Ellen Ullman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ellen-ullman/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Dec 2020 10:43:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ellen Ullman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ellen-ullman/ 32 32 Il mondo perduto: La valle oscura di Anna Wiener https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-mondo-perduto-la-valle-oscura-di-anna-wiener/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-mondo-perduto-la-valle-oscura-di-anna-wiener/#respond Wed, 23 Dec 2020 09:23:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47464 Photo by Christian Wiediger on Unsplash

Nel 1997 Ellen Ullman, programmatrice ed ex attivista politica, pubblica un memoir dal titolo Close to the Machine. Tecnophilia and its Discontents. Il libro esce per City Lights Books, la casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, e si propone di raccontare in presa diretta l'esperienza di una sviluppatrice di sofware nella Silicon Valley del primo boom digitale.

In Italia arriverà solo molto dopo, all'inizio del 2018, tradotto da Vincenzo Latronico per minimum fax (Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley): un intervallo di ben due decenni, durante il quale il presente ancora liquido e dinamico descritto nel libro ha potuto sedimentarsi assumendo la forma solida del nostro futuro.

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Nel 1997 Ellen Ullman, programmatrice ed ex attivista politica, pubblica un memoir dal titolo Close to the Machine. Tecnophilia and its Discontents. Il libro esce per City Lights Books, la casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, e si propone di raccontare in presa diretta l’esperienza di una sviluppatrice di sofware nella Silicon Valley del primo boom digitale.

In Italia arriverà solo molto dopo, all’inizio del 2018, tradotto da Vincenzo Latronico per minimum fax (Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley): un intervallo di ben due decenni, durante il quale il presente ancora liquido e dinamico descritto nel libro ha potuto sedimentarsi assumendo la forma solida del nostro futuro.

In quegli anni l’atmosfera si stava riscaldando parecchio, da quelle parti. Il tempo della storia aveva accelerato bruscamente, cominciando a scorrere non più alla velocità dell’uomo ma a quella, molto maggiore, della larghezza di banda. Il sogno di Bill Gates di portare un computer su ogni scrivania americana sembrava sempre più vicino a realizzarsi. La bolla delle dot-com aveva appena cominciato un’espansione che, poco prima prima di deflagrare bruciando quasi tutto, poteva ancora permettersi l’entusiasmo dell’onnipotenza. Era l’alba della nuova corsa all’oro e le cose si stavano muovendo decisamente in fretta.

Anche il sismografo della letteratura iniziava a registrare i sommovimenti in atto sotto la crosta sottile di una quotidianità in rapido mutamento. Appena due anni prima, per esempio, nel 1995, Douglas Coupland aveva messo in scena in Microservi lo sconvolgimento sociale e cognitivo che, dal nuovo epicentro localizzato nell’industria californiana del tech, prometteva di irradiarsi presto ovunque, dissestando e riorganizzando il nostro modo di concepire il lavoro, l’identità, le relazioni, il nostro stesso posto nel mondo.

Più ancora di Coupland, però, è proprio Ellen Ullman a intuire, con una lungimiranza che sconfina nella divinazione, il lontano profilo di una realtà ancora in divenire. La prima volta che ho letto Accanto alla macchina non ho potuto fare a meno di provare una strana sensazione, una specie di disorientamento sensoriale: un po’ come quando il nostro cervello si inganna e crede di vedere qualcuno che sbircia uno smartphone in un film di Charlie Chaplin. L’esplosione delle startup, il trasferimento di ogni aspetto dell’esistenza fisica nella dimensione virtuale del cyberspazio, l’avvento di un’economia immateriale basata non sul valore intrinseco di contenuti e prodotti ma sul puro e semplice atto della transazione, sul clic, sulla continua e ossessiva presenza di chiunque in rete: Ullman ha descritto nei minimi dettagli una società che ha tutte le caratteristiche di quella in cui viviamo noi, solo che l’ha fatto alla fine degli anni Novanta.

Soprattutto, ha saputo intravedere la nascita di un mondo basato su un rapporto uomo – macchina pesantemente sbilanciato sul secondo polo: l’inevitabile sottoprodotto dell’errata convinzione che il nostro cervello e i computer ragionino seguendo gli stessi percorsi logici, che le esigenze individuali vadano sempre subordinate all’interesse per la funzionalità tecnica dei sistemi informatici e che l’intera vita umana sia, in ultima analisi, un insieme di processi ancora troppo inefficienti, che richiedono un upgrade di ottimizzazione. Lavorando nel cuore stesso del punto zero, vedendoli all’opera e parlando con loro Ullman ha capito ben presto che tutti quei giovani imprenditori multimilionari, lanciati alla conquista della valle del silicio dal chiuso dei loro enormi uffici condizionati, stavano progettando sì un mondo nuovo, ma incardinato su tutte le premesse sbagliate. “Il problema è che più tempo passiamo a osservare un’idea ristretta dell’esistenza, più la nostra idea di esistenza si restringe […] Siamo convinti di creare il sistema, ma al contempo è il sistema che crea noi. Lo abbiamo costruito, ci viviamo dentro, ne siamo trasformati”.

Accanto alla macchina inaugura un nuovo modo di raccontare la Silicon Valley, lontano dal trionfalismo delle narrazioni aziendali ispirate alla più sfrenata tecnoutopia libertaria e destinato a comporre, negli anni a venire, un vero e proprio genere letterario.

Un genere contraddistinto da una prospettiva specifica, anche se declinata di volta in volta secondo chiavi interpretative diverse: quella di una donna con un background di studi umanistici e un orizzonte politico ideale ben definito, che osserva il proprio ambiente da un’angolazione estranea sotto tutti gli aspetti fondamentali all’ideologia dominante nell’industria tecnologica, ancora oggi maschiocentrica, popolata quasi esclusivamente da ingegneri e tecnici votati al culto del software e in cui le poche presenze femminili possono ambire al massimo solo a ruoli ancillari, quando non puramente estetici.

Ho pensato spesso a quel libro mentre leggevo La valle oscura di Anna Wiener, appena uscito per Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra: anch’esso un memoir che, accompagnato da aspettative alte, si inserisce pienamente nella linea genealogica avviata proprio da Ullman. Non mi sono quindi stupito di trovarlo citato dalla stessa Wiener, in varie interviste, tra i libri più simili per intento al suo.

I due testi hanno in effetti diversi punti in comune. Su tutti, l’idea che la rivoluzione digitale sia anche – o forse in primo luogo – un fenomeno sociale, legato a doppio filo alle caratteristiche dell’ambiente in cui è maturata. Che cioè la tecnologia digitale, al pari di ogni altra, non possa fare a meno di contenere in sé frammenti dell’idea di mondo delle persone che l’hanno generata: tutto quel composto chimicamente instabile di abitudini, modi di parlare, stili di vita, sistemi di valori, visioni etiche e politiche, ambizioni e pregiudizi umani, troppo umani che inevitabilmente finiscono per condizionare l’architettura e il funzionamento di quell’insieme di infrastrutture che Wiener chiama “l’ecosistema”. E che perciò, per capire davvero la struttura del nostro Brave New World, si debba per prima cosa raccontare i modi in cui vivono, lavorano ed entrano in relazione con la realtà i suoi creatori, “le persone dietro Internet”.

Anna Wiener non aveva mai pensato che un giorno una di quelle persone sarebbe stata lei, “perché di fatto non avevo mai considerato che dietro Internet ci fosse qualcuno”. Una laurea in sociologia, un lavoro monotono e sottopagato in una piccola agenzia editoriale, un appartamento condiviso a North Brooklyn “con così tanti mobili usati che quasi si respirava la storia”, all’inizio del racconto Wiener si descrive come una sorta di Cenerentola hipster impegnata a condurre “una vita ostentatamente analogica”, tra foto scattate con la vecchia macchina fotografica del nonno, sale prove fatiscenti a Bushwick e relazioni con “uomini che fabbricavano libriccini fatti a mano o mobili in legno grezzo”.

Una vita, però, il cui spazio di manovra si restringe sempre di più, rendendo ogni giorno più difficile nascondersi la realtà: e cioè che, mentre l’editoria rimane votata alla perpetuazione del proprio eterno passato, là fuori “le maree volgevano al digitale”. A pochi fusi orari di distanza da una New York improvvisamente declassata a periferia dell’impero, c’è un mondo in piena ebollizione: colossi informatici e multinazionali dell’e-commerce che lavorano notte e giorno per riprogrammare la realtà, estendere la propria giurisdizione su ogni attività umana e, incidentalmente, accumulare ricchezze incalcolabili. L’attrazione di quel mondo sconosciuto si fa sempre più forte, finché Wiener si convince a fare il salto: lasciare tutto per arruolarsi nelle fila tanto più ricche e promettenti dell’industria del tech, prima per un breve periodo a New York e poi direttamente nella nuova capitale del pianeta: San Francisco.

Più che un battesimo, l’immersione improvvisa nel mondo delle startup digitali è uno shock culturale. Passando da una startup di ebook a un’azienda di analisi dati per approdare infine a una piattaforma di software open source, Wiener si ritrova catapultata nella materializzazione del sogno proibito di un liceale nerd con la passione per i computer e qualche milione di dollari in banca. La Silicon Valley è il regno incontrastato di una generazione all’apice di una parabola di assoluta fede tecnocratica, che va dalla quotazione in borsa di Facebook nel 2012 fino all’alba del giorno successivo all’elezione di Trump, quando il crollo delle illusioni sembrò decretare un imminente crepuscolo degli dèi. Cinque anni decisivi di cui La valle oscura ci consegna un resoconto di prima mano, condotto con un misto di curiosità, incredulità, stupore, sagacia e autoironia ad accompagnare l’osservazione (fin troppo) minuziosa di pratiche, credenze, costumi collettivi, rituali identitari e spazi sociali che, tutti insieme, compongono un vero e proprio diario di antropologia siliconvallica.

Anna Wiener traccia il ritratto di un ambiente creativo fiero di proclamare la propria avversione per ogni forma di autorità accademica e di organizzazione gerarchica, che dichiara di promuovere la più totale libertà di espressione individuale, ricompensa i propri dipendenti con cifre enormi per mantenerli legati all’azienda, ragiona per obiettivi e non impone nessun orario d’ufficio e, almeno all’apparenza, nessuna formalità nei rapporti. Che crede nella crescita inarrestabile, nell’innovazione continua, nella perfettibilità illimitata del corpo e della mente e, su tutto, nella possibilità, autentica e tangibile, di migliorare – o persino salvare – il mondo grazie al potere della tecnologia.

Un idealismo potente e orgogliosamente autoconsapevole, che tuttavia, con il passare dei mesi, rivela sempre più chiaramente il trucco dietro l’illusione. È a quel punto che la Uncanny Valley si fa non oscura come la selva dantesca, ma semmai, appunto, perturbante: un’espressione, quella del titolo originale del memoir, con cui si indica il sottile ma crescente disagio provato al cospetto di una ricreazione artificiale dell’umano tanto accurata da suscitare nell’osservatore sentimenti di inquietudine e repulsione. Un po’ come il volto dell’androide raffigurato sulla copertina dell’edizione italiana, ma in senso contrario: nel caso della società descritta da Wiener è l’umanità che tende a rimodellarsi secondo i princìpi della macchina, nascondendo sotto la superficie levigata e attraente di una purezza fervida di buoni propositi una realtà più complessa, spesso contraddittoria e ambigua.

Così, per esempio, la sbandierata antipatia startuppara per gli organigrammi gerarchici tipici dei colossi del tech si rivela presto per quello che è: un paravento per l’imposizione silenziosa di una struttura piramidale non basata su contratti o meriti individuali, ma semplicemente accettata così com’è, conseguenza naturale della superiorità intrinseca di certe figure (i tecnici e i dirigenti) su tutte le altre. L’immaginario rilassato e amichevole dei posti di lavoro, rappresentato fisicamente dall’assenza di barriere degli open space, si sgretola in uno scenario più complesso, che comprende non solo feste in ufficio, bar gratuiti e partite di ping pong, ma anche molestie sessuali, microaggressioni quotidiane, esclusione delle minoranze e discriminazioni di genere. A ogni nuovo giro di finanziamenti, tutti quei ventenni elettrizzati all’idea di cambiare il mondo diventano sempre un po’ più simili ai vecchi monopolisti che volevano detronizzare.

Soprattutto, Wiener capisce ben presto che i giovani supereroi della rete vogliono sì il grande potere, ma non le grandi responsabilità: sotto la maschera ribelle dell’anarchia antisistema sta l’intolleranza per ogni forma di ingerenza esterna. Sono gli anni in cui l’euforia per i big data si riscalda fino a diventare incandescente. Internet è uno spazio di conquista vastissimo e incontaminato, popolato da infiniti “flussi digitali di comportamento umano” che attendono solo di essere raccolti, analizzati e aggregati. “Non tutti sapevano perché avevano bisogno dei big data, ma tutti sapevano di averne bisogno”: un’esigenza che le startup digitali sono lì per soddisfare, sviluppando strumenti progettati appositamente per setacciare l’attività online di ogni tipo di utente ed estrarne, ricombinare e sfruttare ogni tipo di informazioni. Mai prima d’ora l’uomo aveva avuto un controllo così capillare sulla vita di individui e comunità. I dipendenti delle aziende di analisi dati hanno accesso letteralmente a ogni cosa: una condizione quasi divina, definita infatti “God Mode”, modalità Dio. Le stesse interfacce, così pulite e intuitive, sono “come la magia o la religione” e alimentano la stessa “collettiva sospensione dell’incredulità”.

L’accelerazione del settore è stata d’altronde talmente fulminea da precorrere ogni tentativo di regolamentazione e le attività delle startup possono ancora svolgersi nel disinteresse più assoluto per ogni implicazione di carattere etico. La sola idea di rivelare nel dettaglio il funzionamento della macchina è fonte di fastidio: “la trasparenza verso le masse non era l’ideale: meglio che le masse ignorassero cosa le aziende nel settore dei big data sapevano di loro”. La conseguenza è ovvia e Wiener ne ha la conferma parlando con un amico che si occupa di diritti digitali: al di là delle intenzioni, ogni società del tech è una società di sorveglianza.

Dai tempi di Ullman non è cambiato molto: il credo siliconvallico è ancora una trinità di codice, software e dati. L’aspetto umano della realtà, poco più di un insieme di processi imperfetti da sistemare. Il traguardo, lo stesso di sempre: “un mondo migliorato dalle aziende migliorate dai dati. Un mondo di metriche affidabili, in cui gli sviluppatori non avrebbero mai smesso di ottimizzare, e gli utenti non avrebbero mai smesso di guardare i loro schermi. Un mondo libero dal peso delle decisioni, dalle inutili frizioni del comportamento umano, dove ogni cosa – ridotta alla versione più veloce, semplice e patinata di se stessa – poteva essere ottimizzata, gerarchizzata, monetizzata e controllata”.

Anche Anna Wiener, dalla sua postazione di assistenza clienti, all’inizio avverte la seduzione del codice, della lucidità rigorosa di un mondo riprogrammato secondo gli script logici e necessari che fanno funzionare gli algoritmi. Il codice, spiega, è un po’ come la matematica: appagante nella sua chiarezza, rassicurante nel suo ordine, nella sua “distinzione netta tra giusto e sbagliato”. Soprattutto, è “reattivo e indifferente. Caso unico nella mia vita, quando facevo uno sbaglio me lo comunicava subito”. Nel chiuso degli uffici refrigerati delle startup, l’algida astrattezza del codice sembra davvero il modo migliore per debuggare il mondo da tutti i suoi problemi, come se la realtà fosse un programma che non stia performando a dovere.

All’esterno la situazione è ben diversa: la tecnologia sta sì trasformando il mondo, ma non sempre in meglio. Dalle sedi delle aziende il cambiamento si diffonde a raggiera, mutando prima l’identità urbana di San Francisco e provocando la gentrificazione di interi quartieri, il proliferare di sacche di nuova povertà e l’espansione incontrollata di una speculazione immobiliare che taglia fuori dallo spazio cittadino intere fasce di popolazione. Poi modificando il rapporto con il corpo, ridotto come tutto il resto a una piattaforma da ottimizzare ricorrendo al biohacking; con le relazioni sociali, sempre più alienate e superficiali nel risicato spazio concesso loro dal perpetuarsi ininterrotto del ciclo produttivo; e persino con l’esperienza sensibile, che finisce per partecipare della medesima tendenza alla smaterializzazione insita nella missione di digitalizzare l’intera esistenza, sconfinando spesso nella tecnodipendenza. Fino all’ingegneria politica e sociale messa in atto da chi si serve degli strumenti di profilazione per orientare opinione pubblica e scelte politiche, o alla Guerra Fredda digitale che contrappone spregiudicati organi istituzionali di sicurezza e leaker ribelli votati alla sovversione del sistema.

Dalla lettura del memoir di Wiener emerge insomma un quadro composito e fortemente chiaroscurale: l’ambiguità di un nuovo ceto dominante quasi sempre in conflitto con la propria stessa immagine pubblica e non di rado persino con la percezione che ha di sé. Un’ambiguità che in un certo senso trova, nel racconto, un efficace correlativo formale nella scelta di evitare ogni tipo di menzione esplicita. Brand, aziende, persone, app, persino titoli di film e di libri: ogni riferimento viene spogliato del nome e scarnificato in perifrasi che si limitano a descriverne l’essenza. Come le tre startup in cui Wiener lavora: “la app di lettura per cellulari che funzionava su un modello a sottoscrizione” (Oyster), “la startup specializzata in analisi dei dati” (Optimizely o forse Mixpanel) e la startup open source “che produceva strumenti per sviluppatori” contrassegnata dal logo di un “un polpo-gatto” (GitHub). O ancora: “il social network che tutti dicevano di odiare ma a cui nessuno riusciva a smettere di loggarsi”, “il grande negozio online che aveva aperto negli anni Novanta vendendo libri sul web”, “il colosso dei motori di ricerca”, “la piattaforma a misura di millennial dove si poteva affittare una camera in casa di estranei”. Una soluzione narrativa legata forse, in origine, al rispetto di accordi di riservatezza, ma che nel risultato finale trasforma la rete in un ecosistema di riferimenti al tempo stesso vaghi e chiarissimi, l’immagine di una società digitale in cui ogni cosa è insieme nota e sfuggente, ora predominante e subito dopo evanescente e inafferrabile.

In realtà, però, La valle oscura non soddisfa le attese, lasciando l’impressione di aver letto un lungo personal essay dilatato ben oltre i limiti del necessario. Del resto è proprio così che nasce il memoir, da un longform pubblicato nel 2016 sulla rivista n+1. L’accumulo continuo di scene, episodi e aneddoti che cadenzano il racconto, se da un lato intendono movimentarlo e ampliarne il più possibile il raggio, dal’altro lo appesantiscono stiracchiandolo a dismisura, rendendolo a tratti ripetitivo, monotono ed eccessivamente incline qua e là a digressioni prive di reale interesse per il lettore.

Ma il problema principale è un altro: e cioè che l’abbondanza di situazioni dettagliate da Wiener nella sua storia non sembra in alcun modo giustificata da un’analoga ricchezza di spunti tematici. A chi abbia già anche solo una minima dimestichezza con il dibattito corrente sugli enigmi, le contraddizioni e i rischi delle tecnologie digitali La valle oscura non dice quasi nulla di nuovo. Nessuna rivelazione, nessun retroscena, nessuna verità nascosta o intuizione illuminante. Quella che Wiener descrive, con qualche anno di ritardo, è semmai l’epoca aurorale di un mondo che, con la sua entusiastica esuberanza e la sua fede cieca nelle magnifiche sorti e progressive della perfettibilità tecnologica dell’umanità, almeno da Cambridge Analytica in poi fa parte più della mitologia che della storia.

Quello di Anna Wiener, in definitiva, è il resoconto di un’esperienza individuale che non sembra distinguersi per eccezionalità, malgrado gli sporadici tentativi che compie per suggerire riflessioni di carattere universale. Non solleva domande particolarmente originali e, di fatto, non risponde se non in minima parte nemmeno a quelle con cui l’edizione italiana lo presenta al pubblico: in particolare la questione, non proprio nuovissima, relativa all’utilizzo da parte delle aziende del tech di tutti i dati che accumulano su di noi. Cosa se ne fanno di tutte quelle informazioni?, ci si chiede. Le usano “per vendere, d’accordo. Per sorvegliare, come no. Ma poi?”. Ma poi niente: La valle oscura non fornisce nessun’altra risposta oltre a quelle due, a cui è riservato peraltro uno spazio tutto sommato minimo nell’architettura complessiva del libro – e un grado di approfondimento da cui nel 2020 sarebbe lecito aspettarsi decisamente di più.

Dieci anni fa, o anche solo cinque, La valle oscura sarebbe stato forse un testo rivoluzionario. Oggi è l’epigono un po’ deludente di un genere letterario che comprende titoli ben superiori per acutezza di analisi e profondità di osservazione. Uno di questi è citato spesso, insieme al memoir di Ullman, dalla stessa Wiener: The Boy Kings di Katherine Losse, impiegata n. 51 di Facebook e autrice di un vivace resoconto della sua esperienza quinquennale alle dipendenze di Mark Zuckerberg, prima come addetta all’assistenza clienti e poi, di promozione in promozione, come ghost writer dello stesso Zuck. Un’altra testimonianza della vita nella Silicon Valley, quindi, ma da un punto di osservazione ancor più privilegiato: il social network che ha riscritto da zero tutte le regole del gioco è l’epicentro stesso della rivoluzione e Losse ci ha lavorato tra il 2005 e il 2010, gli anni cruciali in cui il modello di business su cui si basava la sostenibilità economica dell’impresa stava sempre più progressivamente condizionando, e in certa misura snaturando, la visione originaria che aveva dato vita al sito.

Pubblicato nel 2012, pochi mesi dopo The Boy Kings arriva anche qui da noi, con il titolo Dentro Facebook (Fazi, traduzione di Nicola Vincenzoni). Purtroppo non riceve un’accoglienza particolarmente calda né in America né in Italia: un po’ troppo in anticipo sui tempi, forse, e poi l’anno dopo ci avrebbe pensato Dave Eggers a cannibalizzare la scena con Il Cerchio (secondo Losse, tra l’altro, pesantemente ispirato proprio alla sua storia personale). Eppure il memoir di Losse è, in un certo senso, l’antecedente più immediato di quello di Wiener: per formazione, inquadramento lavorativo e approccio critico le autrici si ritrovano a testimoniare due percorsi del tutto sovrapponibili.

Leggendoli in parallelo, le affinità tra i due sono evidenti e numerose. Entrambi raccontano dall’interno il rapporto strettissimo tra l’idea di mondo dei giovani sovrani della Silicon Valley e le caratteristiche delle piattaforme da loro create, descrivendone lo stile di vita con lo sguardo esterno di qualcuno che di quel mondo non potrà mai far parte davvero. Ed entrambi seguono le vite delle protagoniste lungo il medesimo arco narrativo, che conduce lentamente ma inesorabilmente da una situazione iniziale di ambiziosa speranza a una condizione finale di disillusa consapevolezza. Losse ha però dalla sua il vantaggio del tempo: se La valle oscura ci appare già oggi il ritratto di una fase storica al tramonto, Dentro Facebook preannunciava già esplicitamente, con un buon lustro di vantaggio, i segnali di tutti i temi più caldi con cui avremmo avuto a che fare negli anni successivi.

Era già tutto lì, tra le sue pagine. La profilazione come sorveglianza. L’intolleranza delle “tecnologie del dominio” per ogni forma di regolamentazione (quattro anni prima di Cambridge Analytica, e riferendosi a episodi avvenuti nel 2007, Losse allude già ai rischi legati all’assoluta libertà concessa agli sviluppatori esterni di accedere ai dati degli utenti). Il mito dell’efficienza del software coltivato a discapito dell’umanità, della sensibilità e spesso dei diritti dei destinatari del proprio lavoro. L’indifferenza per tutto ciò che non sia algoritmicamente misurabile. Il sessismo dominante nell’industria del tech. L’esclusivismo discriminatorio tipico di una società composta quasi interamente di maschi bianchi privilegiati, geniali e ricchissimi. L’alienazione dilagante di un unico gruppo sociale impegnato a riprogettare i princìpi fondativi dell’intera civiltà, pur essendo quasi del tutto privo di contatto con quel mondo che ambisce a riplasmare a propria immagine e somiglianza. Fino alla smaterializzazione del reale, dei corpi, delle relazioni, delle comunità e della vita stessa, resa sempre più impalpabile e incomprensibile dalla velocità a cui procede il cambiamento, la dedizione cieca e competitiva al lavoro, alla ricchezza, alla creazione per la creazione.

Era davvero già tutto lì, otto anni fa, tra le pagine di un memoir che, questo sì, resta ancora oggi uno dei testi più importanti per attingere all’autentica essenza del nuovo mondo in cui siamo immersi.

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The Circle di Dave Eggers sulla stampa americana https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-circle-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/the-circle-dave-eggers/#comments Thu, 05 Dec 2013 14:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16850 di Emanuele Atturo

Mentre Snowden è in giro per la Russia a leggere Dostoevskij e i governi d’Europa scoprono improvvisamente d’essere spiati dagli amici americani, negli Stati Uniti fa discutere il nuovo romanzo di Dave Eggersche ha a che fare proprio con le tematiche della trasparenza dei dati e dell’uso dei social network.

Ambientato in un futuro poco definito - ma verosimilmente non troppo lontano - il romanzo racconta il percorso di Mae Holland all’interno della gigantesca internet company The Circle, da cui viene assunta dopo la laurea in psicologia. L’ingresso nell’azienda comporta l’entrata a far parte di una comunità esclusiva e di un campus (modellato su quelli della Silicon Valley), dove gli aspetti che sembrano inizialmente brillanti e levigati diventano progressivamente sempre più sinistri e opprimenti. Quello che viene richiesto a Mae è di rinunciare alla propria privacy per scegliere un regime di trasparenza assoluta, che consiste per lo più nel condividere su internet qualsiasi esperienza vissuta, da una gita in kayak alla comparsa di un brufolo.

Punto d’arrivo di questo processo è l’installazione di una telecamera da indossare giorno e notte, che trasmette direttamente in streaming la propria vita.

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di Emanuele Atturo

Mentre Snowden è in giro per la Russia a leggere Dostoevskij e i governi d’Europa scoprono improvvisamente d’essere spiati dagli amici americani, negli Stati Uniti fa discutere il nuovo romanzo di Dave Eggersche ha a che fare proprio con le tematiche della trasparenza dei dati e dell’uso dei social network.

Ambientato in un futuro poco definito – ma verosimilmente non troppo lontano – il romanzo racconta il percorso di Mae Holland all’interno della gigantesca internet company The Circle, da cui viene assunta dopo la laurea in psicologia. L’ingresso nell’azienda comporta l’entrata a far parte di una comunità esclusiva e di un campus (modellato su quelli della Silicon Valley), dove gli aspetti che sembrano inizialmente brillanti e levigati diventano progressivamente sempre più sinistri e opprimenti. Quello che viene richiesto a Mae è di rinunciare alla propria privacy per scegliere un regime di trasparenza assoluta, che consiste per lo più nel condividere su internet qualsiasi esperienza vissuta, da una gita in kayak alla comparsa di un brufolo.

Punto d’arrivo di questo processo è l’installazione di una telecamera da indossare giorno e notte, che trasmette direttamente in streaming la propria vita.

Il titolo – The Circle – evoca la circolarità della struttura panoptica immaginata da Foucault in un regime di sorveglianza perfetta, fondato cioè sul perenne controllo reciproco, assicurato oggi da quel desiderio di visibilità alla base dell’uso dei social network che tende ad abbattere i confini tra pubblico e privato. Sono questi gli aspetti del romanzo che Ellen Ullman mette in evidenza nella sua recensione sull’inserto letterario del New York Times.

Secondo la Ullman, The Circle rappresenterebbe una sorta di Grande Fratello aggiornato al tempo dei social network, una distopia sul nostro esibizionismo, che nel libro è quello della protagonista, Mae Holland: “Il male nel futuro apparirà sempre più somigliante alla banale Mae che all’occhio sospeso nell’oscurità del Grande Fratello”.

Il libro riuscirebbe a creare un’atmosfera talmente indigeribile, soprattutto per chi è abituato a vivere in costante connessione con i propri profili social, che Jane Ciabattari sul Boston Globe arriva a dire: “Quando ho finito di leggere il bello e caustico romanzo di Eggers ho avuto voglia di disconnettermi da tutti i dispositivi online e ritirarmi per un po’ in un mondo sotterraneo. Penso che fosse quello che lui aveva in mente”.

Stando a quanto si legge su Salon, l’effetto potrebbe arrivare ad essere un esodo di massa dai social network verso una sorta di condizione ascetica, lontana dal futile compiacimento di like e retweet: “Ho letto The Circle e mi ha spaventato così tanto che ho deciso di prendere una pausa dai social media. Ho chiesto a uno dei miei migliori amici di cambiare la mia password, perché non credevo di poter resistere alle sirene dell’informazione senza fine, di commenti, retweet e likes”.

Alcuni studi hanno dimostrato che nel momento in cui qualcuno interagisce con noi su Facebook o Twitter, riceviamo una piccola scarica di adrenalina che, alla lunga, può creare dipendenza. Secondo Michele Filegate The Circle avrebbe il merito di metterci di fronte a questa nostra dipendenza, problematizzandola.

Molti mettono però in evidenza come questo aspetto oscuro e distopico dei social network nel libro sia piuttosto caricaturale, e tutto sommato generato da un’ingenuità quasi naif dei personaggi: “Non ho mai incontrato nessuno così tardo e sprovveduto riguardo ai social media come lo sono rozzamente i personaggi di questo libro” fa notare Alexis Madrigal sull’Atlantic. Nello stesso articolo si sostiene che le persone, nella realtà, sono molto più consce riguardo ai vantaggi e ai rischi connessi all’uso di Internet e che Eggers, in generale, non pare aver capito molto di come funzioni la rete, il che non è esattamente il massimo se vuoi dedicarci un libro.

Jessica Winter su Slate passa in rassegna, con piglio spietato, un buon numero di falle che l’ingenuo immaginario virtuale di Eggers ha creato. La Winter mette le mani avanti verso chi potrebbe pensare stia disperatamente cercando peli nell’uovo: “Quando stai leggendo un romanzo su Internet scritto da uno scrittore che non ha chiaro cosa è un sistema operative tutto inizia a sembrare come qualcosa che non è solo un pelo dell’uovo”.

La stessa inconsistenza dei personaggi è evidenziata dalla CNN, secondo cui “Nessuno dei caratteri è pienamente formato, almeno abbastanza da sembrare reale”.

Altri, invece, come Pop Matters vedono proprio nella semplicità di questi personaggi una tangibile evoluzione nello stile di Eggers, finalmente uscito dai labirinti del postmoderno. Come se l’urgenza di parlare di temi di stringente attualità abbia sovrastato la cura maniacale – e la tendenza un po’ a strafare – che Eggers solitamente esercita sul suo stile. “Il risultato è un romanzo ben confezionato. Si legge come il lavoro di qualcuno che è recentemente entrato nella categoria degli scrittori seri”.

Un’urgenza che, stando all’intervista che Eggers ha rilasciato al Telegraph, viene dall’aver vissuto per più di vent’anni in California, a pochi metri dall’eldorado delle aziende informatiche.

Il titolo, The Circle, è innanzitutto il nome del gigante informatico che è al centro di questa distopia e che somiglia a un’ideale fusione tra Google, Paypal, Pinterest, Twitter e Facebook. Nonostante Eggers, parlando del suo metodo di lavoro, sostenga di non aver fatto alcun particolare lavoro di documentazione per scrivere il libro, evitando di proposito di studiare le aziende appena citate e di intervistarne i dipendenti. Come sottolinea in questa intervista a McSweeney’s, l’intento era quello di non essere influenzato da compagnie esistenti per mantenere il libro libero da qualsiasi riferimento alla realtà.

C’è però chi sostiene che un lavoro di documentazione un po’ sporco Eggers lo abbia fatto. Il romanzo ha fatto discutere infatti anche per un possibile plagio, rivendicato da Kate Losse, ex dipendente di Facebook e autrice del memoir The Boy Kings: A Journey into the Heart of the Social Network. Secondo la Loss le ricerche di Eggers si sono spinte così in là da aver non solo deliberatamente copiato il suo lavoro, ma di averlo fatto persino male: “All’apparenza, il libro è ricalcato sul mio in maniera irritante, e l’ho scritto io per prima (e immagino che il mio sia più autentico e scritto meglio dal momento che ho vissuto e lavorato sul serio in questo mondo e sono anch’io una brava scrittrice)”.

La Losse, in un paradosso complottistico, invita tutti a riflettere sul fatto che se “Se dici ‘Mae Holland’; viene fuori un suono con la stessa struttura fonetica del mio nome”. Da parte sua Eggers sostiene di non aver mai letto il libro della Losse, ribadendo ancora una volta che The Circle non ha nulla a che fare con aziende esistenti.

Anche sul New Yorker – in un lungo e splendido articolo che approfondisce i temi dell’apertura e della trasparenza dei dati – si evidenziano le assonanze fra alcuni discorsi di Zuckerberg e dei passaggi di The Circle.

Nello stesso articolo si sottolinea un elemento importante, che riesce forse a rispondere all’insieme di queste critiche. Cioè che si tratta di un romanzo: “un romanzo con le sue ansie. È il racconto di un osservatore, non di un partecipante. (…)Che se non è in grado di offrire la chiusura di un cerchio, per lo meno è in grado di fornire una scheggia essenziale di verità”

L’impressione è che a Eggers non interessasse più di tanto restituire accuratamente il funzionamento dei mondi descritti, quanto piuttosto studiare “le implicazioni nelle relazioni umane che hanno questi dispositivi”, come l’autore rivela sempre su McSweeney’s.

Se l’operazione dello scrittore statunitense ha un limite, forse, non va dunque ricercato nella scarsa precisione descrittiva dell’universo narrato, ma in quello che – spostandoci in Italia – mette in evidenza Vincenzo Latronico sulle pagine de Il Sole24 Ore; il limite del romanzo di Eggers sembra quello di essere stato pensato come una predica a degli inconvertibili: quanti davvero, dopo aver letto il libro, sceglieranno un virtuoso isolamento e quanti, invece, ne discuteranno subito sui social network?

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