Emilio Colombo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/emilio-colombo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 09 Apr 2014 11:25:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Emilio Colombo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/emilio-colombo/ 32 32 Intervista a Teresa Ciabatti https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-teresa-ciabatti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-teresa-ciabatti/#comments Wed, 09 Apr 2014 12:30:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19799 Piaccia o non piaccia, il regista Paolo Sorrentino ha uno stile filmico riconoscibile ed è bravissimo a raccontare la sgradevolezza e il putridume “cafonal” di una certa Italia. Ebbene, Teresa Ciabatti, alla sua terza prova romanzesca, è senza dubbio il suo corrispettivo femminile e letterario. Con una scrittura che è ancora più inconfondibile e feroce – e che non scivola mai nel grottesco, e tanto meno si arrocca dietro il giudizio morale - Teresa Ciabatti ha scritto, con un misto di affetto e crudeltà, il libro definitivo sul “generone” romano. “Il mio paradiso è deserto” (Rizzoli, 17 euro, 285 pagine) è la storia di una famiglia, i Bonifazi, milionari grazie al business della spazzatura. Nella foto – ritoccatissima - apparsa su “Class”, li vediamo seduti sul divano bianco nella loro villa sfarzosa alle porte della Capitale. Marta Bonifazi, la figlia ventiduenne, è l’unica che stona in quell’atmosfera stucchevole che gli americani chiamerebbero semplicemente cheesy. Perché Marta è obesa. Il suo corpo, grasso e deforme, porta con sé tutte le ipocrisie della sua finta famiglia felice, un corpo che Marta odia e che tenta di prosciugare con la liposuzione, un corpo che nasconde ormai da tre anni, perché sono tre anni che Marta non mette piede fuori di casa. Ricco di colpi di scena e sorretto da una trama sorprendentemente tesa e misurata, il libro piacerà molto ai lettori di Alice Munro e Joyce Carol Oates, ma anche a quelli di Stephen King.

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ciabatti

Piaccia o non piaccia, il regista Paolo Sorrentino ha uno stile filmico riconoscibile ed è bravissimo a raccontare la sgradevolezza e il putridume “cafonal” di una certa Italia. Ebbene, Teresa Ciabatti, alla sua terza prova romanzesca, è senza dubbio il suo corrispettivo femminile e letterario. Con una scrittura che è ancora più inconfondibile e feroce – e che non scivola mai nel grottesco, e tanto meno si arrocca dietro il giudizio morale – Teresa Ciabatti ha scritto, con un misto di affetto e crudeltà, il libro definitivo sul “generone” romano. “Il mio paradiso è deserto” (Rizzoli, 17 euro, 285 pagine) è la storia di una famiglia, i Bonifazi, milionari grazie al business della spazzatura. Nella foto – ritoccatissima – apparsa su “Class”, li vediamo seduti sul divano bianco nella loro villa sfarzosa alle porte della Capitale. Marta Bonifazi, la figlia ventiduenne, è l’unica che stona in quell’atmosfera stucchevole che gli americani chiamerebbero semplicemente cheesy. Perché Marta è obesa. Il suo corpo, grasso e deforme, porta con sé tutte le ipocrisie della sua finta famiglia felice, un corpo che Marta odia e che tenta di prosciugare con la liposuzione, un corpo che nasconde ormai da tre anni, perché sono tre anni che Marta non mette piede fuori di casa. Ricco di colpi di scena e sorretto da una trama sorprendentemente tesa e misurata, il libro piacerà molto ai lettori di Alice Munro e Joyce Carol Oates, ma anche a quelli di Stephen King.

“È una storia d’amore”, ci confonde le idee Teresa Ciabatti davanti a una centrifuga alla carota in un caffè romano. Nata a Orbetello 38 anni fa e sposata con lo scrittore e sceneggiatore Antonio Leotti, Teresa Ciabatti ha scritto anche per il cinema, con Luca Lucini e Susanna Nicchiarelli.

In che senso una storia d’amore?

Ho una visione un po’ diversa del bene e del male. Credo che il bene stia nelle piccole cose. Questa, per me, è la storia sentimentale di una famiglia anaffettiva.

Però il tono è quello di una black comedy…

Sì l’idea della black comedy mi piace molto. Io l’ho scritto con il punto di vista dell’arrampicatrice sociale, la prospettiva di chi ha una reale ammirazione per la ricchezza. Arrivata da Orbetello a Roma a 16 anni, mi sono trovata ai Parioli, in un mondo che mi escludeva e in cui io cercavo di entrare.

“Il mio paradiso è deserto” è anche una celebrazione di un fallimento, quello della famiglia.

Penso che continuerò tutta la vita a scrivere di famiglie. L’amore dei genitori è sempre in bilico tra desiderio di protezione e distruzione. Ci mette un secondo l’amore, a distruggere, ed è difficile che non succeda.

Nel libro ci sono vari personaggi dell’Italia corrotta. Ha preso ispirazione dalle cronache?

In parte sì. Per creare il personaggio di Attilio Bonifazi ho ripensato alla storia di Angelo Balducci, ex sottosegretario ai Lavori pubblici che si faceva portare a casa i ragazzi immigrati promettendo loro permesso di soggiorno. L’intercettazione riportata nel libro è quasi identica a quella reale. Ma naturalmente c’è in lui anche molto di Manlio Cerroni, il padrone della più grande discarica d’Europa a Malagrotta, l’uomo più ricco del Lazio. Oggi è chiusa, ma Cerroni è responsabile di aver inquinato un intero quartiere e di aver ostacolato la raccolta differenziata a Roma. Il vecchio senatore Giovanni, assomiglia a Emilio Colombo, il senatore che trovarono in possesso di cocaina e disse che era per uso personale.

Se il suo libro fosse un film chi sognerebbe a dirigerlo?

Sorrentino sarebbe l’unico regista a mantenere obesa Marta, la protagonista. E poi Sorrentino sa raccontare gli eccessi con misura, le cose sgradevoli con amore. E io non immagino un film sul degrado, al contrario immagino perfino le scene sulla spazzatura come una roba tutta colorata. Anche Saverio Costanzo mi piace molto.

Da vera scrittrice detesta viaggiare, è vero?

(Sorride) Il mio mondo finisce a Roma. Non sono mai stata a Napoli. Direi di sì, odio viaggiare: mi mette un’ansia tremenda.

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Funerali costituenti https://minimaetmoralia.it/politica/emilio-colombo/ https://minimaetmoralia.it/politica/emilio-colombo/#comments Thu, 16 Jan 2014 15:38:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17569 Michele Masneri racconta i funerali di Emilio Colombo, il più europeista ed elegante dei democristiani. Questo pezzo è uscito su Studio.

È – come si dice sempre – un’Italia che non c’è più, quella che assiste ai funerali di Emilio Colombo (1920-2013), senatore a vita, ultimo dei costituenti, presidente del parlamento europeo, presidente del consiglio, ventinove volte ministro; più di Andreotti, al cui funerale grande partecipò qualche settimana fa traballante ma fiero, salutando la folla sempre con quell’aria da primattore dei telefoni bianchi abbastanza unica nella classe politica italiana.

Ma è anche un’Italia diversa da quella di quei funerali grandi, da Democrazia Cristiana mainstream. Qui siamo nella nicchia: la corrente dorotea, dunque conservazione Dc in purezza – anticomunismo, attenzione alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche, del mondo industriale. Nacquero da una scissione contro il centro di Fanfani, coi ribelli adunatisi al convento di Santa Dorotea. “Eccoli lì, i dorotei”; fu la definizione-beffa di Andreotti, che ricordò poi come nel convento in questione venissero ospitate prostitute da rieducare.

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Michele Masneri racconta i funerali di Emilio Colombo, il più europeista ed elegante dei democristiani. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Emilio Colombo nel 1966. Fonte.)

È – come si dice sempre – un’Italia che non c’è più, quella che assiste ai funerali di Emilio Colombo (1920-2013), senatore a vita, ultimo dei costituenti, presidente del parlamento europeo, presidente del consiglio, ventinove volte ministro; più di Andreotti, al cui funerale grande partecipò qualche settimana fa traballante ma fiero, salutando la folla sempre con quell’aria da primattore dei telefoni bianchi abbastanza unica nella classe politica italiana.

Ma è anche un’Italia diversa da quella di quei funerali grandi, da Democrazia Cristiana mainstream. Qui siamo nella nicchia: la corrente dorotea, dunque conservazione Dc in purezza – anticomunismo, attenzione alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche, del mondo industriale. Nacquero da una scissione contro il centro di Fanfani, coi ribelli adunatisi al convento di Santa Dorotea. “Eccoli lì, i dorotei”; fu la definizione-beffa di Andreotti, che ricordò poi come nel convento in questione venissero ospitate prostitute da rieducare. E di nicchia è anche il luogo: non la Roma medievale e turistica di San Giovanni Dei Fiorentini, ma una Roma novecentesca, al quartiere Africano, con le vie intitolate alle regioni della cosiddetta Africa Orientale Italiana, inizialmente con villini destinati ai dipedenti delle ferrovie dello Stato, poi coi palazzoni a otto piani di speculazioni successive (via Sirte, viale Eritrea, viale Somalia, via Mogadiscio…) in una Metropolis (il film) al sugo: oggi quartiere di borghesia media anziana, con targhe a caratteri grandi di ottone di odontostomatologi e urologi, e lungo viale Somalia, negozi di merceria con nome tipo “Regina”; pasticcerie anche mitiche, come Marinari, e poi odori strani non romani: di gomma, da negozio di scarpe da ginnastica, e di caffè, con diversi bar e baretti su questo viale Somalia che sembra un po’ la high street di un borough indipendente, e recentemente collegato con la city de Roma dalla recente metropolitana B1, già molto infiltrata e criticata, dove arrivando la mattina c’è Giorgia che canta, nelle casse, a palla (al ritorno, invece, Renato Zero).

Un’umanità anziana ma fattiva, che assiste al funerale di Colombo (pubblico, non privato come quello del Divo) come al secondo grande evento del 2013, qui. Il primo, a gennaio, fu quando proprio di fronte alla chiesa di Sant’Emerenziana scoppiò un tombino e un geyser di 20 metri spruzzò per un paio di giorni, rompendo la quiete del quartiere e superando in altezza i palazzi di otto piani che sono il vanto e la cifra della zona.

La chiesa: sembra un cinema-teatro americano di provincia con le sue balconate ai lati e poi un grande mosaico absidale, spiega Wikipedia, opera del francescano frà Ugolino da Belluno che negli anni Sessanta ha realizzato un’opera che rappresenta il trionfo della Chiesa, anche molto sincreticamente, ci sono Paolo VI e Martin Luther King insieme alla Madonna; sembra la sala riunioni di una sala Onu donata da un artista del socialismo reale. Sotto, un fiorire di corone: ci sono quelle del Senato, quella della Camera dei Deputati, quella di Lista Civica, quella degli “Amici dell’Udc”, e quella della presidenza della Repubblica, con due corazzieri alti che la scortano, e due dei Servizi con auricolare che scortano i corazzieri.

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