Emilio Salgari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/emilio-salgari/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Aug 2016 10:47:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Emilio Salgari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/emilio-salgari/ 32 32 I muli della vergogna https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/ https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/#comments Fri, 26 Jun 2015 12:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27558 Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d'esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l'autore e l'editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

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Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d’esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l’autore e l’editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

Ma le loro erano soprattutto storie di ribellione. Andare a cercarsi il proprio futuro da un’altra parte del mondo era stata una forma di disubbidienza, una protesta contro il destino di miseria e di ingiustizia che gli toccava nell’isola e che si configurava come una consegna all’umiliazione cronica e senza rimedio. E a volte una disubbidienza maggiore era pure tornare, per ripartire magari qualche anno dopo.

Mi raccontavano storie di viaggi, quindi, ma anche di resistenze: i piroscafi sull’Oceano, le lotte contadine, la propaganda antifascista. Ce n’era una che mi ripetevano spesso: la storia di un presidente della Federterra di Piana degli Albanesi, che nel 1921 fu ucciso dalla mafia: uno sulla cui tomba avevano scritto soltanto Lenin, e che alla figlia aveva dato il nome di Rosa Lussemburgo, Rosa Lussemburgo Stassi, in memoria della rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg…

Da ragazzo, credevo che le inventassero per impressionarmi, ma non aveva importanza perché erano più avvincenti dei romanzi di Salgari. Finché, molti anni dopo, all’università – studiavo storia del Risorgimento – il mio cognome lo trovai per davvero in un libro dello storico inglese Eric Hobsbwam che si intitolava I ribelli. Fu come il recupero di una prova fossile, a distanza di tanto tempo. Hobsbwam lo segnalava, insieme ad altri cognomi di Piana degli Albanesi (Matragna, Schirò, Barbato) come quello delle famiglie più indomite della zona che avevano partecipato alle rivolte dei Fasci siciliani alla fine dell’Ottocento[1], sottolineando tuttavia che Piana degli Albanesi era considerata un focolaio di ribellione già molto prima del 1893, tanto che Trevelyan l’aveva definita “la roccaforte della libertà nella Sicilia occidentale”.

Una lunga tradizione, quindi, di rivoltosi, che risaliva fino alla lotta contro le armate imperiali del padiscià Murad Han e di Maometto II alla fine del Quattrocento e alla fuga dal nido delle aquile.

Quando cominciavano a parlare i miei vecchi, sembrava di sentire la voce di Maqroll il gabbiere: il tempo si confondeva, la sopravvivenza diventava una lezione, la tristezza e la rassegnazione erano fuori luogo. Ogni storia cominciava sempre con la stessa antica espressione, Sciatu meu. Così iniziò anche il primo racconto che ascoltai della strage di Portella.

Sciatu meu, la valle era tutta una giostra di bambini. Arrivavano contadini da ogni paese. Da San Giuseppe Iato, Altofonte, da Montelepre, da San Cipirello… Erano due anni dalla fine della guerra, in Sicilia quattro. Ma ancora non si sapeva in che ordine sarebbero tornate le cose. Nell’isola avevano vinto le sinistre. C’era clima di attesa, e di speranza.

A Portella, quel 1 maggio, era salito il mio bisnonno e altri zii, e da loro veniva questa testimonianza. Io ascoltavo tutta quella storia con il fiato sospeso, come se ogni volta il finale potesse cambiare. Ma quello che mi colpì da subito e che mi lasciò una traccia fu la descrizione dei muli.

Da ogni lato della montagna si inerpicavano muli. Da una parte venivano su carichi di nespole, vino, carciofi e pane. Dall’altra, nascosti tra insenature di roccia e sentieri di pascolo, risalivano il costone pieni di moschetti militari e fucili americani.

Tu i muli li vedi, e ti sembrano uguali, diceva mio padre. Invece uguali non sono. Alcuni quella mattina portavano la morte, sotto coperte di spago; altri dispensavano pane e frutta. Erano muli contrari nella dignità e nella soma.

Prima di essere un’isola, la Sicilia è stata per me una lingua e quei muli furono una delle prime M disegnate del mio alfabetiere.

Gli animali, in letteratura, hanno avuto sempre a che fare con la lingua. Quando Gregor Samsa viene trasformato in uno scarafaggio, la prima cosa che perde è il linguaggio. Presto i suoi familiari, addossati alla porta della sua stanza, non lo capiranno più. La perdita del linguaggio è la precipitazione nella condizione di alterità. Diventare un animale vuol dire entrare a far parte di un esercito silenzioso di senza voce.

Il racconto del mio bisnonno rimandava agli stessi piedi e alle stesse scarpe. Nel 1947 il mondo non era cambiato dal secolo precedente, soprattutto tra quelle montagne. E i contadini che salivano là sopra, quel 1 maggio, erano i rivoltosi di quella terra. I disertori. I disubbidienti. I senza voce. E come in un racconto perfetto, in quella Piana si compendiò la “vocazione fatale alla morte” a cui i disertori sono destinati.

Fu un punto di svolta, per tutta la storia precedente e per quella futura. Da una parte si consumò la sconfitta definitiva del movimento contadino e cominciò inesorabile e rapidissima la scomparsa di un mondo che era durato secoli. Dall’altro, si anticiparono con un facsimile perfettamente replicabile tutte le stragi che sarebbero seguite e si testò il modello di quella che in seguito sarà chiamata la strategia della tensione.

Qualche tempo prima, Gramsci aveva definito la Sicilia il paradigma della contemporaneità, e la sua espressione resta ancora validissima. Isola plurale, precisò Gesualdo Bufalino. Isola continente, isola mondo, isola della peste e non della provvidenza, metafora dell’Italia e archetipo dell’Europa. Un’isola abitata dal contrasto, sia nella natura che negli uomini: lussureggiante o secca, nera di vulcano e bianca di sale, taciturna e loquace, sanguinaria ed eroica, miscredente e devotaUn’isola dove si sono pregate tante religioni diverse e parlate decine di lingue: il greco, il latino, l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, l’arbresch, e ora tutti i dialetti dei nuovi migranti e dei nuovi profughi che risalgono dall’Africa. Un’isola lacerata dalla criminalità e dal coraggio, dal culto della morte e dalla follia del vivere, dal riserbo e dall’ostentazione, dal desiderio di fuga e dalla vocazione alla più assoluta solitudine.

In una terra così, l’identità è un’esuberanza barocca, un gioco di specchi. Il sangue è misto e impuro, le maschere si moltiplicano, i soprannomi si sostituiscono ai nomi. La realtà si trasforma in un teatro, è una recita continua, morte compresa, e il teatro diventa all’opposto uno dei pochi luoghi dove si possono togliere gli abiti di scena. La ragione si nasconde nella follia, la verità nella menzogna e nella contraffazione. Ogni alfabeto è ribaltato e sottosopra e indica il contrario.

Perché tutto nasce da un pessimismo radicale della Storia. La Storia non esiste. È un imbroglio e un’impostura.

La Storia, in una terra percorsa da sempre da eserciti invasori, non è che una solenne bugia, una frode, una scrittura privilegiata, un racconto manomesso che solo attraverso un’altra  manomissione, quella letteraria, può essere svelato. L’intera letteratura siciliana da Verga a Pirandello a Sciascia non è che questa inesauribile riflessione sulla doppiezza e sull’irrimediabile ambiguità del mondo.

Eppure proprio in quest’isola dove è impossibile definire sé stessi (tanti e diversi sono i caratteri genetici e i temperamenti dei suoi abitanti) e dove, di conseguenza, è altrettanto impossibile definire l’altro da sé, si è sviluppata la coscienza, e quasi l’orgoglio e la superbia ma anche il pudore, di una diversità. Un sentimento che rende i siciliani simili agli ebrei, sosteneva Sciascia, per un comune destino di diaspora, per essere andati fuggiaschi ed espatriati per tutti i mari della terra.

Chi da un’isola proviene, per quanto vada lontano, disegnerà tutto a forma di isola: sarà un’isola la stanza dove lavora, un’isola la famiglia in cui vive.

Portella della Ginestra, per chi non c’è mai stato, ha questa forza simbolica. E’ un valico tra due montagne: brullo, con il sasso Barbato, il sasso da cui parlavano gli oratori sin dall’epoca dei fasci siciliani. Un luogo dove fioriscono solo le ginestre. Quella strage su un popolo inerme e in festa fu il battesimo della nostra Repubblica, il primo mistero d’Italia, che tanti processi – e il primo e il più importante si svolse a Viterbo, dove sarei andato a vivere – non hanno risolto.

Ma non sapevo, non avrei mai pensato, che un giorno su tutto questo avrei sentito il bisogno di scriverci un romanzo. E che quel romanzo sarebbe stato il primo che avrei pubblicato e che una sera, a Siracusa, Vincenzo Consolo e Massimo Onofri lo avrebbero benedetto, iniziandomi alla mia avventura letteraria.

Mi accorgo adesso che il primo personaggio di quella storia era un uomo che ha la malattia della balbuzie: non riesce a terminare una frase se non scrivendo perché soltanto così nessuno lo interrompe o si mette a ridere. È un fuori norma anche lui, un errore per la società. Un barbaro, nel senso originario del termine. L’etimologia di bàrbaros (βάάρβαρος) è infatti «balbettante»: indicava gli stranieri che non sapevano parlare in greco. Il primo criterio di definizione di «straniero» non è legato quindi a una differenza fisica, antropologica o geografica, ma all’uso della lingua. La lingua è la mappa del territorio, è il confine e il valico, l’aggressione e la discordanza, e ogni guerra di conquista non è altro, in definitiva, che una guerra per imporre la propria lingua. Per questo l’altro va cercato nella voce incerta, nella parola irregolare. Se la scrittura è la lingua di chi balbetta, più estesamente la letteratura è la lingua dell’Alterità.

In carcere, il mio contrabbandiere scriverà una storia dove la verità è una maschera ambigua e sfuggente, un filo di fumo, come tutte le storie della sua isola. Successivamente la riforma agraria si fece, ma fu una specie di truffa: i grandi latifondisti divisero le loro proprietà intestandole a famigli e prestanome, mantenendone quindi il possesso grazie anche all’opera di avvocati solerti e ben pagati che non persero tempo e sapevano come depositare gli atti di proprietà. Ai contadini andarono le terre che non si potevano coltivare, le pietraie… in molti ci provarono, andarono sulle montagne, ma fu impossibile ricavarci qualcosa. E questo generò una grande ondata migratoria verso l’America, di nuovo, o le fabbriche in Germania, in Belgio e poi nel Nord Italia. Emigrazione che oltre ai contadini coinvolse pure i minatori: negli anni cinquanta chiusero in Sicilia anche molte miniere di zolfo. Io sono il prodotto di tutta questa catena di conseguenze. La mia famiglia abbandonò la Sicilia alla fine di quel decennio. Ma è a quei muli che non ho mai smesso di pensare. Fratelli nella fatica ma opposti nel carico: i primi con la frutta e il pane, gli altri con le armi.

Erano loro il vero obiettivo da colpire. Giuliano e la sua banda non erano stati assoldati solo per sparare sui “comunisti” il giorno della festa dei lavoratori, il 1 maggio 1947, ossia sui contadini e sulle loro famiglie. Li avevano pagati per corrompere e inquinare per sempre il dialetto asinino della sofferenza e uccidere un simbolo secolare.

Per questo è così triste la morte di quegli animali.

I primi a cadere sono i muli della frutta. Li avevano disposti a siepe, alla base del campo. Il manto gli si colora di rosso, le ginocchia si piegano, sulla terra livida si spargono nespole e carciofi. Dopo di loro stramazzano i cavalli, sollevando intorno un nuvolone di polvere e nitriti. I cani danno in smanie, la gente s’impietra, stordita, incredula, poi qualcuno s’accascia: un ragazzo, una bambina, la massa ondeggia, colpita, si rompe, le donne gridano, grida il falegname dal suo masso, grida il maresciallo, grida mio padre, chi fugge nelle scarpate, chi sui costoni, chi si stende tra le rocce. Alla fine si conteranno undici morti e ventisette feriti. Uno che si chiamava Provvidenza (nome verghiano per eccellenza) perderà vista e parola.

 


[1] Eric J. Hobsbawm, I ribelli, Torino, Einaudi, 1980, p. 130.

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Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/ https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/#comments Wed, 05 Nov 2014 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24050 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chilo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.

“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.

Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tessonsa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo.

“Per desiderare una capanna al centro di una radura”, scrive Tesson, ”bisogna prima aver sofferto di indigestione nel cuore delle città moderne. Dopo essere rimasti paralizzati dal grasso del conformismo e invischiati nello strutto delle comodità, si è maturi per il richiamo della foresta”. Thoreau era meno ironico di Tesson, ma il concetto era lo stesso: “Datemi verità, invece che amore, denaro, fama”. Una ricerca di verità che talvolta è quasi religiosa, anche se con la religione istituzionale non ha nulla a che vedere, ma contiene piuttosto – almeno negli esiti letterari migliori – un ritorno ai valori essenziali e una protesta implicita verso la società.

“Quando ti senti parte della natura è come una specie di religione: è accettare che ci sia qualcosa di illimitato, qualcosa di molto più importante del tuo ego”, ha detto Erling Kagge a “Pagina99”, uno dei più famosi esploratori viventi autore di Filosofia per esploratori polari (Add Editore). “E poi la bellezza di fare le spedizioni al Polo è proprio questa: è imparare l’arte di mangiare a piccoli bocconi; sentire di avere tutto ciò di cui si ha bisogno e ricordarsi di cosa è importante nella vita”. Allo stesso modo c’è qualcosa religioso nella storia di Cheryl Strayed, autrice del best seller Wild (Piemme) che, partita da sola per un trekking estremo, ad ogni tappa è costretta a bruciare le pagine del libro che si porta appresso nell’enorme zaino: un vero piccolo, magico rituale.

Avventure estreme, solitarie, che come ha insegnato,una volta per tutte, il giovane McCandless di Into the wild, hanno senso solo se condivise. Questi racconti che siano ambientati al polo sud, nel deserto o in altri luoghi sperduti della terra, sono sempre incredibilmente popolati di esseri umani, quasi sempre uomini, o donne, con esistenze al limite, ma proprio per questo indimenticabili. “I sentieri sono luoghi d’incontro, di conversazione di convivialità… era nelle mie intenzioni scrivere libri densamente popolati, di vivi e di morti”, dice Robert MacFarlane a “Pagina99”.

Robert MacFarlane è l’autore di una trilogia sulla natura composta da Montagne della mente, Luoghi selvaggi e Le antiche vie (Einaudi), e già considerata un classico del nature writing contemporaneo.“Nei miei anni di vagabondaggio ho navigato sotto la luce di Giove attraverso un’antica sea road in Nord Atlantico, circumnavigato una montagna sacra di 7000 mila metri nella Cina occidentale, in inverno, ed esplorato il martoriato deserto palestinese della West Bank. In tutti questi posti ho incontrato persone per le quali camminare e seguire i sentieri è stato fondamentale nella comprensione di sé e del loro posto nel mondo”, continua MacFarlane che ha di recente pubblicato un libro illustrato, Holloway (Faber&Faber), sulle strade incavate del Dorset, ed è impegnato nella scrittura di Underland, un libro che racconta “di mondi sotterranei e perduti che si trovano sotto le nostre campagne e città”.

Presentato con successo lo scorso settembre  al Toronto Film Festival, il film tratto da Wild, sceneggiato da Nick Hornby e dalla stessa Cheryl Strayed, diretto da Jean-Marc Vallée, (Dallas Buyers Club) e interpretato da Reese Witherspoon, esce il 5 dicembre in USA e il prossimo febbraio in Italia. Il film, fedelissimo al libro omonimo, racconta di quando Strayed all’età di 26 anni, nel 1995, sola e senza alcuna preparazione, partiva per il Pacific Crest Trail, il più lungo sentiero di montagna degli Stati Uniti che collega il British Columbia con la California. Incapace di far fronte al dolore della morte – quella della madre, scomparsa giovanissima di cancro– entra in un negozio sportivo e vede per caso una guida della Pacific Crest Trail. Senza soldi, stanca di girare a vuoto, e con un problema di dipendenza dall’eroina, decide di partire. Dei quattromila chilometri del sentiero, Cheryl ne percorrerà “solo” milleseicento, con varie difficoltà tipo temperature polari, animali selvatici, piedi feriti dagli scarponi, fame, sete, mentre lo zaino pesantissimo le spezza la schiena. È una lunga lotta contro il proprio dolore.

“Ne è valsa la pena”, dice vent’anni dopo la Strayed. Millesettecento miglia – quasi le stesse percorse da Cheryl Strayed – sono quelle fatte da Robyn Davidson che attraversò a piedi le immense solitudini del deserto australiano, in compagnia di un cane e quattro cammelli. Era il 1977. Ci sono voluti ben 37 anni perché un regista portasse sullo schermo la storiaraccontata nel libro autobiografico Orme (Feltrinelli) che, riletto oggi, non ha perso fascino, ne ha forse acquistato. (Tracks diretto da John Curran e interpretato da Mia Wasikowska, è uscito lo scorso anno nelle sale).

A breve diventerà film anche Revenant, un romanzo dal respiro epico, che narra una delle avventure più famose del West, quella di Hugh Glass. Figura leggendaria, Glass era un trapper ovvero un esploratore e cacciatore di pellicce. Assalito da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che gli rubano armi e cavallo; ma Glassnon è morto,è gravemente ferito e, nell’estate del 1823, si rimette in viaggio attraverso i territori selvaggi di Dakota, Montana, Wyoming e Nebraska – tremila miglia di pura wilderness – con solo uno scopo: vendicarsi.

Scritto da Michael Punke nel 2003 e solo oggi in traduzione italiana, Revenant (Einaudi)è un’opera di fiction e, anche se, come se ammette l’autore, “l’era del commercio di pellicce è inestricabilmente intrecciata alla leggenda” – la storia è dalla parte di Hugh Glass e della sua impresa, documentata da varie fonti. La forza epica di un personaggio come Glass – che avrà il volto di Leonardo di Caprio nel film diretto da Alejandro González Iñárritu – ha di nuovo a che fare con la religiosità della natura selvaggia: “E se Glass credeva in un dio, per lui abitava in quell’immensa distesa occidentale. Non una presenza fisica, ma un’idea, qualcosa che andava oltre la comprensione umana, qualcosa di più grande”.

***

Nella lingua inglese “wild” è un aggettivo dai molteplici significati e anche un sostantivo che significa “natura incontaminata, popolata di animali selvaggi”, e può quindi riferirsi tanto al bosco quanto all’oceano o al deserto. The Call of the Wild era il titolo originale del Richiamo della foresta di Jack London: oggi nessuno tradurre “wild” con “foresta”, ma in quel caso era corretto. Oggi basta accendere la tv e sarete sommersi da trasmissioni dedicate all’estremo: c’è Wild-Oltrenatura, la serie condotta da Fiammetta Cicogna arrivata alla decima edizione (su Italia 1); Nanuk-Prove d’avventura, con Caterina Guzzanti e Davide De Michelis (su Rai tre, dal 21 gennaio); solo sul canale tematico NatGeo Wild di Sky c’è Wild Real tv, Sfide selvagge e Destination Wild Italia. Dal 27 ottobre partirà anche Survive the tribe su National Geographic Channel (Sky) dove il biologo Hazen Audel si cimenterà in battute di caccia nella foresta amazzonica e nella costruzione di igloo con gli Inuit. Più wild di così.

E in libreria sono ormai tanti, e spesso anche buoni, i libri che raccontano storie d’immersione nella natura. Se la casa editrice Corbaccio pubblica da sempre storie favolose, come La grande avventura di Stefano Ardito – il racconto fresco di stampa Filippo De Filippi il «grande sconosciuto» della storia dell’esplorazione italiana e del suo straordinario viaggio in Asia nel 1913 – oggi si uniscono anche l’ottima casa editrice Nutrimenti, la collana “Frontiere” di Einaudi (con le edizioni di Robert MacFarlane, Richard Mabey e molti altri) e la neonata serie “Wild”di Fabbri. Esce in questi giorni L’ultima spedizione (Nutrimenti) di Robert F. Scott, il diario del famoso esploratore e della sua avventura al Polo Sud nel 1913, un libro notevole.

La frontiera invisibile (Fabbri, 2014), scritto dallo skyrunner Kilian Jornet, ha un sottotitolo che la dice tutta: “Sull’Himalaya. In inverno. Senza corde. Bisogna correre o morire”. Sempre da Fabbri è uscito di recente Lasciateli giocare con gli orsi (Fabbri, 2014) di Peter B. Hoffmeister, una guida originale per insegnare ai genitori come far vivere i bambini nelle natura selvaggia. Una vicenda non tanto conosciuta in Italia ma dotata di una certa freschezza narrativa benché scritto parecchi anni fa è Indian Creek. 
Un inverno da solo sulle Montagne Rocciose di Pete Fromm (Keller, 2013), la storia di giovane studente svogliato che riceve la proposta di trascorrere sette mesi da solo per proteggere la schiusa di 2 milioni di uova di salmone.

La casa editrice EDT pubblica, per la prima volta in Italia, le opere di Roger Deakin, ecologista e documentarista, autore di vari libri tra cui Nel cuore della foresta. Un viaggio attraverso gli alberi e Diario d’acqua, dove si racconta il suo viaggio a nuoto attraversato la Gran Bretagna, con indosso una muta fatta confezionare apposta per le acque più gelate.

Infine il piccolo editore Gingko compie una vera e propria operazione “natura selvaggia” ripubblicando da una parte classici come Disobbedienza civile di Thoreau, Al polo nord di Emilio Salgari o Sud di Ernest Shackleton, e dall’altra titoli nuovi come PolarDream di Helen Thayer, best seller in Usa nel 2002 o Il silenzio dell’acqua di Mirna Fornasier: due viaggi in solitaria tra i ghiacci, compiuti da due donne. Per i ragazzi, e non solo, è appena uscito un libro illustrato da disegni strepitosi, L’incredibile viaggio di Shackleton di William Grill (ISBN Edizioni), il racconto della mitica spedizione dell’Endurance: 28 uomini e 69 cani alla conquista del PoloSud.

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Un’altra Galassia https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/#respond Fri, 18 May 2012 09:00:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7919 Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un'altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

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Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un’altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

•  Ore 18,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Michela Murgia. Interviene Rossella Milone

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta Spiritica. Michele Mari Carlo Emilio Gadda ed Emilio Salgari

Sabato 19 maggio 2012

•  Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Giorgio Fontana. Interviene Pier Luigi Razzano

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Edoardo Albinati. Interviene Massimiliano Virgilio

•  Ore 18,30 (Sala Capitolare di San Lorenzo Maggiore) Reading di Patrizia Cavalli su musiche di Diana Tejera

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta spiritica. Walter Siti evoca Pier Paolo Pasolini

•  Ore 22,30 (Refettorio di San Paolo Maggiore) Concerto di Tarall&Wine

Domenica 20 maggio 2012

• Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Walter Siti. Interviene Valeria Parrella

• Ore 16,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Reading di Diego De Silva.

• Ore 18,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Domenico Starnone. Interviene Piero Sorrentino

UNDER 18

LibLab

18/19  maggio 2012-04-12

•  Ore  16,00-19,00 (Antico refettorio di San Paolo Maggiore)

20 maggio 2012

• Ore 11,30-13-30 (Napoli Sotterranea)

A seguire

‘La metamorfosi della Sirena-rinascita di Partenope’, spettacolo di marionette a cura della compagnia Vecchia Selvaggia del Cerillo

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Emilio Salgari tra resistenza e nostalgia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/#comments Mon, 07 Nov 2011 08:48:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5600 di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa.

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di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa. Il primo riproduceva un fregio che Salgari aveva disegnato sul frontespizio di un suo quaderno. In alto un veliero, un mappamondo e un cannocchiale, tra i fulmini e la luce di un astro; in basso un’ancora, e in mezzo la scritta “Poesie” e il suo nome, in bella calligrafia. Il giorno che lo ricopiai, sostituendo la mia firma alla sua, iniziai anch’io ad avere un quaderno su cui scrivere. Fu un piccolo atto decisivo e iniziatico. Quei due libri li collocai poi sulla mensola delle cose a cui tenevo di più, accanto a un album di figurine del Risorgimento che non ho mai terminato.

Soltanto ora mi accorgo del legame che c’era tra quell’album e il mio cofanetto. Curiosamente, il mancato romanzo risorgimentale, quello che doveva fissare per sempre l’eroismo, e la dedizione ingenua a una causa, e l’ansia di giustizia e di riscatto, è questo giornalista veronese con la passione della scherma, degli aerostati e del velocipede a scriverlo. Un romanziere d’appendice che aveva più o meno la stessa età del Regno (era nato nel 1862) e millantava di avere solcato tutti i mari e di tenere in tasca un brevetto di capitano di gran cabotaggio.
L’altro romanzo, quello della disillusione e del tradimento degli ideali, saranno per lo più i siciliani a comporlo ma come un’opera collettiva, passandosi il testimone di una riflessione comune che può riassumersi mettendo in fila, uno dopo l’altro, i malavoglia, i Viceré di De Roberto, i vecchi e i giovani di Pirandello, il Gattopardo di Tomasi, il quarantotto di Sciascia, l’ignoto marinaio di Consolo e le menzogne della notte di Bufalino.
Salgari, il disincanto di come erano andate le cose lo aveva incarnato sulla sua pelle, e ne era stato stritolato. Dopo un primo quasi tragicomico tentativo di suicidio, crollò definitivamente quando restò solo, con i quattro figli. La moglie è affetta da psicosi. Lui non ha i soldi per una clinica e nel 1911 è costretto a ricoverarla nel Manicomio pubblico, dove la registrano tra i poveri. È “ormai un vinto”, come scrive ai figli, un uomo senza onore. “Spezza la penna” tagliandosi con un rasoio il ventre e la gola in un bosco fuori Torino, a 50 anni esatti dall’Unità d’Italia, la sola morte eroica che gli era rimasta. Fu la sua estrema rivolta contro chi si era arricchito con il suo lavoro, gli editori sanguisuga per i quali scriveva “a tutto vapore”, non meno di tre pagine al giorno, e che lo avevano abbandonato in uno stato di “semi-miseria” e di autentica disperazione. Un finale feroce e maledetto che si ripercosse sulla sua famiglia e sui figli in una catena inesorabile di infelicità (due altri suicidi, un incidente, la tubercolosi, la follia…).
Ma Salgari la tragedia l’aveva già alle spalle, che è come averla sempre davanti: una madre morta di meningite poco più che quarantenne (quando comunque lui aveva 25 anni) e poco dopo un padre suicida. Era cresciuto in una cascina di Negrar, un comune della provincia di Verona che suonava già come un nome inventato. L’intreccio tra la sua indole sognatrice e un vissuto così doloroso modificò la direzione delle sue storie, le inasprì, diede loro una risonanza inaspettata, e si può essere sicuri che Sandokan e il Corsaro Nero non avrebbero avuto una diffusione così universale se a generarli non ci fosse stato questo desiderio di rivincita che Salgari, nel chiuso della sua stanza, invocava per primo per sé stesso e che sosteneva per intero la sua fatica. Il suo Risorgimento, la sua rivoluzione, quella che doveva portarlo a un’esistenza migliore, Salgari li perse, come in gran parte li perse l’Italia. Ma si batté fino all’ultimo respiro. Ogni nuovo libro divenne una sfida mortale: lo scriveva con la sensazione di giocarsi sempre il tutto per tutto, con la consapevolezza di poter soccombere, una volta o l’altra.
In lui straripava lo stesso slancio giovanile che solo i diaristi o i cronisti dell’epopea garibaldina avevano provato a raccontare, un avanzo di tutta quella stagione di sconsiderata intrepidezza di cui doveva essere così imbevuto. Idealismi troppo languidi e ingenui, forse, per metterci le mani. Salgari lo fece con la rabbia di un adolescente che è arrivato tardi a una festa, e ci è rimasto male. Si sente come un rimpianto, il dispiacere di chi ha sprecato malamente la sua giovinezza. Solo pochi anni prima se ne sarebbe stato lì, sullo scoglio di Quarto o sulle barricate di Palermo, con una camicia rossa indosso, a morire per la Repubblica Romana o in una qualunque spedizione, oppure sul ponte di una nave, attraversando gli oceani e i continenti, e invece gli tocca in sorte una vita così mediocre da vivere, e piena di problemi, una vita che ci vuole una forza enorme per sublimarla…
Lo schema narrativo che usò per restituire nella finzione tutta la Storia a cui non aveva fatto in tempo a partecipare è di una semplicità quasi disarmante, niente di più che una decalcomania infantile. Me ne accorsi accostando un giorno per caso il mio album di figurine ai due volumi annotati. Le illustrazioni combaciavano, potevo sovrapporle. Sandokan aveva il viso e le mani da marinaio di Garibaldi: marinaio come lui, i capelli erano gli stessi, lo stesso il dono e il culto del coraggio; la mappa di Mompracem corrispondeva a quella di Caprera, l’isola del buen retiro; Yanez poteva essere Nino Bixio (che andò a morire di colera proprio nell’arcipelago malese, a Sumatra) o anche André Aguyar o István Türr o qualsiasi altro dei luogotenenti del Generale; i tigrotti, naturalmente i Mille; Marianna, la Perla di Labuan, che muore tra le braccia di Sandokan, ricalcava senza ombra di dubbio Anita nelle valli di Comacchio; l’Inghilterra colonialista sostituiva l’impero austro-ungarico, lo straniero oppressore, e sir Brooke il maresciallo Radetzky.
Salgari prese tutta la valigia dei sentimenti popolari che avevano agitato fino a pochi anni prima la nostra penisola e la rovesciò su una carta geografica presa in prestito. È lui il più grande cantore in maschera del Risorgimento. Non fece mai mistero, del resto, di avere modellato su Garibaldi il suo più famoso protagonista. Tutta la sua opera è e una celebrazione dell’eroismo disinteressato di chi aveva combattuto, un tributo alle dissennate imprese mazziniane, al sacrificio di Pisacane, alla chiamata a raccolta a Roma di tutti i ribelli del mondo, nel quarantanove, come accadrà solo nella guerra civile spagnola, un secolo dopo. Eroismi troppo presto repressi e disinnescati dai politici e dai diplomatici, ibernati per sempre nella retorica e nell’agiografia dei manuali o abbandonati all’oblio. Sentimenti buoni solo per un romanzo, che solo in un romanzo potevano continuare a pulsare. Così, mentre l’Italia si muoveva verso Adua, Salgari conduceva solitariamente la sua polemica anticolonialista e antimperialista.

Quando iniziano a uscire, a puntate, Le tigri di Mompracem è il 1883, la stessa data in cui si rilega Pinocchio. I due libri segnano una comune linea anti-don Abbondio. Entrambi inneggiano al coraggio e alla disobbedienza, e rappresentano l’orgoglio di un’altra possibilità, di un altro modo d’essere, una sovversione piratesca della vigliaccheria nazionale e delle altre ingloriose tradizioni di una stirpe di imboscati e di furbi. Sono passati poco più di vent’anni dall’Unità, e anche questo è un intervallo tipicamente italiano. Da noi, la riflessione sulla Storia arriva sempre un poco in ritardo, e spesso mascherata o trasposta; in alcuni casi non arriva mai, o si scopre molto dopo (è un’eccezione la Resistenza di Fenoglio e di Calvino). Come mi ha scritto un amico costretto a emigrare in questo nuovo secolo di spartenze e di uomini desterradi, l’Italia è un paese dov’è impossibile riflettere davvero, prendere coscienza di ciò che si è. Qui l’epica si traduce quasi sempre nella nostalgia di un’occasione perduta.
Salgari è intriso di nostalgia. Ha ancora addosso il gilet del giovane Werther come l’ultimo dei romantici. Per lui, ogni amore è un amore impossibile, e la sigaretta di Yanez dà sempre l’idea di essere l’ultima. Non a caso ama Dumas il mago, Dumas il biografo di Garibaldi e dei Mille, lo scrittore affascinato dall’azione, e non Verne lo scienziato. Ama naturalmente l’Opera e il Melodramma, che molto più del romanzo avevano intercettato i sentimenti risorgimentali (Verdi è una bandiera come nessun scrittore riuscirà ad essere). Sostanzialmente, il generoso mitomane che vive in un modesto appartamento torinese è un visionario, un irregolare, mai accettato dall’ambiente letterario, uno scrittore senza patente, fuori dalle università, un istintivo anarchico e cortese, antiaccademico, antiborghese, antideamicisiano, in definitiva un ingenuo bohémien che viene depredato dalla società e dai suoi meccanismi. È necessario per lui trovare una via di fuga, ma che sia clamorosa, iperbolica ed esagerata come sarebbe il suo carattere se non fosse frenato dalle condizioni. E la via di fuga che inventa è spettacolare: un altro continente, un’altra umanità con cui inscenare i suoi sentimenti. Pagina dopo pagina, un giorno dietro l’altro, Salgari ripopola il mondo di corsari, spadaccini, esploratori, di essenze d’oppio, e frutti tropicali, cibi malesi, “armonium di ebano con la tastiera sfregiata”: tutta la nomenclatura di un universo parallelo.

In realtà, quella dell’esotismo, per Salgari, è una pista sbagliata. In lui l’India non è mai India, e lo stesso discorso vale per la Siberia o per i ghiacci del Polo o per i Caraibi del Corsaro Nero o per l’America del Far-West dei suoi racconti minori. La geografia di Salgari è una geografia trasfigurata. Si può avvicinare allo scenario dei romanzi d’avventura che leggeva Don Chisciotte, alle quinte dell’Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, ai fondali dell’Aida o della gazza ladra, al ciclo carolingio dei pupi siciliani. I suoi luoghi sono sempre luoghi immaginati: come tutti sanno, Salgari non li ha mai visitati di persona se non sulle enciclopedie della biblioteca che raggiungeva in tramvia. Il grado delle sue opere è esclusivamente “letterario”. Le sue pagine nascono da altre pagine, sono reportage da altri libri, non da altre terre.
Salgari è un tipo di scrittore puro: la sua fantasia si mette in moto solo attraverso l’incontro con le parole, ma devono essere parole strane, inconsuete, misteriose, parole in corsivo, parole in un’altra lingua. Tutte le sue storie non nascono che da suoni, come le filastrocche. Da un kriss, da un babirussa, dalla voce del ramsinga… i suoi personaggi più compiuti devono forzatamente avere nomi stranieri, altrimenti non prenderebbero mai vita: Tremal-Naik, Kammamuri, Sandokan e il più seducente di tutti: Yanez de Gomera. Particolarmente vicina alla sensibilità moderna, poi, la sua capacità di impastare la vita con la fantasia e di usare soggetti realmente esistiti come James Brooke per i suoi “romanzi con personaggi veri”. Parafrasando Vittorini, si può dire che il Borneo di Salgari “è solo per avventura” Borneo, solo perché il nome Borneo “gli suona meglio del nome Persia o Venezuela”. Contrariamente alle apparenze, Salgari resta uno scrittore profondamente italiano, che parla dell’Italia. Ha solo bisogno di un altro modo di chiamare le cose per riuscire a dirle. Occupa lo stesso posto di un narratore orale in un paese del Sud, di un cuntista con le sue tavole, e la spada di legno, le sue leggende. Ma è comprensibile da tutti che se avesse ambientato i misteri della jungla nera negli Appennini, la saga non avrebbe funzionato. In qualche modo, Salgari fugge dall’Italia come fugge dalla sua vita, la nasconde anche a sé stesso, le muta il nome. Ma è da lì che parte, ed è lì che rincasa.

Stranamente, nelle sue carte geografiche, il Sud America non assume lo stesso peso fantastico dell’Asia, nonostante sia stata la seconda terra di Garibaldi. Eppure proprio in Sudamerica Salgari viene letto e amato forse più che nel resto del mondo. I suoi libri sono sempre nella bisaccia di Ernesto Guevara e negli armadi di molti zii anarchici o rivoluzionari (in un racconto di Paco Ignacio Taibo II, i tigrotti sbarcano a Città del Messico e partecipano agli scontri del Sessantotto; ed è lo stesso Paco Ignacio a scrivere il seguito del ciclo indo-malese). Per tutti loro, messicani, cileni, peruviani, argentini, Salgari è principalmente la rabia, la rabbia, e poi l’avventura, la vendetta, l’amore, e infine la fatica e la disperazione, tutta quanta la vita, a dispetto dei critici letterari che non lo hanno mai amato e dei suoi detrattori.
Ma solo sotto il sole dell’Oriente, al riparo della sua luce che confonde tutte le cose, l’avventura di Salgari si unisce a un discorso più vasto sul destino, ai presagi, ai rischi mortali e alle guarigioni miracolose, alle delusioni storiche, ai drammi già vissuti e a quelli ancora da vivere. L’ombra dell’Asia di Salgari si allunga fino agli indovini di Terzani e al suo ultimo giro di giostra. Perché se in Sudamerica era stato il Che a raccogliere l’eredità salgariana nella pratica della lotta politica e della guerriglia nella foresta, nel nostro emisfero sarà Tiziano Terzani a indossare la giacca bianca del viaggiatore che Salgari aveva soltanto immaginato di essere.
Oggi, rovesciate le tradizionali geografie letterarie e la nozione stessa di esotismo, a cento anni dalla sua tragica fine, mi piace pensare a un Salgari indiano intento a scrivere con furia dell’Italia, divenuto il paese più pittoresco del mondo, e a mostrarci una piccola isola del Mediterraneo dove una banda di pirati libertari continua a condurre la sua resistenza corsara al dominio dei maharajà e dei James Brooke che avvelenano la nostra terra e ci tengono in ostaggio…

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La perla di Labuan. A duello con Salgari https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perla-di-labuan-a-duello-con-salgari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perla-di-labuan-a-duello-con-salgari/#comments Fri, 27 May 2011 10:03:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4424 Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale.

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Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini.

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale. All’individualismo borghese viene offerta, in un clima etico e ideologico che è quello post-unitario dell’Italia fra i due secoli, una poetica avventurosa, elementare ma efficace. Purtroppo Salgari è così ossessionato dai suoi fantasmi che finirà per assumerne le sembianze.
Non si può non considerare l’uomo, la sua semplice storia triste, quasi pirandelliana: la moglie in manicomio, il padre morto suicida, e lui stesso che, oppresso dalla nevrastenia e terrorizzato dal diventare cieco, muore suicida. “A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Non sarebbe così sconvolgente il biglietto del suicidio se non perché per ogni bambino “sanguinaria” è l’immaginazione – che circonda scimitarre, kriss, arrembaggi, i pirati della Tortuga e i tigrotti a Mompracem –, ma non certo la realtà.
Non è il gesto estremo di un narciso patologico delle lettere, ma la conclusione dolorosa di un’esistenza tragicomica, che calza a pennello con il gigantismo in-sostenibile dei suoi personaggi, in particolare dei protagonisti. Un uomo disorientato, foriero di bugie sulla data di nascita e su viaggi mai fatti, che sfida a duello un collega giornalista che mette in dubbio il suo titolo di capitano, ma anche consigliere per anni della Società di Ginnastica e di Scherma Bentegodi di Verona, commerciante sfortunato di bicicli, soprannominato dai suoi amici e colleghi “tigre della magnesia”… Tra le due oscillazioni, quella del dinamismo e quella dell’inettitudine si uccide schiacciato dalla seconda, in miseria e sfortunato. Nella realtà cittadino di due città (Verona e Torino), con la fantasia un cosmopolita apolide.
Non è una responsabilità dei ragazzi di oggi aver interrotto la tradizione, ormai novecentesca, di leggere Salgari, e sarebbe di grande attualità confrontarsi con il suo concreto esempio di un disadattamento letterario e biografico. Le condizioni in cui si trova la società contemporanea sono stravolte: per capire il tramonto di Salgari, la sua distanza da un immaginario pensato per il presente e anche la progressiva perdita di terreno in tutte le altre sfide, è utile prendere coscienza che, quando un tessera del mosaico viene sostituita, quel cambiamento è irreversibile: niente sarà più come prima. Riflettere su Salgari significa ripensare a quel gruppo di fortunati autori che sono riusciti davvero ad essere nazionalpopolari. Certo il popolo è scomparso ed è rimasta la società dei consumi, ma le avventure del Corsaro nero e delle Tigri della Malesia hanno presidiato le camere dei ragazzi con continuità almeno fino agli anni ottanta.
Lo stravolgimento successivo preparato con dovizia dal mondo televisivo si è palesato con tutto il suo potere deformante e ha spazzato via, dal panorama delle letture condivise da alcune generazioni, Salgari insieme a molti altri.
Kabir Bedi non è più l’icona esotica che ha rappresentato Sandokan nell’omonima serie televisiva italiana, ma un bolso personaggio decadente che fa coppia con l’ombra del Totò Schillaci nazionale alla seconda edizione dell’Isola dei Famosi: la realtà supera la fantasia, ma quel che è peggio con la parodia. Ecco che si palesa così il talento dei comunicatori di professione: si pesca dagli anni settanta, ottanta e novanta (se lor signori si son fatti logorare affari loro, certo non è un sacrilegio) e si ributtano in acqua organismi mutati e inquinanti.
Per fortuna per i lettori di Salgari le versioni televisive non sono che l’occasione di poter fare un tuffo nella memoria più o meno recente, nelle intermittenze del cuore evocate dai ricordi della propria infanzia. Salgari è destinato, per le sue stesse scelte e per il suo stile poco raffinato, non solo a non essere consacrato, ma ad essere sempre sull’orlo del declassamento: il lasciarsi trascinare nella stesura di torrenziali corpo a corpo e l’indagine solo epidermica della psicologia dei personaggi lo condannano al limbo, sul confine della letteratura.
Salgari non è un eversivo – forzatura del saccheggio postumo della critica fascista – casomai il contrario: Salgari educa a una dimensione collettiva, ci spera. I racconti dall’isola di Mompracem, nelle cloache indiane oppure della Tortuga sono narrazioni preziose di una fratellanza diversa sia da quella militare che da quella religiosa. Sceglie di esaltare i sentimenti primari, lascia ad altri il salto della complessità formale e poetica, ma il sostegno alla grammatica elementare dei rapporti umani, non è certo dannoso. Un autore così tanto letto dai ragazzi italiani per tutto il novecento si pone naturalmente al centro delle controversie critiche: la propaganda fascista lo tira per la giacchetta, lui è incapace di resistere perché defunto una decina di anni prima (dura il tempo del ventennio), mentre Franco Fortini nel 1946 sul “Politecnico” si concentra su un aspetto legittimo quanto controverso: cosa rimane ai giovani alla fine della lettura di Salgari? “Ma Salgari non fu un ‘caso’, fu un ‘sintomo’. È stata una delle nostre ‘ambizioni sbagliate’. Non era, la sua fantasmagoria, un avvio alla realtà, alla storia; come lo erano, per gli americani e per gli inglesi, i suoi equivalenti anglosassoni. Era una fuga: quando il nostro ragazzo chiudeva distratto l’ultimo dei suoi venti o trenta volumi e si accorgeva di non esser più ragazzo, il mondo intorno a lui non aveva nessun rapporto con quello degli scotennatori, della Crociera delle Tonante, o della Figlia dei Faraoni”.
Una considerazione da affiancare all’articolo sul “Politecnico” è la sintesi di Bruno Traversetti nella sua Introduzione a Salgari per Laterza, quando lo descrive come uno scrittore con tutte le credenziali per essere considerato nazionalpopolare (vista l’immensa fortuna di pubblico), senza che questo basti a renderlo un autore “nazionale” e “popolare” come sosteneva Gramsci. Si avvalora così la tesi che vede nel nostro paese “l’assenza di una tradizione unitaria e coesiva, di una produzione, cioè, in grado di sollecitare l’emotività e l’interesse di tutte le classi sociali intorno a grandi temi comuni” tranne nell’unico
genere nazionalpopolare italiano, quel melodramma (che in Salgari risuona) che ha “elaborato in vivi fantasmi dell’immaginario le inclinazioni emotive di tutti gli strati sociali”.
Fortini chiede al presente ai suoi coetanei di reagire, andando oltre Salgari, quando non ancora trentenne ricorda, guardando al futuro, che “la gioventù italiana andava avanti, come ha fatto fin ora, costretta a dir di no al proprio passato, a gettar via per dimenticarli, uno dopo l’altro, i suoi anni”.
Quello che rimane dell’opera di Salgari è l’energia, probabilmente la forza della disperazione, dei tigrotti di Mompracem e dei corsari della Tortuga che afferrano il lettore nel pieno dell’infanzia e che sembrano dileguarsi con il crescere, per riprensentarsi come cellule dormienti alla resa dei conti con il proprio immaginario, con il rapporto che ognuno si costruisce con il pericolo e il mistero: ingredienti dell’avventura.
Il terreno dell’avventura è stato colonizzato a più riprese e reso inservibile, addirittura innocuo: ripartire da Salgari può essere un’occasione per capire cosa ci serve e cosa buttare. Ogni pagina un colpo uno sparo una scimitarra e un kriss, ogni capitolo un arrembaggio e qualche sorsata di aguardiente: Salgari non sostiene la suspense, ma l’atmosfera è comunque satura di mistero. La sua cifra poetica è proprio l’avventura come formazione è l’immediatezza disarmante con cui si è spinti a entrare nella dimensione del pericolo correndo lungo le pagine. Il lettore non può che trangugiare, deve succedere tutto anche a discapito della narrazione, anzi della letteratura, e forse non può essere altrimenti. Il bambino che legge ha la percezione che la sfida è continua, ma soprattutto non rimandabile a domani. E se si pensa a quanto – nell’infanzia e nell’adolescenza – è importante più di ogni cosa il presente e non il passato e
neppure il futuro, allora si capisce come Salgari abbia catturato la fantasia di tantissimi ragazzi. Amici adulti, o parenti, né letterati né intellettuali, ma persone semplici e perbene, a un certo punto hanno messo sul comodino i romanzi di Salgari e poi vedendo gli occhi accendersi hanno continuato con le dosi; così più o meno tutti hanno fatto, così diverse generazioni hanno letto.
Paco Ignacio Taibo II ha appena pubblicato un pastichedal taglio smaccatamente postmoderno Ritornano le tigri della Malesia (più antimperialistiche che mai). E certi recuperi appaiono fuori tempo massimo, ma portano con sé un dato importante: l’orizzonte delle avventure di Sandokan ha ispirato l’infanzia anche oltre oceano. Il modo è quello degli archetipi dei romanzi: “il codice etico dei tre moschettieri, l’atteggiamento impavido di Robin Hood e l’antimperialismo di Sandokan”. La minestra è riscaldata, si avverte addirittura uno scompenso quando si arriva alla lettera recapitata a Yanez de Gomera niente di meno che da Friedrich Engels (!). L’affettuoso ricordo che probabilmente Taibo II aveva di Yanez è stato ruminato dall’intellettualismo slow food: esattamente agli antipodi di quella insoddisfatta tensione iperproduttiva di Salgari, l’urgenza è uno di quei criteri indispensabili per smascherare il kitsch, per riconoscere la credibilità.
Di tutt’altro impasto Otto scrittori, il commovente e geometrico racconto Michele Mari inserito nella sua raccolta Tu, sanguinosa infanzia (2009): il narratore vede Conrad, Defoe, London, Melville, Allan Poe, Salgari, Stevenson, Verne come un unico immenso scrittore, ma immergendosi in un humus fatto di memoria e parole inizia a definire meglio chi è lo scrittore più autentico “del mare e delle sue tremende avventure”. Si deve tacere la fine del racconto, ma non il come vi si arriva e, dunque il terzo a doversi allontanare è proprio Salgari: “Lo persi con tutta la mia infanzia, e fu tale la tristezza che in segno di rispetto vietai al mio cervello di enumerare gli elementi di impurità che potevano giustificare quella scelta. Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassero i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. […] E dietro di loro comparve un altro gruppo di persone, e con un brivido riconobbi Sandokan, la Tigre della Malesia; e Yanez de Gomera, il portoghese; e Kammamuri e Tremal–Naik; e il Conte di Ventimiglia detto il Corsaro Nero; e Wan Guld, il fiammingo; e una delegazione di filibustieri della Tortuga; e a una voce dissero: noi andiamo con lui, e io lo pensai in quel bosco alle porte di Torino, tutto solo con un rasoio in mano, e l’universo non mi sembrò mai così orrendo”.
Sembrerà impossibile ma negli anni cinquanta insegnanti e genitori erano pieni di sacra indignazione contro le opere di Emilio Salgari: responsabile a detta loro di bocciature e fomentatore di progetti strampalati. Il libro che leggono i bambini non ha infiniti obiettivi, c’è da sperare che sia immerso – a fronte dell’inettitudine conclamata della scena pubblica, inattiva e inattendibile – in un immaginario, che non indulga ai sedativi, ma che anzi sia un po’ combattivo.

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