Elena Poniatowska Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elena-poniatowska/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Oct 2013 09:42:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elena Poniatowska Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elena-poniatowska/ 32 32 Ricordando Alvaro Mutis https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-alvaro-mutis/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-alvaro-mutis/#comments Mon, 14 Oct 2013 09:42:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15832 Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

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Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

Gli ospedali, per lo scrittore e poeta colombiano autore di Un bel morir e di L’ultimo scalo di Tramp Steaner, era un porto in mezzo a un inferno. Quello che succedeva lì dentro era la “enumeración interminable de los requisitos exigidos para zarpar de aquel puerto de maldición”, la ricerca di quei requisiti che, soli, avrebbero potuto portarlo fuori da lì. E se la morte fosse arrivata, pazienza. Avrebbe tolto alla vita la maschera: “La morte benvenuta – scriveva – ci esime da ogni vana speranza”.

D’altronde era uomo di porti e destini anche il leggendario gabbiere Maqroll, che proprio negli Ospedali d’oltremare si era affacciato e che poi sarebbe diventato l’eroe di tanti romanzi, da Ilona arriva con la pioggia a La neve dell’ammiraglio. Sarebbe probabilmente inesatto dire che Alvaro Mutis prediligesse quei luoghi in cui la vita se la gioca fino all’ultimo, in cui non è un dato di diritto riportartarla a casa. Però è un fatto, che nella sua prosa la vita scorreva lì dove la morte le faceva da liquido di contrasto. E il gabbiere, che è l’uomo che sale sui pennoni degli alberi per manovrare la vela, è quello che più di tutti poteva capire dove il mare finiva e dove cominciava la terra.

Era questo il Gabbiere Maqroll, in cui forse in tanti lettori si sono riconosciuti per l’essere a metà del guado, uomo del mistero e del confine, avventuroso, malinconico, fatalista, arreso e inarreso al contempo. In tanti avevano provato a imparentarlo con qualcuno, a procacciargli un pedigree. I più gli proponevano Lord Jim o Marlow di Conrad, e Mutis lasciava parlare. Poi avanzava candidamente, e forse senza prendersi troppo sul serio, Melville e la lotta metafisica di Ishmael contro la balena.

In fondo i personaggi di Alvaro Mutis erano uomini di scoperta e di attesa, di solitudini estreme e di bramosa ricerca di una relazione con l’umano. Lui stesso l’aveva sperimentata sulla sua pelle, un’altra attesa, un’altra gabbia, un altro ospedale: nel 1959 era stato rinchiuso dentro il carcere messicano di Lecumberri, accusato di peculato. Da lì nacque il dolorosissimo Diario di Lecumberri, e quel libro in qualche modo unico che sono le conversazioni in carcere con Elena Poniatowska, le Cartas de Alvaro Mutis a Elena Poniatowska. Da dentro la cella 52, sulla cui parete aveva appeso una foto del suo Marcel Proust, Mutis per quindici mesi salì su altri pennoni, cercando di capire dove finisse quel mare plumbeo che tecnicamente chiamavano detenzione e dove ricominciava la vita.

Privato della relazione umana, per la quale sempre aveva vissuto, Mutis si sentiva stretto dentro una morsa, un gabbiere sopra una nave senza vento. Poi uscì e il resto lo si trova nei libri, nei ricordi di Gabriel Garcia Marquez, nella Smisurata preghiera di Fabrizio De Andrè, che gli diede in qualche modo la fama in Italia. E infine, oltre le porte di quell’ultimo ospedale d’oltremare dove Alvaro Mutis è andato a morire, a portare via ogni sua ulteriore vana speranza. È lì che si spalanca qualcosa di più grande e di più misterioso: “Oh signore! – queste le parole ormai celebri di Maqroll – accogli le preghiere di questo scrutatore / supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto / nella polvere delle città, addossato alle gradinate di / una casa infame e illuminato da tutte le stelle del / firmamento”.

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La favola del Potere https://minimaetmoralia.it/libri/9783/ https://minimaetmoralia.it/libri/9783/#comments Thu, 11 Oct 2012 14:48:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9783 Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

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Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

Come Juan Rulfo, l’autore di Pedro Páramo, Herrera parla dei deserti della terra, e dei suoi dannati. Mette in scena l’eterna e sanguinaria favola del Potere, della sua “locura”, del suo esercizio. La sua ultima maschera messicana non è più quella di un Patriarca con gli speroni che conta i soldi e i figli illegittimi su una scrivania e amministra i latifondi. Il nuovo Re è un Palazzo pieno di cianfrusaglie, di tavoli di domino, di collezioni di serpenti, di bottiglie di sotol, un distillato dell’agave, e di Bimbe vendute da piccole per una camionetta. Una Corte di Streghe e di Giornalisti, di Eredi e di Gerenti, e di Artisti che cantano le gesta del Re, tutti con la iniziale maiuscola.

Ma vecchi e nuovi patriarchi hanno gli stessi rancori, e la stessa furia, e la stessa pelle. I loro cani ululano allo stesso modo. Gli stessi sono gli abusi e gli insulti, i cerchi di voci e di ombre, le stuoie dove dormono le donne. Perché il loro paesaggio è un paesaggio mortale, il “cielo nero pieno di stelle” della frontiera.

C’è un quadro della fine dell’Ottocento, del pittore catalano Santiago Rusiñol, che ha per titolo La cruz de término, in cui si vede un cane disteso a terra, all’ombra, in una strada terrosa, con il filo dell’orizzonte in fondo, e un carro, e un palo con una borsa appesa. Sembra un valico di mare, un varco, una linea segnata col gesso sulla sabbia. È la croce di confine ed esprime perfettamente il sentimento della frontiera in un Sud fatto di polvere, di sole e di pietra. Un luogo che è Spagna, ma può essere Messico o Sicilia o Calabria o Campania… Un luogo difficile, dove la realtà e l’allucinazione convivono, e si sente l’odore del sangue.

Il libro di Herrera è come quel posto, abitato dai cani, e dalle croci, e dalla polvere. Anche le parole sono taglienti come sassi scheggiati, paiono affilate dall’arrotino di paese. Non c’è n’è una di più né una di meno, solo quelle che servono, per questo apologo universale e shakesperiano che ha la forma asciutta e breve di una ballata popolare. Corrido, si chiamano. O Narcocorrido, nella loro ultima variante. Narrano le imprese di un capo e dei suoi paladini, come se fossero i pupi di Carlo Magno. Hanno il tempo dispari di un valzer. Nel modo più tradizionale e antico, edificano e vendono leggende. E non importa se il brigante, il filibustiere di turno, il fuorilegge, è stavolta un narcotrafficante, un padrino mafioso, un camorrista… In Italia abbiamo una certa esperienza, dai Fra Diavolo, ai Salvatore Giuliano di Montelepre, ai Sandokan descritti da Roberto Saviano. Tutti boss, capimassa, assassinati o finiti in un carcere o a organizzare stragi per conto di altri, più forti di loro. Colpisce solo come una debolezza questo bisogno dei potenti di farsi cantare e della gente di avere un eroe, un protettore contro la latitanza e la corruzione dello Stato, una famiglia alla quale affiliarsi, in una distorta, e rovesciata, percezione della giustizia.

La parabola di Lupo, musico di strada e poi di corte, racconta tutto questo. L’incontro con il proprio destino, l’ambizione di diventare Artista, e infine la scelta di liberare la propria voce da ogni padrone, di smascherare l’impotenza del monarca, di non farsi dominare da nessuno. Ne viene fuori una palpitante e coraggiosa dichiarazione d’indipendenza dell’arte e del suo ruolo di fronte ai Re e ai Patriarchi di tutti i tempi e di tutti i Sud.

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