Elisa Teneggi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elisa-teneggi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 15 Feb 2020 10:30:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elisa Teneggi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elisa-teneggi/ 32 32 Scrivere di cinema: “Alla mia piccola Sama” https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-alla-mia-piccola-sama/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-alla-mia-piccola-sama/#respond Sat, 15 Feb 2020 10:29:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42397 di Elisa Teneggi

“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.” Queste le parole che, nel 1942, il filosofo francese Albert Camus, premio Nobel per la Letteratura nel 1957, poneva a sigillo del suo saggio Il mito di Sisifo. Lo scritto, testo fondante dell’Esistenzialismo d’Oltralpe, analizza la condizione umana attraverso il paragone con l’eterno castigo del greco Sisifo, condannato dagli dèi a spingere per l’eternità un pesante masso verso la cima di una montagna. E invano: appena raggiunta la sommità, la pietra sarebbe rotolata indietro, rendendo vane le fatiche del dannato.

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di Elisa Teneggi

“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.” Queste le parole che, nel 1942, il filosofo francese Albert Camus, premio Nobel per la Letteratura nel 1957, poneva a sigillo del suo saggio Il mito di Sisifo. Lo scritto, testo fondante dell’Esistenzialismo d’Oltralpe, analizza la condizione umana attraverso il paragone con l’eterno castigo del greco Sisifo, condannato dagli dèi a spingere per l’eternità un pesante masso verso la cima di una montagna. E invano: appena raggiunta la sommità, la pietra sarebbe rotolata indietro, rendendo vane le fatiche del dannato.

Ed è proprio nell’ostinazione, nello sdegno che Sisifo dimostra verso il supplizio infittogli che nasce la grandezza di questo personaggio mitologico. È qui che Sisifo, per Camus, si fa emblema della condizione umana, divenendo metafora tanto dell’assurda vanità dell’esistenza quanto della diabolica, sovrumana perseveranza che la nostra specie dimostra nel cercare di introdurre significato in un mondo che, sub specie aeternitatis, ne è privo. La gloriosa caparbietà di Sisifo nello spingere il macigno è la stessa di Alla mia piccola Sama; e della sua regista, Waad Al-Kateab.

Waad, la quale lavora sotto pseudonimo, è una ragazza come tante; e come nessun’altra. Giornalista siriana, classe 1991, Al-Kateab è figlia della rivoluzione contro il regime di Bashar al-Assad. Waad documenta, produce filmati, denuncia i soprusi alla dignità umana perpetrati dalle parti in conflitto. Nel 2017 i materiali da lei prodotti per l’inglese Channel 4 le valgono un Emmy. E ora, dopo che Waad è stata costretta a lasciare il proprio Paese per rifugiarsi nel Regno Unito, la storia della sua ostinazione è diventata un documentario. Un giornale di resistenza, ma soprattutto una struggente lettera alla primogenita Sama, nata durante l’ultimo anno di permanenza in Siria di Al-Kateab e battezzata dal fuoco incrociato dell’assedio di Aleppo.

Recentemente nominato agli Oscar come Miglior Documentario, Alla mia piccola Sama è allo stesso tempo crudamente feroce e fieramente delicato. Lo sguardo di Al-Kateab esce solo raramente da dietro la videocamera, azzerando così il gioco di specchi della più classica finzione cinematografica. I corpora Christi delle vittime dei bombardamenti sono scioccantemente reali. La regista lo sa, e ne evita la trasformazione in feticcio, presentandoli non come risultato di voyeurismo per accumulazione, ma come simbolo di riconoscenza per il valore della vita. E affermare, come fa Al-Kateab, che un’esistenza spesa intrappolati come topi in fatiscenti edifici di calcina abbia un significato ha la forza rivoluzionaria della verità più appassionata e impenitente.

Grazie a un voice-over puntuale, mai petulante, e all’intelligente lavoro di montaggio e rimaneggiamento dei filmati di Al-Kateab ad opera di Chloe Lambourne e Simon McMahon,  Alla mia piccola Sama fluisce libero al confine tra vlog e diaristica intima, consegnando alla posterità un complesso, ipnotizzante resoconto dei mesi di quarantena bellica trascorsi nell’ancor libera Aleppo nella speranza di un futuro luminoso. E in quel barlume di vita inossidabile danza la fragile, minuscola figura di un infante. E forse, un giorno, Sama verrà a conoscenza di essere stata la più assurda tra tutte le ragioni di sopravvivenza, ma anche la più desiderata; la più azzardata; la più umana.

Se dunque il filosofo tedesco Theodor Adorno si era solennemente pronunciato contro la possibilità di tornare a scrivere poesia sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dei suoi orrori, Waad Al-Kateab sembra giunta per aggiornarne la lezione, e dimostrare che non solo l’arte, nella disperazione, è ancora possibile, per non dire essenziale; ma anche che l’unica via d’uscita è, come Sisifo, essere un po’ assurdi, e appassionati. Perché tutto questo, Sama, per dirla alla Jane Austen, è stato fatto per voi. Che il masso continui a cadere. Ora l’assurdo non fa più paura. Bisogna immaginare Al-Kateab felice.

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Scrivere di cinema: Judy https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-judy/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-judy/#respond Sat, 08 Feb 2020 11:35:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42332 di Elisa Teneggi

C’è un posto blu, sopra l’arcobaleno, dove i sogni si realizzano. Così intona nel 1939, con la sua voce di seta tremolante, Frances Ethel Gumm. Frances ha 19 anni, ma è da quando è stata scritturata alla MGM che si fa chiamare Judy, Judy Garland. Ha un viso senza tempo, tondo e dolce, e le più perfette trecce di bambola. L’usignolo di Grand Rapids, Minnesota, diventa in breve tempo la beniamina d’America, continuando a infuocare le folle anche da adulta. Un sogno diventato realtà. Che scorterà Judy nel baratro della depressione, provocandone la prematura morte, appena quarantaseienne, per overdose di barbiturici.

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di Elisa Teneggi

C’è un posto blu, sopra l’arcobaleno, dove i sogni si realizzano. Così intona nel 1939, con la sua voce di seta tremolante, Frances Ethel Gumm. Frances ha 19 anni, ma è da quando è stata scritturata alla MGM che si fa chiamare Judy, Judy Garland. Ha un viso senza tempo, tondo e dolce, e le più perfette trecce di bambola. L’usignolo di Grand Rapids, Minnesota, diventa in breve tempo la beniamina d’America, continuando a infuocare le folle anche da adulta. Un sogno diventato realtà. Che scorterà Judy nel baratro della depressione, provocandone la prematura morte, appena quarantaseienne, per overdose di barbiturici.

Ed è proprio sui suoi ultimi mesi di vita che si apre Judy, biopic a firma di Rupert Goold che, portando in scena gli ultimi concerti londinesi di Garland, si propone come testamento artistico e spirituale dell’artista, vera e propria elegia per quello spirito delicato dell’America di provincia che grandi speranze e una voce d’angelo avevano tramutato in un animale indomabile, nervoso e scattante, perennemente in fuga da se stessa e alla disperata ricerca delle volatili attenzioni di una folla festante. Judy (Renée Zellweger) ha tre figli, problemi di salute, una situazione sentimentale disastrata, e guai finanziari. Ma, come è usa fare, vuole risollevarsi giocando le sue carte, e punta forte sull’ultima cosa che le è rimasta: quell’innato talento scenico che la sa sollevare, anche solo per un minuto, oltre l’arcobaleno.

E Judy, e con lei la sua interprete Renée, sono effettivamente protagoniste indiscusse delle seguenti due ore di film. La macchina da presa le bracca impietosa, non si lascia sfuggire nemmeno il più minimo movimento, concertando con il montaggio un gioco di specchi atto e restituire sullo schermo sempre e solo un’immagine: il volto di Judy, perfettamente truccato e acconciato, montato quasi per caso su un corpo trasformato in una macchina da guerra.

Intervallando il presente della narrazione (1968) con sequenze tratte dalla sua adolescenza – dove la star è impersonata da Darci Shaw – Judy vorrebbe tratteggiare i contorni del personale mondo di sogno della sua eroina, e, così facendo, portare il pubblico a provare empatia verso i suoi fantasmi.

Non bastano però i lustrini, il taglio dei costumi, glamour e calibrato con la bolla, o la performance pirotecnica di Zellweger ad assicurare il risultato. L’errore di Judy e dei suoi autori è anzi stato rilassarsi su questi elementi di contorno, dandoper scontato che bastasse una celebrazione agiografica a confezionare un’opera a tutto tondo. Il film di Goold si presenta infatti come una pellicola nel complesso debole, troppo impegnata a elevare Garland a santa martire dello show business applicando fiaccamente formule e ritmi di tradizione Hollywoodiana piuttosto che a fornire alla sala motivi per ridere, piangere, e sospirare insieme al personaggio-Judy.

Non basta la fotografia screziata di neon, né la sensazione di poter allungare la mano verso lo schermo ad ogni momento e abbracciare Renée in memoria dei vecchi tempi in cui ci illudeva di essere Bridget Jones, paladina delle ragazze a modo loro. Judy è una bella cartolina, e come una cartolina superficiale resta, non riuscendo a scavare un posto nei nostri cuori per la performance, davvero da Oscar, della sua attrice protagonista.

Forse avevo solo fame, dice Judy quando, poco prima di andare in scena per l’ultima volta, riesce a sbocconcellare una fetta di torta offertale dai suoi collaboratori come regalo di addio. Fame di vita, fame di felicità da troppo tempo repressa. E sì, anche noi forse avevamo fame, una certa smania di battere le mani. Sarà per la prossima volta. D’altronde, come insegna Dorothy ne Il Mago di Oz (1939), tutti i problemi, appena superati i comignoli delle case, svaniscono. Solo che, per arrivarci, bisogna prima imparare a volare.

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