enrico terrinoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-terrinoni/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Jan 2021 12:13:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg enrico terrinoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enrico-terrinoni/ 32 32 L’Irlanda in lotta. Vita e scritti di Bobby Sands https://minimaetmoralia.it/libri/lirlanda-in-lotta-vita-e-scritti-di-bobby-sands/ https://minimaetmoralia.it/libri/lirlanda-in-lotta-vita-e-scritti-di-bobby-sands/#respond Tue, 05 Jan 2021 12:59:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47519 di Simone Bachechi

foto di Gérard Harlay ©

Tanto vale iniziare dall’esergo dei curatori Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni per parlare di Scritti dal carcere. Poesie e prose di Bobby Sands (Paginauno), esergo al volume che è la dedica a Giulio Giorello, il filosofo della scienza da poco scomparso, “insostituibile ispiratore e amico”, ci dicono i curatori, lo stesso Giorello che aveva già curato la prefazione al volume di Michelucci del 2017 edito da Odoya dal titolo Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese.

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di Simone Bachechi

foto di Gérard Harlay ©

Tanto vale iniziare dall’esergo dei curatori Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni per parlare di Scritti dal carcere. Poesie e prose di Bobby Sands (Paginauno), esergo al volume che è la dedica a Giulio Giorello, il filosofo della scienza da poco scomparso, “insostituibile ispiratore e amico”, ci dicono i curatori, lo stesso Giorello che aveva già curato la prefazione al volume di Michelucci del 2017 edito da Odoya dal titolo Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese.

In questa breve nota posta all’inizio del volume i curatori ricordano in Giorello un grande amante dell’Irlanda, in quanto lo stesso grande amante della libertà, e forse per poter parlare di questo paese non si può prescindere dal senso più profondo di questa parola, che chiunque si trovi a calpestare il suolo della terra smeraldo può respirare ovunque, anche banalmente trovandosi a Dublino nell’estate dello scorso anno, nel periodo in cui erano in corso a Hong Kong le manifestazioni contro il governo cinese e accorgersi che in tutti i bar, pub, ristoranti, gli schermi dei televisori fossero continuamente sintonizzati sulle notizie provenienti da quel lontano angolo di mondo dove, anche se con proporzioni e occorrenze diverse si combatteva per le stesse rivendicazioni che il popolo irlandese ha portato avanti per secoli, ben otto, un triste e significativo primato (forse assoluto) nell’intera storia dell’umanità di sudditanza e lotta di un popolo rispetto a un altro. Di questo, il volume sopracitato edito da Odoya nel 2017 di Michelucci, giornalista, saggista e traduttore, autore tra l’altro anche del volume biografico edito da Clichy dal titolo Bobby Sands, Un’utopia irlandese, ne dà ampio e dettagliato conto.

Il volume edito da Paginauno non è il primo a contenere i testi tradotti in italiano (anche se negli altri casi non la totalità) del militante dell’IRA morto in carcere il 5 maggio del 1981 a seguito di uno sciopero della fame iniziato sessantasei giorni prima insieme ad altri nove compagni di prigionia. Si tratta della traduzione completa di testi pubblicati originariamente a Cork nel 1998 e dei quali Gerry Adams, lo storico leader del Sinn Féin, fra i maggiori fautori dell’Accordo del Venerdì Santo di quello stesso anno, aveva già curato l’introduzione che è qui riproposta. Il primo volume da noi tradotto risale allo stesso anno della morte di Sands, da parte di Savelli, un breve testo curato da  Carlo Simonetti dal titolo Fino alla vittoria. Scritti e poesie dell’Irlanda in lotta. Seguirà nel 1996 per Feltrinelli Un giorno della mia vita. L’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta, curato da Silvia Calamati, una delle maggiori conoscitrici del conflitto nord-irlandese.

I due precedenti libri contenenti gli scritti del militante irlandese e usciti a distanza di quindici anni l’uno dall’altro si collocano in un arco temporale nel quale le ferite, i temi del conflitto, fra picchi, periodi di riflusso e (ahinoi) tentativi di revisione, non hanno permesso una presa di distanza dalla drammaticità di un periodo di lotta le cui ferite gli accordi del  1998 sono riusciti solo in parte a sanare, essendo venuto a mancare nel corso degli anni un riconoscimento da parte dei vari governi britannici circa le proprie responsabilità per gli orrori perpetrati ai danni del popolo irlandese, riconoscimento che porterebbe anche il Governo di Sua Maestà a dover fronteggiare dei cospicui risarcimenti, proprio come avvenuto a carico della Germania alla fine del secondo conflitto mondiale, verso un popolo che ha subito nel corso dei secoli, e non solo negli ultimi decenni di quello scorso, l’oppressione della Corona inglese: si può risalire a ritroso al 1169, anno in cui ha inizio l’invasione anglo-normanna dell’isola da parte di Enrico II, fino alle campagne di sterminio di Elisabetta I a cavallo del 1600, o solo cinquant’anni più tardi con le sanguinose imprese dell’esercito “parlamentarista” inglese di Oliver Cromwell, per poi saltare ancora di qualche decennio ed arrivare alle “Leggi Penali” del 1700, e ancora con la grande carestia della patata negli anni tra il 1845 e il 1851 che causò oltre un milione di vittime e altrettanti emigrati, evento naturale che se non può essere ascritto nelle dirette responsabilità della Corona inglese, nella gestione e politica di contrasto e provvedimenti adottati da parte della stessa non può che far emergere la sua diretta colpevolezza in quello che è stato un vero e proprio genocidio pianificato ai danni dei “rozzi, rissosi e indisciplinati” irlandesi.

Fino ad arrivare più vicini ai nostri giorni, anche dopo quel 1922 che ha sancito la nascita ufficiale della Repubblica d’Irlanda come la conosciamo oggi, con la creazione nelle sei contee dell’Ulster di un governo autonomo unionista che instaura un vero e proprio regime di apartheid che la deriva della vulgata propagandista di stampo britannico ha da sempre proditoriamente cercato di disegnare come uno scontro tra cattolici e protestanti, misconoscendo le cause e le implicazioni sociali.

La storia, la vita (e la morte) di Bobby Sands è l’espressione e la testimonianza più significativa e del più alto valore morale della resistenza del fiero popolo d’Irlanda negli anni più recenti, tanto da essere assunto a icona dei movimenti di resistenza e lotta in tutto il mondo: il conflitto nelle regioni del nord di Irlanda a partire dagli anni ’60 all’interno della stessa IRA non è più stato solo anti-inglese, ma più ampiamente legato ai movimenti per i diritti civili e con la prospettiva della nascita della “Repubblica socialista d’Irlanda” come auspicato da Bobby Sands e i suoi compagni.

Le prose sono tradotte da Michelucci, autore anche dell’introduzione al volume, le poesie da Terrinoni, già traduttore tra l’altro di James Joyce, poesie-canzoni che prendono a prestito rime delle ballate popolari e nascono dallo spirito di libertà che è in sé l’essenza del poetico, come osserva giustamente Terrinoni nella postfazione. Si tratta della prima traduzione italiana di tutte le prose e poesie scritte durante la prigionia dal rivoluzionario irlandese morto nel 1981 a seguito dello sciopero della fame iniziato insieme ad altri prigionieri il primo marzo dello stesso anno nei blocchi H nel carcere di Long Kesh alle porte di Belfast. È durante i primi diciassette giorni del suo ultimo sciopero della fame, altri ce ne erano stati, che Sands inizia a tenere un diario, scrivendo quotidianamente, usando un refil di penna biro che nasconde fino nei suoi orifizi per non essere intercettato dalle guardie carcerarie, utilizzando pezzi di carta igienica e cartine di sigarette, firmandosi con lo pseudonimo “Marcella” una delle sue sorelle, testimonianza del suo voler mantenere un contatto con il mondo esterno, pure nelle condizioni disumane in cui era posto.

I testi si amplieranno, diventeranno più numerosi, saranno versi e prose che anche la stupefacente modalità di trasmissione denotano la straordinaria tenacia, l’amore per la libertà, l’attaccamento alla propria terra, il carisma, l’attenzione per i compagni, nonché la passione per la letteratura del militante e martire irlandese. Fu grazie ai testi fatti uscire in modo così ingegnoso dal carcere e arrivati a noi in modo così miracoloso, soprattutto in considerazione delle condizioni disperate nelle quali sono stati scritti, che il mondo venne a conoscenza delle torture della Gran Bretagna nei confronti dei prigionieri politici irlandesi, una messa in stato d’accusa che ancora oggi chiede giustizia.

Tra i murales di Belfast, vero e proprio libro di storia a cielo aperto, se ne trova uno che riporta le parole del Cardinale Romero: “Gli occhi che hanno pianto sanno vedere tante cose”. Bobby Sands scrive fra una sevizie carceraria e l’altra:

Immaginate come ci si può sentire nudi, rinchiusi per ventiquattro ore al giorno in una cella d’isolamento, sottoposti alla totale privazione non solo delle cose ordinarie di tutti i giorni, ma delle fondamentali necessità umane come  vestiti, l’aria fresca, l’esercizio fisico, la compagnia di altri esseri umani. In altre parole, immaginate di essere sepolti, nudi e solo per un giorno intero. Come sarebbe per venti strazianti mesi?

e ancora l’attesa dell’arrivo delle guardie carcerarie, che irrompono nella cella spoglia, piena di urina, escrementi e avanzi di cibo putrefatto, con le finestre sigillate dalle stesse guardie per cercare di chiudere anche quella “Finestra della mente” (il titolo di una bellissima prosa), per torturare, prendere a calci e pugni, tirare per i capelli nei corridoi per le ispezioni corporali il prigioniero, costringendolo a bagni nell’acqua bollente e poi gelata, per stordirlo, irridendolo, non sapendo che nemmeno quello riuscirà a placare uno spirito indomito la cui forza morale e anelito alla libertà potrà essere soppressa solo con la morte, perché come recitano i versi finali di quella che forse è la sua poesia più nota (Il ritmo del tempo):

Illumina il buio di questa cella
Rimbomba il tuono della sua forza
“È il pensiero che mai si dispera” amico mio
Quel pensiero che dice “Sono nel giusto”

Perché nemmeno:

Carri armati e fucili bastano a spezzare un blanket man

Gli uomini delle coperte diventano il simbolo della resistenza del popolo irlandese all’oppressione del “Tiranno eterno” (la Gran Bretagna), dopo quel 1976 nel quale il Governo di Sua Maestà non considererà più i membri dell’ IRA gli eredi degli Irish Volunteers, l’organizzazione fondata nel 1913 che combatté per l’indipendenza irlandese fino alla Rivolta di Pasqua del 1916 soffocata nel sangue, ma un’associazione terroristica, i cui componenti non avrebbero più goduto dei diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra. I detenuti diventato criminali comuni perdendo ogni privilegio, con la soppressione delle visite e l’esercizio fisico, la rimozione degli arredi nelle celle, percosse e perquisizioni corporali che diventano la consuetudine, e sono obbligati a indossare la divisa carceraria che Bobby Sands e i suoi compagni rifiuteranno. I Blocchi H servivano per spersonalizzare i prigionieri politici e delegittimarne la protesta.

La forma di protesta del quale Bobby Sands si fa fautore da martire annunciato è lo sciopero della fame e i testi raccolti scandiscono il tempo del suo estremo sacrificio. Una protesta non violenta che affonda le proprie radici nell’antichità del popolo gaelico, il Troscad, che consisteva nel rifiutare il cibo per protestare contro una persona dalla quale si era subita un’ingiustizia.

Parole le sue che sono un inno alla libertà, alla dignità e alla resistenza per tutti gli oppressi, parole, narrazioni, prose e poesie che sono veri pugni nello stomaco, senza retorici abbellimenti, diretti, per questo potenti nella loro carica letteraria che non manca, ma che fatalmente è destinata a rimanere in secondo piano rispetto alla forza  politica e di rivendicazione, tanto da far dire:

“Popolo d’Irlanda, pensa bene a questi versi
Non contengono scherzi o battute, o semplici rime
Se sapeste della tortura che consocono i prigionieri
Irrompereste in queste segrete per abbattere quest’inferno”

una vigorosa denuncia della secolare oppressione inglese tramite l’unica arma rimastagli a disposizione, il pensiero e la parola letteraria:

“Condizioni imposte da un branco di fanatici: “Svuota il tuo bugliolo,” dicono “ma soltanto nel modo in cui possono umiliarti.” lavati, ma solo nel modo in cui decidiamo noi!” Va’ in giro nudo oppure indossa l’uniforme carceraria.” È lo stesso atteggiamento delle medesime autorità dispotiche all’esterno: “Comprate un appartamento simile a una tomba a Divis Flats oppure vivete in strada,” dicono. “Lavorate per pochi spiccioli oppure non lavorate per niente e morite di fame” E ancora, “Potete votare ogni quattro anni, e se non vi va bene peggio per voi,” Questo è quello che dicono!

Un testo arricchito da alcune riproduzioni degli scritti originali di Bobby Sands per concessione della Bobby Sands Trust, tramite il cui sito si può reperire una grande quantità di materiale bibliografico, d’archivio e multimediale. Un volume curato magistralmente da Michelucci e Terrinoni che ci consegna a distanza di anni un formidabile documento di resistenza civile, eroismo in un’epoca nella quale tanti, troppi vi si travestono, umanità e solidarietà, oltre che in ogni caso un poderoso corpus letterario, forse la più alta espressione letteraria prodotta in carcere nell’epoca moderna, paragonabile alla Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde o alle Lettere di condannati a morte della resistenza europea (edizione Einaudi del 1954 con prefazione di Thomas Mann), per non dimenticare gli scritti dal carcere di Rosa Luxemburg o Una giornata di Ivan Denisoviĉ di Alexandr Solženicyn o ancora, anche se sotto un’altra prospettiva i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci.

Un testo salvifico, dalla potenza civile inarrivabile e allo stesso tempo il ritratto di un uomo, il quale, come dalle parole di Gerry Adams nella prefazione, che dopo un toccante e umanissimo ritratto del ragazzo di Belfast, ci dice che la lotta e la resistenza nei secoli del popolo d’Irlanda non è che lo stesso di quello dei primi cristiani perseguitati, degli schiavi, dei contadini, degli indiani d’America, con i quali i repubblicani irlandesi in lotta condividono il palcoscenico della storia contro la tirannia, testimoniando “la superiorità morale degli oppressi” e consegnandoci, conclude l’ex-leader del Sinn Féin, il ritratto di uomo di nome Robert Gerard Sands nato nel 1954 in una terra oppressa da secoli, morto a soli ventisette anni ma che “vive in queste pagine”.

 

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“1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray https://minimaetmoralia.it/libri/1982-janine-la-letteratura-elettrica-alasdair-gray/ https://minimaetmoralia.it/libri/1982-janine-la-letteratura-elettrica-alasdair-gray/#respond Wed, 16 Sep 2020 08:25:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44119 Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura.

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Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura. Stando alla trama, lo scenario è semplice: un uomo, Jack McLeish, passa la notte in una dozzinale camera d’albergo, è alcolizzato, divorziato, di lavoro fa il supervisore alla sicurezza, è un professionista stimato, il romanzo dura tutta la notte, ma non esaurisce la sua geografia, né dentro la stanza, né con la parola fine, prosegue con intensità il suo lavoro nella testa di chi legge, un precipizio linguistico e concettuale interessante e travolgente; la trama, tra virgolette, semplice cui accennavamo prima, è completamente sovvertita, più volte, maciullata, fino a diventare irrilevante. Ciò che è rilevante è quello che avviene nella testa del protagonista e come Gray ce lo racconta.

È un romanzo sperimentale? Forse, ma non importa, ciò che conta è che si tratta di un romanzo pressoché perfetto. Così in piena estate, nella maniera che tenterò di spiegarvi, ho letto un libro che mi ha lasciato stupefatto.

Oggigiorno si dicono un sacco si scemenze sul concetto di “appagamento nel lavoro”, come se potessero essere in tanti a ottenerlo, questo appagamento. Le cose che rendono sopportabili gran parte degli impieghi (non appaganti – soltanto sopportabili) sono gli ingredienti extra, quelli inebrianti: la musica pop di un altoparlante, un assegno, la speranza di essere promossi, la speranza di una notte d’amore. Io mi rivolgo direttamente all’alcol, che ha iniziato di nuovo a funzionare.

Alasdair Gray è uno dei maggiori scrittori scozzesi, ma diciamo pure europei, eppure poco conosciuto in Italia, dobbiamo la fortuna di poterlo leggere proprio a Safarà, che prima ha pubblicato Lanark (considerato il capolavoro di Gray) tra il 2015 e il 2017 e, in questo 2020, appunto 1982 Janin. Uno scrittore geniale, coraggioso, creativo, un vero artista, capace di generare mondi in una pagina e sfasciarli. Uno scrittore che riesce a sondare fino in fondo la condizione umana, fino alle pieghe in cui non vorremmo scrutare per non riconoscerci. Per fare ciò Gray si affida alla visionarietà e alla forza del linguaggio, alla sua violenza, forza, alla rapidità, all’associazione di parole e immagini, alle interruzioni.

Le parole con Gray travolgono, poi si fanno intermittenti, poi corrono ancora più veloci; è come se le frasi fossero percorse da una costante carica elettrica. Chi tocca legge, chi legge tocca. La scossa è certa.

Quando si alzò, quel letto divenne il luogo più solitario del mondo. Non avevo realizzato quanto nutrimento avessi accumulato per il mero calore del suo corpo. Da allora sono diventato insonne.

Jack McLeish ha bisogno di un posto per la notte, non è una novità per lui, per il lavoro che fa gira parecchio, ha bisogno di bere, di immaginare, di pensare al futuro o di non pensarci affatto, se smettere di lavorare, se togliersi la vita. Entra in hotel e non sappiamo niente, Gray apre la porta della stanza e ci fa accedere al modo di ragionare complicato e, allo stesso tempo, lineare di McLesih. In unica sola nottata, Jack, nel tentativo di liberarsi di tutto, sprigiona le fantasie sessuali che lo hanno accompagnato per tutta la vita.

Il protagonista di Gray non è un pervertito, non è un maniaco sessuale, è un uomo complesso, di grande intelligenza, cattivo, se vogliamo, romantico, se ci piace pensarlo, uno come tanti, forse più onesto. Uno che non ha paura a mostrare ciò che è stato e ciò che è, quale strada ha fatto per arrivare in quell’hotel, nella notte che condivide con i lettori. È un conservatore figlio di un sindacalista, è una contraddizione vivente.

Sono un conservatore perché mi piacciono le luci della ribalta. Ma posso farne a meno. La morte non mi spaventerà.

Janine è il nome di una delle animatrici delle fantasie erotiche di Jack, ma il nostro protagonista non si limita, non può limitarsi solo a una persona, inventa delle vere e proprie sceneggiature, con tanto di flashback e contenuti extra. Inserisce più personaggi e varianti, si va dal sadomaso alla pura seduzione. Ogni tanto, come se avesse nella testa una videocassetta, schiaccia stop, torna indietro e ricomincia aggiungendo un dettaglio un particolare. McLeish vuole inabissarsi, raggiungere l’eccitazione totale e definitiva, magari morirci, e non vuole fallire, non vorrebbe distrarsi ma non può, c’è un altro abisso che viene a cercarlo, quello della memoria, della vita che ha vissuto, quello dei ragionamenti, dei sensi di colpa, degli addii, delle occasioni perdute, delle mancanze e dei rimorsi.

Ogni calcolo che abbia a che fare con il tempo descrive la morte termica dell’universo, uno stadio tra il big bang che ha creato il tutto e il porridge freddo a cui saremo ridotti alla fine.

Gray non lascia tranquillo il suo attore e gli intervalla la notte con l’irruzione dei ricordi, si va all’infanzia, all’adolescenza, agli della scuola, saltano fuori i primi traumi, gli amori, i tormenti. Jack appare come un uomo che si mantiene in equilibrio tra senso di colpa e l’essere se stesso, ci si è mantenuto per tutto l’arco dei cinquant’anni in cui ha vissuto. Ha saputo scegliere le donne con cui stare, come muoversi sul lavoro, quando dimenticarsi della famiglia e quando farci ritorno, ha diviso gli alcolici, preferendo quelli che non lo avrebbero fatto scoprire. Jack è solo, ci è arrivato per gradi, e in questa notte non può inabissarsi nel sesso mentale senza lasciarsi tirare per la giacchetta dall’altro abisso, il senso dell’uomo che è stato.

L’abilità di Gray sta nel creare un linguaggio della mente che ci presenta Jack in questa notte liberatoria e tormentata, alternando capitoli ordinari ad altri con punteggiature, ripetizioni di una singola parola, versi, citazioni dirette o indirette. Jack consente a Gray di parlare di letteratura, di politica, di sesso, di ambizioni, di guerra, di dopoguerra, di socialismo, di ricchezza e povertà, di separatismo, di affrontare le questioni politiche di petto, di mostrarci la Scozia sotto una luce che non conoscevamo; lo scrittore è in grado di alternare momenti drammatici a una profonda ironia. Quello che fa non è altro che grande letteratura, Jack McLeish è un personaggio degno dei grandi romanzieri russi, ed è indimenticabile.

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Il fine della vita è nella sua fine https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fine-della-vita-nella-sua-fine/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fine-della-vita-nella-sua-fine/#comments Mon, 20 Jul 2020 08:14:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43829 Pubblichiamo un dialogo tra Edoardo Rialti ed Enrico Terrinoni su Vera o i Nichilisti di Oscar Wilde, uscito per Feltrinelli con traduzione di Terrinoni.

Edoardo Rialti:

Vorrei partire da una considerazione fatta da George Steiner ne Le Antigoni, dove dimostrava come per buona parte dell’800 la perfetta tragedia greca, quella che maggiormente innescava riflessione ed emulazione, non era certamente l’Edipo, come sarà nel ‘900 dopo Nietzsche e soprattutto Freud, ma sempre l’Antigone. È il pensiero di Goethe, Hegel, Kierkegaard, è la grande suggestione romantica per i rapporti amorosi e sublimi tra fratelli e sorelle. È anche la più politica delle tragedie, se vuoi. Ecco, possiamo dire che la Vera di Wilde, questa ennesima vendicatrice di un fratello, è a sua volta una fusione di Antigone ed Elettra?

Enrico Terrinoni:

Credo di sì.

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Pubblichiamo un dialogo tra Edoardo Rialti ed Enrico Terrinoni su Vera o i Nichilisti di Oscar Wilde, uscito per Feltrinelli con traduzione di Terrinoni.

Edoardo Rialti:

Vorrei partire da una considerazione fatta da George Steiner ne Le Antigoni, dove dimostrava come per buona parte dell’800 la perfetta tragedia greca, quella che maggiormente innescava riflessione ed emulazione, non era certamente l’Edipo, come sarà nel ‘900 dopo Nietzsche e soprattutto Freud, ma sempre l’Antigone. È il pensiero di Goethe, Hegel, Kierkegaard, è la grande suggestione romantica per i rapporti amorosi e sublimi tra fratelli e sorelle. È anche la più politica delle tragedie, se vuoi. Ecco, possiamo dire che la Vera di Wilde, questa ennesima vendicatrice di un fratello, è a sua volta una fusione di Antigone ed Elettra?

Enrico Terrinoni:

Credo di sì. Wilde usciva dall’università ed era letteralmente imbevuto di cultura classica, e nel momento in cui decide di proporsi come il creatore di classici moderni si era comunque formato con maestri che si occupavano quasi esclusivamente di classicità greca, però è anche vero che questo dramma strano – che fu un fiasco, per motivi politici, visto che invece si legge eccome – è ispirato alla madre, la grande rivoluzionaria irlandese. È un tributo a entrambi questi poli. Creare un’eroina donna fu certamente un motivo di fastidio. Wilde sta cambiando il paradigma. Si può quasi dire che Joyce vince la battaglia che Wilde purtroppo perde. Questi fa già irrompere nell’immaginario vittoriano una donna che vuole uccidere uno zar, a firma di un irlandese la cui madre inneggiava alla rivoluzione.

Edoardo Rialti: Del resto, si è stranamente esauditi nella vita, come disse lo stesso Wilde e ripeterà poi Peguy. Anche nella celebre biografia di Ellmann si racconta che il Wilde bambino affermava tronfio e solenne ai compagni di classe “Da grande, io sarò protagonista di un grande processo”: per una famiglia come la sua essere oggetto di persecuzione era un marchio di elezione. Quindi, sebbene gli abbiamo appena contrapposto Antigone, si può dire che pure l’Edipo di Freud c’entra eccome! Desideravo chiederti che rapporto c’è dunque tra lo sfondo culturale irlandese, l’Inghilterra in cui Wilde vive e scrive il dramma, e la Russia dell’ambientazione? Wilde conosceva i capolavori contemporanei, ha scritto su Tolstoj e perfino Dostoevskij, di cui preferiva (!) Umiliati e Offesi a Delitto e Castigo. Ma quanto era nota l’Irlanda alla Russia e viceversa?

Enrico Terrinoni:

Più tardi sì, ci saranno rapporti eccome, basti pensare ai nessi negli anni delle rivoluzioni, prima è più difficile. Insomma, è davvero una cosa strana, sappiamo che Wilde si mette a studiare la storia russa, ma le analisi più recenti ravvisano un atteggiamento quasi shakespeariano se vuoi. Shakespeare quando voleva parlare dell’Inghilterra sua contemporanea su argomenti scottanti, cosa faceva? Parlava della Danimarca o dell’Antica Grecia, e Wilde parla della Russia per parlare a sua volta del rapporto Irlanda-Inghilterra. Ci sono strutture linguistiche irlandesi nella parlata dei suoi contadini russi. Ma proprio in Inghilterra il dramma è improducibile, visti i rapporti tra le due Case Reali.

Edoardo Rialti:

Wilde qui si interessa persino al nichilismo, basti pensare qui alla ricorrenza del verbo annihilate, un tema così decisivo per Dostoevskij e Turgenev, che già segna la frattura di una generazione, l’anticipo della triade inetto-esteta-superuomo, tre facce che esprimono lo stesso salto quantico rispetto al mondo autocompiaciuto e borghese che lo ha misteriosamente generato.

Enrico Terrinoni:

Ho conosciuto da poco un dottorando che lavorava a una tesi su Cechov e il teatro irlandese di Yeats; di solito si attribuisce il minimalismo del tardo teatro di Yeats al No giapponese, mentre questi sosteneva che si debba guardare a Cechov. E Yeats, che ne era un po’ più giovane, considerava Wilde il più grande affabulatore del suo tempo.

Edoardo Rialti:

E Wilde rimproverò Yeats di aver spaventato i suoi bambini con fiabe troppo spaventose! Venendo proprio al testo, come si rende questo anglo-irlandese? È possibile o impossibile, e ci hai rinunciato?

Enrico Terrinoni:

L’Ulisse è scritto in angloirlandese, oggi è assodato, quindi io il problema me lo sono posto allora. I vecchi traduttori e qualcuno ancora oggi, ci schiaffano il dialetto, per noi tutto questo però è buffo. Io punto sul concetto di straniamento. Il lettore di Joyce si trova straniato non solo per le parole ma per l’uso della sintassi stessa, che possiede un evidente sostrato gaelico. Non potendo produrre una sintassi troppo fastidiosa, ne produco una straniante, sposto qualche elemento; se la stravolgiamo tutta creiamo un problema, se invece spostiamo una parola, ci si rende conto che qualcosa non torna. Un po’ come quando si è ubriachi, via, ieri mi sono fatto parecchio ma parecchio vino con un amico e oggi mi sono svegliato con un’angoscia che non ti dico. Ecco, si cerca di ottenere un disagio simile! (ride)

Edoardo Rialti:

Pasolini, in un dialogo con degli studenti, disse che a un certo livello un regista gira sempre lo stesso film, così come un poeta scrive riscrive sempre la stessa poesia. Una spirale di motivi cui si ti torna a seconda dell’ampiezza toracica dell’autore.Wilde aveva immensamente presenti le questioni sociali, il suo estetismo non è una fuga dalla realtà, ma una lente di ingrandimento della medesima: vivere in una casa bella, circondarsi di arte e bellezza educa all’opposto della possessività consumistica. C’è una vulgata per cui egli avrebbe scoperto davvero le sofferenze dei più deboli a partire dagli anni del carcere e dei lavori forzati, e non è ovviamente così, si tratta appunto di una sensibilità sempre desta, fin dagli inizi. Tuttavia in lui c’è sempre anche il gusto, per così dire, di ribaltare il tavolo, di proporre una prospettiva altra, rovesciata. Lo si vede anche qui col Principe Paul, primo dandy cinico dagli aforismi lampeggianti, con un’evidente eco del Vautrin criminale-poliziotto di Balzac, e dei politici corrotti del romanticismo di Schiller, un villain per il quale Wilde nutre anche sincera ammirazione, condividendone l’umorismo che palesa come il mondo delle buone intenzioni rivoluzionarie sappia essere anche rozzo, puzzolente, ipocrita.

Enrico Terrinoni:

Verissimo, ci sono già le basi della sua estetica successiva. Con una differenza, io però non credo che, se lo vedessi a teatro, io amerei Paul come Lord Henry Wotton. È un prototipo più grezzo, affettato, non c’è il genio dei suoi esteti successivi. Qui Wilde irride quella classe aristocratica che prima lo accoglierà e poi rigetterà. Qui mi pare più severo, più tardi invece maturerà un’affinità quasi elettiva. Adesso ha preso di petto una situazione, le sue conferenze americane sono bellissime, ma estremamente politicizzate, vi si propone l’estetismo come una rivoluzione sociale, ma poi capirà che deve giocarsi altre carte, e diventerà il grande Wilde che conosciamo.

Edoardo Rialti:

Un  altro tema costante, o meglio lo stesso che già accennavo, ma in chiave diversa. Wilde è nemico di tutte le opposizioni binarie, ci sono ingiustizie che vanno certamente combattute, ma anche tanto moralismo che si può annidare nelle buone intenzioni. C’è invece in lui un livello di compromissione col reale che è davvero, in senso nietzscheano, al di là del bene e del male. Il gesto finale di Vera scavalca, supera persino l’opposizione rivoluzione-zarismo, come per l’Usignolo o il Pescatore delle sue fiabe, l’amore è successivo, più rivoluzionario, perché incomprensibile. La compromissione rovinosa per qualcuno non precede le scelte etiche e politiche, ma le supera. Vera inizia come Elettra o Antigone; ma alla fine ci si rende conto che può esserci una dimensione nella quale ti innamori anche del tuo peggiore nemico, ciò che ti aveva armata e messa in movimento, e a questo punto giusto e sbagliato non contano più. È una delle sue ossessioni tematiche che francamente amo di più, come quando sempre Nietzsche in quegli stessi anni sosteneva che ogni conoscenza vera è un sacrilegio.

Enrico Terrinoni:

Io mi chiedo se, come dicono certi studiosi di Wilde, ci sia qui all’opera una scissione della psiche; anche eroticamente egli inizia da bisessuale e poi invece abbraccia pienamente un’identità omosessuale; pure Ellmann stabilisce un parallelo con la sua provenienza irlandese; e l’Irlanda è luogo di scissioni ancestrali; con la Grande Carestia, l’immaginario irlandese diventa l’immaginario inglese, anche per scelta degli irlandesi stessi, eh, non solo per imposizione. In tutto questo c’è una tensione etica oltre che estetica, la passione di Wilde per Mefistofele è sincera, il patto col diavolo lo sigla eccome.

Edoardo Rialti:

Non so se parlerei di scissione ma di una positiva vista doppia, se vuoi. Wilde scrive e combatte per i bambini in carcere, ma sa anche cenare e sghignazzare con Esterhazy, che gli confessò di avere incastrato Dreyfus. Qui agisce certamente una certa dimensione di posa ma anche una sua potenza etica, da vero “immoralista” per citare il Gide che fu tanto plasmato da lui, e lo considero uno dei suoi elementi più rilevanti. Ancora oggi Wilde è oggetto di attenzione superficiale, ridotto a misura di tweet come veniva sminuzzato dalla società britannica, invece c’è in lui un radicale antimoralismo, che vuole combattere senza quartiere le buone intensioni della letteratura, che costituiscono una riduzione dell’esperienza estetica.

Enrico Terrinoni:

Il che non vuol dire che la letteratura non renda migliori. Si usciva dalle tragedie antiche avendo imparato qualcosa, e le sue stesse fiabe servono a vivere meglio.

Edoardo Rialti:

Certo, perché sono fiabe morali, se vuoi, ma non moraliste.

Enrico Terrinoni:

Wilde aveva scorto nell’ascesa della borghesia il germe del declino morale, e la borghesia si basa proprio sull’abbraccio col moralismo, prospera nella finzione sociale, per creare un effetto di sincerità.

Edoardo Rialti:

Se dovessi condensarlo in una sola frase, sceglierei quanto dice a Bosie nel De Profundis: I cuori sono fatti per essere spezzati. Basil viene pugnalato al cuore, l’Usignolo canta con una spina nel petto, il cuore di ferro della statua del Principe Felice si spacca alla morte del rondinotto. Tutti uccidiamo la cosa che amiamo, canterà nella Ballata del Carcere di Reading, e in fondo l’alternativa è proprio tra chi uccide ciò che ama e chi si fa uccidere da ciò che ama; torniamo così al gesto finale di Vera, oltre ogni convenienza e progresso, perché non c’è progresso nell’amore.

Enrico Terrinoni:

Ricordi il suo detto Chi vive più di una vita, più morti deve morire. Wilde ha compreso questa realtà e l’ha quasi invocata, non possiamo pensare che fosse così fesso da non sapere le conseguenze di aver chiamato in giudizio il papà di Bosie, e per diffamazione come omosessuale per giunta. Stava usando il suo corpo per dare una lezione. È molto cristologico, questo. Come la connessione e fascinazione per il Cattolicesimo.

Edoardo Rialti:

E questa lezione “col corpo” mi pare riecheggerà poi in Hemingway, Mishima, Pasolini. Penso a quanto affermò Walter Siti proprio su Pasolini-che i bambini molto amati tendono a credersi un po’ tutti Gesù, a dover salvare il mondo. E questo in Wilde si fonde con la ricerca di un destino artistico, di una fine da martire, da testimone, appunto. Quanto al Cattolicesimo, costituiva certamente la religione più estetica dell’800, rispetto all’asciuttezza borghese e protestante e inoltre coincideva col Sud (oltre che con l’Irlanda, nel suo caso), e il Sud era  “laddove” ci si allentava il colletto, come nel gesto dell’Aschenbach di Mann-Visconti, dove ci si liberava dalla rigidezze e si abbracciava una rilassatezza più umana, un riposo a maggiore agio con la propria autentica natura, una vasta esperienza sensuale.

Enrico Terrinoni:

Questo è molto bello. È uno degli elementi indagati in More livesthan one di Hanberry. Wilde è interessato alle origini, comprese quelle del sentimento religioso. Egli comprende eccome il valore estetico del sacrificio, e non importa scomodare il terrorismo odierno, sempre nell’Irlanda del ‘900 i ragazzi si sono lasciati morire per questa “terribile bellezza”, che coincide con la sfida alla vita, come se il fine della sua vita sia la sua fine. Per questo Wilde ha questi finali così drammatici e così perfetti.

Edoardo Rialti:

È molto interessante analizzare anche la figura del capo politico in questo dramma, lo zar. Ripensavo al Tetrarca Erode della Salomè molti anni dopo, sono figure certamente diverse ma accomunate dalla paura per quello che le circonda, da quello che possono leggere intorno. Erode si lascia sfuggire, in una sentenza memorabile, quello che è il terrore di tutti i politici: “Se tutte le cose fossero simboliche, sarebbero mostruose”; ed è vero che lo sono, eccome.

Enrico Terrinoni:

È una figura strana quello dello zar, per cercare un reale così schizzinoso, strano, fuori dal mondo, non si può guardare neppure a Shakespeare, nei re di Shakespeare c’è sempre una saggezza che magari coincide con la follia, questo monarca invece è l’opposto della comprensione della realtà, una macchietta se vuoi ma che esprime anche una verità, ossia che il potere che vive di estraniamento, lontananza, vive solo nel suo circuito ermeneutico e non ne sfocia più. Il potere per tenersi in vita deve restare illogico, questa è una sottolineatura importante dei nuovi marxisti, il capitalismo deve essere illogico, altrimenti vivrebbe una vita molto più breve, è proprio l’illogicità che impedisce di attaccarlo, pensa a quei pazzoidi in Svezia che in questi mesi per una scelta cinica fanno morire una generazione, sacrificano tutti i propri Anchise.

Edoardo Rialti:

Le scene dei cortigiani e primi ministri ricordano le satire di Tolstoj sulle idiozie della gerarchia militare, l’ironia su queste riunioni inutili e pilotate da ambiziosi meschine potrebbero essere scritte oggi. È interessante notare come il Wilde dell’Anima dell’Uomo sotto il Socialismo abbia persino previsto che la Russia poteva riservare delle sorprese politiche maggiori della Germania, addirittura battendo Marx quanto a visione del futuro.

Enrico Terrinoni:

Assolutamente. In quel saggio egli chiarisce quanto dicevamo prima, il valore etico dell’estetica, un socialismo individualista che precorreva quelli oggi più avanti avanzati e non aveva certo a che fare non quelli standardizzati del sovietismo o della Cina, della bruttezza che va accettata perché il potere ci possa livellare tutti, l’esaltazione della bruttezza persino, come nel caso del nostro ciccione calvo di Predappio. Quando il potere perde la sua componente estetica quella etica va a farsi friggere

Edoardo Rialti:

Vabbè, non possiamo chiudere meglio di così.

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Michael D. Higgins: con la forza della visione https://minimaetmoralia.it/libri/michael-d-higgins-la-forza-della-visione/ https://minimaetmoralia.it/libri/michael-d-higgins-la-forza-della-visione/#comments Tue, 02 Oct 2018 06:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38154 Sono in uscita per Aguaplano due libri che parlano irlandese: si tratta di "Donne e uomini d'Irlanda" del Presidente della Repubblica d'Irlanda Michael D. Higgins, e "Irlanda. Un romanzo incompiuto" di Enrico Terrinoni, professore presso l'Università per Stranieri di Perugia e "spericolato traduttore di Joyce" (tra gli altri). Si tratta di due opere in stretta relazione tra loro: su gentile concessione dell'editore, pubblichiamo di seguito l'introduzione di Enrico Terrinoni al libro di Higgins.

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Sono in uscita per Aguaplano due libri che parlano irlandese: si tratta di “Donne e uomini d’Irlanda” del Presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins, e “Irlanda. Un romanzo incompiuto” di Enrico Terrinoni, professore presso l’Università per Stranieri di Perugia e “spericolato traduttore di Joyce” (tra gli altri). Si tratta di due opere in stretta relazione tra loro: su gentile concessione dell’editore, pubblichiamo di seguito l’introduzione di Enrico Terrinoni al libro di Higgins.

di Enrico Terrinoni

“La poesia può correggere l’economia”. “Dovremmo essere tutti femministi”. “L’immaginazione è il miglior amico della possibilità”. Sono queste alcune delle importanti frasi perentorie, ma assolutamente “aperte”, a cui il poeta-Presidente d’Irlanda ci ha abituato negli anni del suo primo mandato (2011-2018).

Higgins, ovvero Michael D., come viene chiamato amichevolmente nel suo Paese, ha dato un senso nuovo all’arte del discorso pubblico, del discorso politico. Nel suo settennato ha tenuto decine e decine di discorsi in tutte le parti del mondo, e in ogni angolo della sua Irlanda.

Nel 2016, molti di questi sono stati raccolti nel volume When Ideas Matter, che nel Natale dello stesso anno è persino assurto in Irlanda allo status di best seller, vendendo per mesi migliaia e migliaia di copie. I discorsi che qui presentiamo, tutti inediti anche in inglese e pubblicati dunque per la prima volta, ci consegnano il ritratto di un intellettuale attrezzato, accorto e sensibile ai temi sociali, che vuole affrontare con l’ottimismo della creatività.

Stiamo parlando di uno dei presidenti più amati nella storia della Repubblica d’Irlanda, e questo in virtù di un complesso di fattori e concause: in primo luogo il suo ruolo di intellettuale pubblico che per decenni è stato impegnato in battaglie per i diritti civili, con l’attenzione sempre rivolta ai più deboli, ai più vulnerabili. E anche agli oppositori politici: ad esempio, sua fu la decisione, da Ministro della Cultura nei primi anni Novanta, di cancellare la legge sulla censura nei media dei repubblicani di Sinn Féin (la cosiddetta Section 31).

Uomo di parola e di parole, da politico aveva fatto istituire un canale televisivo in lingua gaelica; e proprio con le parole, una volta divenuto il primo rappresentante della Repubblica all’estero, aveva ricordato “con grande tristezza” la morte di Fidel Castro, «un gigante tra i leader mondiali la cui missione non era solo la libertà della sua gente ma quella di tutti i popoli oppressi ed esclusi sulla faccia della terra». Parole pronunciate con coraggio e commozione, ma che gli valsero molte critiche, in Irlanda e all’estero.

Il libro che avete tra le mani si chiude proprio con un discorso pronunciato a Cuba, al Colegio Universitario San Géronimo dell’Università de L’Avana il 17 febbraio del 2017, a meno di tre mesi dalla scomparsa del Líder Máximo. E in questo, Michael D. Higgins rievoca non solo la storia, una storia per molti inedita, delle relazioni tra Irlanda e Cuba, ma ricostruisce, con la forza della visione, percorsi possibili per la creazione di nuovi modelli di cooperazione e di sviluppo.

Gli altri discorsi sono più incentrati su questioni apparentemente interne allo scenario irlandese, ma sempre nella prospettiva internazionalista cara ai personaggi e ai movimenti su cui Higgins sceglie di concentrarsi. I primi tre sono stati pronunciati a Dublino nell’arco di ventuno giorni, fra l’8 marzo, festa internazionale della donna, e il 29 marzo del 2016 – nell’anno cioè delle celebrazioni del centenario dell’Insurrezione che è considerata l’atto fondativo dell’Irlanda moderna e indipendente, la cosiddetta Easter Rising. Sono questi fortemente interrelati, e incentrati sul ruolo di quella che è stata definita la “prima armata rossa della storia”, l’Irish Citizen Army, una milizia nata in difesa dei lavoratori durante un famoso sciopero a cui fece seguito una serrata generale decisa dai “padroni” che affamò il proletariato di Dublino per mesi, nel 1913.

Ma l’intento di Higgins nel rievocare le gesta eroiche di questo gruppo male armato di lavoratori e disoccupati non è affatto celebrativo. Il Presidente d’Irlanda sceglie di soffermarsi sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento, del suo leader storico, James Connolly, e sul grande ruolo che ebbero le donne al suo interno.

Da questi argomenti nasce l’interessantissimo, quanto assolutamente inedito, ritratto di una donna che il pantheon nazionale ha apparentemente dimenticato, Eva Gore-Booth, sorella di una delle leader dell’Insurrezione di Pasqua. Il discorso è stato pronunciato in terra straniera, e un tempo nemica: alla Congress Hall di Londra, il 14 ottobre del 2016. Due anni prima, nell’aprile del 2014, Higgins aveva compiuto la prima visita ufficiale di un presidente irlandese nel Regno Unito.

Sarebbe tuttavia sbagliato e riduttivo pensare che il suo ruolo di capo di Stato sia secondo a quello dell’intellettuale che ha scelto di combattere, con le parole e i ragionamenti, le sue battaglie. La forza di Higgins è infatti quella dell’argomentazione, del coraggio di affrontare le sfide anche più rischiose, e i temi più delicati, con la passione dell’impegno e con l’ottimismo della volontà. Con la lucidità degli occhi lucidi, verrebbe da dire, parafrasando una nota frase pronunciata dal vescovo Romero assassinato nel 1980 a San Salvador, una terra che Higgins conosce benissimo: «tante cose, sono in grado di vedere occhi che hanno pianto».

E così, voci che mai si sono taciute sanno dirne tante altre, di cose, soprattutto se parliamo di voci intessute, permeate di poesia. Nelle poesie di Higgins (uscite in italiano nel volume Il tradimento e altre poesie, del 2014) emerge con chiarezza e forza come anche i versi siano parte di una missione che è al contempo politica ed esistenziale. La poesia come testimonianza, come monito politico inteso a far comprendere che una volta assistito a qualche ingiustizia, la sua immagine deve restare impressa in noi in maniera indelebile. Ma al contempo, se dall’ingiustizia non si rifugge, se l’iniquità non la si aggira, c’è però modo di correggerla, di plasmare nuovi modelli di comportamento, di seguire visioni nuove che conducano a una resistenza che sappia farsi ri-esistenza.

In ciò, vale a dire nell’impossibilità di scindere davvero sfera creativa e sfera pubblica, l’Irlanda ha sempre dato una lezione di umanesimo a tutta l’Europa e al mondo. In un’intervista rilasciata al manifesto da uno dei maggiori intellettuali irlandesi, Declan Kiberd, leggiamo:

“Le arti in Irlanda hanno sempre lanciato segnali di allarme sui pericoli a cui andava incontro la società, e sono al centro del nostro modo di autorappresentarci. Ma si tende a trarre piacere dalla letteratura, dal teatro e dalla poesia ignorandone i moniti oscuri. Beckett, ad esempio, in Aspettando Godot ha sottolineato la nostra capacità di vivere come se niente fosse, in una situazione del tutto intollerabile – cosa che per noi è iniziata sotto il malgoverno britannico e proseguita con l’austerità di oggi e gli enormi debiti che venivano trasferiti, per i diktat europei, dalle banche al popolo. Negli anni Sessanta McGahern ha attirato l’attenzione, col suo romanzo censurato The Dark (l’aveva già fatto Joyce con Gente di Dublino), sugli abusi dei minori, e Edna O’Brien sulla repressione dell’istinto sessuale di giovani donne in piccole comunità rurali. Negli anni Settanta, nel Nord, Heaney ha avvertito che la morte dei rituali avrebbe portato ai rituali della morte. Ma ha anche sviluppato una teoria della speranza, perché la poesia è una sorta di sistema immunitario in grado di curare le malattie che esso stesso diagnostica.”

Considerare l’arte come “teoria della speranza”, e come parte di un “sistema immunitario”, è proprio ciò che spesso manca agli intellettuali disimpegnati di oggi, agli artisti la cui indipendenza coincide sovente con la libertà dal dovere di incidere realmente sulla società. E infatti, nella stessa intervista, Kiberd, che di Higgins è tra i principali sodali in spirito, prosegue orgogliosamente così:

“Siamo fortunati ad avere un presidente-intellettuale che credo abbia tanto da dare come leader di una gioventù europea. Sa che le politiche del salvataggio dell’Euro a tutti i costi hanno portato alla proliferazione di nazionalismi di bassa lega. Ma sa anche ricordarci che un patriottismo civico può riconciliarsi con una filosofia internazionalista; e chi critica gli “esperti” e i “freddi burocrati” è sul solco di una tradizione di radicalismo che va da Swift a Simone Weil, a Orwell a Bernie Sanders e a Varoufakis. È importante non abbandonare ogni idea di nazione all’estrema destra – soprattutto perché l’idea moderna di nazione nasce da forme di radicalismo sociale.”

Il ruolo di Higgins, come Presidente di uno dei Paesi europei più all’avanguardia sotto tanti aspetti – dal punto di vista tecnologico e culturale in primis –, vuole essere quello non già di testimone di battaglie condotte in giorni andati, o di difesa di un nobile passato spesso vilipeso dai falsi profeti di una improbabile morte delle ideologie, ma quello di un uomo che, in forza dell’esperienza personale in fatto di vicinanza agli ultimi della Terra, ma anche grazie a una preparazione critica assai poco comune nelle élites politiche europee, sappia mandare un segnale di speranza, di ottimismo, ma anche di realtà.

La realtà di un ritorno agli assunti base dell’essere umani: l’uguaglianza, la pari dignità di tutti, il ripudio del razzismo e della guerra, la forza e l’orgoglio di sapersi schierare sempre e comunque con i deboli e gli emarginati, il coraggio di rigettare ogni pensiero dominante e unitario non aperto al dubbio, la volontà di chiarire a voce alta che gli uomini sono tutti uguali e che le differenze di genere, di credo religioso, di colore della pelle, di provenienza etnica non possono e non devono intaccare una visione chiara del mondo in quanto spazio comune da difendere e non da sfruttare acriticamente. E tutto ciò ricordandoci che i confini e le barriere sono sempre presunti e immaginari, pur nella loro triste realtà di fatto.

Higgins è il Presidente d’Irlanda, ma l’Irlanda è ancora una terra divisa. Oggi, con gli eventi legati al terremoto Brexit, il rischio che corre la fragile isola di Swift, Yeats, Joyce e Beckett è che le divisioni – sociali, culturali, religiose, politiche – anziché ritirarsi sullo sfondo, tornino alla ribalta. Sarà allora la forza della visione – una visione poetica, e dunque creativa, poiché nulla esiste che non sia stato prima sognato, ricorda Blake – a indirizzare il futuro in una direzione o nell’altra.

Saranno le parole a scandire i ritmi dei giorni che verranno, in uno scenario instabile e sempre cangiante, fragile e volubile come foglia al vento. Le parole politiche di Higgins, come anche quelle della sua poesia, spingono a immaginare un altrove possibile, uno spazio in cui sapersi ritrovare come a casa propria, sapendo però di dover sempre lasciare la porta aperta all’altro che è sull’uscio: perché gli altri sulla soglia, come ricorda Joyce evocando Maeterlinck, potremmo verosimilmente essere proprio noi stessi.

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