Elizabeth Taylor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elizabeth-taylor/ un blog di approfondimento culturale Mon, 07 Mar 2016 12:51:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Elizabeth Taylor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/elizabeth-taylor/ 32 32 Unioni civili e non: come ha risolto il problema Tennessee Williams https://minimaetmoralia.it/letteratura/unioni-civili-e-non-come-ha-risolto-il-problema-tennessee-williams/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unioni-civili-e-non-come-ha-risolto-il-problema-tennessee-williams/#respond Mon, 07 Mar 2016 14:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30203 Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione.

Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole.

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Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione.

Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole.

Non potevano smettere perché quest’uomo, che aveva vissuto la diversità fin da bambino e che per questa era stato messo da parte, dileggiato e ferito da familiari e amici, era riuscito a superare tutte le differenze di genere, dimostrando l’universalità dell’essere umano come portatore sano di ipocrisia, meschinerie, paure e debolezze. Universalità che con la sessualità ha poco a che fare.

L’uomo in questione è uno scrittore e un drammaturgo che portava il nome di Thomas Lanier Williams, divenuto famoso con lo pseudonimo di Tennessee Williams. Con opere rappresentate nei teatri di tutto il mondo, poi trasformate in film, come ad esempio La gatta sul tetto che scotta (premio Pulitzer nel 1954), portata poi sul grande schermo da Richard Brooks con Paul Newman e Elizabeth Taylor, Williams ha sdoganato la libertà di sensazione e di pensiero, dimostrando che una coppia gay (mi riferisco per esempio all’amore mai confessato fra Brick e Skipper ne La gatta sul tetto che scotta, amore che porta Brick a sposare Maggie e quest’ultima a costringere Skipper a fare l’amore con lei per dimostrare di non essere innamorato di Brick) non è né migliore né peggiore di una coppia etero e spesso vive nella stessa ipocrisia, come se fosse l’unica strada per rimanere insieme.

È qui la forza di Tennessee Williams, raccontare così bene la “normalità” dei rapporti umani e soprattutto le debolezze, i piccoli ricatti, le recriminazioni su cui questa si fonda, da far perdere di vista allo spettatore il genere di coppia che si sta osservando.  E quando iniziamo a seguire i suoi personaggi nella loro discesa verso la rovina, cercando di convincerci che noi che li spiamo siamo “diversi”, ecco che Williams ci assesta il colpo di grazia e fa dire al suo Brick frasi come: «A volte mi sento così poco vivo che devo proprio iniziare a dire la verità.»

Se ne rammarica, finge di farlo, ma sorprende tutti comunque e parla. Parla davvero, rischia il suo ruolo di personaggio minore del gran ballo dell’ipocrisia regnante solo per cercare un contatto con un’anima affine, che poi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni unione, civile e non.

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Hey feminist https://minimaetmoralia.it/societa/hey-feminist/ https://minimaetmoralia.it/societa/hey-feminist/#comments Mon, 15 Oct 2012 09:22:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9805 Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato su D La Repubblica.

La notizia è che Ryan Gosling è diventato un’icona femminista. E che quel suo supersexy dire “Hey girl” è già slogan amatissimo dalle donne in rete. Artefice della bizzarra combinazione Ryan Gosling/femminismo è una ricercatrice di gender studies dell’Università del Wisconsin. Si chiama Danielle Henderson, e per rendere (a se stessa e alle sue colleghe) più accessibili nonché praticabili le teorie femministe nell’età contemporanea, lo scorso ottobre ha aperto il tumblr Feminist Ryan Gosling. Fatto alla buona con Photoshop e grande immaginazione, il blog mette insieme foto di Gosling e frammenti di discorsi e teorie femministe (o anche semplicemente “da femmina”), trasformando l’inconsapevole sexy divo nell’uomo perfetto per la donna emancipata di oggi.

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Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato su D La Repubblica.

La notizia è che Ryan Gosling è diventato un’icona femminista. E che quel suo supersexy dire “Hey girl” è già slogan amatissimo dalle donne in rete. Artefice della bizzarra combinazione Ryan Gosling/femminismo è una ricercatrice di gender studies dell’Università del Wisconsin. Si chiama Danielle Henderson, e per rendere (a se stessa e alle sue colleghe) più accessibili nonché praticabili le teorie femministe nell’età contemporanea, lo scorso ottobre ha aperto il tumblr Feminist Ryan Gosling. Fatto alla buona con Photoshop e grande immaginazione, il blog mette insieme foto di Gosling e frammenti di discorsi e teorie femministe (o anche semplicemente “da femmina”), trasformando l’inconsapevole sexy divo nell’uomo perfetto per la donna emancipata di oggi.

I discorsi cominciano tutti con un “hey girl” e procedono alla rinfusa ma con genio, mescolando complesse teorie, umorismo alla Lucy van Pelt e puro nonsense. Gosling (di fatto la foto di Gosling) si ritrova a dire cose tipo: “Hey girl, è stata una settimana faticosa; ti andrebbe di starcene qui stanotte, a farci le carezze sulla pancia e parlare della politica della differenza sessuale in Derrida?” Oppure: “Hey girl, sto facendo un’analisi retorica della tua camera da letto”. O ancora: “Hey girl, dai inizio a una rivoluzione, smetti di odiare il tuo corpo”.

Risultato dell’operazione è che il tumblr ha avuto (e continua ad avere) talmente successo in rete e sulla stampa da rendere la stessa Henderson famosa e Gosling ancora più famoso di quel che già era. Sulla scia di Feminist Ryan Gosling sono nati tumblr analoghi, video e fotomontaggi di ogni sorta (in cui c’è sempre e comunque Ryan Gosling che dice “hey girl”). Tra i video più cliccati ed eloquenti (in termini di popolarità) c’è quello in cui si racconta di come Ryan Gosling a New York abbia salvato la giornalista e blogger inglese Laurie Penny dall’essere investita da un taxi (puzza di leggenda metropolitana ma è accaduto sul serio, diventando subito di pubblico dominio grazie a un tweet dalla stessa Penny). E quello in cui negli studi di MTV Gosling legge divertito i fotomontaggi con la propria faccia e le bizzarre frasi femministe che inconsapevole si ritrova a dire. In ultimo è in arrivo il libro dal tumblr della Henderson, Feminist Ryan Gosling, edito in America da Running Press, già distribuito in anteprima nei punti vendita Urban Outfitters, e disponibile in libreria e su amazon da metà agosto.

Alla domanda perché proprio Ryan Gosling, Henderson risponde di avere visto soltanto un paio di suoi film e che il suo “non è un fan blog di Ryan Gosling” (non che ne dubitassimo). Dice dell’attore con stupefacente distacco: “Dall’aspetto sembra affascinante e adorabile e ha un cane bellissimo, ma non so molto di lui”. Poi ci tiene a precisare che “il blog è iniziato per scherzo, era solo un modo per memorizzare le cose che studiavo, ed era destinato a essere visto solo dalle mie colleghe. Non sono un’esperta di teorie femministe, sono solo una studentessa che cerca di imparare concetti complicati. E così ho pensato che usare Ryan Gosling poteva essere utile e divertente”. Con il successo del tumblr sono arrivate anche le critiche. Quella, per esempio, di non essere molto femminista nell’usare un maschio bianco come proprio avatar. Critica a cui Henderson saggiamente risponde: “Da nera che ha vissuto ogni singolo momento della mia vita da nera in un paese che non mi fa mai dimenticare di essere nera (e che all’università studia come la razza venga rappresentata ed esamina il modo in cui il femminismo si relazioni al razzismo) direi che non l’ho scelto a caso. Direi piuttosto che è una cosa voluta. E il blog fa ridere anche per questo”. Nessuna ideologia nel blog, “creato anche per cercare di prendere in giro il modo in cui parliamo noi accademici”, continua Henderson. “Agli occhi di alcuni sembriamo degli alieni, e per altri siamo dei perfetti imbecilli”. Cosa che, ribaltando il punto di vista, si potrebbe dire anche di certe star di Hollywood. E Ryan Gosling non è un caso isolato.

A cercare in rete o in libreria, si direbbe infatti che ci sia una buona dose di femminismo inconsapevole in più di una star del cinema. A confermarlo un illuminante libro della giornalista e saggista M.G. Lord dall’altrettanto illuminante titolo: The Accidental Feminist: How Elizabeth Taylor Raised Our Consciousness and We Were Too Distracted By Her Beauty to Notice (La femminista accidentale: come Elizabeth Taylor ha risvegliato le nostre coscienze e noi eravamo troppo distratti dalla sua bellezza per accorgercene, pubblicato quest’anno in America da Walker & Company). Efficace ed esaustiva già nell’introduzione, Lord scrive come l’attrice abbia già avuto parecchi biografi, “ma spesso finiscono per essere libri che rivelano molto più dell’autore che di Liz Taylor”. E ancora, tanto per inquadrare la sua eroina, cita la volta in cui L’Osservatore Romano accusò l’attrice di “accattonaggio erotico” e lei senza scomporsi ribatté con brio: “Posso querelare il Papa?” Da queste premesse M.G. Lord procede poi in ordine cronologico, ripercorrendo la carriera cinematografica di Taylor per rintracciare la femminista che era in lei. Si comincia così da Gran Premio, 1944. Il film uscì nelle sale che l’attrice aveva appena dodici anni ma alle spalle una carriera già avviata. Gran Premio le diede semplicemente la visibilità e celebrità che meritava facendo di lei l’enfant prodige che sarebbe stata ancora per qualche anno a venire. Di prodigioso (e accidentalmente femminista), al di là dell’interpretazione, c’è soprattutto la storia del come ebbe la parte: undicenne lesse il libro da cui era stata adattata la storia, se ne innamorò, e decise che avrebbe interpretato Velvet. Si presentò dal produttore del film, Pandro S. Berman, che apprezzò l’entusiasmo e la determinazione ma le rispose che era troppo bassa. Taylor andò via, rifiutata ma non arresa, sospettando più che altro che a quell’età sarebbe comunque cresciuta. Mesi dopo tornò da Berman, l’uomo misurò l’altezza della ragazzina, e le diede la parte.

A seguire un’infilata di ruoli e di film in un modo o nell’altro pionieristici per una donna di metà Novecento. Analizzati da Lord, in particolare, Un posto al sole, Il gigante, Improvvisamente l’estate scorsa, Venere in visone, Cleopatra, Castelli di sabbia, Chi ha paura di Virginia Woolf?, Mercoledì delle ceneri, e in ultimo The Little Foxes, piece teatrale scritta da Lillian Hellman e diretta a Broadway nel 1981 da Austin Pendleton, in cui Taylor interpreta (come in passato Tallulah Bankhead, Bette Davis e Anne Bancroft) la regina Hubbard Giddens. Una lunga e appassionante carriera da attrice quella di Elizabeth Taylor, che di femminista oggi conserva qualche aneddoto e molte buone battute. Leslie Lynnton Benedict nel Gigante: “Politica? Affari? Che cosa c’è di così maschile in una conversazione da impedire alle donne di immischiarsi?” Cleopatra in Cleopatra, in attesa di suicidarsi: “Prima vorrei mangiare qualcosa”. Martha in Chi ha paura di Virginia Woolf?: “Sono sguaiata e volgare e in questa casa porto i pantaloni perché qualcuno deve farlo. Ma non sono un mostro”. Che in un mash-up ideale tra il libro di Lord e il tumblr di Henderson diventerebbe una foto di Ryan Gosling che dice: “Hey girl, in questa casa porto i pantaloni perché devo farlo, ma non sono un mostro”.

Tornando infine a una visione d’insieme, a una sorta di campo lungo cinematografico, in cui mettiamo dentro femministe, Ryan Gosling e Liz Taylor, c’è da chiedersi cosa i tre abbiano in comune. Verrebbe da dire niente. E poi però una vocina saggia, che nell’universo delle infinite possibilità potrebbe appartenere a tutti loro o a nessuno di loro, dice: “Hey girl, potremmo continuare a parlare di come Henderson vede il post-femminismo e il modo in cui influenza il cinema di oggi, ma che ne dici se ce ne andiamo a casa, ci infiliamo dentro il letto e guardiamo un po’ di vecchi film con Liz Taylor?”

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