Elido Fazi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elido-fazi/ un blog di approfondimento culturale Sun, 31 Jan 2016 22:59:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elido Fazi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elido-fazi/ 32 32 La buona letteratura non invecchia https://minimaetmoralia.it/interventi/la-buona-letteratura-non-invecchia/ Mon, 01 Feb 2016 04:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29812 Arriva in libreria Io odio John Updike, la raccolta di racconti che nel 2006 ha rivelato il talento di Giordano Tedoldi: Nicola Lagioia, editor della collana Nichel di minimum fax, racconta i motivi di questa nuova edizione.

Lo scorso maggio, in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, io e Christian Raimo siamo stati invitati da Giuseppe Culicchia a parlare pubblicamente di quei libri che, usciti negli ultimi dieci anni e andati ingiustamente fuori produzione, meritavano di essere ripubblicati. L’intervento era inquadrato in un ciclo di incontri analoghi, tutti incentrati sul problema di come reagire ai ritmi sempre più frenetici del mondo editoriale, ritmi per i quali un libro rischia di essere definito commercialmente "vecchio" (e cioè di fatto fuori dai tradizionali canali di vendita) anche a soli tre mesi dal suo ingresso in libreria.

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tedoldi

Arriva in libreria Io odio John Updike, la raccolta di racconti che nel 2006 ha rivelato il talento di Giordano Tedoldi: Nicola Lagioia, editor della collana Nichel di minimum fax, racconta i motivi di questa nuova edizione.

Lo scorso maggio, in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, io e Christian Raimo siamo stati invitati da Giuseppe Culicchia a parlare pubblicamente di quei libri che, usciti negli ultimi dieci anni e andati ingiustamente fuori produzione, meritavano di essere ripubblicati. L’intervento era inquadrato in un ciclo di incontri analoghi, tutti incentrati sul problema di come reagire ai ritmi sempre più frenetici del mondo editoriale, ritmi per i quali un libro rischia di essere definito commercialmente “vecchio” (e cioè di fatto fuori dai tradizionali canali di vendita) anche a soli tre mesi dal suo ingresso in libreria.

All’incontro si sarebbe parlato soprattutto di letteratura.

Da una parte, non c’è bisogno di spiegare i motivi per i quali associare il ciclo di vita di un libro alla stagionalità di un capo d’abbigliamento è piuttosto insensato. Dall’altra, bisogna anche dire che l’editoria è capace di grandi imprese e prende terribili abbagli da sempre. Come dimenticare il caso di Chiamalo sonno, il capolavoro del modernismo nordamericano di Henry Roth, uscito senza clamori nel 1934 e riscoperto in modo clamoroso esattamente trent’anni dopo?

L’editoria letteraria italiana degli ultimi dieci anni è piena di bei libri (a volte anche bellissimi libri) che per una ragione o per l’altra – distrazione dei media, della critica, dei librai, dei promotori, uscita nel momento sbagliato o altro infortunio editoriale, pubblico concentrato su altro, semplice sfortuna – sono stati sottratti troppo presto ai lettori che avrebbero potuto apprezzarli. Io e Christian Raimo, pungolati da Giuseppe Culicchia, avremmo parlato per due ore di questi libri, rivolti a un pubblico che si sarebbe trovato spesso nella paradossale situazione di segnarsi titoli che magari avrebbe voluto ma difficilmente avrebbe potuto leggere, dal momento che sarebbero stati ormai introvabili.

La prospettiva sembrava un po’ frustrante. Iniziative del genere erano assolutamente meritevoli. Che senso aveva però parlare pubblicamente di un problema che rimaneva esattamente tale anche dopo la fine dell’incontro? D’accordo, alcuni libri molto belli, usciti negli ultimi dieci anni, erano andati fuori produzione. Ma dolersene senza fare altro era un controsenso, soprattutto se si teneva conto che anche noi facciamo parte del mondo editoriale. Sollevare un problema va bene, a patto che subito dopo (o prima) si faccia qualcosa che contribuisca a contrastarlo.

Così, a qualche settimana dal Salone, nel corso di una riunione di redazione di minimum fax, abbiamo proposto alla direzione editoriale di provare, per l’anno successivo, a ripubblicarne almeno uno, dei libri di cui avremmo parlato nel corso dell’incontro torinese. L’operazione era certamente rischiosa, dal momento che l’ipotetico libro in questione era già uscito, era già stato recensito da qualcuno, e per il sistema dei media non risultava di conseguenza circondato dall’aura di novità che tanto spesso viene considerata indispensabile per poter parlare di qualunque cosa. La letteratura, nel sistema delle merci, è tuttavia davvero un’altra cosa. “Rukopisi ne gorjat” scrive Bulgakov ne Il Maestro e Margherita. “I manoscritti non bruciano”. La buona letteratura non invecchia.

Nemmeno così inaspettatamente, conoscendo i nostri referenti, a minimum fax, ci fu detto di sì. La casa editrice sarebbe stata disposta per l’anno successivo a pubblicare un libro di letteratura italiana uscito negli ultimi anni che meritava di essere portato nuovamente all’attenzione dei lettori. L’idea meritava la sua messa in pratica. Ma di quale libro doveva trattarsi, tra i tanti a cui io e Raimo avremmo fatto riferimento a Torino? Se avessimo dovuto sceglierne uno (almeno per adesso), su quale avremmo puntato? Non ci fu bisogno di consultarci o guardarci negli occhi per rispondere. Io odio John Updike di Giordano Tedoldi.

Il libro era uscito per la prima volta da Fazi nel 2006 e i pochi fortunati che lo avevano letto non potevano dimenticarlo. Io stesso ricordo, dieci anni fa, lo stupore e l’ammirazione che provai quando affrontai per la prima volta questi racconti così belli, moderni, scintillanti, inquietanti, pieni di fascino e mistero. Quel libro fu una sorta di diamante nero piovuto dallo spazio nel mondo dell’editoria italiana mentre si occupava d’altro. Quelli che lo lessero, cominciarono a parlarne tra di loro come si fa quando si condivide un segreto. Chi l’aveva scritto, nel frattempo, dopo aver pubblicato sempre da Fazi il suo primo romanzo, I segnalati, stava iniziando a diventare (sempre a beneficio di un pubblico di happy few) quel che si diceun autore di culto. Ecco, se ci sembrava ingiusto che un recente libro di narrativa italiana fosse sottratto ai lettori, quel libro era Io odio John Updike.

Grazie alla collaborazione di Elido Fazi, che ringraziamo, fu dunque possibile per minimum fax acquisire Io odio John Updike, e andare al Salone del Libro potendo annunciare la pubblicazione di almeno uno, di quei libri che avremmo voluto rivedere il libreria.

Non dico altro, non voglio certo scrivere una recensione del libro di Tedoldi. Aggiungerò solo che nella nuova edizione il libro si è arricchito di un nuovo racconto.

Ora che Io iodio John Updike è per la seconda volta in libreria, con la sua copertina nuova fiammante, spero che verrà amato da quei lettori che lo mancarono dieci anni fa. Se questo accadrà, non bisognerà ringraziare l’iniziativa editoriale ma la vittoria sul tempo di un certo tipo di letteratura.

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Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi. https://minimaetmoralia.it/interventi/rogitare-anziche-investire-in-cultura-a-roma-e-altrove-la-miseria-dei-privati-ricchi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/rogitare-anziche-investire-in-cultura-a-roma-e-altrove-la-miseria-dei-privati-ricchi/#comments Thu, 20 Feb 2014 18:14:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18684 Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull'argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d'Italia. Almeno nell'editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull'altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c'è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall'altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.

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Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull’argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d’Italia. Almeno nell’editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull’altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c’è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall’altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.

Gli anni Novanta, da questo punto di vista, sono stati l’ultimo momento forte della capitale. Se uno come me è potuto venire ad abitarci, è stato anche per questo. Per il fatto che alcuni coraggiosi esploratori della carta stampata – non di rado parvenu con pochi quattrini, e per questo più apprezzabili – si fossero lanciati nell’ impresa di creare o rivitalizzare iniziative editoriali. Si chiamavano Alberto Castelvecchi, Sergio Fanucci, Elido Fazi, Sandro Ferri (e/o), Domenico Procacci (Fandango), Marco Cassini e Daniele Di Gennaro (minimum fax), Paolo Repetti e Severino Cesari (i quali a per conto di Einaudi avevano creato a Roma Stile Libero), Ginevra Bompiani (Nottetempo)… Per non parlare di riviste come «Lo Straniero». Mi scuso per le omissioni, l’elenco sarebbe assai più lungo. A ogni modo vitalità e non comune senso del rischio mise in circolo a suo tempo (con pochi capitali) nuove idee e creò anche nuovi posti di lavoro.

E dopo? Dopo è successo pochissimo, e sempre a opera di piccoli e piccolissimi imprenditori che hanno rischiato il poco che avevano (cioè tutto) in iniziative editoriali per le quali sono spesso stati lasciati soli.

E le istituzioni?

Ma io mi chiedo anche: e i privati di peso? I grandi imprenditori? Quelli che potrebbero investire capitali importanti? I romani benestanti o facoltosi, insomma, quelli che hanno sempre disertato, che si lamentano di continuo dei mancati primati culturali della città ma poi preferiscono rogitare anziché investire? Giulio Einaudi era il figlio del Presidente della Repubblica e Giangiacomo Feltrinelli proveniva da una delle famiglie più ricche d’Europa. Il senso di colpa del benessere e il complesso della cultura un tempo facevano miracoli. Possibile che la grande borghesia romana, il generone e i progressisti pieni di immobili intestati o ereditati, i vecchi e nuovi ricchi minimamente sensibili e alfabetizzati siano così gretti, così privi di orgoglio e di ambizione, amino così male la propria città e ritengano di doverle così poco da non mettere la mano al portafogli per dare vita a una scena editoriale e culturale più ambiziosa?

Se oltre a quello delle istituzioni si iniziasse a guardare all’immobilismo dei privati che, potendosi permettere il contrario, perdono occasione di continuo perché un giorno se ne conservi buona memoria, allora della palude culturale in cui rischiamo di impantanarci si capirebbe qualcosa in più.

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