Emilia Zazza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/emilia-zazza/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Feb 2015 14:17:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Emilia Zazza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/emilia-zazza/ 32 32 “E la chiamano estate”: l’educazione sentimentale di Rose https://minimaetmoralia.it/libri/e-la-chiamano-estate/ https://minimaetmoralia.it/libri/e-la-chiamano-estate/#comments Fri, 20 Feb 2015 15:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25539 di Emilia Zazza 

Quando ero adolescente aspettavo l'estate con un'attesa carica solo di potenzialità positive. Andavo nello stesso posto di mare da quando ero piccola, conoscevo tutti eppure avevo l'impressione di non conoscere nessuno. Facevamo sempre le stesse cose: giornata in spiaggia e le sere a tirare tardi sulla piazza del paese di fronte all'unica gelateria del posto. I più audaci di noi avevano un motorino e scarrozzavano gli altri a prendere una crêpes nel paese a fianco (dove volendo arrivavi anche a piedi, ma poi nessuno ci andava mai a piedi: era da sfigati), eppure avevamo la sensazione che ci sarebbe sempre stato qualcosa di nuovo da fare. Questo perché, finita l'estate, salutavi gli amici  (che pure se andavano alla scuola accanto, d'inverno diventavano degli sconosciuti da evitare) un po' più cresciuto, leggermente diverso, cambiato.

L'articolo “E la chiamano estate”: l’educazione sentimentale di Rose proviene da Minima et Moralia.

]]>
e-la-chiamano-estate_rose_legge

di Emilia Zazza 

Quando ero adolescente aspettavo l’estate con un’attesa carica solo di potenzialità positive. Andavo nello stesso posto di mare da quando ero piccola, conoscevo tutti eppure avevo l’impressione di non conoscere nessuno. Facevamo sempre le stesse cose: giornata in spiaggia e le sere a tirare tardi sulla piazza del paese di fronte all’unica gelateria del posto. I più audaci di noi avevano un motorino e scarrozzavano gli altri a prendere una crêpes nel paese a fianco (dove volendo arrivavi anche a piedi, ma poi nessuno ci andava mai a piedi: era da sfigati), eppure avevamo la sensazione che ci sarebbe sempre stato qualcosa di nuovo da fare. Questo perché, finita l’estate, salutavi gli amici  (che pure se andavano alla scuola accanto, d’inverno diventavano degli sconosciuti da evitare) un po’ più cresciuto, leggermente diverso, cambiato.

Questo lo capisci  quando guardi all’adolescenza e a quelle estati con la consapevolezza di un adulto, ma è proprio quella sensazione di movimento in avanti impalpabile, quell’impercettibile scatto verso l’età adulta che racconta “E la chiamano estate”, una graphic novel di Jillian Tamaki e Mariko Tamaki (Bao Publishing; tradotto da Caterina Marietti). È la storia di Rose che arriva bambina (la prima immagine ritrae il padre che la porta, addormentata, in braccio verso casa) nella solita località di mare, lì c’è una sola amica Windy, disegnata e descritta ancora più fanciulla di Rose, è una sola amica ma condivide con la protagonista una di quei rapporti assoluti e totali per i quali un’intera giornata insieme non è sufficiente per esaurire giochi, chiacchiere e scoperte.

Sono la Rose e la Windy di sempre, ma il mondo intorno a loro è (sembra) diverso. C’è un ragazzo, ad esempio, nel negozio  dove le ragazze affittano i film (c’è sempre stato?), e intorno a lui ci sono amici, ragazze e il sesso. Si parla, o non si parla, di sesso per tutta l’estate (e per tutto il racconto). E cos’ha improvvisamente la madre di Rose, sembra non volere più stare lì al cottage, in quel posto che aveva sempre amato, in cui aveva sempre condiviso momenti preziosi con la figlia (c’è una commovente tavola che racconta il rapporto di fiducia e complicità che c’era tra madre e figlia), Rose si sente rifiutata e non capisce, non sa, forse non può sapere e non può capire, anche se alla fine saprà, e capirà, perché appunto ha salito un altro di quei piccoli e faticosissimi gradini verso l’età adulta. Si salutano, Rose e Windy, e si danno appuntamento alla prossima estate. E ce le immaginiamo ancora unite, anche se cresciute, a raccontarsi di libri e ragazzi.

Un’ultima cosa. Tutto il racconto è puntellato da momenti di pausa, il lettore ha la possibilità di indugiare nel momento che è appena passato, vedere madre e figlia che nuotano, respirare l’aria di mare, fermarsi un attimo per concedersi di sentirsi terribilmente arrabbiato o rapito dalla storia che  sta leggendo Rose. O provare, profondamente, quel primo batticuore. Ricordare. Sono i disegni e il ritmo calmo che permettono a questo libro una profondità che riporta il lettore a quelle stati lì, quel conflitto lì, quel battito di cuore lì.

L'articolo “E la chiamano estate”: l’educazione sentimentale di Rose proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/e-la-chiamano-estate/feed/ 2
Storie, storie delle mie brame. I fratelli Grimm: la morale è nella bellezza https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fratelli-grimm/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fratelli-grimm/#comments Thu, 20 Dec 2012 14:39:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12104 In occasione del bicentenario dell'uscita della prima edizione del primo volume delle fiabe dei fratelli Grimm pubblichiamo un articolo di Emilia Zazza uscito su Orwell. (Immagine: Fabian Negrin.)

di Emilia Zazza

Se c'è una cosa che i bambini non sopportano è che si faccia loro la morale. “(...) quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito, quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto(...)”. È il 1813 e a parlare non è un pedagogo visionario dell'epoca, ma un filologo, Jacob Grimm, autore, con il fratello Wilhelm, della famosa raccolta di Fiabe, forse la più famosa al mondo, che in una lettera, immediatamente prima, si chiedeva: “Le fiabe per i bambini sono mai state davvero concepite per i bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro”. Con queste parole Jacob interveniva, a sostegno del fratello, in una discussione suscitata dalla pubblicazione della prima edizione del primo volume del loro Kinder und Hausmärchen, avvenuta nel 1812,  seguita poi nel 1815 dal secondo volume.

L'articolo Storie, storie delle mie brame. I fratelli Grimm: la morale è nella bellezza proviene da Minima et Moralia.

]]>

In occasione del bicentenario dell’uscita della prima edizione del primo volume delle fiabe dei fratelli Grimm pubblichiamo un articolo di Emilia Zazza uscito su Orwell. (Immagine: Fabian Negrin.)

di Emilia Zazza

Se c’è una cosa che i bambini non sopportano è che si faccia loro la morale. “(…) quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito, quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto(…)”. È il 1813 e a parlare non è un pedagogo visionario dell’epoca, ma un filologo, Jacob Grimm, autore, con il fratello Wilhelm, della famosa raccolta di Fiabe, forse la più famosa al mondo, che in una lettera, immediatamente prima, si chiedeva: “Le fiabe per i bambini sono mai state davvero concepite per i bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro”. Con queste parole Jacob interveniva, a sostegno del fratello, in una discussione suscitata dalla pubblicazione della prima edizione del primo volume del loro Kinder und Hausmärchen, avvenuta nel 1812,  seguita poi nel 1815 dal secondo volume.

Si criticava ai fratelli di avere inserito nello stesso libro racconti per ragazzi e racconti da focolare. Ma dove stavano i ragazzi se non intorno al focolare quando tutta la famiglia era riunita? E inoltre, insistevano gli autori, se nelle fiabe c’è una morale, questa nasce dalla forma artistica e non dai precetti e i ragazzi erano perfettamente in grado di individuarla. In realtà, qualche problema se lo erano posto anche loro, i Grimm, perché dalla versione del 1812 a quella del 1857, considerata da tutti quella finale e, per paradosso, originale, di versioni se ne sono seguite sette. Ma le ragioni che li portarono a riscrivere incessantemente le fiabe e a modificare la struttura della raccolta erano di natura filologica. Il loro intento era di restituire lo spirito del popolo tedesco, la tradizione originaria che i fratelli Grimm consideravano il collante di ogni popolo. “È lì che loro vogliono arrivare. Al momento in cui le parole nascono e dalle parole si formano le storie”, per dirla con Saverio Simonelli che fa uscire per Perrone editore Nel paese delle fiabe, un reportage attraverso i luoghi e le storie dei Grimm. Ma più i fratelli limavano le storie e riordinavano la struttura della raccolta, più si allontanavo dalla versione originale, avvicinandosi, però, alla loro. È quindi straniante, ma filologicamente affascinante rileggere le fiabe in questa versione che Donzelli propone in occasione del bicentenario della prima pubblicazione, arricchita dalle tavole di Fabian Negrin, dal titolo Principessa pel di topo e altre 41 fiabe da scoprire, a cura di Jack Zipes, per la traduzione di Camilla Miglio.

Scopriamo così che l’incessante e vanesio interrogativo “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, di disneyana memoria, che porta la Regina a desiderare la morte di quella che è ormai la più bella, non è, in origine, pronunciato dalla matrigna di Biancaneve, bensì dalla madre naturale. Così come la storia che da il titolo alla raccolta Principessa pel di topo, sarà espunta dal gruppo nelle successive edizioni perché risalente a una tradizione francese, e ancora, Raperonzolo e il principe, nella versione del 1812 “se la spassarono per un bel po’” prima di essere scoperti e separati, mentre in quella più recente lui chiede la giovane rinchiusa subito in moglie. “C’era una volta un re che aveva tre figlie. In cortile c’era un pozzo d’acqua chiara e limpida”, questo è l’incipit de Il principe ranocchio nella versione del 1812, ma in quella del 1857 fa: “Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie eran tutte belle, ma la più giovane era così bella che persino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava…”. Eccolo il tocco di Wilhelm, il “marchio Grimm” lo chiama Simonelli. Ragione e sentimento, Jacob e Wilhelm, per tutta la vita i due fratelli sono stati alla ricerca della sintesi tra filologia e poesia per raccontare le loro storie. E quella ricerca continua. Passano i secoli, cambiano i mezzi eppure le fiabe restano fatte di viaggi alla scoperta del mondo, per foreste profonde, oltre mari che sembrano impossibili da superare, passando attraverso paesi sconosciuti, ascoltando lingue ignote, per arrivare finalmente lì, dove si doveva arrivare.

È lo stesso percorso che quasi duecento anni dopo compie la stella protagonista di Il viaggio di una stella. Sogno del tipografo stanco la notte di Natale, il leporello che Topipittori manda alle stampe per celebrare il Natale. Pochi tratti grafici e una manciata di parole.  Partendo dalla foresta di Ti una Stella sorvola giungle di lettere, deserti di linee e continenti di caratteri tipografici; ascolta lingue e dialetti, fino ad arrivare nei pressi di una misera capanna, circondata da angeli di simboli, e accanto ad essa vede un albero di arabeschi. È arrivata. Anche questo libro ha un percorso che lo ha portato fino a noi.

Nel 1993 Giovanna Zoboli, autrice, traduttrice ed editrice, pensò e realizzò da sola, con il suo primo Mac, questa storia, per una pubblicazione privata. Quest’anno però Topipittori ha deciso di ripubblicarlo e ha affidato a Marina del Cinque la revisione della veste grafica chiedendole solo di mantenere l’essenzialità e l’ironia della prima edizione. Sono, questi, gli stessi viaggi che compiono i protagonisti delle storie, ma anche chi scrive e chi legge. I Grimm nella loro raccolta hanno mantenuto solo una costante: la raccolta inizia sempre con Il principe ranocchio (rivisto e corretto più volte) e finisce con La chiave d’oro e, almeno nella versione del 1812, con queste parole: “Provò e la chiave (che il protagonista ha rinvenuto misteriosamente) era proprio giusta, la girò una volta, e adesso ci tocca aspettare finché non l’avrà aperta del tutto. E un giorno sapremo pure cosa c’è dentro.” Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato dai due fratelli è che quando si trova la chiave che riapre lo scrigno, ecco, quello è solo l’inizio della storia e non la sua fine.

L'articolo Storie, storie delle mie brame. I fratelli Grimm: la morale è nella bellezza proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fratelli-grimm/feed/ 2