Enrico Mentana Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-mentana/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 May 2013 09:05:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Enrico Mentana Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-mentana/ 32 32 Come facevamo a insultarci quando non c’era Twitter? https://minimaetmoralia.it/societa/insulti-twitter/ https://minimaetmoralia.it/societa/insulti-twitter/#comments Wed, 15 May 2013 09:05:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14362 M’insultano ergo sum. Dopo le minacce a Laura Boldrini e le offese ricevute da Enrico Mentana su Twitter, da giorni si celebrano in Italia i funerali della “civil conversazione”. Sul tema sono intervenuti tutti: prima chiedendo a Mentana di restare su Twitter, poi replicando alla sua lettera d’addio. Giù trasmissioni, corsivi e talk-show. Nell’epoca dell’ingiuria, e soprattutto della sua riproducibilità tecnica, l’insulto scritto sembra diventato la struttura segreta dei social network. Domanda: prima com’era? Risposta: uguale. Sono decenni che sul web prima ci si provoca, poi ci si oltraggia. Da una parte gli anonimi, dall’altra firme più o meno famose, con la zona grigia tra i due insiemi che è l’area più vasta. Qualcuno rischia addirittura di fare la figura del neofita ad accorgersi con ritardo del tipo di galateo usato nel web.

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M’insultano ergo sum. Dopo le minacce a Laura Boldrini e le offese ricevute da Enrico Mentana su Twitter, da giorni si celebrano in Italia i funerali della “civil conversazione”. Sul tema sono intervenuti tutti: prima chiedendo a Mentana di restare su Twitter, poi replicando alla sua lettera d’addio. Giù trasmissioni, corsivi e talk-show. Nell’epoca dell’ingiuria, e soprattutto della sua riproducibilità tecnica, l’insulto scritto sembra diventato la struttura segreta dei social network. Domanda: prima com’era? Risposta: uguale. Sono decenni che sul web prima ci si provoca, poi ci si oltraggia. Da una parte gli anonimi, dall’altra firme più o meno famose, con la zona grigia tra i due insiemi che è l’area più vasta. Qualcuno rischia addirittura di fare la figura del neofita ad accorgersi con ritardo del tipo di galateo usato nel web.

Domanda: sì ma prima del web com’era? Risposta: è una storia lunga, ma già Dante Alighieri, per dire di un poeta, in una celebre “tenzone”, accusò Forese Donati di essere impotente, mangione, violento, ladro, figlio di un padre ignoto. C’era già tutto insomma, e Forese, nei sonetti di risposta, gli dette subito dell’accattone, tanto per gradire. Ci si è sempre offesi, ogni epoca escogita un modo, una retorica e dei canali nuovi. Quello che oggi manca è forse un po’ di sano “virtuosismo dell’ingiuria”. Nel Cinquecento sembrava che stesse per venire giù il mondo: Pietro Aretino era quello che oggi si chiamerebbe un troll. Le sue lettere sono volgarissime, senza diritto di replica, e i suoi giudizi vengono sparati come pietre su obiettivi che sono i più disparati: letterati, prostitute, soldati.

Prima del web forse era peggio. Di solito si passava dagli insulti al duello, oggi per fermare un molestatore su Twitter basta bannarlo. Un tempo, uno dei due contendenti lanciava il guanto per terra e allora la sfida cominciava: quella vera. Lo sapeva bene Gabriele D’Annunzio che discusse aspramente dalle pagine dei giornali con Edoardo Scarfoglio (un altro giornalista, appunto) finché a un certo punto Scarfoglio non ritenne che l’oltraggio aveva superato una linea immaginaria tracciata dal suo onore e lo sfidò a duello. Il giornalista colpì il poeta e al terzo assalto lo ferì. Oggi sul web, in confronto, sono tutti dilettanti.

Gli insulti, si dirà, non piacciono a nessuno. Specialmente all’orgoglio. Ecco il vero convitato di pietra della discussione. Si sta su Twitter per tante ragioni ma mostrare la propria fama a suon di follower è forse la tentazione più grande. L’orgoglio si gonfia, il narcisismo si bea, all’io basta poco per essere gratificato, va benissimo, per esempio, una cascata di retweet. Ma con l’aumentare della fama aumentano le sferzate. Perché le offese? Anche questa non è proprio una novità. Le società funzionano così da sempre. Twitter ha palesato un desiderio collettivo latente che ha origini nella notte dei tempi: dacci oggi il nostro linciaggio quotidiano. Il processo che fece Pilato a Gesù non aveva molto senso: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò», dice Pilato. Ma la folla insiste: «Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso». C’è sempre una vittima, inevitabilmente innocente, perché da sempre il linciaggio è il vero collante di ogni comunità. Basta aprire un libro a caso di René Girard per sapere come funziona il gioco (al massacro).

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La nostalgia delle monetine https://minimaetmoralia.it/interventi/la-nostalgia-delle-monetine/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-nostalgia-delle-monetine/#comments Wed, 30 Nov 2011 09:47:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5822 Un paio di settimane fa, abbiamo tutti visto in diretta le immagini dei festeggiamenti in Piazza del Quirinale. Ora, al netto delle polemiche, l’aspetto più interessante è il riferimento unico di quelle scene, espresso praticamente in diretta.

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Questo articolo è uscito per «Artibrune»

Un paio di settimane fa, abbiamo tutti visto in diretta le immagini dei festeggiamenti in Piazza del Quirinale. Ora, al netto delle polemiche, l’aspetto più interessante è il riferimento unico di quelle scene, espresso praticamente in diretta.

Il modello riconosciuto per ciò che stava accadendo era la famosa serata dell’Hotel Raphael (30 aprile 1993), quella del lancio di monetine contro Bettino Craxi. Al netto delle inevitabili battutine con la crisi come sfondo (Enrico Mentana domenica sera: “rispetto a 18 anni fa le monete sono di meno”, ripreso immediatamente da Fiorello lunedì sera: “questa volta la gente le monetine, dopo averle lanciate, se le andava a riprendere!”), ciò che colpisce è l’automatismo immediato dell’associazione. Anche al di là dell’evidenza empirica. Vale a dire: basta una folla, un momento storico, un leader che cade et voilà!, sono la stessa cosa.
Questo gioco si svolge, come si è detto, sul terreno delle immagini. Non conta il fatto che le due atmosfere fossero (come non hanno mancato di notare gli osservatori più attenti, che tra l’altro erano lì) sostanzialmente diverse: tanto livida e livorosa la prima, quanto sfottente e chiaramente innocua la seconda. Le immagini servono da veicolo e da traino per la nostalgia; agganciano un’epoca all’altra, saltando a pié pari le trasformazioni storiche e le differenze macroscopiche.
Ciò è, chiaramente, in gran parte inevitabile. Come ha scritto Giorgio Agamben:
«La storia dell’umanità è sempre storia di fantasmi e di immagini, perché è nell’immaginazione che ha luogo la frattura fra l’individuale e l’impersonale, il molteplice e l’unico, il sensibile e l’intellegibile e, insieme, il compito della sua dialettica ricomposizione. Le immagini sono il resto, la traccia di quanto gli uomini che ci hanno preceduto hanno sperato e desiderato, temuto e rimosso. E poiché è nell’immaginazione che qualcosa come una storia è diventata possibile, è attraverso l’immaginazione che essa deve ogni volta nuovamente decidersi».
(in Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 56-57)

Quello che non è inevitabile, però, è affidarsi unicamente alla nostalgia come chiave di lettura dei fatti e delle mutazioni. Come agisce la nostalgia? Recide i collegamenti e i rapporti di causa-effetto tra gli eventi e tra le epoche. Il che vuol dire, per esempio, che non ci consente di vedere il presente come risultato – non inevitabile, tra l’altro – del passato. Uniformando al presente il passato, ne espelle gli elementi più disturbanti, quelli che non sono coerenti con l’oggi e che non si incastrano perfettamente con le condizioni attuali (cioè: quelli più interessanti, e potenzialmente fertili).
La nostalgia uniforma tutte le dimensioni temporali (passato-presente-futuro), in un’unica melassa che possiamo chiamare “presente perpetuo”, “eterno presente” o come vi pare. La sostanza, il messaggio trasmesso ad ogni livello è sempre lo stesso: “è stato e sarà sempre tutto uguale ad ora, ed è inutile che vi affanniate a trovare il modo di cambiare la realtà: è impossibile.”
Ora, che c’entrano le immagini con tutto ciò? È inutile ricordare che la nostalgia, oltre ad essere la piattaforma fondamentale su cui ha operato di fatto l’intera produzione culturale degli ultimi trent’anni, è anche il tic preferito della società italiana degli ultimi anni e decenni. Non è un caso che, quasi ogni giorno, e con foga crescente negli ultimi mesi, ci sia un politico che affermi: “non torneremo agli anni Settanta”, oppure “stanno per tornare gli anni Settanta” (fa lo stesso). La nostalgia pervade il linguaggio pubblico e privato, le forme e le espressioni artistiche (e qui lo sappiamo molto bene, altroché…), il look e gli show televisivi. E soprattutto, la nostalgia pervade le immagini prodotte e fruite, individualmente e collettivamente, privatamente e pubblicamente.

L’Italia è ossessionata dai suoi fantasmi, e dai fantasmi delle sue immagini.
Nostalgico è il modo di percepire il mondo. Anzi, il mondo troppo spesso pare essere andato avanti – nel bene e nel male – senza di noi, che rimanevamo placidamente inconsapevoli, rinchiusi nella prigione mentale della Penisola-casetta: un po’ come la famigliola di The Others, il film diretto nel 2001 da Alejandro Amenábar. Nostalgiche sono le griglie di interpretazione attraverso cui la stragrande maggioranza della nostra classe dirigente ‘legge’ (o fa finta di leggere) le trasformazioni della realtà. Persino l’ottantaseienne fresco Eroe della Patria e Nostro Salvatore Benedetto, Giorgio Napolitano, se n’è accorto di recente, dicendo qualcosa del genere: uno dei problemi principali dell’Italia è che troppi si comportano come se fosse il 1984.  Folgorante, no?
Perciò è così importante, proprio oggi che (forse) si sta affacciando una nuova epoca per il nostro Paese, alla cui difficile nascita e crescita noi che eravamo bambini o adolescenti nel 1993 dovremo contribuire – altrimenti è inutile poi lamentarsi e recriminare – tirare fuori dalla cultura visiva a cui siamo esposti ogni ora e ogni minuto le informazioni-chiave che essa contiene, anche e soprattutto al di là delle intenzioni che essa dichiara. Lì dove si annidano le connessioni, neanche tanto segrete, tra immagini e immaginario.
Tra l’altro, questo può essere un buon modo (uno dei tanti) per far uscire l’arte e lo sguardo sull’arte dal recinto in cui si sono chiusi, per scelta, circa una trentina di anni fa.

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