillary” (E incrocia le dita).

Lei in Italia – fra l’altro – ha insegnato alla Scuola Holden di Torino e ha ottenuto dei riconoscimenti importanti.  Quali sono gli autori italiani che ama?

“Umberto Eco e ho appena letto Elena Ferrante, che mi piace molto”.

A proposito della Ferrante (dall’identità ignota ma con matrice napoletana), nel Sud dell’Italia nascono alcuni dei successi editoriali dei nostri giorni, come Camilleri e Saviano. In generale, pensa che la fiction possa aiutare il riscatto di un Paese oppure raccontarne i problemi rischia di ribadire lo “status quo” e di mettere in atto un meccanismo consolatorio? 

“Conosco poco quegli autori, ma se scrivono di cose vere, non si capisce perché dovrebbero nasconderle. Anche perché nascondere i problemi non serve certo a eliminarli. Quindi in linea teorica sono a favore della letteratura di denuncia, sebbene non sia un genere nelle mie corde”.

L'articolo La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/feed/ 1
Il romanzo ha i secoli contati https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-romanzo-ha-i-secoli-contati/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-romanzo-ha-i-secoli-contati/#comments Mon, 08 Aug 2016 07:24:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31725 Da circa un secolo a questa parte, ogni anno, c'è chi decreta la morte del romanzo. Una generazione dopo, puntualmente, il romanzo è un genere sempre vivo e amato dai lettori. Anche quest'estate la questione si è riproposta. Ringrazio di essere stato interpellato sul tema.

Questo pezzo è uscito su La Repubblica

Come accadeva un tempo ai medici condotti, l'esperienza maturata sul campo mi consente l'immediatezza di certe diagnosi. Così, ogni volta che sento parlare di "morte del romanzo" mi preoccupo per la salute di chi redige l'ambasciata. Mi verrebbe da telefonare ai suoi parenti e domandare: "tutto bene in famiglia?" Certi giudizi rischiano di dire poco del loro oggetto e molto su chi li esprime. Capisco che l'eccessiva vitalità di un genere possa immalinconire chi non lo ama, ma parlare di crisi del romanzo nel 2016 equivale a paventare la fine della corsa all'oro nel Klondike del XIX secolo.

L'articolo Il romanzo ha i secoli contati proviene da Minima et Moralia.

]]>
Da circa un secolo a questa parte, ogni anno, c’è chi decreta la morte del romanzo. Una generazione dopo, puntualmente, il romanzo è un genere sempre vivo e amato dai lettori. Anche quest’estate la questione si è riproposta. Ringrazio di essere stato interpellato sul tema.

Questo pezzo è uscito su La Repubblica

Come accadeva un tempo ai medici condotti, l’esperienza maturata sul campo mi consente l’immediatezza di certe diagnosi. Così, ogni volta che sento parlare di “morte del romanzo” mi preoccupo per la salute di chi redige l’ambasciata. Mi verrebbe da telefonare ai suoi parenti e domandare: “tutto bene in famiglia?” Certi giudizi rischiano di dire poco del loro oggetto e molto su chi li esprime. Capisco che l’eccessiva vitalità di un genere possa immalinconire chi non lo ama, ma parlare di crisi del romanzo nel 2016 equivale a paventare la fine della corsa all’oro nel Klondike del XIX secolo.

Come ai tempi di Flaubert, le pepite rischiano di confondersi in un mare di patacche e sarà il tempo a fare selezione, ma è incontrovertibile che il romanzo sia tutt’oggi la forma letteraria più amata dai lettori, nonché tra le più seminali anche fuori dai libri. Siamo circondati da storie che devono tutto alle narrazioni romanzesche. Ce ne nutriamo persino quando non leggiamo. Potrei giocare facile ricordando che la serie tv più amata di quest’anno (Stranger Things) è un lungo omaggio a Stephen King, e che per quella che ha mietuto più consensi nell’ultimo lustro (Game of Thrones) la matrice riposa nei romanzi di George R.R. Martin. La realtà è che pochi dispositivi come il romanzo sono in grado si scavare nel cuore dell’uomo con altrettanta profondità, di affrontare le sue debolezze con altrettanta comprensione, di mettere in rapporto tutto questo con la complessità e il mistero del tempo in cui viviamo.

In quanto romanziere, sono in una situazione imbarazzante. Da una parte devo confutare le dicerie sull’estinzione della creatura mitologica con cui ogni notte tanti esseri umani vanno a letto volentieri. Provate a strappare sul più bello It o L’amica geniale o Memoriale del convento dalle mani di un lettore appassionato: la sua reazione misurerà quant’è desiderabile l’interlocutore da cui lo avete separato. Dall’altra, cercare di evocare quello stesso interlocutore in una delle sue infinite varianti è il mio lavoro da anni.

Vincendo una naturale ritrosia a dare ragione di un’urgenza, proverò a spiegare come mai dedico la maggior parte del tempo a scrivere romanzi, un’attività così perturbante che perfino i detrattori non possono fare a meno di parlarne senza sosta. Comincerò col dire che i miei libri sono pieni di farabutti, e lì dove finisce il manicheismo comincia la conoscenza. Al centro del mio ultimo romanzo c’è un palazzinaro che non si ferma davanti a nulla. Il terzogenito gli incendia casa e non contento prova a rovinarlo economicamente. In un altro mio romanzo, gli anni Ottanta sono raccontati attraverso un avvocato che fa affari con la malavita, una donna che fa indossare al proprio cane una pelliccia di visone, un adolescente che non muove un dito mentre il suo miglior amico rischia l’overdose. Se avessi dovuto scrivere un saggio su di loro (Cambiamento e malcostume degli italiani tra XX e XXI secolo) avrei dovuto giudicarli. Sparare sentenze su tutto è del resto diventato uno sport praticatissimo. La rete è piena di piccoli inquisitori traboccanti di scomode verità e soluzioni pronte all’uso. Non sembra che la conoscenza del mondo se ne stia avvantaggiando. Il romanzo è quella forma espressiva che al giudizio preferisce la comprensione.

Leggiamo Delitto e castigo intraprendendo un lungo viaggio nella coscienza di un assassino. In Lolita è la follia amorosa di un pedofilo a muoverci a compassione. In Cuore di tenebra siamo disposti ad attraversare il fiume Congo per stringere la mano a uno schiavista. Non è il fascino del male ad attrarci ma la consapevolezza che l’autore, sfregando la pietra focaia di un personaggio sulla selce del suo mondo, fa luce su sentimenti che sono anche i nostri, e ci racconta qualcosa sul mistero da cui siamo circondati che non troveremmo altrove. L’effetto è liberatorio, soddisfa un’esigenza pienamente umana: accedere alla conoscenza con un bagaglio di emozioni talmente intense (e un carico di pregiudizi talmente nullo) da scatenare la trasfigurazione. Stringiamo un romanzo tra le mani, e se quello che leggiamo è buono ci identificheremo con l’eroe ma anche con il suo antagonista, con la vittima e con i suoi carnefici, con le menti superiori e con gli idioti, fino a provare l’incredibile sensazione di essere, per un attimo, tutti quanti gli uomini.

Da alcuni secoli c’è un evidente bisogno di riconoscersi in questo specchio multiforme chiamato romanzo. A quanto pare per ora la gente non ha intenzione di farne a meno. Dedicandoci la vita, sento di mettermi nel solco di una tradizione talmente grande che l’umiltà è il necessario contrappeso dell’azzardo. La gratitudine per i maestri del genere testimonia tra l’altro un debito assai particolare: quello che arricchisce chi paga.

L'articolo Il romanzo ha i secoli contati proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-romanzo-ha-i-secoli-contati/feed/ 2
Stregati: “La femmina nuda” di Elena Stancanelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-femmina-nuda-di-elena-stancanelli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-femmina-nuda-di-elena-stancanelli/#comments Tue, 19 Apr 2016 05:30:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30619 Proseguiamo la rassegna dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega con La femmina nuda, il romanzo di Elena Stancanelli. Il pezzo che segue è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

L'articolo Stregati: “La femmina nuda” di Elena Stancanelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
modigliani

Proseguiamo la rassegna dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega con La femmina nuda, il romanzo di Elena Stancanelli. Il pezzo che segue è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Costringe a scendere più in basso, a guardarsi là dove non ci si era mai guardati, dove lo specchio rimanda una faccia banale, un po’ meschina, sofferente, gelosa e priva di forza. La fine di un amore non toglie solo l’amore, strappa via altre cose che giuravamo essere la nostra identità. La mia intelligenza, ad esempio. Il mio distacco. Il mio uso di mondo. Io che non sono una spiona. Io che non leggo i messaggi sul telefono di nascosto perché lo trovo ripugnante. Io che lo so, che ci si innamora di altri, si prova disagio, si mente sempre più spesso, si va via non riuscendo ad andare via davvero. Ci si trasforma, mentre si sente quel freddo cane, mentre si grida al telefono, mentre ci si inginocchia sul marciapiede per il male che fa.

Elena Stancanelli ha raccontato con semplicità ed esattezza, in questo romanzo appena uscito per La nave di Teseo (la casa editrice di Elisabetta Sgarbi) e già candidato al premio Strega da Silvia Ronchey e Francesco Piccolo, la femmina nuda, che è anche il titolo del romanzo. Nuda perché spogliata di tutto per impossibilità di opporsi all’impazzimento amoroso. Nuda perché Anna, la protagonista di “La femmina nuda”, non riesce a tenersi addosso la dignità.

Le è scivolata via, nell’ostinazione di restare comunque aggrappata alla fine di quell’amore, se l’è tolta per inseguire l’altra donna e attribuirle una potenza che forse nemmeno ha (ma l’altra donna è comunque potente perché vince senza nemmeno combattere, senza essere migliore, vince fregandosene di vincere). Eppure Anna aveva pensato sempre: io no. Io non sono Madame Bovary, io non sono Anna Karenina, non sono nemmeno la moglie abbandonata di Elena Ferrante, ne “I giorni dell’abbandono”, non sono quella pazza miliardaria di Anabel, la ex moglie in “Purity” di Jonathan Franzen, che continua a telefonare al marito, a spogliarsi davanti a lui, a sdraiarsi sotto di lui, a inginocchiarsi e tirare fuori un coltellino e pugnalare tutti i preservativi.

Eppure. Anna credeva di trovarsi nella parte giusta dell’umanità, la parte razionale, intelligente, leale, forse anche un po’ eroica. Credeva in un’idea cinica e presuntuosa: che davvero l’umanità si divida in due, gli intelligenti e gli stupidi. E ha sentito, nettamente, di scivolare nella parte stupida. “Dove non ti raccapezzi, dove non sei altro che una cosa tremante e sperduta”. Una che fruga nel cellulare dell’uomo che non la ama più, che indovina le password di Facebook, resta incantata dalle foto senza mutande dell’altra donna, proprio da quella zona senza mutande e depilata. Una donna adulta, indipendente, sicura, che non mangia più, non vive più, anche mentre finge di vivere e di mangiare, anche mentre si toglie il trucco che il pianto ha sciolto e si trucca di nuovo.

Perdi una sola persona e tutto il mondo si spopola, magari è davvero stupido ma succede. Il dolore si mescola alla vergogna e allora il compito di uno scrittore è stanare la vergogna, illuminarla e mostrarla a tutti, indagarla negli angoli più indicibili, non avere paura di tirare fuori il peggio.

Spiegare qual è il cammino attraverso cui si entra in una piccola storia ignobile e si impara almeno a sciogliere la durezza nei confronti dell’umanità, a perdere l’arroganza. Ad avere pietà dei gesti miseri, delle tattiche penose, della cartellina che Anna tiene sulla scrivania del computer, con dentro una decina di lettere che ha scritto all’altra donna, immaginando di diventare sua amica e di riceverne la solidarietà, fantasticando sulla possibilità che l’altra donna (ha un soprannome significativo, lo troverete già nella prima pagina di questo libro) le chieda scusa, vinta dalla superiorità di Anna, dall’importanza della sua storia d’amore.

Elena Stancanelli ha trovato le parole e la chiarezza per entrare nella profondità dell’annientamento di sé, attraverso la voce di Anna, con una specie di fierezza molto netta, un’assunzione di responsabilità, senza mai indietreggiare o nascondersi, senza lasciare la presa attorno alle conseguenze del dolore: agli esseri umani accadono anche queste cose, che non li migliorano ma li rivelano, li rendono nudi e folli.

Non serve essere vittime per lasciarsi dominare dall’ossessione e infilarsi laggiù, in un buco nero fatto di comportamenti miseri e sofferenti, sapendo benissimo che stiamo precipitando, ma con il bisogno furioso di farlo ancora e ancora: siamo noi i responsabili della discesa agli inferi, e scopriamo di non essere in grado nemmeno di sceglierci una sofferenza adeguata al senso alto che abbiamo di noi stessi. Anna racconta il proprio impazzimento a un’altra donna, l’amica, e lo fa per ringraziarla di averle salvato la vita, standole accanto e di fronte giorno dopo giorno, senza chiederle nulla, senza darle consigli, senza giudicarla, anche solo guardandola piangere al ristorante.

Anna scrive all’amica, prima di cominciare un flusso di coscienza limpido e spaventoso: se non mi fossi vergognata così tanto, se avessi avuto il coraggio di pronunciare il mio dolore e di dirti: lo sto spiando, mi sto comportando in questo modo ignobile e non riesco a smettere, forse mi sarei fermata. Ma forse proprio per questo Anna tiene nascoste le miserie del suo dolore, per non fermarsi. Se tieni coperta quella vergogna, se nessuno la vede oltre a voi due, allora puoi continuare a entrare nella pagina Facebook per spiare i messaggi privati e poi cancellare l’avviso di ingresso dall’account di posta elettronica

Descrive una condizione simile Jonathan Franzen in “Purity”, l’ultimo romanzo appena uscito in Italia per Einaudi. Nel mostrare la fine dell’amore per Isabel, e la fine infinita della loro relazione, dentro il sesso, le recriminazioni, gli incontri, l’incapacità di staccarsi, parla di “umiliazione”. “Era umiliante fare l’albero delle decisioni con lei. Umiliante la prontezza con cui le contestavo ogni minimo punto, umiliante che continuassi a farlo dopo l’infernale quantità di volte in cui lo avevo fatto negli ultimi dodici anni. Era come contemplare la mia dipendenza da una sostanza che non mi dava più un briciolo di piacere. Ed era per questo che i nostri incontri dovevano svolgersi nella massima segretezza. In qualunque posto tranne che in mezzo ai boschi ci saremmo troppo vergognati di noi stessi”. La dipendenza dall’abbrutimento è così attraente, ha una voluttà, giura di non lasciarti andare, di tenerti aggrappato ancora alle macerie di quell’amore, e la cosa che ti riprometti di non abbassarti mai a fare è proprio quella che finirai per fare. Nel romanzo di Franzen loro due litigano e fanno l’amore in mezzo ai boschi, in modo disperato e ostile.

Nel romanzo di Elena Stancanelli, Anna, in ginocchio sul marciapiede, si augura di morire, che lui la strattoni più forte, facendole sbattere la testa per terra. E poi grappa e Xanax, tutto insieme. Rannicchiarsi sul pavimento. Pensare perfino: è necessario che io la uccida. Che uccida l’altra donna prima che lei uccida me. Così loro due non si siederanno mai più a bere vino dove potrei incontrarli, lei non lo chiamerà più, non manderà più messaggi, non manderà mai più “nessuna foto della sua fica”. Mai più quel sentimento fra il suo ex compagno e l’altra donna che dentro l’ossessione non è una storia qualunque ma l’idea di un amore assoluto, inedito, mai visto da nessuno sulla terra.

Elena Stancanelli rivela quello che possiamo diventare, e sono pensieri così vicini, anche quando sono brutti, disperati, tremanti, paranoici, impazziti, che bisogna riconoscerli e accoglierli. Avere il coraggio di dire: sono io, potrei essere io. Perché l’umanità è anche questo, sono le ombre e la debolezza e il dolore insensato che ci agguanta e noi che non vogliamo davvero liberarcene e anzi restiamo lì a farci cullare, a scivolare un po’ più giù. E ciò che rende importante un libro è il racconto di una verità, qualcosa di autentico e mai preoccupato di sembrare perbene.

Questo romanzo non è perbene, e contiene una verità che ci riguarda, racconta senza reticenza anche la paura che provoca il confronto con un’altra donna: forse succede la stessa cosa anche agli uomini, può darsi, ma in questo romanzo c’è la descrizione precisa dell’ossessione verso un’altra donna, e dentro l’ossessione c’è il corpo, il sesso, l’audacia: cosa faceva lei che io non sapevo e non avrei mai saputo fare? “Ecco. quando arrivavo lì ero al centro perfetto del dolore. Lì faceva male come nessun’altra cosa. Potevo solo sfiorarlo, quel pensiero. Poi dovevo abbandonarlo, in fretta. Centellinarlo. Solo un po’, fin quando non crollavo”.

Le persone intorno continuano la vita sempre allo stesso modo, il cielo è identico, qualcuno dice: stai bene, sei dimagrita. Qualcun altro pensa che sia tutto a posto, forse gli manca un pezzo di cervello e allora dice: l’ho visto, il tuo ex, era con una, non brutta. Così il mondo può crollare di nuovo, e il corpo ritornare molle, quel dolore allo stomaco, tutto ancora uno schifo, un’umiliazione che non finisce mai. L’umiliazione però non è soltanto un peggioramento di sé, la rivelazione di un baratro in cui si potrà cadere ancora. L’umiliazione ha ancora dentro l’amore, e quello che resta della tenerezza, e il bisogno, forse malato chi se ne importa, di restare ancora vicini. Il pallino blu, allora, il pallino blu dell’applicazione “Trova il mio iPhone”, che Anna tiene sempre accanto per vedere dov’è Davide, almeno fino a quando lui non lo scopre e cambia la password di iTunes, fa tenerezza, è commovente.

È umiliante, certo, sedersi al ristorante con il telefono appoggiato sopra la borsa, in modo da vederlo solo voltando la testa e sfiorando lo schermo. Guardare la pallina blu prima di dormire, prima di parlare con le persone, prima di lavorare.

È umiliante passare le notti a guardare la pallina blu muoversi, o peggio vederla stare ferma sempre nello stesso posto, in quella zona, in quel grumo di strade. La casa dell’altra. Più la pallina restava ferma in quel posto più Anna si disperava. “Ogni volta che la pallina scivolava via dal quartiere di merda prendevo fiato”. È   un’umiliazione così estrema, così vicina ad altre possibilità ancora più estreme di distruzione, eppure in fondo così innocua (una pallina blu su uno schermo per fingere di essere ancora insieme, pensando: come farò a sopravvivere quando non saprò più dove si trova lui in ogni momento?), che una cosa minuscola, spiona, ridicola, acquista grandezza, diventa, più dell’uomo che indica, la testimonianza dell’amore. Dell’abbandono totale, dell’intimità che Anna ha offerto, e per un po’ ricevuto, con fiducia. Delle cose sceme che era bellissimo fare insieme.

Dell’idea che solo con l’uomo della pallina blu si sarebbe divertita a stare sdraiata su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle, come nel film con Kate Winslet e Jim Carrey. Soltanto con lui al mondo. Allora, adesso, mai più con nessuno. Anche fuori dal dolore pazzo, rinsavita, di nuovo dignitosa e in salvo, guarita: mai più con nessuno.

L'articolo Stregati: “La femmina nuda” di Elena Stancanelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-femmina-nuda-di-elena-stancanelli/feed/ 5
Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/#respond Thu, 31 Mar 2016 05:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30420 Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l'autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

L'articolo Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia proviene da Minima et Moralia.

]]>
dilascia1

Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l’autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

I vent’anni intercorsi fra quei due snodi valgono cento, la Di Lascia improvvisamente scoperta da tutti non è una sconosciuta, fuori dall’ambiente letterario: è stata vicesegretaria di partito e onorevole, ha diretto un giornale, fondato insieme al compagno e poi marito Sergio D’Elia Nessuno tocchi Caino, la più importante associazione italiana contro la pena di morte, ha coordinato con Adriano Sofri “Un digiunatore al giorno” in solidarietà con le vittime delle guerre nei Balcani, ha incontrato il Dalai Lama, lasciato la facoltà di Medicina e fondato un’associazione per tutelare i pazienti che scelgono l’omeopatia, ha adottato sul mondo uno sguardo più femminile che femminista piegando ogni battaglia al suo linguaggio.

Da quella festa del 1995 a cui presero parte tutti tranne la festeggiata, persino Pannella che al Ninfeo non c’era mai stato prima e non tornerà mai più dopo lo Strega alla “strega radicale”, come la chiamava, da quella sera triste ed euforica sono passati altri vent’anni durante i quali io misuravo la distanza fra le generazioni, fra quella donna vissuta quando tutte le scelte private erano anche politiche e me, venuta su mentre la dimensione partecipativa si sgretolava e i miei coetanei congedavano l’idea che votare, associarsi, manifestare fossero verbi intimamente connessi con l’identità individuale.

Una distanza che si trasformava in abisso, mentre il mondo in cui ero nata invecchiava, servivano strumenti nuovi, magari dovevo essere proprio io a inventarli, toccava alla mia generazione figlia di quell’altra, e mi tornava in mente quel romanzo amato d’istinto, che cominciava così: «La creatura sgraziata che mi viene incontro dallo specchio ombrato dell’ingresso, che separa la cucina dal bagno, e quello della stanza del divano, sono io».

La creatura in cui mi ero specchiata taceva. Era affidata alle voci degli altri; chi l’aveva incontrata la ricordava, chi non riusciva a dimenticarla ne cercava le tracce, guardava le poche foto in circolazione interrogando quegli occhi in bianco e nero; nascevano biografie, un documentario, una piazza, un’associazione e un premio letterario per Maria Teresa Di Lascia. Quanto a me, registravo notizie laterali e dettagli biografici sull’autrice del libro di cui mi ero impossessata con quella febbre che si manifesta solo nell’adolescenza, quando siamo certi che le storie dei grandi siano state scritte apposta per noi.

Oggi quella voce che in Passaggio in ombra non si zittiva, svelta e assillante come un animaletto indolenzito e spaurito, assertiva come una figlia bastarda troppo e male amata da una famiglia matrilineare, parla di nuovo. Esce per le Edizioni dell’Asino, curata da Antonella Soldo, un’antologia di interviste, articoli, racconti il cui titolo riprende le righe di una lettera a Sofri, Un vuoto dove passa ogni cosa. Quel vuoto è la scrittura. Di Lascia attraversa spedita la storia e gli individui senza mai scambiarli per massa, e dentro quel vuoto ci sono la politica e la vita.

Lì nascono i suoi interventi e la sua letteratura, lì abitava la persona nascosta dietro Passaggio in ombra: «la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita». Il ciarpame è ora raccolto in questo libro, da mettere accanto a quell’altro accolto con stupore nel 1995 da lettori e critici improvvisamente costretti a chiedersi cos’erano impegnati a fare, da quale inutile pensiero erano distratti mentre quella voce chiedeva e scriveva senza sosta.

Se alla Conferenza sui Diritti Umani, a Vienna, Di Lascia viene affascinata dall’idea tibetana dell’agire senza fine, senza premio, senza utile, appena dopo precisa: «queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi». Scopriamo che la scrittrice di Rocchetta è prossima al bene ma non sente il dovere di essere buona, è una razzista dell’intelligenza, una razzista culturale, «secondo me sono una ragazza della via Paal», non ha paura della morte ma ha nausea del tempo che le cancella gli zigomi a matita, svelando un volto di quarant’anni e da bambina pesta.

«Bisogna, mi pare, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto», scrive androgina, lei che l’otto marzo non si prenderebbe neanche il disturbo di abolirlo («è stato già abolito. A ricordarcelo ci stanno soltanto le testate giornalistiche e le televisioni e tutti quelli che, sapendo bene quanto una cosa è stata abolita, la ricordano soltanto come un catafalco», dice ai microfoni di Radio Radicale), lei che di quella festa non vede nemmeno più la retorica, solo la bara vuota in mezzo a una nevrosi collettiva di competitività maschile e femminile.

Quanto alle femministe, basta osservare che fine hanno fatto: «quasi tutte sono finite a scrivere nelle redazioni di giornali» a raccontarsela, mentre fuori, nel mondo, la parità è rimasta imprigionata nella riproduzione meccanica del rito dell’indipendenza, senza un passo avanti verso la realizzazione personale; il legittimo bisogno di essere autonome, una volta esaurito, dovrebbe coincidere con un desiderio di realizzarsi che riguarda tutti, senza distinzioni di sesso.

«Io fra votare Nilde Iotti e votare un uomo intelligente preferisco votare un uomo intelligente, per essere chiari ed espliciti» è la risposta alla paura che una legge uninominale nel 1988 avrebbe potuto penalizzare le donne, ma è anche una frase di odierno buon senso, riutilizzabile come argine ogni volta che le quote rosa minacciano di esondare, perché nascere maschi o femmine è un puro incidente biologico e dovrebbe destare sempre meno preoccupazione, non sempre più chiacchiericcio. E tuttavia è in buona parte femminile la responsabilità della nonviolenza, di cui il femminismo avrebbe potuto essere portatore formidabile, un’occasione mancata sul cui rimpianto però non c’è stupore: «non ho mai creduto che coloro che avessero la cultura della rivoluzione o dei rivoluzionismi sarebbero stati particolarmente in grado di porsi in maniera paritaria e intelligente nei confronti dei rapporti».

Nel 1989 Di Lascia discute la Ru486 definendola “la pillola della solitudine” che secondo lei non restituisce l’utero alle donne ma lo vende a una casa farmaceutica, e teme il ritorno buio a un rito esoterico e privato: abbiamo fatto tanto per far uscire l’aborto dalle case, siamo sicure di volercelo rinchiudere di nuovo? Nel 1991 interviene alla Conferenza internazionale sull’Aids e, mentre l’immaginario comune è arenato su tossicodipendenti e omosessuali, riporta: «voi sapete che su dieci persone sane che si ammalano otto sono donne. E lo prendono con le trasfusioni dopo i parti che avvengono negli ospedali».

Questa era Maria Teresa Di Lascia, e insieme, di nascosto dai più e forse anche da se stessa, una scrittrice che spiava la famiglia, la follia e l’amore dietro una porta socchiusa, la narratrice di un mondo intimo che scansava trappole come l’utilizzo letterario del sociale e il ricatto del civile. «Io credo che la vera arte si occupi sempre di sociale, anche quando non lo rappresenta proprio», esordisce presentando a Roma una mostra contro la pena di morte, e cita Elsa Morante: il processo artistico come ricomposizione nell’immaginario di una realtà atomizzata, senza scopo didattico.

Ancora, sull’aggettivo “civile”, dopo aver insistito per usarlo a proposito di Nessuno tocchi Caino, spiega che serve a designare un impegno fuoriuscito dal parlamento, «ma con questa parola non si vuole certo dividere il mondo in civili e incivili». Per fortuna l’arte dev’essere incivile, e la letteratura della Di Lascia lo è, anche nei racconti, alcuni bellissimi, come La moglie e Compleanno, raccolti in questo volume; è una letteratura sgarbata, ancestrale, fastidiosa – incivile almeno quanto era stata civile la sua breve esperienza parlamentare e quella più lunga di partito, la cittadinanza vissuta con pienezza, senza perdersi nessun dubbio, nessuna possibilità di suscitare dubbi negli altri.

Per Di Lascia la politica è innocenza, intesa come disponibilità totale, gradiente di comprensione della realtà, capacità di accogliere le sfide; un’innocenza non passiva, l’opposto della stupidità, addirittura il suo antidoto. Gli occhi di Chiara D’Auria, sua alter ego protagonista di Passaggio in ombra, sono quelli di una bambina innocente e coraggiosa che diventa grande mantenendo i segreti degli adulti, scansandosi dalle maldicenze di provincia, imparando come difendersi dalla fragile aggressività dei cosiddetti valori maschili.

Nel 1995, su quel palco di Villa Giulia dall’aria festosa e smarrita come quella di un funerale – i funerali non si fanno mai il giorno del funerale – c’erano anche i fratelli. Uno di loro, nel documentario L’audacia e il silenzio curato da Alessandro Galano, ricorda il disappunto di Maria Teresa: come fai a leggere solo quindici libri l’anno, gli chiedeva costernata, e nemmeno quelli giusti. Quindici era un numero irrisorio per la fame di esperienza di una donna che teneva il libro aperto sulle ginocchia e parlava, guardava la televisione e leggeva, litigava e leggeva. «Un litigio non lo si nega a nessuno», diceva, e come tutte le persone di cattivo carattere a chi glielo faceva notare rispondeva che non era vero, lei aveva semplicemente un carattere, «il carattere è il destino delle persone», ripeteva, ed è anche il cuore del suo romanzo, popolato da creature incapaci di uscire da se stesse, inchiodate a un luogo, a un oggetto, marchiate da forza o debolezza, o anche solo da una smorfia, dal nervosismo, dalla paura.

«Io, come tutti, ho fatto solo quello che potevo» conclude in una lettera al padre, aperta con la dichiarazione d’indipendenza dei figli che hanno smesso di essere tali, ovvero la consapevolezza di aver deluso i propri genitori e di essere sopravvissuti senza traumi a quella delusione, perché non è mica un gran dolore, significa solo essere diventati adulti: «non credere che non sappia che sei molto dispiaciuto per l’assetto complessivo della mia vita e per, l’apparente, testardaggine che sembra racchiuderla».

Una testardaggine che le fa dire, appena incontrato Sergio, detenuto di Prima Linea in permesso premio per andare al congresso Radicale: «di questo qui me ne occupo io», e da allora non lo lascia più, si prende cura di lui ogni minuto con quello che nel romanzo sarà definito «il coraggio fragile e spietato del dono seppure transitorio dell’amore». Intanto lavora a Nessuno tocchi Caino, insiste perché nella descrizione dell’associazione non trovi posto il verbo uccidere, come da traduzione biblica di Erri De Luca.

La radicale e la romanziera non sono due persone diverse, anche se scrivendo narrativa Di Lascia dava alla sua voce un’attitudine che l’ampiezza dei suoi interventi non le avrebbe permesso, quella di farsi minuscola, paesana, soffocata. È il respiro rotto della letteratura a rendere universale quella piccola voce, insieme alla capacità di raccontare il dolore, l’inquietudine, il presagio. Passaggio in ombra era il racconto di molte morti, sempre descritte come un sonno perché «c’è qualcosa di inquietante nel sonno delle persone che amiamo; qualcosa che, se ci mettiamo all’ascolto, contiene la profezia della loro morte».

Se ne vanno uno dopo l’altro i personaggi di quel romanzo intimo e corale, mentre chi li osserva aspetta il destino senza paura e senza spocchia, immaginando l’addio con le sole categorie che abbiamo a disposizione, quelle dei vivi, con la paura che dà pace e terrore insieme: che la morte non sia nient’altro che un luogo dove nessuno ti chiama per nome, nessuno ti viene più a cercare.

L'articolo Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/feed/ 0
L’arte gentile dell’anonimato https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/larte-gentile-dellanonimato/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/larte-gentile-dellanonimato/#comments Wed, 23 Mar 2016 06:30:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30344 Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Chi è Banksy? Chi è Elena Ferrante? Siamo disposti ad arrampicarci sulle più improbabili congetture pur di riuscire a dare un volto, una biografia, una foto senza trucco ai pochi artisti o scrittori che hanno scelto di negare al circo mediatico la propria persona. Non tolleriamo che qualcuno «si nasconda» dietro uno pseudonimo: e basterebbe la scelta del verbo «nascondersi» per rivelare lo spirito vagamente inquisitoriale col quale guardiamo a chi vuole parlare solo con le proprie opere.

Molti che non hanno mai visto un Banksy, né letto una riga della Ferrante si sono, negli ultimi giorni, appassionati all'abilissima cronaca della caccia alla loro identità anagrafica:  poterli mettere a sedere tra gli ospiti in un programma del primo pomeriggio (quando «non c'è due senza trash», come canta Fedez) sarebbe il sogno di qualunque venditore di immagine.

L'articolo L’arte gentile dell’anonimato proviene da Minima et Moralia.

]]>
banksy

Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Chi è Banksy? Chi è Elena Ferrante? Siamo disposti ad arrampicarci sulle più improbabili congetture pur di riuscire a dare un volto, una biografia, una foto senza trucco ai pochi artisti o scrittori che hanno scelto di negare al circo mediatico la propria persona. Non tolleriamo che qualcuno «si nasconda» dietro uno pseudonimo: e basterebbe la scelta del verbo «nascondersi» per rivelare lo spirito vagamente inquisitoriale col quale guardiamo a chi vuole parlare solo con le proprie opere.

Molti che non hanno mai visto un Banksy, né letto una riga della Ferrante si sono, negli ultimi giorni, appassionati all’abilissima cronaca della caccia alla loro identità anagrafica: poterli mettere a sedere tra gli ospiti in un programma del primo pomeriggio (quando «non c’è due senza trash», come canta Fedez) sarebbe il sogno di qualunque venditore di immagine.

Intendiamoci, il culto della personalità degli artisti è un culto antico. Se è vero che esso conta tra i molti tratti che si sono esasperati e radicalizzati nel passaggio dalla«società dello spettacolo» (Guy Débord 1967) alla totalitaria «civiltà dello spettacolo» (Mario Vargas Llosa 2012), è anche vero che la storia dell’arte come la intendiamo oggi rinasce – dopo l’anonimato del millennio medioevale – con un’autobiografia d’artista: quella di Lorenzo Ghiberti, alla metà del Quattrocento. Leggendo Plinio e altre fonti antiche, gli uomini del Rinascimento scoprivano una legione di artisti: ne conoscevano i nomi e i successi, le conquiste figurative e le avventure personali. I testi erano stati davvero più duraturi del bronzo (come aveva predetto Orazio), e se le opere avevano fatto naufragio, le biografie si erano in qualche modo salvate.

È su queste basi che Giorgio Vasari edifica un monumento storiografico che tuttora ci condiziona: le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550 e 1568) culminano nell’apoteosi di un Michelangelo divino, contro cui Roberto Longhi mostrava, nel 1950, tutta la sua insofferenza («e s’è già troppo sofferto del mito di artisti divini e divinissimi, invece che semplicemente umani»). Parliamo ancora con le parole di Vasari quando chiamiamo «divi» e «dive» gli attori o le cantanti che ci sembrano più grandi, e la medaglia ha il suo rovescio: quello dell’artista sporco, sociopatico e assassino. Caravaggio, dunque: caso in cui l’arte ci sembra indissolubile dalla biografia, lo stile del pennello da quello della spada.

Ma è proprio con Caravaggio che diventa evidente il prezzo enorme di questa affermazione di una forte individualità eterodossa: quando le sue pale d’altare vengono rifiutate dalle chiese ed entrano subito nelle grandi collezioni private, inizia a rompersi il nesso opera-funzione. Inizia il lungo processo verso l’arte di oggi: che«non fa perdere all’arte la sua qualità di arte, ma le fa perdere il suo legame diretto con la nostra esistenza: l’arte diventa una splendida superfluità» (Edgar Wind).

Consapevolmente o no, è contro tutto questo che lotta il writer Blu quando cancella le opere che aveva fatto sui muri di Bologna perché non vengano staccate ed esposte nell’ennesima mostra di cassetta sulla Street Art. È in questo senso che l’anonimato di Banksy non sembra solo un vezzo personale, o la conseguenza del carattere illegale dello scrivere sui muri, ma un programma artistico, etico, politico.

Un’«arte senza nomi» che prova a riportare indietro le lancette della storia: a prima di Ghiberti. Ottimi studi sulle firme e i ritratti degli artisti (soprattutto italiani) del Medioevo hanno ormai messo in crisi «l’immagine romantica dell’artista che annulla la sua personalità nell’opera condotta insieme ad altri, a maggior gloria di Dio», ma è innegabile che «percorrendo a ritroso il Medioevo si direbbe che i tratti individuali degli artisti, i loro stessi nomi sfumino e si confondano insieme, unificati in una sorta di configurazione collettiva» (Enrico Castelnuovo).

E proprio Peter C. Claussen (lo storico dell’arte che più di ogni altro ha saputo censire le tracce individuali degli artisti medioevali) ha sottolineato l’anonimato che cancella gli artisti dall’epicentro del gotico francese, tra il 1130 e il 1250: le grandi cattedrali dell’Île-de-France continuano ad apparirci come capolavori collettivi voluti e costruiti da comunità civili.

È in questo senso che la Street Art rifiuta l’eredità del moderno, cercando altrove. Per molti versi viviamo in un nuovo Medioevo: nelle nuove città torri sempre più alte separano la vita lussuosa dei nuovi signori feudali da quella della massa dei servi, non della gleba, ma di un mercato senza regole. A redimere la programmatica bruttezza dei non luoghi dove vive la maggior parte degli occidentali è nata un’arte che appare collettiva per natura, e generata quasi in opposizione simmetrica a quella mainstream. Se quest’ultima è un’arte privata per definizione, un’arte da interno che nasce per gallerie e per case di lusso, o per musei, simili a lounges aeroportuali, nei quali si paga un biglietto, la Street Art è un’arte pubblica, un’arte da esterno che si vede gratis perché aderisce come una seconda pelle ai luoghi dove vive e lavora chi possiede quasi solo la propria pelle.

La prima non puoi comprarla perché costa milioni, la seconda non puoi comprarla perché non è in vendita: e negare il nesso arte-mercato è un altro tratto che nega tutta la tradizione moderna, tornando al nesso medioevale arte-comunità. E anche per macchine tritatutto come il mercato dell’arte e l’industria delle mostre non è facile digerire la Street Art: perché quando la sradichi, ne uccidi anche il valore estetico.

In questo gioco di contrari, il divismo esasperato dei Jeff Koons, Damien Hirst o Maurizio Cattelan trova un corrispondente perfetto nell’anonimato di Banksy.

Dei writers – come di molti artisti medioevali – conosciamo solo le firme, e – proprio come accade per l’arte europea dell’alto Medioevo – non possiamo interpretarne l’arte alla luce delle biografie: non possiamo individualizzarla, e dunque siamo ‘costretti’ a leggerla come un’arte davvero collettiva.

E questa strategia funziona: difficilmente vedremmo i cittadini insorgere in difesa di un museo d’arte contemporanea, mentre in molte città d’Europa (e ora a Bologna) succede che la comunità si preoccupi della sorte di un’arte che sente’sua’ anche grazie all’eclissi della personalità del creatore. Non di rado i writers italiani mettono in atto progetti di notevole valore civico, oltre che artistico: come il collettivo FX, che ricopre con il testo dell’articolo 9 della Costituzione i muri di cemento che l’hanno violato distruggendo il paesaggio. O come il Gridas (Gruppo Risveglio dal Sonno), che ha raccontato l’epopea collettiva dei cittadini di Scampia non «coprendo le brutture» del quartiere, ma «usandole in modo creativo» (lo raccontano Alessandro Dal Lago e Serena Giordano in Graffiti. Arte e ordine pubblico, il Mulino 2016).

Se oggi in molti pensiamo che «le parole dei profeti /sono scritte sui muri della metropolitana / e negli androni dei palazzi» (come recitava, già nel 1964, la fine di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel) è anche perché i writers continuano a pensare che la loro arte valga più del loro egotismo. Un messaggio, questo sì, profetico.

L'articolo L’arte gentile dell’anonimato proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/larte-gentile-dellanonimato/feed/ 1
Le letture di James Franco, adesso https://minimaetmoralia.it/cinema/le-letture-di-james-franco-adesso/ Tue, 05 Jan 2016 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29583 Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

L'articolo Le letture di James Franco, adesso proviene da Minima et Moralia.

]]>
james

Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

Che James Franco sia una delle persone a cui rivolgersi per un valido consiglio su cosa leggere l’ho scoperto traducendolo. Nel 2012 ho tradotto per minimum fax il suo romanzo d’esordio, In stato di ebbrezza, e nel 2015 per Bompiani Il manifesto degli attori anonimi. Durante le traduzioni gli scrivevo chiedendogli cosa leggere, libri non necessariamente collegati ai suoi, ma che in qualche modo era stati utili alla sua scrittura. Perfezionismo da traduttori, o solo un modo per capire meglio la scrittura. Nelle sue liste di titoli c’erano soprattutto William Faulkner e Cormac McCarthy, molta poesia (da John Berryman a Frank Bidart e Louise Glück), romanzi sperimentali (tra tutti Casa di foglie di Mark Z. Danielewski), qualche saggio (Fame di realtà di David Shields, che James Franco ha diretto nel bel documentario I Think You’re Totally Wrong: A Quarrel). Alcuni li avevo letti, altri li ho scoperti così.

– ciao james, sono da strand. che libro compro?

– elena ferrante.

Che sia un attore americano a consigliare di leggere l’italiana Elena Ferrante non stupisce nessuno. Da quando nel 2012 L’amica geniale è uscito in America non c’è giornale o rivista americana che non ne abbia scritto (bene). Adesso che tutti e quattro volumi sono fuori in inglese, la serie completa è in bella vista in scaffali e vetrine di tutte le librerie. Da Strand è sul tavolo all’ingresso dove tengono il “Best of the Best”. La libreria McNally Jackson, a Soho, ha fabbricato uno scaffale apposito con una cornicetta che con una grafica stile Febbre del sabato sera dice: Ferrante Fever. A confermare che di “fever” si tratti sono i numeri: cinquecentomila copie vendute in Italia dei quattro volumi della serie, quattrocentomila in America. Se chiedi in giro scopri che in questo momento la sta leggendo mezzo cast di Dawson Creek (nello specifico Busy Philipps, Michelle Williams, Jennifer Morrison).

La conversazione con James Franco inizia proprio da qui, da Elena Ferrante, per poi spostarsi verso altri autori e altri libri. Mentre mi scrive è a Toronto, nei giorni successivi si sposterà a Dallas, in buona compagnia di Stephen King e J.J. Abrams con cui sta girando (nei panni del protagonista Jake Epping) la prima stagione della serie tv tratta dal romanzo di King 22/11/’63.

Hai letto solo L’amica geniale o anche gli altri tre?

Adesso sono al secondo volume, La storia del nuovo cognome. E fino a qui mi piacciono moltissimo. Ho anche letto I giorni dell’abbandono, quello sulla donna che viene lasciata dal marito.

Com’è che hai scoperto Elena Ferrante?

Ho visto che la leggevano tutti. Una delle mie amiche più care stava leggendo la serie e mi ha detto che non voleva finire per quanto la amava. Poi ho visto che James Wood ha scritto sul New Yorker un’ottima recensione dei suoi libri e lì mi sono convinto definitivamente. Anni fa ho seguito un workshop con lui alla Columbia e i suoi gusti mi piacciono parecchio.

Allora dammi cinque motivi per leggerla.

1. La centralità che dà alla giovinezza all’interno della storia. 2. E quella che dà alle vite delle donne. 3. L’abbondanza di dettagli. 4. La ricca vita interiore dei personaggi. 5. Un cast di personaggi interessanti e ben descritti.

Ok. Ci vedi qualche legame con il cinema italiano contemporaneo?

Più che a quello contemporaneo mi sembra sia vicina al vecchio cinema italiano. Al neorealismo del primo Pasolini, a Fellini, Antonioni, De Sica. Facevano tutti film sulla vita della gente comune in piccole cittadine italiane, e sui microdrammi vissuti dalla classe operaia.

Altri scrittori italiani che hai letto e che ami? Anche non contemporanei.

Luigi Pirandello, Italo Calvino, Umberto Eco, Primo Levi.

E di autori contemporanei non italiani? Chi ti piace?

Tom Franklin. Scrive degli stati americani del Sud con durezza ma ha anche una sensibilità che scrittori come Cormac McCarthy non hanno. Tra gli scrittori contemporanei dell’America del Sud McCarthy è il maestro assoluto, ma non tutti reggono la violenza implacabile delle sue storie.

Cos’è che secondo te rende contemporaneo un libro? Al di là dell’appartenenza anagrafica dell’autore. Trovare una buona storia che sia anche contemporanea, o si tratta più di essere contemporanei nel raccontarla?

Dipende, ci sono libri validi in entrambe le categorie. Hell at the Breech di Tom Franklin funziona per la ricchezza dei personaggi e delle descrizioni, anche se la storia procede in modo lineare. Casa di foglie di Mark Danielewski funziona perché rompe ogni convenzione stilistica.

Tu da scrittore, cerchi buone storie da raccontare, o un nuovo modo per raccontarle?

Entrambe le cose, dipende dal libro. In stato di ebbrezza è un libro convenzionale costruito mettendo insieme racconti alla Salinger o alla Carver che sono legati tra loro. Il manifesto degli attori anonimi è più un collage di stili e approcci, è un libro più sperimentale.

Adesso stai lavorando con J.J. Abrams e Stephen King, due esempi perfetti dell’una e dell’altra categoria. Abrams ha scritto un libro, S. La nave di Teseo, che è sperimentale e contemporaneo soprattutto nella forma, nel modo in cui è confezionato e si presenta il libro. King è uno dei migliori narratori viventi, che si tratti di storie di finzione o, come in 22/11/’63, di romanzi storici.

 D’accordo con te, e come vedi sono tutti e due contemporanei e bravissimi. Sanno entrambi come attingere all’immaginario collettivo. Molte delle loro opere, Lost e It per esempio, ci portano in strani posti, ma sono anche storie abitate da personaggi forti a cui ci sentiamo collegati. L’elemento soprannaturale rimane comunque connesso ad emozioni comprensibili.

Ta-Nehisi Coates lo hai letto? Ecco, trovo che lui tra i contemporanei sia uno dei migliori a raccontare il presente, lo stato delle cose.

Sì. Ho letto un po’ di articoli che ha scritto, e ho letto anche Between the World and Me. Chiaramente m’interessa moltissimo l’argomento principale dei suoi scritti, l’essere nero in America. E m’interessano le posizioni nette che prende sulle questioni riguardanti la razza. Ma mi piace anche il modo in cui scrive. Mi piace il suo restare a metà tra scrittura accademica e scrittura personale. Mi piace il modo in cui mescola la ricerca alla vita privata. Between the World and Me parla di grandi questioni, ma le inserisce in una cornice specifica che è una lezione al figlio adolescente. E in questo rende tutto incredibilmente personale.

Quanto l’appartenenza geografica è importante per uno scrittore? L’appartenenza dello stesso scrittore, il luogo dov’è nato e dove vive, ma anche la geografia delle storie, i luoghi in cui accadono.

Anche qui non ci sono regole, ma in linea di massima la geografia serve a dare radici a una storia. I luoghi sono importanti per costruire una storia, per darle le fondamenta. Hanno la stessa importanza dei personaggi.

Cosa leggo adesso?

Hell at the Breach di Tom Franklin. E sempre di Tom Franklin Alabama Blues e Smonk.

L'articolo Le letture di James Franco, adesso proviene da Minima et Moralia.

]]>
La Questione Meridionale 2.0 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/#comments Sat, 08 Aug 2015 09:01:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28124 Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi […]

L'articolo La Questione Meridionale 2.0 proviene da Minima et Moralia.

]]>
Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi giorni, segnaliamo il contributo di Oscar Iarussi (che da qualche anno sotto la sigla #tunonconosciilsud sta portando avanti un gruppo di ragionamento sul Meridione dopo che molti precedenti gruppi di ragionamento hanno fatto perdere le proprie tracce), quello di Alessandro Leogrande su Internazionale, la lettera di Roberto Saviano a Matteo Renzi, il racconto degli scrittori “emigrati” (Arnaldo Greco, Nadia Terranova, Cristiano De Majo, Alcide Pierantozzi) così raggruppati in un pezzo per Rivista Studio, un lungo pezzo di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Ferri, Francesco Festa uscito su Euro Nomade.
Io, qualche mese fa, avevo provato a spiegare le ragioni del tramonto della Primavera Pugliese in questo lungo articolo per Internazionale. E poi ho scritto questo pezzo uscito ieri su “Repubblica”.

di Nicola Lagioia

È nelle ultime pagine de Il giorno della civetta che un profetico Leonardo Sciascia introduce il tema della “linea della palma”. Il capitano Bellodi e il suo amico Brescianelli chiacchierano per le strade di Parma, in apparenza lontani dalla Sicilia mafiosa che è stata al centro del romanzo. “Bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, risponde il narratore a una battuta di Bellodi. E Brescianelli: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia […] gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno […] E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma”.

Nell’estate del 2015, mentre vampe di caldo africano esplodono inclementi a Milano come a Palermo, si è riaccesa la questione meridionale. Sbaglia chi la reputa altro da sé, e non il cuore della questione nazionale. Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia. Se volete una stele di Rosetta per risolvere il mistero del geroglifico che siamo, venite a Taranto, ad Agrigento, a Napoli, a Crotone. In nessun luogo come nel Mezzogiorno ci sono gli strumenti per assemblare la bussola necessaria a non smarrirsi tra i labirinti anche del Mose o di Mafia Capitale (per non tacere dei già dimenticati scandali dell’Expo), e magari per uscirne.

Non sembri dunque strano che – a fronte di una situazione economica sempre sconcertante – il Sud rimane formidabile per produzione di immaginario. Basti pensare al cinema e alla letteratura. Anime nere di Francesco Munzi (parabola elisabettiana conficcata nella Calabria della ‘ndangheta) ha trionfato agli ultimi David di Donatello e viene esaltato da «New York Times» e «Village Voice». È il napoletano Paolo Sorrentino l’ultimo vincitore italiano di un Oscar, ed è ispirato al libro di un altro campano (Gianbattista Basile rivisitato da Matteo Garrone) uno dei nostri film che più gira il mondo in questo periodo. Gomorra è tra le poche serie televisive italiane a non sfigurare oltreconfine. Continuano a girare il mondo anche le storie di Andrea Camilleri e Elena Ferrante. Fatte le eccezioni come nel caso di Sellerio, resta però grande la distanza tra idee e loro messa a frutto: vinca il premio Strega uno scrittore di Bari o di Caserta, non lo fa con una casa editrice pugliese o campana. Se l’immaginario del Sud risulta tanto fecondo, è allora proprio perché nel Meridione esplodono con più chiarezza le contraddizioni di un intero paese.

All’Italia manca un piano industriale? Ecco che Taranto (ossia la scelta assurda tra sviluppo e salute) diventa il simbolo di un dramma che investe oggi il capitalismo globale. I diritti dei lavoratori vengono minacciati ovunque? Ecco che nelle campagne del sud si muore per trenta euro al giorno stremati dal caldo (e dal caporalato) come ai tempi di Di Vittorio. Non mancano testacoda tra disastro e progresso. Mentre in un’Italia retrograda redarguita da Strasburgo (derisa da Barcellona a Amsterdam) l’omosessualità resta un tabù, per il popolo di Puglia e Sicilia non è stato un ostacolo quando si è trattato di eleggere il Presidente di regione.

Insomma, così come la Grecia ha rappresentato quest’estate l’osservatorio da cui capire a che punto è la notte in tutta Europa (se volete indagare lo spirito di Wolfgang Schäuble, cercatelo tra le strade di Atene), la stessa cosa si può dire del Mezzogiorno per l’Italia. Il che vale anche rispetto agli umori del Palazzo. Negli ultimi anni sono arrivate più lamentazioni da nord che da sud. Mi è anzi sembrato incredibile il modo in cui il tessuto sociale ha retto in Meridione nonostante i numeri devastanti su economia e lavoro. Ecco perché non capisco le accuse di piagnisteo del Presidente del Consiglio. O meglio, riesco a decifrarle avendo come cartina di tornasole un operaio dell’Ilva tarantina o un bracciante di Rosarno. Renzi non solo vorrebbe che non si lamentassero, ma che stessero sereni. A ulteriore conferma che l’Italia si rispecchia da opposte sponde, potremmo dirla con le strofe di un Gran Lombardo: “e sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re”.
Se ne esce insieme, o non se ne uscirà per niente.

L'articolo La Questione Meridionale 2.0 proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/feed/ 2
Domenico Starnone: “Ma come ve lo devo dire che non sono Elena Ferrante?” https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-domenico-starnone/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-domenico-starnone/#comments Mon, 13 Jul 2015 05:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27786 Pubblichiamo un'intervista di Raffaela Carretta a Domenico Starnone apparsa su Io Donna, ringraziando l'autrice e la testata.

di Raffaela Carretta

«Ci avrei scommesso!». Domenico Starnone lo dice con rassegnata baldanza. Dopo una lunga conversazione è arrivata la domanda-inceppo su Elena Ferrante, misteriosissima autrice, ora finalista in spirito – in carne non si mostra – al premio Strega del 2 luglio, e ormai causa di un’afflizione febbrile dilagata pure oltre l’Atlantico che impedisce ai lettori di staccarsi dall’ipnosi di L’amica geniale, la sua quadrilogia. «Da dieci anni il sospetto che Elena Ferrante sia io, da solo o con mia moglie Anita Raja (che lavora nella casa editrice E/O, quella della Ferrante, ndr), ha generato una prassi definitiva, un’ombra stabilmente acquartierata nella mia vita».

L'articolo Domenico Starnone: “Ma come ve lo devo dire che non sono Elena Ferrante?” proviene da Minima et Moralia.

]]>
domenicostarnone

Pubblichiamo un’intervista di Raffaela Carretta a Domenico Starnone apparsa su Io Donna, ringraziando l’autrice e la testata.

di Raffaela Carretta

«Ci avrei scommesso!». Domenico Starnone lo dice con rassegnata baldanza. Dopo una lunga conversazione è arrivata la domanda-inceppo su Elena Ferrante, misteriosissima autrice, ora finalista in spirito – in carne non si mostra – al premio Strega del 2 luglio, e ormai causa di un’afflizione febbrile dilagata pure oltre l’Atlantico che impedisce ai lettori di staccarsi dall’ipnosi di L’amica geniale, la sua quadrilogia. «Da dieci anni il sospetto che Elena Ferrante sia io, da solo o con mia moglie Anita Raja (che lavora nella casa editrice E/O, quella della Ferrante, ndr), ha generato una prassi definitiva, un’ombra stabilmente acquartierata nella mia vita».

È lo strano caso, tutto letterario, di uno scrittore di successo, premiato (lo Strega nel 2001 per Via Gemito), autore di romanzi struggenti e feroci come Lacci (l’ultimo, pubblicato da Einaudi), costretto a misurarsi con una scrittrice fantasma: «All’inizio mi divertivo e mi arrabbiavo. Ora c’è solo noia. Sono troppo vecchio. Eppure, basterebbe confrontare le date dei miei e dei suoi libri, inconciliabili. Basterebbe riflettere: quella signora scrive in modo sorprendente per il nostro panorama, nessun italiano ha mai avuto la stessa capacità di tenere il lettore in pugno. Perché dovrei praticare l’anonimato? Ci vuole una pienezza di sé, un senso del proprio talento così forte da disdegnare qualunque conferma…».

Domenico Starnone, napoletano, 72 anni, 3 figli da due matrimoni, tre nipoti, ha una bella faccia amabile. Parole scandite, una sfumatura ansiosa di puntiglio e un’allegra spia luccicante nello sguardo: «Quando morirò si scriveranno sei righe. Nelle prime tre: ha fatto l’insegnante. Nelle ultime: a lungo si è sospettato che fosse Elena Ferrante. Quello che sta in mezzo, romanzi, sceneggiature, pezzi di vita, tutto spazzato via».

Nei suoi pezzi di vita ci sono almeno due momenti che si stagliano. E in qualche modo sono connessi, si tengono per mano, perché ora, a chi li ha vissuti, sembrano fatti della stessa sostanza. «L’infanzia è entrata molto in Via Gemito. Abitavamo in un caseggiato affacciato direttamente sulla stazione di Napoli. Due stanze e cucina, cinque figli, mamma sarta. E un padre eccezionale, un ferroviere certo di essere venuto al mondo per un’altra ragione: fare l’artista, il pittore. Mia madre era abbacinata daquest’uomo prepotente, persuasivo, simpatico. E violento. Non ci ha mai toccati, ma lei è stata picchiata sotto i nostri occhi. Sempre per lo stesso motivo: la gelosia. In veletta e tailleur vestiva come una diva del cinema, secondo lui mettendo troppo in scena la sua bellezza».

E un bambino da che parte sta? «Hai una subalternità assoluta verso il padre, eppure non riesci a dargli ragione. Ti senti in colpa e però lo odi intensamente per quello che fa a tua madre, oggetto della tua idolatria. Un groviglio infinito di adesione e ripulsa. Nelle case dei miei amici, povere ma con aspirazioni all’ordine, si mangiava col tovagliolo. Da noi tutto era disordine. Mi esercitavo a essere sottotono, volevo la normalità».

Eppure, nella smania di un artista autarchico c’è anche un’idea di sé rispetto al mondo che contagia la famiglia: si è diversi perché si è speciali. «Per lui senza una vocazione artistica c’era solo imbecillità: questo contava, il resto era niente. E credo che la voglia di scrivere sia nata così, per definirmi senza sconfinare nella pittura, il suo terreno».

Poi, all’improvviso, la storia frena, si ferma, finisce. «Mia madre muore a 44 anni. E per me, con la sua scomparsa scompare la famiglia. Come se tutti i legami si reggessero sul suo corpo bellissimo, devastato in sei mesi dalla malattia. Subito accadono due fatti. Mi sposo, ancora studente all’università: sono innamorato ma il colpo di testa è nell’emancipazione dalla tribù d’origine. E scrivo il mio primo romanzo, titolo L’interno della coppa. Nessuno lo legge, decido io che è una porcheria. Ed è quasi un sollievo. Ci ho provato, ora devo entrare nella norma, fare domanda per insegnare».

La scena successiva si svolge a Castelgrande, 900 abitanti sulla roccia della Basilicata, e ha quel tanto d’illogico, quell’incongruità da colpo di teatro che precede una rivelazione. «Scuola media, ragazzini di campagna, occhi opachi: fuori c’è la neve, dentro c’è una stufa. Io mi sento col cappio al collo. Eppure, in poche ore tutto diventa magnifico. Scopro che quella è la cosa che so fare. Come passare una soglia mentale: gli occhi che hai di fronte a te diventano vivi e tu stesso sei più vivo di quanto non fossi mai stato prima. Un affiatamento forte, un potenziamento simile alla felicità».

Per vent’anni i romanzi spariscono. Starnone fa il prof, si occupa di racconti orali, comincia a collaborare con Il Manifesto. E nell’85, un caporedattore gli chiede una rubrica sulla scuola. «Un testo politico nello stile del giornale. Però quella sera ho una tale stanchezza che mi abbandono: e viene fuori un tono personale da diario del primo giorno di scuola. A 42 anni, dal nulla, riemerge prepotente il piacere di narrare, mescolare vita e immaginazione, smarrirsi e non sapere più dove stai».

Un momento di perfetta felicità, speculare a quello di vent’anni prima, nell’aula di Castelgrande. Non solo perché «insegnare e scrivere in assoluto si somigliano e possono funzionare a patto che te ne lasci travolgere»: in entrambi c’è un’eco, una risonanza più antica. Qualcosa che c’entra col perdere la testa, abbandonare l’ordine per il disordine, uscire dalla normalità così desiderata da bambino. Ritrovando dentro di sé il meglio del padre.

L'articolo Domenico Starnone: “Ma come ve lo devo dire che non sono Elena Ferrante?” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-domenico-starnone/feed/ 7
Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/ https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/#comments Thu, 25 Jun 2015 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27411 Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un "altrove" desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì "degno di 
Flaubert" e dotato di una "notevole forza narrativa". Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice.

L'articolo Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano proviene da Minima et Moralia.

]]>
marciano

(fonte immagine)

Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un “altrove” desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì “degno di 
Flaubert” e dotato di una “notevole forza narrativa”. Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice. Gli
 americani ci avevano visto giusto, perché anche i successivi libri di
 Francesca Marciano — Casa Rossa e La fine delle buone maniere, 
pubblicati anche in Italia da Longanesi e tradotti in più di dieci
 lingue — si sono rivelati narrazioni potenti, scritte in un
 inglese limpido eppure raffinato: una lingua straniera 
destreggiata con estrema naturalezza. E non è certo un caso se il
suo ultimo libro si intitola The Other Language (Pantheon Books): una raccolta di storie implacabili,
 ambientate in vari posti del mondo, dalla Grecia a Venezia, da 
un’isola sperduta al largo delle coste africane a un paesino della
 Puglia, storie di personaggi che “non si sentono a casa in nessun
 posto”, come ha detto Jhumpa Lahiri, e sono sempre “colti in
 una sorta di viavai interiore che smonta e rimonta l’anima”. In Italia è appena uscito per Bompiani con il titolo Isola grande, isola piccola (tradotto da Tiziana Lo Porto).

Come molti tuoi personaggi, sei stata attratta da luoghi lontani, esotici, misteriosi. Anche tu “ostaggio della bellezza”?

Da bambina fantasticavo avventure in luoghi lontani, esotici, misteriosi. Ho cominciato leggendo Salgari, per poi innamorarmi di Conrad. Sono andata via dall’Italia appena finito il liceo, partita d’impulso per New York, senza sapere bene perché, pensando che avrei studiato cinema per un semestre e invece ci sono rimasta per sette anni. Poi dieci anni in Kenya, quando ero già grande. Ripensandoci ora penso che la cosa che mi ha sempre attratto — e ancora mi attrae — all’idea di cambiare paese e cambiare vita, è quella di trovarmi in quello stato  a metà tra l’incertezza e l’eccitazione, la vulnerabilità e l’euforia, che mi ha sempre fatto sentire viva, vigile, più me stessa che mai.

Il titolo originale della tua raccolta The Other language (L’altra lingua) a cosa si riferisce?

In tutti i racconti i personaggi si muovono in realtà che non sono le loro, in culture diverse di cui devono imparare le regole e il “linguaggio”. Io stessa ho scritto il mio primo libro in inglese perché vivevo in Kenya, ma da sempre ho sentito che possedere due lingue mi ha dato una grandissima libertà: è come assumere due diverse personalità. La prima è quella della propria lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, al proprio paese, mentre la lingua acquisita diventa la lingua della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e dunque si è più liberi, meno inibiti dalle convenzioni della propria cultura. Per me scegliere di scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha permesso però di essere più sincera. Almeno io l’ho vissuta così. Credo che anche per Nabokov, Conrad, Beckett debba essere stato un processo simile. Forse anche loro nel tradire le loro lingue madri si sono sentiti più liberi, più “nuovi”.

In sostanza è la ricerca di un altro punto di vista?

Sì. È uno spostamento impercettibile che però inquadra la realtà in un modo diverso, come possedere un grandangolo. O forse un dolly. A volte mi pesa leggere i giornali italiani, specialmente in questi anni difficili. Siamo troppo attorcigliati su noi stessi, sulle nostre beghe politiche, le polemiche, i risentimenti. Il resto del mondo è completamente sparito dal nostro immaginario, e dunque anche i temi più vasti, più importanti,  quei temi che riguardano tutti, come i diritti umani, la conservazione del pianete, le guerre. A noi interessa solo il nostro condominio. Questo rimpicciolimento mi fa paura, temo che sia come una mancanza di ossigeno. Toglie energia, e finisce per soffocarci.

Pensi di aver “esportato” alcune qualità italiane?

Di certo, i personaggi, le storie che scrivo, hanno radici in ciò che io sono, un ibrido a metà tra due culture, quella anglosassone e quella italiana. Questo strano intruglio forse è la  particolarità del mio punto di vista, che è sempre leggermente obliquo. “Casa Rossa”, il mio secondo romanzo è una storia fortemente italiana. Mi è servito molto scriverlo, mi ha ricollegato con una parte della storia del nostro paese. Scrivendolo in inglese, sentivo però di guardarla attraverso un’altra finestra. È stato un processo interessante.

Legge autori inglesi o italiani?


Entrambi. Ho divorato la trilogia di Elena Ferrante: in America
 la idolatrano, e da noi? Spero che almeno vinca il premio Premio Strega. Per quanto riguarda gli stranieri ho incontrato i racconti di Alice Munro e Mavis Gallant circa quindici anni fa e hanno avuto per me una grandissima influenza. Prima di loro avevo amato Katherine Mansfield, Paul Bowles, Carver, ma anche Lorrie Moore, Jonathan Franzen, Philip Roth, John Cheever.

Nel tuo nuovo libro nuovo definisci l’Italia un “bene in vendita”. È questo il destino del Made in Italy?

Non so predire cosa accadrà nel futuro. Certamente una città come Roma sta lentamente perdendo la sua identità per far spazio ai turisti. I quartieri del centro muoiono, e diventano delle vetrine, un po’ come è successo già a Firenze e Venezia.  Sarà una lotta dura, quella di mantenere la nostra identità e quindi anche la nostra eccellenza. Siamo i più bravi in tanti campi. Ma non sappiamo difendere il nostro talento. Ecco, questo mi dispiace moltissimo. Saranno le piccole imprese, quelle che vengono dal basso, a riconquistare terreno attraverso la qualità.

Oggi abiti in Italia, cosa ti manca dell’Usa e dell’Africa dove hai abitato a lungo?

Dell’Africa mi manca tutto: gli spazi, i colori, la sensazione di essere solo un puntino insignificante, le relazioni che nascono in posti dove ci si sente esposti alla natura, gli animali, i pericoli. Dell’America mi manca la vitalità, ma anche quello sguardo largo, che abbraccia un orizzonte più grande del nostro. Un paese dove si parla ancora animatamente di etica, letteratura, arte, dove c’è posto per tutti. Dove la tolleranza è una cosa seria.

Nel libro definisci l’italian style non tanto una questione di marche o di moda, ma di dettagli e di una certa formalità. Sei d’accordo?

Sì, lo stile italiano è nei dettagli, nel buongusto che eccelliamo. Anche nel cibo siamo eleganti e inimitabili. ma come dicevo prima è difficile competere con l’avanzata delle cavallette. Non sto parlando di marche costose, ma di equilibrio, audacia, estro. È lì che siamo sempre stati bravi. C’è un racconto nella mia nuova raccolta che si intitola “Il sistema italiano” dove parlo proprio di questo: siamo ancora quegli italiani che pensiamo di essere – quelli vestiti bene, con stile, ed eleganza innata?

E dell’Italia cosa ti manca quando non ci sei?

Nuotare nel Mediterraneo, i cornetti e il cappuccino, le stagioni che cambiano, l’amichevolezza, il calore. Gli amici, gli amici, gli amici.

Il tuo mestiere di sceneggiatrice ha sempre funzionato parallelamente alla scrittura dei tuoi libri. A cosa stai lavorando ora?

Ho scritto “Io e lei”, il nuovo film di regia Maria Sole Tognazzi con Sabrina Ferilli e Margherita Buy che esce a novembre e “Pericle il Nero”, tratto dal romanzo di Ferrandino con la regia di Stefano Mordini che uscirà in autunno. E sto lavorando al prossimo film di Valeria Golino. Lavorare con lei a “Miele” è stata una bellissima esperienza. Sono molto felice anche di aver lavorato con Bertolucci, una specie di sogno che si avvera inaspettatamente. Ci conosciamo da molti anni, ma non avevamo mai lavorato assieme. È stata una fantastica esperienza quella di trovarci alla scrivania a discutere la sceneggiatura. A Carlo Verdone sono e sarò sempre molto grata. Ho cominciato con lui, mi ha dato fiducia dopo aver visto il mio primo film, “Turnè” (diretto da Salvatores) e insieme abbiamo scritto il primo di molti film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”. Non sarei quella che sono oggi se non fosse stato per lui.

L'articolo Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/feed/ 4
Su scrittori, soldi e privilegi https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/#comments Mon, 16 Mar 2015 06:56:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25584 di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

L'articolo Su scrittori, soldi e privilegi proviene da Minima et Moralia.

]]>
tumblr

(Fonte immagine)

di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

(Esempio: asta di beneficenza annuale di raccolta fondi per la scuola pubblica dove vanno i nostri figli. Idea divertente, c’è un sito su cui si vendono all’asta piccoli oggetti e servizi e il ricavato sarà devoluto alla scuola. Genitori mettono a disposizione una settimana nella loro villa in Costa Rica che verrà battuta per duemila dollari offerti da altri munifici genitori. Quei soldi avrebbero potuto darli anche in forma anonima, ovviamente, ma vuoi mettere il gusto dello show off?)

Qui in America guadagnare tanto è una cosa di cui ci si può vantare perché è un merito che evidentemente parla di quanto sei bravo o quanto ti sei impegnato a fare qualcosa, qualcosa che ha prodotto dei risultati economici, se sei ricco di famiglia c’è qualcuno dei tuoi antenati di cui essere proud. Ma cosa succede se sei molto bravo o ti impegni molto a fare qualcosa e quel qualcosa non ha come obiettivo principale un risultato economico e anzi, solo in casi eccezionali è un’attività che produce grosso reddito come per esempio scrivere?

Non che negli Stati Uniti non si consideri l’attività artistica come degna di essere supportata, qua esistono dei grant, delle borse di studio, come quella del National Endowment for the Art, che sembra il terzo premio della nostra lotteria di capodanno. L’anno scorso George Saunders ha meritatamente vinto la borsa del MacArthur Fellows Program che gli riconosce 625.000$ (seicientoventicinquemila dollari) in cinque anni. (Avevo scritto “meritatamente guadagnato” e poi ho sostituito “guadagnato” con “vinto”. Perché? Ci sarebbe da interrogarsi su questo, sul perché inconsciamente si fa fatica a pensare che quello di scrivere sia un mestiere come gli altri. Qualche giorno fa è partito un dibattito su Facebook perché una mia amica ha scritto una cosa tipo, “spero che Elena Ferrante sia veramente una sconosciuta, una poveraccia, che finalmente grazie ai libri ha guadagnato qualcosa, mi dispiacerebbe sapere che invece dietro questo pseudonimo c’è qualcuno che non aveva bisogno di quei soldi” anche qui bisognerebbe chiedersi perché forse una riflessione del genere non ci verrebbe in mente di farla per uno che fa un altro lavoro, come se vendere tanti libri fosse solo una botta di culo che è meglio capiti a uno nato povero).

Il fatto è che quello di scrivere è difficile da considerare un lavoro tout court, dato che come tutte le attività artistiche non ha come fine ultimo – in teoria – quello di guadagnare uno stipendio, e quindi i soldi attaccati a queste attività puzzano sempre un po’, stranamente pure per gli americani, per i quali la pecunia che deriva da qualsiasi attività lecita in genere olezza di fiori. Ma anche qua, se non vinci una borsa di studio – e i casi sono rari quanto quelli degli scrittori che mantengono la famiglia con le loro royalties – fai una fatica mostruosa a pensare di vivere facendo lo scrittore.

Nell’articolo che segue il discorso più che sui soldi “non guadagnati” scrivendo, si concentra sui privilegi di chi già ce li ha o chi nasce in contesti socioeconomici che gli facilitano notevolmente l’ingresso tra gli scaffali più visibili delle librerie. E ovviamente parte con un vantaggio significativo. Sembra un ragionamento lapalissiano ma non lo è così tanto. Pensiamo per esempio alle conseguenze che questo ha sul nostro immaginario collettivo.

(Esempio facile facile dall’ormai famoso TED della bravissima scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sui pericoli di una “storia unica”. Adichie racconta di essere stata lettrice precocissima e di aver letto tutti i libri per bambini che aveva trovato nella biblioteca locale, tutti romanzi americani e anglosassoni. Quando ha iniziato a scrivere, sempre prestissimo, verso i sette anni, le sue storie avevano come protagonisti solo personaggi bianchi, con gli occhi azzurri, bambini che giocavano nella neve, mangiavano mele e si rallegravano quando tornava il sole dopo la pioggia, quando nella vita di Chimamanda non c’erano né bianchi, né mele, né neve, né maltempo. Ma per lei quell’immaginario era l’unico che potesse stare nei romanzi. Anche se non siamo più bambini guardatevi il TED che lo spiega bene, non siamo per niente al riparo dai rischi della storia unica, del mondo raccontato solo da una prospettiva).

I privilegiati negano di essere privilegiati nascondendo così una verità che dà fastidio pure a loro: come in tutti gli altri mondi sporchi di soldi, anche la letteratura è dominata da uno squilibrio notevole tra chi detiene ricchezza e potere (che si traducono in possibilità di potersi concentrare totalmente sulla scrittura, sulla ricerca, sulla politura dello stile, con tutto il tempo che richiedono queste attività) e chi non ne ha per niente e quindi magari pur avendo qualcosa di importante da dire, ha per necessità una vita talmente assorbita da altro che, o fa una fatica improba e magari eccezionalmente riesce a scrivere e a farsi pubblicare e magari anche a avere successo, oppure molla il colpo, arrendendosi al fatto di essere un nano e che di qualunque argomento si parli, saranno sempre i più alti quelli che arrivano per primi (e meglio) a parlare al microfono. E diranno quello che vogliono loro, parleranno dal loro punto di vista, perpetuando perlopiù una visione del mondo che è quella, quella della classe dominante. Quella che guarda dall’alto verso il basso. Quindi speriamo che davvero Elena Ferrante, chiunque sia, venga dai quartieri di Napoli, dal più in basso possibile.

L’articolo comincia in un modo che più irritante non ce n’è, prosegue a tratti con un malcelato rosicamento, ma poi svela interessanti retroscena e un sacco di spunti di riflessione. (Perché in Italia forse siamo messi pure peggio).

“Sponsorizzata” da mio marito.

Perché è un problema che gli scrittori non parlino mai di dove arrivano i soldi

di Ann Bauer 

Ecco la mia vita. Io e mio marito ci svegliamo ogni mattina alle sette in punto, lui si fa la doccia e intanto io preparo il caffè. Nel tempo che lui ci mette per vestirsi io sono già seduta alla scrivania a scrivere. Mi dà un bacio per salutarmi e se ne va al lavoro. Lavoro con cui fa tanti soldi, ottiene eccellenti benefit e parecchi vantaggi, come viaggi, buoni pasto e il rimborso delle spese per la palestra dove io vado a fare yoga a mezzogiorno. La sua carriera mi ha permesso di lavorare solo sporadicamente – come consulente – in un settore che mi piace.

Questa rivelazione può sembrare volgare, lo so. Mi dispiace. Perché nel mondo in cui le donne si siedono a parlare dei diversi tipi di arte topiaria da applicare ai peli della zona bikini, le conversazioni sui soldi (o sui privilegi) sono quelle che non si affrontano mai. Perché? Credo che sia la sindrome di Maria Antonietta: i fortunati e i privilegiati non vogliono che la plebaglia venga a sapere i particolari. In effetti se “questa gente” conoscesse bene le differenze che ci sono tra le nostre e le loro vite si potrebbe ribellare. Oppure, Dio ci perdoni, non considerarci più come persone più speciali, più talentuose, più meritevoli di loro di questa bella vita.

Noi scrittori mettiamo in atto una versione speciale di questa pantomima. Due esempi.

Sono andata alla presentazione di un libro con molti partecipanti (sto parlando di più di 300 persone) circa un anno e mezzo fa. L’autore era un conosciutissimo meraviglioso saggista, che ha, meritatamente, vinto moltissimi premi. Gli è anche capitato in sorte di essere l’erede di una fortuna ciclopica. Stramiliardi. In altre parole è uno che non ha mai dovuto fare un lavoro, meno che mai due. Ha diversi figli; lo so perché erano alla presentazione con lui, in prima fila. Ho sentito qualcuno dire che viaggiavano tutti con lui, con due tate al seguito, per il suo tour promozionale mondiale.

Niente di tutto ciò intacca la sua grandezza. Comunque quando una del pubblico – giovane e un po’ ingenua, chiaramente non al corrente dei fatti – si è alzata per chiedere come ha fatto a dedicare dieci anni alla scrittura del suo ultimo capolavoro, come ha fatto per mantenersi e mantenere la sua famiglia in quel periodo, lui le ha risposto in maniera seria che era stata dura ma aveva anche scritto nel frattempo molti articoli per diverse riviste per tirare avanti. Ho sentito un mormorio attraversare metà della platea a conoscenza della verità. Ma l’autore, impassibile, è andato avanti e ha fatto credere a questa ragazza che ha mantenuto la sua vita a Manhattan grazie a una manciata di articoli scritti per the Nation o Salon.

Esempio due. Un reading in un’altra città, con una trentenne il cui romanzo d’esordio era appena comparso sulla copertina della New York Times Book Review. Non mi era piaciuto il libro (un romanzo di formazione tra adolescenti benestanti) ma molte persone che rispetto l’hanno trovato bello quindi sospendo il giudizio. L’autrice aveva frequentato una delle grandi scuole private per ricchi dell’East Coast, mentre i suoi genitori erano impegnati a consolidare le loro carriere sulla scena letteraria di New York. Gente – i genitori – che a Natale si scambiavano biglietti d’auguri con William Maxwell e invitavano a cena gli Styron. Lei, l’autrice, la loro unica figlia adorata. Dopo il liceo privato prestigioso aveva preso due lauree in scrittura creativa (Iowa e Ivy). Il suo primo libro era stato osannato in tutto il paese da editor e recensori, molti dei quali l’avevano vista crescere. Era un fenomeno ancora prima di arrivare sugli scaffali. È diventata immediatamente una star. E quando (di nuovo) una persona del pubblico, chiaramente una studentessa universitaria si è alzata per chiedere a questa affascinante scrittrice a cosa ascrivesse il suo successo, la donna ha fatto una pausa e poi ha detto che ha lavorato moltissimo e che ha avuto una buona formazione, ma guardandosi indietro ha capito che è stata la sua decisione di non avere mai figli che le ha permesso di diventare una vera artista. Se hai dei bambini, ha spiegato al gruppo di disperate scrittrici nubili, devi scegliere tra loro e la scrittura. “Mantenetela pura. Non fatevi distrarre dal pianto di un bambino”. Ero sconcertata. Volevo balzare in piedi e gridare “Ciao Alice Munro! Doris Lessing! Joan Didion!” Certo, ci sono migliaia di altre scrittrici che sono scrittrici straordinarie nonostante la maternità. Ma non è questo il punto, il punto era che, a parte le qualità intrinseche del libro, il vantaggio competitivo di questa autrice non aveva niente a che fare con le sue scelte riproduttive. Tutto dipendeva dalle sue relazioni. Semplice. Ce le aveva dalla nascita.

Secondo me con questo “lasciamogliela bere” facciamo un enorme disservizio alla nostra categoria, nascondendo le circostanze che ci aiutano a scrivere, pubblicare e in un certo senso ad avere successo. Non sono ricca come il primo autore (nemmeno mi ci avvicino) né ho la rete di relazioni della seconda. Non sono neanche famosa. Ma ho un grosso vantaggio rispetto allo scrittore che vive assegno dopo assegno, o solo e isolato o che combatte contro una malattia o che ha un lavoro a tempo pieno.

Come posso esserne così sicura? Perché sono stata povera, oberata di lavoro e schiacciata dagli eventi. E durante quel periodo non ho scritto neanche una riga. Ventenne, ero sposata con un drogato che tentava con tutte le forze di smettere (ma continuava a non riuscirci). Avevamo tre figli, di cui uno autistico e abbiamo vissuto in povertà per un periodo lungo e tremendo. A trent’anni ho divorziato perché era l’unico modo per uscire da quella situazione. Per i dieci anni successivi ho fatto due lavori e ho cresciuto i miei tre figli da sola, senza aiuti e senza nessun supporto dal padre.

Ho pubblicato il mio primo romanzo a 39 anni, ma solo dopo un lavoro serrato in una scuola di scrittura creativa dove ho incontrato alcuni scrittori influenti e dopo aver vissuto tre mesi a casa dei miei genitori dove ho potuto finire la prima bozza. Dopo aver consegnato il manoscritto, ho trovato un lavoro piuttosto piacevole come editor in una rivista. Un anno dopo ho incontrato il mio secondo marito. Per la prima volta avevo un vero compagno, qualcuno su cui poter contare e che c’era per me e i nostri bambini in ogni modo possibile. La vita è diventata più facile, ho scritto un saggio, un secondo romanzo e circa trenta lunghi articoli in un periodo relativamente breve.

Oggi sono fondamentalmente “sponsorizzata” da quest’uomo molto amorevole che arriva a casa a fine giornata, mi chiede com’è andata la scrittura, mi versa del vino e poi mi porta fuori a cena. Mi accompagna quando devo fare 500 miglia per fare un reading di 75 minuti, gestisce i miei soldi, e non si lamenta mai che i miei piccoli libri cupi e sfrontati hanno avuto anticipi bassi e vendite modeste.

Ho finito il mio terzo romanzo in otto mesi precisi. Ho iniziato il libro durante una bellissima vacanza. Poi ho scritto felice e abbastanza velocemente perché avevo tempo e soldi, e sono stata aiutata dal marito, dall’agente e da un amico editor molto talentuoso. Senza tutti questi privilegi, forse sarei a pagina 52. Ecco. Io sono questa. E voi come fate?

L'articolo Su scrittori, soldi e privilegi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/feed/ 17
Il verme annidato nel ventre https://minimaetmoralia.it/libri/il-verme-annidato-nel-ventre/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-verme-annidato-nel-ventre/#respond Mon, 26 Jan 2015 16:54:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25070 Il terzo romanzo di Elena Ferrante, La figlia oscura, è un percorso di comprensione e insieme di liberazione; una ricerca del senso dell’esistenza e allo stesso tempo una riconciliazione con essa. La comprensione è frutto dell’analisi, e l’analisi è un atto di coraggio. Per guardare in fondo a se stessi occorre puntare l’attenzione esattamente al centro della propria paura, esaminarne il nucleo più interno e la consistenza indecisa, prenderne consapevolezza, accettarla per quello che è. Soltanto allora è possibile riconciliarsi con la propria vicenda biografica, comprendere le motivazioni delle scelte sbagliate, perdonarsi. La catarsi è un’operazione ecdotica dell’esistenza, una discesa nei recessi viscerali del sé alla ricerca di un significato, una spedizione ardimentosa per scardinare le proprie stesse difese,una missione impossibile volta al recupero del senso.

L'articolo Il verme annidato nel ventre proviene da Minima et Moralia.

]]>
Caspar_David_Friedrich_029

(Fonte immagine)

Il terzo romanzo di Elena Ferrante, La figlia oscura, è un percorso di comprensione e insieme di liberazione; una ricerca del senso dell’esistenza e allo stesso tempo una riconciliazione con essa. La comprensione è frutto dell’analisi, e l’analisi è un atto di coraggio. Per guardare in fondo a se stessi occorre puntare l’attenzione esattamente al centro della propria paura, esaminarne il nucleo più interno e la consistenza indecisa, prenderne consapevolezza, accettarla per quello che è. Soltanto allora è possibile riconciliarsi con la propria vicenda biografica, comprendere le motivazioni delle scelte sbagliate, perdonarsi. La catarsi è un’operazione ecdotica dell’esistenza, una discesa nei recessi viscerali del sé alla ricerca di un significato, una spedizione ardimentosa per scardinare le proprie stesse difese,una missione impossibile volta al recupero del senso.

Leda, la protagonista del romanzo, è una donna che fin dall’infanzia ha sviluppato barriere altissime per preservare la propria intimità da possibili invasioni provenienti dall’esterno, dai familiari, dai vicini. È nata a Napoli, che nella sua percezione rappresenta per antonomasia il luogo in cui la violazione è consustanziale all’idea stessa di vita in comune – sia essa di tipo familiare o pertinente a legami sociali – e da sempre ha manifestato un’innata allergia verso la sguaiataggine e l’invadenza dell’affollata convivialità partenopea. La sua paura è fisicamente connotata: Leda prova ripugnanza per alcuni tratti corporei. Il suo ideale di uomo è di corporatura asciutta, mentre guarda con raccapriccio i ventri prominenti, come fossero un marchio di impurità. Si delinea dunque come una fuga dal corpo – e quasi come un atto simbolico – l’abbandono della famiglia che Leda compie a diciotto anni, quando va a Firenze per frequentare l’università, lasciandosi alle spalle il retaggio culturale di cui aveva orrore, Napoli, sua madre, il dialetto, tutto. È la sua prima fuga; ne seguiranno altre più drammatiche e intrinsecamente dolorose.

Conosce Gianni e giovanissima si sposa. Ha subito due bambine, Bianca e Marta, ma si accorge immediatamente che sia il matrimonio che le figlie le sono di impedimento alla propria realizzazione professionale. Il marito, quasi indifferentealla nuova paternità, continua a perseguire i propri traguardi accademici, assentandosi spesso da casa per lavoro, e in tal modo non soltanto priva Leda di un riferimento in positivo – trascurando le proprie responsabilità – ma costituisce un modello in negativo, divenendo ai suoi occhi un esempio di realizzazione delle aspettative che per lei, promettente ricercatrice universitaria, erano state disattese a causa dei sopravvenuti impegni familiari. Di qui la nuova fuga di Leda, che stavolta va via di casa per verificare fino in fondo le proprie possibilità, e – prima di tornare a riprendersi le figlie – vive per tre anni interamente dedita al proprio egoismo, protetta da una cerchia di persone che condividono i suoi stessi interessi, le medesime debolezze; egoisti come lei e perciò verso di lei indulgenti e comprensivi.

Bianca e Marta crescono e si trasferiscono in Canada dal padre, per studiare e lavorare. Leda va in vacanza al mare, sola, e sulla spiaggia nota una chiassosa famiglia napoletana nella quale distingue una donna molto giovane e una bambina piccola, che la colpiscono per la loro reciproca, profondissima intimità. Nina ed Elena (la madre e la figlia) giocano insieme con una vecchia bambola apparentemente priva di qualsiasi attrattiva, ma che sembra catalizzare tutta la loro attenzione. Nina, forse ancora memore dei propri svaghi infantili, non partecipa al gioco con distacco da adulta, ma per il gusto puro e semplice di accudire la bambola, quasi fosse anche lei ancora una bambina; e Leda è evidentemente infastidita dalla confusione che percepisce nei ruoli di madre e figlia, anche se non riesce a comprenderne bene il motivo.

D’un tratto avviene un fatto importante: nella ressa domenicale della spiaggia, Elena si perde, ed è la stessa Leda a ritrovarla e a restituirla a Nina. In quel frangente, la donna compie un gesto apparentemente inesplicabile: prende la bambola e se la infila nella borsa. È significativo che i due avvenimenti – il ritrovamento di Elena e la sottrazione della bambola – avvengano quasi contemporaneamente. Come se, simbolicamente, Leda volesse ripristinare i ruoli autentici di Nina ed Elena: alla prima rende la sua dimensione di madre, restituendole la figlia e sottraendole la bambola; alla seconda impedisce di fingere di essere madre a sua volta – sia pure per gioco.

Leda si sente sempre più coinvolta nelle vicende di questa famiglia. Riconosce delle dinamiche a lei tristemente note e le sembra che la storia le stia offrendo una seconda possibilità: forse può aiutare Nina (con la quale percepisce una profonda affinità) a non commettere i propri stessi errori. Ha scoperto che la ragazza ha un marito odioso, un uomo più basso di lei, con un addome pronunciato segnato da una lunga cicatrice. Arrogante, sicuro di sé, è apparentemente il boss di un piccolo clan ambiguamente connotato. È arrivato il sabato per trascorrere il week-end con la famiglia, circondato da una schiera di gente volgare e prepotente. Leda intuisce che Nina subisce quell’uomo senza amarlo, e dopo poco, infatti, la sorprende nella pineta mentre si lascia accarezzare da Gino, il bagnino dello stabilimento. Questo fatto la irrita moltissimo, ma il lettore fa fatica a comprenderne il motivo.

Anche Leda, infatti, ha guardato quel ragazzo con una tenerezza galante, pensando che probabilmente anche lei, se avesse avuto l’età delle sue figlie, se ne sarebbe innamorata. Anche Leda ha provato da subito una violenta antipatia per il marito di Nina, percependolo come un essere volgare, fisicamente spiacevole, violento. Anche Leda, in passato, ha tradito suo marito con leggerezza, per vanità, addirittura per interesse. Perché, dunque, quando scopre Nina in pineta con il bagnino ha una reazione così irritata? E perché, allo stesso tempo, la scoperta le solleva dentro una indistinta sensazione di gioia sporca, dimenticata, raggrumata?

«Sorprenderli mi aveva dato, non so come dire, un turbamento. Era un’emozione confusa, sommava il visto al non visto, mi causava calore e un freddo sudato. Il loro bacio ancora bruciava, mi riscaldava lo stomaco, avevo in bocca un sapore di saliva tiepida. Non era una sensazione adulta, ma infantile, mi ero sentita come una bambina trepidante. Erano tornate fantasie lontanissime, immagini finte, inventate, come quando da piccola fantasticavo che mia madre uscisse di casa in segreto, di giorno e di notte, per incontrare suoi amanti e sentivo sul mio corpo la gioia che provava. Mi sembrava, adesso, che si stesse svegliando una sostanza gommosa, a riposo nel fondo della pancia da decenni».

È curioso che i ricordi di Leda di fronte al tradimento di Nina non siano relativi alla propria personale esperienza di adulterio, ma a una sua fantasia di bambina. Non vive questa situazione da un punto di vista adulto, ma da una prospettiva infantile, inconsapevole, di figlia. La donna fa fatica a comprendere le proprie stesse motivazioni, ma ne sente l’urgenza in fondo al ventre. È qualcosa di torbido, che ha riposato dentro di lei per decenni, addensandosi fino ad assumere una consistenza gommosa, da cui è difficile purificarsi, e che in un certo senso ha una valenza giocosa, a suo modo piacevole, irrazionale.

La piccola Elena ha riempito la pancia della bambola con qualcosa di torbido: un’acqua scura che ogni tanto le fuoriesce dalla bocca, lasciando Leda sbigottita:«La bambola, impassibile, seguitava a vomitare. Hai rovesciato nel lavandino tutto il tuo limo, brava. Le aprii le labbra, allargai con un dito il foro della bocca, le feci scorrere all’interno l’acqua del rubinetto e poi la scossi forte per lavarle ben bene la cavità cupa del tronco, del ventre, e far uscire infine il bambino che Elena le aveva messo dentro. Giochi. Dire alle bambine tutto, fin dall’infanzia: penseranno loro, poi, a inventarsi un mondo accettabile. Io stessa ora stavo giocando, una madre non è che una figlia che gioca, mi aiutava a riflettere. Cercai la pinzetta per le ciglia, c’era qualcosa nella bocca della bambola che non voleva uscire. Ricominciare da qui, pensai, da questa cosa. Avrei dovuto prendere atto subito, da ragazza, di questa enfiatura rossastra, molle, che ora stringo tra il metallo della pinza. Accettarla per quello che è. Povera creatura senza niente di umano. Ecco il bambino che Lenuccia ha inserito nella pancia della sua bambola per giocare a renderla pregna come quella di zia Rosaria. Lo estrassi delicatamente. Era un verme della battigia… Ho orrore di tutto ciò che striscia, ma per quel grumo di umori provai una pena spoglia».

Il verme è un piccolo feto, viluppo inestricabile di raccapriccio e tenerezza, che,mentre abita il ventre femminile, lo contamina con la propria diversità. Nel corpo della donna è presente una contraddizione tra una funzione naturalmente predisposta alla maternità – che convoglia forze e nutrimento allo scopo di alimentare e generare una nuova vita – e una volontà che spinge altrove, un’egoistica opzione che rivendica il diritto ad affermarsi, a esistere come individuo a tutto tondo: «Un corpo di donna fa mille cose diverse, fatica, corre, studia, fantastica, inventa, si sfianca, e intanto i seni si fanno grossi, le labbra del sesso si gonfiano, la carne pulsa di una vita rotonda che è tua, la tua vita, e però spinge altrove, si distrae da te pur abitandoti la pancia, gioiosa e pesante, goduta come un impulso vorace e tuttavia repellente come l’innesto di un insetto velenoso in una vena».

L’innesto dell’insetto in una vena ha delle evidenti affinità con l’immagine del verme introdotto nel ventre della bambola. La natura repellente di entrambi gli animaletti (il verme e l’insetto) e l’operazione artificiale con cui essi vengono inseriti nell’organismo femminile alludono a un aspetto forzato della maternità, o che per lo meno viene percepito come tale. La bambola che Leda ruba preserva quel legame speciale tra Nina e la figlia che riesce a renderle estranee a tutto il mondo, le fa vivere nell’unione più intima che si possa avere con un’altra persona, completamente dedite l’una all’altra, in una realtà di continua finzione, di ininterrotto stupore, inattaccabili, belle. «Perché l’avevo presa. Custodiva l’amore di Nina e di Elena, il loro vincolo, la reciproca passione». Un eros dunque che unisce, e che sembra quasi sradicato dal sesso. La sessualità nel romanzo è descritta come qualcosa che separa, legataa un piacere egoistico, solipsistico, un frutto della fantasia individuale. L’eros viceversa crea un legame vivo fra due persone, intenso, viscerale, molto più simile a ciò che unisce una madre e un figlioche nonal rapporto tra due amanti. È un vincolo che nasce nella profondità del ventre, che stringe in un nodo inscindibile per il quale passano la vita e la morte: un conflitto tra due individui che lottano per essere indipendenti l’uno dall’altro ma che non possono sopravvivere l’uno senza l’altro.

Si spiega dunque l’ostilità con cui Leda sorprende Nina insieme a Gino. Le sembra che in effetti la  ragazza stia compiendo un vile tradimento, non tanto nei confronti del marito, quanto verso la figlia. Cedendo al giovane bagnino (che oltretutto confessa di non amare affatto) Nina perde agli occhi di Leda quel privilegio che aveva acquisito grazie all’intensità del suo legame con Lenuccia. Il rapporto di Nina con Elena si riflette specularmene in quello di quest’ultima con la bambola, ed è un rapporto di natura erotica, in cui l’eros consiste in una forza oscura, torbida, misteriosa.

In questo romanzo l’eros non è legato alla bellezza. Gino, che è un giovane attraente, non è affatto un personaggio erotico, mentre per certi versi lo è il marito di Elena, pur nella sua sgradevolezza: «Nina perse il cappello, il vento glielo portò via. Suo marito, come un animale immobile che al primo segnale di pericolo scatta con una forza e una decisione inattese, lo prese al volo prima che finisse in acqua e glielo restituì. Lei lo calzò meglio, il cappello mi sembrò all’improvviso bello e avvertii una fitta irragionevole di disagio».

Perché – dopo l’atto repentino e in certo senso virile del marito – il cappello, che dapprima le era sembrato brutto, acquista improvvisamente fascino agli occhi di Leda? E, soprattutto, perché prova una sensazione di disagio? Non proviene forse il disagio dall’aver percepito una forza di inspiegabile attrazione provenire da quell’uomo viscido e sgradevole in tutto? Perché Nina è stata attratta da lui, perché lo ha accettato come marito pur temendolo e desiderando starne lontana? Leda ha bisogno di capire tutto questo, come ha bisogno di capire le tante contraddizioni della propria vita, di discendere nel fitto mistero delle proprie scelte.Ecco il motivo reale per cui Leda ruba la bambola: per indagare la vera natura di questa potenza misteriosa, per prendere finalmente consapevolezza della forza sconosciuta che ha mosso la sua esistenza, l’ha sconvolta dall’interno e l’ha condotta dove non avrebbe creduto di andare; per estrarne la figlia oscura che porta nel grembo, non provarne più ribrezzo, guardarla con asciutta compassione, compassata tenerezza.Per valutare questo grumo rappreso in fondo al ventre per quello che è, senza dargli nomi idealizzanti né– al contrario – svilirne il vigoroso potere.

È interessante notare il valore di alcune antinomie significative presenti nel romanzo. La forza erotica, infatti, che spinge al legame, alla relazione, all’apertura, si contrappone a un’altra di segno inverso, che tende a rimarcare l’individuazione. L’eros viene connotato da termini che rientrano nel campo semantico della mollezza, della viscidità. Le immagini che lo rappresentano sono ventri morbidi, forme rotonde; appare piuttosto di pertinenza femminile, e si forma nella segreta intimità delle viscere, nutrito da acque torbide, oscure, contaminate. La forza opposta all’eros, viceversa, tende a rimarcare i contorni dell’individuo, a distinguere, separare, ed è connotata da termini che alludono alla secchezza, alla durezza. È di natura egoistica: le immagini che la rappresentano sono la pigna, la magrezza dei corpi asciutti, e ha caratteristiche prevalentemente maschili. Gli uomini raffigurati nel romanzo sono quasi tutti scarsamente erotici, anche quando vengono coinvolti in episodi pertinenti alla sfera della sessualità.

All’inizio del libro troviamo subito alcune immagini che mediano il passaggio dalla dimensione asciutta – che tende all’individuazione – a quella erotica –legata all’apertura, allo sfaldamento. La sera in cui Leda giunge nella casa in cui trascorrerà la vacanza, trova come offerta di benvenuto una cesta colma di frutta di stagione, che in un primo momento – contemplandone l’aspetto suggestivo di natura morta – attira la sua attenzione e la sua golosità. Ma non appena prova a saggiarne la consistenza, ne viene come nauseata: «Scoprii che sotto la bella apparenza fichi, pere, prugne, pesche, uva erano invecchiati o marci. Presi un coltello, tagliai via ampie parti nere, ma mi disgustai dell’odore, del sapore, e buttai quasi tutto nella spazzatura». Dietro la reazione istintiva e comprensibile, leggiamo il raccapriccio causato da un’aspettativa delusa: laddove attendeva dei frutti ben conservati, integri, con intatta la propria fragranza, Leda li trova ammaccati, marci, di consistenza indecisa, aperti a una contaminazione che la spaventa.

Subito dopo, come si distende sul letto, vi trova una cicala, che viene raffigurata come un insetto di ambigua solidità: «Aveva ali membranose, era marrone scuro, immobile. Mi dissi: è una cicala, forse le è scoppiato l’addome sul mio cuscino… Maschio, femmina. Il ventre delle femmine non ha membrane elastiche, non canta, è muto. Provai ribrezzo. La cicala punge gli olivi e fa sgocciolare la manna dalla corteccia del frassino selvatico».

L’insetto viene descritto con delle parole che evocano – anche nei suoni – un’idea di fredda durezza, distante scabrosità:un essere muto, compreso nella sua essenza chitinosa, fiero dell’esoscheletro che ne preserva l’individuazione. La donna teme che alla cicala possa essere scoppiato l’addome, ovvero possa aver perduto la sua altera compostezza e si sia disfatta in una devastazione di membrane. Singolare (ancor più in quanto apparentemente immotivata) l’immagine della cicala che punge gli olivi e i frassini, e ne fa gocciolare manna dalla corteccia, evocazione chiara di un senso di disfacimento, e suggestivo accostamento tra l’aspra consistenza del legno e la stucchevole gommosità della manna.

Alla luce di questa simbologia, la storia del libro si configura come una progressiva perdita di contorni da parte di Leda, un transito da una condizione che pertiene all’individuazione a una erotica, di apertura. È un percorso che le consente di comprendere la propria dimensione di madre e di figlia; ma soprattutto di individuo, di donna che porta scritto nel suo stesso corpo il proprio destino. Ha partorito la figlia oscura, ne ha saggiato la consistenza, ne ha denunciato la natura, l’ha accettata nella sua incomprensibilità. Ha guardato in fondo a se stessa, ha ripercorso a ritroso le sue (in)decisioni, ha ceduto all’urgenza di sbagliare, ne ha misurato le conseguenze sulla propria carne, paga della sua insensatezza, finalmente arresa alla contraddizione.

L'articolo Il verme annidato nel ventre proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/il-verme-annidato-nel-ventre/feed/ 0