elezioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elezioni/ un blog di approfondimento culturale Mon, 22 Jan 2018 19:36:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg elezioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elezioni/ 32 32 La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni https://minimaetmoralia.it/altro/la-battaglia-politica-la-lettura-le-prossime-elezioni/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-battaglia-politica-la-lettura-le-prossime-elezioni/#comments Tue, 23 Jan 2018 06:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36000 Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Giuseppe Di Vittorio da adolescente era ancora un semianalfabeta. Quando capì che far valere i suoi diritti in quelle condizioni era impossibile, si procurò un vocabolario. Sono passati anni, ma nell'Italia del XXI secolo l'analfabetismo funzionale che Tullio De Mauro ha combattuto per una vita affligge larghi strati della popolazione, e l'ultimo rapporto Istat racconta un paese di pochi lettori forti contrapposti a una marea di non-lettori in aumento. Nei paesi più evoluti si legge di più. Ma al tempo stesso proprio i paesi in cui si legge molto – e quelli in cui si investe in cultura e istruzione – sono destinati a progredire più degli altri. Tra meno di due mesi si va a votare. Poiché nessuno degli schieramenti politici ha ancora indicato le proprie idee (sempre che ce ne siano) per favorire quella che potremmo chiamare "la battaglia per la lettura" (sempre che chi aspira a governare la ritenga importante), proviamo a dare qualche suggerimento. Anche da questi aspetti sarà possibile capire chi guarda al 4 marzo pensando solo alle prossime elezioni, e chi anche alle prossime generazioni.

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Giuseppe Di Vittorio da adolescente era ancora un semianalfabeta. Quando capì che far valere i suoi diritti in quelle condizioni era impossibile, si procurò un vocabolario. Sono passati anni, ma nell’Italia del XXI secolo l’analfabetismo funzionale che Tullio De Mauro ha combattuto per una vita affligge larghi strati della popolazione, e l’ultimo rapporto Istat racconta un paese di pochi lettori forti contrapposti a una marea di non-lettori in aumento. Nei paesi più evoluti si legge di più. Ma al tempo stesso proprio i paesi in cui si legge molto – e quelli in cui si investe in cultura e istruzione – sono destinati a progredire più degli altri. Tra meno di due mesi si va a votare. Poiché nessuno degli schieramenti politici ha ancora indicato le proprie idee (sempre che ce ne siano) per favorire quella che potremmo chiamare “la battaglia per la lettura” (sempre che chi aspira a governare la ritenga importante), proviamo a dare qualche suggerimento. Anche da questi aspetti sarà possibile capire chi guarda al 4 marzo pensando solo alle prossime elezioni, e chi anche alle prossime generazioni.

Com’è ovvio la questione del reddito è centrale: chi ha più soldi in tasca compra più libri – se confrontate la classifica delle regioni italiane per libri letti con quella del reddito pro capite, le posizioni coincidono quasi tutte. A parte questo, per il libro sono almeno cinque i punti chiave da cui iniziare la partita: scuole, librerie, biblioteche, comparto editoriale, promozione. Prima di addentrarci nel discorso, una premessa. La filiera del libro in Italia è piena di professionisti di valore. In particolare nelle case editrici (veniamo da una grande tradizione, siamo il paese di Aldo Manuzio) ci sono eccellenze che è difficile trovare anche nei paesi dove si legge più che da noi. Non ho invece mai visto niente di più avvilente dei nostri uomini politici – la maggior parte di essi – quando parlano con enfasi di editoria e promozione della lettura convinti di sapere ciò che dicono. Il mio consiglio a chi ci rappresenta è dunque: siate umili, per una volta fate prevalere l’ascolto sull’ansia di protagonismo. Il vostro compito è favorire il lavoro di chi sa farlo già egregiamente in un contesto ostile.

Cominciamo dalle scuole. Le biblioteche scolastiche sarebbero i luoghi perfetti per la promozione della lettura, se solo fossero sufficientemente attrezzate, se fossero attive (in molte scuole ci sono biblioteche dove in un anno non entra un libro), e soprattutto se ci fosse un bibliotecario, cioè una persona il cui compito è promuovere la lettura tra gli studenti, con strategie che variano a seconda del contesto in cui si trova. Attualmente nelle scuole le biblioteche sono affidate al buon cuore dei docenti che se ne occupano tra mille altre cose. La figura del bibliotecario scolastico – presente in quasi tutti i paesi europei – in Italia esiste solo nella provincia autonoma di Bolzano, non a caso una delle zone in cui in Italia si legge di più. Anche prevedere più tempo per la lettura ad alta voce potrebbe essere un’idea. È importante leggere un testo critico sui Fratelli Karamazov, ma se questo impedisce agli studenti anche solo di iniziare a leggere il capolavoro di Dostoevskij, c’è un problema.

Nei luoghi dove ci sono più librerie e più biblioteche pubbliche si legge di più. Non è solo la domanda che genera l’offerta: spesso accade il contrario. In paesi come la Francia o la Germania ci sono misure a sostegno delle librerie meritevoli (la manovra di dicembre introduce il credito d’imposta, ma è solo un inizio, bisogna fare decisamente di più) che ne fanno dei modelli esemplari. Per ciò che riguarda le biblioteche: esclusi i casi virtuosi (uno su tutti: la Sala Borsa di Bologna) le biblioteche oggi occupano uno spazio marginale nelle pratiche culturali degli italiani – prive di mezzi, drasticamente sotto organico, specie al sud, sono il settore per la promozione della lettura dove il margine di miglioramento è maggiore.

L’editoria italiana è dinamica e altrettanto audace. Non è infrequente che grandi autori stranieri vengano scoperti da noi prima che altrove, e non è raro che gli autori italiani abbiano un certo successo all’estero. A differenza di altri settori (come il cinema o il teatro) l’editoria libraria si autosostiene. Da una parte è un bene (la mancanza di assistenza pubblica costringe a innovare di continuo), ma questo non significa che una buona cornice normativa non possa rinvigorire un settore meritorio. Dai contributi alle traduzioni, a quelli per la vendita all’estero dei diritti d’autore di libri italiani, a un più vasto ed efficace piano di agevolazioni fiscali per chi acquista libri, anche qui, trarre ispirazione da ciò che accade in paesi più evoluti non fa male.

Qualche tempo fa, nel corso di fortunati incontri pubblici che chi ha visto ricorda, la pubblicitaria Annamaria Testa metteva a confronto le nostre campagne istituzionali di promozione alla lettura con quelle di altri paesi. Il paragone era imbarazzante. Di come una campagna di comunicazione istituzionale possa coprirsi di ridicolo ne abbiamo avuto dimostrazione con il Fertility Day. In questo caso il margine di miglioramento non esiste perché bisognerebbe proprio cambiare paradigma.

Ho fatto solo qualche esempio. Un pacchetto completo di proposte legislative in tal senso fu presentato nel 2013 dal Forum del Libro. Elogiato da tutti i gruppi parlamentari, non è mai arrivato a discussione. Si potrebbe ricominciare anche da lì.

Nonostante l’editoria libraria sviluppi un volume d’affari assai più grande di quello del cinema, il mondo del libro – a differenza della settima arte – non è mai riuscito a far fronte comune davanti alla politica. Bravissimi di per sé, gli editori italiani lo sono meno quando c’è da fare squadra. Su alcuni punti (la legge sullo sconto) è forse normale che restino divisi. Ma esisterà un pacchetto condiviso di proposte su cui mettere all’angolo i nostri recalcitranti rappresentanti. Qual è la loro idea su un settore così strategico come quello del libro? È arrivato il momento di scoprire le carte.

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Domani si vota in Islanda, ovvero come nell’Europa del futuro il progressismo sta diventando razzista https://minimaetmoralia.it/politica/domani-si-vota-in-islanda-ovvero-come-nelleuropa-del-futuro-il-progressismo-sta-diventando-razzista/ https://minimaetmoralia.it/politica/domani-si-vota-in-islanda-ovvero-come-nelleuropa-del-futuro-il-progressismo-sta-diventando-razzista/#comments Fri, 30 May 2014 15:01:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21104 Haukur Már Helgason è uno scrittore e filmmaker, nato a Reykjavík 1978. Ha pubblicato un romanzo: 'The Advanced 20th Century', nel 2006. Durante la protesta dell'inverno 2008–2009 è stato fondatore ed editor del quotidiano di informazione "Nei". I suoi saggi critici sono stati pubblicati su The London Review of Books e Lettre International. Il suo primo documentario, "Ge9n", è uscito nel 2011. Vive a Berlino.

di Haukur Már Helgason

Domani ci saranno le elezioni comunali in Islanda. La settimana scorsa, dopo le elezioni europee, la campagna elettorale del partito Progressista a Reykjavík ha preso una strana piega, quando la leader locale ha dichiarato che, se fosse stata eletta, avrebbe cancellato l’impegno a destinare un lotto di terreno per costruire la prima moschea della città. I Progressisti, a partire dai primi del XX secolo, sono per tradizione il secondo partito dell’Islanda: si definiscono liberali e sono attualmente al governo.

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Haukur Már Helgason è uno scrittore e filmmaker, nato a Reykjavík 1978. Ha pubblicato un romanzo: ‘The Advanced 20th Century’, nel 2006. Durante la protesta dell’inverno 2008–2009 è stato fondatore ed editor del quotidiano di informazione “Nei”. I suoi saggi critici sono stati pubblicati su The London Review of Books e Lettre International. Il suo primo documentario, “Ge9n”, è uscito nel 2011. Vive a Berlino.

di Haukur Már Helgason

Domani ci saranno le elezioni comunali in Islanda. La settimana scorsa, dopo le elezioni europee, la campagna elettorale del partito Progressista a Reykjavík ha preso una strana piega, quando la leader locale ha dichiarato che, se fosse stata eletta, avrebbe cancellato l’impegno a destinare un lotto di terreno per costruire la prima moschea della città. I Progressisti, a partire dai primi del XX secolo, sono per tradizione il secondo partito dell’Islanda: si definiscono liberali e sono attualmente al governo.

Un pezzo di terra

Dalla fondazione della Repubblica Islandese, nel 1944, lo Stato – al contrario degli altri Paesi nordici – non ha rotto i propri legami con la Chiesa Nazionale, di vocazione Luterano-evangelico, a cui negli anni ’90 afferiva ancora il 90% della popolazione. Questi numeri sono cambianti considerevolmente in tempi recenti: scendendo all’80% nel 2009, per ridursi ulteriormente ai giorni nostri. Questo è in parte dovuto all’immigrazione, in parte a un cambiamento di costume nella popolazione. A causa della tradizionale vicinanza tra Stato e Chiesa, la legge stabilisce che i comuni in Islanda siano tenuti a donare appezzamenti alle chiese. Poiché nella Costituzione è espressamente dichiarata la libertà religiosa, la legge è stata ritenuta applicabile a tutti i gruppi religiosi riconosciuti, che sono in progressivo aumento. Negli ultimi anni, quindi, Reykjavík ha destinato degli appezzamenti ai Buddisti, ai Pagani, alla Chiesa Ortodossa, etc. Mentre la comunità mussulmana restava in attesa. Una prima richiesta di terreno sul quale edificare una moschea è stata presentata nel 2000. La questione è rimasta in sospeso, senza alcuno sviluppo, fino al 2007, quando la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza ha espresso la propria preoccupazione, insinuando che esistessero pregiudizi all’interno delle istituzioni cittadine. Alla fine, nel 2013, quando la questione ha assunto una sua visibilità sia locale che internazionale, il sindaco Jón Gnarr ha deciso di destinare un piccolo appezzamento per edificare una moschea all’interno della città. All’inizio ci sono state delle rimostranze, ma fino ad oggi si è trattato soltanto di voci marginali. Non avevano spazio all’interno di un discorso politico di maggioranza, ed era difficile immaginare che potessero diventare un punto centrale in una campagna politica. Nel giro di una notte è cambiato tutto.

98 anni di progresso

Il partito Progressista, fondato nel 1916, da un secolo a questa parte si è trovato quasi sempre al governo. Si autodefinisce come un partito liberale e di centro, ma è storicamente il partito degli agricoltori, con un elettorato appartenente di base alle zone rurali. Con la crescita costante di Reykjavík, unica vera città dell’Islanda, e l’indebolimento della campagna, l’elettorato del partito si è sensibilmente ridotto, avviando i Progressisti verso una crisi irreversibile. Negli ultimi tempi, il partito sembrava spesso sul punto dell’estinzione, dato per spacciato nei sondaggi, eppure sempre in grado di riemergere a ridosso delle elezioni. Per un certo periodo sembrava che a causa del sostegno dato alla guerra in Iraq e, dopo il 2008, l’appoggio dato alle politiche che hanno portato alla crisi del Paese, il partito fosse destinato a scomparire. In qualche modo i Progressisti sono riusciti miracolosamente a cambiare leadership e strategia politica prima delle elezioni del 2012, mutando assetto al partito e assicurando una giustizia sociale per le classi medie, in modo che godessero del loro status di “classe media” un po’ più a lungo: si è promesso di restituire alla gente parte dei soldi del mutuo per la casa (inflazionato con la svalutazione della moneta nazionale) e di ridurre i debiti, per compensare il collasso economico. Grazie a queste politiche i Progressisti hanno vinto le elezioni, ma il loro elettorato è rimasto instabile.

Un altro fattore che ha minato il sostegno verso la maggior parte dei partiti politici è stata la popolarità del sindaco Jón Gnarr, comico e “anarchico surrealista” come si è definito lui stesso, uno che considerava la propria azione politica come terapeutica: “un’azione temporanea. Il terapista non rimane sul divano di famiglia mentre è in atto il processo di guarigione”, ha dichiarato Jón in una recente intervista.
Ora che lui sta per abbandonare il suo incarico, dopo quattro anni, sembra lasciare dietro di sé uno dei periodi più equilibrati e vitali che l’amministrazione cittadina abbia vissuto da lungo tempo a questa parte.
A ridosso delle nuove elezioni comunali, il partito Progressista è apparso di nuovo sull’orlo del collasso. I sondaggi lo davano al 3-5%, il che avrebbe significato nessun candidato eletto nel consiglio comunale.

“In molti mi hanno chiesto…”

Il 22 maggio scorso, la capolista del partito Progressista di Reykjavík, Sveinbjörg Birna Sveinbjörnsdóttir ha postato su Facebook: “In molti mi hanno chiesto quale fosse la mia posizione riguardo all’assegnazione di un appezzamento di terra per una moschea…” Il giorno dopo, pressata dai media, ha chiarito la sua posizione: la decisione doveva essere revocata, e doveva essere indetto un referendum per stabilire se si dovesse o meno costruire una moschea nella città. “Sono vissuta molti anni in Arabia Saudita” ha aggiunto, “e non baso le mie opinioni sui pregiudizi, ma sull’esperienza”. Sostiene che il Lussemburgo sia un buon modello: “Ci vivono molti mussulmani, ma non ci sono moschee. Se confrontiamo la loro situazione con quella di Parigi, dove ci sono numerose moschee, vediamo che esiste una differenza sostanziale: a Parigi molti mussulmani provengono dalle vecchie colonie francesi, e quindi i francesi sono tenuti a importare di tutto nel loro Paese”.
“Noi siamo vissuti in pace e in armonia dai tempi dei primi insediamenti nordici” si è premurata di aggiungere, riferendosi agli insediamenti islandesi del IX secolo, “prima da atei, poi da cristiani… Penso semplicemente che avendo una Chiesa Nazionale, i comuni non dovrebbero donare appezzamenti di terra per costruire edifici come una moschea”.

Sono stati in molti a indignarsi per queste affermazioni, un candidato ha lasciato la campagna elettorale, e persino il vescovo della Chiesa Nazionale ha espresso il suo sostegno alla libertà religiosa e alla costruzione della moschea, mentre artisti, scrittori, intellettuali e la cittadinanza in generale hanno manifestato rabbia e incredulità. Nel frattempo, queste frange anti-immigrazione che non avevano rappresentanza politica, hanno apertamente sostenuto la nuova svolta del partito. Nei sondaggi che hanno fatto seguito, il partito Progressista ha visto un incremento dell’elettorato al 6-9%, il che consentirebbe a Sveinbjörnsdóttir di essere eletta nel Consiglio comunale.

Il primo ministro: “Gli oppositori interpretano il patriottismo come estremismo”

Sulle prime era difficile capire se si trattasse dell’idiosincrasia di un singolo candidato o dell’effettiva politica del partito. Il segretario del partito Progressista e Primo Ministro, Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, non si è espresso sulla questione per giorni, fino a quando sono usciti i risultati dei sondaggi. Una volta emerso il sostegno degli elettori, ha scritto un articolo – postato anche su Facebook – in cui rimproverava la popolazione e i media per la loro irresponsabilità: “è incredibile la bassezza a cui si può spingere la gente” ha detto, non rispetto alla sua candidata, ma a quelli che hanno accusato lei e i suoi sostenitori di xenofobia. “Non è una cosa nuova che gli oppositori dei Progressisti interpretino il patriottismo come estremismo” ha scritto.
Il giorno prima che il Primo Ministro dichiarasse, o quanto meno lasciasse intendere, il suo appoggio alla candidata in causa, un ex candidata del partito ha scritto un articolo in cui spiegava le ragioni per le quali non avrebbe continuato la campagna elettorale. Stando alle sue affermazioni, il partito Progressista avrebbe pianificato la politica anti-moschea con mesi d’anticipo, e cercato appositamente candidati (preferibilmente donne) preparati a sostenere un’aperta posizione anti-mussulmana, in vista delle elezioni. Fino ad ora la sua versione non è stata smentita o contestata da nessun esponente del partito.

L’Islanda non ha mai avuto una politica liberale in fatto di immigrazione. Solo per fare un esempio, negli ultimi venti anni, fino a quando nel 2009 si è instaurato un governo di sinistra, il Paese ha concesso pieno asilo politico soltanto a un singolo richiedente. Non all’anno, ma in totale. Si potrebbe allora sostenere che tutto il Paese sposi in qualche modo un certo populismo di destra, eppure nessun partito politico ha mai apertamente fatto campagna elettorale sfruttando posizioni anti-migratorie. Partiti apertamente razzisti hanno fatto la loro sporadica comparsa ai margini della scena politica, ma una retorica xenofoba non ha mai avuto accesso nel dibattito politico mainstream. Probabilmente non siamo di fronte a delle posizioni veramente nuove, ma il dibattito è un’assoluta novità.

(grazie per la traduzione a Veronica Raimo)

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Prima immaginare, poi votare. Come andare alle elezioni al sindaco di Roma, pensando alla fantascienza. https://minimaetmoralia.it/interventi/prima-immaginare-poi-votare-come-andare-alle-elezioni-al-sindaco-di-roma-pensando-alla-fantascienza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/prima-immaginare-poi-votare-come-andare-alle-elezioni-al-sindaco-di-roma-pensando-alla-fantascienza/#comments Sat, 25 May 2013 14:04:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14451 di Christian Raimo Grazie a Valerio Mattioli per le immagini di mappe dell’articolo. Facciamo un esperimento? Facciamo un esperimento. Citatemi un racconto di Roma ambientato nel futuro. Non è facile, eh? Non è per nulla immediato avere un’idea di questa capitale come città avveniristica, una Roma 2025, una Roma 2050. A questa mancanza nell’immaginario di […]

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di Christian Raimo

Grazie a Valerio Mattioli per le immagini di mappe dell’articolo.

Facciamo un esperimento? Facciamo un esperimento. Citatemi un racconto di Roma ambientato nel futuro. Non è facile, eh? Non è per nulla immediato avere un’idea di questa capitale come città avveniristica, una Roma 2025, una Roma 2050. A questa mancanza nell’immaginario di una Roma futura pensavo in questi giorni di ultimi comizi e dichiarazioni dei candidati sindaci, ultimi prima del voto, e dopo essere uscito dalla visione della Grande bellezza di Paolo Sorrentino, un film strapieno di difetti che però ha la pretesa e la capacità di dedicare al racconto visivo di Roma quasi tutte le due ore e venti che dura: piazze, fontane, parchi, vedute, chiese, ma anche artisti à la Abramović che performano tra gli archi dell’acquedotto, fenicotteri che si posano vicino al Colosseo, giraffe che passeggiano tra le rovine di Massenzio.

E ci rimuginavo anche perché qualche mese fa mi era capitato sotto gli occhi un altro film con ambizioni e esiti molto simili: avevo visto Nina di Elisa Fuksas, un’opera prima che come Sorrentino applicava virtuosisticamente la macchina da presa alla Roma monumentale dell’Eur o a quella borghese dei Parioli. Insomma mi dicevo che questa città in cui vivo da quando son nato sembra che produca da sé, che forzi il nostro sguardo – anche in chi come Sorrentino o Fuksas è così bravo a mettere a punto un’estetica personale per raccontarla – a una forma di visione nostalgica, di prospettiva passatofila, l’evocazione di una commistione di mitologie che si intrecciano l’una sull’altra (l’Impero, il Fascismo, la Chiesa, la Repubblica Romana, i palazzi umbertini simbolo dell’Unità…) senza però che da queste si possa sfuggire. Nessuna idea di una Roma futura, insomma. Nessuna visione che non sia retroflessa, per cui retrograda.

Voi direte, ma perché dovremmo stravolgere l’anima di questa città, forzarla a un immaginario estraneo? Ho provato ad andare a pescare con la memoria i ricordi di racconti e film di fantascienza ambientati a Roma. Qualcosa anche nella mia testa esiste. C’è Noi due soli (1952) di Marino Girolami, Marcello Marchesi e Vittorio Metz, in cui si ipotizza che una “bomba yota” abbia distrutto tutte le forme viventi, lasciando vagare in una Roma spettrale degli splendidi Hélène Rémy e Walter Chiari. C’è L’ultimo uomo della terra (1964) di Umberto Ragona, tratto dal racconto di Richard Matheson Io sono leggenda: con una città che non sembra Roma devastata e desertificata da un virus sconosciuto. C’è La decima vittima (1965) di Elio Petri, tratto da La settima vittima, racconto di Robert Sheckley (da poco ristampato da nottetempo): siamo in un mondo successivo alla sesta guerra mondiale, e le distese di campi bruciati della periferia così come i palazzi dell’Eur vengono trasfigurati per immaginare una città postuma a se stessa. Ma possiamo avvicinarci a noi e andarci a rivedere Eros Puglielli, Tutta la conoscenza del mondo (2001) in cui una presenza aliena trasforma la vita nullificata di alcuni abitanti della periferia di Roma Nord, oppure il thriller filorientale pieno di alieni che è L’arrivo di Wang dei fratelli Manetti (2011) oppure leggerci i libri di Tommaso Pincio, Cinacittà e Pulp Roma: scoprire una Roma investita da una infinita estate che ha costretto molti abitanti a ritirarsi nel Nordeuropa e ha trasformato la città in una specie di metropoli del crimine estremorientale. Oppure riinnamorarci – almeno a me accade ogni volta – di un personaggio che Pincio stesso omaggia: Ranxerox di Stefano Tamburini. Questo ragazzo di Talenti morto a nemmeno trent’anni, Tamburini appunto, ha sovrainciso la città delle periferie e del centro storico distrutta dall’abusivismo edilizio creando una metropoli ipertecnologica, postmorale, cyberpunk ante litteram. E esiste altro: film e libri di nicchia ancora più di quelli citati, progetti musicali come quello datati anni Novanta Aliens in Roma, opere ipersimboliche come Roma senza papa di Guido Morselli.

Ma perché cerco questo nella mia memoria esplosa? Perché le città secondo me hanno questo bisogno impudico di fantascienza? Perché – ne sono molto persuaso – solo se siamo capaci di dar corpo a utopie e distopie, a sogni e paure possiamo pensare ad agire nel presente.

E questa non è una frase detta a caso, ma mi si è chiarita in testa come una reale piccola epifania dopo aver letto un libro meraviglioso che è Una capitale sul mare di Gualtiero Bonvino e Francesco D’Ausilio, un libro di urbanistica e di intervento politico che partendo dal Progetto Litorale del 1983 (il progetto che il sindaco Petroselli immaginò per lo sviluppo a ovest della città) riflette sul futuro politico di Roma. La cosa sorprendente è che in un libro documentatissimo, iperanalitico, l’ultimo capitolo sia un lunghissimo racconto di fantascienza ambientato nell’ottobre 2030 intitolato Ho visto Roma sul mare. Quello che Bonvino e D’Ausilio fanno in coda al loro saggio non è una concessione a una vanità narrativa, ma ha un preciso significato in architettura e in urbanistica: è una tecnica di progettazione si chiama visioning. Ossia, si immagina una città fra vent’anni e si ragiona su quali dovrebbero essere i passaggi che porterebbero a quell’immagine. Per dire: mi figuro un Museo delle Civiltà del Mediterraneo a Ostia oppure un superaeroporto europeo a Fiumicino dove fare incontrare i miei personaggi, futuri abitanti di una città multiculturale – allora, quali dovrebbero essere le tappe che spingono alla realizzazione di questo tipo di opere? Insomma non ci vuole un genio per riconoscere che James Ballard o Philip K. Dick hanno ispirato centinaia di architetti e urbanisti in Inghilterra o negli States, ma forse ci vuole un briciolo di intuito in più per capire quanto la fantascienza possa essere utile non solo per una politica dei sogni ma anche per una politica di quotidiana amministrazione.

E questo si capisce prendendo appunti a partire dal libro di Bonvino e D’Ausilio, a partire dal titolo, che con una sola immagine chiave riesce a ribaltare l’idea che abbiamo di Roma. Roma ha il mare. Roma sul mare. Roma e il mare. Roma non è un grande paesone; ma potrebbe essere una capitale del Mediterraneo. Perché non si è saputo (voluto) pensare la crescita la città con questa vocazione? Guardate e mettete a confronto queste due foto del 1984 e del 2012, e spalancate gli occhi su dove è andato lo sviluppo della città: tutto a mangiarsi l’Agro Romano.

Che idee hanno invece Bonvino e D’Ausilio? Riassumiamole in un piccolo elenco che si può trarre dalla seconda parte ma dopo aver letto la prima parte (80 pagine) di analisi senza sconti della politica dei sindaci dagli anni Ottanta in poi.

Leggi il resto qui.

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Compagno. Da “cum-panis”, colui con cui si spezza insieme il pane. https://minimaetmoralia.it/poesia/compagno-da-cum-panis-colui-con-cui-si-spezza-insieme-il-pane/ https://minimaetmoralia.it/poesia/compagno-da-cum-panis-colui-con-cui-si-spezza-insieme-il-pane/#comments Wed, 27 Feb 2013 08:52:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13245 E ora che come farò la rivoluzione, che tutti i posti sono occupati? (Dovunque indossano splendidi occhiali da sole: persino mia madre somiglia a Poncharello o a Buscetta, mentre io ho una stanghetta che si allenta, un nistagmo progressivo nella visione binoculare, un senso di resa che… guarda… tremo… di notte il bruxismo mi uccide […]

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E ora che come farò la rivoluzione,
che tutti i posti sono occupati?

(Dovunque indossano splendidi occhiali da sole:
persino mia madre somiglia a Poncharello
o a Buscetta, mentre io ho una stanghetta
che si allenta, un nistagmo progressivo
nella visione binoculare, un senso di resa
che… guarda… tremo… di notte il bruxismo
mi uccide i denti… non so spiegarlo, è una reale
allegria parrocchiana che mi atterra
tutto il tempo del disastro già previsto).

La notte non viene mai intera. Essere di sinistra
è semplicemente aver capito l’equilibrio
tra farmaci diversi: le fasi sono storiche
solo se le vedi con un occhio ciclotimico.
Tutto è già rimasto com’era. E noi non siamo nulla.
Buoni sì a dare baci ai mercati, a brandire i nostri cuori
solamente quando sono molto molto malati.
(Lo studente antipatico, svogliato, l’inetto
che ha votato Storace per amore del corpo
adesso – l’hai capito? – dev’essere il tuo prediletto,
la pietra angolare che sei costretto
ad abbracciare da dietro). Mamma, mamma,
ho ancora bisogno di soldi, lo sai,
questi mesi d’inverno sono un inferno:
caldi, freddi, lunghissimi, mi riempe la testa
di dubbi la fame di vocazione, mi viene da
abbrancare il babbo e baciarlo, poi prenderlo a calci,
non capisco più niente. Mi manchi. Il mio psico
piange, è pentito, mi parla dei soldi
che non ha denunciato. Io gli frego del litio.
Mamma ti prego, faremo tante cene di famiglia
e parleremo del nostro brutto carattere, prometti-
melo!, il mio uguale al tuo, e il nostro identico
a quello di tutti? Perché non siamo contro il mondo!
Mannaggia al diavoletto che ci ha fatto amare
la lotta di classe. Ma lo tsunami è finito.
Il sindacato è finito! Resta il fantacalcio,
il calcetto! Ma ora nessuno può sgridarci.
Amiamo i cani, e questa è già politica!
Non andiamo a messa, ma frequentiamo le toilette per cani.
Quest’amore ci basta, siamo i nuovi proletari.
Mettiti i fila, bello, lasciaci questo giro.
Siamo pieni di ferite anche noi, i letti delle nostre camerette
sono pieni di tarli, i poster dei Bros tutti cenciosi.
Ti mando un filmato se vuoi, te lo posto in risposta
a quello tuo – livoroso, di parte, vittimistico
sulla volta che tornasti (quasi) alla tua casa fatata.
Sul sangue non c’è guerra da fare. (La prossima volta
scorrerà nelle piazze, altrimenti, attenzione).
Uno vale uno, uno vale zero, dipende solo – vedi –
dalla matematica del luogo. Siamo tutti buoni,
ora non è mica il tempo di polemiche. Domani mattina
prendo il treno e incontro il presidente, gli propongo un patto.
Lui mi dà le chiavi della macchina, io gli cucino.
Poi a ventisei anni mi impicco. E quando ho finito
mi impicco di nuovo. Non mi piace stare
dalla parte della ragione, specialmente se ho torto,
e viceversa. Poi da fantasma ti vengo in sogno
e ti dico: visto che siamo fra amici ormai
mettiamo in commons anche il simbolo e il nome?
Andiamo dai lebbrosi tutti e due? Facciamo come dici?
Ora sei il mio riferimento, ora che ti presento ai miei,
agli amici, ora facciamo tutto tutto come dici?

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Ragionare appena appena di politiche culturali il giorno in cui si vota https://minimaetmoralia.it/politica/parlare-appena-appena-di-politiche-culturali-il-giorno-in-cui-si-vota/ https://minimaetmoralia.it/politica/parlare-appena-appena-di-politiche-culturali-il-giorno-in-cui-si-vota/#comments Sun, 24 Feb 2013 20:04:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13219 Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella […]

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Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella dialettica del voto la democrazia non debba premiare soltanto quelli che amministrano bene la cosa pubblica, senza ruberie, facendo valere le competenze, ma anche quelli che ci convincono che la politica è visione, creazione collettiva dell’immagine di un Paese. Ho dato a Nicolini il mio primo voto, a diciott’anni, nel primo turno di quelle famose elezioni per il sindaco di Roma che si risolsero con Rutelli versus Fini e che seminarono il veleno del ventennio berlusconiano. Posso dire, con lo sguardo di oggi, che è l’unico voto in vita mia che ho dato senza storcere almeno un po’ il naso per colpa di una coalizione discutibile o di una legge elettorale disgustosa.
In questi ultimi due, tre anni, dalla battaglia referendaria più o meno, molte cose sembrano ancora, nonostante tutto, cambiate e – nonostante le derive populistiche – in bene nella politica italiana: c’è stata un recupero positivo della dimensione dell’impegno personale. Si è partiti con l’accorgersi di un deficit di rappresentanza e ci si è rimessi in gioco. Questo è stato molto evidente per chi si occupa di cultura. Ne avevamo avuti a sufficienza di scrittori impegnati, registi impegnati, attori impegnati eccetera che al massimo mettevano una firma il calce a una petizione o si indignavano con una foto mandata a Repubblica. Si è capito che era necessaria una riformulazione semplice ma etica, da engagé a semplici cittadini. L’esperienza del Teatro Valle a Roma, o quella di TQ in tutta Italia, per fare due esempi tra gli ormai cento che conosco, assolvevano all’inizio alla necessità di un ruolo di supplenza. Se nessuno se ne occupa del taglio dei fondi al Fus, della situazione lavorativa dei redattori, del problema degli spazi pubblici… dobbiamo pensare di rioccuparcene noi. La condizione deprimente per l’arte e la cultura italiana era arrivata a un punto tale di immobilismo che anche chi non aveva mai avuto una confidenza con la militanza politica, aveva capito che la terra gli stava franando sotto i piedi e che quei piedi erano suoi.
Dal ruolo di supplenza si è passati a una diversa concezione di cosa vuol dire fare una politica culturale. Come? Appellandosi a tre principi generali: quello della trasparenza, quello della certificazione delle competenze dal basso, quello della cogestione; dove invece la cultura anche a sinistra è stata gestita in nome del principio di sussidiarietà, con la proliferazione dei manager e delle società modello Civita o Zetema, per fare due esempi laziali, che hanno di fatto precipitare il livello di partecipazione alla cosa pubblica: deficit di partecipazione che si è dimostrato de facto un deficit di visione, di progetto, di capacità di trasformazione sociale.
Ora, per queste elezioni, in tempi di magrissima, quali sono le priorità di una politica culturale di largo respiro? In generale pare ormai necessario pensare le politiche culturali come politiche meta-governative. Si possono immaginare i lavori pubblici senza una visione culturale? Si possono immaginare le politiche delle salute senza capire quanto per esempio incidono sulle malattie psichiche e un investimento diverso sulla cultura? Si può immaginare di riscrivere una legge Fornero senza considerare cosa vuol dire tutelare veramente tutti i free-lance del settore culturale? C’è chi, c’è da dirlo, è entrato già in questo tipo di ottica. Un paio di buoni esempi modello sono quelli di Strade e quelli di Liberos. Il primo è un sindacato traduttori: nato come un forum su internet di consigli e trasformatosi – attraverso il recupero dell’esperienza del mutualismo ottocentesco – in un riferimento imprescindibile per chi traduce; la forza di Strade sta proprio nel difendere al tempo stesso la qualità del lavoro e la qualità delle condizioni di lavoro. Liberos è invece una rete che sta riuscendo in Sardegna a unire le varie che operano nel mondo del libro – case editrici, biblioteche, librerie, associazioni culturali, agenzie letterarie… – per rispondere nell’unico modo di sinistra che conosciamo per uscire dalla crisi: non scaricandone i costi sui lavoratori, ma immaginando la politica culturale come un lungo progetto di educazione alla cittadinanza.

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 24 febbraio]

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Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-per-rinnovare-litalia-puo-essere-fondamentale-amministrare-bene-le-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-per-rinnovare-litalia-puo-essere-fondamentale-amministrare-bene-le-citta/#comments Sun, 15 May 2011 17:36:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4331 Aspettando i risultati delle elezioni amministrative, riportiamo un’intervista che Francesco Raparelli ha fatto a Walter Tocci sulla free-press “Dinamo” lo scorso anno. È una disamina analitica di possibilità e responsabilità della amministrazioni di sinistra in Italia, da parte di chi della cosiddetta “stagione dei sindaci” fu uno dei protagonisti – a livello di elaborazione teorica, […]

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Aspettando i risultati delle elezioni amministrative, riportiamo un’intervista che Francesco Raparelli ha fatto a Walter Tocci sulla free-press “Dinamo” lo scorso anno. È una disamina analitica di possibilità e responsabilità della amministrazioni di sinistra in Italia, da parte di chi della cosiddetta “stagione dei sindaci” fu uno dei protagonisti – a livello di elaborazione teorica, e come vicesindaco di Roma e assessore ai Trasporti.



Partiamo dalla cultura politica, il tema che sta al cuore della nostra sperimentazione editoriale, oltre che politica. DINAMO ritiene che molte delle categorie proprie della sinistra siano ormai ferri vecchi: le forme della rappresentanza, il modo di intendere il lavoro e i suoi diritti, il rapporto tra territorio e politica, la questione del welfare. Quali sono a tuo avviso gli elementi culturali e politici della sinistra che sopravvivono alle ultime disfatte elettorali?

La sinistra dovrebbe gridare sui tetti le proprie ragioni. Solo qualche anno fa sembrava normale che la superpotenza portasse la guerra nelle lande più desolate del mondo. Quanti apologeti ci hanno spiegato che era una cosa utile, etica e democratica! Oggi è sotto gli occhi di tutti il fallimento di quella volontà di potenza, anche se non sanno come uscirne.

La crisi economica mondiale ha intaccato l’armamentario ideologico costruito in un trentennio di egemonia liberista. Perfino alcuni esponenti della mitica scuola di Chigago ora ci spiegano che hanno preso un abbaglio. Fa impressione vedere l’inceppo della finanza. Chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe arenato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà. Chi l’avrebbe detto che le Partecipazioni Statali sarebbero rinate a Wall Street. Chi l’avrebbe detto che gli Usa vacillassero a causa di 5 milioni di americani insolventi perché impoveriti dalle stesse politiche liberiste.

E poi ancora, l’allarme sul futuro della terra; fino a qualche anno fa era argomento di minoranze e oggi è al primo punto dell’agenda nei vertici mondiali.

La sinistra ha avuto tante ragioni, anche se spesso non ci ha creduto. La destra ha avuto torto, ma riesce a capovolgerlo a suo favore, come si vede in tutta Europa.

Quali sono, piuttosto, gli elementi che invece non funzionano più?

La parola sinistra ha un significato instabile e relativo. Ha sempre bisogno di aggettivi per qualificarsi e infatti negli ultimi anni c’è stato un fiorire di definizioni: democratica, sociale, radicale, riformista, sommersa; ma sono tautologie, perché non si da una sinistra che, pur in diversa misura, non sia tutte queste cose. D’altro canto non si sono ancora trovati i sostantivi in grado di sostituire parole impegnative come comunismo e socialdemocrazia. Inoltre, storicamente la parola sinistra indica un posizionamento rispetto alla destra, addirittura nei banchi del Parlamento, e quindi può essere compresa solo per il ruolo che svolge in questa relazione.

La cultura di sinistra è intrappolata in un guscio moderno-borghese costituito da rappresentanza, diritti, crescita e welfare. Sono conquiste mirabili, frutto di un conflitto e poi di un compromesso tra il movimento operaio e la borghesia che percorre tutto il novecento. La sinistra ne è stata protagonista e oggi quindi non riesce a congedarsi da quel paradigma, né tanto meno a reinterpretarlo nel secolo appena cominciato. La destra, invece, è stata una forza di resistenza di quel compromesso e proprio per questo è più pronta a cogliere le dinamiche post moderne che ne mettono in discussione i pilastri: populismo contro costituzionalismo, rendita contro produzione, egoismo contro solidarietà, appropriazione privata contro beni collettivi. Negli anni Novanta la sinistra si è illusa di poter estendere il paradigma borghese-moderno nella globalizzazione. Gli anni Duemila, al contrario, hanno mostrato il lato oscuro della mondializzazione: la guerra preventiva, il rifiuto dei migranti, la crisi economica, la polverizzazione del sociale. Così è avvenuto il passaggio dall’Europa dei governi di sinistra al trionfo dei governi di destra. Ho l’impressione che il berlusconismo sia un’interpretazione più avanzata e non più arretrata di questa rottura. Ormai il Cavaliere ha segnato quasi un ventennio di storia nazionale. Per una vecchia abitudine azionista siamo portati a vederlo come un segno dell’arretratezza italiana, ma forse l’analogia con la storia nazionale è da rintracciare, al contrario, in una sorta di invenzione maligna, cioè una capacità di cogliere il nuovo tramite il suo lato oscuro. Come fu appunto il fascismo, un movimento di avanguardia che l’Italia seppe esportare nel mondo. L’analogia è molto più profonda di come la può rappresentare il dipietrismo o una certa invettiva di tipo giornalistico. Anche la estrema reattività che c’è in Europa verso Berlusconi dipende forse da un inconsapevole timore che quel modo di fare politica possa riguardare anche loro e che l’Italia possa di nuovo esportare un’invenzione maligna. In Francia c’è un dibattito sul Sarkoberlusconismo.

Questa forma politica si misura con le pulsioni più profonde dell’uomo globalizzato: il rancore e il desiderio. Può non piacerci, ma la destra risponde a modo suo con messaggi rozzi e talvolta inquietanti ma connessi allo spirito del tempo: la xenofobia, la rivolta fiscale, un certo sovversivismo populista, il perbenismo religioso e nel contempo l’edonismo televisivo, la promessa velinara alla nuove generazioni.

Al contrario, proprio la condizione esistenziale dell’uomo postmoderno sfugge alla sinistra, al suo linguaggio ormai disincarnato, al suo ripiegamento metodologico, alla sua astrattezza kelseniana, al suo universalismo esangue. E’ un mondo culturale che io considero, bada bene, una base minima essenziale, ma anche un armamentario incapace da solo di battere la destra.

Lo stendardo borghese-moderno è diventato un blasone decadente di fronte alla ruvidità del postmoderno. La sinistra si trova nella stessa condizione della vecchia cultura degli aristocratici romani ormai travolta dall’ascesa del cristianesimo. Mario Tronti ci ricorda una bella citazione dal De Reditu di Rutilio Namaziano: “gli uomini di fede sono feroci e gli uomini del dubbio sono stanchi”.

Eppure la sinistra avrebbe qualcosa di meglio da dire sul rancore e sul desiderio. Potrebbe dare risposte più pregnanti di quelle offerte dalla destra. In fondo quei sentimenti interpellano un mestiere antico e ormai dimenticato della sinistra, cioè la capacità di dare un orizzonte allo spaesamento e di cogliere la domanda di libertà che promana dalla trasformazione sociale. Da qui passa la possibilità di abbandonare gli aggettivi e di tornare ai sostantivi, per dirla ancora al modo di Tronti.

In che modo, attraverso quali strumenti, ricostruire una cultura politica all’altezza delle sfide del presente? Ancora, quale rapporto tra politica istituzionale e movimenti sociali?

Scusa.. ecco, mi sono ripreso.. ero caduto a terra per la difficoltà della tua domanda. Dunque, cerchiamo almeno di confinarla per renderla più abbordabile. Provo a rispondere limitando l’argomento alla questione urbana, che è sempre una limitazione creativa per il pensiero politico.

Le sue categorie nascono dall’idea stessa di città. La cultura democratica ricongiunge la politica alla polis e quindi alla sua rappresentazione architettonica che è l’agorà. Tutto ciò discende da una poderosa tradizione intellettuale che ha elaborato un’interpretazione romantica della grecità. Ma la cultura antica aveva una visione molto più problematica del nesso polis-politeia, meno rotonda e più spigolosa, meno univoca e più controversa, meno pacificata e più conflittuale.

Il mito fondante del politico non è solo la piazza della polis periclea, ma è il dramma tra nomos e ghenos che si svolge ai piedi delle mura di Tebe quando Antigone esce dalla polis per seppellire il corpo di Polinice, ubbidendo alla legge di natura contro il decreto di Creonte. E ancora più esplicitamente le mura si contrappongono all’agorà come simbolo del politico in un potente frammento eracliteo: “il popolo deve combattere per il nomos come per le mura della città”.

Bisogna attingere a questa grecità del polemos, liberarsi dall’idealizzazione liberale dell’antico, se vogliamo elaborare i paradigmi politici adatti al nostro tempo. Oggi serve a poco la piazza per capire le metropoli globalizzate, e infatti usiamo spesso un ossimoro parlando di agorà telematica. È molto più penetrante l’immagine delle mura, proprio perché non esistono più come elemento fisico, se non come spettro che l’archeologia preserva nella nostra vita quotidiana. Eppure, proprio in virtù di tale smaterializzazione le mura diventano una forza immanente nelle relazioni sociali e culturali. Sono le mura invisibili della città contemporanea: da un lato il confine si allunga nei grandi spazi mondiali; d’altro canto il confine diventa interno al tessuto urbano e denota le differenze tra le etnie, i ceti sociali, le generazioni, i gruppi di interesse. La destra ha capito con istinto animalesco la centralità delle mura – la contraddizione in termini è significativa – e la declina nell’ossessione securitaria, che porta a costruire recinti in ogni dove, di condominio, di quartiere, di periferie, di nuove baraccopoli. La sinistra ha il terrore di fare i conti con la figura delle mura e si salva l’anima con l’abuso della parola integrazione, un lessico emblematico del linguaggio astratto che la fa sentire estranea.

D’altro canto, consentimi caro Francesco, anche voi dei centri sociali per cercare una significatività di sinistra pagate il prezzo di una radicale riduzione all’interno di un confine, seppure di una comunità elettiva, come dite con bella espressione, anch’essa però esposta ad un’idealizzazione.

Le mura sono essenziali per una cultura politica all’altezza delle sfide del presente. Qui si annodano tante questioni, le mura ci ricordano anche un altro carattere originario della città come macchina spazio-temporale, come luogo che limita lo spazio per rendere commensurabili le relazioni temporali tra le persone. Ho l’impressione che anche questo carattere sia oggi fonte di molte contraddizioni. Le due dimensioni tendono a separarsi e a irrigidirsi reciprocamente. Da un lato il tempo si accelera nelle reti lunghe della conoscenza e della comunicazione globalizzata, il mondo a portata di mano non solo in internet, ma negli stili di vita, nella finanziarizzazione dell’economia, nell’azione criminale, nella sensibilità artistica, perfino nei sapori. D’altro canto, lo spazio si confina e risucchia la sfera morale, riportando l’etica al significato originario di ethos, che è appunto nicchia, perfino tana. Da qui la forza irrefrenabile dei tanti leghismi che picchettano la superficie liscia della globalizzazione.

Si formano così due grandi famiglie di conflitti, quelli temporali e quelli spaziali. I primi seguono il verso del globale e i secondi agiscono come suo contrasto; i primi liberano energie e i secondi le trattengono; i primi sono escatologici e i secondi katechontici. Potremmo dire che la globalizzazione ottimistica degli anni novanta era di tipo escatologico-temporale, quella ruvida degli anni duemila è stata kathecontico-spaziale. Le diverse forme e gradazioni che assume questa scissione spazio-temporale modellano l’organizzazione sociale, i rapporti tra gli individui e la stessa condizione esistenziale delle persone. Alle estremità si trovano da un lato le élite sovranazionali che vivono quotidianamente con la testa nel mondo e dall’altro i poveri cristi sempre più attaccati al suolo come ad una zattera spersa nell’oceano. Il territorio sembra diventare un cleavage più importante del vecchio conflitto di classe. Ma quella scissione arriva perfino a risuonare nell’animo delle persone, producendo esiti a volte anche contrapposti, dal malessere dello spaesamento alla creatività dello spirito glocal.

Questa scissione spazio-temporale offre molte opportunità al sorgere di movimenti di vario tipo, di destra e di sinistra, ma rende molto più difficile la loro stabilizzazione. Anche per la politica riformistica è difficile muoversi in quel crepaccio. Qui c’è una difficoltà tutta contemporanea. In fondo la città industriale è stata fonte di grandi conflitti, ma anche di una loro composizione. E questo è stato vero per i movimenti, pensa alle grandi lotte popolari, non di classe, per la casa e per i servizi sociali. Ma è stato vero anche per il riformismo; il welfare è nato nelle politiche statali ma si è concretizzato essenzialmente nell’urbano, con le politiche sociali volte a conciliare la produzione con la riproduzione. Ecco la novità, oggi la metropoli non riesce a comporre i conflitti, è un luogo di scissione a partire dal suo carattere originario spazio-temporale, è lacerata tra escathon e katechon, produce glamour per l’élite sovranazionale e disperazione nei suoi servitori, è il nodo della rete del capitalismo cognitivo e la nicchia della rendita immobiliare, è la fabbrica del lavoro creativo e il mercato delle braccia senza diritti, è lo stile di vita aperto al mondo e il muro di contenimento dello straniero.

Questa scissione è appunto una difficoltà sia per i movimenti sociali sia per le politiche istituzionali e soprattutto per il rapporto tra questi due momenti. Questa è la domanda che mi facevi e ti ho saputo rispondere solo sull’incognita del problema. Aggiungo però che ho sempre avvertito l’urbano anche come una potente riduzione di complessità. In fondo, i problemi di cui stiamo parlando sono generali e riguardano l’epoca, però se li osserviamo nell’urbano assumono una certa concretezza. La città è fatta di pietre e di persone, porta con sé una materialità e una corporeità che fa scendere in terra il pensiero. La politica urbana è quindi un buon esercizio per la cultura di sinistra, serve a curare la malattia che ne ha sfigurato il volto lasciando piaghe profonde: le idee disincarnate e le politiche sradicate.

Dovremmo fare sempre un esercizio di pensiero nel cercare un riferimento urbano alle analisi della società, anche quando si tratta di fenomeni immateriali. Se penso ad esempio alla mutazione dei modi di vita degli italiani nell’ultimo trentennio, due caratteri vengono subito in evidenza: l’immaginario televisivo e la forma delle città. Noi le chiamiamo ancora con i nomi storici – Roma, Milano, Napoli – ma ad essi corrispondono oggetti geografici molto diversi dal passato. Intorno ai nuclei antichi che portano il nome sono cresciute le galassie urbane, più o meno dense, di insediamenti discontinui e disordinati, distese anonime di villette e capannoni, non più campagna e non ancora città. E’ lo sprawl italiano che mutua dal modello americano una forma insediativa del tutto estranea alla storia nazionale. Se la tana dell’animale dice molto sulla forma di vita, tutto ciò denota forse un cambiamento antropologico dell’homo italianus. Questo territorio per frammenti che si ripetono tutti uguali, pur con impercettibili differenze, mi fa sempre pensare alla serialità televisiva, ai racconti senza fine che fecero la fortuna della televisione commerciale trent’anni fa. La città infinita si disperde in tanti episodi, proprio come la fiction televisiva. Così, nella profonda periferia la massaia con il televisore sempre acceso trova nell’ultimo puntata di Beautiful un’inconsapevole traccia simbolica del luogo seriale in cui si trova a vivere.

C’è un tratto comune in questa bulimia televisiva e urbanistica? E’ una sorta di incontinenza italiana, è la difficoltà di contenere in un racconto la trasformazione fisica e sociale. Di nuovo, una difficoltà a trattenere. Tra i due movimenti fondamentali di cui abbiamo parlato prima, quello più critico oggi è il katechontico, la capacità cioè di custodire in un ordine la potenza postmoderna. Quando si realizza tale capacità è sempre un momento mirabile in cui si manifesta una certa sacralità della vita associata. Ma proprio qui è invece la penuria dei nostri tempi.

Per la mia generazione l’ordine sacro era attuare la Costituzione, come forma sociale e democratica di custodia dell’escathon repubblicano nato nella Resistenza. Oggi tutto ciò è uno stendardo che innalziamo per fermare le orde barbariche. Qui è la forza della destra postmoderna italiana, corrodere qualsiasi deposito dell’ordine sacro e sostituirlo con l’ordine profano, o addirittura pagano nella versione leghista, della doppia morale tra edonismo televisivo e ideologia del Dio, Patria e Famiglia. Al contrario, per la sinistra l’ordine si è cristallizzato in un normativismo che la porta a scansare sia il sacro sia il profano.

Contro la serialità della politica e della città mi sembra utile il proposito della vostra rivista, indicato nell’editoriale di Franco Piperno, di un linguaggio più teatrale che cartaceo-televisivo. In fondo nell’azione teatrale ci sono in embrione le soluzioni a questi problemi: una rappresentazione che custodisce la storia in una scena, il tempo trattenuto in un racconto e soprattutto gli attori che diventano protagonisti. Dovremmo ripensare al teatro politico di Erwin Piscator, da dove provengono sia Döblin con il primo romanzo metropolitano tedesco (Berlin Alexanderplatz) sia Gropius con la Siedlung, l’ultimo tentativo del modernismo di trattenere i nuovi insediamenti in città, prima che vincesse l’esplosione nello sprawl.

Mi fermo qui, le provo tutte, ma non riesco a rispondere compiutamente alla tua domanda, se non per frammenti, anch’essi seriali.

Arriviamo a Roma. Per molti anni sei stato una figura decisiva dell’amministrazione della città, con le giunte Rutelli e Veltroni. Come leggi la debacle elettorale della primavera del 2008? Come si è esaurito a tuo avviso un ciclo di governo così lungo e potente?


Noi nel ’93 abbiamo fatto una rivoluzione. Tu sei giovane e forse non ricordi la tristezza della Roma della fine degli anni ottanta che di quel decennio controverso aveva preso il peggio, l’affarismo romanesco dell’ultima Dc di Sbardella senza la modernità postindustriale della Milano craxiana. Noi abbiamo “rimesso al mondo” Roma, nel doppio senso, da un lato di benessere metropolitano di cultura e sviluppo e dall’altro di apertura alle mutazioni della società della conoscenza e della globalizzazione che proprio in quegli anni andavano affermandosi.

Ho ancora un ricordo emozionante di quell’inizio. Tangentopoli era stata come un bombardamento selettivo, la città era la stessa di prima, ma erano scomparse come d’incanto tutte le lobbies, i poteri più o meno trasparenti, le sanguisughe dell’assistenzialismo pubblico. Ci trovammo davvero in una situazione magica di governo civico con un rapporto diretto tra amministrazione e cittadini, come non era mai accaduto prima e come non accadrà più. Fu un periodo molto breve, non più di due anni, poi gradualmente i poteri reali si ripresero dallo sbandamento e ricominciarono a tessere la tela soffocante intorno al governo municipale. Quando ci ripenso provo anche un dolore per le occasioni perdute e gli errori commessi in quel breve momento in cui era concesso alla politica di scrivere il progetto come in un foglio bianco.

L’ingenuità e la passione portano sempre i giacobini – sì, noi lo eravamo – verso quei fallimenti che vengono strumentalizzati dal Termidoro per stabilizzare il potere rivoluzionario. Il trionfo giubilare alla fine degli anni novanta segna l’affermarsi di una classe dirigente che ha già perso la furia innovatrice. Poi questo processo prevede sempre l’avvento di Napoleone che trasforma la rivoluzione mediante un racconto popolare della modernizzazione. E proprio il rapporto stretto tra narrazione e governo negli anni duemila ha portato il centrosinistra al punto più alto del successo. Lì nasce però quell’irresistibile senso di imbattibilità che di solito precede Sant’Elena e il ritorno della Santa Alleanza. Così i mediocri sovrani dell’Ancien Regime vengono rimessi sui troni, senza alcun merito. La Restaurazione si riprende il potere ma non riesce mai a fermare la diffusione degli ideali rivoluzionari, per questo molte idee del nostro quindicennio torneranno in campo nei prossimi anni.

Quando rifletto a volo d’uccello su questo ciclo penso che in fondo siamo caduti su un problema classico: come si trattiene una rivoluzione in un nuovo ordine. Di nuovo, ci ha fatto difetto il katechon.

Le amministrazioni di Centro-sinistra, in particolare la giunta Veltroni, in alcune fasi, hanno dichiarato di investire sulla partecipazione dei cittadini e delle realtà sociali alle decisioni politiche, soprattutto in materia urbanistica. Sembrava quasi che Roma potesse essere un laboratorio avanzato nell’apertura delle istituzioni ai cittadini e ai movimenti. Invece, alla fine del ciclo, ha prevalso il legame con i poteri forti della città e i cittadini e i movimenti si sono sentiti beffati. Il centro-sinistra dovrebbe fare autocritica sotto questo profilo?


Col passare del tempo il giudizio su Veltroni troverà una misura. È stato troppo osannato negli anni del successo e troppo svalutato nel tempo della sconfitta. Proprio perché non ho mai partecipato a questi eccessi credo di poter dire che è stato non solo un grande sindaco, ma l’unico esponente del centrosinistra che nel quindicennio ha cercato di sfidare Berlusconi nel suo punto di massima forza ovvero nell’elaborazione dell’immaginario collettivo. Ha cercato un luogo del comune dopo la frantumazione sociale, lo ha cercato in una sorta di forza morale contro l’egoismo, dal Colosseo illuminato contro la pena di morte, ai viaggi della memoria ad Auschwitz con gli studenti, fino alle piccole storie di civismo del quartiere. Su questo ha costruito una narrazione che sosteneva i singoli atti amministrativi e nel contempo rendeva più esigente la domanda di beni comuni.

Ma Roma non poteva essere una repubblica autonoma, anzi nel frattempo nel suo corpo sociale si accentuavano le lacerazioni prodotte dalle tendenze generali, in particolare l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione del lavoro e il primato delle rendite. A causa di tutto ciò tra le domande della città e le risposte dell’amministrazione si è acuito uno scarto sempre meno colmabile dalla narrazione civica. Tuttavia Veltroni ha ottenuto ampio consenso perfino nelle elezioni del 2008. La sua vera sconfitta si è consumata quando non è riuscito a trasformare la narrazione civica in un racconto sull’Italia.

Non ci è riuscito, ma ha provato a fare popolo, a unire istanze diverse intorno ad un’immagine comprensiva del bene comune, in contrasto di contenuti – sebbene non di forma – col populismo berlusconiano. Però noi di sinistra spesso ci laviamo la coscienza nel dileggio del populismo e passiamo oltre, come se il problema del popolo non riguardasse anche noi.

Il popolo non esiste in natura, è sempre una costruzione politica composta di idee, di azioni, di messaggi e di forme organizzative. Finché la sinistra non saprà fare popolo a modo suo continuerà a essere subalterna al populismo della destra. Il veltronismo è stato la ricerca di una forma politica postnovecentesca della sinistra. Merita almeno di essere menzionato come insuccesso. D’altronde molte conquiste novecentesche sono state frutto di sconfitte metabolizzate.

La tua domanda però riguardava anche la questione urbanistica e non voglio sottrarmi, anzi la ritengo la nota dolente del nostro quindicennio. Non siamo riusciti a scalfire la logica espansiva che ha segnato per quasi un secolo la trasformazione di Roma. Con il linguaggio nuovo del policentrismo si è continuata la vecchia disseminazione di quartieri isolati nell’agro, senza effetto città. Non a caso proprio nelle zone extra-gra il centrosinistra ha pagato un pesante prezzo elettorale scendendo a percentuali del 30-40% di tipo meridionale. Sarebbe stata necessaria una discussione critica e a promuoverla dovevamo essere proprio noi che abbiamo avuto responsabilità di governo, ma purtroppo non c’è stata questa disponibilità. E’ il sintomo di una mancata elaborazione del lutto da parte della nostra classe dirigente. Per parte mia ho condotto un’analisi severa della politica urbanistica dell’intero quindicennio in un libro (Avanti c’è posto, Donzelli, 2008) scritto insieme con un maestro della nostra generazione come Italo Insolera. Da giovani, leggendo il suo Roma moderna imparammo a conoscere la forza della rendita nel modellare gli assetti fisici, sociali e politici della capitale. Eppure i protagonisti di quelle speculazioni erano personaggi di mezza tacca, i palazzinari furbi e arroganti immortalati dalla frase “A Fra che te serve”.

Oggi il fenomeno assume ben altra portata. Nel turbocapitalismo la rendita immobiliare diventa parte integrante della valorizzazione finanziaria costituendo un’unità organica, la così detta economia di carta e di mattone. L’immobiliare diventa la prosecuzione della finanza con altri mezzi e questo ne fa un catalizzatore del processo economico, non più un fattore di arretratezza come era ritenuto, ancora nella fase industriale, perfino dai sinceri liberali. E tutto ciò fa impallidire il vecchio sogno riformistico del patto tra produttori basato sull’illusione di poter separare la rendita dal profitto. Ormai il mattone partecipa da protagonista al più generale primato della rendita nello sviluppo capitalistico.

Infatti, con l’ascesa della finanza la rendita ha sopravanzato il profitto e lo ha intrappolato nella propria logica. Il profitto è tale in quanto entra in un prodotto finanziario. E questa subordinazione diventa ancora più forte per il lavoro. Nella ripartizione della ricchezza l’aumento più forte è andato a favore della rendita, poi del profitto e il tutto a discapito dei redditi da lavoro. Nella regolazione dei processi e nell’allocazione delle risorse la componente finanziaria è diventata il dominus rispetto all’economia reale.

D’altronde, come spesso accade, il nuovo contiene una rielaborazione dell’antico. Infatti, la novità della finanziarizzazione consiste nel ritrovare un collegamento con l’atto originario dell’appropriazione capitalistica, a lungo dissimulato dall’economia classica e consumato non a caso nel campo della proprietà immobiliare. L’accumulazione originaria nasce infatti nel momento in cui si recintano i terreni liberi formando così la rendita assoluta; in seguito si afferma il mercato che cerca di far dimenticare nell’equilibrio concorrenziale quella prepotenza iniziale. Oggi, con il dominio della rendita finanziaria e immobiliare il capitalismo torna al primato del possesso sulla produzione. Le transazioni finanziarie sono molto più eteree e sofisticate dell’atto di recintare un terreno, ma l’atteggiamento è il medesimo.

Il recintare è un atto fondativo non solo per l’economia ma anche per la politica. Il nomos viene da nemein che significa appunto dividere un pascolo, e da qui discende, secondo la classica lettura schmittiana, una categoria fondamentale del politico. Più semplicemente, basta aver visto un film western per sapere che quando si recinta un terreno si forma una rendita e allo stesso tempo si crea un nemico.

Il capitalismo finanziario risveglia questi fenomeni primordiali e rilancia il momento dell’appropriazione come terreno comune tra l’economia e la politica. Il primato della rendita porta con sé un potere costituente. Per questo la forma capitalistica contemporanea è accompagnata da una formidabile verticalizzazione del potere in tutti i campi, nello Stato, nella società e perfino nell’impresa.

Ecco di questo mi interessa discutere con voi, caro Francesco. Per studiare questi fenomeni, infatti, mi sono risultate molto utili le analisi di Uninomade condotte da economisti critici come Vercellone e Marrazzi, di casa nei vostri dibattiti. Non voglio sminuire le responsabilità soggettive, ma non possiamo neppure limitare l’analisi alla solita figura del tradimento da parte dello stato maggiore. Ci sfuggirebbe la forza impressionante che la rendita immobiliare va assumendo nella vita urbana.

Cosa sta cambiando con la giunta Alemanno? Quale modello di governance ritieni si stia affermando?


Alemanno è un piccolo sindaco, molto al di sotto delle capacità che pure aveva mostrato come dirigente politico nazionale. Si vede che non ha passione per il ruolo che svolge. Si vede che non era preparato a vincere. Finisce per dare ragione all’ultimo che parla, asseconda tutte le richieste delle mille corporazioni romane, ripete stancamente i riti del vecchio governo sbardelliano, a volte richiamando in servizio perfino gli stessi politicanti e lo stesso ceto professionale. E’ un modo di governare che la vecchia classe dirigente conosce molto bene, ha il sapore antico dei bei tempi andati, è il luogo naturale della governance romana. Rispetto a questo modello Rutelli e Veltroni hanno operato in discontinuità, sempre con un progetto in testa; nonostante le critiche che si possono fare questa differenza è forte e sarà sempre più evidente nei prossimi anni.

Ma la questione che mi brucia di più è l’insediamento che la destra ha saputo costruire nella periferia romana. È un processo iniziato quasi trenta anni fa, ma solo negli ultimi anni si è consolidato e ciò ha conferito un carattere più strategico alla nostra sconfitta. Una volta c’era la cintura rossa della periferia, oggi le nostre roccaforti sono nei quartieri della borghesia colta come Monteverde. Il gradiente elettorale è ormai un’illustrazione geografica del ragionamento che facevo all’inizio sull’intrappolamento della sinistra nel paradigma borghese-moderno.

Mi ha colpito una frase di Walter Siti, sottile conoscitore dei quartieri più duri, rappresentati con particolare crudezza nel suo romanzo neopasoliniano Il contagio: “non riesco a immaginare un borgataro riformista”. Quando ho letto questa frase ho avuto un moto di ripulsa, ma poi mi sono abituato e ne ho compreso il senso. C’è una barriera di linguaggio, di argomenti, di stili di vita che impediscono alla politica riformista di parlare al disagio della periferia. Tema complesso che non saprei sviluppare andando oltre il titolo. C’è però un aspetto parziale che mi incuriosisce. E ormai diventato un luogo comune dire che la destra ha vinto sulla sicurezza. E’ vero, ma dice poco. Non coglie una contraddizione clamorosa; che cos’è questa domanda d’ordine che viene da quartieri cresciuti senza alcun ordine? Per come conosco la periferia romana non saprei immaginare un altro luogo tanto segnato da comportamenti anarchici e irregolari. Non dimentichiamo che, ad esempio, circa 800 mila romani vivono in abitazioni costruite illegalmente, è la più grande conurbazione abusiva d’Europa.

Tutta l’organizzazione civile è basata sull’assenza di regole e perfino lo stile di vita nelle situazioni più estreme raccontate da Siti presenta un’impronta amorale. La destra segue come un guanto le pieghe di questa contraddizione, assecondando ogni forma di comportamento irregolare e nel contempo offrendo una falsa coscienza del bisogno d’ordine tramite l’ideologia securitaria e apertamente xenofoba. Allo straniero si chiede di rispettare tutte le regole che non sono mai state rispettate dagli autoctoni. Al contrario, la sinistra prende in faccia come una sberla entrambi i lati di quella contraddizione, apparendo debole di fronte all’immigrazione e petulante nel rispetto delle regole dell’organizzazione civile. I politici di sinistra vanno in borgata a parlare di buoni sentimenti, di regolamenti amministrativi e quando volano alto affrontano addirittura le riforme istituzionali. L’universalismo esangue e il formalismo giuridico impediscono di capire e tanto meno di agire sulla forma di vita della borgata. Di nuovo, incontriamo il problema dell’ordine, del katechon. La destra sembra capace di trattenere lo spaesamento della borgata globalizzata; la sinistra offre una mera custodia amministrativa a quel malessere.

Ritieni che il tema del welfare locale, dalla formazione al reddito, dal diritto all’abitare alla mobilità, possa essere il terreno sul quale ricostruire un’opzione politica di opposizione in grado di ribaltare il dato elettorale del 2008?


Con il quindicennio non solo si è chiuso un ciclo politico ma si esaurita anche l’ambigua modernizzazione romana. Abbiamo celebrato con orgoglio la crescita del Pil senza capirne i processi fondamentali. E’ reale, ad esempio, la crescita di una galassia di piccole imprese nei servizi innovativi, ma nella maggior parte dei casi sono nate dalle commesse dei ministeri, degli enti locali, delle strutture sanitarie e soprattutto delle grandi aziende pubbliche, le quali, pur affrontando le privatizzazioni, hanno mantenuto ampi margini di monopolio; pensiamo al ruolo di Telecom, Alitalia, Rai, Capitalia, Enel, Finmeccanica, Fs, Eni. La competizione mondiale ha costretto questi gruppi a esternalizzare molti servizi e da questo grande outsourcing sono nate le imprese del terziario avanzato.

Lo sviluppo di Roma nel quindicennio è stato una sorta di Minotauro, metà new-economy e metà old-economy. La nuova economia romana è un fenomeno reale, ma la sorgente del processo è collocata nella vecchia economia dei monopoli e del mattone.

Il vero cambiamento, però, non ha riguardato il lato della produzione, ma quello del consumo. E’ sorta sul Gra ad opera di investitori stranieri una corona di grandi centri commerciali, uno tra i più potenti sistemi della grande distribuzione italiana. La vecchia rete dei piccoli negozi ha reagito con la specializzazione merceologica e l’innalzamento di qualità. Non a caso la Camera di Commercio è stato il soggetto più dinamico. Ma non è stato solo un fenomeno economico, ha riguardato gli stili di vita e il senso comune dei cittadini. Pensiamo all’abitudine ormai consolidata in tante famiglie romane di passare l’week-end nei grandi centri commerciali non solo per fare shopping, ma per adagiarsi sulle tendenze del momento, scoprire nuovi sapori, vedere un film, sentire musica e partecipare a nuove forme di socialità. I romani hanno dimostrato di essere consumatori scaltri di fronte alle offerte innovative del mercato. Basti pensare al successo di Ikea che in pochi anni ha dovuto raddoppiare gli spazi espositivi. Di questa vivacità si è accorto il marketing e non a caso il dialetto romano è entrato proprio in questi anni di prepotenza nelle grandi campagne pubblicitarie, da Bonolis, a Proietti, Amendola, fino a Totti. La cadenza romana, per tanto tempo considerata volgare, è diventata invece uno stile della comunicazione nazionale della postmodernità.

Alla rivoluzione dei consumi hanno contribuito fortemente la cultura e lo spettacolo e questa componente è stata intercettata alla grande dalla politica comunale. Il punto più alto di quell’esperienza è stato certamente l’Auditorium, divenuto in poco tempo il migliore esempio italiano e in una certa misura europeo di organizzazione culturale.

I grandi cicli storici dello sviluppo urbano hanno sempre realizzato architetture capaci di cogliere lo spirito del tempo: dalla cattedrale gotica del basso medioevo al boulevard ottocentesco, a volte anche in negativo, come le borgate del fascismo o i palazzi della Magliana della speculazione del dopoguerra. Anche il quindicennio del centrosinistra è stato un formidabile ciclo si sviluppo della città. Quali sono state le sue cattedrali gotiche? Certo l’Auditorium di Renzo Piano; però anche gli ipermercati a forma di scatolone hanno lo stesso diritto di rappresentare il nostro tempo. Con una differenza fondamentale, la sinistra conosce bene il popolo che frequenta l’Auditorium, sa leggere in anticipo le sue tendenze, ma sa ben poco degli umori del popolo degli ipermercati.

Ora piove sul bagnato, all’esaurimento di quel ciclo economico si aggiunge la crisi mondiale; a pagare il prezzo è sopratutto la periferia, non solo quella territoriale, ma anche quella sociale cresciuta con le tante forme di precarizzazione del lavoro. La destra è appagata dalla presa del potere, non si occupa della crisi e ha ormai dimenticato le tante promesse elettorali. Sarebbe il momento che entrasse in campo un ampio e radicato movimento di opposizione alla giunta Alemanno. Per la sinistra romana è l’occasione buona per riguadagnare terreno in periferia, cominciando ad intaccare il blocco elettorale della destra. Ma la lotta non basterà, serve anche un nuovo progetto di sviluppo per la città, non solo per riconquistare la credibilità come forza di governo ma anche per incontrare gruppi sociali interessati al cambiamento.

L’ambigua modernizzazione lascia sul campo anche una massa di lavoratori di buona qualificazione, con attitudini creative e già esperti di servizi innovativi; sono sopratutto giovani che hanno lavorato con contratti aleatori, spesso in condizioni quasi servili, o si sono cimentati in forme nuove di lavoro autonomo. Sono i primi a pagare la crisi con l’espulsione dal ciclo produttivo. E invece bisogna rimettere a lavoro proprio queste figure se davvero si vuole rimettere in moto l’economia e quindi ottenere un beneficio per tutte le altre figure sociali. Non c’è sviluppo ormai per Roma se non punta sui settori innovativi. Proprio qui però si tocca con mano la difficoltà. Spenti i motori dell’ambigua modernizzazione, sia l’outsourcing dei monopoli pubblici sia la trasformazione dei consumi, oggi viene a mancare proprio la domanda di innovazione. Questa parola campeggia nella convegnistica della capitale ma è assente nella sua struttura economica, non viene spontaneamente dal tessuto produttivo. Occorre quindi creare tramite le politiche pubbliche la domanda di innovazione e questo si può fare solo mettendo al centro la cura dei beni comuni, il ripensamento del welfare la qualità dei grandi servizi comuni. Come dici tu la politica della mobilità, della casa, dell’ambiente e della formazione possono cogliere contestualmente due obiettivi: mettere a frutto le risorse e le competenze delle nuove generazioni e nel contempo innalzare la qualità della vita associata. Ciò richiede l’elaborazione di un progetto di governo per la capitale e nel contempo l’attivazione di esperienze sociali e l’invenzione di nuove politiche adatte a tali compiti: ma di tutto ciò avremo altre occasioni per parlarne. Bisogna uscire da vecchi paradigmi, appunto come dice il vostro nome, premere il tasto Esc.

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