Elio Pagliarani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elio-pagliarani/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Feb 2016 00:31:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elio Pagliarani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elio-pagliarani/ 32 32 Umberto Eco, un grande italiano https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/#comments Sat, 20 Feb 2016 06:30:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14534 È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest'intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

L'articolo Umberto Eco, un grande italiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
umberto-eco

È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, Elio Pagliarani ed Enrico Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi naturalmente Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista “Il Verri” ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi faranno parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso.

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi “guru” e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto.

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo.

Qual era l’idea fondante?

Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col “Verri” e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63.

E a livello “sociologico” suscitaste uno straordinario clamore.

Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscì “Il Menabò” di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su «l’Espresso», che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste.

C’era una certa euforia della critica…

Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre su «l’Espresso», recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti –coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi.

Invece voi?

Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già “sistemati”, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è che nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire.

Quindi non era soltanto un costrutto “teorico” a tenervi insieme.

Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di “illeggibili”, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se “gli altri” non si fossero offesi.

In che senso?

L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia.

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella “neoavanguardia” del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali.

C’era una componente goliardica che vi permise di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e i fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini, che lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui.

Veniamo ai vostri “nemici”, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”.

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo.

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola.

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore.Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano.

Per esempio?

Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatrè. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan.

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo ’93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti.

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava “Decimo Migliaio”, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore.

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite.

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

Diciamo che eravamo “vaga sinistra”.

Appunto, “vaga”…

C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica.

Vi rimproverarono di non essere abbastanza “engagés”?

Uscivamo dal periodo di dominio del PCI sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche.

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora.

Gli scrittori pulp italiani degli anni Novanta?

Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto.

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquant’anni dopo?

Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere che sono sopravvissute ai loro autori?In ogni caso la sopravivenza di un’opera va però giudicatasull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati – come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra 50 anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…

L'articolo Umberto Eco, un grande italiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/feed/ 2
Una specie di guerra https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra/#comments Tue, 10 Jun 2014 15:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21404 Questo articolo è uscito su Artribune.

L’obiettivo vero è solo, semplicemente quello di sopravvivere.

Di cavarsela.

E allora, è impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza.

Qui invece si tira – come al solito, come sempre – a campare.

E si vedono le differenti generazioni in azione (uno spettacolo sempre bello e crudele a cui assistere, a patto che uno abbia gli occhi giusti e la volontà di godersi questa rappresentazione): quelli che fanno finta di voler fare la rivoluzione, ma in realtà hanno l’unico desiderio di restarsene rintanati; quelli che vorrebbero tanto, ma proprio non possono perché trovano il tutto terribilmente di cattivo gusto: cozza infatti con il ‘fighettismo’ che faticosamente hanno saputo coltivare negli ultimi anni, e pazienza se adesso la realtà cavalca sfrenata e ha reso terribilmente obsoleti alla velocità della luce i loro sdilinquimenti fuori tempo massimo (improvvisamente la frivolezza e la vacuità sono, suonano, appaiono fuori moda); quelli che quasi quasi vogliono rientrare in qualcosa ma non sanno ancora bene che cos’è, se la solita solfa che non porta mai a niente o qualcos’altro (ma come fai a saperlo mentre lo vivi, un processo storico e culturale?).

L'articolo Una specie di guerra proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pino Pascali Cannone Bella Ciao (1965)

Questo articolo è uscito su Artribune. (Immagine: Pino Pascali, Cannone Bella Ciao, 1965)

 

Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane impiegata

tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso,

il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato,

che la faccia dormire fino al lunedì.

Ha un senso dedicare a quella ragazza questa «Ragazza Carla»?

Elio Pagliarani, La  ragazza Carla (1960)

 

L’obiettivo vero è solo, semplicemente quello di sopravvivere.

Di cavarsela.

E allora, è impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza.

Qui invece si tira – come al solito, come sempre – a campare.

E si vedono le differenti generazioni in azione (uno spettacolo sempre bello e crudele a cui assistere, a patto che uno abbia gli occhi giusti e la volontà di godersi questa rappresentazione): quelli che fanno finta di voler fare la rivoluzione, ma in realtà hanno l’unico desiderio di restarsene rintanati; quelli che vorrebbero tanto, ma proprio non possono perché trovano il tutto terribilmente di cattivo gusto: cozza infatti con il ‘fighettismo’ che faticosamente hanno saputo coltivare negli ultimi anni, e pazienza se adesso la realtà cavalca sfrenata e ha reso terribilmente obsoleti alla velocità della luce i loro sdilinquimenti fuori tempo massimo (improvvisamente la frivolezza e la vacuità sono, suonano, appaiono fuori moda); quelli che quasi quasi vogliono rientrare in qualcosa ma non sanno ancora bene che cos’è, se la solita solfa che non porta mai a niente o qualcos’altro (ma come fai a saperlo mentre lo vivi, un processo storico e culturale? E soprattutto, è davvero così importante saperlo? O l’essenziale non è piuttosto, appunto, il processo, l’esperienza: lo spaziotempo esistenziale, così come viene modificato dal proprio intervento culturale? Senza considerare il fatto che molto probabilmente porti dubbi e domande del genere ti ha già tagliato fuori, strutturalmente, dall’intera faccenda…). Ah, e quelli – poi – che stanno sempre a lamentarsi: che sanno sempre, solo lamentarsi.

Viviamo una specie di guerra. Questa è una specie di guerra.

Tanto più insidiosa perché nascosta, pressoché invisibile. Ma che razza di guerra è quella in cui la maggior parte dei combattenti non si rende neanche conto di stare combattendo? E anzi, fa di tutto per convincersi di non stare combattendo, disperatamente, che tutto questo non sta accadendo, non a lui (o a lei), che c’è ancora tempo, che c’è sempre tempo?

Esattamente il tipo di guerra che in cui i vincitori e i vinti sono (quasi) certi.

Eppure, nonostante le autoillusioni, le finzioni, le rappresentazioni, questa è – e rimane – una specie di guerra. Uno strano tipo, ma pur sempre guerra: con una sua economia, una sua politica, una sua politica e – persino – una sua letteratura. (E una sua arte?)

Vengono in mente le parole che Giaime Pintor scrisse poco prima di saltare su una mina tedesca, oggi più attuali che mai: “In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la “generazione perduta”, che ha visto infrante le proprie “carriere”; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. (…) c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile” (Il sangue d’Europa, Einaudi 1965, p. 186).

L'articolo Una specie di guerra proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra/feed/ 3
Elio Pagliarani, la poesia che agisce https://minimaetmoralia.it/poesia/elio-pagliarani-poesia/ https://minimaetmoralia.it/poesia/elio-pagliarani-poesia/#respond Tue, 12 Mar 2013 10:04:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13485 (Fonte immagine: Dino Ignani.)

di Maria Lo Conti

Sono gli anni Sessanta e in via Vittorio Veneto, a Roma, una libreria Einaudi ospita un evento – forse la presentazione della ristampa dei Novissimi o forse un incontro sul Gruppo 63 – che si trasforma subito in una singolare baldoria. C’è un’atmosfera scalmanata e rissosa, tutti attaccano tutti, il pubblico schiamazza, il gruppo di giovani autori invece di presentarsi compostamente inveisce contro l’anemica inerzia della letteratura italiana. La situazione si fa sempre più tesa finché a un tratto uno degli autori si alza, si avvicina a una delle pareti su cui erano esposte le gigantografie di alcune poesie e comincia a leggere ad alta voce – una voce roca e imponente – Oggetti e argomenti per una disperazione, e nella sala cala finalmente il silenzio.

L'articolo Elio Pagliarani, la poesia che agisce proviene da Minima et Moralia.

]]>

(Fonte immagine: Dino Ignani.)

di Maria Lo Conti

Sono gli anni Sessanta e in via Vittorio Veneto, a Roma, una libreria Einaudi ospita un evento – forse la presentazione della ristampa dei Novissimi o forse un incontro sul Gruppo 63 – che si trasforma subito in una singolare baldoria. C’è un’atmosfera scalmanata e rissosa, tutti attaccano tutti, il pubblico schiamazza, il gruppo di giovani autori invece di presentarsi compostamente inveisce contro l’anemica inerzia della letteratura italiana. La situazione si fa sempre più tesa finché a un tratto uno degli autori si alza, si avvicina a una delle pareti su cui erano esposte le gigantografie di alcune poesie e comincia a leggere ad alta voce – una voce roca e imponente – Oggetti e argomenti per una disperazione, e nella sala cala finalmente il silenzio.

Leggo questo aneddoto raccontato da Franco Cordelli qualche anno fa (e riportato da Andrea Cortellessa nel suo bellissimo articolo in occasione della morte del poeta) e penso che non esista esempio più rappresentativo della poesia di Pagliarani, una poesia che agisce, anche fisicamente, sul lettore, che non ristagna sulla pagina ma vive una dimensione di perenne movimento.

Pagliarani amava il teatro e per molti anni fu critico teatrale per “Paese Sera”. Aveva un senso spiccato del ritmo e della musicalità del verso, sapeva come si muove la parola sulla scena. Quando leggeva in pubblico le sue poesie ne assecondava il procedere col corpo, teneva il tempo col piede, scandiva l’andamento dei versi con ampi gesti della mano. Non era una posa: l’azione è un elemento imprescindibile delle sue poesie. Leggere silenziosamente certi suoi componimenti è uno sforzo vano, la voce spinge per uscire, per portare fuori dalla pagina le parole di Carla, Praték, Nandi. Pagliarani era capace di costruire dei veri e propri «personaggi linguistici», come li definisce Fausto Curi, animati da una lingua che agisce in loro dialetticamente e ne determina i gesti, rendendo vera azione l’azione linguistica e i personaggi drammatizzazione teatrale.

Abituati come siamo alla lirica tutta riflessione e rimescolio interiore sembra impossibile concepire l’idea di una poesia che scalpiti con tanto vigore. Eppure non esiste, probabilmente, una poesia più viva e concreta di quella di Pagliarani, immersa nella realtà fino al midollo, che non vira mai verso alcuno slancio metafisico, perché «lo spirito umano ha più bisogno / di piombo, che di ali». E Pagliarani sapeva benissimo che la realtà si presenta all’uomo in tutta la sua glaciale indifferenza e scevra di consolazioni a buon prezzo. Siamo qui adesso e non serve a niente anelare all’infinito, sciogliere i lacci che ci tengono fermi al suolo. La poesia è una cosa spietata, schiude verità e nessuna verità può essere prossima alla consolazione.

Non serve neppure rassegnarsi, bisogna cavare fuori la forza della resistenza e la rassegnazione trasformarla in prepotenza («rassegnazione al peggio non è rassegnazione è prepotenza / se hai la coscienza di figurarlo il peggio»), decidere di proseguire nonostante. Anche questo è azione: opposizione alla vita che trascina. Un’opposizione che non sia solo formale o programmatica, ma che si risolva in azione concreta, perché quell’opposizione «agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni».

L’azione della poesia si realizza infatti pienamente in una dimensione sociale. La scommessa del linguaggio poetico era di mantenere la lingua viva ed efficace per tutti, sottrarla al logorio e alla pratica meccanica e sorpassata del bel canto. Ciò che distingue l’uomo dalle bestie è la parola – lo ricorda anche Pagliarani nel già citato componimento Oggetti e argomenti per una disperazione – ed è attraverso l’esercizio della parola che l’uomo scommette sulla validità della propria opera, coltivando la fiducia disperata (segretamente priva di speranza) che un giorno la storia ne ricompensi gli sforzi e che il modello di sé che lascia al mondo sia in grado di sopravvivere nella memoria di chi rimane: «ci vuole orgoglio: credere / che il proprio lavoro la pena non se stessi ma il proprio modello sia utile / agli altri; fiducia: che la storia / paghi il sabato».

Dopotutto era con la lingua che Pagliarani sperimentava – come fanno instancabili i poeti – rivoltando la pagina per adattarla al racconto, allungando e scalando i versi, allargando le maglie del linguaggio perché rompesse i suoi confini e fosse capace di contenere qualsiasi cosa: principi di fisica, concetti filosofici, teorie economiche. Non esisteva niente di impoetico, ecco qual era la novità. Temi fino a quel momento banditi dall’affare tutto sentimentale e struggente della poesia erano divenuti di colpo oggetto poetico. A conciliarli senza attrito è la passione, una passione «non opposta a cultura o ideologia», scrive Umberto Eco, «ma passione ideologica».

Passione è presupposto dell’azione, e Pagliarani riconosceva nel poeta «l’ottusa pazienza dell’artigiano senza committente», il cui mestiere è faticoso e apparentemente privo di finalità. Ma l’assenza del committente chiarisce anche la motivazione che spinge il poeta alla scrittura, un’esigenza che viene dall’interno, dalla necessità di mettere alla prova la poesia e il materiale verbale che la compone, per arrivare, fuori, a provocare una qualche violenza vivificatrice sulla «struttura».

Esiste, tra le tante, una ragione precisa che spinge a fare poesia: l’instancabile desiderio di penetrare la realtà nelle sue contraddizioni, di essere per la realtà uno specchio, anche deformante se necessario, e mostrarne il riflesso.

Elio Pagliarani è morto a Roma un anno fa. Non il suo orgoglio, non la sua fiducia, la sua scommessa perdura, perché «in ogni modo è vero che qualcuno / scommette di non morire».

L'articolo Elio Pagliarani, la poesia che agisce proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/elio-pagliarani-poesia/feed/ 0
Una generazione in versi https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/#comments Tue, 22 May 2012 13:36:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7924 Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull'ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m'impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell'Italia berlusconiana, un'Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

L'articolo Una generazione in versi proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m’impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell’Italia berlusconiana, un’Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

Il secondo motivo, circa il pregiudizio verso questa narrativa sul precariato, è forse più profondo e relativo all’impossibilità storica di raccontare, proprio oggi, il presente. O meglio: un presente ricattatorio ci ha condannato all’attualità e all’immobilità, impedendoci qualsiasi progetto di futuro, e ha calcificatoo le forme della narrazione in depositi di iper-realismo giornalistico e di postmoderno super celebrale piuttosto asfittico. Va detto che di questa “fame di realtà” ne patiamo e abbiamo patito tutti, anche per il bisogno di comprensione nelle rapidi trasformazioni che ha subito il nostro paese in questi anni. Ma, alla lunga, questa necessità ha portato a una deriva autoreferenziale sul presente francamente inutile, lagnosa e auto-assolutoria.

Di solito bisogna diffidare di queste opere, ma questo non è il caso del primo libro di Francesco Targhetta, un poeta trentaduenne veneto. Tutto ciò non riguarda, infatti, il suo esordio, Perciò veniamo bene nelle fotografie (pubblicato da Isbn, 256 pagine per 19,90 euro), che, sebbene parli di precariato giovanile e dell’oggi, sfugge a qualsiasi genere e categoria, perché è un curioso “romanzo in versi”, un poema, una forma vecchia, non vecchissima, per raccontare il presente. È proprio nelle forme ambigue e non consuete, ibride, che va cercata la diversità di sguardo e di posizionamento, almeno riconoscendone il tentativo di sperimentare nel deserto. Targhetta ha scritto infatti un romanzo in versi, il suo primo come recita il frontespizio dopo una piccola raccolta di poesie intitolata Fiaschi, rispettando le regole della metrica, gli endecasillabi e i novenari ad esempio, e quelle del ritmo, come le assonanze e le rime interne ai versi, per raccontare la sua personale condizione di ricercatore nell’università italiana e quella dei suoi amici e conoscenti, un ritratto nitido e crudele di una generazione.

“Non si muove nessuno, qua / perciò veniamo bene nelle fotografie”. Il titolo deriva da questa chiusa implacabile, sintesi della condizione giovanile, cioè l’immobilità, l’incapacità di reagire per una generazione che ondeggia tra il lamento e il rimorso. Targhetta racconta la vita di alcuni di questi giovani a Padova, gli appartamenti da studenti, descritti fin dentro le deprimenti credenze, con le stanze divise per 120 euro a posto letto al mese, le aspirazioni fallite e i tentativi di galleggiare nel quotidiano e crescere professionalmente.

Racconta i corpi di questi giovani, guastati da un’alimentazione sballata dalle pizze a portar via e dal pessimo vino, in un procedere affannoso per trovare un posto nel mondo: “la nostra via crucis, / da quando siamo qui, nel dribbling / dei pasti, col bidone della carta / che subito si stipa, e arriva / al sabato quasi peggio / dei nostri stomaci esausti”. Dei corpi cresciuti a forza di merendine e schifezze alimentari anche nell’infanzia e anche il cibo della mente non è da meno, con la televisione unica grande educatrice del passato e costruttrice di modelli sociali e di consumo.

Lui, il narratore è il più immobile di tutti tra i personaggi che appaiono nei versi, quello che non riesce a ribellarsi, a scomporsi o a fuggire: un ricercatore di storia dell’università, costretto a seguire per il miraggio di un assegno o di una borsa di studio la cattedra di un professore antiberlusconiano, “con le copie di Alias sul mobile bar”, un barone che fa far carriera a una ricercatrice avvenente. (Pochi romanzi hanno raccontato l’ipocrisia e l’amoralità dell’università italiana come questo Targhetta e un altro esordio, Apocalisse da camera di Andrea Piva). E il tema della ricerca universitaria, la Guerra del Piave, fa come da contraltare alla resistenza quotidiana dei suoi coetanei, “carne da cannone” che sa già di aver perso. Tra questi spicca Teo, un operatore da call-center che fa carriera e si trasferisce a Torino (molto belli i versi delle telefonate tra lui, la ragazza e gli amici, lontani, che descrivono la solitudine nella città sconosciuta di un ragazzo sbarcato dalla provincia), o Mara che si barcamena tra scuole di recitazione dove i maestri di teatro ci provano con le allieve, covando il sogno di diventare attrice sapendo benissimo che “se tutte le strade portano a Roma / ma nessuna lì, a Cinecittà”. O ancora Los, uno che è riuscito a scappare in un’università del Belgio, dove il dottorato è pagato il doppio e permette l’agognata indipendenza, una sorta di auto-esilio volontario che  il narratore no riesce a scegliere per mancanza di coraggio.

Oltre a questi ritratti senza speranza, delle vere e proprie istantanee d’esistenza triste, è interessante il dialogo che si instaura con le generazioni che precedono e seguono i trentenni raccontati da Targhetta: anche in questo caso non c’è alcuna illusione, non c’è alcun patto, ma solo una trasmissione di odi e di sfruttamenti reciproci. “Buttarsi negli intrugli della vita, / bisogna, come insegna l’adulto / medio, e qualsiasi invisa proiezione / dei nostri vent’anni marciti: farsi / amici assenti, ragazze distanti, / affezionarsi alle fiction come / ai bimbi rapiti, diventare stressati / ma non tecnicamente, giocando / su limiti e centesimi di secondo, /  sentendosi la sera come ladri / dentro il proprio miniappartamento / piene le tasche come bombe carta / di lavoro arretrato e cemento”. Se dai padri, oltre all’insoddisfazione e al rancore, si è ereditato un modello, questo stesso verrà usato contro i ventenni, coloro che subiranno la vendetta dei trentenni frustrati e avvelenati dalla vita: “tra questi bimbi / senza speranze che ci odiano / già, ci detestano duri, perché / sanno che toccherà, prima o poi, / anche a noi, e saremo cattivissimi”.

Un racconto, quindi, diviso in trenta capitoli, quello di Targhetta dei perdenti, degli sconfitti trentenni cresciuti in questi anni di estremo conformismo e compromissione. Perciò veniamo bene nelle fotografie è un poema che richiama tantissimi antecedenti, dai Crepuscolari a Giudici, ma soprattutto fa pensare al primo Elio Pagliarani, di recente scomparso, perché sono molto le citazioni e i richiami a La ragazza Carla del poeta del Gruppo ’63 e al filone letterario dello sboom e dei loosers da Bianciardi (La vita agra e Il lavoro culturale soprattutto) alle tavole di Andrea Pazienza.

L'articolo Una generazione in versi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/feed/ 1