Elio e le storie tese Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elio-e-le-storie-tese/ un blog di approfondimento culturale Sun, 17 Jan 2016 09:36:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elio e le storie tese Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elio-e-le-storie-tese/ 32 32 Bestiari: una guida ragionevole https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/bestiari-una-guida-ragionevole/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/bestiari-una-guida-ragionevole/#comments Fri, 16 Oct 2015 05:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28752 I bestiari sono – o almeno pensiamo siano – una classificazione degli animali. Testi scientifici, presumibilmente oggettivi, utili a ordinare la conoscenza del mondo. Eppure, osservandoli da vicino, sembrano essere soprattutto una grande fantasticheria, l’effetto di un impulso visionario che gioca con la tassonomia di bestie quadrupedi, acquatiche e volatili per mescolare il reale con il favoloso e liberare la nostra capacità d’invenzione. E non solo. Perché immaginare animali plausibilmente implausibili – dallo Snark di Lewis Carroll al sarchiapone di Walter Chiari, dai pescibanana di Salinger al minollo di Massimo Troisi, fino al catoblepa di Plinio il Vecchio e di Borges (nonché di Elio e le Storie Tese) – risponde anche al nostro bisogno di riflettere l’umano nello specchio deformante, e dunque rivelatore, della vita animale.

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I bestiari sono – o almeno pensiamo siano – una classificazione degli animali. Testi scientifici, presumibilmente oggettivi, utili a ordinare la conoscenza del mondo. Eppure, osservandoli da vicino, sembrano essere soprattutto una grande fantasticheria, l’effetto di un impulso visionario che gioca con la tassonomia di bestie quadrupedi, acquatiche e volatili per mescolare il reale con il favoloso e liberare la nostra capacità d’invenzione. E non solo. Perché immaginare animali plausibilmente implausibili – dallo Snark di Lewis Carroll al sarchiapone di Walter Chiari, dai pescibanana di Salinger al minollo di Massimo Troisi, fino al catoblepa di Plinio il Vecchio e di Borges (nonché di Elio e le Storie Tese) – risponde anche al nostro bisogno di riflettere l’umano nello specchio deformante, e dunque rivelatore, della vita animale.

Nel IV secolo a. C. Aristotele getta le basi di quello che per i secoli successivi sarà l’immaginario zoologico occidentale. Nella Historia Animalium (Vita attività e carattere degli animali, :duepunti edizioni) lo Stagirita racconta che «tra tutti gli animali selvatici, il più mite e docile è l’elefante, che impara e comprende molte cose: gli si insegna persino a inchinarsi di fronte al re», o che, inaspettatamente, «scoreggiare sia proprio di alcuni uccelli, come le tortore, e quelli che lo fanno accompagnano al suono un forte movimento del codione». Il suo modo di procedere è per forza di cose asistematico, forse proprio per questo letterariamente fertilissimo.

La medesima ricchezza che riscontriamo nei repertori più noti. In Bestiari del Medioevo (Einaudi) Michel Pastoureau passa in rassegna l’universo di credenze attraverso cui si articolava la conoscenza del mondo animale tra il XIII e il XIV secolo. «Il cervo vive mille anni. Il cinghiale ha due corna sul grugno. La donnola concepisce i piccoli attraverso la bocca e li partorisce dall’orecchio. Il toro perde le forze se viene legato a un fico». Immagini meravigliose, superstizioni e misteri, leggende acquisite come certezze e ibridazioni continue di ciò che c’è e di ciò che potrebbe esserci – la balena discussa accanto al basilisco, il corvo accanto alla manticora sanguinaria. Del resto, chiarisce Pastoureau, il vero oggetto dei bestiari non era la descrizione scientifica bensì Dio, il diavolo, i santi e i peccatori. Eppure le proprietà delle bestie non servirono solo a sintetizzare una simbologia religiosa.

Il Bestiario d’amore (Mondadori) è un libro in cui nel 1250 il chierico Richard de Fournival ragiona sui casi dell’amor cortese. Tramite allegorie e similitudini fiammeggianti, un uomo cerca di sedurre una donna ritrosa riconducendo i caratteri animali a quelli sentimentali («Gli atti del deporre e del covare le uova possono essere paragonati a due realtà che esistono in amore: il conquistare e l’accettare»). Un’intuizione analoga a quella di Umberto Saba che in A mia moglie dichiarava il suo affetto facendo coincidere le peculiarità della compagna con le bestie più neglette («E così nella pecchia/ ti ritrovo, ed in tutte/ le femmine di tutti/ i sereni animali/ che avvicinano a Dio;/ e in nessun’altra donna»).

Nonostante il bestiario sia servito a organizzare un sapere ancora prescientifico, il bisogno di immaginare animali si è rivelato inesauribile, tanto da penetrare, con toni sempre diversi, nell’opera di molti narratori.
Nel 1909, poco dopo essere stato nominato direttore di «Il mondo degli animali», Jaroslav Hašek venne licenziato perché i lettori si accorsero che gli animali descritti nella sua rubrica come reali erano del tutto inventati. Continuare a inventariare rinoceronti funamboli e cuccioli di lupo mannaro – possiamo leggerne in Il mio commercio di cani. Il mondo degli animali (Miraviglia) – serviva allo scrittore praghese a non perdere il lavoro. Immaginare animali era lo strumento della sua sopravvivenza materiale.

Comporre tassonomie concretamente fantastiche può essere anche funzionale a uno sguardo insieme sadico e ironico. In Come distinguere gli amici dalle Scimmie (Add), apparso per la prima volta nel 1931, l’umorista americano Will Cuppy gioca con il bestiario rivelandoci le specificità di animali noti («I Pinguini sono dignitosi»), discutibili («Il Babbuino è assolutamente superfluo»), risolutivi («Quello di cui questo Paese ha bisogno è un buon esemplare di Giraffa a un prezzo ragionevole») nonché insensati e indispensabili (gli Oritteropi «hanno diciotto dita dei piedi, ventidue vertebre caudali e zigomi accettabili, per una volta. Potremmo fare a meno di loro ma non sarebbe la stessa cosa»).

Incorporando il bestiario nel breviario Antonio Moresco ha invece scritto un libro di implorazioni i cui interlocutori sono gli animali dipinti dal pittore Giuliano Della Casa. 21 preghierine per una nuova vita (nottetempo) è un succedersi di invocazioni minime, intenzionalmente giocose e svagate, che alludono sempre alla possibilità di un cambiamento. A una rana ci si rivolge dicendo «Insegnami a vivere anfibio nei due regni della vita e della morte, a spostarmi a balzi, insegnami lo scatto, la metamorfosi», mentre della papera si desidera concentrazione e compostezza: «Insegnami la tua tranquillità e la tua eleganza, la tua silenziosa vicinanza al mondo e la tua distanza».

Se da lettori di cataloghi altrui si vuole entrare a far parte dei creatori di morfologie animali basterà sfogliare le tavole mobili del Bestiario universale del professor Revillod di Miguel Murugarren (Logos), sprofondando in un gioco combinatorio in cui senso e nonsense si saldano in esemplari come il rinolce del Gatro («Schivo cornupeta dalla puntura tenace delle coste sabbiose») o il cemmerio («Pesce primitivo di natura flemmatica del continente australe»). Augurandoci a questo punto di dare forma anche al causario descritto da Cortázar, l’animale che ci osserva «in modo così duro e continuo che è quasi come se ci stesse inventando». Perché dopo avere immaginato bestie per millenni, l’unica tregua è riposare nei loro occhi, venire inventati dallo sguardo animale.

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Biggio e Mandelli, una commedia (e un’intervista) non solita https://minimaetmoralia.it/cinema/biggio-e-mandelli-una-commedia-e-un-intervista-non-solita/ https://minimaetmoralia.it/cinema/biggio-e-mandelli-una-commedia-e-un-intervista-non-solita/#comments Sat, 04 Apr 2015 05:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26120 di Malcom Pagani

Ragionando su Dante Alighieri, Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli si sono ritrovati nell’oscura selva della pagina bianca: “Per raccontare l’Inferno in chiave contemporanea”-spiegano in coro tra una birra e una zuppa-“abbiamo lavorato due anni”. Girando a vuoto: “Perché sapevamo di non poter immaginare una commedia normale, ma l’ispirazione latitava e noi ci sentivamo in gabbia. Il desiderio di mettere in piedi a ogni costo un film folle ci bloccava. Arrivati a pagina quaranta del copione, regolarmente, ci guardavamo sconsolati: ‘che palle!’. E ricominciavamo da zero”. Sessione dopo sessione, La Solita commedia è arrivata in sala. Da giovedì (19 marzo, ndr) (producono Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside, distribuisce Warner in 350 copie circa) Biggio e Mandelli, strana unione tosco-lombarda diventata coppia ai tempi di Mtv, occupano i cinema italiani. Non senza ansie né aspettative: “Se le dicono che il risultato economico è solo una parte del tutto, non ci creda. Degli incassi abbiamo un sacro rispetto che confina con il terrore. Aspettiamo, preghiamo e speriamo che dio ce la mandi buona”. Se si dovesse rimanere alla rappresentazione iconografica del duo, una divinità preda del whisky e degli psicofarmaci, più simile a un amministratore di condominio che a una guida illuminata, non sarebbe giusto attendersi miracoli. Ma Biggio e Mandelli moltiplicano pani e pesci da almeno un quinquennio, restituendo surrealismo alle tante nevrosi del reale che circondano i poveri diavoli. Per La solita commedia-Inferno hanno ricevuto ottime critiche. Toni distanti dagli insulti gravidi di preoccupazione piovuti sulla coppia dopo i primi due remunerativi esperimenti cinematografici prodotti dalla Taodue di Pietro Valsecchi. I Soliti Idioti incassarono bene, ma non vennero capiti. La loro lettura dei peccati capitali, al contrario, ha ricevuto applausi inattesi.

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francesco_mandelli_fabrizio_biggio-620x350Questa intervista è uscita sul Fatto Quotidiano. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Ragionando su Dante Alighieri, Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli si sono ritrovati nell’oscura selva della pagina bianca: “Per raccontare l’Inferno in chiave contemporanea”-spiegano in coro tra una birra e una zuppa-“abbiamo lavorato due anni”. Girando a vuoto: “Perché sapevamo di non poter immaginare una commedia normale, ma l’ispirazione latitava e noi ci sentivamo in gabbia. Il desiderio di mettere in piedi a ogni costo un film folle ci bloccava. Arrivati a pagina quaranta del copione, regolarmente, ci guardavamo sconsolati: ‘che palle!’. E ricominciavamo da zero”. Sessione dopo sessione, La Solita commedia è arrivata in sala. Da giovedì (19 marzo, ndr) (producono Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside, distribuisce Warner in 350 copie circa) Biggio e Mandelli, strana unione tosco-lombarda diventata coppia ai tempi di Mtv, occupano i cinema italiani. Non senza ansie né aspettative: “Se le dicono che il risultato economico è solo una parte del tutto, non ci creda. Degli incassi abbiamo un sacro rispetto che confina con il terrore. Aspettiamo, preghiamo e speriamo che dio ce la mandi buona”. Se si dovesse rimanere alla rappresentazione iconografica del duo, una divinità preda del whisky e degli psicofarmaci, più simile a un amministratore di condominio che a una guida illuminata, non sarebbe giusto attendersi miracoli. Ma Biggio e Mandelli moltiplicano pani e pesci da almeno un quinquennio, restituendo surrealismo alle tante nevrosi del reale che circondano i poveri diavoli. Per La solita commedia-Inferno hanno ricevuto ottime critiche. Toni distanti dagli insulti gravidi di preoccupazione piovuti sulla coppia dopo i primi due remunerativi esperimenti cinematografici prodotti dalla Taodue di Pietro Valsecchi. I Soliti Idioti incassarono bene, ma non vennero capiti. La loro lettura dei peccati capitali, al contrario, ha ricevuto applausi inattesi.

Preoccupati dall’improvviso consenso della critica?

M: Non siamo due geni, ma neanche due coglioni. Se qualcuno lo pensa, mi dispiace. Se un critico mi bastona, come è ovvio, non faccio festa. Abbiamo provato a immaginare La solita commedia-Inferno in libertà. Lo facevamo anche con I soliti idioti. Qualcuno questa volta si è accorto dell’intenzione. Io per parte mia sono contento e ringrazio.

B: Uno sketch ti può divertire, un altro ripugnare. Un aspetto può affascinarti e un altro farti sbadigliare. Però, in fondo a tutto e al di là di qualsiasi valutazione, siamo sempre noi. Non pensiamo mai di far ridere a tavolino. Non ci chiediamo mai ‘saremo abbastanza cattivi? Sufficientemente dissacranti?’ Ora dicono che siamo intelligenti. Vuol dire che probabilmente è finita e non ce ne siamo neanche accorti.

Come vi è venuto in mente di scomodare Dante?

M: Siamo partiti dalle tipiche angosce di qualunque autore: “Cosa vogliamo dire?”, “Dove vogliamo andare a parare veramente?”. Dopo aver trovato una buona idea, il resto è venuto da sé. Il film si raccontava in due parole: ‘Dante viene rimandato sulla terra per catalogare i nuovi peccati’. Volevamo dare vita a una storia comprensibile senza sacrificare il ritmo né lasciare per strada i nostri personaggi respingenti, i nostri mostri,  gli stessi che divertendoci avevamo messo scena ne ‘I soliti idioti’.

B: Al principio avevamo pensato a sette puntate per la televisione. Quando parlavamo di Dante, ci guardavano sconsolati: “Voi siete completamente pazzi”. A forza di togliere, di ridurre, di sintetizzare, le sette puntate si sono trasformate in un solo film.

Il tono del racconto è in bilico tra il grottesco e l’iperrealista.

M: A volte ridi, a volte non ridi, altre ancora ti scopri raggelato. È una scelta consapevole perché non siamo e non ci sentiremo mai come un juxe-box in cui all’inserimento della moneta corrisponde una battuta. È tutto volutamente sopra le righe. Come nella scena dei poliziotti che indispettiti con la macchina distributrice del caffè, pur di farla confessare, la manganellano selvaggiamente.

B:  Quando picchiano la macchina del caffè, ad esempio, ridi poco. Dietro a quella violenza insensata vedi la sagoma di Stefano Cucchi. Ed è chiaro che simile gente, che sia o meno in divisa, possa stare solo all’Inferno.

Come avete scelto le nevrosi contemporanee su cui concentrarvi?

M: Osservando la gente. Dall’angolo di una panchina in un parco pubblico, come al tavolo di un ristorante. Abbiamo raccontato alcuni aspetti del moderno inferno, ma per un’enciclopedia completa dei peccati capitali non sarebbero bastati dieci film. Più che il numero di nevrosi da catalogare, era importante la cornice. Pensi che all’inizio pensavamo di sfruttare una narrazione favolistica, come ne Il cunto de li cunti, come se un padre stesse raccontando una fiaba a un bambino.

B: Ci guardavamo in giro e poi ci ritrovavamo io, Francesco e Martino Ferro, la persona che ha scritto con noi tutti i nostri film, nel chiuso di una stanza. Uno di noi raccontava uno spunto e provavamo a scriverlo solo se convinceva gli altri due. Spesso siamo tornati a casa tristi, trascorrendo interi pomeriggi senza trovare una sola idea valida.

Poi l’idea è arrivata.

M: Abbiamo sempre raccontato quello che ci immalinconiva o ci faceva arrabbiare virandolo in comicità. Speriamo sempre di far ridere, ci auguriamo costantemente che qualcuno si riconosca nella satira. Per qualche oscura ragione, senza che il sostenerlo suoni come un’abiura verso i precedenti, è il nostro primo vero film. 

B: Guardando La Solita commedia, credo, non ti senti mai né soltanto allegro, né soltanto disperato. Prendi schiaffi dall’inizio alla fine e ti trovi scaraventato in una serie di situazioni che non ti danno respiro. Situazioni comuni a milioni di persone. Sa quante persone mi raccontano che dopo aver visto le nostre messe in scena ambientate alla poste, quando gli capita di incazzarsi in fila con la raccomandata in mano invece di sbraitare, sorridono?

Nel film si fondono più generi comici. Qualcuno, forse per la varietà di personaggi in scena, ha evocato i Mostri di Dino Risi.

M: Ci sono le eredità a cui ci sentiamo affini. Penso al grandissimo Carlo Verdone o alla lezione enorme di Villaggio, da Fracchia a Fantozzi. Il suo impiegato viveva in un perenne girone infernale. Faceva ridere, ma immalinconiva al tempo stesso. Lavorava come un cane e correva dietro alla vita fin dall’alba, ma a fine giornata, al posto del premio, lo accoglieva tra le mura quel cesso di sua moglie. “Ti amo”, gli sussurrava? No, gli diceva “ti stimo”. Peggio di un calcio in bocca. 

B: Magari. A I Mostri abbiamo fugacemente pensato, ma senza rivederlo né passare in rassegna l’umorismo dei Monty Python a cui qualcuno ci ha generosamente accomunato. C’è grande distanza da Risi e dalla commedia classica. Un giorno proveremo a esplorarla, ma per adesso non tradiamo la nostra cifra. Siamo quelli che siamo sempre stati. Nel bene e nel male.

Come vi siete incontrati?

M: In quell’oasi di libertà creativa che era la Mtv di fine anni ’90. Un corridoio liceale. Un posto in cui incontravi gente pazza, eccessiva e straordinaria. Fino ad allora, io a Milano era stato quattro volte in vita mia. A me sembrava New York. Sono cresciuto a Osnago, tra l’oratorio, il gruppo teatrale e la band di paese in cui suonavo. Sono un provinciale. Un provinciale vero.

B: Forse ci siamo piaciuti perché vengo dalla provincia anch’io. Anzi, dalla campagna. Per i primi quattordici anni della mia vita ho visto solo alberi, fienili e campi di grano. Vivevo con mia madre che aveva fatto il ’68 a Parigi con il suo corollario di animo libertario, canne e barricate e sempre con lei, mi trasferii a Firenze. Feci amicizia con Martino Ferro, lo sceneggiatore bohémienne di cui le parlavamo prima, un ragazzo che dimostra almeno vent’anni in più di quelli che denuncia all’anagrafe. Frequentavo l’Accademia di Belle Arti,  sognavo di fare lo scenografo e lavoravo come tecnico in teatro senza alcuna intenzione di recitare.

Altra caratteristica che vi accomuna.

M: In effetti, al di là di qualche messa in scena dilettantesca, mai avrei pensato di fare un film. Il prete di Osnago però era convinto che non dovessi far altro che l’attore. Me lo ricordo ancora: “Mi raccomando, non sbagliarti, tu devi recitare”. Lui in tonaca, io con il walkman e la maglietta dell’Arsenal. Tra i due ci credeva solo lui.

B: Il padre di Martino Ferro conduceva un programma su una tv privata locale. La trasmissione si chiamava La zanzara in classe. Una sorta di Striscia la Notizia per le scuole. C’era una lamentela per la ricreazione negata? Arrivava lui. Quando Ferro Sr. mi offrì di collaborare, non esitai. Guadagnavo cinquecentomila lire l’anno. Poi mi venne in mente di mandare una cassetta a Mtv. Feci bene. Con mia grande sorpresa, mi presero.

Un miracolo o un colpo di culo?

M: Il culo è importantissimo. Lo pensavo a vent’anni e continuo a pensarlo. Se un giorno non avessi visto Andrea Pezzi in tv con il numero di un centralino incollato sulla fronte, non avrei mai telefonato a Mtv e oggi non sarei qui. Mi convocarono. Arrivai in anticipo e poi, visto che c’era tempo, mi persi per la città riuscendo a ripresentarmi all’appuntamento in ritardo. Entrai con i brufoli, una giacca improbabile, lo zaino Invicta sulle spalle, l’occhio vergine. Gli altri erano già seduti e sembrava avessero incontrato un marziano. Ero un oggetto anomalo. Pezzi se ne accorse subito. Mi disse di sedergli accanto. Iniziò tutto così. Due anni dopo mi assunsero. Se non le piace la parola culo, può chiamarla coincidenza.

B: Non ho mai creduto troppo alla fortuna. Il colpo di culo esiste, ma se non vali davvero, non ci fai nulla. Credo che se ce la fai, devi ringraziare soprattutto te stesso. La storia della fortuna mi sembra una suggestione. Un compiacimento inutile simile alla profezia che a forza di adombrare, si autodetermina. Se passi sotto una scala pensando che porti sfiga, sei comunque destinato a una giornata di merda.

Fortuna o meno ce l’avete fatta.

M: Mai. Mai pensare di avercela fatta. A Fabrizio lo dico sempre: “Quando penso di essere arrivato, uccidimi”.

B: Senza arrivare a tanto, mi basta passeggiare con mia madre. Per strada qualcuno si sbraccia e per manifestarmi affetto mi manda a fare in culo. Lei si stupisce: “Ma ce l’hanno con te?” Io minimizzo: “Mamma, mi vogliono bene, è il loro modo di dirmelo”. Lei è perplessa: “Mandandoti a fare in culo, figlio mio?”.

Ad Alessandra Mammì de L’Espresso che vi chiedeva se foste l’evoluzione del Cinepanettone, rispondeste: “Al limite siamo il Cinepandoro”.

M: Volevamo solo dire che eravamo diversi da una comicità stagionale che si ripete identica a se stessa. Il primo cinepanettone, Vacanze d’Inverno, risale al 1959 e aveva come protagonisti Sordi e De Sica. Da allora, unità di luogo e di spazio per pochade filmiche ambientate durante le ferie, si sono succedute senza freno. Il primo Vacanze di Natale, quello vanziniano del 1982, era geniale. Poi autori, attori e produttori si sono adagiati su un assegno in bianco. Intendiamoci, in un cinema che prova a essere industriale, io non vedo nulla di male. E anche se bisognerebbe mettersi d’accordo sul suo reale significato della parola, non vedo niente di sanzionabile neanche nella volgarità. In America giocare pesante è la regola. In Tutti pazzi per Mary, Cameron Diaz scambia lo sperma sul lobo dell’orecchio di Ben Stiller per gel e se lo spalma sui capelli. In E alla fine arriva Polly, Philip Seymour Hoffman, in mancanza di carta igienica, vistosi perduto, combatte gli effetti di una vendetta di Montezuma pulendosi con un furetto. Nessuno si è scandalizzato, nessuno ha preso cappello. Nessuno ha gridato al cattivo esempio.

B: Sono d’accordo con Francesco: il peccato infernale del cinepanettone è la ripetizione. Incontro sceneggiatori che mi dicono che quel che scartano, finisce regolarmente come idea originale nel film successivo. È una catena di montaggio di cui non sono un cultore e che soprattutto, che è poi quel che conta, non mi fa ridere. Le cose che in origine erano buone, con il passar del tempo possono soltanto rovinarsi.

Di cinepanettoni, Christian De Sica ne ha recitati moltissimi.

M: Adesso le dico una cosa e speriamo che De Sica che è una persona elegante, intelligente e umile,  non si arrabbi.

B: Sarebbe meglio se non la dicessi proprio, allora.

Mandelli, si decide?

M: L’ho incontrato e mi ha rivelato una roba pazzesca: “Non fate come me, state attenti” mi ha detto. “La mia carriera è stata questa, ma avrei potuto fare altre scelte”. Tenga conto che per me De Sica è un attore enorme. Guidato da un regista giusto potrebbe vincere l’Oscar.

B: Il mio collega è pazzo. Io Posso dire soltanto che dopo l’Inferno non faremo il Paradiso. È una promessa. Non possiamo ripeterci e se dovessimo cadere in tentazione, a liberarci dal male e a farci rinsavire penserà il terzo complice, Martino Ferro. Io e Francesco siamo due cazzoni, quello savio, quello con la rettitudine morale, quello che ha vinto il premio Italo Calvino per la letteratura, è Martino.

Concita De Gregorio, dopo aver visto il vostro ultimo film, parlò di desolazione, di sconfitta generazionale, di sgomento.

M: L’abbiamo ringraziata di persona. Senza di lei, senza quell’articolo-anatema su La Repubblica, di noi non si sarebbe parlato così a lungo.

B: Il pezzo era un’aggressione in piena regola, ma avevo talmente tanta voglia di vedere le cose illuminate che mentre me lo leggevano ad alta voce, negavo la realtà persino a me stesso: “In fondo ne parla bene, no?”.

Nell’ansia di codificarvi, qualcuno ha paragonato il vostro cinema a quel che in musica facevano gli Squallor, gli Skiantos o più recentemente, Elio e le storie tese.

 M: Cinematograficamente ho gusti molto vari. Mi piacciono i poliziotteschi all’italiana, i film di Paolo Virzì e se osservo Christopher Nolan alle prese con Interstellar, mi incanto. Non ho pregiudizi, tranne uno. Al cinema devo perdermi. Se inizio a pensare di essere seduto in sala, significa che sto pensando ad altro. Lo stesso mi accade con la musica. Ricorda Almost Famous? Una sorella consegna al fratello un disco dei Pink Floyd e si raccomanda di ascoltarlo a luci spente. Quando ascolti i Pink Floyd ti accorgi che c’è vita oltre Albano e la stessa cosa mi è capitata con gli Squallor, con Freak Antoni o con Elio e le Storie tese. Li ascoltavo quasi di nascosto, ma il ceffone che mi diede mia madre sorprendendomi a cantare in bagno: “Aborto aborto, smaliziato dove vai?” non l’ho più dimenticato.

B: A quel filone demenziale siamo debitori. Non ascolto gli Squallor da vent’anni, ma al tempo mi chiedevo: “Come è possibile che gli facciano produrre dischi così liberi?”.

Cosa c’è oltre la coppia?

M: Un mondo. Io e Fabrizio ci parliamo quasi tutti i giorni, ma continuiamo a custodire progetti anche individuali. Io ho appena scritto un libro per Baldini e Castoldi. Si intitola Osnangeles. Sono racconti semiautobiografici in cui tra spacciatori, barbieri, transgender, anziani e pasticcieri, c’è molto di me. Essere una coppia aperta, non rida, fa bene a entrambi. Simo idioti, non siamesi.

B: Io avrei voglia di ricominciare domani, ma sono molto esigente e devo smaltire qualche scoria, a iniziare dal circo di Sanremo dove pur divertendomi, ho perso dieci anni di vita. Un idiota ha le sue ansie. Le sue preoccupazioni. Lei l’avrebbe mai detto prima di conoscermi?

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Italia 2015 – Pianeta Opera https://minimaetmoralia.it/musica/italia-2015-pianeta-opera/ https://minimaetmoralia.it/musica/italia-2015-pianeta-opera/#comments Tue, 24 Feb 2015 15:15:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25573 di Michelangelo Pecoraro 

Il Volo ha vinto il Festival di Sanremo; Stéphane Lissner, Sovrintendente e Direttore Artistico della Scala dal 2005 al 2014, messo alla prova da una giornalista francese nel corso di un'intervista, non riconosce brani famosissimi tratti da La Wally, La forza del Destino, Tosca e Madama Butterfly, riuscendo a salvarsi in zona Cesarini solo con Carmen (sommo gaudio per i francesi, visto che è appena stato chiamato a dirigere l'Opéra National de Paris); nel corso del 2014 sono morti alcuni dei cantanti italiani che hanno fatto la storia dell'opera, nel silenzio quasi assoluto di giornali e televisioni; un approfondimento condotto dal mensile Classic Voice ha rivelato che nel lustro 2008-2013 i teatri lirici italiani hanno perso complessivamente circa 100.000 spettatori; vista la carenza di denari, alcuni famosi direttori d'orchestra hanno fatto i bagagli e se ne sono andati; alcuni sovrintendenti hanno pensato bene di risolvere parte dei problemi licenziando in tronco intere orchestre, o buona parte dell'organico amministrativo e tecnico; il governo, nei panni del ministro Franceschini, fa il gioco delle tre carte: da un lato continua a tagliare il Fondo Unico per lo Spettacolo, dall'altro ripropone parte dei soldi tagliati a patto che i teatri continuino a privatizzare e licenziare; alcuni teatri fanno lavorare artisti e tecnici senza sapere se e quando potranno pagarli, a volte tardando molti mesi prima di effettuare i versamenti; molti teatri, per attirare un po' di pubblico, annunciano cast e spettacoli in abbonamento che poi cambieranno o verranno semplicemente eliminati. Si potrebbe andare avanti ancora un po'...

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(Fonte immagine)

di Michelangelo Pecoraro 

Il Volo ha vinto il Festival di Sanremo; Stéphane Lissner, Sovrintendente e Direttore Artistico della Scala dal 2005 al 2014, messo alla prova da una giornalista francese nel corso di un’intervista, non riconosce brani famosissimi tratti da La Wally, La forza del Destino, Tosca e Madama Butterfly, riuscendo a salvarsi in zona Cesarini solo con Carmen (sommo gaudio per i francesi, visto che è appena stato chiamato a dirigere l’Opéra National de Paris); nel corso del 2014 sono morti alcuni dei cantanti italiani che hanno fatto la storia dell’opera, nel silenzio quasi assoluto di giornali e televisioni; un approfondimento condotto dal mensile Classic Voice ha rivelato che nel lustro 2008-2013 i teatri lirici italiani hanno perso complessivamente circa 100.000 spettatori; vista la carenza di denari, alcuni famosi direttori d’orchestra hanno fatto i bagagli e se ne sono andati; alcuni sovrintendenti hanno pensato bene di risolvere parte dei problemi licenziando in tronco intere orchestre, o buona parte dell’organico amministrativo e tecnico; il governo, nei panni del ministro Franceschini, fa il gioco delle tre carte: da un lato continua a tagliare il Fondo Unico per lo Spettacolo, dall’altro ripropone parte dei soldi tagliati a patto che i teatri continuino a privatizzare e licenziare; alcuni teatri fanno lavorare artisti e tecnici senza sapere se e quando potranno pagarli, a volte tardando molti mesi prima di effettuare i versamenti; molti teatri, per attirare un po’ di pubblico, annunciano cast e spettacoli in abbonamento che poi cambieranno o verranno semplicemente eliminati. Si potrebbe andare avanti ancora un po’…

Eventi apparentemente molto distanti rivelano, impietose cartine al tornasole, lo stato di un’arte nel Paese che le ha dato vita. Benvenuti nell’Italia del 2015, Pianeta Opera.

Ho scritto e riscritto questo articolo per qualche giorno. Per vari motivi, ci ho messo un po’ a trovare una forma quasi soddisfacente: non mi sono mai piaciuti i De profundis e trovo che palate di vittimismo non siano di grande utilità; non mi piacciono troppo le stroncature del tutto negative alla René Ferretti del “… ma è ‘na merda!”, preferisco non scrivere di uno spettacolo, quando posso, anche perché la forza della pubblicità scorre potente anche nelle stroncature; quando, poi, quella che a me sembra “merda” procura piacere a migliaia, a milioni di persone, mi chiedo chi sia a guidare contromano in autostrada. Stavo per cancellare il file e lasciar perdere.

Per caso, mi sono ritrovato a tu per tu con la settima epistola di Seneca, quella sugli spettacoli dei gladiatori, quella in cui alla voce bacchettona del filosofo si alternano le grida disumane ma del tutto realistiche della folla che incita gli intrattenitori a uccidersi con più verve («Ammazza! Frusta! Brucia! Perché ha tanta paura a gettarsi sulla spada? Perché ammazza con poco coraggio?»), e ho pensato che ogni epoca ha le sue brutture approvate dalla folla e che non è poi così disdicevole sollevare, di tanto in tanto, qualche obiezione, pur sapendo che rimarrà una voce che grida nel deserto.

Quindi vorrei propinarvi qualche parola sui periodi che compongono l’elenco del primo paragrafo. Andando in ordine, comincerò dalla vittoria de Il Volo. L’unica idea di fondo di questo articolo, per chi vuole sempre trovarne una, è che parlare di “declino generale” non serve a una mazza: sono le persone e gli accadimenti a dover essere analizzati. Qui cerco di mettere in fila due pensieri su persone e accadimenti relativi (o no) al mondo dell’opera. La divisione in paragrafi rispetta i salti del ragionamento, non me ne vogliate. 

Molti melomani sono scandalizzati: Il Volo ha vinto il Festival di Sanremo. Nella piena di commenti sui social, “mediocri ragazzini saccenti” non è certamente tra le definizioni più aggressive elargite dai tanti novelli Giovenale. E non basta. In questa edizione del festival, un altro momento da alcuni considerato “dissacrante” è stato l’apertura dell’ultima serata, con la PFM e la Banda dell’Esercito che rifanno un breve frammento del Nabucco.

L’ironia del web per eventi mediatici di rilievo è un riflesso incondizionato e fa sempre il paio con la rabbia. All’insieme dei commentatori che, tra le varie cose, chiedono la data in cui uscirà il cofanetto “Il Volo canta Puccini e Verdi”, anche questa volta non sono mancati i contributi di realtà ben note come la piattaforma satirica Lercio che se la gioca facile («Sanremo – Sacco pieno di gatti che rotola giù da un burrone vince al televoto»). Il melomane commentatore, poi, sembra sempre un bel po’ incazzato e pignoletto; spesso lo è sul serio, ma ci sono alcuni motivi che lo spingono ad avere questo atteggiamento.

I problemi sono diversi e, dato il tempo succinto della lettura online, potrò sviscerarne solo alcuni. Partiamo sgombrando il campo da alcuni fraintendimenti: il motivo principale di scandalo, per un melomane non troppo chiuso, è dovuto alla superficialità dei giornalisti. Nel Paese che ha donato al mondo una forma d’arte come l’opera e tanti eccelsi compositori di musica classica, è tremendo apprendere che un’enorme quantità di giornalisti non conosca il significato delle parole “tenore”, “opera”, “lirica” e non abbia intenzione, prima di scrivere un articolo, di dedicare dieci secondi ad aprire il vocabolario o qualsiasi pagina online che dia due righe di spiegazione. Alla lunga ci si fa il callo, probabilmente, e molti commentatori si limitano a laconici e carontiani “Non isperate mai…!”.

Per chi se la fosse persa, suggerisco una rapida occhiata alla conferenza stampa del gruppo disponibile anche su Youtube: i tre ragazzi spiegano con molta lucidità (ma, forse, poca scaltrezza) che la loro presenza a Sanremo è stata un’ottima “operazione di posizionamento”. Posizionamento per cosa? Per arrembare il mercato italiano con un’offerta di «pop lirico, perché si chiama così; in effetti anche su Google, se cercate “pop lirico”, esce Il Volo», proseguono. Certo, non è molto difficile far inserire il nome di un cantante o di un gruppo nell’insieme di esempi che Wikipedia cita per le varie categorie artistiche, però il dato sembra essere chiaro: non ci sono rivendicazioni di liricità, o almeno non più.

Continuano i ragazzi: «Noi non abbiamo mai fatto lirica, non abbiamo mai fatto opera. Infatti è questo il problema: tantissimi italiani pensano che noi facciamo solo quello. Innanzitutto è un po’ presuntuoso, da parte nostra, tentare di cantare lirica perché siamo tre ragazzi di vent’anni e ancora dobbiamo studiare, abbiamo tanto da studiare». E tutto sembrerebbe agilmente chiarito. Eppure…

Eppure sono loro stessi ad alimentare l’idea che ci sia qualcosa di operistico, comunque, nella  musica che fanno. «Il nostro genere musicale cos’è? È il connubio tra musica classica e musica pop. Infatti siamo versatili: facciamo La mattinata di Leoncavallo in una maniera molto più fresca, perché siamo tre ragazzi di vent’anni, però cantiamo anche brani pop, infatti nel secondo album abbiamo due duetti; uno con Placido Domingo e uno con Eros Ramazzotti». Lo stesso Domingo che ha già inciso brani con loro e, prossimamente, si esibirà con loro dal vivo; lo stesso Domingo che li ha sponsorizzati sul palco di Sanremo; lo stesso eccellente e ormai storico tenore che, da anni, si ostina a girare il mondo nelle vesti di baritono, con prestazioni canore al limite del decente ma alimentando un circuito monetario di grande rilievo. I ragazzi a volte, nel corso della conferenza stampa, ripetono i concetti quasi con le stesse parole, quasi fossero stati istruiti su come rispondere ad alcune domande strategiche “per il posizionamento”.

A un certo punto, trattando con superficialità i superficiali giornalisti, uno dei ragazzi si lancia in un caloroso inciso: «Una cosa importante da dire, tecnicamente parlando, per tutti voi che magari non lo sapete: non siamo tre tenori. Questo è importante dirlo. Come ha detto Piero sarebbe presuntuoso, e poi non siamo tre tenori: siamo due tenori e un baritono!» e si indica. Prosegue: «Tra l’altro il mio idolo è Frank Sinatra, è Dean Martin. Li ho sempre ascoltati da quando ero piccolo, e quindi… Bublé, mica dici “il baritono Bublé” o “la soprano Laura Pausini”… sì, magari certo noi cantiamo anche un repertorio più classico, per quello magari… però, sai… ci tenevo a puntualizzare questa cosa» e sorride, forse rendendosi conto di non aver chiarito troppo la questione. Manco a dirlo, i quotidiani e i blog titolano “I tre tenorini” eccetera, o al massimo “Gli ex tre tenorini”.

Da una parte, dunque, il manager-dominus Michele Torpedine (più volte ringraziato dai tre) si prepara a seminare guadagni per i prossimi anni, grazie a “operazioni di posizionamento” come quella di Sanremo, a eventi insieme ad altre celebrità del calibro di Bocelli o Domingo (già appartenenti alle sue scuderie o facilmente reclutabili per eventi mediaticamente significativi) e, soprattutto, alla mistificazione pubblica sulla differenza tra opera e non opera, dall’altra la stampa non ha tempo e voglia per capire il significato della parola “tenore”, né l‘auctoritas sufficiente a stigmatizzare operazioni commerciali al limite del decente, artisticamente parlando.

In mezzo, la canzone che ha vinto Sanremo; sulla quale si può avere qualsiasi opinione, ma va presa per quello che è: una canzone pop che con l’opera non ha nulla a che spartire. Tenere una nota a lungo, ingrossare la voce o inserire nell’orchestrazione di un brano violini o pianoforte non vuol dire cantare opera: queste caratteristiche sono presenti da molti anni in generi musicali assai differenti e, per cominciare a farsene una vaga idea, si può per esempio consultare la pagina Wikipedia dedicata alla parola “crossover”, ma sarà solo l’inizio di un lunghissimo viaggio di scoperta. Il viaggio, oltretutto, potrebbe portarci ad ascoltare autori “pop-lirici” che con i nostri tre beniamini hanno assai poco in comune, ma si entrerebbe così in un altro argomento che ora non abbiamo lo spazio di svolgere.

L’irritazione dei melomani anche per prestazioni che di operistico non vogliono avere nulla, come il rifacimento rock del Nabucco fatto da PFM e Banda dell’Esercito (PFM che, negli anni, ha meritoriamente proposto più volte il proprio rock progressive con riprese classiche e operistiche), si fonda in gran parte su un certo andazzo che ha trovato più volte sponda, giova ripeterlo, nella televisione e nei quotidiani generalisti: ammiccare al mondo dell’opera e di quello che (più o meno impropriamente) viene chiamato “Bel canto” o “Belcanto” da parte di artisti che nulla hanno a che spartire con tale mondo.

Dicono: ci rifacciamo alla grande tradizione di canto italiana che affonda le proprie radici nell’opera, ma siamo proiettati verso il futuro. Balla colossale, anche perché dando una sbirciata alla storia dei generi crossover si scopre rapidamente che Il Volo non fa altro che ripercorrere, abbastanza pedissequamente, strade già battute e ribattute.

Per Sanremo nulla di nuovo sotto il sole. È una tradizione invalsa che il festival venga contaminato dal mondo dell’opera: in passato voci importanti come quelle di Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco e Mina hanno prodotto brani definibili come “pop-lirici” con risultati degnissimi di considerazione o hanno portato l’opera vera e propria su quel palco; recentemente, il soprano Daniela Dessì ha perpetuato la tradizione insieme a Francesco Renga. Ma anche i rifacimenti ironici o rockettari, a parte la PFM, hanno visto momenti di alta musica sul palco dell’Ariston; ricordiamo solo, di sfuggita, la versione umoristica di Largo al factotum musicata dagli Elio e Le Storie Tese nella serata finale del 2008. Accanto a queste contaminazioni virtuose, però, nel 2010 abbiamo assistito all’orrore di Italia, amore mio perpetrato, pur sempre con canto operistico, dal tenore Luca Canonici assieme a Pupo e Emanuele Filiberto.

La novità, o per meglio dire la novità che irrita di più i melomani e tende a renderli suscettibili riguardo all’uso di sintagmi come “cantante lirico”, è rappresentata dai sedicenti “cantanti lirici” presentati come tali nei vari talent show in giro per il mondo e poi, visto che tali programmi vanno per la maggiore, ripresi e riproposti acriticamente da spregiudicati produttori come portenti vocali. Su youtube è un fiorire di titoli come “Sensational!!!”, “Phenomenon!!!”, “Incredible!!!” e via con aggettivi più o meno sproporzionati riferentisi a esibizioni di voci bianche (e, come tali, dotate di caratteristiche che poi si modificheranno con il passare dell’età) o a esibizioni ben al di sotto del limite della decenza nel genere operistico, ma spacciate come grande arte a persone che, sfortunatamente, non hanno mai avuto occasione di ascoltare una vera voce operistica.

Una cosa divertente e, se qualche musicologo ne avesse voglia, meritevole di studi appositi, è il fatto che vengano scelte sempre due arie pucciniane, rese celebri da film, pubblicità e battage mediatici nonché molto orecchiabili già dal primo ascolto: Nessun dorma dalla Turandot e O mio babbino caro dal Gianni Schicchi. Ecco un brevissimo elenco di spezzoni da talent show con i dati sulle visualizzazioni: Paul Potts stacca tutti di gran lunga, con il suo obbrobrioso Nessun dorma da oltre 130 milioni di visualizzazioni (per capirci: il Nessun dorma più visto del Luciano nazionale ne ha 19); a seguire eccovi un tremendissimo O mio babbino caro che “stupisce i giudici”, cantato da un uomo in falsetto (oltre 36 milioni di visualizzazioni); qui un bulgaro barbuto strazia la carcassa di Puccini con un Nessun dorma di rara bruttezza (10 milioni di volte); qui una bimba, sempre con un pessimo Nessun dorma, trionfa in un talent olandese nel 2013 (oltre tre milioni di visite); e via così, in una lista lunghiiissima…

In Italia, negli ultimi anni, ci siamo onorevolmente difesi facendo vincere alla quasi cantante lirica Carmen Masola (qualche studio non sufficiente alle spalle) la prima edizione di Italia’s Got Talent. La vicenda ha avuto un epilogo non proprio da grande talento. Incursioni pseudo-operistiche varie si sono sprecate nel corso dei talent, ad esempio citiamo per il genere “pop lirico” il soprano cinese Bing Bing e il suo (momentaneo) record di ascolti a X-Factor. C’è stato addirittura un talent sull’opera dal titolo Mettiamoci all’opera la cui prima edizione è stata vinta, udite udite, da un tenore che in finale ha cantato il Nessun dorma e i cui partecipanti poi – chi l’avrebbe mai detto? – non hanno trovato molto spazio nei teatri lirici.

Tutto questo spazio mediatico donato a chi scimmiotta un’arte dalla tradizione secolare fa scaldare i motori del melomane medio come i titoli su Stamina o sul metodo Di Bella fanno incazzare un medico: chi ne capisce qualcosa sa che si stanno raggirando le persone con la complicità dei mezzi di comunicazione di massa. Il parallelo con i casi di pseudo-sanità prosegue, purtroppo, anche sul piano istituzionale: là alcuni medici e alcune strutture si sono prestate alla frode e hanno avallato la pratica di metodi sconosciuti, qua figure di primo piano a livello internazionale come Stéphane Lissner si rivelano del tutto ignoranti riguardo a ciò che dovrebbero dirigere.

Qualcuno si è già affrettato a scrivere che a Lissner, in quanto Sovrintendente, compete la gestione della parte finanziaria e organizzativa. Giustissimo. Peccato che Lissner, alla Scala, abbia svolto negli stessi anni il ruolo di Direttore Artistico.

Sulla morte di molti cantanti illustri dirò poco, anche perché il quadro è già abbastanza completo. Prenderò come esempio Bergonzi, ma quello che dico per lui valga anche per altri che ci hanno lasciato nel 2014 e in questo inizio di 2015.

È morto Carlo Bergonzi. Per qualsiasi melomane, questa breve sentenza è sufficiente: uno dei più grandi tenori della storia ci ha lasciati. Per un amante del canto italiano, il giudizio è ancor più netto: Donizetti, Puccini e soprattutto Verdi hanno ricevuto dalla sua voce rinnovati prestigio e plausi nei teatri del mondo.

Non bisogna cedere alla smania di fare classifiche; a ciascuno le proprie predilezioni, infatuazioni e i primi amori. Comunque la si pensi, non si può negare a Bergonzi il possesso di una tecnica elevatissima: è lecito dire che egli abbia raggiunto, in alcuni ruoli, vertici esecutivi vantati da pochi altri interpreti nella storia del canto registrato.

Carlo Bergonzi, dunque, apparteneva a quell’insieme di persone che possono vantare una caratteristica: l’essere riconosciuti tra i migliori al mondo in qualcosa. Un obiettivo che raramente viene raggiunto, pur dedicando all’oggetto del proprio amore un’intera vita di pratica e studi.

Tv e giornali hanno dedicato alla notizia ben poco spazio, come avvenuto anche per la recente dipartita di un pianista italiano la cui eccellenza (per usare una parola à la page) è stata riconosciuta e ben apprezzata in tutto il mondo: Aldo Ciccolini. Un po’ di spazio in più, per fortuna, è stato dedicato a questi artisti da radio e siti web.

Per proseguire il paragone con un genere musicale come il pop che, invece, gode di ottima salute, possiamo mettere le fin troppo succinte rimembranze pubbliche per la dipartita di Bergonzi, Olivero e Ciccolini accanto ai collegamenti infiniti e alle folle oceaniche per la dipartita di un altro grande musicista come Pino Daniele.

Questo ci riporta, per concludere, all’inchiesta di Classic Voice sulla diminuzione del numero di spettatori in Italia.

Certo, la diminuzione generale dei visitatori è innegabile. Ma leggendo tra le pieghe dei dati si può osservare come la diminuzione sia molto disomogenea. Alcune realtà come la Fenice di Venezia, addirittura, hanno incrementato gli spettatori, mentre altre come il Regio di Torino si mantengono su ottimi livelli di afflusso. Un giorno, forse, quando “trasparenza” non sarà più solo uno slogan-foglia di fico ma comincerà a essere una pratica, potremo discutere con dati freschi e reali i numeri dell’opera in Italia (per chi avesse obiezioni a questa affermazione: provate a chiedere qualche dato – ufficialmente pubblico – alle fondazioni liriche di qualche città e vediamo quante risposte avrete, e in che tempi), al momento gli addetti al settore sono quasi costretti a navigare tra grandi annunci di uffici stampa e sovrintendenze che poi, con uno o due anni di ritardo, vengono spesso smentiti.

È lecito immaginare che alcuni teatri italiani mantengano più o meno intatte le loro riserve di pubblico grazie a scelte accorte sul piano qualitativo? O è la capacità promozionale di alcuni sovrintendenti a far sì che certi teatri abbiano un aumento di spettatori? Di sicuro, alcuni spettacoli richiamano visitatori e melomani da tutto il mondo, a dimostrazione che, quando ben organizzata e adeguatamente stimolata (non ultimo, sul piano economico), una delle arti che hanno fatto grande l’Italia nel mondo continua a far brillare, per poche ore, una grande bellezza sui fortunati che hanno trovato la via per avvicinarvisi.

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Amore e morte a Verona ai tempi della Lega https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-cimitero-verona/ https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-cimitero-verona/#comments Wed, 26 Nov 2014 10:02:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24466 Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, il progetto)

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte». Chissà se memore di questo celeberrimo incipit leopardiano, il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia contemporaneamente di voler fondare il primo Museo dell'Amore (un progetto di Federico Moccia) e di voler ospitare il primo cimitero verticale d'Europa. Amore e morte al tempo della Lega, insomma.

Il marketing della cosiddetta Casa di Giulietta (che è un falso dei primi del Novecento) e tutta la paccottiglia ad essa collegata (mura su cui graffire messaggi d'amore, buca per le lettere all'eroina shakespeariana, statua da carezzare su un seno...) fanno già di Verona la prima meta italiana per i matrimoni itineranti. Ma non basta: ora l'idea è di renderla anche un ambito traguardo per l'estremo viaggio, un turismo cimiteriale che rappresenta letteralmente l'ultima spiaggia della messa a reddito dell'umana esistenza.

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cimitero_grattacieloQuesto articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, il progetto)

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte». Chissà se memore di questo celeberrimo incipit leopardiano, il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia contemporaneamente di voler fondare il primo Museo dell’Amore (un progetto di Federico Moccia) e di voler ospitare il primo cimitero verticale d’Europa. Amore e morte al tempo della Lega, insomma.

Il marketing della cosiddetta Casa di Giulietta (che è un falso dei primi del Novecento) e tutta la paccottiglia ad essa collegata (mura su cui graffire messaggi d’amore, buca per le lettere all’eroina shakespeariana, statua da carezzare su un seno…) fanno già di Verona la prima meta italiana per i matrimoni itineranti. Ma non basta: ora l’idea è di renderla anche un ambito traguardo per l’estremo viaggio, un turismo cimiteriale che rappresenta letteralmente l’ultima spiaggia della messa a reddito dell’umana esistenza.

La società Cielo infinito promette al Comune di costruire trentatré piani di morte: per un totale di 2676 cappelle e 21412 loculi, cui vanno sommati 1920, più democratici, loculi comuni e 576 cinerari al piano secondo. All’ultimo piano sorgerebbe la chiesa, con vista su questo mondo e quell’altro. E a tutto ciò vanno sommate le sale commemorative, gli uffici, le caffetterie (per i parenti), i bookshop (contro la noia eterna) e 15000 metri quadrati di un Museo della Morte che si annuncia vivacissimo. Una volta costruito il grattacielo (termine vagamente insinuante, vista la destinazione), si tratterebbe solo di piazzarne gli appartamenti: e il jingle della pubblicità potrebbe fornirlo l’inarrivabile Urna di Elio e le storie tese: «voglio una degna sepoltura / quando la morte verrà e mi ghermirà / una tomba linda e duratura /che mi preserverà dall’umidità».

Ci sarebbero molti altri modi di usare i 72.523 metri quadrati del terreno che fu lasciato al Comune di Verona da Achille Forti (1878-1937), e per il quale il Piano comunale degli interventi prevederebbe infatti una destinazione agricola. E invece no: l’amministrazione Tosi preferisce alienare il terreno, e permettere che sia cementificato in verticale fino alla quota, davvero celeste, di centodieci metri. Un’altezza che farebbe di questo inquietante Faro della Morte, l’edificio più alto della città di Verona, visto che la Torre dei Lamberti si ferma a 84 metri e il campanile del Duomo a 75. Una tensione fallica che ricorda quella che animava il Palais Lumiere che Pierre Cardin avrebbe voluto costruire non molto lontano, in riva alla Laguna di Venezia: come se ci ritenessimo ormai incapaci di  «creare per i nostri figli un’armonia degna di quella che abbiamo ricevuto dai nostri padri: questo contegno ormai antico è stato spodestato da un’estetica della dismisura che ha fatto del grattacielo la sua bandiera, da un’etica che ha nel mercato il suo credo unico e inaggirabile» (così Salvatore Settis in un paragrafo dedicato alla «retorica dei grattacieli» nel suo recentissimo Se Venezia muore).

Una bella massima di Michel de Montaigne prescrive di evitare «che la nostra morte dica cose che la nostra vita non abbia detto in precedenza»: e bisogna riconoscere che il progetto accarezzato da Tosi l’ha rispettata. Perché il modo di abitare le nostre periferie, e cioè il nostro triste incasellamento in parallepipedi di cemento sempre più simili a cimiteri per vivi, diventa ora il paradigma su cui modellare il luogo che ospiterà il nostro sonno eterno. Non posso più nemmeno sognare, con Battisti e Mogol, «un cimitero di campagna e io là / all’ombra di un ciliegio in fiore senza età  /per riposare un poco due o trecento anni / giusto per capir di più e placar gli affanni». No: anche dopo sarà cemento, solo cemento, sempre cemento.

«Pur nuova legge impone oggi i sepolcri / fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti /contende»: così il Foscolo dei Sepolcri si scagliava contro l’editto di Saint Cloud, in cui Napoleone proibiva di conservare la memoria dei defunti nelle città, nelle chiese, nelle epigrafi delle tombe. Oggi, invece, è la ferrea legge della speculazione edilizia che – dopo aver distrutto il territorio, sformato le città, degradato le vite – ambisce a disumanizzare anche il più umano degli affetti.

Ma non illudiamoci: il cemento non ci sarà lieve.

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

L'articolo Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta proviene da Minima et Moralia.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

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La Sterminata domenica di Claudio Giunta: il meeting di Comunione e Liberazione https://minimaetmoralia.it/editoria/la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta-il-meeting-di-comunione-e-liberazione/ https://minimaetmoralia.it/editoria/la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta-il-meeting-di-comunione-e-liberazione/#comments Sun, 08 Dec 2013 14:46:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16936 È uscito da poco per Il Mulino Una sterminata domenica di Claudio Giunta, una raccolta di saggi che consiglio per approccio e qualità di scrittura. Gli ultimi trent’anni di storia italiana vengono letti da Giunta da prospettive che di solito gli studiosi trascurano. La saga di Fantozzi, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay, una delegazione […]

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È uscito da poco per Il Mulino Una sterminata domenica di Claudio Giunta, una raccolta di saggi che consiglio per approccio e qualità di scrittura. Gli ultimi trent’anni di storia italiana vengono letti da Giunta da prospettive che di solito gli studiosi trascurano. La saga di Fantozzi, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay, una delegazione di scrittori italiani in Messico, il linguaggio degli Elio e le Storie Tese (per citarne solo alcune) diventano altrettante cartine di tornasole per capire cosa siamo, cosa stiamo diventando. 

Riproduciamo qui le prime pagine del saggio sul meeting di Comunione e Liberazione.

«Anything Goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini»

di Claudio Giunta

Da quanti anni non entravo in un posto in cui tutti credono in Dio?

Più di un quarto di secolo fa ho smesso di andare a catechismo, dall’atroce suor Romana e dall’adorabile don Stefano, e ho anche smesso di andare in chiesa, dove mia madre mi scortava con simulata convinzione una o due domeniche al mese. Nessuna crisi improvvisa. Qualcuno ricorda, se non proprio il giorno, il periodo della sua vita in cui ha smesso di credere in Dio, la folgorazione al contrario. Io non ricordo di averci mai creduto. Andavo dove mi dicevano di andare, facevo quello che facevano tutti i miei compagni di scuola, non davo nessuna importanza alla cosa. E come me quasi tutti gli altri. Più che non credere, non ci ponevamo seriamente il problema: c’era la breve tortura del catechismo, il venerdì pomeriggio, c’era la chiesa, la domenica mattina, ma l’uno e l’altra erano pieni di atei che non trovavano nessuna contraddizione tra il loro ateismo e la dottrina, o la messa. Così è probabile che il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini sia stato, dopotutto, il primo e unico luogo da me visitato in cui tutti, nessuno escluso, credevano in Dio.

Questa unanimità – specie se uno non è tra gli unanimi – si avverte.

Il meeting di CL dura una settimana, l’ultima di agosto, ma se dipendesse dalla dedizione di chi lo organizza potrebbe durarne cinquantadue. In albergo faccio colazione insieme a due dei cuochi del ristorante trentino, uno dei cinque o sei ristoranti regionali (CL Trentino, CL Sardegna, eccetera) che si possono trovare al meeting. Lavorano dalle otto del mattino a mezzanotte, gratis, e lavorare significa svegliarsi alle sei e mezza, essere al palasport alle otto in punto, aiutare a scaricare le casse di carne verdura frutta che sono arrivate direttamente dal Trentino – «solo prodotti freschi, solo prodotti nostri» – e cominciare a cucinare, e cucinare tutto il giorno per centinaia di persone, e smettere soltanto dopo cena, a stand-ristorante chiuso, perché i cuochi devono anche aiutare a rimettere tutto a posto. Cioè, non devono, tecnicamente, nessuno qui deve fare qualcosa, tecnicamente: ma lo fanno. Sara, la conoscente di conoscenti che mi ha fatto avere il pass per il meeting, e che è responsabile della sala VIP dello stesso ristorante (sì, c’è una sala VIP), lavora anche lei dalla mattina alla sera gratis, e in più si paga le spese di soggiorno a Rimini. E direi che questa è la regola per quasi tutti: i volontari sono volontari veri, come una volta alla festa dell’Unità, un vortice di volontari che approvvigionano, cucinano, apparecchiano, sparecchiano, puliscono, servono in tavola una scelta di sei menù, tutti abbordabilissimi, 12-22 euro, tutti perfettamente spiegati, con foto, nel pieghevole che si riceve all’entrata. Forse soltanto i nomi dei piatti sono un po’ leziosi, forse stonano un po’ in tanta ascesi Lo stinco di maialino da latte con la salsiccia arrostita, o La polenta di Storo e lo strudel di pasta fillo alle verdure, o Le casarecce al ragù di selvaggina con scaglie di Trentingrana, o – giuro – Le sottilissime di trota al fil di fumo dolce.

Sono lì lì per scandalizzarmi ma poi mi rendo conto che sarebbe ingiusto voler sentire in questa retorica da Gambero Rosso qualcosa di non veramente cristiano. Che cos’è che non andrebbe – questo grand-guignol di salsicce e stinchi di maialini da latte? O questo matrimonio tra fede e godimento celebrato con le parole del godimento, gli articoli davanti ai nomi delle pietanze, «un servizio attento e cordiale, l’esclusiva cucina dello chef Lorenzo Chillon, una nuova sala lounge con originali proposte di aperitivi ed uno speciale menù dedicato ai più piccoli» (pubblicità del caffè Pedrocchi, che «riapre le sue porte al Meeting di Rimini»)? In un posto dove in una settimana passa e mangia mezzo milione di persone l’unico modo per fare le cose è farle bene, e le parole quelle sono. Pacificato, opto per il Menù della Certezza, comprendente sformatino di zucchine su misticanza all’aceto balsamico, garganelli con pesto saporito di rucola e pomodorino cherry disidratato al sole, tenerezza di vitello con caponatina agrodolce, panna cotta al pepe lungo con coulis alla pesca, acqua, caffè, tutto per la miseria di quindici euro e cinquanta.

Uno può dire che tutta questa dedizione, tutto questo idealismo al servizio della causa ha un secondo fine, anche se non si vede. «Sì», mi dice un amico cinico mentre io gli descrivo le meraviglie di questa organizzazione su base volontaria, «ma tutti questi qui poi trovano lavoro con la Compagnia delle Opere, nel parastato, nei comuni, nelle province, nelle regioni amministrate da gente di CL. E comunque le aziende, i ristoranti, si fanno un mucchio di pubblicità». E probabilmente è così, sicuramente è così in un mucchio di casi. Ma quelli che ho incontrato io, soprattutto i giovani, mi sembravano davvero disinteressati. Che poi ci sia un interesse anche nel disinteresse, un calcolo insomma, magari non portato a coscienza, anche in questo sacrificio, beh, sì, senz’altro: non c’è atto che non sia impuro. Ma non succede lo stesso in qualsiasi altro gruppo umano organizzato, specie se politico o para-politico? Bourdieu ci ha scritto sopra una biblioteca. Ma anche tenendo conto di tutte le obiezioni, di tutti i distinguo, l’impressione è forte: una gioiosa macchina da guerra, come il PDS del 1994 secondo Occhetto, quello polverizzato da Berlusconi. Per tutto il tempo mi sono rigirato in testa un verso di Fortini, «Ho detto grande il mondo, invincibili gli uomini». Solo che Fortini parlava della Cina di Mao.

E in effetti in tutto quello che mi vedo attorno tra il 25 e il 28 agosto del 2008 c’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra, salvo che qui decisamente non siamo a sinistra. «Avete le forze e i numeri per fare una rivoluzione», dico scherzando a un conoscente di conoscenti di CL che incontro nello stand della mostra su Leopardi. «L’abbiamo già fatta», mi risponde serafico, ed è una bella risposta, che io non ho cuore di sciupare con una richiesta di spiegazione: la rivoluzione cristiana, duemila anni fa? La rivoluzione cristiana di don Giussani? Il certamente rivoluzionario governo Berlusconi? Tutte e tre, probabilmente.

 

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Zappa Day! https://minimaetmoralia.it/musica/zappa-day/ https://minimaetmoralia.it/musica/zappa-day/#comments Wed, 04 Dec 2013 10:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16836 Oggi è il ventesimo anniversario della morte di Frank Zappa. Questo è l'inizio della sua autobiografia.

di Frank Zappa

L'esistenza di questo libro è fondata sulla premessa che a qualcuno, da qualche parte, interessi sapere chi sono, come sono diventato così e di che cazzo parlo. Per rispondere alla Domanda Teorica Numero Uno, inizierò a spiegare CHI NON SONO. Ecco dunque un paio di famose Leggende su Frank Zappa...
Siccome su HOT RATS, 1969, registrai una canzone intitolata Son Of Mr.Green Genes (Figlio del signor Geni Verdi), per anni si è creduto che il personaggio della trasmissione televisiva Captain Kangaroo (interpretato da lumpy Brannum) fosse il mio vero padre. Prima risposta: non era lui.

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Oggi è il ventesimo anniversario della morte di Frank Zappa. Questo è l’inizio della sua autobiografia.

di Frank Zappa

L’esistenza di questo libro è fondata sulla premessa che a qualcuno, da qualche parte, interessi sapere chi sono, come sono diventato così e di che cazzo parlo. Per rispondere alla Domanda Teorica Numero Uno, inizierò a spiegare CHI NON SONO. Ecco dunque un paio di famose Leggende su Frank Zappa…
Siccome su HOT RATS, 1969, registrai una canzone intitolata Son Of Mr.Green Genes (Figlio del signor Geni Verdi), per anni si è creduto che il personaggio della trasmissione televisiva Captain Kangaroo (interpretato da lumpy Brannum) fosse il mio vero padre. Prima risposta: non era lui.
L’altra fantasia sul mio conto è che una volta “ho mangiato merda sul palco”. Questa storia è stata proposta in molte forme. Eccone un piccolo campionario (non completo):

1.Io mangiai merda sul palco.

2.Feci una gara con Captain Beefheart, per cui entrambi mangiammo merda sul palco.

3.Feci una gara con Alice Cooper in cui lui calpestò dei pulcini e quindi io mangiai merda sul palco, e via così.

Ero in un locale inglese. lo Speak Easy, sarà stato il ’67 o il ’68, quando un componente dei Flock mi disse: “Sei fantastico; quando mi hanno detto che avevi mangiato della merda sul palco ho pensato: ecco un tipo veramente fuori”. Quando ribattei che non avevo mai mangiato merda sul palco mi sembrò molto depresso, come se gli avessi infranto il cuore.
Comunque, gente, per la cronaca: non ho mai mangiato merda sul palco e il posto dove arrivai più vicino a farlo fu nel 1973, al buffet di un Holyday Inn a Fayetteville, North Carolina.

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Elio e le Storie Tese, la Canzone mononota e l’utopia del testo https://minimaetmoralia.it/musica/elio-e-le-storie-tese-canzone-mononota/ https://minimaetmoralia.it/musica/elio-e-le-storie-tese-canzone-mononota/#comments Fri, 15 Feb 2013 10:16:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13074 Elio parte da un rovello, liricamente parodico: la ricerca della complessità. La voce che canta si lambicca il cervello cercando di orchestrare un'opera che sia virtuosa, che insegua melodie composite nel tentativo di ottenere una composizione rarissima. Il tono dà senso a un sentimento patetico, velleitario, che ogni artista soffre da sempre. Ma poi arriva immancabile, puntuale l'intuizione: la scoperta della semplicità. E così in poche battute si è ritmato l'excursus dello stereotipo dell'ispirazione. Allora, nel momento in cui scopre la semplicità, l'uovo di Colombo che tutti covano, ma pochi partoriscono, il narratore musicale gorgheggia compiacimento. Finalmente qualcuno sembra avere acchiappato la chimera della verità. La verità, nel luogo comune, è quella cosa che solo il candore può rivelare, il fantasma del re nudo che solo i bambini con i loro sguardi puri sono riusciti a svestire. La verità è essenziale, si raggiunge sottraendo, levando, scavando, semplificando. È là, c'è, esiste, aspetta, basta trovarla bruciando la tortuosità di quello che siamo. Ed Elio la stana.

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Elio parte da un rovello, liricamente parodico: la ricerca della complessità. La voce che canta si lambicca il cervello cercando di orchestrare un’opera che sia virtuosa, che insegua melodie composite nel tentativo di ottenere una composizione rarissima. Il tono dà senso a un sentimento patetico, velleitario, che ogni artista soffre da sempre. Ma poi arriva immancabile, puntuale l’intuizione: la scoperta della semplicità. E così in poche battute si è ritmato l’excursus dello stereotipo dell’ispirazione. Allora, nel momento in cui scopre la semplicità, l’uovo di Colombo che tutti covano, ma pochi partoriscono, il narratore musicale gorgheggia compiacimento. Finalmente qualcuno sembra avere acchiappato la chimera della verità. La verità, nel luogo comune, è quella cosa che solo il candore può rivelare, il fantasma del re nudo che solo i bambini con i loro sguardi puri sono riusciti a svestire. La verità è essenziale, si raggiunge sottraendo, levando, scavando, semplificando. È là, c’è, esiste, aspetta, basta trovarla bruciando la tortuosità di quello che siamo. Ed Elio la stana.

Ma la Canzone mononota che ha una sola nota, nel suo svolgersi, in realtà, si mostra tutt’altro che lineare. Immediatamente dopo averla scoperta, l’unica nota, si rivela infatti un crogiuolo di complessità: intanto può cambiare il ritmo ed essere, a comando, più o meno veloce, che è come dire, parlando di un’opera letteraria, che un testo può disequilibrarsi mutando stile, passando, che so, da un ritmo compassato, a uno concitato, da brevi e assertive frasi tacitiane a infiniti periodi proustiani, senza soluzione di continuità (non c’era bisogno nemmeno di dirlo). Puoi cambiare l’atmosfera, ovvero – il paragone è sempre letterario – descrivere una tempesta o un cimitero preromantico da Sturm und Drang e subito dopo presentare due eterni adolescenti on the road alquanto ubriachi. Puoi, incredibile dictu, cambiare il cantante. E passare il testimone ad altri, nel mondo umanistico, comporta un’azione rivoluzionaria purtroppo, credo, mai attuata: sostituire in corso d’opera il protagonista. Ricordo un film in cui scompariva l’interprete primario, Strade perdute, ma nemmeno un romanzo nel quale il personaggio principale sia evaporato smarrendo il suo ruolo e affidando ad altri la direzione della trama: il romanzo è monoteista.

La canzone procede gloriosa con trasformazioni luminose. Puoi cambiare l’argomento (come se fosse il genere: si potrebbe lanciare un incipit da thriller e inseguire scattanti la carogna e la pagina dopo distendere i muscoli tematici e digredire filosoficamente perdendosi per pagine e pagine sul senso della fuga e dell’inseguimento). Puoi mutare la lingua (quanto sarebbe strepitoso librarsi verso altre lingue durante un racconto, sfumando di innumerevoli significazioni lati emotivi, profili sociali eccetera eccetera). Puoi prenderti una pausa (lasciare fogli in bianco densi di significato, come in parte fece Laurence Sterne).

Avanzando vengono intonate sempre più trionfalmente le potenzialità del testo (del testo tout court) e della musica, si intrecciano dialoghi intertestuali (yes, I can repeat sempre testo) con gli antesignani della Canzone mononota, con i tentativi falliti, come se fosse un ipercitazionismo postmoderno.

E infine puoi far finta che sia finita. La canzone si ferma e il pubblico applaude la sospensione. Ma non solo non è conclusa e quella pausa sembra essere la parodia dentro la quale sprofondano tutti i ridicoli finali aperti della storia della letteratura – non ha niente a che vedere nemmeno con i supersignificanti finali che appaiono nei film oltre i titoli di coda, squadernando definitivamente il senso ultimo dell’opera vista. No, nella Canzone mononota il falso finale è in modo supremo e terso inutile, senza senso, quel nonsense che risucchia nel baratro, nel vuoto, da dove provengono, tutti i sensi. Ma, nello stesso tempo, nel dispiegare tramite metamorfosi il relativismo dei significati e, soprattutto, delle strutture riflette l’unica, insaziabile umana soffertissima ricerca sulla complessità di cose che non hanno origine né fine.

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Siamo tutti Pistulino Riot https://minimaetmoralia.it/musica/siamo-tutti-pistulino-riot/ https://minimaetmoralia.it/musica/siamo-tutti-pistulino-riot/#respond Wed, 08 Aug 2012 15:55:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8965 Pubblichiamo le ultime due cronache scritte per l'Ansa da Lucia Sgueglia, reporter italiana, sul processo in corso in questi giorni al gruppo politico-rock-situazionista Pussy Riot, che sta ricevendo una solidarietà internazionale, sia da parte del mondo della musica sia da parte delle associazioni per i diritti umani. Anche in Italia, per esempio, Elio e le storie tese hanno deciso di cambiare il loro nome in Pistulino Riot fino alla liberazione delle musiciste-attiviste. Gli altri pezzi di Lucia Sgueglia sul processo li potete trovare nel suo mirabile blog: greateastvibes.wordpress.com.

di Lucia Sgueglia

MOSCA 7 AGOSTO - Tre anni di carcere ordinario per teppismo motivato da odio religioso o contro un gruppo sociale (i credenti ortodossi). È la condanna richiesta dall’accusa nel processo alla band punk Pussy Riot, che oggi ha visto anche le arringhe finali degli avvocati. Domani la giudice Marina Sirova si ritirerà in camera di consiglio dopo le ultime repliche, mentre agli appelli internazionali per la liberazione delle tre ragazze si è aggiunta anche la pop star Madonna: “hanno fatto qualcosa di coraggioso, hanno pagato il prezzo per quest’atto, Nadia, Katia, Masha (i nomi delle tre imputate, ndr) io prego per la vostra libertà”, ha detto la pop star durante il suo concerto allo stadio Olimpiski di Mosca, strappando l’applauso degli 80 mila spettatori. Poi ha cantato la sua hit “Like a Virgin”.

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Pubblichiamo le ultime due cronache scritte per l’Ansa da Lucia Sgueglia, reporter italiana, sul processo in corso in questi giorni al gruppo politico-rock-situazionista Pussy Riot, che sta ricevendo una solidarietà internazionale, sia da parte del mondo della musica sia da parte delle associazioni per i diritti umani. Anche in Italia, per esempio, Elio e le storie tese hanno deciso di cambiare il loro nome in Pistulino Riot fino alla liberazione delle musiciste-attiviste. Gli altri pezzi di Lucia Sgueglia sul processo li potete trovare nel suo mirabile blog: greateastvibes.wordpress.com.

di Lucia Sgueglia

MOSCA 7 AGOSTO – Tre anni di carcere ordinario per teppismo motivato da odio religioso o contro un gruppo sociale (i credenti ortodossi). È la condanna richiesta dall’accusa nel processo alla band punk Pussy Riot, che oggi ha visto anche le arringhe finali degli avvocati. Domani la giudice Marina Sirova si ritirerà in camera di consiglio dopo le ultime repliche, mentre agli appelli internazionali per la liberazione delle tre ragazze si è aggiunta anche la pop star Madonna: “hanno fatto qualcosa di coraggioso, hanno pagato il prezzo per quest’atto, Nadia, Katia, Masha (i nomi delle tre imputate, ndr) io prego per la vostra libertà”, ha detto la pop star durante il suo concerto allo stadio Olimpiski di Mosca, strappando l’applauso degli 80 mila spettatori. Poi ha cantato la sua hit “Like a Virgin”.

“Hanno violato le tradizioni millenarie del nostro paese”, ha detto in riferimento alla storia della Chiesa russa il procuratore Alexander Nikiforov, paventando una “guerra civile”, giudicando la preghiera anti-Putin del trio “un’azione pianificata e premeditata contro la fede ortodossa” e definendo le tre ragazze “pericolose socialmente”. La sua richiesta è stata meno della metà del massimo previsto (7 anni), anche in considerazione del fatto che sono madri di bimbi piccoli. Gli avvocati delle vittime hanno invece proposto una pena con la condizionale, menzionando tuttavia il rischio di reiterazione del reato: “le ragazze, nonostante le scuse avanzate ai credenti, non sembrano pentite, hanno tenuto un atteggiamento ironico durante il processo mostrando disprezzo per vittime e testimoni”. E hanno bollato il loro femminismo come una sorta di peccato, ventilando l’ipotesi di un secondo processo al gruppo per “attività estremista” (art. 282). Sedute nella gabbia, dopo qualche sorriso interdetto, Maria Aliokhina (24), Nadia Tolokonnikova (22) e Ekaterina Samutsevich (29) si sono mostrate afflitte, fino ad ammutolire scuotendo la testa. Indignati, i tre avvocati della difesa hanno insistito per la piena assoluzione delle tre imputate, sostenendo che la loro performance nella cattedrale della capitale a febbraio “non costituisce reato”: “questo è un caso politico dall’inizio alla fine, le ragazze sono oppositrici politiche”, ha detto l’avv. Mark Feygin indicando il rischio di una clericalizzazione della Russia. Un verdetto di colpevolezza, ha aggiunto, “distruggerà definitivamente le relazioni tra la società e lo Stato. La Russia non ha giustizia. Non ha un sistema giudiziario”. Applausi in aula. La difesa ha ipotizzato poi un ricorso a Strasburgo per le “torture” subite dalle ragazze, lasciate senza mangiare e dormire. Oggi la rappresentante della politica estera Ue Catherine Ashton si era detta preoccupata per le irregolarità segnalate” nel caso, in particolare “per le condizioni di detenzione” e “le informazioni su atti di intimidazione contro gli avvocati, i giornalisti e gli eventuali testimoni”, invitando la Russia a rispettare gli obblighi internazionali e il diritto a un processo giusto. Infine hanno preso la parola le ragazze: “se il ritornello della nostra canzone fosse stato ‘Madre di Dio, proteggi Putin’ invece di ‘Caccialo’, oggi non saremmo qui” ha dichiarato Samutsevich. Attese stasera altre azioni di protesta a favore del trio al concerto di Madonna allo stadio Olimpiski: “Spero che il giudice sarà clemente e saranno presto liberate”, aveva detto ieri ai giornalisti russi la cantante. La giudice non ha anticipato quali saranno i tempi per la lettura della sentenza.

MOSCA, 6 AGO – Ultime battute per il processo al trio punk Pussy Riot a Mosca, con l’interrogatorio oggi delle tre ragazze della band autrice di una scandalosa preghiera anti-Putin nel cattedrale di Mosca a febbraio. Presenti in aula alcuni diplomatici europei e una deputata laburista del parlamento inglese, Kerry McCarthy, a titolo personale. Intanto la moda delle ‘note’ dissidenti dilaga: altri due musicisti, i rapper del gruppo Makulatura, sono stati arrestati dopo aver cantato ieri sera nei giardini Bauman della capitale una canzone di protesta contro Putin. Dopo una notte in commissariato se la sono cavata con una multa di mille rubli a testa (25 euro) per “teppismo non grave”. La loro canzone “Il poliziotto del futuro” prendeva di mira ironicamente il leader del Cremlino, il suo partito Russia Unita e i poliziotti che lo votano: “ho paura della libertà, non la voglio”, “meglio avere qualcuno che mi suggerisca per chi votare e come attraversare la strada”. E cinque giorni di prigione dovrà scontare uno degli autori di un blitz a sostegno della band, venerdi’ scorso davanti al tribunale Khamovniki. Appassionati gli interventi delle tre ragazze in aula. In mattinata Nadia Tolokonnikova (22) aveva scomodato Dostoievski e Mikhail Bakhtin ricordando come la performance sia avvenuta a carnevale quando, per tradizione, tutto è permesso, anche dalla Chiesa, fin dal Medioevo. E al Medioevo ha fatto riferimento dal carcere l’ex oligarca Mikhail Khodorkovski, condannato per la seconda volta proprio nell’aula dove si svolge il processo al trio. “Doloroso da guardare”, ha osservato richiamando l’Inquisizione. A suo avviso la corte avrebbe ricevuto “ordine” di emettere una sentenza durante le Olimpiadi, “quando i media mondiali sono distratti”. “La mia presenza evidenzia il fatto che c’è molta preoccupazione internazionale intorno al caso. Sembra quasi un processo in stile sovietico a tre donne che hanno criticato ad alta voce ciò che accade. La comunità internazionale può solo chiedere alla Russia di osservare i diritti umani e la giustizia” ha commentato la deputata McCarthy all’ANSA. La performance era ”politicamente motivata”, “indirizzata contro le autorità, la leadership della chiesa e i servizi segreti”, non contro i fedeli, ha ribadito Maria Aliokhina (24), spiegando che alla base della creazione della band c’e’ la decisione di Putin di concorrere per un terzo mandato presidenziale. “L’idea ci è venuta quando abbiamo sentito il Patriarca chiedere ai fedeli di votare per Putin”, ha aggiunto Katya Samutsevich, 29 anni. Nel frattempo, il blogger anti corruzione Alexiei Navalni ha denunciato su Twitter di aver scoperto nel proprio ufficio una microspia.

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