Enrico Giammarco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-giammarco/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Mar 2016 11:17:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Enrico Giammarco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-giammarco/ 32 32 Vinyl, un indulgente Mad Men del rock https://minimaetmoralia.it/televisione/vinyl-un-indulgente-mad-men-del-rock/ https://minimaetmoralia.it/televisione/vinyl-un-indulgente-mad-men-del-rock/#comments Thu, 17 Mar 2016 14:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30304 di Enrico Giammarco

Alzi la mano chi non ha sognato, almeno una volta, di vivere negli anni Settanta. Non gli anni di piombo, ma i musicali seventies venati di rock, quelli da dove hanno preso il via tutti i generi, quelli delle grandi band e dei miti intramontabili che ancora oggi, Triste Mietitrice permettendo, si prodigano in tour mondiali, reunion e ristampe digitali dei loro capolavori.

La scena musicale di New York, i locali mitici, le etichette indipendenti. Chi ama la musica in una certa maniera (che non è quella delle playlist di Spotify) non può non rimpiangere un'epoca dov'era il contenuto a prevalere sulla piattaforma, dove la musica era figlia di un genuino processo di composizione e non di qualche algoritmo, dove ci s'inventava ancora qualcosa senza riciclare il riciclato, e dove gli artisti duravano più di una stagione.

L'articolo Vinyl, un indulgente Mad Men del rock proviene da Minima et Moralia.

]]>
Vinyl

di Enrico Giammarco

Alzi la mano chi non ha sognato, almeno una volta, di vivere negli anni Settanta. Non gli anni di piombo, ma i musicali seventies venati di rock, quelli da dove hanno preso il via tutti i generi, quelli delle grandi band e dei miti intramontabili che ancora oggi, Triste Mietitrice permettendo, si prodigano in tour mondiali, reunion e ristampe digitali dei loro capolavori.

La scena musicale di New York, i locali mitici, le etichette indipendenti. Chi ama la musica in una certa maniera (che non è quella delle playlist di Spotify) non può non rimpiangere un’epoca dov’era il contenuto a prevalere sulla piattaforma, dove la musica era figlia di un genuino processo di composizione e non di qualche algoritmo, dove ci s’inventava ancora qualcosa senza riciclare il riciclato, e dove gli artisti duravano più di una stagione. Quelle persone esistono, sappiatelo, non c’è soltanto il sottoscritto che a fine mese va a vedersi i Television in concerto (e sì, suoneranno ancora Marquee Moon, come quarant’anni fa).

È quello il tipo di pubblico a cui si rivolge Vinyl, il nuovo serial della HBO che da alcune settimane sta mandando in onda i dieci episodi della prima stagione. Chiamateli nostalgici, considerateli come degli eterni fascinati dal mito o persino dei passatisti ma non pensiate che si tratti (solo) di vecchi pensionati che rivivono con qualche lacrimuccia la loro gioventù. La nostalgia è uno dei primari fenomeni culturali di quest’epoca, si rivolge anche a un pubblico giovane, che negli anni Settanta non era neanche nato, e che.

Il plot principale di Vinyl ruota intorno all’American Century, una fittizia etichetta indipendente fondata da Richie Finestra (Bobby Cannavale) e dai suoi tre soci, che ha avuto momenti di gloria ma che non se la sta passando tanto bene, tanto da essere in trattativa per una salvifica cessione alla Polygram.

Gli indizi disseminati nel lungo episodio pilot e nelle puntate andate finora in onda ci fanno capire come il proposito della serie sia quello di raccontarci il rinnovamento musicale avvenuto all’interno del decennio, passando dal tramonto del progressive e degli stilemi più classici del rock fino ad arrivare alla nascita del punk, della new wave e, perché no, dell’hip-hop. Una specie di insight dell’industria discografica statunitense condito da subplot narrativi classici: intrighi, tradimenti, il dramma, il sangue.

L’approccio da retrospettiva storica si fa notare nelle innumerevoli citazioni sparse all’interno dello show. Dal crollo del Mercer Arts Center, che diventa momento centrale e svolta esistenziale del protagonista, passando per Alice Cooper e la sua scelta di abbandonare la band diventando solista, tutto è così verosimile da sembrare documentaristico. O meglio, tutto è quel che ci aspettiamo da un racconto dell’epoca, eccessi e follie inclusi. Nel passaggio tra mitizzazione e cliché si nota quel che manca a Vinyl: un po’ di sana autocritica.

Il limite di questo show sembra risalire proprio alla formazione del team di autori e produttori. Abbiamo Mick Jagger, ovvero la più grande icona vivente del rock mondiale, uno che ha tutto l’interesse nel creare un prodotto celebrativo dell’epopea musicale, magari inserendo anche il figlio nel cast (è il cantante dei Nasty Bits, la band proto-punk che attira l’attenzione di Richie). Poi abbiamo Martin Scorsese, che ha anche diretto (alla grande) il pilot, infarcendolo però di tutti i luoghi comuni del cinema scorsesiano: italo-americani ovunque, mafia, cocaina e, perché no, pure un omicidio. Infine, abbiamo Terence Winter, colui che ha dato inizio all’epoca d’oro delle serie TV creando I Soprano.

La presenza di Winter mi offre lo spunto per notare come Vinyl rientri appieno nel solco di tutti quegli show che hanno un protagonista bianco di mezza età con tanti scheletri nell’armadio e sull’eterno punto di sprofondare. Oltre a I Soprano, pensate a Breaking Bad, House of Cards e Mad Men. Ormai sembra proprio impossibile realizzare una serie TV di successo senza avere un anti-eroe al posto di comando, qualcuno che ti convinca a empatizzare con lui pur compiendo azioni spregevoli.

Le analogie tra Vinyl e Mad Men, poi, sono tante, e saltano tutte agli occhi. Oltre al protagonista, troviamo la moglie Devon (una splendida Olivia Wilde in versione hippie) che mostra da subito le crepe famigliari che hanno compromesso l’unione tra Don e Betty Draper, la giovane Jamie Vine, una segretaria che smania per diventare agente (qualcuno ha detto Peggy Olson?), oppure Zak Yankovich (un Ray Romano con una pettinatura che lo fa assomigliare a Ricky Memphis), il socio di Richie asservito dai capricci di moglie e figlia (qualcuno ha detto Roger Sterling?).

Oltre che ai personaggi, i richiami a Mad Men risiedono nella scrittura e in quel modo di raccontare un mondo (la pubblicità o l’industria discografica, nel caso) con l’occhio attento al particolare e uno stile fotografico seducente. Il problema è che Vinyl, almeno finora, sembra mancare di quel tono critico dell’epoca e di certi costumi (il maschilismo su tutti) che in Mad Men era presente, tra le righe e non. Sembra esserne una versione compiaciuta di chi ti vorrebbe dire “Sì, erano dei pazzi scriteriati, però era figo!”. È  la stessa ottica di chi guarda in maniera nostalgica e consolatoria al passato sfogliando un libro di foto-ricordo, filtrato dai momenti difficili e dagli errori, pieno invece di avvenimenti e ricorrenze felici.

Per questo motivo, se si va oltre alla colonna sonora (ovviamente stellare), alle “ospitate” da fan-service (attori che interpretano, in maniera più o meno riuscita, Led Zeppelin, Andy Warhol o Alice Cooper), se si da quasi per scontato l’alto livello di recitazione, regia e fotografia, si rischia di rimanere delusi da Vinyl. Ma abbiamo ancora metà stagione per ricrederci.

L'articolo Vinyl, un indulgente Mad Men del rock proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/vinyl-un-indulgente-mad-men-del-rock/feed/ 3
L’insostenibile ipocrisia borghese secondo Giorgio Bassani https://minimaetmoralia.it/letteratura/linsostenibile-ipocrisia-borghese-secondo-giorgio-bassani/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/linsostenibile-ipocrisia-borghese-secondo-giorgio-bassani/#respond Fri, 04 Mar 2016 06:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30182 Cento anni fa nasceva Giorgio Bassani: lo ricordiamo con un pezzo che muove da Gli occhiali d'oro, romanzo breve apparso per la prima volta nel 1960. (Nella foto, Nicola Farron e Philippe Noiret nel film diretto da Giuliano Montaldo nel 1987.)

di Enrico Giammarco

Non c'è nulla più dell'onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l'interesse indiscreto delle piccole società perbene.

Athos Fadigati è un perfetto borghese. Uno di quelli che conoscono il mondo, le sue regole e come farsi apprezzare dai propri pari. Questo medico di origini venete si ritrova in una Ferrara fascista per svolgere la professione di otorinolaringoiatra e lo fa con successo, imponendo i propri metodi moderni in un ambiente piccolo e provinciale, dove la novità viene accolta con curiosità e interesse.

L'articolo L’insostenibile ipocrisia borghese secondo Giorgio Bassani proviene da Minima et Moralia.

]]>
noiret

Cento anni fa nasceva Giorgio Bassani: lo ricordiamo con un pezzo che muove da Gli occhiali d’oro, romanzo breve apparso per la prima volta nel 1960. (Nella foto, Nicola Farron e Philippe Noiret nel film diretto da Giuliano Montaldo nel 1987.)

di Enrico Giammarco

Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società perbene.

Athos Fadigati è un perfetto borghese. Uno di quelli che conoscono il mondo, le sue regole e come farsi apprezzare dai propri pari. Questo medico di origini venete si ritrova in una Ferrara fascista per svolgere la professione di otorinolaringoiatra e lo fa con successo, imponendo i propri metodi moderni in un ambiente piccolo e provinciale, dove la novità viene accolta con curiosità e interesse.

Non siamo cambiati poi molto, quasi un secolo dopo. Integriamo mode e costumi provenienti dall’Estero, ma lo facciamo “all’italiana”, che il più delle volte significa aggiungendovi una buona dose d’ipocrisia. Tagliando quelli che per noi sono gli aspetti più estremi, facendo finta di niente, voltando il capo dall’altra parte, ignorando una realtà che esiste da tempo ma che per noi non è accettabile. Non ci siamo comportati così, nel recente dibattito per le unioni civili omosessuali? Pur sapendo di dibattere sulla vita di persone reali, molti dei nostri rappresentanti politici si sono ipocritamente battuti per lo stralcio di alcuni aspetti della legge, a cominciare da quella stepchild adoption che tanto è stata deformata dall’opinione pubblica, negando che venga già applicata de facto sul suolo italico.

«Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d’altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell’uomo c’è molto della bestia, eppure può, l’uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»

Rileggere Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani, a distanza di tanti anni, può condurci sul pericoloso sentiero della postuma assoluzione, o quantomeno della comprensione. “Figuriamoci, a quei tempi…cosa t’aspettavi?” non coglie una fenomenologia della società borghese sulla quale l’autore vuole istruirci, e che esula dalle epoche e dalle motivazioni del momento. Athos Fadigati ha una vita professionale pubblica specchiata, e il difetto di voler celare la propria vita privata.

Finché è relativamente giovane, quasi nessuno ci fa caso, anzi. Tutti lo considerano un bohemienne, e lo immaginano frequentare postriboli come ci si attende da uno scapolo di trent’anni. Andare con le prostitute è tacitamente accettabile. Si può fare, se si ha l’accortezza di non farne menzione davanti alle donne della società ferrarese, come la temuta signora Lavezzoli, personaggio-simbolo del perbenismo e dell’ipocrisia in cui si muovono i diversi caratteri del romanzo.

Il problema nasce quando Fadigati supera gli “anta”. La curiosità diviene morbosa, in un’epoca in cui anche gli scapoloni più impenitenti, arrivati a una certa età, mettono su famiglia, almeno per salvare le apparenze. È così che iniziano a spargersi le voci, dapprima delle sole insinuazioni, poi suffragate dai fatti. Lo stimato dottor Athos Fadigati è “uno di quelli”.

«Che cosa dovrei fare?», lo interruppi con impeto. «Accettare di essere quello che sono? O meglio adattarmi ad essere quello che gli altri vogliono che io sia?»

Da perfetto borghese quale egli è, Fadigati conosce il delicato confine tra una voce e uno scandalo, che corrisponde anche alla sottile ma effettiva differenza tra la tolleranza di facciata e l’emarginazione pubblica. Le voci possono limitarsi alle fastidiose frecciatine della signora Lavezzoli, mentre lo scandalo porta alla preclusione, silenziosa ma inappellabile.

Nonostante tutte le precauzioni, lo scandalo esplode. Il medico mostra il fianco, la debolezza d’animo, innamorandosi di un giovane studente universitario, tale Eraldo Deliliers, conosciuto negli spostamenti ferroviari tra Ferrara e Bologna. Si tratta di uno scapestrato che seduce un uomo più anziano per ricavarne vantaggi economici, e che non esita a fargli scenate pubbliche e a mollarlo per andare con le donne.

È scandalo, e nei salotti-bene non si parla d’altro. La condanna arriva puntuale, per Fadigati. Gli viene tolto l’incarico ambulatoriale all’ospedale, nessuno frequenta più il suo studio privato. Il medico adotta il regime della muta rassegnazione, sfogandosi solo con l’amico narratore, ma mai mettendo in dubbio la liceità delle tacite accuse. Lui sente di essere sbagliato, e l’unico dilemma è quello interno, tra il dare retta agli impulsi naturali o attenersi al ben pensare. Un dilemma che trova uno sfogo fisiologicamente drammatico e definitivo.

«Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?»

Gli occhiali d’oro non riguarda soltanto l’emarginazione omosessuale, pur rompendo molti tabù in tal senso. Bassani si impegna in un discorso più ampio, un vero e proprio atto d’accusa contro l’insipienza borghese che si esplicita nell’assenza totale di inclinazioni ideologiche che non ricadano nell’esclusiva difesa dello status quo e della propria rendita di posizione. La voce narrante, un figlio di una famiglia ebrea medio-borghese, assapora sulla propria pelle il peso dell’emarginazione sociale quando in Italia inizia la campagna, dapprima mediatica, poi politica, che sfocerà nella promulgazione delle leggi razziali.

Il paradosso è che anche lì a Ferrara la maggior parte degli ebrei sono fascisti della prima ora, gente che ha fondato la sede del partito nel 1919, persone che, come il padre del protagonista, sono rimasti spiazzati dall’alleanza di Mussolini con Hitler. E anche se molti dei non-ebrei non sono intimamente d’accordo con questa derivazione antisemita, nessuno alza un dito. Quando non c’è da difendere i propri privilegi, i borghesi non si muovono. Dopo la Grande Guerra c’era il pericolo del socialismo, e il Duce apparve come un baluardo inatteso da sostenere compatti.

La disperazione del padre del protagonista, quindi, è tutta lì, priva di un orgoglio identitario o di spirito liberale. E’ il dilemma ben poco aulico di chi si è sempre assicurato di essere dalla parte della maggioranza, dei più forti, e che a un certo punto è stato buttato fuori e lasciato nella minoranza. Egli è un fascista che fa finta di non vedere se il fascismo se la prende con altre minoranze, anche con gli omosessuali come il dottor Fadigati, che inizialmente rispetta ma da cui prende le distanze nel momento dello scandalo. Egli è però anche un ebreo. E come si può (far finta di) non essere ebrei?

L'articolo L’insostenibile ipocrisia borghese secondo Giorgio Bassani proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/linsostenibile-ipocrisia-borghese-secondo-giorgio-bassani/feed/ 0
L’identità liquida di Paul Auster https://minimaetmoralia.it/letteratura/lidentita-liquida-di-paul-auster/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lidentita-liquida-di-paul-auster/#comments Wed, 03 Feb 2016 16:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29834 di Enrico Giammarco

Pensi a Paul Auster e ti viene subito in mente New York. È un riflesso condiviso, comune a tanti appassionati delle opere dello scrittore statunitense, non il solo della sua generazione ad avere raccontato la Grande Mela con appassionata continuità, forse l'unico ad averla rappresentata come un non-luogo, una città di vetro raccoglitrice di un'anonima umanità. Privata di caratterizzazione e di molti riferimenti toponomastici, potrebbe essere una metropoli qualsiasi, che si sottopone alle medesime regole di convivenza e reciproca ignoranza.

L'articolo L’identità liquida di Paul Auster proviene da Minima et Moralia.

]]>
11auster

Oggi è il compleanno di Paul Auster, nato a Newark il 3 febbraio 1947: lo omaggiamo con questo articolo che ripercorre la sua Trilogia di New York (l’immagine è tratta dall’adattamento a fumetti della Città di vetro, realizzato da David Mazzucchelli).

di Enrico Giammarco

In una grande città ci si può perdere o sparire. Si può anche cambiare identità e vivere una vita nuova.

(Patrick Modiano, discorso di accettazione del premio Nobel, 2014)

Pensi a Paul Auster e ti viene subito in mente New York. È un riflesso condiviso, comune a tanti appassionati delle opere dello scrittore statunitense, non il solo della sua generazione ad avere raccontato la Grande Mela con appassionata continuità, forse l’unico ad averla rappresentata come un non-luogo, una città di vetro raccoglitrice di un’anonima umanità. Privata di caratterizzazione e di molti riferimenti toponomastici, potrebbe essere una  metropoli qualsiasi, che si sottopone alle medesime regole di convivenza e reciproca ignoranza.

Prendendo in considerazione la sua opera più conosciuta, la celebre Trilogia di New York, appare evidente come le tre (o più) storie non siano altro che un corollario della città, che continua ad esistere a prescindere di tutto. New York è la stella polare attorno alla quale i suoi abitanti si muovono, e ne interpretano il ruolo che è stato assegnato loro dal destino. Le relazioni sono orchestrate dai ruoli, più che dall’effettiva conoscenza. Ne Il racconto di Natale di Auggie Wren (dal quale è stato poi tratto il film Smoke con Harvey Keitel), Auggie e lo scrittore Paul Benjamin non si conoscono, ma quel rapporto tra tabaccaio e cliente che hanno li porta a condividere dei ricordi e delle riflessioni assai personali.

Basta guardare qualcuno in faccia un po’ di più, per avere la sensazione alla fine di guardarti in uno specchio. (Paul Auster, Mr Vertigo)

Se la centralità di New York non è mai in discussione, i romanzi di Auster presentano il tema ricorrente della ricerca dell’identità, intesa come un’entità indefinibile perché in continua mutazione. Nessuna certezza è incrollabile, se basta un piccolo cambiamento per dimenticare il passato e abbracciare un nuovo percorso, una nuova vita. I personaggi di Auster si muovono sovente all’interno di detective stories perché le loro stesse esistenze sono un mistero, nulla è quel che sembra, in alcun momento, e scoprire la verità diviene lo scopo di tutto, perché nient’altro è assurdo quanto la vita stessa.

Nulla è reale fuorché il caso (Paul Auster, Città di Vetro)

In Città di vetro il protagonista Daniel Quinn ha smesso di esistere dopo l’incidente che gli ha tolto moglie e figlio. Era un poeta, ma ora firma romanzi polizieschi sotto lo pseudonimo William Wilson (omaggio a Poe). Nasconde la sua identità dietro un falso nome, e dietro il fittizio personaggio dell’investigatore Max Work, ma in realtà egli È William Wilson, egli È Max Work. Non avrebbe motivi per essere nessun altro. Il caso, nei termini di uno scambio telefonico di persona, lo catapulta nei panni di un fantomatico detective privato chiamato Paul Auster (sì, proprio lui) alle prese con un pedinamento. Eccola, la nuova vita. Non esiste nessun investigatore con quel nome sull’elenco, e Quinn perde ogni remora.

È lui Paul Auster. Dimentica la sua abitazione, il suo lavoro di giallista ignoto, accetta l’incarico di seguire Peter Stillman (padre) per proteggere Peter Stillman (figlio). Il nome è ben più che un’etichetta, all’interno di questo romanzo. È l’identità. Cambiare nome significa cambiarla. Fino alla prossima casualità.

Ora Gray si faceva chiamare Green, ma Blue lo riconobbe perché da tre mesi portava con se una foto dell’uomo, e ne conosceva il volto a memoria. Si rivelò un caso di amnesia. Blue riportò Gray dalla moglie, e sebbene lui non la riconoscesse e ripetesse di chiamarsi Green, la trovò attraente e di lì a pochi giorni le chiese di sposarlo. Così la signora Gray divenne la signora Green, risposandosi con lo stesso uomo, e anche se Gray non ricordò mai il suo passato, questo non gli impedì di vivere bene nel presente. (Paul Auster, Fantasmi)

Fantasmi è un romanzo breve dove l’identità è ancor più effimera, in un lungo gioco di ruoli e colori tra i tre personaggi principali, ovvero Blue, Black e White. Chi è veramente l’investigatore, chi il committente, chi il pedinato? Il messaggio di Auster è chiaro: ogni individualità tenta di determinare il proprio ruolo in società, ma nessuno può sentirsi certo di se stesso, tantomeno di una propria unicità. Il problema insorge quando perdiamo i riferimenti: a Blue crea meno disagio mettersi il passato alle spalle, dimenticarlo, piuttosto che  scoprire che il ruolo che credeva di avere non è tale, in uno scacchiere più ampio. Ed è nella verità, che si sente perduto e disperato.

Ero nato per stare con Sophie, e sentivo che grazie a lei tutto cambiava in meglio. Strano che a farci incontrare fosse stato proprio Fanshawe. Se non fosse stato per la sua scomparsa, non sarebbe accaduto nulla. (Paul Auster, La stanza chiusa)

La chiusura della Trilogia è affidata a un romanzo solo in apparenza più classico. Mentre in Città di Vetro e Fantasmi il “non detto” è superfluo e importante allo stesso tempo, in La Stanza Chiusa il passato comune è fondamentale e occupa gran parte del racconto. Viene utilizzato dal protagonista per trovare la chiave per aprire quella porta, per capire i motivi della scomparsa dell’amico d’infanzia Fanshawe. Egli non si capacita del gesto, finché non entra nella sua vita. Sposa la moglie, adotta il figlio, riesce a far pubblicare tutta la sua opera. In un certo senso lui si è sostituito a Fanshawe, il compagno di giochi tanto amato, ammirato e in un certo senso invidiato da bambino, si è appropriato del ruolo e lo ha portato avanti. Non è casuale che non abbia nome, dopo una vita passata nell’anonimato, all’ombra dell’amico. Per molti lui è Fanshawe sotto celate spoglie, arrivando perfino a sospettare che egli sia l’autore dei suoi romanzi.

La Stanza chiusa è il completamento del discorso di Auster sull’identità. Se in Città di Vetro aveva dipinto il caso come artefice massimo, se in Fantasmi ne aveva paventato la complessiva relatività agli occhi dell’individuo, nell’ultimo romanzo della trilogia egli perfeziona e formalizza la possibilità dell’abbandono. Si può accettare (e pianificare) di non essere più qualcuno? La risposta è affermativa, e i motivi non sono poi così importanti, spesso ci adattiamo anche solo per conformismo, senza porci alcun problema.

L'articolo L’identità liquida di Paul Auster proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/lidentita-liquida-di-paul-auster/feed/ 1
Master of None, dove vanno i trentenni (?) https://minimaetmoralia.it/televisione/master-of-none/ https://minimaetmoralia.it/televisione/master-of-none/#comments Sun, 17 Jan 2016 09:29:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29657 di Enrico Giammarco

L'arrivo di Netflix in Italia ha portato alla ribalta un buon numero di prodotti altrimenti destinati a un'immeritata nicchia di incalliti fan dei sottotitoli amatoriali. Mentre i critici hanno sottolineato la scarsezza del catalogo iniziale, ho preferito concentrarmi su quanto già disponibile e non vincolato da alcune esclusive già siglate in precedenza per il Bel Paese (House of Cards, su tutte).

È stato così che ho scoperto Master of None, prodotto indigeno del colosso dello streaming. Chissà che fine avrebbe fatto, affidato alle grinfie della televisione, generalista o pay-per-view che essa sia. Basta ricordare cosa accadde, ai tempi, alla serie cult anni '90 Seinfeld, o quanto sta succedendo all'acclamatissimo show Louie. Il primo ha vivacchiato per decenni nel sottobosco di orari improponibili di TMC, il secondo è stato spostato da Fox a Fox Comedy, come dire “ti trasmetto, ma non ti vedrà nessuno”.

L'articolo Master of None, dove vanno i trentenni (?) proviene da Minima et Moralia.

]]>
Master-of-None

di Enrico Giammarco

L’arrivo di Netflix in Italia ha portato alla ribalta un buon numero di prodotti altrimenti destinati a un’immeritata nicchia di incalliti fan dei sottotitoli amatoriali. Mentre i critici hanno sottolineato la scarsezza del catalogo iniziale, ho preferito concentrarmi su quanto già disponibile e non vincolato da alcune esclusive già siglate in precedenza per il Bel Paese (House of Cards, su tutte).

È stato così che ho scoperto Master of None, prodotto indigeno del colosso dello streaming. Chissà che fine avrebbe fatto, affidato alle grinfie della televisione, generalista o pay-per-view che essa sia. Basta ricordare cosa accadde, ai tempi, alla serie cult anni ’90 Seinfeld, o quanto sta succedendo all’acclamatissimo show Louie. Il primo ha vivacchiato per decenni nel sottobosco di orari improponibili di TMC, il secondo è stato spostato da Fox a Fox Comedy, come dire “ti trasmetto, ma non ti vedrà nessuno”.

Non ho citato a caso Seinfeld e Louie. La serie creata e interpretata da Aziz Ansari eredita più di uno spunto dai due predecessori. L’autore/protagonista affonda le radici della carriera nella stand-up comedy, proprio come Jerry Seinfeld e Louis C.K.

Master of None è costruito sulla quotidianità, sull’osservazione di tic e comportamenti delle persone, su macro-tematiche che riguardano tutti o per le quali tutti abbiamo sviluppato un’opinione o un’esperienza. Observational humour, lo chiamano, è la cifra stilistica dei comici stand-up e il trait d’union che un po’ tutti hanno sottolineato nel recensire questa nuova serie TV.

Eppure Master of None è molto più che una versione aggiornata di Seinfeld, o di un Louie declinato per gli young adult. Se la natura autobiografica delle vicende offre lo spunto per una miriade di sketch situazionali, è l’evoluzione del protagonista, in questi dieci episodi della prima stagione, a farmi pensare, aldilà della prima impressione, che questo prodotto proponga qualcosa di diverso.

Sia Seinfeld che Louie hanno sublimato a vette d’eccellenza l’assenza di storyline che avessero impatti importanti sulla vita dei personaggi principali. Dopo nove stagioni, i quattro amici Jerry, Elaine, George e Kramer si ritrovano allo stesso punto di partenza, letteralmente. Addirittura, in Louie ci sono delle incongruenze palesi tra un episodio e l’altro, personaggi e attori che cambiano, tutto in barba a una continuity che non esiste.

Dev Shah, attore commerciale di origine indiana, cresce assieme ai suoi dubbi, di puntata in puntata. È un esponente tipico di quella generazione dei millennials (i nati dopo il 1980) che è stata raccontata e parodiata in show come The Big Bang Theory o Girls, ma che sinora non è mai stata sviscerata nel punto di passaggio verso una maturità tanto ritardata da ragioni socio-economiche oggettive quanto rifuggita da paure e titubanze soggettive.

Le tematiche che Dev affronta nella vita di tutti i giorni (avere un figlio, il rapporto con i genitori e con gli anziani, il tradimento, i cliché razziali) non appaiono mai assolute agli occhi dello spettatore, ma costantemente filtrate dal suo essere un figlio di immigrati che desidera emergere in una professione precaria come la recitazione. In questo senso Master of None offre uno spettro di immedesimazione più ristretto, meno universale, in Seinfeld si descrivevano i trentenni negli Anni Novanta, degli adulti fatti e finiti, al punto che le loro evoluzioni professionali o relazionali facevano da sfondo silente ai temi degli sketch (persino la morte di Susan Ross, promessa sposa di George, non lascia alcun segno visibile, in stretto rispetto della filosofia “No hugging, no learning”).

Dev avverte sulla proprio pelle il gap generazionale, e in questo non è affatto aiutato dai suoi amici, che sembrano vivere molto a loro agio la fase di eterna adolescenza che è stata cucita loro addosso. C’è Arnold, grande e grosso omone bianco dai comportamenti bambineschi; c’è Denise, lesbica afro-americana dai modi bruschi e schietti e dalle imprese sessuali leggendarie; infine c’è Brian, figlio di immigrati cinesi, eterno entusiasta, la rappresentazione sullo schermo del co-ideatore della serie, Alan Yang. Una gang di quattro persone, proprio come in Seinfeld, solo che qui il rapporto è tutt’altro che paritario.

Se Jerry condivideva la luce dei riflettori con i tre compari, che avevano a loro volta caratteri approfonditi, manie, fobie e tormentoni, gli amici di Dev sono dei comprimari divertenti ma che non ne condividono i dubbi esistenziali, anzi cercano ogni volta di calmierarli proponendo la propria verità in tasca. Loro non hanno mai incertezze, come potrebbero averne senza porsi neanche la domanda? O forse, semplicemente, hanno già trovato o accettato la propria dimensione nel mondo.

La ricerca di se stesso, per Dev, passa anche dalla ricerca di una partner e dalla direzione intrapresa dalla loro relazione. L’iniziale incontro con Rachel è fortuito e occasionale, come spesso accade in un’epoca di rapporti usa-e-getta, e non lascia presagire nulla d’importante, la svolta avviene durante la seconda metà della stagione. Il sesto episodio, intitolato Nashville, è quello dove Dev e Rachel hanno il loro “primo appuntamento” (sono già stati a letto, ma non conta), e che ridefinisce, nel comportamento dei due, un concetto che forse avrete già sentito: i trent’anni sono i nuovi venti. I due si trovano alla perfezione quando si tratta di amoreggiare, scherzare, farsi battute anche cameratesche. Le tensioni nascono quando devono affrontare i problemi legati alla convivenza, alla lontananza e, soprattutto, al futuro.

È lei la donna della mia vita? Sto seguendo la strada giusta? Le domande di Dev sono le domande di molti, se non tutti, i coetanei che da anni rimandano le scelte importanti, presi da mille interessi, da una curiosità che li porta a provare le tante opzioni possibili senza dominarne una (da cui il titolo). Perché procrastinare ed evitare è quanto riesce meglio a questa generazione. E allora meglio rinviare ogni decisione. Almeno fino alla seconda stagione.

L'articolo Master of None, dove vanno i trentenni (?) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/master-of-none/feed/ 6
Roma invisibile https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-invisibile/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-invisibile/#comments Sat, 19 Sep 2015 15:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28495 Le parti in corsivo del pezzo che segue sono tratte da Le città invisibili, il romanzo di Italo Calvino pubblicato nel 1972.

di Enrico Giammarco

La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata, si può ripensare con nostalgia a quella che era.

Sono nato sul finire degli Anni Settanta, quando la Roma del Dopoguerra si era già sovrapposta al nucleo storico dei rioni, dando vita a tanti nuovi quartieri. Periferia, la chiamavano, fatta di palazzi tutti uguali, alti e serrati come fila di un esercito, e di casupole sparpagliate e policromatiche, figlie dell’abusivismo. Di lì a poco, verso la metà degli Anni Ottanta, saranno stati tutti condonati, con la promessa di non costruirne più. La mia Roma, quella con cui sono cresciuto e che si è fissata nel mio immaginario, era chiusa dentro il GRA, non unitaria ma identitaria nell’espandersi a chiazze, tante isole intervallate dal verde e dalle strade consolari. Se non abitavi al Centro, abitavi in periferia, ma comunque vivevi a Roma. Potevi essere tra i privilegiati di Prati o Parioli, oppure asserragliato nei grattacieli popolari dell’Ater, ma avevi comunque l’anima capitolina.

L'articolo Roma invisibile proviene da Minima et Moralia.

]]>
alto roma

(fonte immagine)

Le parti in corsivo del pezzo che segue sono tratte da Le città invisibili, il romanzo di Italo Calvino pubblicato nel 1972.

di Enrico Giammarco

La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata, si può ripensare con nostalgia a quella che era.

Sono nato sul finire degli Anni Settanta, quando la Roma del Dopoguerra si era già sovrapposta al nucleo storico dei rioni, dando vita a tanti nuovi quartieri. Periferia, la chiamavano, fatta di palazzi tutti uguali, alti e serrati come fila di un esercito, e di casupole sparpagliate e policromatiche, figlie dell’abusivismo. Di lì a poco, verso la metà degli Anni Ottanta, saranno stati tutti condonati, con la promessa di non costruirne più. La mia Roma, quella con cui sono cresciuto e che si è fissata nel mio immaginario, era chiusa dentro il GRA, non unitaria ma identitaria nell’espandersi a chiazze, tante isole intervallate dal verde e dalle strade consolari. Se non abitavi al Centro, abitavi in periferia, ma comunque vivevi a Roma. Potevi essere tra i privilegiati di Prati o Parioli, oppure asserragliato nei grattacieli popolari dell’Ater, ma avevi comunque l’anima capitolina.

Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovar posto sia la grande Fedora di pietra, sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.

Anche la mia Roma era già considerata fonte di disagio, congestionata dal traffico, dallo smog e dal caos organizzativo. Lo dimentichiamo perché ci piace glorificare il passato per criticare il presente. La soluzione di moda dell’epoca era andare a “vivere fuori”, che significava traslocare fuori dal Grande Raccordo Anulare. Diventare pendolari, consapevoli. Tempi di spostamento non immediati, ma campagna, aria pulita e tranquillità. Le case costavano anche meno. Quelli che facevano la scelta ti guardavano con la supponenza di chi ci aveva visto lungo. Presto o tardi andranno a vivere tutti fuori, dicevano, Roma si svuoterà di persone e rimarrà solo il traffico, anche se non si sa bene di chi.

Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno.

Negli Anni Zero venne anche il nostro momento di lavorare, con tante tribolazioni e poco denaro. Chi era più fortunato otteneva l’ormai raro contratto a tempo indeterminato e cercava una casa da acquistare. In Italia funziona così, chi può si compra un appartamento, anche chi non può, a volte. Solo che i nostri stipendi non erano più quelli dei nostri genitori, e i prezzi delle case non erano più quelli degli anni Ottanta. Roma ci aveva cresciuti, amati, e come figli rinnegati ci aveva cacciati dal suo abbraccio.

Reprobi, siamo stati costretti a trovare un’altra città che ci desse un tetto. Fu in quel periodo che gli amici iniziarono a parlarmi dei cantieri che andavano a visitare, in località lontane, intersecati tra i litorale, i Castelli, Tivoli e Monterotondo. Promettevano “centri residenziali secondo i più elevati standard abitativi”, erano accessibili perché si compravano sulla carta, e ciascuno aveva un enorme centro commerciale di riferimento, una specie di cordone ombelicale con l’urbanità perduta, perché questi complessi abitativi nascevano tutti in località che chiunque sinora aveva considerato come aperta campagna, sebbene fossero tutti “a due passi dal Centro di Roma”. Quale Roma? Quella era un’altra città, anche se il nome era lo stesso. Era la Roma di Fuori.

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

Non ho mai amato la Roma di Fuori, non è mai stata la mia città. L’ho abbandonata presto, come un errore di percorso che finisce nel dimenticatoio, solo che io ricordo ancora tutto. I bilocali con le stanze piccolissime, i terrazzi abitabili con il gabbiotto per lavatrice e caldaia, i box auto per fare il cambio di stagione. Il grigio metallico delle balaustre, la cortina rossiccia, i colori pastello, l’ocra che domina l’orizzonte, spalmato sui villini a schiera collegati da strade sterrate che nessuno curerà.

Sono tra i pochi a essere tornato indietro, a ritrovare l’abbraccio della Roma che ho conosciuto da bambino, e che forse riempie soltanto i miei occhi. Non esco mai dal raccordo, non frequento più l’altra città. Nessuno si reca nella Roma di Fuori, se non per dormire o per fare la spesa al centro commerciale. Capita anche a me, di rado, ed eccomi di nuovo a Ponte di Nona, Bufalotta, Parco Leonardo. Nei centri commerciali, in questi non-luoghi, s’incrociano persone di ogni città, di ogni quartiere, indistinguibili l’uno dall’altro. A volte incontro i miei amici, ci salutiamo, parliamo qualche istante, “che ci fai qui?”, come se fossi all’estero, ognuno resta della sua opinione, oppure si tiene la propria scelta obbligata.

Questa città che non si cancella dalla mente è come un’armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare: nomi di uomini illustri, virtù, numeri, classificazioni vegetali e minerali, date di battaglie, costellazioni, parti del discorso. Tra ogni nozione e ogni punto dell’itinerario potrà stabilire un nesso d’affinità o di contrasto che serva da richiamo istantaneo alla memoria.

Qualche volta penso a tutte le giovani coppie che sono andate a vivere nella Roma di Fuori, che hanno avuto figli, bambini e ragazzi cresciuti lì e che non hanno mai conosciuto la mia Roma. Per loro il Pigneto e Testaccio saranno Centro, oppure non saranno nulla, perché non ci andranno mai, passando le loro serate in qualche sala giochi con annesso fast food, con annesso il cinema. La nostra Roma vivrà solo nei racconti di quelli come me, come una città sempre più invisibile, mentre nuove ne nasceranno con il tempo, sempre “a due passi dal Centro”.

Tutto il resto della città è invisibile. Fillide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto, la via più breve per raggiungere la tenda di quel mercante evitando lo sportello di quel creditore. I tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro, sepolto e cancellato: se tra due portici uno continua a sembrarti più gaio è perché è quello in cui passava trent’anni fa una ragazza dalle larghe maniche ricamate, oppure è solo perché riceve la luce a una cert’ora come quel portico, che non ricordi più dov’era.

L'articolo Roma invisibile proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-invisibile/feed/ 4
Richard Yates e il secolo del lavoro stupido https://minimaetmoralia.it/letteratura/richard-yates-e-il-secolo-del-lavoro-stupido/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/richard-yates-e-il-secolo-del-lavoro-stupido/#comments Sat, 25 Apr 2015 16:54:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26279 (Nella foto: Leonardo Di Caprio in una scena del film Revolutionary Road di Sam Mendes)

di Enrico Giammarco

“È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.”

Frank Wheeler è un giovane promettente e talentuoso nell’America postbellica, cui la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale non ha tolto o aggiunto nulla. Egli non ha alcuna idea di cosa fare nella vita, l’unica certezza è che dovrà essere qualcosa di grande. Tutte le persone attorno a lui ne sono convinte, ammaliate dalla brillantezza di spirito che questo figlio della middle class emana.

L'articolo Richard Yates e il secolo del lavoro stupido proviene da Minima et Moralia.

]]>
rr-leo-dw_1241652i

(Nella foto: Leonardo Di Caprio in una scena del film Revolutionary Road di Sam Mendes)

di Enrico Giammarco

“È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.”

Frank Wheeler è un giovane promettente e talentuoso nell’America postbellica, cui la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale non ha tolto o aggiunto nulla. Egli non ha alcuna idea di cosa fare nella vita, l’unica certezza è che dovrà essere qualcosa di grande. Tutte le persone attorno a lui ne sono convinte, ammaliate dalla brillantezza di spirito che questo figlio della middle class emana.

Anche nell’Italia del Novecento è esistita una classe media, quella formata dalla generazione dei babyboomer, i nativi dello Stivale repubblicano, coloro che non hanno vissuto le durezze del fascismo e della guerra, ma che sono state travolte dall’esplosione consumista degli anni Sessanta, coccolate dal benessere, instrumentate dalle regole di un sistema che a fronte di un conformista “casa-lavoro-chiesa”, garantiva appartamento e auto di proprietà, e un mese di vacanze al mare.

Frank Wheeler si professa orgogliosamente anti-conformista, a parole. Nei fatti finisce a lavorare nella stessa azienda del padre, che produce calcolatori elettronici. Frank sposa April, che rimane presto incinta. I due vanno a vivere a Revolutionary Hill, un comprensorio immerso nel verde tra i sobborghi di New York, habitat naturale per le famiglie salariate degli anni Cinquanta. Tutti i giorni Frank prende il treno e va in città a svolgere il suo lavoro stupido, quello che egli stesso definisce come “uno scherzo”. Compone messaggi per le filiali al dittafono, l’antenato delle email, è un impiegato-modello, nel senso che non prende alcuna iniziativa, lavora il meno possibile, brama la pausa pranzo, il treno del ritorno e il weekend, nella costante e sonnacchiosa attesa che venga il suo momento, quello di mostrare di essere speciale. Anche se non sa a far cosa.

La mia generazione attende da un decennio il suo momento. Siamo i figli dei babyboomer, siamo nati tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, abbiamo studiato almeno fino alla laurea, vivendo gli atenei nell’epoca del continuo aumento delle iscrizioni. I nostri genitori, classe media, erano quasi tutti diplomati, e per loro era importante che noi andassimo all’università, per il nostro avvenire, che doveva essere radioso e speciale. A differenza di Frank, che convince se stesso e la moglie April di essere differente da tutti i loro vicini di casa, noi siamo i giovani che alle cene di famiglia venivano dipinti come “quello che ha studiato e farà strada” e “quello che andrà all’estero e guadagnerà un sacco di soldi”. Non abbiamo avuto bisogno di convincere nessuno, non è stato necessario illuderci di un destino che era tutt’altro che scritto.

In Revolutionary Road, Richard Yates beffa il lettore proponendogli un protagonista brillante e intelligente che getta la sua maschera nel corso dei capitoli. Chiunque si avventuri tra le prime pagine di questo romanzo dimenticato non può fare a meno di tenere le parti di Frank e considerare April un’isterica irriconoscente. Tutto cambia dopo l’illusione del trasferimento a Parigi: Frank si era nascosto per anni dietro le gravidanze della moglie, implicita imputata della loro vita così conformista. Egli finge di appassionarsi alla proposta di April, ma il velo cade definitivamente quando al lavoro gli ventilano una promozione, e quando la donna resta di nuovo incinta. Frank ha un nuovo argomento per nascondersi. È ipocrita e mediocre, ma emerge brillante. È vigliacco, ma fa la figura del ragionevole.

“Perché forse ci vuole una certa dose di coraggio per rendersi conto del vuoto, ma ne occorre un bel po’ di più per scorgere la disperazione. E secondo me, una volta che si scorge la disperazione, non resta altro da fare che tagliare la corda. Se si può. beninteso.”

Anche per noi della Generazione X la maschera è caduta da un pezzo. Abbiamo studiato, ma di strada ne abbiamo fatta meno di quanto ci si attendeva, quella sufficiente ad uscire dalla casa dei nostri genitori per andare a vivere lì vicino, magari nella palazzina accanto. All’estero siamo andati per fare l’Erasmus oppure per qualche viaggio esotico di quelli che “ti cambiano la vita” anche se non lo fanno affatto, perché poi torni alla stessa identica quotidianità che avevi messo da parte per un paio di settimane.

Frank illude se stesso e April di voler ancora cambiare vita quando è il momento, di potersi trasferire a Parigi per inseguire i sogni che non riesce a concretizzare, il talento che non riesce a definire, perché non li ha. Anche noi vagheggiamo il cambiamento, minacciamo la velleità di andarcene via da questo Paese che ci ha cresciuti tra affabulazioni e aspettative, per poi abbandonarci davanti alla vita adulta. Da ventenni abbiamo sognato il bar sulla spiaggia caraibica, ora come trentenni siamo passati più concretamente ad anelare uno degli agriturismi toscani che frequentiamo durante i fine settimana. “Sarebbe bello lasciare tutto e trasferirci qui.” Bello immaginare, Frank e April vivono i momenti migliori del loro matrimonio soltanto immaginando il loro trasferimento a Parigi. Immaginare di essere qualcun altro, la cosa che riesce meglio a Frank Wheeler.

Mentre aspettiamo un momento che non arriverà mai, mentre i nostri sogni si ridimensionano al ritmo degli anni che passano e diventano solo argomento di chiacchiere con gli amici, ci ritroviamo ad affrontare, tutti i giorni, il nostro lavoro stupido. Ne hanno già scritto vari sociologi, e anche il buon Andrea Pomella. È stupido perché non è quello per cui abbiamo studiato, è stupido perché non ci piace, è stupido perché non lo capiamo, è stupido perché non sembra avere alcuna utilità sociale a parte occupare le nostre giornate. Lo disprezziamo perché ci dà da mangiare, e un po’ ci ricatta. Vorremmo non averlo accettato, ma abbiamo paura di pensare a cosa ne sarebbe di noi senza di esso. Lo disprezziamo ancor di più perché è lo stesso lavoro dei nostri genitori, quelli che non si erano laureati e secondo i quali avevamo un grande avvenire. E non sappiamo più se odiarli oppure essere dispiaciuti per loro.

Siamo come Frank Wheeler, siamo degli ipocriti dalle grandi potenzialità, convinti di essere destinati ad essere speciali, ma che amiamo rifugiarci dietro uno stipendio assicurato ed una comoda vita mediocre.

L'articolo Richard Yates e il secolo del lavoro stupido proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/richard-yates-e-il-secolo-del-lavoro-stupido/feed/ 5